Various – Kimera Mendax EP (New Interplanetary Melodies/Kuro Jam Recordings)

Various - Kimera Mendax EPIl fumetto “Kimera Mendax” narra la storia di un gruppo di ribelli che, dai sotterranei di Roma, lottano per neutralizzare KX, sistema bio-operativo con cui, nel prossimo futuro, si tenterà di affermare un’irreversibile tecnodittatura. “Kimera Mendax” è anche il titolo di un’ambiziosa proposta di imminente pubblicazione curata in tandem da New Interplanetary Melodies e Kuro Jam Recordings, unite in una joint venture disco-grafica: da un lato musica, dall’altro un fumetto. Appare subito chiaro che per concretizzare tale sinergia sia stata fatta leva su elementi di vicendevole compenetrazione.

«La storia del fumetto ruota intorno a misteriosi dischi in vinile (rotti, abbandonati, trafugati, regalati, mixati, manipolati) e quasi in ogni tavola ci sono riferimenti palesi o nascosti alla club culture di inizio anni Novanta, con particolare riferimento alla scena londinese» spiega Gianluca Pernafelli, sceneggiatore e membro del collettivo Kuro Jam. «I primi teaser dei nostri esperimenti grafici erano accompagnati da pezzi inediti che avevo realizzato ispirandomi a quel mondo e a quelle atmosfere. I disegni che compaiono all’inizio di ogni capitolo sono pensati come adesivi attaccati su un’ipotetica valigetta porta dischi. Il ritmo dell’intera narrazione è stato dettato spesso da brani dei “maestri” che ascoltavamo durante la scrittura e il disegno del progetto. Sulla pagina Facebook del collettivo abbiamo condiviso di volta in volta i nostri “consigli d’ascolto” relativi ai capitoli in lavorazione, accogliendone altrettanti dagli amici che interagivano sui post. Ne verrebbe fuori una compilation delle meraviglie che va dagli LFO ai Future Sound Of London, da Aphex Twin a Plastikman, da Lory D a Joey Beltram. Insomma, la musica è il vero sottotesto, il motore invisibile di “Kimera Mendax” ed era, in fieri, la sua naturale evoluzione. In vinile, ovviamente. Quando, nell’autunno del 2018, è uscito su New Interplanetary Melodies “Escape From The Arkana Galaxy” dei 291outer Space, accompagnato da una veste “fumettosa” retrofuturistica di Simone Antonucci, era chiaro che ci fossero tutte le premesse per unire le due esperienze. Non ricordo neanche se ci sia effettivamente stato un momento in cui Simona mi abbia chiesto “se”. La domanda è stata piuttosto “quando partiamo?”».

«Nel momento in cui ho fondato la mia etichetta ho sempre pensato ad un progetto più ampio che si estendesse dalla musica ad altre “visioni” come le arti grafiche» prosegue Simona Faraone, DJ e titolare della New Interplanetary Melodies. «Essendo un’appassionata di fumetti di fantascienza, mi sono lanciata con entusiasmo nella collaborazione con Luca “Presence” Carini dei 291out e il disegnatore Simone “Mega” Antonucci, coi quali abbiamo dato vita, insieme ad Ivan Cibien, al progetto della Galassia Arkana, una vera e propria space-opera raccontata in musica ed immagini che prossimamente vedrà un sequel. Il passo successivo è stato partire da un fumetto di fantascienza come “Kimera Mendax” con una forte componente musicale al suo interno e creare una soundtrack apposita, giocando coi tanti elementi contenuti nella storia. Sono molto soddisfatta della perfetta sinergia creata tra New Interplanetary Melodies e il collettivo Kuro Jam».

i quattro inlay

I quattro inlay allegati al disco realizzati dai disegnatori del collettivo Kuro Jam

