Virtualmismo – Mismoplastico (PRG)

Virtualmismo - MismoplasticoTra 1991 e 1992 l’Europa conosce il boom della techno. Riconvertita e rielaborata rispetto alle matrici di Detroit, conquista il Vecchio Continente imponendosi come genere che rompe con la tradizione, trainato da suoni inediti per le grandi masse. Nascono decine di sfumature e derivazioni, alcune riuscite, altre un po’ meno, che per un biennio segnano un autentico trend. In questo quadro si inseriscono Christian Hornbostel e Sasha Marvin, entrambi nella squadra di Italia Network, artefici del progetto Virtualmismo ai tempi incasellato sotto le voci techno ed house ma con un suono piuttosto diverso da quello imperante proveniente dal mondo dei rave.

«Virtualmismo è stato il primo vero progetto ufficiale del binomio Mr. Marvin & Hornbostel. Dopo la prima esperienza insieme in studio, per i remix di “Entity” di Mr. Marvin uscito su DFC, inaugurammo un periodo di lavoro estremamente creativo e fecondo per entrambi» racconta oggi Hornbostel. «Gli inglesi usano asserire “the chemistry has to be right” e posso confermare con certezza che per noi la chimica in studio fu perfetta sin dall’inizio. Abbiamo lavorato costantemente attraverso uno scambio di intese non solo ultrademocratico ma così simbiotico e sinergico da sembrare, oserei dire, metafisico. Le scelte riguardanti idee e progetti, ma anche nomi e marchi, sono sempre state estremamente naturali oltre che divertenti e piacevoli. Il nome Virtualmismo fu il frutto di una serata trascorsa ad ispirarci e divertirci nel provare a mettere insieme suffissi dal significato improbabile ma dal suono interessante, e questo vale anche per una parola come “mismoplastico”. Poi purtroppo Virtualmismo fu deformato in Virtualismo, come del resto avvenne mille volte al mio cognome».

“Mismoplastico” è una sorta di ibrido tra techno ed house: la versione principale, la Virtual Mix, dalla quale poi derivano le altre, gira su pochi elementi bilanciati e fusi in modo perfetto. Collante di tutto è una voce femminile che recita il nome del “gruppo” e il titolo. «Il brano fu il risultato di una delle nostre usuali e quasi quotidiane sperimentazioni. Non decidevamo mai in anticipo ciò che avremmo prodotto in studio, al massimo durante la cena ci scambiavamo un paio di feedback sulle serate del weekend appena trascorso per orientarci su dettagli e particolari, alcuni legati alla stesura di tracce che in discoteca avevano funzionato particolarmente bene, altri relativi ai test delle nostre produzioni per capire se e dove dovevamo apportare delle modifiche e, in quel caso, quali fossero davvero necessarie. Passavamo ore davanti agli strumenti e al computer, il più delle volte fino a notte fonda, a cercare suoni e sperimentare. La chimica perfetta del nostro connubio, a cui facevo prima riferimento, era dettata in primis dall’essere esattamente complementari. In più non esistevano mai tracce di ego e rivalità, era piuttosto un continuo integrarsi a vicenda. Io ero più incline alle sezioni ritmiche, forse grazie alla mia precedente esperienza di batterista in studio, Sasha invece era affascinato dalla ricerca dei bassi e dei synth. L’intercambiabilità era comunque costante, senza gerarchie imposte, e quando scattava la scintilla schiacciavamo davvero sul pedale dell’acceleratore. La base di “Mismoplastico” infatti la finimmo in pochi giorni, poi contattammo la brava Deborah Davies che interpretò le parole chiave in modo, a mio avviso, più che ottimale. Grazie a quel valore aggiunto avemmo la certezza che il termine mismoplastico suonasse davvero interessante. Non ricordo con esattezza ma credo che il mix abbia venduto ben oltre le 10.000 copie. Il feedback degli ascoltatori di Italia Network fu immediatamente così buono da lasciar ipotizzare un esito favorevole delle vendite ma nessuno prevedeva che Sasha & John Digweed avrebbero supportato la traccia in quella maniera, suonandola di continuo nelle loro serate ed inserendola nella compilation “Renaissance”».

Il disco viene pubblicato nel 1992 dalla debuttante PRG del gruppo Expanded Music che nella primavera dell’anno successivo manda in stampa “Perversiva”, meno fortunato rispetto al predecessore forse per una differenza troppo evidente dei suoni adoperati. Va molto meglio a “Cosmonautica”, uscito a novembre del ’93, che a conti fatti è il vero follow-up di “Mismoplastico”. «La tempistica giocava un ruolo fondamentale. Per pianificare e studiare un brano come “Cosmonautica”, che funzionò ottimamente, necessitammo di maggior lavoro rispetto a “Perversiva” che invece fu realizzato in fretta per esigenze discografiche. Era la cosiddetta “sindrome del follow-up”, della quale ai tempi soffriva la maggior parte di produttori e compositori. È molto più difficile infatti bissare un successo che costruirlo dal nulla, senza particolari pressioni, aspettative estreme e confronti implacabili. “Cosmonautica” arrivò al settimo posto della classifica di vendita austriaca, lasciando dietro artisti pop e rock ben più famosi di noi. Impensabile per un brano rivolto ad un target apparentemente ben poco nazionalpopolare».

Tra 1993 e 1994 l’ispirazione di Hornbostel e Marvin è alle stelle e coniano nuovi progetti in scia a Virtualmismo come Sacro Cosmico, col brano omonimo, e V.F.R. con “Tranceillusion” e “Liturgia”. «Non volevamo inflazionare la produzione con un solo “marchio di servizio” e cercammo pertanto di dare un’identità definita ai vari artisti-pseudonimi. Allora non esisteva la concorrenza spietata (e a volte poco leale) fatta di gente che non sa né suonare né produrre ma riesce comunque a fare il “produttore” mettendo insieme due librerie di suoni da venti euro. Dietro ogni produzione c’era davvero un investimento importante alle spalle e si andava incontro, enfatizzando un po’ il concetto, ad un vero e proprio rischio di impresa. Basti pensare ai prezzi dell’hardware in quegli anni. D’altra parte, forse anche per questo motivo, ogni prodotto era estremamente ricercato e curato nei minimi particolari. Noi poi badavamo anche all’involucro diversificando i marchi, anche se alcuni di essi ricalcavano musicalmente lo stile di Virtualmismo. Altri però, come Tales From Underground, Coral Tribe, The Night Shadow o The X Factor, erano completamente diversi, quasi antitetici. V.F.R. era l’acronimo di Visual Flight Rules, ossia le “regole del volo a vista”, l’insieme delle norme e procedure a cui un pilota deve attenersi per condurre in sicurezza un volo utilizzando principalmente la propria vista, senza la necessità di affidarsi a radioassistenze per la navigazione. Probabilmente fu un messaggio premonitore del subconscio di Sasha, visto che oggi professionalmente è un pilota acrobatico di alianti».

Virtualmismo prosegue la corsa con altri singoli, “Cibernetica” (1994), “Ludwigs Generation” (1995) e “Last Train To Universe” (1996), titolo quest’ultimo forse intenzionalmente profetico. Licenziato nel Regno Unito dalla celebre Platipus, è proprio quello che tira il sipario sul progetto, fatta eccezione per i remix di “Cosmonautica” usciti nel 1997. «In quel periodo Sasha entrò in una profonda crisi di rigetto. Da una parte la quantità di lavoro, sia come produttore che come DJ, era arrivata ad un grado di saturazione alquanto pesante e pericoloso, dall’altra la qualità del settore stava iniziando a dare preoccupanti segnali di scricchiolio, di cui oggi possiamo vederne tutti le evidenti conseguenze. Gli stimoli cominciarono a scemare in modo esponenziale anche a causa di circostanze nuove e di certo non piacevoli, come lo spostamento di Italia Network da Udine a Bologna, cosa che a mio avviso contribuì moltissimo a rompere l’incantesimo in modo irreversibile. Sasha decise così di uscire dal mondo musicale. Fu una scelta coraggiosa, drastica e coerente, senza mezzi termini, che mi confidò in anticipo ad una stazione di servizio sull’autostrada, dove ci incontrammo un tardo pomeriggio. Per me quella decisione si rivelò destabilizzante e dolorosa ma la accettai in rispetto alla persona ancor prima che al partner lavorativo. Senza di lui la Shadow Production, come avevamo chiamato la nostra casa di produzione, non aveva più ragione di esistere».

Nel 2000, quando ormai Virtualmismo appartiene ad un passato piuttosto lontano, la PRG pubblica “I Try To Find (The Distance)” prodotto dai misteriosi DJ Drexx e DJ Trexx. Distante dai dischi precedenti appare anche lo stile, eurotrance trainata da un sample preso dal propizio remix che Nalin & Kane realizzano tre anni prima per “Meet Her At The Love Parade” di Da Hool. «Si trattò di un’operazione isolata, più “politica” che artistica. Durante un contatto con l’Expanded Music si manifestò l’intenzione di uscire con un singolo. Se la “sindrome del follow-up” a cui facevo prima riferimento è un fattore stressante per i produttori, per le etichette può diventare quasi un’oppressione dettata dalla necessità, in certi casi perfino plausibile, di essere costantemente presenti sul mercato con lo stesso progetto artistico. Conoscevo molto bene questi meccanismi alquanto delicati così mi adoperai come “interfaccia” per girare l’incarico ad un team austriaco che frequentavo, non solo perché uno dei produttori aveva espresso il desiderio di collaborare al progetto (forse ricordando il grande successo in patria di “Cosmonautica”), ma anche perché volevo evitare che il marchio finisse in mani totalmente sconosciute ed estranee come spesso capita nell’industria musicale».

Nel corso del tempo “Mismoplastico”, voluta nel 1994 da Sasha & John Digweed nella loro “Renaissance: The Mix Collection” insieme a “Tranceillusion” di V.F.R. e ad altri pezzi italiani come “State Of Mind” di Mephisto, “Blade Runner” dei Remake, “Trance Wave 1” di MBG, “Trust” di Corrado, “The Age Of Love Suite” di Unity 3, “Let’s Get This Party Started” dei Funk Machine ed “Always” dei Fishbone Beat, viene riletta a più riprese da artisti come Corvin Dalek, Lee Coombs, Andrea Doria, Michal Ho e Serge Santiágo, oltre a finire nella compilation annuale mixata da Sven Väth, “The Sound Of The Ninth Season” del 2008. Qualcosa lo rende magico di fronte all’inesorabile incedere del tempo. «Non saprei dare una spiegazione oggettiva a ciò. Bisognerebbe chiedere ai nomi prestigiosi che negli anni hanno voluto regalare al brano una contemporaneità sempre nuova. Se lo hanno fatto un motivo ci deve essere, e per me conta già abbastanza sapere che lo abbiano fatto. Una cosa è certa: alcuni pezzi sono in grado di lasciare davvero un segno particolare, trasmettendo qualcosa di comunicativo-emotivo molto singolare, direi unico. Qualcosa che non si può spiegare razionalmente, né creare a priori in modo artificiale in studio (chiaramente non se parliamo di prodotti commerciali studiati a tavolino), qualcosa che avviene per alchimia o per magia. Il binomio Mr. Marvin – Hornbostel è stato senza dubbio, al di là di una straordinaria esperienza musicale di successo, anche un connubio alchemico estremamente intenso che si è trasformato nel tempo (fedele al suo significato e valore di trasmutabilità) in una lunga e profonda amicizia che dura tutt’oggi». (Giosuè Impellizzeri)

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Mephisto – State Of Mind (Palmares Records)

mephisto-state-of-mindL’alter ego Mephisto nasce con “Euphemia”, un brano del 1991 che si riallaccia alla techno / breakbeat inglese e alla new beat belga. A produrlo è Maurizio D’Ambrosio, DJ nativo di Verbania che oggi racconta: «Nel ’91 ero a Gorlago, in provincia di Bergamo, in uno studio allestito dietro il negozio di strumenti musicali Music Store. Lavoravo con David Zambelli, che negli anni Ottanta aveva partorito i grandi successi di P. Lion e degli Scotch, ad un brano in stile techno, e alla fine del mixaggio ci mettemmo a parlare di come chiamare la produzione e quali crediti inserire. La mia fidanzata di allora (attuale moglie) aveva sempre con sé un vocabolario di lingua inglese in cui c’era una sezione di nomi, e ne cerchiammo insieme un po’ a caso. Uno era Mephistopheles e David disse che gli piaceva ma che era troppo lungo. Stavo scrivendo il classico “prodotto, arrangiato e mixato da Maurizio D’Ambrosio” ma lui mi fece notare che quell’anno avevo già prodotto cinque/sei mix con gli stessi crediti. Incidendo tanti dischi che non andavano in classifica avrei rischiato di passare per uno sfigato. Così mi consigliò di utilizzare Mephisto: laddove fosse diventata una hit tutti avrebbero saputo che c’ero io dietro, in caso contrario il mio nome anagrafico era salvo. In quello stesso periodo il caso volle che avessi i capelli lunghi, il pizzetto e le basette a punta, così un po’ tutti cominciarono a chiamarmi Mephisto, proprio come il Mefisto bonelliano. Seguii il suggerimento e produssi “Euphemia”, famoso sia per contenere i sample di “(You Gotta) Fight For Your Right (To Party!)” dei Beastie Boys, sia per l’inizio medievale (della Perceval Mix) col banditore campionato dalla favola di Cenerentola, che poi usavo come intro nelle mie serate al Kursaal di Verbania. Fu sempre Zambelli a segnalarmi a Stefano Scalera della Many come produttore da tenere sotto controllo perché, a suo avviso, l’unico col potenziale per fare successo in mezzo a tutti quelli con cui aveva lavorato. Scalera mi chiamò e mi offrì dieci milioni di lire per cedergli cinque produzioni nell’arco di dodici mesi. Di natura sono un fedele e visto che mi diede la possibilità di arrivare in vetta alle classifiche non ebbi mai motivo di cambiare etichetta. Non nascondo però che mi cercarono in molti ma non cedetti mai alle lusinghe dietro cui potevano celarsi successoni o megaflop».

“Euphemia” vende circa diecimila copie, che ai tempi non sono poche ma neanche tante, tenendo conto delle dimensioni del mercato discografico. D’Ambrosio però scocca presto un’altra freccia, questa volta più incisiva, “State Of Mind”. «Il brano nacque nell’estate del 1992. Avevo appena chiuso la collaborazione col Kursaal di Verbania e mi ero costruito da solo uno studio sotto la casa dei miei genitori. Non era esattamente una cantina bensì una camera al piano terra. Imparai da solo a saldare i cavi e a fare i collegamenti e, progressivamente, a curare le accortezze tecniche. Un amico dell’epoca mi prestò un vecchio mixer della Cabotron a 32 canali, con bassi, medio bassi, medio alti ed alti ma non parametrici, due mandate ausiliarie coi ritorni mono. Come monitor avevo le casse dello stereo, due Technics SB-CS9. Produssi tutto con un Atari Mega1, un campionatore Casio FZ-1 ed un campionatore Roland S-550 con cui prelevai e trattai le voci, i sintetizzatori Roland Juno-106 e Juno-1, una batteria Roland TR-909, un modulo Yamaha TX802 e il multitimbrico Roland SC-55. Con questo equipment molto elementare e di livello base scrissi, produssi, arrangiai e mixai in una semi cantina con grande passione ed estremo piacere “State Of Mind” (solo omonimo di un pezzo di Energy 52 che poco tempo prima gira nei club del Nord Europa, nda). Il titolo lo scelsi per rispecchiare il mio stato di mente di allora, in bilico tra calma ed ansia (concetto rimarcato anche dai nomi delle versioni, Anxious Mix, Arrhythmy Mix, Quiet Mix, Nervous Mix, nda). Una volta finito portai il master inciso su DAT alla Palmares Records ma Scalera non volle neanche ascoltarlo. Mi disse di andare subito a fare il transfer da Marco Inzadi ai Logic Studios in modo da stamparlo direttamente. Gli feci presente che non fosse un master finale e che sarebbe stato necessario recarsi in uno studio vero per farlo, ma lui insistette dandomi grande fiducia. Seppur non proprio convinto, perché sapevo come e dove avevo prodotto il tutto, andai a fare il transfer e lì successe un’altra cosa strana: non c’era nessuno. Solitamente, quando non avevi preso appuntamento, bisognava attendere ore per stampare un master eppure quel giorno non c’era anima viva. Chiesi ad Inzadi il motivo e me lo spiegò in un baleno. Era venerdì 13 (del novembre 1992) e visto che, secondo la leggenda, è un giorno sfortunato, nessuno avrebbe stampato. Per me invece era fantastico, il 13 novembre è il mio compleanno ed avrei potuto avere subito il master del disco. Secondo Inzadi, con grande sorpresa, il mio master suonava già molto bene, lo comprimemmo leggermente aprendolo sulle alte frequenze, una cosa piuttosto normale. Così prese ufficialmente corpo “State Of Mind”, forte per 32.000 singoli venduti, numero uno su Radio DeeJay ed Italia Network per il bimestre febbraio-marzo 1993, disco più venduto in Italia ad aprile. Come per magia “State Of Mind”, a differenza di “Euphemia” entrato nelle grazie dei DJ techno ma non dei network, mise d’accordo un po’ tutti: la Quiet Mix la suonavano nelle serate di tendenza mentre la Anxious Mix passava nei locali “commerciali” visto che era uno dei dischi più trasmessi dalle radio. Aver conquistato i vertici delle classifiche dei network più importanti era una cosa davvero atipica visto che Italia Network era molto underground, al polo opposto di Radio DeeJay e Radio 105. Probabilmente una spinta decisiva la diede Albertino: se un brano che suonava nel DeeJay Time aveva le gambe, da quel momento in poi cominciava a correre»“State Of Mind”, con le sue ambientazioni un po’ sinistre ed una non evidente appartenenza ad un filone ben preciso, si pone dunque sulla linea di mezzeria tra la musica da club e quella da programmazione radiofonica, e finisce in innumerevoli compilation tra cui l’ambita “Renaissance: The Mix Collection” di Sasha & John Digweed insieme ad altre produzioni italiane come Remake, MBG, Virtualmismo, Unity 3 e Fishbone Beat. In Italia però lo si continua a considerare solo cheesy dance. «Noi vediamo le cose sempre in modo diverso. All’estero ad esempio “Euphemia” viene suonato ancora oggi nei vari remix ed è presente in prestigiose compilation. Inutile chiedersi il motivo per cui l’Italia preferisca ghettizzare certa musica».

Sino al 1995 la carriera di Mephisto prosegue sulla Palmares Records ma in quegli anni D’Ambrosio registra veloci comparsate anche su altre etichette: per la Media Records incide “My Heart” di S.S.R. e “Soul Power” di The Soul Power, con la DJ Movement “At Maiora” di Kymera e, qualche tempo prima sulla mitica Casablanca, “Paradise Express” di Good Bye FBI. «”My Heart” di S.S.R. fu l’ultimo pezzo che produssi prima di “State Of Mind”. Una volta incontrai Gianfranco Bortolotti in aeroporto e mi disse, ironicamente, che avrei potuto offrirgli “State Of Mind” anziché “My Heart”. “Soul Power” invece nacque con Francesco Zappalà: fu ospite al Kursaal e gli feci ascoltare il demo. Lo propose alla Media Records e lo producemmo insieme. Un’altra bella esperienza. Proprio negli studi della Media Records conobbi Pieradis Rossini, autore di decine di hit. In accordo con la Palmares produssi con lui il disco di Kymera, ma ero ancora un solitario ed incapace di completare un disco in appena due giorni. Quando sei al numero uno in classifica per la prima volta scopri una serie di cose nuove, comincia lo stress del follow-up, i discografici, le radio, i manager che vendono le date in cui presenterai il nuovo singolo che ancora non hai scritto. Tra serate, richieste di remix (ne ho rifiutate a decine, fatta eccezione per quello di “The Rhythm Of The Night” di Corona), collaborazioni ed altro, capii che da solo non potevo assolutamente farcela. Se non hai una squadra dietro che ti aiuta non vai da nessuna parte. Da quel momento cominciai a sentire la necessità di avere in studio un musicista con cui confrontarmi e collaborare, cosa che successe qualche anno più tardi con la nascita della Sisma Records. Anche “Paradise Express” di Good Bye FBI ha una sua storia, nota a pochissimi. Il vocal che si sente nel brano è di Albertino, sono stato il primo ad incidere la sua voce su vinile, nel 1990. Ai tempi collaboravo con Massimo Carpani, braccio destro di Claudio Cecchetto a Radio DeeJay. Vedere una propria produzione sulla Casablanca mi fece un effetto indescrivibile, e ripensarci oggi mi porta le stesse emozioni di allora».

Mephisto - Shunza

La copertina di “You Got Me Burnin’ Up”, il disco del 1994 con cui Mephisto sembra poter tornare ai fasti di “State Of Mind”

Nel 1994, dopo il poco fortunato “Keep On (Groovin’)”, Mephisto si ripresenta con “You Got Me Burnin’ Up” che sembra avere tutte le carte in regola per tornare ai fasti di “State Of Mind”. Annunciata dai magazine come una potenziale hit, in Italia qualcosa non va per il verso giusto. «Da noi il disco non superò la nona posizione della classifica di vendita. Nei club funzionava ma in radio lo passarono poco. Accetto consigli ma al momento delle decisioni seguo solo il mio istinto e forse questo mio atteggiamento non piacque a qualcuno. All’estero infatti il disco andò molto bene, approdando nelle classifiche inglesi dove pareva dovesse succedere qualcosa di grosso. Gli addetti ai lavori lo preannunciarono come una futura numero uno, avevo già richieste di serate a Londra ma poi si fermò alla decima posizione, risultato di tutto rispetto ma che mi lasciò comunque un po’ di amaro in bocca. Chi, tra i DJ italiani, non sognava (e sogna) di conquistare la cima della classifica inglese? Ad interpretare il pezzo fu Shunza, una ragazza americana di origini cinesi che ai tempi studiava musica a Ginevra. Era un vero talento, suonava anche il contrabbasso. Nel 1995, dopo aver trascorso insieme il capodanno al Titanic di Lugano dove ricoprivo ruolo di art director, decise di trasferirsi a Taiwan. Lì ha avuto un grande successo, vincendo dei grammy award sulla MTV locale. Alcuni suoi brani sono giunti anche in Europa come basi di spot famosi. Purtroppo non l’ho più sentita ma credo sia stata la cantante più brava tra quelle con cui ho lavorato»Nel 1996 Mephisto, che diventa un nome più noto all’estero che in Italia, fonda la Sisma Records ma non allontanandosi dal gruppo Many. «Quella della Sisma Records fu un’idea di Scalera. Ai tempi si diceva che fosse preferibile produrre massimo due dischi all’anno con lo stesso nome, cercando di dare un’impronta, un suono, qualcosa di riconoscibile che recasse un proprio timbro. Così, nella primavera del 1996, nacque la Sisma Records, proprio mentre inauguravo il mio nuovo studio di registrazione, il Sisma Sound Studio, non più nella “cantina” nella casa dei miei genitori a Cannobio ma nel centro di Verbania. La prima produzione ad uscire da lì fu “Voices”».

Elgar

“Sweetie Pie” di Elgar riporta il nome di Maurizio D’Ambrosio all’attenzione generale

Sino al 2000 seguono altri singoli che assicurano a Mephisto risultati di tutto rispetto oltre le Alpi. Nel 2002, in pieno recupero dei suoni 80s (complice l’esplosione dell’electroclash), D’Ambrosio incide “Sweetie Pie” di Elgar con cui torna al grande successo, anche in Italia. Un sample preso da “How Am I To Know?” di Billie Holiday ed un basso ottavato di memoria italo disco tornato in grande spolvero grazie ad I-F, Fischerspooner o Felix Da Housecat, fanno la magia. «Era l’inizio del 2001. Andai a trovare mio fratello che conservava parecchi vinili ma ne avevo in testa uno che ricordavo da quando ero piccolo, non tanto per le sonorità quanto per la copertina su cui c’era un cane con le corna da cervo. I dischi erano in soffitta e gli chiesi se potessi prenderli perché potevano tornarmi utili mentre lì facevano solo da base per la polvere. Nel prendere gli scatoloni mi cadde un disco in testa. Era un Live In New York del 1944 di Billie Holiday, che avevo sentito nominare ma non avevo mai visto in foto. Caricai i dischi in auto dirigendomi verso lo studio, ansioso di ascoltare quel vinile che continuava a ronzarmi in mente. Finalmente lo trovai, sollevai la copertina ma un disco rimase appiccicato dietro e cadde. Non credevo ai miei occhi, era ancora il live di Billie Holiday. Prima ascoltai quello che cercavo ma era veramente osceno, probabilmente mio fratello l’aveva comprato solo per la copertina. Poi toccò a quello della Holiday che continuava a perseguitarmi. Appena misi su la puntina fui catapultato in un caffè fumoso di New York nel 1944, e la sua voce piena di sofferenza mi fece fluttuare nell’aria. Confidai questa strana sensazione a mia moglie che mi chiese se qualcuno avesse già fatto un pezzo con una voce del genere. Lo riascoltai dall’inizio alla fine, un sogno. Decisi di fare una prova mettendo sull’altro piatto un groove, uno qualsiasi, un po’ lento, sui 100 BPM, e poi feci andare il disco della Holiday a 45 giri ma col traspose a meno sei semitoni (è la differenza di tonalità tra 33 e 45 giri). In quel modo avrebbe cantato nella sua tonalità originale a 45 giri. Pigiai start ma il tasto dell’effetto del mixer (un Pioneer DJM-500) non funzionò. Billie Holiday partì a 45 giri con la voce pitchata di sei semitoni in su. Fu un errore ma mi innamorai follemente di quella voce non riuscendo più a staccarmi. Continuavo ad ascoltarla senza sosta, registrai tutto, la tagliuzzai e ne feci una mini stesura solo con voce e beat standard. Una notte di lavoro. Il giorno dopo dovevo curare la sonorizzazione di una sfilata per una persona che non ho più rivisto o sentito: feci tutto di corsa perché non vedevo l’ora di continuare a lavorare su quell’idea. Quando finii la sonorizzazione feci sentire la bozza a quel tizio che mi invitò a continuare a lavorarci su perché si considerava un portafortuna, e l’avergli fatto ascoltare il test era un segno del destino. Chiamai il mio collaboratore Luca Martegani alias Xelius. Gli dissi che avevo fatto una cosa strana, ma forse poteva essere forte. In quel momento storico la dance italiana era praticamente fatta di soli dischi col basso in levare, hat a levare corto e cassa in quattro, fin troppo standard per le mie aspettative. Optai per 120 BPM (ai tempi bassissimi), suoni di batteria anni Ottanta, synth con onde semplici e primordiali. Feci sentire a Luca un giro di piano che mi faceva impazzire ma che non era in tonalità. Lo risuonammo e dopo aver aggiunto il basso in ottave nacque la base di “Sweetie Pie”, non lontana dal mix finale. