Bismark – DJ chart luglio 1997

Bismark, Disco Mix luglio 1997
DJ: Bismark
Fonte: Disco Mix
Data: luglio 1997

1) Dimitri Gelders – Smoke Sign
Discograficamente attivo nella seconda metà degli anni Novanta, Gelders incide un album e vari singoli per la Zolex Records. Tra questi si rinviene “Smoke Sign” contenente quattro brani di trance/progressive dalle caratteristiche canoniche per il genere che diventa popolare in tutto il mondo proprio a fine decennio. Tra planate melodiche e groove scalpitanti, l’artista bilancia con perizia ritmo e melodia. Corre voce che il belga abbia accantonato l’attività musicale per dedicarsi al triathlon ma ad oggi non si rinvengono fonti ufficiali che acclarino tale ipotesi.

2) Marco Bailey – Global Warning
Dopo “Planet Goa” su Dance Opera nel 1995, Marco Bailey incide il secondo album, questa volta per la granitica Bonzai Records di Fly (di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui). Sulla linea di mezzeria tra (hard) trance e techno, genere a cui si dedica con regolarità da lì a breve, il DJ belga dà libero sfogo alla sua creatività plasmando ipnotismi lisergici (“Cyberlab”, in coppia con Dirk ‘M.I.K.E.’ Dierickx, “Spacecake”), calibrando l’acid (“Bassremover”, “Mr Kandinsky”, “Scan Fortress”), comprimendo ritmi (“Behaving Forward”, “N.Y. Times (Remix)”) e calandosi in territori non prettamente “dance” come avviene in “The Shining”, tool ambient realizzato con Mauro Mirisola, e in “Global Warning”, feroce breakbeat ascrivibile al segmento ai tempi ribattezzato “chemical beat” in cui rientrano band come Chemical Brothers, Fluke e Propellerheads. Il disco viene pubblicato anche in Italia dalla Bonzai Records Italy del gruppo Arsenic Sound capitanato da Paolino Nobile, intervistato su queste pagine qualche tempo fa.

3) Tone King – Pneu
Estratto dal “Micheline Tracks EP” sulla Cyberfugu la cui attività pare circoscritta proprio a questa pubblicazione, “Pneu” è un mosaico di elementi ritmici che l’autore, Daniel Neeven alias Tone King, combina utilizzando l’effettistica come modulo di raccordo. Progressione e moto ascensionale danno energia alla stesura colorita dall’incrocio tra phaser, flanger e distorsore applicati ad un drumkit di quella che pare essere una TR-808. Il brano viene ripescato nel 2000 dalla Clockwork Recordings che lo ripubblica abbinandolo a vari remix realizzati da noti esponenti della scena belga, Insider, Housetrap, Zzino vs. Accelerator e la coppia Marco Bailey/Redhead.

4) Ricky Le Roy – Tunnel
Esaurita la spinta commerciale di “First Mission” che cavalca con successo l’onda della mediterranean progressive, Ricky Le Roy incide un secondo singolo ma non seguendo lo schema del classico follow-up. “Tunnel” infatti non trova appigli nel mondo mainstream probabilmente per l’assenza di una vena melodica subito riconoscibile e che un certo tipo di pubblico necessita per mostrare apprezzamento ed approvazione. Più vicina a “First Mission” potrebbe risultare “Ensamble”, uscita nello stesso periodo su Underground ma che l’artista firma con uno pseudonimo diverso, Sonar, e che quindi non gode della stessa attenzione. L’Extended Mix di “Tunnel” mostra comunque più di qualche legame col mondo progressive trance dei bassi in levare, delle pause centrali e degli arpeggi di casa BXR ma è insufficiente a ingolosire gli avventori dei locali e delle radio più pop(olari). La Le Roy Mix e la simile Megamind Mix, col rintocco di una campana e col suono prolungato del choir (sfruttato nel remix di Mauro Picotto uscito nel 1999) risultano le più incisive del disco. Seguono gli avvitamenti pseudo acidi della Club-Club Mix, anch’essa destinata a quella fascia di pubblico che acclama Le Roy ogni weekend chiamandolo affettuosamente “l’angelo biondo”.

5) Aton – Voyager
“Voyager”, inciso sul 12″ di debutto dell’elvetica Mo Records, è un sognante brano di trance onirica, ricco di armoniche contrapposte ad un ritmo deciso e rasoiate acide che fanno ingresso insieme a sobbalzi breakbeat. Immancabile un breve messaggio vocale, “welcome to infinity, the voyage may begin”, affine all’immaginario collettivo che ai tempi anima il movimento trance e che fa leva su un mix tra racconti fiabeschi e viaggi interspaziali. Non filtra alcuna indiscrezione sulla paternità autoriale.

