Joy Salinas – Rockin’ Romance (Flying Records)

Joy Salinas - Rockin' RomanceDopo un paio di anni di rodaggio e familiarizzazione (come ampiamente descritto in questo reportage), nel 1989 la house made in Italy, ribattezzata italo house o, talvolta con accezione dispregiativa, spaghetti house, riesce ad affermarsi a livello internazionale. Da quel momento un numero crescente di compositori, produttori, arrangiatori, DJ, musicisti, arrangiatori e discografici si buttano a capofitto in un affare che promette più che bene, creativamente ed economicamente.

A dispetto di chi crede sia stato solo il lido d’attracco di artistoidi incapaci di distinguere un diesis da un bemolle, alla house si avvicinano anche autori che alle spalle hanno background di musiche considerate più “impegnate” e, non meno rilevante, una formazione accademica, proprio come Francesco ‘Frank’ Minoia, da Roma. «Ho sempre amato la musica di Pino Daniele fin dai suoi esordi al punto da fondare insieme ai miei cugini, all’età di appena tredici anni, una cover band a lui dedicata» racconta. «Poi ad accompagnare la mia adolescenza furono Barry White, The Crusaders, Weather Report, Spyro Gyra ed altri gruppi di questo genere. Dal punto di vista della formazione invece, ho studiato chitarra e pianoforte durante il periodo delle scuole medie ma l’approccio alla musica e agli strumenti, come basso elettrico, piano e sax, è stato pressoché da autodidatta. Quando avevo dodici anni mia madre mi spinse a frequentare mio cugino Massimiliano alias Max, che in casa aveva alcuni strumenti e un minimo d’armamentario per registrare, prima un Teac a quattro piste e poi un Fostex ad otto. Erano anni decisamente pionieristici per l’home recording. Noi facevamo pezzi sovraincidendo le tracce, inizialmente jazz-rock: io portavo le parti di basso e la melodia per il sax tenore mentre Max metteva gli accordi con le tastiere ed un Fender Rhodes. Le nostre prime composizioni ci resero una specie di duo easy listening e fummo sul punto di firmare persino un contratto con la Baby Records di Freddy Naggiar. Però eravamo troppo giovani, io ero ancora minorenne e alla fine, anche su consiglio dei nostri genitori, non se ne fece più nulla».

Melvin Hudson - Right On Time

“Right On Time” di Melvin Hudson è il primo disco inciso dai cugini Frank e Max Minoia (X-Energy Records, 1989)

Le cose per Frank e Max Minoia cambiano nel fatidico 1989 quando iniziano a produrre musica ufficialmente, insieme al DJ Corrado Rizza e col supporto della Energy Production di Alvaro Ugolini e Dario Raimondi Cominesi. Quell’anno sfornano diversi dischi, da “Satisfy Your Dream” di Paradise Orchestra ad “Everyday” di The Jam Machine, da “I’m Leaving” di Joy a “Shout In The Night” di In-Side passando per “Nothing Has Been Proved” di The Strings Of Love, cover dell’omonimo di Dusty Springfield, e “Right On Time” di Melvin Hudson. «Fu proprio “Right On Time” del compianto Hudson il nostro primo brano ad essere inciso, con l’aiuto e i remix del noto DJ romano Luca Cucchetti» spiega Minoia. «Firmai il pezzo che in seguito venne coverizzato da un gruppo dei Paesi Bassi. Sia io che Max non ci siamo mai posti il problema di approcciare alla musica house, erano gli anni in cui questa stava nascendo e per noi era un modo per concretizzare le tante idee attraverso svariati dischi che uscirono sulla Energy Production. Grazie al prezioso apporto di Corrado Rizza (che poi fonda la Wax Production con Gino ‘Woody’ Bianchi e Dom Scuteri, di cui abbiamo parlato qui, nda) inoltre iniziammo a svestire i classici panni dei musicisti veri e propri per avvicinarci sempre di più al mondo dei DJ e della musica da discoteca».

