Pablo Gargano, oltremanica per amore della musica

Pablo Gargano

Attratto dalla dance e dai suoni elettronici, nella seconda metà degli anni Ottanta Pablo Gargano si appassiona al DJing, analogamente a tanti coetanei. Nei Novanta comincia ad esibirsi in pubblico in una discoteca dell’hinterland milanese, l’Immaginazione di Pantigliate, dove divide la consolle con Maurizio Braccagni e Fabio Locati. Un avvio di carriera simile a quello di tanti altri DJ insomma, ma quando si trasferisce a Belfast per Gargano cambia tutto. Lavora presso un negozio di dischi specializzato, suona agli eventi Hell Raiser e comincia a dedicarsi alle produzioni discografiche, prima inclini all’acid e poi via via sempre più vicine alla trance frammista ad energetiche spinte techno e goa. Nel 1995 fonda la Eve Records sulla quale convoglia gran parte della sua attività produttiva fatta di una moltitudine di singoli e due album, “Senza Volto” del ’97 e “Girotondo” del ’98. Incidere dischi è un autentico volano che gli permette di affermarsi come DJ sulla piazza internazionale, macinando gig in tutti i continenti e conquistando la stima di blasonati colleghi come Sasha, Tiësto, Paul Oakenfold e Pete Tong. La fiamma si spegne ad inizio del nuovo millennio, periodo in cui l’artista perde le energie necessarie per proseguire in una scena che muta radicalmente il proprio DNA contestualmente alla globalizzazione e alla diffusione di internet. Nella primavera del 2020 però il nome di Gargano torna inaspettatamente a farsi sentire con nuove produzioni, proprio quando il mondo entra in lockdown a causa della pandemia di coronavirus.

Con quali artisti e musiche trascorri infanzia ed adolescenza?
Per quello che posso ricordare, il primo contatto “fisico” con la musica avvenne alla tenera età di quattro anni, quando facevo a pezzi graziose lastre circolari di plastica nera per farne una sorta di puzzle. Si trattava dei dischi dei miei genitori su cui era incisa musica classica. Da adolescente cominciai a prendere lezioni di chitarra acustica e ad ascoltare la radio accontentandomi di quello che, come si suol dire, “passava il convento”, da Francesco Guccini a Vasco Rossi, dagli U2 a Madonna. Rammento nitidamente però che fossi attratto dai suoni elettronici provando fastidio per le voci che li coprivano.

Quando scopri il DJing invece?
Intorno al 1986 mixando, con due registratori a cassetta, brani disco e pop del periodo. Successivamente, frequentando due cari amici, Fabiano e Saro, appresi meglio quell’arte. Passavamo le serate imparando la tecnica di mixaggio con giradischi a cinghia, aiutandoci con le dita per sincronizzare i BPM e cercando di memorizzare gli arrangiamenti dei brani.

flyer Immaginazione (1992)
Un paio di flyer dell’Immaginazione di Pantigliate risalenti al 1992: su entrambi, tra gli altri, presenzia Pablo (Atomic Sound), uno dei due alias con cui Gargano inizia la carriera da DJ

Qualche mese fa, su Facebook, hai ricordato le tue prime esperienze in discoteca come DJ rimandando a questo set registrato nel 1992 presso l’Immaginazione di Pantigliate, a pochi chilometri da Milano. Come descriveresti il Pablo Gargano che armeggiava dietro la consolle, riascoltando oggi quel set di quasi trent’anni fa?
Ero un ragazzo spontaneo e semplice. Avevo persino scelto due nomignoli per iniziare quell’avventura, Pablo (Atomic Sound) e Pablo T.T.J. (risate). Pietro e Manuel Zucca mi concessero di suonare nel loro locale insieme ai grandi Maurizio Braccagni e Fabio Locati. Per me fu una tappa particolarmente importante che mi diede la possibilità di creare il primo contatto col pubblico e quindi fare esperienza su come capirlo e controllarlo. Non mancò ovviamente il divertimento e ricordo come se fosse ieri le risate che mi feci con Braccagni quelle sere.

Sabato 25 luglio 1992 sei tra i DJ dell’Insanity Rage, un evento capitolino che in consolle vede, tra gli altri, il compianto Mauro Tannino a cui abbiamo dedicato un articolo qui, Lory D e Max Durante, oltre ai live di Automatic Sound Unlimited (di cui parliamo qui), The Order e Stefano Di Carlo. Come ricordi quella data?
Conobbi e vidi per la prima volta Lory D rimanendo totalmente impressionato. In quell’occasione appresi che in romano la frase “quanto sei ignorante” fosse un complimento in relazione al sound particolarmente “duro”.

flyer Insanity Rage
Il flyer dell’Insanity Rage, svoltosi il 25 luglio 1992. In quell’occasione Gargano si esibisce come Pablo T.T. Jay

Com’era la scena house/techno italiana dei primi anni Novanta?
La maggiore distinzione correva tra musica commerciale e musica underground. Prima le discoteche e poi i grandi eventi come i rave, costituivano le principali forme di divertimento nonché i luoghi in cui ci si sfogava e si socializzava. La scena era ancora ingenua, spontanea ed inesplorata. A prevalere era la vera passione per la musica e, purtroppo, per le droghe, che contribuirono all’evasione da schemi preimpostati dando vita ad una nuova realtà.

In quel periodo un amico, Stefano Lo Presti, ti invita ad andare a trovarlo a Belfast, in Irlanda, e la tua vita cambia. Inizi a lavorare per un negozio di dischi, Underground Records a cui era collegata l’omonima etichetta, suoni agli eventi Hell Raiser presso la Ulster Hall e nel 1993 incidi il tuo primo EP, “Liquid Brain”, sulla Mindpower Records nata sotto l’ala della stessa Underground Records. Come vivesti quella prima fase all’estero?
È il ricordo più nitido che ho del passato, un’esperienza incisiva della mia vita. Lì ho imparato la lingua inglese, a lavorare full time nella musica e ad esibirmi di fronte ad un pubblico più ampio rispetto a quello italiano. Restano indimenticabili le giornate trascorse tra le mura di Underground Records a fare ordini, ad ascoltare le novità e a vendere dischi. Ho ancora viva l’immagine dei giovedì sera passati in un negozio letteralmente pieno, con gente che si accalcava all’esterno mettendosi in fila per ascoltare i nuovi arrivi e poi acquistarli. I set dei DJ durante gli eventi Hell Raiser, tenuti nella magnifica sala concerti Ulster Hall, creavano un’atmosfera paragonabile a quella delle esibizioni delle rockstar. Poi arrivò la prima pubblicazione ufficiale su vinile, le interviste, gli autografi… fortunatamente è durato poco altrimenti avrei finito con l’abituarmi.

Agli eventi Hell Raiser si esibiscono pure diversi artisti italiani, dagli SPQR a Ricci DJ, da Maurizio Braccagni a Francesco Zappalà: c’era il tuo zampino dietro quelle ospitate?
Cercammo, sempre insieme a Stefano Lo Presti, di promuovere gli italiani che conoscevamo. Una delle due serate con Zappalà (quella risalente al 4 giugno 1993, ascoltabile qui, nda) credo sia stata la più riuscita.

flyer Hell Raiser
Una serie di flyer degli eventi Hell Raiser presso la Ulster Hall di Belfast. Tra i vari nomi si scorgono anche quelli di alcuni DJ italiani

Quanto era complesso, ai tempi, comporre un disco come i tuoi? In che modo ci si procurava gli strumenti e si imparava ad usarli quando non c’erano internet e i tutorial gratuiti su YouTube?
Era persino difficile trovare i manuali di utilizzo visto che molti sintetizzatori erano di seconda mano e prodotti anni prima. Il metodo era soltanto uno, il classico “trial & error” ossia sbagliando si impara. L’acquisto di strumenti? Si ricorreva ad amici di amici oppure si effettuava la ricerca attraverso giornali di annunci di compravendita di oggetti di seconda mano come Loot, oppure riviste di strumenti come Sound On Sound o Future Music. Qualora si disponesse di finanze più sostanziose e si avesse meno voglia di ricercare l’affare invece, si optava per i classici negozi di strumenti musicali. Il mio primo brano pubblicato su 12″ si intitolava “Bombass Confusion” e fu stampato in soli ottanta test pressing promozionali. Lo realizzai con una tastiera Roland S-50 ed un registratore multitraccia Fostex X-26 campionando suoni da “Dukkha” di Precious X Project (di cui parliamo qui, nda) e frammenti di ritmiche da pezzi dei cataloghi Edge Records e Rabbit City Records. Suonavo tutto dal vivo riversando il contenuto su cassetta, se ben ricordo una TDK da quindici minuti. In seguito al mio trasferimento a Belfast implementai l’equipaggiamento acquistando varie macchine Roland ossia una TB-303, un SH-101 ed una TR-808, ideali per la realizzazione di pezzi acid. Con quell’equipment realizzai il mio primo remix per “Killer Filler” dei Tri-Core, un duo di Belfast.

Ad un certo punto ti trasferisci a Londra: com’era la metropoli inglese a metà degli anni Novanta? Quali erano le sostanziali differenze con l’Italia?
Tra 1993 e 1994 lasciai Belfast per spostarmi nella capitale britannica dove si respirava il vero odore dell’underground. Negozi come Black Market Records, Chochi’s Chewns, Groove Records, Catch A Groove, Zoom Records, Plastic Fantastic ed altri ancora erano assoluti punti di ritrovo dove approvvigionarsi di novità discografiche, fare promozione dei party ed incontrare colleghi DJ. Erano posti originalissimi e a volte tetri, immersi in atmosfere in stile Mad Max. Correvano indubbiamente gli anni d’oro della scena, mi sembrò di vivere in un film di John Carpenter. I primi pezzi che realizzai a Londra confluirono nel “Mental Pabvlvm EP” pubblicato dalla Rabbit City Records di Colin Faver e Gordon Matthewman (di cui parliamo qui, nda) a cui seguì “Planet LH. 45” su Metropolitan Music. Avendo lasciato l’Italia nel 1992, non posso fare paragoni con la scena britannica, non so come si sviluppò il mondo delle discoteche nello Stivale dopo la mia partenza.

Eve Records 001
Il primo 12″ pubblicato nel 1995 dalla Eve Records

Dal 1995 inizi ad incidere musica con regolarità per la Eve Records: come ricordi l’inizio di quell’esperienza?
La Eve Records, a dispetto di quanto riportato su Discogs, non fu affatto fondata da Simon Eve. La coincidenza ha preso il sopravvento sulla conoscenza. Eve Records nacque invece nel 1995 da un’idea condivisa tra me e Stefano Lo Presti, foraggiati da un accordo di P&D stretto con Angelo Bernardo e Doug Osborne della Flying Records UK. Simon Eve lavorò con noi soltanto dopo il Duemila. In principio era un’etichetta che pubblicava esclusivamente mie produzioni. Le prime uscite recavano solo il logo, il numero di catalogo e poche altre informazioni ma non il nome dell’autore. Il primo “esterno” ad apparire su Eve Records fu, di fatto, David Craig, con cui iniziai a collaborare nel 1995 mediante “Eternal NRG”, una delle tracce incluse nel citato “Planet L.H. 45” su Metropolitan Music. Solo a partire dal 1998 l’etichetta cominciò ad aprire le porte ad altri artisti come Atmos, i Mara, Steve Gibbs, Markus Schulz, Michael Thomas, gli Sleepwalker e David Forbes, gettando le basi per l’Eve Records Group che sotto il suo ombrello raccolse altre label come Telica, Eve Nova, Discover e Recover.

Tra i tanti dischi realizzati in quegli anni, qual è quello a cui sei maggiormente legato?
Un brano su tutti? “The Secret Spice” incluso nell'”Eve 3″ del ’96. Appena masterizzato pensai che avrebbe riscosso più attenzione rispetto alle precedenti due uscite e così fu, aprendomi le porte di un mercato più ampio.

Quale invece quello che ti ha dato maggiori soddisfazioni, sia artistiche che economiche?
Dal punto di vista artistico, oltre al già citato “The Secret Spice” dell'”Eve 3″, direi “Blow Your Mind” ed “Everyone’s Future”, tratti rispettivamente dall'”Eve 8″ e dall'”Eve 12″, ma sono sicuro che potrebbero essercene altri più interessanti. Sotto il profilo economico invece, non mi sono mai arricchito con la musica anzi, non sono mai diventato ricco (risate).