Il disco in vinile è stato il supporto musicale ad aver offerto maggiore spazio per elaborazioni grafiche che, decenni addietro, hanno toccato punte di genialità probabilmente ineguagliabile (si pensi, ad esempio, ai lavori degli Hipgnosis, di George Hardie, di Milton Glaser, di Roger Dean o di Tony Lane). Dai primi anni Duemila però, con la progressiva smaterializzazione dei supporti, pare che tutto quel mondo artistico sia stato polverizzato con presunzione e disinteresse, dimenticando come la copertina abbia spesso implementato il valore del prodotto finale assumendo la forma di una sorta di mise en place. Gran parte della musica liquida oggi in circolazione punta essenzialmente sul contenuto video mentre quello grafico è ridotto a copertine grandi come francobolli o poco più. Il graphic design è quindi in via d’estinzione? Tra venti o trent’anni ci sarà ancora qualcuno che darà peso a questa attività artistica? «Credo che nessuno nato nel secolo scorso abbia dimenticato le proprie emozioni, a volte vere e proprie esperienze oniriche, a contatto con queste immagini stampate su cartoncino di formato 30×30, quasi sfacciate per la loro dimensione se paragonate ai francobolli in pixel di oggi» risponde a tal proposito Pernafelli. «Non a caso parlo di “contatto” perché questi oggetti magnifici li prendevi in mano, li aprivi, li esploravi anche a livello epidermico. Non compravi solo musica ma un sogno, un’identità, un bel quadretto da appoggiare sulla mensola della cameretta, un biglietto di viaggio senza scadenza che dovevi proteggere dalle aggressioni del tempo, un’esperienza che coinvolgeva più sensi. Oggi invece ci stiamo privando sempre di più di un senso fondamentale, per il nostro corpo ancora fortunatamente primitivo, quello del tatto. È anche un po’ ironico, pensando all’etimologia della parola, che la nuova umanità digitale stia lentamente rinunciando all’uso delle dita. Ci basta chiedere e con la sola voce attiviamo i device per fare una chiamata telefonica, accendere i termosifoni o cercare una canzone. In “Kimera Mendax” gli uomini hanno sostituito dita e mani con surrogati robotici, hanno incorporato quei device, sono diventati quegli strumenti e corrono il rischio di ritrovarsi in balia del sistema. Il graphic design legato alla musica non sparirà e sono convinto che saprà stupirci molto più spesso del suo contenuto, la musica appunto, ma sarà sempre più evanescente, racconterà meno quel contenuto, sarà solo appiccicato sopra, proprio come un francobollo. Se penso a “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd ho subito davanti agli occhi il prisma su fondo nero e i colori dell’arcobaleno (artwork realizzato dal britannico George Hardie, nda), se penso all’ultimo lavoro dei miei musicisti preferiti invece non vedo niente, su quel fondo nero emerge solo un elenco di titoli bianchi. E così, ogni volta, ho l’impressione di non aver fatto un’esperienza profonda e completa di quelle opere, perché non le ho… toccate».

La parola passa alla Faraone che prosegue: «sono una grande sostenitrice della musica stampata su dischi in vinile. Per me rimane il supporto ideale e anche il più completo, proprio perché c’è qualcosa di tangibile ed esteticamente affascinante in una bella copertina illustrata. New Interplanetary Melodies nasce come label con uscite unicamente in vinile abbinate ad un packaging molto curato. Col primo disco di Mayo Soulomon abbiamo riportato alla luce un suo progetto registrato su cassetta negli anni Novanta trasferendolo su disco nel 2016. Il 12″ era corredato da un inlay illustrato nel quale si spiegava tutta la storia delle mitiche cassettine di Mayo. Se questa release fosse stata solo digitale non avrebbe avuto il medesimo appeal. Essendo musica che proveniva da un’era analogica, la sua veste migliore non poteva che essere solo su vinile. Ogni disco della label ha una veste grafica precisa, curata da Andrea Guardiani del Budai Studio col quale è nata una bella collaborazione. Non potrei mai immaginare una nostra uscita accompagnata da una copertina banale. Ogni release viene curata nei minimi dettagli, dal sound all’artwork. Con “Kimera Mendax EP”, nello specifico, abbiamo dato vita ad un progetto unico in edizione limitatissima, un prodotto nato per essere un oggetto da collezione. All’interno del disco ci saranno quattro preziosi inlay illustrati dai disegnatori del collettivo Kuro Jam, Mattia De Iulis, Giulia D’Ottavi, Stefano Garau ed Enrico Carnevale. Abbiamo realizzato anche quattro teaser video, uno per ogni traccia, nei quali si potranno ammirare alcune tavole contenute nel primo e nel secondo volume del fumetto. Le illustrazioni della copertina, infine, recano una firma importante, quella dell’artista Elena Casagrande».

Kimera Mendax Vol.1

La copertina del primo volume del fumetto “Kimera Mendax” intitolato “System” ed uscito nel 2018

Il primo volume di “Kimera Mendax”, uscito nel 2018 ed intitolato “System” (disponibile per l’acquisto qui) , narra una storia ambientata nella Roma del 2048, un futuro non poi così tanto lontano in cui «l’umanità ha scelto di potenziarsi con appendici robotiche, integrando in sé le nuove tecnologie della comunicazione e dell’intrattenimento. […] A governare una società docile e funzionante ci pensa il sistema bio-operativo KX. Perdendo gradualmente il contatto con se stessa, drogata di futuro, la gente vive in morbosa attesa delle nuove “release”, nell’illusione di progressiva completezza e felicità». Seppur manchino quasi trent’anni al 2048, possiamo già parlare di una popolazione “drogata di futuro”, perennemente connessa in Rete ed apparentemente incapace di condurre più una vita senza smartphone e social network. Insomma, la realtà non pare poi così tanto diversa dall’immaginazione. «La genesi dell’idea è stata un esperimento» illustra Pernafelli. «Ognuno dei quattro disegnatori di Kuro Jam ha creato un personaggio, lo ha disegnato e caratterizzato dandogli un accenno di biografia. Insieme abbiamo stabilito il genere nel quale muoverci ed io avrei dovuto tessere la storia mettendo insieme altri elementi concordati come il futuro, l’ambientazione romana e l’atmosfera generale. Pensavamo di far uscire più albi ma alla fine abbiamo optato per un piano editoriale snello e il mio ulteriore salto ad ostacoli è stato comprimere tanto materiale narrativo in sole ottanta tavole. Questo, in fondo, ha dato al fumetto la sua cifra di densità: le pagine invitano ad una rilettura, alla ricerca dei tanti “easter egg” che ci siamo divertiti a disseminare qua e là, quasi come fossero sample musicali dei quali indovinare la provenienza. C’è una continua variazione di colori, ambienti, tagli, luci, ma credo che la DJ Xtal di Stefano, il Decimo di Mattia, il vecchio rigattiere di Enrico e la “strega” di Giulia abbiano trovato la loro giusta dimensione tra le pagine di un fumetto nato con l’idea di realizzare qualcosa di bello e di cui essere contenti. Non c’è stato nessun evento particolare ad ispirare la storia se non lo stupefacente sviluppo tecnologico in sé e l’uso maldestro, e a volte pericoloso, che gran parte dell’umanità fa dei tanti strumenti potenti, quasi magici, oggi a sua disposizione. Il disco uscirà in contemporanea col secondo volume di “Kimera Mendax”. A differenza del primo che conteneva molto “setting”, nel secondo c’è azione e movimento, si sciolgono molti nodi e si svelano i piccoli segreti di ogni personaggio, ma soprattutto diventa imprescindibile la presenza monumentale di Roma. In “System” c’erano scorci della periferia capitolina, il Lungotevere e qualche ponte riconoscibile mentre qui la battaglia finale a colpi di Technics SL-1200 avviene tra il Colosseo, immaginato come un gigantesco subwoofer, e l’Altare della Patria con le sue linee spigolose, proprio nel cuore della Città Eterna. Insomma, da un certo momento in poi ci siamo presi tutta la libertà che un’autoproduzione può garantire e ci siamo detti “ok, scoattiamo alla grande, let’s party!” Sono sicuro che, prima delle tante allegorie e dei numerosi riferimenti, si coglierà la voglia di divertirsi e di divertire che abbiamo messo dentro».

vignette vol 2

Due vignette tratte dal secondo volume di “Kimera Mendax” di imminente pubblicazione: nella prima, in bianco e nero, si scorge il logo della Sounds Never Seen, etichetta fondata da Lory D nel 1991, nella seconda invece, a colori, lo spettrogramma sullo sfondo cita il video di “Come To Daddy” di Aphex Twin, diretto da Chris Cunningham nel 1997