Corrado Rizza e i cugini Minoia, 1990

Corrado Rizza e i cugini Minoia al Livexpress Studio di Via Paolo Emilio, nel quartiere Prati, a Roma, nel 1990. La foto è stata gentilmente concessa dal citato Rizza

La house music che ai tempi invade l’Europa mostra un potenziale ed un fascino dirompenti. L’Italia trova subito un nuovo filone aurifero da sfruttare in seguito al declino dell’italo disco, e i risultati raccolti coi Black Box, FPI Project, 49ers e Sueño Latino sono tangibili. Dopo aver inciso altre produzioni, come “Don’t Cry” di Solaradar, “Pump The 1-2-0” di Zanzaman, “U Came 2 Me” di Suzanne Jackson e “Make It Funk” di Work In Progress, nel 1991 i Minoia si occupano del nuovo disco di una cantante filippina residente in Italia già da qualche anno e che aveva debuttato nel 1989, ma piuttosto in sordina, con “Paris Night”, prodotto da Paolo Fabiani e Ricky Mazzamauro. «Joy Salinas ci fu presentata da due produttori, Claudio Donato e Silvia Villevieille Bideri, e da lì iniziammo subito a buttare giù dei provini» rammenta Minoia. «Ai tempi per scegliere un singolo servivano almeno dieci brani-provino che però a noi non mancavano di certo. Possedevamo un mucchio di demo cantati da me in un finto inglese in falsetto, e proprio lì in mezzo c’era “Rockin’ Romance”. Avevamo un piccolo studio di registrazione in centro a Roma, nel quartiere Prati, allestito con un registratore a sedici piste Fostex, due campionatori Akai S900, un Oberheim Xpander, un Moog Minimoog, un Roland MKS-80, un E-mu Proteus 1 ed altri synth rack di cui non ricordo più il nome. “Rockin’ Romance” lo realizzammo proprio con questa strumentazione. Il testo venne scritto dall’americana Vanessa Crane, autrice di parecchie nostre produzioni di quegli anni, e l’apporto di DJ Herbie fu fondamentale sia per l’uso dei campionamenti, sia per la struttura stessa del brano. In sala filò tutto liscio, dalle prime note al mix finale, ma mai ci saremmo aspettati quel risultato. L’estate in cui uscì il pezzo, quella del 1991, mi trovavo a Corfù, in Grecia, e sentivo “Rockin’ Romance” uscire dagli stereo in spiaggia dei turisti britannici. In quel momento mi resi conto delle proporzioni del successo della nostra canzone. Vendette tantissimo in tutto il mondo, col supporto dei remix e dell’album, ma non penso sia stato il frutto di una grossa strategia promozionale, il brano si mosse praticamente da solo attraverso i DJ sparsi in tutto il pianeta».

Bip Bip e Hands Off (1993)

“Bip Bip” ed “Hands Off (Set Me Free)” traghettano Joy Salinas verso l’eurodance

A pubblicare “Rockin’ Romance” è la napoletana Flying Records di Flavio Rossi, la stessa che manda in stampa altri dischi dei Minoia (come “Deseo” di Latin Blood e diversi singoli firmati Livexpress) e che affida il remix agli allora popolarissimi Black Box. Lo strepitoso successo apre una fortunata parentesi per la Salinas e, implicitamente, anche per i Minoia, artefici dietro le quinte, che approntano nuovi singoli per la cantante asiatica come “The Mystery Of Love” (coprodotto coi Souled Out) e “Stay Tonight”, remixati rispettivamente da Joey Negro e StoneBridge ed estratti dal primo album “Joy Salinas”, aderente al movimento house/garage con virate soul e downtempo. Il disco viene presentato il 19 dicembre 1991 presso il City Square di Milano durante un party organizzato dalla Flying Records. Dal 1993 però, col passaggio alla One Thousand Records dei citati Donato e Bideri, si registra un’apertura maggiore alla formula eurodance. Con “Bip Bip”, trainato da un combo di sample incrociati tratti da “Wap Bam Boogie” dei Matt Bianco e “Bad Girls” di Donna Summer, per la Salinas inizia una seconda fase in cui continua a raccogliere consensi più o meno significativi con nuovi singoli come “Hands Off (Set Me Free)” e “People Talk”, entrambi inclusi nel secondo album intitolato “Bip Bip”. Stilisticamente si prendono progressivamente le distanze dall’italo house/garage di qualche anno prima e le differenze si fanno ancora più radicali nel 1994 quando l’artista incide “Gotta Be Good”, con la produzione di Mario ‘Get Far’ Fargetta e Pieradis Rossini, e “Callin’ You Love”. Ci si chiede dunque se tutto ciò abbia una relazione con quanto raccontato anni fa in Decadance proprio da Frank Minoia, in riferimento a produttori esecutivi che fornivano sempre indicazioni, a volte un po’ troppo precise, su cosa fare. «Il secondo album e le versioni incluse in esso erano suonate più o meno tutte con strumenti veri» spiega il compositore. «Per noi “Bip Bip” era un nuovo punto d’arrivo e questo ci bastava dal punto di vista artistico, includendo il fortunato remix di Fargetta e a seguire le nostre versioni di “Hands Off (Set Me Free)” e “People Talk” che ebbe molto successo in Brasile. Come dichiarai già anni fa, c’erano delle indicazioni da parte dei produttori esecutivi, ma non dei diktat come qualcuno potrebbe erroneamente pensare. Nel 1994 era ormai arduo continuare ad avere successo con la stessa artista ed inoltre da lì a poco io e Max avremmo imboccato strade diverse. Lui proseguì con Gianni Morandi e Barbara Cola, io verso l’ancora sconosciuta Marina Rei».

Jamie Dee - Don't Be Shy

La copertina di “Don’t Be Shy” di Jamie Dee (la futura Marina Rei), edito da X-Energy Records nel 1994

Prima di approdare al pop, Marina Restuccia bazzica per diversi anni la dance nelle vesti di Jamie Dee. Già nel 1992 i Minoia si occupano della sua “Two Time Baby” edita da Flying Records (che nel ’93 pubblica anche “Get Ready”, impreziosita da un remix di Claudio Coccoluto) ma maggior fortuna la trovano due anni più tardi quando realizzano, per la X-Energy Records, “Don’t Be Shy” e “People (Everybody Needs Love)”, a cui si aggiunge il meno noto “The Power Of Love”, cover dell’omonimo di Jennifer Rush e siglato con l’acronimo J.F.M. Project. «Quelli di Jamie Dee (“Different Moods” del 1992 e “Don’t Be Shy” del 1994, nda) erano ottimi album, come del resto i singoli che riscossero strepitosi risultati in Giappone dove la Avex Trax fece persino un “Best Of”» dice Minoia in merito. «Con la Restuccia c’è sempre stato un ottimo rapporto di lavoro, eravamo in perfetta sintonia e credo che ciò sia emerso anche quando firmò con la Virgin ed iniziò ad incidere come Marina Rei, collaborando con Paolo Micioni nel ruolo di produttore esecutivo. Dopo “Primavera”, a torto o a ragione, ognuno prese la propria strada artistica».

Comporre e pubblicare musica ormai è qualcosa che oggi può fare praticamente chiunque. È lecito domandarsi se la democratizzazione portata da internet e dalla tecnologia a basso costo abbia fatto più male che bene alla creatività. «Parliamoci chiaro, discograficamente è successo un autentico disastro» afferma lapidariamente Minoia. «Le grosse compagnie musicali restano in piedi grazie ai cataloghi fatti da milioni di brani che, a 99 centesimi l’uno, riescono comunque a fruttare qualcosa ma solo in virtù della quantità. Analogamente avviene per lo streaming. I piccoli produttori come me invece faticano a vivere di musica. Per ciò che riguarda la dance, basta andare su un portale come Traxsource e rendersi conto di quanto vivo sia il mercato, seppur il più delle volte fatto solo di spiccioli, e di quante belle produzioni ci siano in circolazione, specialmente pensando a generi come la nu disco. Il futuro lo vedo dominato quasi interamente dallo streaming nonostante adesso gli introiti siano fin troppo inconsistenti. Spotify, ad esempio, paga 0,004 dollari ad ascolto, ed è inammissibile. Se si vorrà un futuro serio per la musica è necessario cambiare i tariffari di streaming e di download, e spero vivamente che ciò accada a breve. Nel 2011 ho fondato la Kyosaku Records a cui ho affiancato, due anni fa, la Amida destinata al chillout con contaminazioni funky e distribuita dalla californiana Label Engine. Il paragone coi tempi dorati di Joy Salinas è impietoso, ma non solo in relazione al tipo di supporto ultra digitale contrapposto ai dischi in vinile e al CD ma soprattutto per lo spessore degli introiti, veramente irrisori. Come dicevo prima, riesce a guadagnare solo chi dispone di cataloghi molto ricchi. La quantità, insomma, ha preso il sopravvento sulla qualità. Il futuro? Auspico di produrre qualche nuovo artista, magari in italiano» conclude speranzoso Minoia. (Giosuè Impellizzeri)

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Black Connection – Rhythm (Lemon Records)