Molti anni fa lessi che dietro David Craig ci fossi tu. Confermi o smentisci?
Smentisco assolutamente. David Craig è un caro amico che sento spesso tuttora. Continua a darmi consigli informandomi su come si è evoluta la scena e sui trend nel settore. Lo conobbi a Belfast e da allora siamo rimasti sempre in contatto. Oltre ad essere una persona integra, ha sempre avuto un orecchio critico ed attento e proprio per tale ragione lo coinvolsi nelle produzioni su Eve Records. Lo aiutavo solo nella parte tecnica però, dirigeva autonomamente arrangiamenti e scelte sonore. Chissà, magari in futuro potremo collaborare ancora.

David Craig e Pablo Gargano su Lisergica (1997)
In alto “Acid Indulgence EP” e “Lord Of The Universe” di David Craig, co-prodotti con Gargano e pubblicati anche in Italia, sotto l’EP di Gargano edito dalla Lisergica

Un paio di dischi di David Craig, “Acid Indulgence EP” e “Lord Of The Universe”, escono anche in Italia, rispettivamente licenziati da Sonica Records e Sativa. Nello stesso periodo, tra 1996 e 1997, “My World” di Bismark, originariamente su BXR, finisce nel catalogo Telica con l’aggiunta di un tuo remix. Nel 1999 invece la Lisergica Records del gruppo Arsenic Sound (di cui parliamo qui) assembla un EP prendendo tre tuoi brani dal catalogo Eve Records e Metropolitan Music. A quanto pare, seppur vivessi oltremanica, mantenesti qualche rapporto con l’Italia. Qui c’erano DJ, produttori, etichette e club che a tuo avviso avevano le carte in regola per reggere il confronto con le più consolidate realtà estere?
I produttori italiani non avevano davvero nulla da invidiare a quelli d’oltralpe, basti pensare ad Elvio Moratto, Dino Lenny, Joe T. Vannelli, Mario Più, Jose Amnesia… senza dimenticare tutti quelli dell’italian house ovviamente. Forse, per quanto riguarda trance e techno, il sound italiano era più vicino al modello tedesco piuttosto che a quello britannico. In merito ai club invece, come dicevo prima, da quando mi trasferii in Irlanda non ho più suonato o frequentato locali italiani quindi non posso esprimermi.

Nei primi anni Duemila inventi nuovi alias (Bitcrusher, Francisco Savier, Wavestorm) ed abbracci nuove soluzioni stilistiche ma diradi progressivamente l’attività produttiva. L’ultima uscita su 12″ infatti è del 2003, “Arcana / Osho”. Perché mollasti?
Furono anni stressanti. La monotonia finì col prendere il posto della creatività ed iniziò ad essere difficile sopravvivere di sola musica. Crebbero le paure e seppur le idee fossero ancora tante, a mancare furono le energie per realizzarle e così decisi di abbandonare tutto.

Phronesis Digital (2020)
Il logo della Phronesis Digital, l’etichetta che Pablo Gargano vara nei primi mesi del 2020

Sei tornato alla composizione giusto di recente attraverso la tua nuova label, la Phronesis Digital, sulla quale hai pubblicato diversi brani di matrice progressive house in cui comunque è nitida l’impronta trance. Ti aspetti qualcosa da questo nuovo corso della tua carriera da produttore?
La Phronesis Digital è un po’ come la Eve Records degli inizi, più che un’etichetta è una piattaforma showcase sulla quale, pian piano, cercherò di ritrovare un sound che possa identificarmi. L’arrangiamento trance è un modo di percepire la musica che, per me, resta sempre un viaggio ed un racconto. L’importante ora è mantenere vive le emozioni e i ricordi. Non so cosa succederà e a dire la verità, a differenza di quanto avvenne circa trent’anni fa, non ho aspettative o pretese.

Hai vissuto gli anni più floridi e rigogliosi per la discografia della club culture. Quanto è difficile per uno come te rimettersi in gioco adesso, con visualizzazioni e follower sui social network che hanno preso (incredibilmente) il posto delle vendite dei dischi?
Rimettersi in gioco è semplice quando non si hanno aspettative e non si dipende dall’opinione degli altri. Fai ciò che credi e quello ti basta. I mezzi sono cambiati ma il fine rimane sempre lo stesso, trovare più persone possibili che ascoltino e si interessino al tuo modo di interpretare la musica. Forse la grande problematica odierna è che la musica non venga più ascoltata. I tempi sono veloci e difficilmente permettono di memorizzare o vivere appieno ciò che si ascolta.

Al netto della nostalgia, credi che la nuova fruizione della musica possa garantire un impegno da parte degli artisti (ed anche delle etichette, in riferimento alle piccole indipendenti) pari a quello di un tempo? Mi spiego meglio: la musica potrà continuare ad essere alimentata da professionisti in assenza di un pubblico disposto a sostenerla economicamente?
Parlando della nostra scena, penso che le piccole label riusciranno a rimanere in vita come nicchie di realtà più grandi. Stiamo progressivamente ritornando al punto di partenza, quello della pre-dance intendo, e il periodo che viviamo non è altro che un punto nell’onda sinusoidale che continuerà a propagarsi sempre, ma forse per dare vita ad un altro vero periodo dance occorreranno decenni.

Oggi pare non sia più fattibile poter ambire a comporre musica senza essere nel contempo un performer. Credi in questo binomio? Non sempre chi è abile in studio lo è altrettanto sul palco, e viceversa.
Anche ai vecchi tempi c’era chi produceva in studio ma poi veniva sostituito nelle performance dal vivo da altre persone (in merito a tale tematica rimandiamo a questo reportage, nda). Adesso il contatto è più immediato e diretto ma la tecnologia ha creato strumenti utili per affrontare ogni situazione in maniera decente. Per fortuna esistono ancora artisti in grado di eccellere in entrambe le arti.

Hai suonato in tutti i continenti: come ricordi l’attività frenetica nei club? Ti manca quella vita?
A mancarmi più di tutto è l’atmosfera, i viaggi, le location, le persone incontrate, i personaggi più strambi, chi lavorava nei backstage e gli imprevisti. Il club era paragonabile ad un “forum” moderno ma non vorrei tornare indietro, sono vecchio ed ho già dato (risate).

Sei sempre stato fedele ad un’estrazione underground, sia come DJ che produttore, non cedendo mai a tentazioni pop contrariamente a tanti tuoi colleghi. A posteriori rifaresti le stesse scelte?
Non ho nulla in contrario alle tentazioni pop, per me alla fine resta sempre una scelta musicale o economica. Poi non è semplice realizzare brani pop, tecnicamente la qualità sonora dello standard è sempre più elevata e trovare il motivo “catchy” non è così scontato come potrebbe sembrare. Fatta questa premessa, confesso che mi hanno sempre affascinato l’originalità e la spontaneità dell’underground, fattori che nel pop sono molto rari visto che il mainstream ruota su quello che viene inventato proprio nell’underground.

Ritieni che i cosiddetti DJ-star abbiano portato più vantaggi o svantaggi alla scena?
Secondo me i “DJ-star” esistevano già dall’inizio ma forse inconsapevolmente. I vari Lory D, Claudio Coccoluto, Marco Trani, Carl Cox, Sasha, Paul Oakenfold, Joey Beltram, Jeff Mills, Richie Hawtin, Tony Humphries, David Morales e tanti altri non erano (e sono) delle star? Preferisco più le DJ-star però, guardo tutte le loro foto. Peccato non esistessero un paio di decenni fa!

Da essere un genere sperimentale nato sull’asse ambient/techno ad inizio anni Novanta, la trance è diventata piuttosto monotona e si è svuotata di guizzi creativi. C’è qualcuno che in tempi recenti è riuscito a fornire qualche slancio inedito?
Al momento non so rispondere perché è solo un anno che ho ripreso ad ascoltarla ed internet è molto dispersivo. Seguo David Forbes e John Askew, che originariamente erano artisti delle mie etichette, ma a dirla tutta non mi ritrovo nella trance moderna, è un sound troppo canalizzato e specifico e manca di imprevedibilità: sai come inizia e sai come finisce.

La tua carriera sarebbe stata la stessa se non ti fossi trasferito oltremanica?
Ogni tanto ci penso ma finisco sempre col ripetermi il detto popolare “se mio padre avesse avuto tre palle…”. Senza dubbio la carriera non sarebbe stata la stessa ma diversa nelle esperienze vissute. Sono stato sempre pienamente convinto della scelta fatta, oltremanica sentivo che la musica fosse più vicina alle mie idee.

Quali sono i tre aggettivi con cui vorresti fosse ricordata la tua musica?
Sarei già contento se fosse ricordata ma, per rispondere alla domanda, direi spontanea, imprevedibile e, perché no, interessante.

(Giosuè Impellizzeri)

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Mauro Tannino – DJ chart gennaio 1997

DJ: Mauro Tannino
Fonte: DiscoiD
Data: gennaio 1997

1) The Arc – Vol. 3
Del misterioso progetto tedesco The Arc, formato nel 1995 da Bernd Hollinger ed Oliver Linge, la Rete non ci consegna molto a parte le coordinate basiche di Discogs. In soccorso viene Linge che, contattato per l’occasione, racconta: «Incontrai Bernd all’Università di Francoforte dove studiavamo entrambi alla facoltà di Economia. Un giorno scoprimmo di condividere la passione per la musica elettronica. Lui aveva iniziato da poco ad allestire uno studio di registrazione casalingo e così, tra un esame e l’altro, cominciammo a buttare giù le idee per i primi brani. Io avevo già maturato qualche piccola esperienza nel settore discografico visto che nel ’93, insieme all’amico Olaf Pozsgay, incisi prima “Universe” per la Dance Ecstasy 2001 (incluso in “4 Sale!” di Headshop, nda) e poi “The Tempodrom” di Tempodrom per la Frankfurt Beat Productions. Decidemmo di lanciarci in quell’avventura fondando persino una nostra etichetta, la Crystal. Ad aprire il catalogo furono “Visions Of Tomorrow / Fruitsalad” di Hybris, un progetto che creai col citato Pozsgay (a cui segue, poco dopo, “Drop Zone” di Susuki L.T.D., nda), e “Grey Matter / Adamus” di The Arc. Quest’ultimo fu il più fortunato: nonostante fossimo totalmente sconosciuti, vendemmo circa tremila copie. Il pezzo trainante era quello inciso sul lato a, “Grey Matter”, in cui inserimmo un lungo spoken word di William S. Burroughs abbinato ad un bassline dark ispirato dai set di DJ Dag che sentivamo ai tempi. La seconda uscita di The Arc, intitolata “Vol. 2”, purtroppo non eguagliò le vendite della prima ma ci fece guadagnare comunque il rispetto della scena e numerose recensioni positive su riviste musicali di settore soprattutto grazie alla traccia “Echo Beach”. Sul 12″ finirono due versioni: l’Original arrangiata con Cubase, e la Live Mix realizzata in modo estemporaneo in studio, attivando e silenziando i canali del mixer senza un disegno prestabilito. Poiché l’automazione MIDI non esisteva ancora, fummo costretti a girare manualmente le manopole dell’equalizzatore parametrico del mixer e registrare dal vivo tutti i movimenti dei filtri. Artificioso ma dannatamente divertente! Il “Vol. 3” non riscosse molti consensi ma rammento una entusiastica recensione in cui venne paragonato ad una hit del passato. Per incidere la nostra musica usavamo varie macchine Roland (TR-606, TR-808, TR-909, SH-101, Alpha Juno-1, Jupiter-8, TB-303), un Minimoog ed altro ancora che non ricordo più». Il “Vol. 3”, scelto da Tannino, contiene “Just What You Want” e “Facts Of Life” con cui i due tedeschi danno prova di essere bravi programmatori di beat quanto validi intagliatori di onde acide. I presupposti per proseguire ci sono ma il nome The Arc si dilegua misteriosamente dai radar. «Quando completammo gli studi universitari iniziammo a lavorare non riuscendo a trovare più il tempo necessario da dedicare alla composizione di musica» spiega Linge. «Nel ’96 Bernd incise, sempre per la Crystal, “Eonlux”, attraverso cui raccolse nuovi ed appaganti riscontri, specialmente dall’Italia come ci disse qualcuno allora. Purtroppo dopo poco tempo lo persi di vista». Il nome The Arc viene riesumato nel 2000 dalla britannica Pied Piper che ripropone “Echo Beach” attraverso un nuovo remix degli Yekuana. «Secondo i ragazzi della Pied Piper, quel pezzo era una specie di hit underground nei club d’oltremanica e in virtù di ciò lo ripubblicarono, a cinque anni di distanza dall’originale, aggiungendo una nuova versione» conclude Linge. A differenza di Hollinger che si defila del tutto dalla scena discografica, Linge prosegue per qualche altro anno affiancato da Pozsgay col quale darà avvio a nuovi progetti-tandem come Skinner e Daktari, quest’ultimo avvalorato da un remix di Chris Liebing.

2) Abe Duque – The Blunt EP
Questo EP è uno dei primi che Carlos Abraham Duque Alcivar firma come Abe Duque. Edito dalla Sonic Groove di Adam X, si muove su quattro tracce di techno spiccatamente circolare. Dai reticolati ritmici di “Dumb” all’ipnotico estremismo di “Stupid”, dalle patch liquefatte di “Toy” alle sponde distorte di “Boy”. Il tutto prodotto nel suo studio, il The Cave Super Studios a New York, da dove uscirà, in futuro, pure “NY Muscle” di DJ Hell.

3) Oracle 9000 – Running With The Devil
Oracle 9000 è uno degli svariati pseudonimi dietro cui si cela l’allora prolificissimo Alfredo Violante, italiano trapiantato nella capitale britannica ed intervistato qui. Il disco esce sulla sua Supernova Records, autentico crocevia di techno ed hard trance da cui giungono discrete club hit come “Numera Stellas” di Solaris e “Life Is So Realistic” di Moogability. Violante, che nel ’96 penetra anche nel mainstream italiano con “Guitara Del Cielo” di Barcelona 2000, è ancora attivo ed intento a riportare in vita il progetto Supernova. Recentemente si è impegnato nel digitalizzare parzialmente il catalogo della Supernova Records rendendolo disponibile su Bandcamp seppur al momento alcune pubblicazioni siano ancora irreperibili proprio come “Running With The Devil”.

4) Kinetico – Voltage
Come il sopramenzionato Violante, Pablo Gargano o Cricco Castelli, giusto per citarne alcuni, Massimo Vivona è uno degli italiani che negli anni Novanta trovano più fortuna all’estero che in patria. Di origini siciliane, si costruisce una solida reputazione incidendo dischi in primis sulla propria Headzone ma anche su altre, come la Fax +49-69/450464 del compianto Pete Namlook a cui destina vari progetti (Gorn, Gamma, Xenon, Elevator). L’attività produttiva è tale da necessitare una moltiplicazione dell’identità attraverso vari pseudonimi come Kulprit, Luke Cage e Kinetico, quest’ultimo sviluppatosi su un’etichetta parallela alla Headzone, la Ground Groove. “Voltage” è un rullo compressore che avanza su scambi melodici filo goa e dilatazioni acide, accoppiata che contraddistingue buona parte della produzione vivoniana di quel periodo.

5) Mauro Tannino – Psycho Bubble
Tannino è tra i primi a gettare le fondamenta del movimento poi identificato “Sound Of Rome”. Come scrive Andrea Benedetti in “Mondo Techno”, «dopo aver vissuto con Lory D l’esperienza di alcuni rave britannici, i due riportano lo stesso spirito a Roma coinvolgendo Chicco Furlotti, organizzatore della scena dance capitolina sin dagli anni Settanta (e fondatore della Male Productions/Male Records, che tiene a battesimo il progetto The True Underground Sound Of Rome, nda). Lory D e Mauro Tannino suonavano techno, electro, new beat, freestyle, breakbeat e quanto di più nuovo ci fosse in giro. La loro bravura non consistette solo nel far ascoltare nuove sonorità ma nel coinvolgere e convincere organizzatori, promoter ed altri operatori del settore musicale a seguire quella linea».

Le prime produzioni di Tannino
In alto i primi due dischi di The Underground Sound Of Rome, prodotti nel 1991 da Mauro Tannino, Stefano Di Carlo, Stefano Curti e Leo Young per la Male Productions (“Secret Doctrine” viene ripubblicato, su licenza, dalla UMM nello stesso anno); in basso “Night Passage” di 49th Floor, il 12″ con cui la Vibraphone Records debutta nel 1992

Un personaggio che, come Furlotti, è molto vicino a Tannino in quel periodo è Stefano Curti che, contattato pochi giorni fa, racconta: «Tornai a Roma nel 1988 dopo aver trascorso quattro anni a Londra. Venivo da esperienze immerse nel post-punk ed elettronica e stavo iniziando ad interessarmi al suono techno di Detroit. Andavo spesso al mitico Devotion dove conobbi il DJ resident, Paolo Di Nola (intervistato qui, nda) al quale chiesi se conoscesse qualcuno interessato a fare produzioni di house music ma non commerciali. Paolo mi parlò di Mauro Tannino e Stefano Di Carlo. Ci incontrammo trovandoci immediatamente d’accordo sul sound da sviluppare ovvero ritmi e suoni fortemente influenzati dallo stile di Detroit ma con melodie ed armonie mediterranee. Le prime cose che facemmo furono i due EP di The True Underground Sound Of Rome, “Clouds / Interface” e “Secret Doctrine”». Il nome di Tannino è legato a doppio filo alla label che Curti lancia nel 1992, la Vibraphone Records, diventata un’etichetta di culto nonostante le appena sette pubblicazioni uscite sino al ’93 e in cui Tannino è sempre presente. «Essendo l’unico DJ nel team di produzione della Vibraphone, Mauro divenne il nostro punto di riferimento per essere costantemente aggiornati sulle produzioni che contavano» prosegue Curti. «Il suo ruolo era farci sentire dischi che gli piacevano e fornire suoni e battute da campionare, anche da pezzi non necessariamente house. A ciò si aggiungeva il compito di controllare sempre che arrangiamenti e strutture dei brani fossero finalizzati alla scena club. Per tali ragioni in tutto il catalogo della Vibraphone sono presenti la sensibilità e lo spirito di Mauro ma la traccia che le sintetizza in modo più spiccato credo sia “Cyclops”, dal secondo disco di Minimal Vision del 1993, un brano con struttura minimale ciclica e molto spirituale. All’inizio vendevamo circa mille copie ad uscita. Solo a posteriori ci siamo accorti che l’apprezzamento per le nostre produzioni di allora stesse crescendo. Ciò conferma che un prodotto concepito con una certa purezza sia destinato ad essere valorizzato col passare del tempo. Ad ottenere i migliori riscontri fu probabilmente “Night Passage” di 49th Floor, il primo che pubblicammo. Calcolando anche le recenti ristampe direi che “The Bermuda Triangle” del progetto omonimo e Minimal Vision possano essere considerati i bestseller. Il meno fortunato invece resta “For The Love Of People” di The Elements. Trent’anni fa, ad incidere sulla riuscita di una produzione discografica era essenzialmente il supporto dei DJ di punta ma altrettanto determinanti potevano risultare i passaggi radiofonici su importanti emittenti, come ad esempio la londinese Kiss FM che programmò a raffica 49th Floor. Varie necessità, sia stilistiche che pratiche, mi convinsero però a sospendere l’attività della Vibraphone nel 1993. Si guadagnava davvero poco. Gli inediti rimasti nel cassetto sono stati utilizzati nelle recenti ristampe come bonus track». Nel 2015, dopo oltre un ventennio di assenza, prende avvio la “seconda vita” di Vibraphone Records, rivelatasi più costante e prolifica rispetto alla prima. Ad oggi si contano infatti ventuno uscite in cui si alternano ristampe ad inediti. Sarebbe bello poter far ascoltare a Tannino uno dei nuovi pezzi pubblicati. «Gli farei sentire almeno due brani» incalza Curti. «“Tanna”, scritto da Stefano Di Carlo e a lui dedicato, perché solare e sognante proprio come era il suo sound, e “Whispering Galleries”, scritto e prodotto da me, Di Carlo e Mauro Ruvolo, molto minimale e spirituale, una dimensione che lui apprezzava parecchio. Il primo lo abbiamo usato come bonus track nella ristampa di “The Bermuda Triangle” del 2015, il secondo invece figura nell’EP “Liquid Time” di The True Underground Sound Of Rome del 2016. Continuo a ricordare Mauro sempre carico al massimo, sorridente e scherzoso. Un vero raggio di luce».

Tannino @ Underground Club
In alto Mauro Tannino in consolle all’Underground Club di Roma, tra 1992 e 1993, in basso un flyer del locale ideato da Chicco Furlotti ed Enzo Iannuzzi