In “System” figurano inoltre una serie di parole chiave come Digital Battle – Analogue Resistance (terzo capitolo) ma pure una ricca serie di “campionamenti visuali” tratti dal mondo del DJing e della musica elettronica, su tutti le tavole di apertura del quarto capitolo dove viene mostrato l’indimenticato Black Market Records, un tempo al 25 di D’Arblay Street, nella capitale britannica. Il celebre negozio di dischi, meta per migliaia di DJ, è cristallizzato nell’anno 1991, con la vetrina riccamente allestita (in cui si scorgono, tra le altre, le copertine di “The Man-Machine” dei Kraftwerk, “Violator” dei Depeche Mode e “Tubular Bells” di Mike Oldfield) e un disc jockey che ascoltando un test pressing, privo di qualsiasi informazione riconducibile all’autore, esclama a gran voce: «c’è qualcosa di magico, sembra roba arrivata da un’altra galassia». Ai tempi si avverte per davvero quella sensazione unica di sentire cose autenticamente nuove che aiutano a mettere un piede nel futuro. Paradossalmente però, a circa trent’anni di distanza, si ha l’impressione che il futuro fosse ieri, musicalmente parlando, e che all’innovazione tecnologica (è forse essa la chimera mendace?) non sia seguita un’altrettanto sorprendente innovazione artistico-creativa. «Quando avevo vent’anni lavoricchiavo come DJ e speaker, ho respirato e vissuto quell’aria, ho frequentato studi di registrazione ed ho avuto la fortuna di conoscere gente importante» prosegue ancora Pernafelli. «Tra 1994 e 1995, inoltre, ho vissuto a Londra con alcuni amici tra cui il carissimo Nico De Ceglia, oggi affermato DJ e produttore ancora di casa nella capitale britannica, e Black Market Records era il nostro vero “social”. Pensammo persino di trasferirci all’ultimo piano del palazzo che ospitava il negozio, in un piccolo appartamento che si era appena liberato proprio accanto agli uffici della Azuli Records, ma alla fine preferimmo rimanere nel nostro quartiere. Ci guadagnavamo da vivere scovando e spedendo test pressing, per lo più di musica house, ad alcuni negozi di Roma, Rimini e Milano. In quel periodo i più famosi DJ italiani avevano “fame” di novità e di dischi esclusivi ed erano disposti a spendere cifre importanti per proporre nelle proprie serate roba nuova. Quando il materiale scarseggiava c’era sempre un piano B per pagare l’affitto: si stampavano tracce nate in poche ore di sessioni notturne in studio e si spedivano in Italia col centrino bianco spacciandole per materiale inglese di produttori ancora ignoti. Nessuno si è mai lamentato, anzi! Ecco, le tavole a cui si faceva prima riferimento hanno una componente nostalgica, sono l’omaggio ad un mondo che non esiste più. Ci tenevo che fossero ben fatte, Giulia è stata bravissima nella ricostruzione degli ambienti. Il venditore del negozio poi ha i tratti di Steve Jervier, uno dei due fondatori dello stesso store. Quanto al 1991 invece, è l’anno in cui una label ancora semisconosciuta di nome Warp pubblica “Frequencies” degli LFO e in cui escono anche altre “cosucce” come “Papua New Guinea” dei Future Sound Of London ed “Analogue Bubblebath” di Aphex Twin (in “Digital Battle – Analogue Resistance”, titolo sopraccitato di uno dei capitoli del fumetto, echeggia un po’ quel nome). Sì, chi trent’anni fa si è trovato tra le mani quei dischi, ha messo la puntina sopra ed ha alzato il volume, ha sicuramente avuto l’impressione di sbirciare nel futuro, di essere parte di una rivoluzione. Ma il bello è proprio questo: è difficile prevedere una rivoluzione, e di sicuro è impossibile tornare ad avere vent’anni». Simona Faraone invece sostiene che il futuro della musica sia stato già scritto: «a mio avviso difficilmente potrà ripetersi il cambiamento epocale che si attuò alla fine degli anni Ottanta con l’house music e la techno. Una nuova rivoluzione potrà verificarsi in futuro quando i tempi saranno maturi per la nascita di nuovi linguaggi musicali. New Interplanetary Melodies si propone come un tramite temporale tra passato e futuro e nel nostro piccolo con “Kimera Mendax EP” abbiamo dato qualche spunto per una visione di un futuro abbastanza vicino».

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Una serie di tavole tratte dal primo volume di “Kimera Mendax”: in alto il negozio londinese Black Market Records, in basso ciò che avviene al suo interno con altre due citazioni rivolte ad Aphex Twin (lo sguardo terrificante che appare nel televisore del video di “Come To Daddy”) e Lory D (il “mai visto niente del genere” nel balloon ammicca ancora alla Sounds Never Seen)

Il disco, stampato in edizione limitata di 150 copie e numerata a mano, muove i passi su quattro tracce realizzate da altrettanti artisti: Soulomon, Peter Blackfish, Francesco Cianella alias E.L.F. (acronimo di Extreme Low Frequencies) ed Andrea Benedetti. Ognuno di loro esplora i meandri della “machine music” a proprio modo, chi prediligendo la cassa in quattro, chi poggiandosi sulle sincopi, chi fluttuando su nubi ambientali. Insomma, sembra di fronteggiare con quattro visioni nate su un registro grafico/narrativo finalizzato alla sonorizzazione della storia ma, come rivela la Faraone, le tracce in realtà sono state abbinate alle immagini del fumetto solo in corso d’opera. «È come se le illustrazioni uscissero dalle tavole per indossare una nuova veste in quelle degli inlay. “Kimera Stun” di Soulomon e il robot che pubblicizza il sistema bio-operativo KX, “KTO Xcite” di Peter Blackfish e la strega visionaria Falena, “Extreme Low Frequency” di E.L.F. e la DJ Xtal ed infine “Secret Algorithm” di Andrea Benedetti e Talamo, l’anziano rigattiere custode di alcuni “strani” oggetti del passato.