Black Connection - RhythmÈ vero che negli anni Novanta Roma è stata in primis il centro propulsore della techno (si vedano le recensioni di Automatic Sound Unlimited, Precious X Project, Mat101 e David X) ma è altrettanto vero che i DJ e produttori capitolini mostrarono nel contempo un forte interesse anche per la house. A dedicarsi alla produzione musicale già alla fine degli anni Ottanta è Corrado Rizza, DJ, produttore e scrittore (la sua ultima fatica editoriale è “Anni Vinilici – Io E Marco Trani – 2 DJ”, del 2016) che oggi racconta: «Dopo aver mixato come DJ per oltre un decennio tutte le notti, mi sentivo pronto ad intraprendere l’attività di produttore discografico e scelsi come partner i cugini Max e Frank Minoia (artefici di “Rockin’ Romance” di Joy Salinas nel 1990, nda) che conobbi all’Histeria, locale in cui lavoravo e dove loro avevano fatto dei concerti live insieme a vari guest come Karen Jones e il compianto Dr. Felix.

Nello studio casalingo allestito a casa di Max realizzammo, nell’arco di pochi mesi, quattro/cinque singoli che entrarono in classifica nel Regno Unito. Uno di questi venne remixato da un giovanissimo Paul Oakenfold e pubblicato dalla britannica Breakout, sussidiaria della A&M Records. Si trattava di “Nothing Has Been Proved” che firmammo come The Strings Of Love, cover dell’omonimo di Dusty Springfield scritto e prodotto dai Pet Shop Boys che un giorno mi ritrovai al Gilda dove mi fecero molti complimenti per come avevamo rivisitato il loro brano in chiave italo house. Insomma, credo di essere stato uno dei DJ che contribuirono all’avvento della house in Italia, fenomeno che vide come apripista i Black Box, i 49ers e gli FPI Project. Di quel periodo fantastico e super creativo voglio ricordare anche la X-Energy Records, etichetta che stampò il citato “Nothing Has Been Proved”, fondata e diretta da Alvaro Ugolini e Dario Raimondi, anche loro ex DJ che presi praticamente come modelli di vita».

Nel 1989 Rizza, sempre insieme ai Minoia, realizza pure “Everyday” di The Jam Machine (progetto messo in piedi un paio di anni prima dai citati Raimondi ed Ugolini e tra i primi, in Italia, a battere la strada house insieme ai Cappella di Gianfranco Bortolotti, con “Bauhaus”, DJ System – Stefano Secchi e Maurizio Pavesi – con “Animal House”, DJ Lelewel con “House Machine” e il team della DFC con “Jack The Beat” di P/P/G, “One O One” di Midas ed “Ali Baba” di Yagmur), e “Satisfy Your Dream” di Paradise Orchestra, entrambi su X-Energy Records e contraddistinti dai tipici connotati che rendono la cosiddetta “spaghetti house” unica ed inconfondibile. «Paradise Orchestra non entrò in classifica ma oggi è considerato un classico da molti DJ. Pochi anni fa Joey Negro, personaggio che stimo molto, lo ha inserito nella raccolta “Italo House” e mi hanno riferito che anche Larry Levan lo proponeva nelle sue serate al The Choice di New York, dopo la chiusura del Paradise Garage. A tal proposito svelo un piccolo segreto: le voci di “Everyday” e di “Satisfy Your Dream” vennero campionate da brani del grande Melvin Hudson prodotti qualche tempo prima dai cugini Minoia. Da DJ incallito consigliai loro di usarle in maniera più meccanica e ritmica in modo da adattarle ai bpm della house. Campionarono quindi quelle parti per poi risuonarle coi campionatori Akai dell’epoca. Hudson, scomparso da qualche anno, apprezzò molto e fu lui infatti ad esibirsi sul palco per alcune serate a Londra».

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Corrado, Rizza, Gino “Woody” Bianchi e Domenico Scuteri nel primo studio della Wax Production allestito a casa di Scuteri. La foto fu scattata intorno al 1991

Nel 1991, con Gino “Woody” Bianchi e Domenico “Dom” Scuteri, Rizza incide “Colour Me”, il secondo singolo di Paradise Orchestra, licenziato in Francia, Regno Unito ma anche nella lontana Australia. «Dopo il periodo trascorso in compagnia dei Minoia, mi misi a lavorare con Bianchi che conoscevo sin da piccolo e col quale avevo cominciato a far girare i primi dischi sui piatti. Eravamo molto amici, vivevamo nello stesso quartiere, Monteverde, oltre a nutrire la stessa passione per la musica praticamente da sempre. Fu Gino poi a presentarmi Domenico Scuteri, preparatissimo musicista con basi jazz. Insieme a loro realizzai “Colour Me”, un altro piccolo successo oltremanica. A cantarlo fu Karen Jones, artista americana dalla voce incredibile. A seguire giunse “Tomorrow” di Daybreak, questa volta per la napoletana Flying Records, ancora cantato dalla Jones e remixato da DJ Herbie».