Tra il 1992 e il 1993 Tannino diventa il DJ dell’Underground Club, un locale ricavato nelle sale più interne del ristorante Le Grotte Di Costantino ed allestito in vere grotte naturali risalenti ai tempi dell’antica Roma. Ad idearlo sono il citato Chicco Furlotti ed Enzo Iannuzzi, proprietario del medesimo ristorante. Come si legge in un pubbliredazionale apparso sulla rivista Discotec a febbraio 1993, «il club sorge nelle viscere della terra e mette in evidenza la bellezza delle grotte, apprezzabile solo da un pubblico ristretto a causa della limitata capienza […]. Furlotti e il team della Male Productions sono alla continua ricerca di forme spettacolari di attrazione da proporre ad un pubblico sempre più esigente. I giovani sanno che qui possono capitare in avveniristiche serate-test utilizzate dal prolifico e qualitativo DJ Mauro Tannino per sondare sul campo l’efficacia delle sue frequenti nuove pubblicazioni». Discograficamente, le inclinazioni di Tannino sono piuttosto eterogenee ma accomunate da una vena melodica che acquista intensità e colori diversi a seconda dei team di produzione a cui prende parte. Se negli svariati progetti promossi tra 1992 e 1993 dalla Vibraphone Records di Stefano Curti punta a soluzioni tendenzialmente vicine alla deep house dalle tinte jazzistiche, attraverso la sinergia stretta con Stefano Di Carlo su Synthetic (si sentano tracce come “Vega”, “Terminal Velocity” – racchiuso in una copertina che evidenzia le sue acrobazie in cielo -, “Odissea”, “Domus” o “Nice Trip” – queste ultime due licenziate in Belgio dalla DiKi Records, quella di Age Of Love) si assiste alla formulazione di un suono più squadrato ed imparentato con la progressive trance / dream che in Italia vive un momento di eclatante popolarità tra 1995 e 1996. In solitaria le cose si evolvono ulteriormente. Abbandonando le sperimentazioni connesse al meticciato house/techno e le movenze romantiche e dolciastre della parentesi prog, Tannino imbocca un sentiero stilistico inchiodato ad una techno più rumorosa su cui insistono ossessivamente vortici acidi. È quanto avviene in “Psycho Bubble”, disco che nel 1996 apre il catalogo della sua Free Fly Record, etichetta che elabora musicalmente uno schema fisso a cui l’autore applica possibili varianti analogamente a quanto avviene nell’omonima disciplina del paracadutismo sportivo nata poco tempo prima e a cui Tannino aderisce con entusiasmo, il freefly per l’appunto. Le tre versioni del brano, codificate con un numero progressivo, derivano dalla medesima idea modulata di volta in volta con accortezze formali marginalmente differenti. “Free Fly” è pure il titolo di un suo brano che nel ’98 confluisce nell'”Overload EP”, sulla bergamasca Ipnotika, con tracce di colleghi come Massimo Cominotto, DJ Vortex ed Alberto Visi. Alla Free Fly Record, legata ad appena tre uscite, dal 1997 si affianca una seconda etichetta, la Killer Clown Records, che Tannino fonda insieme a Cristiano Balducci di cui parliamo qui. Sulle copertine dei tre 12″ editi da Free Fly Record (dopo “Psycho Bubble” tocca a “Zebresque” e “Sky Ball”) si rintraccia un indirizzo email, falsini@rdn.it. Chi, ai tempi, possiede un computer collegato in Rete attraverso un modem a 56k, avrebbe potuto usarlo per mandare un messaggio. A rispondere sarebbe stato Franco Falsini, intervistato qui, che oggi racconta: «Oltre all’indirizzo email, su quei dischi c’erano i numeri di telefono di Mauro e di Stefano Di Carlo che in quel periodo si era stabilito a Londra. Prima dell’avvento di internet, il telefono era il mezzo di comunicazione più veloce che si poteva disporre. Un giorno, proprio con una telefonata, Mauro mi fece i complimenti per una mia produzione di quel periodo al cui interno c’era la traccia “The Beginning Of An Idea” (si trattava del doppio “Open Space”, nda), uno degli ultimi dischi su Interactive Test ormai priva di logo. Attraverso quello stesso indirizzo email comprai i Kara Fonts pagandoli con carta di credito. Era l’unico modo per accaparrarsi font intriganti da usare sulle copertine dei dischi. I rapporti con Tannino iniziarono già diversi anni prima (tra i ringraziamenti su “Terminal Velocity”, ad esempio, c’è anche Open Space) ma faccio fatica a ricordare il momento esatto in cui le nostre strade si incrociarono. Mauro era molto amico sia di mio fratello, Riccardo, sia del gruppo Ashram guidato da Bettina Ciampolini. Pensare a lui mi riporta alla memoria le serate in cui abbiamo condiviso la consolle come quelle organizzate dalla Male Productions di Chicco Furlotti o quelle dei fratelli Serafini e di un altro personaggio di cui rammento solo il nome, Cesare. Lo 06, il Palladium e l’Arabesque erano i locali romani in cui ci siamo visti più volte, tutti posti in cui Mauro era davvero amatissimo. Ricordo anche il suo cane di taglia extralarge che portava ovunque utilizzando un box talmente grande da entrare a malapena nella Volvo Station Wagon. Era il suo compagno inseparabile, anche quando faceva i lanci col paracadute. Mi raccontò che a tutti gli atterraggi il cane arrivava sul posto esattamente nello stesso momento in cui metteva piede a terra. Mauro era un provetto paracadutista, aveva fatto corsi di lancio acrobatici con un gruppo molto accreditato di Skydive in Arizona, dove aveva soggiornato per un po’ di tempo. Mi diede anche un VHS che sto cercando di ritrovare in cui vennero immortalate varie imprese. Quel team nutriva una grande ammirazione nei suoi confronti al punto da chiamarlo The Wizard. Per capirne le ragioni bastava guardare qualche frame di quei video. Nei primi mesi del 2000 partecipò all’evento Skydive America organizzato a Palm Beach, in Florida. Come si legge qui, si piazzò settimo nella disciplina Atmosphere Dolphin Challenge. Era particolarmente spericolato e una volta venne a suonare al centro sociale L’Indiano, a Firenze, con un piede ingessato. Motivo? Si lanciò senza scarpe e l’impatto col terreno fu piuttosto violento. Tuttavia non mostrò alcun segno di sofferenza, mise sul piatto “The Age Of Love” e mi guardò sorridendo. Un giorno eravamo intenzionati a produrre qualcosa a quattro mani ed andammo nello studio in cui Mauro aveva realizzato molte delle sue produzioni. Una volta arrivati però trovammo il proprietario impegnato a riparare (invano) un hard disk difettoso. Adiratosi per gli scarsi risultati, lanciò quel pezzo di computer come un sasso sul muro. Visto il clima non proprio idilliaco, rimandammo la session che però il destino non ha più reso possibile. Quel maledetto 12 agosto del 2000 appresi della sua tragica scomparsa leggendo le pagine di Repubblica mentre mi trovavo a casa di Elisabetta che si occupava delle grafiche di Interactive Test».

Nessuno sa come si sarebbe evoluta la carriera e la musica di Tannino. Di lui restano decine di produzioni discografiche, alcune delle quali ristampate e rivalutate negli ultimi anni, ma pure infiniti ricordi di tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo. Come scriveva Dario Olivero sulle pagine di Repubblica all’indomani della sua dipartita, «è difficile stabilire cosa sia successo. Mauro era un esperto, aveva fatto migliaia di lanci di quel tipo, era famoso a livello internazionale, sapeva il fatto suo. I suoi amici possono solo fare ipotesi su quanto sia avvenuto in quei 4.500 metri di caduta. Un incidente, un imprevisto in quella terra di nessuno che sta tra le leggi della fisica e il fattore umano. Un rischio che corre chiunque decide di sfidare il cielo». Tannino amava il paracadutismo almeno quanto la musica. Il sole del 12 agosto 2000 però è fatale e scioglie le sue ali. È l’ultimo volo per il mago.

6) Aquaplex – System
Prolifico team tedesco, gli Aquaplex capeggiati da Andreas Krämer si ritagliano una discreta popolarità anche dalle nostre parti dove l’acid trance vive una fase particolarmente fortunata tra 1995 e 1997 circa. “System” riprende il discorso di “Instinct” uscito pochi mesi prima: sciabolate di TB-303 affettano serrati beat di estrazione techno/hard trance (“Atmosphere”), concedendosi break e ripartenze issate da rullate (“Spirit”, una specie di “Acid Phase” o “Spherique” di Emmanuel Top ma in chiave più pumpin’). La traccia scelta da Tannino però è quella incisa sul lato b, “Victim”, un crescendo metallurgico che limita gli interventi acidi a favore di una spinta ritmica edificata sugli incastri.

7) Spinning Atoms – Enhanced Velocity
“Enhanced Velocity” è l’ultimo disco inciso dai belgi Spinning Atoms dopo “FF-Wind” e “Sub-Set”, entrambi del ’94. Le tre tracce incise sul 12″ partono dalla lezione dei decani di Detroit (“Summer School”), pigiando progressivamente il pedale dell’acceleratore (“Your Flexible Friend”) sino ad una estremizzazione che tocca l’apice con “Bubble Memory”, dove il telaio ritmico è dopato e i suoni si trasformano in un autentico vortice aspiratutto. Il brano verrà poi minimalizzato nel remix dei britannici Creeper (Chris Liberator e D.A.V.E. The Drummer), inciso su un doppio finito nel catalogo Prolekult.