gli artisti di Kimera Mendax

I quattro artisti coinvolti nell’EP: sopra Mayo Soulomon e Peter Blackfish, sotto E.L.F. ed Andrea Benedetti

Avendo stampato un numero limitatissimo di copie, con questa uscita ci rivolgiamo innanzitutto ai fan del graphic novel “Kimera Mendax” e ai supporter della New Interplanetary Melodies e comunque a tutti coloro in cerca di qualità che ci auguriamo di aver realizzato. Si tratta del primo disco di una serie parallela del catalogo New Interplanetary Melodies in collaborazione con Kuro Jam Recordings, label del collettivo fondata da Gianluca Pernafelli, che è co-produttore esecutivo insieme a me. Sarà una serie di EP con cui coinvolgeremo altre figure rappresentative della scena elettronica e techno. Il disco è già in pre-order su Bandcamp ed uscirà ufficialmente il prossimo 27 marzo» conclude Simona Faraone. (Giosuè Impellizzeri)

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Simona Faraone – Hieroglyphic Project (Tomahawk)

Simona Faraone - Hieroglyphic ProjectNelle decadi passate di DJ donne non ne esistevano tantissime a livello internazionale, ancor meno prendendo in esame il solo scenario italiano. Pare inoltre che il settore fosse piuttosto maschilista e particolarmente ostile alle (poche) intenzionate a prendere il controllo della consolle (in merito a ciò si veda l’intervista a Babayaga racchiusa in Decadance Extra). Poi le cose prendono una piega diversa, complice l’affermazione commerciale della figura del DJ, e il numero delle donne in consolle comincia ad aumentare.

Una che frequenta il mondo del DJing sin da tempi non sospetti è Simona Faraone, romana di nascita ma fiorentina d’adozione, che racconta: «Ho iniziato a lavorare nel mondo della musica nella seconda metà degli anni Ottanta, analogamente ad altre colleghe italiane dell’epoca come Babayaga e Lady Jam Jam. A Roma, quando ho cominciato a fare la DJ, le consolle erano blindatissime, non tanto per maschilismo quanto per importanza del DJ. Negli anni Ottanta la capitale viveva la piena golden age del clubbing e le consolle erano dominate da veri e propri mostri sacri come Marco Trani, Paul Micioni e Faber Cucchetti. C’era però una donna che riuscì a farsi spazio tra i colleghi uomini prima di me, Claudia Longhino, conquistando consolle di club storici della “dolce vita” romana di quel decennio. La stimavo molto seppur musicalmente fosse un po’ lontana da quello che mi piaceva. La sua esperienza mi incoraggiò nel tentare una strada assai difficile ossia ottenere la prima consolle come DJ titolare, cosa che avvenne in seguito ma in Lombardia, al Country Club di Siziano, nel 1990, grazie ad Albert One (il musicista, cantante e produttore discografico Alberto Carpani) che quell’anno curava la direzione artistica del locale e puntò su una figura femminile come DJ resident. Negli anni Novanta poi la musica house ha sdoganato numerose consolle e riconvertito il concetto di club/discoteca rispetto a ciò che era stato per tutti gli Ottanta. Io, come del resto le altre colleghe sopracitate, non ebbi grandi problemi ad essere coinvolta in serate ed eventi insieme a DJ uomini. Questa diffidenza maschile nei confronti di noi donne, in realtà, non l’ho mai percepita negli anni Novanta. Allora Babayaga riuscì persino a diventare promotrice di un megaevento itinerante, il Syncopate, che coinvolgeva in maratone no-stop i più importanti DJ italiani».