La collaborazione tra Rizza, Bianchi e Scuteri è destinata ad evolversi. Nel 1994 infatti i tre fondano la Wax Production al cui interno operano due etichette, la Lemon Records per la house e la Evidence per le produzioni di taglio italodance, trance e progressive. Dopo essersi affidati a terzi, insomma, provano a camminare con le proprie gambe. «Decidemmo di metterci in proprio perché le produzioni cominciavano ad essere tante e svariati DJ e producer ci ronzavano intorno. La soluzione naturale ci parve quella di creare un’etichetta a nostro uso e consumo ma anche per dare spazio ad amici e colleghi. Aprimmo pure uno studio dove arrivò in rinforzo e a tempo pieno un bravissimo musicista, Luca Leonori, vero talento e genio dei computer che all’epoca cominciavano ad entrare prepotentemente negli studi di registrazione sostituendo i vecchi sequencer, i costosi expander e i tanto amati Revox B77 con cui editavamo i master finali. La Lemon Records la usavamo molto per i nostri lavori, la Evidence invece era destinata a quelli dei colleghi più vicini alla trance progressive e non a caso affidammo la direzione artistica a Stefano Di Carlo, DJ e musicista esperto di quel genere musicale. Ai tempi aprire un’etichetta discografica non era semplicissimo. Bisognava disporre di costosissime edizioni musicali, capirci qualcosa in ambito contrattuale e prepararsi ad avere a che fare coi commercialisti, almeno se intendevi fare da te. In caso contrario eri costretto ad avvalerti di professionisti del settore ma noi non potevamo permettercelo e quindi facemmo di necessità virtù. Altrettanto complesso era mandare demo. Si usavano le cassette e si spendevano tanti soldi per poterle spedire in giro per il mondo. Ogni anno c’era il Midem, a Cannes, ed anche lì partiva qualche milione di lire. Oggi invece basta un click e sei già dall’altra parte del globo».

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Gino “Woody” Bianchi, Orlando Johnson, Luca Leonori e Karen Jones, nello studio della Wax Production intorno al 1997

Proprio dalla Lemon Records, nel 1997, giunge “Rhythm” di Black Connection, l’ennesimo dei progetti di Rizza, Bianchi e Scuteri, senza dubbio tra quelli destinati a lasciare ricordi più piacevoli. «Usammo il nome Black Connection per sottolineare l’amore che nutrivamo per la musica black, il funky e il soul. Il ritmo era con noi da sempre. Concepimmo “Rhythm” per un 12″ destinato alla nostra Lemon Records. Nel brano c’erano vari campioni vocali e ritmici che il buon Gino attinse dal mondo del philly sound e di cui non abbiamo mai svelato la provenienza. Alex Gold dell’Xtravaganza Recordings entrò in possesso del disco e ci contattò per licenziare il brano nel Regno Unito. Fu allora che decidemmo di farlo ricantare da Orlando Johnson (voce di innumerevoli pezzi tra cui “I Say Yeah” e “Keep On Jammin'” di Stefano Secchi, nda) col fine di renderlo più pop, inserendo una strofa e migliorando l’inciso. Dopo queste variazioni lo reintitolammo “Give Me Rhythm”. Il primo a remixarlo fu Victor Simonelli, che collaborava spesso con noi dopo essersi trasferito a Roma, a cui seguirono i Full Intention che realizzarono una nuova versione commissionata da Alex Gold. Il pezzo entrò nella classifica britannica e fu suonato da tutte le radio. Pete Tong lo inserì nella sua raccolta annuale, “Essential Selection – Spring 1998” e finì in tante altre compilation come quella del tour australiano del Ministry Of Sound e quella dello Space di Ibiza. Nei club dell’isla blanca divenne una vera hit! Non ricordo quante copie vendette ma senza dubbio ci diede un po’ di ossigeno oltre ad una grande soddisfazione in termini artistici. In Italia lo cedemmo alla VCI Recordings, divisione dance della Virgin che si fece avanti dopo il clamore suscitato oltremanica».

La classifica di Billboard, 1998

La classifica di Billboard, dicembre 1998. Evidenziata in rosso la presenza dei Black Connection

Continuando a sguazzare tra disco, funk, soul e garage house, i Black Connection si ripresentano nel 1998 con “I’m Gonna Get Ya’ Baby”, anche questo remixato da Simonelli e dai Full Intention. La trilogia si chiude nel 2000 con “Keep Doin’ It” interpretato da Taka Boom (sorella di Chaka Khan) e remixato dai Stella Browne e dai Lisa Marie Experience. «Il più conosciuto dei tre resta sicuramente “Give Me Rhythm” anche se i restanti due stazionarono ai primi posti della dance chart di Billboard negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Internet era ancora per pochi e le notizie arrivavano con un certo ritardo tanto che scoprii quasi per caso che Black Connection finì tra i gruppi dance nella classifica di Billboard nel 1998: comprai la rivista in edicola a New York quando andai in vacanza a Natale con mia moglie. Del resto era incredibile anche il fatto di stare al venticinquesimo posto della chart insieme ad artisti del calibro di Madonna, Janet Jackson, Lisa Stansfield, Mariah Carey, Gloria Estefan ed addirittura Aretha Franklyn».

Quando i Black Connection conoscono il picco di popolarità ed iniziano a collaborare con la Virgin però l’attività della Wax Production si arresta. È lecito ipotizzare che le due cose fossero correlate in qualche modo ma Rizza spazza il campo da eventuali dubbi: «Fu solo un caso, la discografia era già in crisi e ci rendemmo conto che forse era meglio che ognuno di noi prendesse la propria strada. Siamo comunque rimasti grandi amici ed ancora oggi quando ci vediamo o ci sentiamo al telefono ricordiamo, con un pizzico di nostalgia, quei meravigliosi periodi che ci legheranno per sempre». Nel 2013 escono nuovi remix di “Give Me Rhythm” sulla “liquida” Lemon Cut Records, nata proprio per tenere in vita il ricordo della vecchia Lemon Records. «La creai dopo il mio trasferimento a Miami dove ormai vivo da circa sei anni. Ho usato la Lemon Cut come piattaforma per remixare vecchi brani come “Give Me Rhythm”, ritoccata da Jay Vegas e Samir Maslo, e “I Can’t Fight It” di Global Mind (altro progetto di Rizza, Bianchi e Scuteri, nda) affidata ad Eric Kupper. I remix realizzati da Miguel Migs per “In The Heat”, sempre di Global Mind, sono finiti invece sulla sua Salted Music. Altri pezzi tratti dal catalogo Lemon Records sono in uscita in esclusiva su Traxsource. Come regista invece (ruolo già ricoperto da Rizza nel 2014, si veda “sTRANI Ritmi” dedicato al compianto Marco Trani, nda) sto ultimando un documentario su Larry Levan e il Paradise Garage, “Larry’s Garage”, con materiale esclusivo ed inedito.

Black Connection 1

Lo studio della Wax Production in Via Dardanelli, Roma, 1997

Oggi è radicalmente cambiata ogni cosa, soprattutto l’approccio verso la hit. Negli anni Novanta era tutto nuovo, nessuno poteva prevedere quello che poi è accaduto. Adesso, secondo me, tutto viene concepito a tavolino e non esiste più improvvisazione. Non si vendono più dischi e gli introiti del mercato del download, a parte per pochi gruppi pop, è pari allo zero. Moltissimi DJ, incluso quelli più famosi, producono pezzi col solo fine di innescare le serate. E pensare che noi ci nascondevamo dietro alias di fantasia perché ritenevamo esagerato apporre il nostro nome davanti a quello di bravissimi cantanti che meritavano davvero di salire sul palco. Ora, al contrario, tanti DJ popstar forniscono solo il nome e spesso non entrano nemmeno in studio, lasciando il compito di confezionare le tracce ai ghost producer (a tal proposito si rimanda a questo reportage, nda). Non metto in dubbio che ci siano mezzi tecnici migliori ma resto del parere che prima ci fosse più soddisfazione nel tagliuzzare i nastri coi Revox, come del resto era bello, per noi DJ preistorici, trovare il tempo col pitch dei Technics o, prima ancora, col variatore dei Lenco L75 a puleggia. Il tasto sync non esisteva neanche nella nostra immaginazione». (Giosuè Impellizzeri)

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