8) Jakyro – Joy Full Noise
Inclusa nel primo disco che Joy Kitikonti incide per la Media Records, come lui stesso racconta qui, “Joy Full Noise” è una traccia con atmosfere trancey avvitate su una spirale acida. Il break centrale di impostazione cinematografica serve a prendere fiato prima di continuare la corsa. Sul disco, pubblicato dalla Underground, trova spazio pure il rifacimento in chiave progressive trance di un classico di John Carpenter, “Assault On Precinct 13”, rivisto in tre versioni.

9) Lochi – London Acid City
Nel ’96 i Lochi (Chris Liberator e Lawrie Immersion, tra le eminenze dell’acid techno d’oltremanica) incidono un brano che suona come una spassionata dichiarazione di intenti. “London Acid City” fa pulsare pneumaticamente il cuore degli aficionados di un filone stilistico che sembra voler riportare in auge il clima dei rave party organizzati nelle periferie del Regno Unito ma con un piglio più agitato, come a volersi beffare delle severe restrizioni thatcheriane. Il pezzo trova spazio nel doppio mix che apre il catalogo della Routemaster Records e l’anno dopo, trainato da un remix di Jon The Dentist, gode di una diffusione più capillare grazie ad una manciata di importanti licenze messe a segno in Europa (in Germania e in Spagna, rispettivamente sulla Tetsuo di Talla 2XLC e sulla Made In DJ del gruppo Blanco Y Negro). Nuove versioni (Acid House Remix, Minimal Techno Mix, 2006 Remix) giungono nel 2006 per festeggiare il decennale.

10) Fred Fresh – Logical Grooves
Pubblicato dalla Hybrid, l’etichetta svedese di Cari Lekebusch costretta a cambiare nome in H. Productions a causa dell’omonimia col gruppo britannico di Mike e Charlotte Truman, “Logical Grooves” si sviluppa su tre pezzi privi di titolo. La A1 evoca atmosfere spettrali di una ipotetica Detroit abitata da zombie che prendono il sopravvento dopo la crisi del settore legato ai motori, la A2 tira dentro l’acid insieme a beat di quella che parrebbe una TR-909 programmata a braccio ed infine la B si incammina in un corridoio di ossessivo minimalismo. Fresh, nativo di Minneapolis, è un vero virtuoso del 303 style, filone a cui fornisce la propria prospettiva attraverso una moltitudine di pubblicazioni firmate con altrettanti pseudonimi e destinate a svariate etichette anche di sua stessa ideazione come Electric Music Foundation, Analog Records USA ed Howlin’ Records.

(Giosuè Impellizzeri)

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Cristiano Balducci – 20 Minutes Of Fear (Killer Clown Records)

Cristiano Balducci - 20 Minutes Of FearCorre il 1998 quando esce questo 12″ sulla Killer Clown Records, etichetta creata l’anno prima dallo stesso Balducci e dal compianto Mauro Tannino. In realtà Killer Clown non si occupava solo di musica ma anche di video professionali e paracadutismo estremo, ma la prematura scomparsa di Tannino, avvenuta il 12 agosto 2000 in seguito ad un incidente paracadutistico, rese impossibile dare un seguito al progetto, discograficamente attivo per appena cinque pubblicazioni.

Il disco di Balducci, il secondo del catalogo (è marchiato KC 001 ma esiste il KC 000 del ’97, ossia “Link” del citato Tannino) è intriso di suoni analogici. «In prevalenza usai Roland TB-303 e TR-909 ma anche sintetizzatori come Roland JD-800, Roland Juno-106 e il Sequential Circuits Prophet 5» rivela oggi l’autore. «Pilotavamo tutto attraverso un Atari ST-1040 su cui era installato Cubase, il mixaggio era effettuato con un Soundcraft con due canali Neve esterni per ripassare il master, e poi compressori Tube Tech e Focusrite, riverberi Urei a molla… insomma, non stavamo affatto messi male».

Tre i pezzi incisi: “Mannequin” si apre con un sample vocale (tratto da “Plastiphilia” di Dopplereffekt, 1995) montato su un telaio ritmico minimalista, a cui si somma un imperturbabile bassline ed un frammento melodico (che pare un ritaglio di un arpeggio), “Fear”, interamente su battuta spezzata con lampi acidi sullo sfondo, simili a fulmini che si stagliano nel cielo quando si avvicina un violento temporale, e “Don’t Stop” (pronta già dal 1995 ma obbligata a rimanere nel cassetto per mancate offerte di pubblicazione), la più intrigante di tutte. Una spirale acida avvolge un classico ritmo binario ed una parte vocale erotica.

Il brano entra a far parte della colonna sonora del film postumo di Claudio Caligari “Non Essere Cattivo”, uscito da pochissimi giorni e presentato fuori concorso alla 72ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. «Oltre a “Don’t Stop” nel film ci sono altri miei pezzi prodotti tra 1994 e 1995 ma usciti in vinile solo tra 2003 e 2004 su H*Plus, ossia “Snatch”, “Robot’s War” e “Rave On!”, oltre all’inedito “Subliminal 3”. Sono amico di vecchia data di Valerio Mastandrea, mi ha parlato del film molto tempo prima di iniziare le riprese e così gli ho messo a disposizione circa settanta/ottanta brani dell’epoca. Lui ne ha scelti cinque. Ho partecipato emotivamente al film per tutta la durata delle riprese, recandomi spesso sul set dove c’era anche il maestro Caligari, nonostante le precarie condizioni di salute. Si è arreso alla malattia soltanto alla fine delle riprese. I sette premi vinti a Venezia sono tutti per lui».

“20 Minutes Of Fear”, stampato in 2500 copie (la tiratura minima dei tempi) fu suonato, come ricorda Balducci, anche da DJ di fama internazionale come Hell, Colin Faver, Joey Beltram e Miss Djax. A supportarlo in Italia invece furono Freddy K, in Virus sulla laziale Mondo Radio, e Tony H, nel suo programma From Disco To Disco in onda su Radio DeeJay e con una recensione su Trend di settembre ’98 («un sogno erotico per niente scontato diverso dalla solita “trombata da spiaggia”, un technorgasmo consigliato a tutti i porno-ascoltatori d’Italia»). Sarà proprio Tony H, qualche anno più tardi, a pubblicare tre 12″ di Balducci sulla propria H*Plus. (Giosuè Impellizzeri)

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