Nel 1995 la Faraone prende parte al primo volume di “DJ’s United Grooves”, progetto discografico patrocinato dall’American Records di Roberto Attarantato (a cui abbiamo dedicato un reportage qui), e la sua “Glass Pyramid” entra a far parte di un doppio mix in cui si rinvengono i contributi, tra gli altri, di Alfredo Zanca, Marco Bellini, Massimo Cominotto e Stefano Noferini. Nel 1996 è tempo anche del suo primo singolo, “Hieroglyphic Project”, edito dalla Tomahawk, una delle svariate etichette che il gruppo di Attarantato lancia in quel periodo. Sul 12″ trovano spazio due nuove versioni di “Glass Pyramid”, il Remix e il Tribal Remix, ed altrettante di un inedito, “Nile Fury”. Lo stile vaga tra progressive venata di acid e la house dal piglio sperimentalista che paga il tributo ai Leftfield, Andrew Weatherall ed artisti simili di quella caratura. Il tutto sullo sfondo di temi intrecciati alla fantascienza e all’Antico Egitto, topos narrativo della DJ inserito in una sorta di rispondenza col suo cognome-pseudonimo (nomen omen avrebbero detto i latini).

«Negli anni Novanta si creò una nuova figura artistica, quella del DJ-producer. Tutti arrivavamo dalla gavetta fatta nei club e molti di noi avevano iniziato negli anni Ottanta, periodo in cui era fondamentale fare esperienza nella consolle di un locale in modo continuativo per poter affermare di essere in grado di gestire un dancefloor. Lo step successivo, ovvero quello della produzione discografica della musica che si proponeva, è una cosa che esplose letteralmente negli anni Novanta, e ciò avvenne anche in virtù delle nuove possibilità di produrre house e techno in modo più veloce e meno impegnativo rispetto a quanto avvenisse negli anni Settanta ed Ottanta. In questo senso le label indipendenti favorirono ed accompagnarono la nascita di veri e propri movimenti musicali, basti pensare alla romana ACV in riferimento alla scena rave o alla fiorentina Interactive Test di Franco Falsini, seminale per il movimento progressive. Nei Novanta si consacrò quindi la figura del “DJ protagonista” e produrre musica divenne una necessità importante per completare la propria dimensione artistica e professionale. Io però non avevo ancora pensato di compiere questo passo, alla produzione preferivo la ricerca musicale e la selezione di dischi. Inoltre è importante sottolineare che molti DJ degli anni Novanta si legarono a filo stretto con partner di studio che poi erano i veri esecutori materiali dei loro progetti discografici (a tal proposito si veda questo reportage, nda).

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La cover interna di “DJ’s United Grooves Vol. 1”, 1995: insieme a Simona Faraone ci sono Marco Bellini, Alfredo Zanca e Buba DJ

Per me l’avventura della discografia iniziò quindi con la Tomahawk, attraverso la proposta avanzata da Piero Zeta, DJ che gestiva un frequentatissimo negozio di dischi a Faenza, il Mixopiù (di cui abbiamo dettagliatamente parlato in Decadance Extra, nda) e che avevo conosciuto a Il Gatto e la Volpe di Ferrara, un club noto per gli interminabili afterhour. Il progetto “DJ’s United Grooves” nacque proprio da un’idea di Piero Zeta che propose a Roberto Attarantato di investire su alcuni DJ italiani di riferimento appartenenti alla scena techno, progressive e trance attivi tra i più importanti club della Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana e lanciare due label speculari con suoni differenti, la Sushi e la Tomahawk. Furono entrambe presentate attraverso quell’album in formato doppio (stampato in due versioni differenti, in 12″ con copertina gatefold illustrata contenente le nostre foto, in 10″ su vinile colorato e cover di plastica trasparente) che di fatto fu la base per sviluppare in seguito i relativi singoli/EP di ogni artista.

Il disco raccolse un grande successo e quindi nel 1996 Piero e Bob mi proposero di uscire con un EP tutto mio, il quarto del catalogo Tomahawk che seguiva i precedenti di Buba DJ e DJ Spada. Nel frattempo erano usciti anche altri singoli sulla Sushi firmati da Piero Zeta & MC Hair, e così mi ritrovai nello scatenato vortice delle label dell’American Records che in quegli anni furono davvero prolifiche di uscite. Attarantato inoltre avviò molte altre sublabel parallele, erano tempi fortunati, si vendevano ancora tantissimi dischi e il movimento techno-progressive italiano era al suo massimo splendore.

Per la realizzazione del mio EP, come avvenne per la versione originale di “Glass Pyramid”, mi avvalsi dell’apporto fondamentale del sound engineer Filippo Lo Nardo e dell’equipment analogico del Dream Studio dell’American Records. Lo Nardo era colui che, insieme a Bob One, si occupò materialmente della realizzazione della maggior parte dei progetti usciti in quel periodo. In studio c’erano molte macchine Roland, Juno-106, TB-303, SH-101, TR-808 e TR-909, un mixer Soundcraft 36+8bus, un sintetizzatore monofonico Waldorf Pulse, un paio di E-mu (Orbit 9090, Proteus 1), un registratore DAT della Fostex e il campionatore digitale Akai S3000XL. Poiché non ero iscritta alla SIAE, le quattro tracce dell’EP le firmò Attarantato che quindi risulta autore. Piero Zeta ovviamente era dietro tutti i progetti in veste di selezionatore degli artisti coinvolti. Firmai il contratto come artista e mi fu riconosciuto un fee forfettario come anticipo delle royalties sulla vendita del disco. Se la memoria non mi inganna ne furono stampate 1500 copie (di cui qualche centinaio su plastica trasparente, nda) ma non ricordo se successivamente venne ristampato. Diverse pubblicazioni dell’American Records furono ristampate e distribuite sul mercato internazionale macinando migliaia di copie. Piero e Bob mi chiesero di realizzare un EP che mi rappresentasse musicalmente come DJ, quindi con Lo Nardo lavorai alla scelta dei suoni cercando di trovare i più vicini a quelli che proponevo abitualmente nei miei set. Elaborammo il tutto in un paio di settimane circa. Il remix di “Glass Pyramid” inciso sul lato a è ispirato ad alcune produzioni dei Sabres Of Paradise di cui ero grande fan all’epoca. Mi piaceva suonare tracce goa trance alternate ad altre più acid e techno, retaggio dei miei trascorsi musicali come DJ ai rave capitolini. Il pezzo dell’EP a cui sono musicalmente più legata però è “Nile Fury (Tendential)” che all’epoca Bob One giudicò troppo estremo ma che di fatto identificava maggiormente la mia personalità. Un pezzo che oggi probabilmente suonerei ancora in slow pitch».

Simona Faraone sculpture

Una foto scattata nel 1995, ai tempi della realizzazione di “Glass Pyramid”. Simona Faraone indossa una scultura di metallo del progetto Gli Androidi Divini che lo scultore modenese Alessandro Pica realizza appositamente per la DJ e il Principe Maurice

Per l’American Records, attiva sin dal 1984, si tratta di un autentico rilancio e nel triennio 1996-1999 altre label rinforzano l’ossatura dell’azienda modenese, come Kyro, Sinus, Speed Zone, Status Records, Start Records, Sub Ground ed altre ancora. Il progetto promette più che bene ma a fine decennio tutto finisce in briciole. «Non so come mai per quel pool di etichette le cose non si consolidarono al contrario di ciò che avvenne per la Media Records ad esempio. Probabilmente la causa è da ricercare in un management poco lungimirante. Dopo l’uscita di “Hieroglyphic Project” presi altre direzioni, musicalmente parlando, pertanto non mi sarei più riconosciuta nella linea stilistica che stava prendendo la società di Attarantato e non avrebbe avuto molto senso proseguire la collaborazione con lui. Quasi tutti gli artisti coinvolti in “DJ’s United Grooves” imboccarono strade diverse ed anche lo stesso Piero Zeta si dedicò ad altri progetti interrompendo la sinergia con Bob One.

Successivamente fui coinvolta da un produttore milanese del giro “afro-cosmic” in un progetto di remix di alcune tracce del repertorio di Tullio De Piscopo. Condivisi con l’amico DJ italo inglese Leo Young una versione cosmica di “Stop Bajon” che realizzammo in uno studio romano nel 1998. Fu stampato solo su vinile white label, e giusto qualche mese fa un DJ inglese mi ha segnalato che il brano è riapparso su Juno in formato digitale. Né io né Leo sappiamo se De Piscopo sia mai stato messo al corrente di questo progetto ma ci siamo comunque divertiti a realizzare la nostra versione, particolarmente apprezzata da Francesco Farfa (a cui feci avere una copia) che la suonò per tutta l’estate del ’98 ad Ibiza e nei locali spagnoli».

A differenza di molti altri che in quegli anni sfornano produzioni a raffica, Simona Faraone non investe particolari energie nel settore discografico, focalizzandosi primariamente sull’attività da DJ. «La mia attitudine è quella di essere disc jockey nel senso stretto del termine, quindi collezionista di dischi e selezionatrice. La produzione invece, per una serie di motivi, non sono riuscita a svilupparla, proseguendo invece nella ricerca musicale e dando vita a progetti performativi come “I Am Sequenced In Space” del 2011, in cui ho cercato di dare una interpretazione al rapporto tra musica elettronica e il cosmo. Ho sempre seguito con molto interesse Jeff Mills e le sue avventure spaziali che per me sono state di grande ispirazione. La sua performance “Something In The Sky” al Club TO Club di Torino nel 2010 è ciò che io intendo come espressione ideale di un certo modo di fare musica».

Gli anni trascorrono e nel 2016 Simona Faraone fonda una sua etichetta, la New Interplanetary Melodies, ma non lo fa per autopromuoversi come invece accade sempre più spesso in questi tempi, bensì per supportare altri artisti. «Da Jeff Mills a Sun Ra il collegamento con un certo tipo di musica è stato quasi un’evoluzione naturale. Gli anni più recenti hanno visto un mio progressivo riavvicinamento alle radici black con l’esplorazione del repertorio jazz di artisti come Pharoah Sanders, John ed Alice Coltrane, Archie Shepp ed Herbie Hancock e con la passione per free jazz e cosmic jazz. La discografia di Sun Ra è quanto di più vario e stravagante sia mai stato composto da un musicista che aveva ben chiaro anche un certo messaggio politico, di emancipazione del popolo afroamericano che io condivido pienamente. Per lo stesso motivo all’inizio degli anni Novanta fui rapita dal suono della techno nera di Detroit, ma le produzioni di Juan Atkins erano già visionarie nei primi anni Ottanta. Con Sun Ra ovviamente condivido sia una certa passione per l’iconografia dell’Antico Egitto, sia il suo approccio spirituale, ultraterreno, cosmogonico e simbologico. Quando si è concretizzata l’idea di dare vita ad una mia label, per cui copro il ruolo di produttore esecutivo e non di artista/producer, ho deciso di rendere omaggio a Sun Ra ispirandomi a lui anche per il nome: New Interplanetary Melodies / Phonographic Editions From Tomorrow’s World.

New Interplanetary Melodies ha un’impronta sonora sperimentale, libera, trasversale e contaminata, affidata ad artisti non convenzionali e dalle differenti sensibilità capaci di creare una dimensione parallela nel mondo dei suoni indipendenti moderni. L’artwork è curato da un giovane graphic designer italiano, Budai, che ha interpretato perfettamente l’iconografia della label. La programmazione delle prime uscite in vinile ha seguito un iter preciso. Gli artisti coinvolti finora sono tutti italiani e per me rappresentano quello che c’è di meglio a livello di produzione. Ho scelto di iniziare con un lavoro inedito del DJ bolognese Mayo Soulomon, recuperato da registrazioni su cassetta dei primi anni Novanta che avevano un valore affettivo ed artistico anche per lui. “Magnetic Archive” è un piccolo gioiello che sono stata davvero orgogliosa di poter stampare. Il rapporto con Mayo è proseguito con la seconda uscita, “Two Scorpios EP” di Abyssy, che ho prodotto come ideale seguito di “Magnetic Archive”. Una delle quattro tracce presenti sul 12″, “Young Soulomon”, è tratta ancora dall’archivio delle cassette di cui parlavo prima. La terza uscita invece è il disco che sposa perfettamente il concept della label, “Acid Sea” di Ra Toth And The Brigantes Orchestra, progetto di Marcello Napoletano ispirato a Sun Ra e alla sua Arkestra. Il mastering di tutte le uscite è affidato a MarcoAntonio Spaventi mentre le press release sono curate da Valeria Iavarone e Sebastiano Urciuoli. La distribuzione internazionale è di Lobster, la promozione di Jus Like Music Media, entrambe britanniche».

Degli anni Novanta, quindi, la Faraone non preserva nulla di così radicale per andare avanti, contrariamente a molti altri che invece sembrano passivamente ingabbiati in quel decennio, rivelando la propria incapacità di reinventarsi con egual impeto e costanza. «Per me è una decade ormai lontana. Non ho rimpianti e non ripenso a quegli anni con particolare nostalgia. Hanno fatto parte della mia storia artistica e costituiscono naturalmente un bagaglio professionale, questo è fuor di dubbio. È stata una decade emblematica, soprattutto per la musica elettronica, techno e progressive, e il mio disco su Tomahawk è entrato nella storia di quegli anni e di questo ne vado fiera, però si va avanti proseguendo il viaggio musicale. Oggi mi interessa sviluppare il lavoro della mia label di cui sono ormai imminenti due nuove uscite: un doppio 12″ dei 291out[er space] e un EP con due inediti della Pronto Recordings del citato Leo Young. In parallelo sono impegnata nella co-produzione delle uscite della Roots Underground Records, fondata nel 2012 dal mio compagno Marco Celeri, su cui sta per essere pubblicato un nuovo EP di Marcello Napoletano nascosto dietro il moniker Anthony Parasaula». (Giosuè Impellizzeri)

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