Tiger & Woods – A.O.D. (Running Back)

Tiger & Woods - A.O.D.Il fil rouge dell’avventura ormai decennale di Tiger & Woods è senza dubbio l’ironia. Iniziano nel 2009, con un nome che rimanda parodisticamente al celeberrimo golfista statunitense, attraverso una serie di EP white label su Editainment, etichetta fittizia su cui appaiono anche altri arcani artisti sotto spassose sembianze (Cleo & Patra, Pop & Eye, River & Phoenix, Det & Ari, Boe & Zak, Shangri & La) a rimarcare ancora la voglia di non prendersi troppo sul serio contrastando la mania di protagonismo innescata da lì a breve dai social network. Già perché di Tiger & Woods, per un bel po’, si è saputo davvero poco e nulla, seppur entrambi avessero maturato anni di esperienza, mai usati come grimaldello per aprire nuove porte. Un sodalizio con cui Marco Passarani e Valerio Del Prete sono ripartiti da zero assumendo una nuova identità. «Tutto nacque a Barcellona, insieme a Gerd Janson, prendendoci amichevolmente gioco di un’etichetta di New York, la Golf Channel Recordings, della quale non riuscivamo a trovare un disco fondamentale, “R+B Drunkie” di Mark E» raccontano oggi. Insomma, niente di pianificato a tavolino e precostruito, in netta antitesi con quanto ora avviene troppo spesso nel mondo discografico, dove di spontaneo pare non essere rimasto praticamente nulla.

Tiger & Woods dimostrano presto di essere degli assi nel sampling creativo e di saper far rivivere musica dispersa nei meandri della memoria, condendo il tutto con l’immancabile dose di humor. Con questi presupposti edificano il terzo album, “A.O.D.”, parodia dell’AOR – Adult Oriented Radio / Adult Oriented Rock, che questa volta è un acronimo vero e non apparente come il “W.O.W.” di Passarani (di cui abbiamo parlato qui). Il divertissement fonetico vuole quindi veicolare un preciso messaggio? «Già da un po’ di tempo stavamo cercando nuove soluzioni per celebrare, ma soprattutto rinnovare, la formula che ci ha accompagnato per i dieci anni del progetto Tiger & Woods» spiegano. «Nonostante viviamo poco di ricordi e vediamo sempre la contemporaneità delle cose, ci siamo accorti che nell’arco di questo decennio è successo davvero di tutto, ed alcuni dei giovanissimi che ci seguivano nel 2009 sono diventati adulti. Senza soffermarci sulle nostre esperienze ed età (facciamo sempre finta di essere adolescenti!), intendevamo rappresentare la lunga militanza con un disco speciale godibile anche per questi “nuovi adulti”, magari in forma diversa rispetto a quella legata al clubbing più tradizionale. Eravamo alla costante ricerca di nuove soluzioni, e quale migliore occasione se non quella di incidere un disco differente, che mettesse in risalto la parte più emozionale del nostro messaggio? In una scena che ormai si ciba di novità all’esasperazione e in cui qualcosa di sei mesi fa viene vissuta come se fosse accaduta sei anni prima, abbiamo cercato di creare un contenuto più profondo e maggiormente legato alla “maturità” ed alla stabilità. Ciò equivale ad un suono più “adulto” e disconnesso dall’isteria del nuovo a tutti costi. Così come la definizione AOR indicava una scelta diversa dalla musica programmata nelle radio convenzionali americane che imponevano certi standard stilistici e di durata, la trovata A.O.D., ovvero Adult Oriented Dance, vuole porsi come acronimo per simboleggiare un atteggiamento diverso, legato più all’intensità del messaggio e meno alla funzionalità del suono».

primi due album T&W

Le copertine dei precedenti album di Tiger & Woods, “Through The Green” (2011) e “On The Green Again” ( 2016)