6) Sergio C – Texture / Planar Tilling
Attivo artisticamente dal 1990, Sergio Crestini aderisce alla scena rave e matura il giusto know-how per realizzare dischi, vera ambizione per i DJ degli anni Novanta. Dopo alcune esperienze in team con Stefano Di Carlo e lo stesso Bismark (Human Imagination, Oblivion) inizia ad incidere come Sergio C e fonda una personale etichetta, la Vinylife Recordings, inaugurata proprio coi due brani in questione. Se “Texture” si avvicina alla goa col suo incessante bassline e martellio ritmico, l’architettura di “Planar Tilling” si muove invece entro partiture più canonicamente prog trance, con ricami melodici, break e ripartenze.

7) DJ Arabesque – I Don’t Know
Trincerato dietro DJ Arabesque, ma con un margine di mistero prossimo allo zero visti i crediti rivelatori disponibili sul disco, Mario Più incide “I Don’t Know” per la Underground ripartita nell’autunno del 1996 con un nuovo layout grafico e sonoro. Pure un orecchio poco allenato riconoscerebbe il sample preso da “Firestarter” dei Prodigy ma l’intero pezzo è sostanzialmente una cover di un brano proveniente dalla Germania, “Peggy” di The Visitor, particolarmente noto al pubblico dei locali progressive toscani di allora che va in visibilio per quel particolare e funzionale “stop and go”. Il titolo stesso “I Don’t Know” è il riadattamento fonetico di ciò che parrebbe dire il vocal della traccia di riferimento. A licenziare in Italia “Peggy” è la Non Plus Ultra Records del gruppo Hitland (ex Discomagic) che commissiona anche un paio di remix a Frank Vanoli ed Alex Voghi. Mario Più continua ad utilizzare con regolarità lo pseudonimo DJ Arabesque centrando il successo internazionale nel 2000 grazie a “The Vision”.

8) The Auranaut – Calm Your Mind
A metà strada tra trance e progressive house, “Calm Your Mind” muove le corde emozionali dell’ascoltatore mediante suggestive armonie intrecciate alla voce cristallina di Sirah Vitesse. Il brano viene pubblicato nel 1997 dalla Excession di Sasha ma circola sin dal 1995 su un 12″ promozionale della Disruptive Pattern, etichetta per cui Graham Dear alias The Auranaut quell’anno incide “Hear The Rich Boy (Just Passing Through)” entrato proprio nelle grazie del citato Sasha.

9) Bismark – Space Is The Place
Marco ‘Bismark’ Bisegna è uno dei primi artisti coinvolti dalla Media Records nel rilancio della BXR come “casa discografica dei DJ”. Nel ’96 escono “Double Pleasure” e “My World” (quest’ultimo remixato anche dal belga Jan Vervloet dei Fiocco) di impostazione mediterranean progressive ma il costante desiderio di sondare nuovi territori stilistici lo porta ad evolvere la propria matrice sonora. Con tale intento nel ’97 incide “Project 696” «omonimo del programma radiofonico in onda su Power Station che conducevo ai tempi con Luca Cucchetti, il mio mentore» racconta oggi il disc jockey. Il doppio mix si apre proprio con “Space Is The Place” (che niente divide con l’omonimo di Sun Ra), una marcetta che un po’ ricorda “Chrome” di un paio di anni prima, in cui figura un sample vocale dell’artista stesso e una lunga pausa con tanto di countdown della NASA a scandire la fase finale. Il taglio di “Project 696” è eterogeneo specialmente se rapportato ad altri dischi del catalogo BXR, e ben simboleggia le sfaccettature artistiche del DJ capitolino. Da “Trance Sensation”, intreccio melodico/armonico con un piglio epico à la Sunbeam, a “Shadow” e “Female Vox” che incarnano propriamente lo stile mediterraneo della BXR di quel periodo (R.A.F. By Picotto, Gigi D’Agostino, Mario Più, Saccoman, Ricky Le Roy) con spirali di synth acidi, bassi in levare e break melodici. In “Synthesis” si accentuano elementi techno ma è con “Give Yourself 2 Me” che l’artista stupisce di più: mettendo da parte la cassa in 4/4, inforca il drum n bass ed un basso speed garage e rammenta il boom hardcore del periodo rave. «Venivo da una serie di avventure europee e secondo Gianfranco Bortolotti, sempre presente a convention e meeting internazionali, il mio nome cominciava a girare con un certo interesse» prosegue Bisegna. «Scegliemmo quindi di ampliare un po’ la visione musicale senza legarmi unicamente al mio genere predominante ovvero la trance, e il risultato fu quel doppio mix».

L'Unità, Street Festival del 21 giugno 1998

L’articolo apparso su L’Unità dedicato allo Street Festival svoltosi a Roma il 21 giugno 1998

A “Project 696” segue “Street Festival”, omonimo dell’evento organizzato per la seconda volta a Roma nel giugno 1998 di cui Bismark, soprannominato “Il Principe”, è tra i principali promotori. “La risposta romana alla Love Parade di Berlino e alla Street Parade di Zurigo”, come viene descritta ai tempi in un articolo apparso su L’Unità, con mastodontici sound system e carri tra cui ovviamente quello della BXR animato da Mauro Picotto, Joy Kitikonti, Tony H e lo stesso Bismark. «Francesco e Stefano, all’epoca organizzatori degli eventi Unica Tribù (come il rave di beneficienza The Bomb, raccontato in questo articolo dal compianto Dino D’Arcangelo, nda), decisero di realizzare questa manifestazione musicale sul modello di quelle estere. In virtù dell’importante ruolo storico di Roma, provammo a dare vita ad un evento dal respiro europeo, anche sotto il profilo musicale, ma scontrandoci con non poche difficoltà sorte col Comune. Purtroppo il diffuso scetticismo di vari personaggi ancorati all’avanzata età, poco propensi a dare spazio ad una novità assoluta di quel periodo, ci ostacolò ma per fortuna grazie a giornalisti di spessore e all’assessore ai tempi in carica battemmo la diffidenza. Le autorità ci permisero di organizzare lo Street Festival per due anni consecutivi, nel 1997 e nel 1998, totalizzando rispettivamente 50.000 e 70.000 presenze».

Bismark diventa uno degli alfieri della squadra BXR e vede crescere stabilmente le proprie quotazioni sulla piazza internazionale. «Quell’avventura iniziò per gioco. A contattarmi fu Gigi D’Agostino che mi propose di entrare a far parte della Media Records. All’inizio mostrai un certo scetticismo perché l’etichetta di Bortolotti batteva generi molto commerciali in cui mi rivedevo poco, ma Gigi mi rassicurò spiegandomi che da lì a breve sarebbe nata una label espressamente destinata ai lavori dei DJ maggiormente rappresentativi di quel periodo. Ci misi sei mesi per metabolizzare la cosa ma alla fine mi trasferii a Brescia e cominciò tutto. A colpirmi subito fu la professionalità e la serietà della Media Records, reduce di svariati riconoscimenti a livello mondiale. Ogni disco che ho inciso per l’etichetta di Bortolotti ha avuto un suo perché, oltre ad essere supportato da DJ di caratura internazionale, su tutti Paul van Dyk ed Armin van Buuren. I più fortunati? “Project 696”, “Street Festival”, “Make A Dream”, “Just A Moment” e “The Theme Of Sphere”, in coppia con lo svizzero Philippe Rochard. Furono oggetto di ottimi riscontri di vendita ed inseriti in moltissime compilation».

10) Pablo Gargano – Senza Volto – An Eve Collection
L’album di Pablo Gargano, italiano trapiantato nel Regno Unito, parla la lingua dell’hardtrance. È sufficiente ascoltare “Organ-Ic” per rendersi conto di quale miscellanea venga generata attraverso l’uso di melodia, ritmo e deviazioni acide. Velocità di crociera sostenute hanno la meglio in “One Time” e “Grand Hall”, mentre in “On A Deep Tip (Follow The Rimshot Remix)” torna a farsi sentire, selvaggiamente, la TB-303. Poi c’è il remix di “Definiton Of A Track” firmato da David Craig e Gargano ricambia realizzando il The Moving Remix di “Lord Of The Universe”, brano suonatissimo da Giorgio Prezioso su Radio DeeJay. Da anni circola voce che Gargano e Craig siano la stessa persona ma la notizia non è mai stata ufficializzata. Nessun dubbio invece sul remix che Gargano realizza per “My World” di Bismark, quando il pezzo viene licenziato oltremanica dalla sua Telica.

(Giosuè Impellizzeri)

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Carl Cox – DJ chart ottobre 1998

Carl Cox, Raveline ottobre 1998
DJ: Carl Cox
Fonte: Raveline
Data: ottobre 1998

1) Storm – Storm
«Avevamo voglia di produrre qualcosa che avesse a che fare più col dancefloor che con le radio e classifiche di vendita, così inventammo Storm che poi, con immenso stupore, ha raggiunto ugualmente le vette delle chart internazionali»: così Rolf ‘Jam El Mar’ Ellmer spiegava la genesi del progetto Storm nell’intervista raccolta circa quindici anni fa per il primo volume di Decadance. Nascondendosi dietro gli pseudonimi Trancy Spacer & Spacy Trancer i tedeschi, già noti come Jam & Spoon, nel 1998 coniano questo nuovo act con un brano suonatissimo alla Love Parade. È una traccia dalla costruzione piuttosto facile ed immediata, trainata da una frase che un po’ ricorda quella di “Meet Her At The Love Parade” di Da Hool, artista a cui peraltro viene commissionato il remix. La Dance Pool lo licenzia in tutta Europa (nel Regno Unito è della Positiva, gruppo EMI, in Italia invece se lo aggiudica la V2 Records) e prevedibilmente si trasforma in un inno mainstream che suonano anche i DJ delle balere e che viene promosso da un videoclip in high rotation sulle tv musicali. Ulteriori dettagli e retroscena sono qui.

2) Thomas Schumacher – When I Rock
La britannica Bush pubblica “When I Rock” (e “Respekt”, sul lato b, una sorta di rework di “Radioactivity” dei Kraftwerk) a fine ’97 ma il brano esplode a livello europeo nel 1998, quando escono i remix di Johannes Heil ed Anthony Rother e viene licenziato anche in Italia dalla GFB del gruppo Media Records. Schumacher conquista i DJ con un pezzo incredibile sorretto da una potente linea di basso distorto unito a virtuosi scratch e vocal campionati da una vecchia cassetta di Tony Touch, un DJ hip hop di New York. «”When I Rock” vendette 25.000 copie e qualche anno più tardi fu preso in licenza dalla Warner in Germania che lo ripubblicò col mio alias Elektrochemie LK ed una paio di nuovi remix, quello di DJ Rush e dell’italiano Santos» racconta Schumacher. «Poi, intorno al 2001, il mio editore mi mise al corrente che era stato contattato da un’altra casa editrice in relazione a quei sample. Pare che sul nastro che campionai ci fosse qualcosa della band The Roots, un frammento di un live. Iniziai a pensare che mi avrebbero denunciato. La casa discografica mi fornì un numero di telefono e riuscii a parlare con uno del gruppo, ma non so bene chi fosse. Attraverso quella breve conversazione telefonica capii che non avevano mai sentito musica techno ma apprezzavano ugualmente ciò che ero riuscito a fare con quei vocal, originariamente in stile reggae/rap. Mi chiesero così di spedire i file e la traccia, perché pensavano di inserirla come ghost track in uno dei loro album, cosa che effettivamente avvenne nel 2002 quando in “Phrenology”, forte per aver venduto circa 800.000 copie, comparve “Thirsty!” che era proprio la mia “When I Rock”». Da qualche settimana corre voce che nel 2018 il brano verrà nuovamente ripubblicato in occasione del ventennale.

3) Luke Slater – Class Action
Una sorta di bonus track che accompagna “Love”, il secondo singolo estratto da “Freek Funk” uscito su NovaMute nel ’97: si può descrivere così “Class Action”. Trattasi di un pezzo techno funk in cui l’artista d’oltremanica incastra sapientemente una serie di sample probabilmente tratti da vecchie incisioni funk/disco. L’effetto ricorda certi brani del tedesco Rok usciti nello stesso periodo, in cui vengono acrobaticamente sintetizzati anni Settanta, Ottanta e Novanta in un blocco irresistibile.

4) Marco Bailey – Sweetbox
“Sweetbox” è uno dei primi brani techno prodotti da Bailey dopo anni dediti a trance ed hardtrance destinate ad etichette come Dance Opera e Bonzai Records. L’Original Mix è trainata da un groove incalzante che marcia a 140 BPM, il remix di Silver & Kash, più lento ed ipnotico, è puntellato da un breve messaggio vocale. Il brano viene pubblicato anche in Italia dalla Bonzai Records Italy del gruppo Arsenic Sound che sul lato b inserisce l’ammaliante “Spacecake”, sia nella versione originale che nel remix di Mark Broom.

5) Steve Stoll – El Dopa
Così come scrive Christian Zingales in “Techno” (Tuttle Edizioni, 2011), “Steve Stoll è l’uomo che prende l’intelaiatura della techno newyorkese e la porta verso livelli di perfezione formale. Se Beltram è l’architetto che forgia il vero imprinting di quel suono urbano e brutale lavorando sempre sul filo di un’istintività felina e rapace, Stoll aggiunge al mix un ordine di tipo razionalistico e shakera con un approccio nervoso, tipicamente newyorkese, mettendo a fuoco geometrie techno che sono vera magnificazione di un’etica elettronica”. Il primo a credere in lui è Richie Hawtin che nel 1992 stampa su Probe Records un suo 12″ firmato come Datacloud, solo uno dei tanti pseudonimi che adotterà nel corso della carriera per non inflazionare il proprio nome orgogliosamente ancorato a radici underground. Nel ’94 fonda la Proper N.Y.C. su cui appare “El Dopa”, gioco di incastri tra suoni di estrazione ambient e loop ritmici sorretti da una sottile membrana tribaleggiante. Simile la costruzione delle restanti tre tracce da cui emerge bene il gorgoglio dei synth di “Disconnect”.

6) Carl Cox – The Latin Theme
Tratto dall’album “Phuture 2000”, “The Latin Theme” tira dentro, tenendo fede al titolo, un campionario di suoni latini. Il retrogusto caraibico fa da cornice ad un brano in cui la techno sfuma nella house e viceversa, sino a lasciar emergere del tutto il “caribe vibe” nella parte conclusiva. Qualche tempo dopo il pezzo rivive per mano di tre remix realizzati da Dave Angel, Graham Gold e dal nostro Claudio Coccoluto che di quella “latin invasion” ne fu artefice o comunque un determinante istigatore, se si pensa alla sua “Belo Horizonti” del ’97 (di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui) a cui seguitò un indefinito numero di cloni.

7) E.B.E. – Square Two
Erroneamente riportato nella chart come BBE, E.B.E. è la sigla dietro cui opera Lucas Rodenbush, dalla California, che si definisce un compositore elettroacustico. Fortemente attratto dalle potenzialità scaturite dall’incontro tra strumenti tradizionali e segnali elettrici, intaglia un suono che calibra house e techno, confermato in questo secondo atto del quartetto “Square”, iniziato nel 1997 e conclusosi nel 2000. Ad ascoltare “Wishful”, uno dei quattro brani incisi sul 12″, pare non siano affatto trascorsi venti anni: era il suono di quel decennio ad essere troppo “avanti” oppure è quello odierno ad essersi impantanato nel passato?

8) Ronaldo’s Revenge – Mas Que Mancada
A produrre questo pezzo sono gli infaticabili Jon Pearn e Michael Gray, meglio noti come Full Intention ma attivi con una moltitudine di alias tra cui si ricordano Disco-Tex, Greed, Hustlers Convention e Sex-O-Sonique. “Mas Que Mancada” è l’unico che firmano come Ronaldo’s Revenge, nomignolo beffeggiatorio probabilmente scelto per ironizzare sulla sconfitta del Brasile ai Mondiali di Calcio ’98, occasione in cui Ronaldo, si narra, rischiò di morire a causa di alcuni farmaci che gli furono somministrati per un problema cardiaco giusto poche ore prima della finale. La rivincita de “Il Fenomeno” dunque non si disputa su un campo di calcio ma, idealmente, in discoteca: il duo britannico sfodera un pezzo latin house (l’ennesimo, si veda quanto detto sopra per “The Latin Theme” di Cox), costruito su elementi classici per il genere in questione realizzati appositamente da vari musicisti ed arrangiatori. Il titolo allude al classico brasiliano “Mas Que Nada” reso celebre da Sérgio Mendes, da cui peraltro è tratto qualche elemento vocale. La versione principale è la Full Intention’s Revenge Mix ma la AM:PM pubblica anche il remix di Albert Cabrera, non dissimile dalle basi iniziali, e quello di Terry Lee Brown Jr. che invece punta più alla tech house.

9) Eric Powell – Reach And Hugg
Il pezzo in questione è una specie di rifacimento di un brano che Powell realizza col socio Eric Gooden nel 1990, “Reach Out” di Sweet Mercy Featuring Rowetta. Allora viene pubblicato sulla Blip Music, dalle cui ceneri i due creano nel ’93 la più nota Bush, ancora in attività. A curare il riadattamento sono Langston Hugg, Commander Tom ed Olav Basoski, ma la versione che gira di più è quella di quest’ultimo, che strizza l’occhio alla hard house che ai tempi si balla al Trade di Londra. Cox, come giustamente riportato nella chart, possiede un white label visto che il 12″ viene pubblicato ufficialmente solo nei primi mesi del 1999. Nel 2008 escono ulteriori remix.

10) Phil Perry & Stacey Tough – Life Music
“Life Music” viene selezionato da Cox per la compilation mixata “Non Stop 98/01” destinata alla FFRR. Autori del pezzo di matrice house sono due DJ londinesi, Phil Perry, resident al Full Circle, e Stacey Tough, che oltre a mixare fa la speaker in una radio pirata, Fantasy FM. A pubblicarlo su vinile ci pensa la Low Pressings ma per l’occasione gli autori preferiscono utilizzare uno pseudonimo, Autonomous Soul.

(Giosuè Impellizzeri)

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Fly racconta la storia della sua label, la Bonzai Records

FlyIl belga Christian Pieters, noto come Fly, inizia a fare il DJ negli anni Ottanta. Nel 1990 apre un negozio di dischi a Deurne, alle porte di Anversa, che in breve diventa un punto di ritrovo per numerosi DJ e compositori. È proprio la loro presenza a suggerirgli l’idea di creare una etichetta discografica, la Bonzai Records, destinata a diventare un faro per un’intera generazione che ama techno ed hard trance nella rave age. Un vero fiume in piena, Bonzai fa breccia con la musica di artisti come Jones & Stephenson, Yves Deruyter, Cherry Moon Trax, DJ Looney Tune, Marco Bailey, Gary D., Quadran e Dirk Dierickx. Nel 1995 accoglie anche degli italiani, gli Shadow Dancers ossia Zenith e Biagio Lana alias Baby B (di cui abbiamo parlato qui) con la loro “Silicium Head”, a cui seguono, su Bonzai Trance Progressive, Mr. Bruno Togni e Giorgio Prezioso rispettivamente con “After Hour” e “Raise Your Power”. Fly, dal canto suo, continua il percorso da DJ prendendo parte a prestigiosi festival come MayDay, Love Parade, Street Parade, Future Shock, Mysteryland, Dance Valley e Tribal Gathering, oltre a toccare le consolle di circa 500 club, tra cui l’E-Werk di Berlino, il Technoclub di Francoforte e il Cocoricò di Riccione.

Come scopristi la musica elettronica e il mondo dei DJ?
Quando avevo circa dieci anni mi divertivo a registrare canzoni dalla radio e cercavo di abbinarle in una sorta di sequenza da me ideata. Credo che la musica si sia evoluta dentro me in modo del tutto naturale. Ricordo bene quando i miei genitori mi comprarono un mixer e due giradischi come regalo per il compleanno. I piatti però non erano dotati di pitch e questo limite mi costrinse, per un po’ di tempo, ad ingegnarmi particolarmente per passare da un brano all’altro. Intorno ai sedici anni iniziai a lavorare in una discoteca come cameriere e barista. La mia occasione giunse quando una sera, al La Scala di Blankenberge, il DJ resident non si presentò ed io fui interpellato per sostituirlo. Da quel momento cominciò tutto.

Come ricordi il periodo della musica new beat?
Ero ancora un ragazzino e disertavo spesso la scuola per trascorrere la maggior parte delle mattinate nei negozi di dischi di Anversa, tentando di individuare i brani che il DJ aveva suonato durante il weekend precedente. Ai tempi praticamente tutto era new beat e molti DJ di Anversa divennero veri e propri trendsetter perché suonavano brani a velocità differenti o col pitch aumentato o diminuito al massimo. Fu un periodo molto intrigante. Nel tempo sono riuscito ad entrare in contatto con molti pionieri di quell’epoca tra cui Marc Grouls e il compianto Dirk T’Seyen alias DJ TeeCee. Senza dubbio la musica new beat rappresentò la base della dance elettronica nell’Europa occidentale.

Bonzai Records nasce nel 1992: come iniziò quella straordinaria avventura?
Nel 1990 apro un negozio di dischi specializzato per DJ, il Blitz, frequentato da Yves Deruyter, CJ Bolland, Franky Jones, Bountyhunter, DJ Ghost e molti altri. Confrontarmi quotidianamente con loro mi fece venire l’idea di allestire un piccolo studio di registrazione nel retro dello stesso negozio. Il nome Bonzai fu partorito dalla mia immaginazione e fantasia e poi, con l’aiuto di un amico grafico professionista, Alec, misi a punto il logo.

Il piccolo studio nel retrobottega di cui parli era forse il The Cockpit?
Si, esattamente, quello fu il primo studio realizzato nel retro del negozio. Circa un anno più tardi approntammo un secondo studio, il The Basement, che come si può facilmente immaginare dal nome era in un seminterrato, per poi passare, dopo un altro anno ancora, al The Vault, allestito in un enorme caveau lasciato in disuso da una banca che si era trasferita altrove. Col passar del tempo prendemmo in fitto un intero stabile per collocare gli uffici, gli studi e il negozio di dischi. Sembrava un alveare, ogni stanza era riservata ad un uso specifico. Destinavamo un budget annuale allo studio, pertanto implementavamo con frequenza il parco strumenti con le novità che il mercato metteva a disposizione. Non mancavano le classiche Roland (le varie TR e la TB-303, gli Jupiter, i JP), poi i Korg analogici, i Nord Lead, gli E-Mu, gli Oberheim … oltre ad un immenso banco mixer Allen & Heath e molto altro. Alcuni dei giovani artisti oggi attivi su Bonzai adoperano esattamente quegli strumenti recuperati dal nostro deposito.

Quanto era complicato avviare una casa discografica nei primi anni Novanta?
Quando partì Bonzai non sapevo assolutamente nulla su come gestire una label. Ero circondato da ragazzi che componevano musica e così iniziai a scavare nella materia, in modo del tutto autonomo ed intuitivo. Sono da sempre un tipo pragmatico, quindi iniziai cercando subito di individuare le cose essenziali per quell’attività. Il successo invece è una cosa completamente differente e che dipende da svariati fattori, ma spesso capita di vederselo arrivare all’improvviso, senza alcuna pianificazione, proprio come avvenne a me. Trovarsi al posto giusto e nel momento giusto fa tanto. In tutta sincerità, non avevo mai pensato che Bonzai Records potesse diventare così grande in breve tempo: dopo aver stampato i primi cinque dischi abbiamo avuto talmente tante richieste da creare un flusso ininterrotto di pubblicazioni andato avanti per circa dieci anni.

Ricordi quante copie stampavi per ogni uscita?
Per i primi due dischi, “E-Mission” di Stockhousen e “Black Hole” di Earth Odyssee, ci limitammo alle 1000 copie, ma per i successivi tre, “Bountyhunter” di DJ Bountyhunter, “… Animals” di Yves Deruyter e “Reality” di Phrenetic System, capimmo che le 1000 non sarebbero più state assolutamente sufficienti. Con dischi tipo “The First Rebirth” di Jones & Stephenson, del 1993, arrivammo a stamparne dalle 30.000 alle 40.000 copie. Purtroppo sono trascorsi molti anni e non posso essere più preciso e dettagliato. Abbiamo toccato soglie ancor più ragguardevoli tanto che, dal 1995 in poi circa, cominciammo a pubblicare sia su 12″ che su CD singolo. Erano tempi propizi per la discografia. Importanti risultati giungevano pure da quei brani inseriti nelle compilation. Alcuni pezzi del nostro repertorio contavano presenze in oltre 500 raccolte! Letteralmente incredibile se pensiamo allo stato attuale del mercato discografico.

Quando la Bonzai Records toccò l’apice della popolarità?
Credo ci sia stato più di un momento clou. Il primo risale al periodo di inizio attività, tra 1993 e 1994, quando pubblicavamo prevalentemente hard dance. Poi un nuovo picco si registrò nel 1995, con la nascita della Bonzai Trance Progressive e il successo internazionale dei Quadran. Ritengo che tale exploit dipendesse sia dal nostro modo di gestire l’etichetta, sia dalla presenza fissa dei nostri artisti come headliner nei top rave e party. Esisteva uno scambio promozionale vicendevole tra la label e i DJ che ne facevano parte. Da non sottovalutare fu anche il lavoro svolto dai nostri affiliati in Inghilterra, Germania, Italia, Spagna, Francia, Israele, Giappone e Stati Uniti che si occupavano di promuovere e vendere i nostri prodotti nei rispettivi territori. Ai tempi il prodotto fisico (disco, CD) era ancora necessario, oggi invece, nel mondo digitale, si è configurato un modello di business completamente differente.

Che tipo di marketing adoperavate?
La strategia primaria era cercare validi partner in tutti i territori di fondamentale importanza, assicurandoci così che il team Bonzai potesse prendere parte agli eventi internazionali più rilevanti. Ovviamente pensammo anche al merchandising, vitale per promuovere il brand. Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui ci consegnarono, per la prima volta, le t-shirt della Bonzai: era un sabato mattina e il fattorino lasciò le scatole con la merce nel negozio di dischi. In circa due ore vendemmo oltre 200 magliette! Realizzammo un vasto merchandising (t-shirt, felpe, cappelli, flight case, slipmat, adesivi) vendendo migliaia di oggetti. Per molti anni era praticamente impossibile andare in qualsiasi evento europeo senza vedere le magliette, cappelli o adesivi di Bonzai. Non c’è miglior promozione di ciò: la gente paga, comprando gadget col marchio, per promuovere il tuo brand. Mi rammarica quindi non aver avuto la possibilità di vendere il nostro merchandising online negli anni Novanta.

Per alcuni brani del catalogo Bonzai furono realizzati dei video, come tu stesso annunci in questa clip del 1996. Il video era parte integrante del marketing?
Si, assolutamente. Girammo moltissimi video ma credo che la maggior parte di essi siano andati irrimediabilmente perduti. I “superstiti” sono quelli che si trovano su YouTube. Potevamo contare sul supporto di MTV, Viva, TMF (The Music Factory), televisioni locali e nazionali (ma solo durante le ore notturne), tutto ciò che oggi, purtroppo, non esiste più per la dance underground. Adesso è più facile realizzare un video ed ancor più semplice è renderlo accessibile grazie ad internet ma il costo per promuoverlo, spesso, supera quello della stessa realizzazione.

Quali sono i best seller del catalogo?
Alcuni dei nostri dischi hanno venduto circa 2 milioni di copie. Tra i top ci sono “Bonzai Channel One” di Thunderball, il citato “The First Rebirth” di Jones & Stephenson, “The House Of House” di Cherry Moon Trax, “Café Del Mar” di Energy 52, “Meet Her At The Love Parade” di Da Hool, “Universal Nation” di Push, “The Rebel” di Yves Deruyter, “Eternally” di Quadran (realizzata dal mio caro amico Philippe Van Mullem che purtroppo ci ha prematuramente lasciati l’anno scorso) ed altri ancora che ora dimentico.

Dopo alcune apparizioni su Steel Wheel, nel 1996 Bonzai Records (e le “sorelle” Bonzai Jumps, Bonzai Trance Progressive and XTC) sbarca in Italia grazie alla joint-venture con la bolognese Arsenic Sound. Come ricordi quella esperienza?
Così come tutte le nostre collaborazioni di allora, la ricordo molto positivamente. Non si trattò solo di partner aziendali ma di amici, e Paolino Nobile di Arsenic Sound, che gestì Bonzai in Italia, fu bravissimo, un vero professionista.

Conosci altro della scena italiana oltre ad Arsenic Sound?
Ho suonato diverse volte in Italia ma sfortunatamente la mia memoria vacilla e non ricordo i nomi. Sono stato più volte al Cocoricò di Riccione dove mi sono sempre divertito in compagnia di Cirillo.

Dopo circa un decennio di successo, a marzo del 2003 la Lightning Records, società che raggruppava tutte le etichette del circuito Bonzai (ma anche Camouflage, Green Martian, Tripomatic, Scanner, Zounds, XTC, Tranceportation ed altre ancora), fallisce. Cosa accadde?
Presentammo istanza di fallimento a causa del crollo verticale delle vendite. Nell’arco di pochi mesi infatti perdemmo ben il 75% degli introiti provenienti dal comparto compilation. Erano anni in cui il mercato si ritrovò intasato di prodotti che, per la diffusione della musica in formato digitale, non riuscivano più ad essere venduti. La massa scoprì il download illegale e solo in pochi erano disposti a pagare per il download ufficiale. La Lightning Records era una “macchina” di dimensioni colossali che vantava importanti investimenti, una sede tutta propria, uno staff numeroso ed un calendario fitto di impegni e costose campagne promozionali. Il mercato però si afflosciò inesorabilmente come un budino andato a male, e ciò avvenne in un lasso di tempo talmente breve da coglierci alla sprovvista. Ci ritrovammo quindi del tutto impreparati di fronte ad un cambiamento di tale portata. Un esempio? Stipulammo con una tv nazionale una importante campagna promozionale per una nuova compilation, spendendo anche un mucchio di soldi per avere una tracklist di tutto rispetto. Il CD si intitolava “Boom” e la copertina ritraeva un’esplosione ed una torre che crollava. In magazzino c’erano già circa 35.000 CD pronti per essere distribuiti ma proprio la settimana prima dell’uscita ci fu l’attacco alle Torri Gemelle a New York, quindi non potemmo più procedere, per ovvi motivi. Qualcuno avrebbe potuto (legittimamente) pensare che stessimo lucrando su quel terribile atto di terrorismo. Situazioni di tale genere portarono alla chiusura obbligata della Lightning Records. I liquidatori ci chiesero di provare a saldare i debiti per poter ottenere almeno i diritti della nostra musica, cosa che fortunatamente riuscimmo a fare. Tecnicamente quindi non siamo mai finiti in bancarotta ma chiudemmo battenti dopo aver pagato tutti i debiti.

Appena un paio di mesi più tardi nasce invece la Banshee Worx.
Inizialmente eravamo in quattro, io, Marnix B, Yves Deruyter ed Airwave, ma questi ultimi due hanno preferito cederci le proprie quote perché non era più un business che trovavano soddisfacente. Hanno voluto dedicarsi solo alla carriera artistica ma tra di noi non è cambiato nulla, abbiamo lavorato insieme per oltre venti anni. Qui potete trovare tutte le informazioni sul nostro mondo.

E il Blitz invece? Sino a quando rimane in attività?
A metà degli anni Novanta, con l’esplosione della Bonzai Records, tutti iniziarono a chiamarlo Bonzai Store anche se ufficialmente il nome non è mai cambiato sino al 2000, quando traslocammo in un altro edificio, ad Anversa. Il nuovo negozio, situato nel piano interrato di uno stabile, si chiamava Rebel Grooves ed era gestito da me ed Yves Deruyter. Al piano terra invece c’era Game Mania, curato dalla mia fidanzata e destinato ai videogiochi e i LAN party. Al primo piano c’erano cinque studi, una grande cucina ed una zona relax con televisione e PlayStation, al secondo piano infine gli uffici. C’era sempre un mucchio di gente, sia nel Rebel Grooves che nel Game Mania. I nostri negozi sono sempre stati più di semplici esercizi commerciali, erano veri punti di incontro dove le persone venivano non solo per acquistare ma pure per confrontarsi con gli altri, apprendere nuove nozioni, chiacchierare, incontrare artisti. Però tutto ciò è solo un vecchio ricordo, sono lontani i tempi in cui si poteva guadagnare vendendo dischi.

Banshee Worx rende possibile la rinascita della Bonzai, sotto vari nomi ed abbracciando molte più sfumature stilistiche rispetto al passato, includendo tech house e progressive house. Quanto è cambiata la gestione di una casa discografica rispetto agli anni Novanta?
La vita di un label manager oggi si svolge quasi interamente davanti ad un computer. Per quanto mi riguarda, negli anni Novanta mi muovevo parecchio: mi recavo nello studio per i mastering, facevo una visita regolare in stamperia vinili, andavo periodicamente a pagare il grafico delle copertine, controllavo regolarmente il magazzino, frequentavo i negozi di dischi per ascoltare il nuovo materiale in circolazione… adesso invece difficilmente mi muovo dal mio ufficio. Internet però ha molti pro: ora praticamente tutti siamo rintracciabili, e per i produttori è un sollievo. Anche chi abita in zone più remote del pianeta può recapitare un demo in pochi istanti a qualsiasi etichetta del mondo e persino parlare in chat per prendere accordi col label manager dieci minuti più tardi. Però chi oggi decide di avviare un’etichetta discografica lo deve fare primariamente per passione. Guadagnare facilmente e rapidamente soldi con la musica ormai è solo un’illusione.

(Giosuè Impellizzeri)

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