Alla luce di questi concetti pare chiaro che tra “A.O.D.” e i precedenti due album, “Through The Green” (del 2011) e “On The Green Again” (del 2016), annodati uno all’altro dal titolo che rimanda al mondo golfistico, corrano sostanziali differenze. «Entrambi erano frutto di collezioni di brani, legati ancora all’immaginario divertente e giocoso creato intorno al mondo del golf» proseguono Passarani e Del Prete. «Di sicuro non si trattava di album veri e propri ma di raccolte di lavori di studio legati alle performance live. “A.O.D.” invece è il nostro primo vero album, un disco nato con un’idea facilmente leggibile attraverso tutte le tracce, il cui filo conduttore emozionale è lo stesso in ogni brano. Un viaggio attraverso memorie vissute (e non) di un percorso alla ricerca di un mega club che esiste (o forse no?) in un contesto totalmente italiano di provincia. Campagna, mare e montagna, sempre per trovare un mega edificio dove ballare». “A.O.D.” rivela inequivocabili richiami e rimandi al colorato mondo degli anni Ottanta, periodo seminale per il clubbing odierno e per la stessa dance elettronica. Dal synth pop cinematografico in stile Jan Hammer ed Harold Faltermeyer (“Kelly McGillis”, che prende il nome dall’attrice che affianca Tom Cruise in “Top Gun”) ad impronte italo disco (“1:00 AM”, “Salsaro Ete”) ulteriormente evidenziate in “The Bad Boys” con un sample quasi irriconoscibile preso da “When I Let You Down” di M&G. Uno scenario balearico si delina in “A Lovely Change” ad introduzione della parentesi slow motion con “Night Quake” e “Warning Fails”, il primo in chiave synthwave, il secondo una sorta di Carpenter sorridente, meno severo ed arcigno. Pelle d’oca poi quando suona “Forever Summer”, ma il titolo potrebbe essere fuorviante. Non aspettatevi una canzone da juke box in spiaggia bensì retrowave intrecciato al funk elettronico, con striature melodiche fascinosamente oniriche.

«L’intero disco è stato sviluppato in due posti diversi. La prima parte, ovvero la scrittura degli sketch di base, è avvenuta molto velocemente nel nostro studio. Abbiamo cercato di scrivere quante più idee nel più breve tempo possibile per assicurarci di avere un tessuto sonoro molto simile in tutto l’album. La seconda parte invece, quella dello sviluppo ed arrangiamento, l’abbiamo fatta nelle Marche in una fantastica villa di una nostra parente, nel bel mezzo della campagna maceratese, nel silenzio più assoluto, lavorando diciotto ore al dì per circa dieci giorni. Poi abbiamo ultimato missaggi e dettagli nel nostro studio, nuovamente a Roma. Oltre al solito Ableton che ci accompagna sempre insieme ai plugin della u-he, un ruolo importante in “A.O.D.” lo ha ricoperto il Novation Peak. Probabilmente a restare escluse dal disco sono state appena un paio di idee che potrebbero comunque tornarci utili per il live. Gerd Janson della Running Back, che pubblica il disco, è stato sempre dalla nostra parte. Gli avevamo anticipato che avremmo voluto fare un album diverso dai precedenti ed è stato molto contento del risultato ottenuto».

“A.O.D.” è, come detto prima, permeato di una atmosfera retrò, riscontrabile in più punti. L’info sheet attesta che sia pieno di citazioni tratte dal catalogo Full Time/Goody Music, e questa non è certamente una sorpresa visto che Tiger & Woods sono legati a doppio filo con suoni e soluzioni ritmico, melodiche ed armoniche desunte dal passato (e il remix di “Get Closer” di Valerie Dore, del 2017, ne è ulteriore conferma). «Ci è sempre piaciuto lavorare con matrici sonore appartenenti alle nostre radici» dicono a tal proposito. «In virtù di ciò però, purtroppo, siamo caduti spesso in un fastidioso malinteso che porta a limitare la nostra attività al solo edit di brani del passato. Stavolta quindi ci siamo andati giù pesante, pescando sette brani di un collettivo che amiamo e che fa parte della nostra identità territoriale, per poi decontestualizzarli del tutto all’interno del viaggio sonoro completamente diverso ed estremamente sintetico. Cosa potevamo fare per campionare qualcosa di vecchio ma evitare di finire nei crate delle edits? Abbiamo smontato la sorgente ancora più di prima, rallentandola di 15 BPM e mettendoci sopra una vagonata di romanticismo melodico sintetico. Il nostro rapporto con l’italo disco? I musicisti dance nostrani del passato sono stati contemporaneamente geniali e naïf, innovativi e conservatori, stilosi e grossolani. Insomma, quel fantastico contrasto italiano che descrive la nostra storia, non solo musicale. Più ascoltiamo quei dischi e più sentiamo la responsabilità di rappresentare questa arte nel miglior modo possibile».

Marabù, 1978 ed oggi

Immagini a confronto: in alto il Marabù nel 1978, in basso una recente foto che mostra le condizioni di totale abbandono in cui la discoteca versa da anni

Oltre al suono, anche la copertina di “A.O.D.” rimanda ad un periodo storico ben preciso. La foto mostra infatti uno scorcio del Marabù, la megadiscoteca di Cella, in provincia di Reggio Emilia, di cui restano solo le rovine (come si può vedere in tanti video online, come questo, questo o questo), analogamente a moltissimi altri locali italiani in auge tra anni Settanta, Ottanta e Novanta. Un’immagine commemorativa che intende ricordare un passato ormai dissoltosi? «La fotografia in questione fu scattata da Antonio La Grotta e pubblicata nel suo libro “Paradise Discotheque”. L’abbiamo utilizzata col suo permesso per rappresentare, simbolicamente, la memoria di quel mondo di club enormi ed autoritari che imperavano durante la nostra adolescenza. Un mondo fatto di megalocali nascosti nella campagna, in attività quando anche il solo viaggio per raggiungerli diventava un’esperienza vera e propria ed un rituale quasi religioso. La foto del Marabù e del suo interno allo stato attuale ci ha colpiti particolarmente e crediamo sia un’ottima rappresentazione di tale ricordo e memoria. Quelle macerie nascondono segreti, storie, sorrisi, pianti, battaglie, balli, sogni e delusioni. Troppa roba per essere abbandonata così e non raccontata».

Un disco evocativo dunque, sia nei suoni che nelle immagini, quello edificato da Passarani e Del Prete, seriamente intenzionati a fondere passato e presente ma senza eccedere in malinconia e nostalgia per tempi e cose che, per ovvie ragioni, non esistono più. La contemporaneità va vissuta e, è bene rimarcarlo, può riservare anche emozioni elettrizzanti. «Di momenti fantastici ne abbiamo vissuti tantissimi nel decennio di Tiger & Woods, su tutti l’aver messo i dischi alla festa privata degli All Blacks, in Nuova Zelanda, la sera dopo la vittoria della coppa del mondo di rugby. Bere birra dalla Rugby World Cup insieme a Dan Carter, che cercava di metterci al suolo in tutti i modi e che fino a due ore prima non sapevamo neanche chi fosse, è stato uno dei picchi assoluti della nostra carriera di … golfisti. Per il 2019 abbiamo pianificato moltissimi progetti e diversi dischi solisti. Con Tiger & Woods, dopo l’uscita dell’album prevista per il prossimo 12 aprile, ripartiremo con il live show che diventerà nuovamente la performance principale del nostro duo». (Giosuè Impellizzeri)

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Marco Passarani – W.O.W. (Offen Music)

Marco Passarani - W.O.W.Nonostante sia stato tra i primi italiani a creare connessioni con Detroit (il suo 12″ di debutto, “Roma Meets Detroit” realizzato con Matteo Monteduro, esce nel ’93 proprio su una etichetta della motor city, la Generator di Alan Oldham), il nome di Marco Passarani è rimasto per anni fuori dall’orbita di molti media nostrani che hanno maldestramente e senza consapevolezza tentato di cavalcare il fenomeno techno. Sostenitore in tempi non sospetti (anche con la distribuzione Final Frontier gestita insieme all’amico Andrea Benedetti) di artisti ed etichette diventati fari di integrità stilistica ma allora supportati nel nostro Paese da poche decine di eletti, il DJ capitolino si è meritatamente costruito una solida carriera internazionale dimostrando di essere versatile al punto da poter spaziare, con dimestichezza e padronanza, dalla techno all’IDM rephlexiana passando per l’electro e rivisitazioni house/disco.

Gli ultimi anni lo vedono attivissimo in Tiger & Woods, insieme a Valerio ‘Delphi’ Del Prete, ma un album a suo nome non lo si ascolta sin dai tempi di “Sullen Look” (Peacefrog Records, 2005). Una scelta piuttosto strana considerando che l’uso di nomi fantasiosi si sia intensificato proprio quando il DJing è esploso a livello mediatico. «La decisione di creare un alias con Valerio è nata per gioco, avevamo due tracce con dei campioni destinate ad un disco one-off e poiché c’erano un paio di sample non “puliti”, ci serviva un nome per marchiare quel bootleg ma non avevamo affatto intenzione di aprire un capitolo vero e proprio legato a quel progetto» rivela oggi Passarani. «Da lì a poco però le cose cambiarono e si presentò l’occasione di incidere un nuovo disco senza essere pirati del campionamento. Iniziammo a divertirci da morire, perché non insistere come Tiger & Woods? Il resto, come si suol dire, è storia. Per quanto riguarda i miei lavori in solitaria, è vero che non incido album dal 2005 ma è altrettanto vero che accenni del mio ritorno c’erano già stati con una manciata di 12″ su Numbers. e Cin Cin (e, ancor prima, su Running Back e Desolat, nda).

Sullen Look

La copertina di “Sullen Look”, l’album di Marco Passarani uscito nel 2005 su Peacefrog Records

È stato difficile gestire la quantità di lavoro che Tiger & Woods ha generato, specialmente a causa del costante tour che ci ha allontanato fin troppo dallo studio. Inoltre da quasi quattro anni abbiamo lasciato la nostra storica postazione al Pigneto e ciò non ha affatto semplificato la produzione. Solo adesso posso dire di aver finalmente messo le radici nella nuova location riuscendo ad essere più produttivo su progetti paralleli. Fino a poco tempo fa il multitasking non è stata un’opzione insomma. Il futuro quindi vedrà non solo tante cose nuove a mio nome ma altrettante in coppia con Valerio per Tiger & Woods, sino a numerosi progetti pronti a partire sui quali non ci sarà né la firma di Passarani, né quella di Tiger. Il flusso sarà costante su livelli multipli».

Il nuovo album di Passarani, in uscita a breve sulla tedesca Offen Music di Vladimir Ivkovic, è un itinerario multiverso che depone a favore della sua spiccata versatilità mai sbiadita nel corso del tempo. Si transita dall’electro su canovacci ambientali (“Cold Rain”) a ruderie chicagoane 2.0 (“Get Down”), da vigorosi beat sospinti da profondi sub-bass (“Minerals”) al patchwork tra luci ed ombre (“Cydonia Rocks”). Altri passaggi meritano di essere presi in considerazione: in “Drumy Dream” rigagnoli aciduli si intersecano a paradisiaci pad e a successioni melodiche che paiono sottili rimandi a “Clear” dei Cybotron, “Talk To Me” riporta nuovamente ai suoni delle scatole argentate della Roland con pattern che sfilano veloci insieme ad un arpeggio ed una linea assassina di bassline che si gonfia lungo la stesura, “Innowave” è un crescendo in botta italodisco che sembra provenire dal catalogo Pigna dei primi anni Duemila, “Strings Fair” è house scandita da lead romantici ed un basso che canta. Insomma, un Passarani policromo che fa la summa delle sue molteplici avventure soniche vissute in venticinque anni e che prende le giuste distanze da chi oggi riempie i dischi con brani che si differenziano l’uno dall’altro solo per i titoli.

«Il processo creativo dietro “W.O.W.” è stato estremamente naturale» spiega l’artista. «Dopo tanti anni trovo difficoltà a non mischiare ciò che ho vissuto da quando ho iniziato, e questo accade anche nei miei DJ set. La monotematicità non mi appartiene, anzi mi annoia. Questo disco è la prova tangibile di cosa succede quando mi lascio andare, mischio tutto, ma non era mia intenzione rappresentare un punto celebrativo. “W.O.W.” è solamente un modo bello per ricominciare a parlare anche altri linguaggi che con Tiger & Woods non potevo più esprimere vista la diversa natura del concept, anche se i pezzi di futura pubblicazione saranno radicalmente diversi. “W.O.W.” inoltre è nato in un periodo particolare. A novembre 2017 io e Valerio ci siamo chiusi in studio ma per la prima volta abbiamo deciso spontaneamente di creare un nuovo spazio per suonare in contemporanea, senza dover più fare i turni. Così abbiamo invaso il salottino, solitamente destinato a lavori burocratici o a divertenti sessioni di Playstation. Con la creazione di quel nuovo angolo ho fatto una sorta di esercizio di “stress test”, cercando di scrivere quante più cose possibili con un numero limitato di macchine. Nell’arco di poco tempo mi sono ritrovato con più di cinquanta sketch che attraversavano praticamente tutti gli stili di musica che mi piacciono. Una sorta di riassunto del “dove eravamo rimasti?” prima di iniziare l’avventura di Tiger & Woods. Per quanto riguarda gli strumenti adoperati, c’è parecchio Novation Peak e molti plugin come il gratuito PG8X, OP-X e U-he Repro-5, oltre all’eeprom reader Vlinn Pro, a mio parere la migliore emulazione virtuale della storica Linn LM-1. Parte dell’esercizio era utilizzare solamente Push 2 come piattaforma di scrittura, con monitor del computer spento. La ragione del titolo? Ogni volta che finisco dei brani, Vladimir Ivkovic è sempre tra le prime persone a ricevere degli sketches ma questa volta non mi sono limitato a mandargli un pezzo o due ma almeno una trentina. Nell’arco di mezzora mi ha risposto che bisognava fare subito un album con quelle cose. Ed io, a quel punto, gli ho scritto “wow!”».

Tiger & Woods (Tokyo, 2016)

Tiger & Woods (Valerio “Delphi” del Prete e Marco Passarani) in una foto scattata a Tokyo nel 2016

Come anticipato, il disco uscirà su una label tedesca ma sarebbe bello ipotizzare un ritorno del gruppo Final Frontier che all’interno abbracciava etichette come Balance (di cui abbiamo parlato qui), Nature Records, Plasmek e la citata Pigna. A tal proposito Passarani è categorico: «Non ho mai pensato di “resuscitare” Final Frontier, quello ormai è un capitolo chiuso. Inoltre sono successe delle cose, legate proprio al racconto di quei giorni, che mi hanno ferito profondamente, forse dovute alla mia decisione di sparire dal mondo della comunicazione più tradizionale nascondendomi dietro il nuovo alias. Di questi tempi se non comunichi bene vieni distrutto dalla quantità di informazioni fuori controllo diffuse ad arte attraverso i social network, i blog ed internet in generale. È un gioco che non mi piace ma a cui provo a partecipare ogni tanto e goffamente, perché sono cosciente della sua necessità. Idealmente vorrei lasciare il capitolo Final Frontier alla riscoperta spontanea da parte degli ascoltatori più giovani».

La curiosità per ciò che avverrà nel 2019 iniziato da pochissimi giorni è tanta, e Passarani promette parecchie cose: «Il nuovo anno vedrà la nascita di una nuova etichetta che debutterà a breve con due dischi. Ho già pronto un altro album che uscirà su una label nordeuropea con versioni rimasterizzate dei lavori che firmai come Analog Fingerprints. Poi sto lavorando ad un remix di un progetto di una produttrice di Montreal a me molto cara, ma ne parlerò nel dettaglio quando l’uscita sarà più vicina. A tutto questo si aggiungerà ovviamente Tiger & Woods: abbiamo già l’arsenale pronto in occasione del decennale, l’appuntamento è fissato per marzo». (Giosuè Impellizzeri)

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MAT101 – Goodbye Mum! (Balance)

MAT101 - Goodbye Mum!Roma, negli anni Novanta, è stata un crocevia per la musica elettronica, soprattutto quella dai tagli più avanguardistici. Il periodo dorato dei rave di inizio decennio (leggi la recensione di Automatic Sound Unlimited con contributi di Max Durante) dà le giuste spinte per generare un fitto reticolo di realtà discografiche che rivelano grande intraprendenza e voglia di rompere gli stereotipi. I DJ/produttori della capitale hanno le idee chiare e materializzano le propensioni al nuovo attraverso numerose pubblicazioni (Sounds Never Seen, Plasmek, Mystic Records, Sysmo, X-Forces, Elex Records, Habitat, Eclectic, la più popolare ACV con le sublabel Hot Trax o Out Of Orbit, giusto per citarne alcune), snobbate dai circuiti generalisti ma meritevoli di essere ricordate per aver raggiunto particolari obiettivi.

In questo contesto si inseriscono i MAT101 (Mario Pierro, Francesco De Bellis ed Emiliano Tortora) che debuttano discograficamente nel 1997 con “eNiAc”, un EP dichiaratamente electro. «Circa un anno prima incontrai Emiliano in università e scoprendo il comune interesse per la musica elettronica decidemmo di vederci per suonare a casa sua, a Roma, usando la sua collezione di sintetizzatori vintage, il mio campionatore Akai ed un computer. Proprio durante queste session conobbi Francesco De Bellis e, attraverso lui, Marco Passarani a cui portò le registrazioni fatte a casa di Emiliano». A raccontare è Mario Pierro, che prosegue: «Dopo diversi rifiuti, la prima traccia ad essere pubblicata fu “Entereg”, racchiusa nella compilation “The Dark Side Of The Sword” sulla Plasmek di Andrea Benedetti. Ai tempi Andrea lavorava con Marco nella distribuzione discografica Finalfrontier, e fu proprio Marco a decidere di pubblicare il nostro EP su Nature, “eNiAc”. Scegliemmo di chiamarci MAT101 in modo abbastanza casuale e senza alcun particolare significato, se non un vago riferimento al Roland SH-101 che usavamo parecchio. Solo in seguito scoprii che MAT101 è il codice internazionale dell’esame di analisi matematica, corso grazie al quale incontrai Emiliano».

La passione dei tre romani per un certo tipo di suono è autentica, viscerale e mai dettata da velleità commerciali, e ciò spiega il motivo per cui la loro attività discografica prosegua in modo piuttosto discontinuo. Nel 1999, anticipato dal singolo “Goblin 101”, esce l’album “Goodbye Mum!”, ancora saldamente ancorato all’electro (si sentano brani come “Danni Morali E Fisici”, “Level One” e “Crash Hero”) a cui ora si aggiungono melodie chiptune (“Arcade”, “Zilof”) ed ambientazioni new wave (“Mennen”). «Dopo aver inciso “eNiAc” cominciammo ad usare in maniera stabile il mio “bedroom studio” allestito a casa dei miei genitori. Ci vedevamo un paio di volte alla settimana ed Emiliano portò parecchie delle sue macchine (tra le tante Korg MS-20, Roland TR-808 e Roland MC-202). Vivendo letteralmente nello studio avevo parecchio tempo a disposizione per poter sistemare il materiale registrato ma continuavo comunque a suonare come tastierista in diversi gruppi jazz-funk non collegati a MAT101 ed usando le mie macchine “professionali” anni Novanta come la Roland XP-50 e l’Akai S-950. Per registrare “Goodbye Mum!” attrezzammo uno studio nei locali della distribuzione Finalfrontier: disponevamo davvero di un mare di roba, Emiliano aveva per le mani addirittura uno Yamaha CS-80! C’erano così tante macchine che un giorno, tornando dalla pausa pranzo, trovammo tutti i synth bloccati su una singola nota generata forse da qualche contatto difettoso. Il pad che ne usciva fuori era bello e scurissimo, e fu così che nacque “Tecnologia Casuale” inclusa nel disco. Musicalmente eravamo parecchio influenzati da Warp e Rephlex, la vetta assoluta in quegli anni. Lavorando sulle tracce però cominciammo a riscoprire aspetti più personali, legati alla nostra infanzia e ai videogiochi – qualcosa che in un modo ci influenzava inconsapevolmente da sempre e che cercammo di rendere esplicito in “Goodbye Mum!” – dalla musica alla copertina su cui Infidel costruì un intero mondo. Credo che vendette circa 1000/1500 copie, anche se i numeri esatti li ricorda sicuramente meglio Marco Passarani. “Goodbye Mum” fu pubblicato addirittura da un’etichetta creata per l’occasione, la Balance, essendo una co-produzione tra la Plasmek di Andrea Benedetti e la Nature Records di Marco».

Lo stile dei MAT101, pur stazionando nelle classiche propulsioni meccaniche e cibernetiche dell’electro, si arricchisce di nuove sfumature e suggestioni che lo personalizzano. Nel 2000 è tempo dei remix di “Arcade” a firma ADULT., D’Arcangelo e De Lisio, nel 2002 “Haunted House” finisce in “Tangent 2002: Disco Nouveau” su Ghostly International, mentre “The Ambush” viene adottata dalla Viewlexx, ma del nuovo album si perdono le tracce. «In realtà non abbiamo mai smesso di produrre pezzi per MAT101. Quello che è uscito nel 2015 su Cyber Dance Records, “Archives 1999-2001”, è il famoso secondo disco che non avevamo mai avuto l’occasione di terminare. “Haunted House” fu realizzata per suonare intenzionalmente come un pezzo “cheap disco” italiano dei primi anni Ottanta, compresa la risata, mentre “The Ambush” lo firmammo MAT101 anche se praticamente era un pezzo dei Jollymusic ma non sapevamo ancora cosa sarebbe avvenuto da lì a breve. Dopo aver pubblicato “Goodbye Mum!” io e Francesco, insieme a Gianmarco Jandolo, cominciammo a lavorare in radio ogni sabato notte per il programma “Frequency” su Radio Città Futura. Fu un’esperienza bellissima, avevamo libertà pressoché totale di decidere la scaletta e fu così che tra i consueti mix electro/techno Francesco propose la rubrica “Il giro del mondo a 33 giri”, utilizzando delle cassette preparate a casa con dei blob di dischi di ogni genere provenienti dal mercatino di Porta Portese. Presto capimmo che quello, in combinazione con gli strumenti acustici ed elettronici, poteva essere l’inizio di qualcosa di musicalmente unico, e le allora nuove possibilità di fare “hard disk recording” direttamente nel sequencer ci aprirono le porte di un mondo totalmente nuovo. Così nacque il primo disco dei Jollymusic su Nature, che annoverava collaborazioni con tutti gli amici che al tempo passavano a trovarci durante le trasmissioni. Tra questi ricordo Luciano e Valerio Raimondi che ora escono come Odeon su Edizioni Mondo: la storia, insomma, continua ancora oggi».

A portare avanti Jollymusic però sono i soli Pierro e De Bellis. «Giá dal 1998 Emiliano iniziò a lavorare su quella che poi sarebbe diventata la sua agenzia di promozione concerti, la Grinding Halt, e dunque era interessato a cose diverse da quello che io e Francesco stavamo facendo. Dopo un breve ritorno con MAT101 nel 2009, quando facemmo una singola data al Dancity Festival in Umbria, oggi Emiliano suona con un gruppo chiamato The Hand».

Jollymusic è dunque una specie di sentiero parallelo a MAT101 che Pierro e De Bellis percorrono dal 2000, anno in cui il loro album “Jollybar” viene pubblicato nel Regno Unito dalla Illustrious, etichetta del gruppo Sony. Per il duo romano sembra prospettarsi un exploit mainstream, dopo gli inizi nell’underground più defilato. «In “Radio Jolly” usammo un vecchissimo apparecchio anni Cinquanta che è sempre stato a casa dei miei e che registrammo per fare l’intro. La Sony si accollò le spese del video ufficiale e all’inizio della clip compariva proprio quella radio. Grazie alla Sony abbiamo avuto la possibilità di aprire lo studio al Pigneto, che poi fu la base di tutto quello che successe dopo. Secondo me fummo davvero fortunati ad essere pagati visto che pochi anni più tardi avremmo assistito al crollo verticale della maggior parte delle major stesse».

Scandito da vari brani estratti in formato singolo come il citato “Radio Jolly”, remixato da ADULT., The Parallax Corporation & Alden Tyrell, Agent Sumo e West London Deep, e “Talco Uno”, interpretato da Erlend Øye dei Kings Of Convenience e in high rotation su MTV, “Jollybar” resta, ad oggi, l’unico album dei Jollymusic, proprio come avviene coi MAT101. «Nel 2013 Francesco ha fondato l’etichetta Edizioni Mondo che è la realizzazione definitiva della visione iniziale dei Jollymusic. L’album intitolato “I Semi Del Futuro” che ha firmato come L.U.C.A. è assolutamente incredibile ed unico, e a mio avviso definisce Jollymusic oggi. Ogni tanto abbiamo lavorato insieme su qualche pezzo, come ad esempio “Blue Marine” incluso in “Precipizio”, il primo del catalogo Edizioni Mondo».

Dall’estero gli apprezzamenti per la musica di Pierro e De Bellis non si fanno attendere, in Italia invece, almeno inizialmente, molti addetti ai lavori non sapevano nemmeno chi fossero, scoprendoli solo dopo la licenza inglese della Sony. Snobismo, poca attenzione nei riguardi della produzione interna e forti dosi di esterofilia non sono certamente gli ingredienti adatti per crescere. «Con Jollymusic facemmo promozione nel Regno Unito ottenendo riscontri molto buoni. Ricevemmo ottime reazioni, fin da subito, anche da una parte della stampa indipendente italiana. Oggi mi pare sia tutto così frammentato e low budget da non poter più parlare di “esterofilia”, ognuno ha il suo orto e lo coltiva, o forse in realtà è sempre stato così. Degli anni Novanta mi manca l’opera di filtro fatta dalle etichette discografiche indipendenti. Eri costretto ad accettare un rifiuto e riflettere sulla tua musica e su quello che volevi comunicare. Questo processo portava gli artisti a crescere prima di pubblicare qualcosa. Oggi il numero di like o la feature su qualche blog conosciuto non riescono a svolgere la stessa funzione. La quantità prima della qualità sposta inevitabilmente l’attenzione sulle macchine e il processo anziché sugli artisti e l’immaginazione. L’attenzione maniacale per il processo produttivo e per la catalogazione del passato secondo me nascondono in realtà il desiderio di riappropriarsi della spinta innovativa e libera dei grandi classici, il che è una contraddizione, ma in cambio ci sono possibilità tecniche impensabili venti anni fa. Per affrontare alcuni di questi problemi ho fondato, insieme ad alcuni amici, un collettivo artistico, Distant Future attraverso cui promuovere le nostre cose. Nel frattempo continuo a lavorare ad un album di ROTLA (acronimo di Raiders Of The Lost ARP) che uscirà prossimamente su Edizioni Mondo». (Giosuè Impellizzeri)

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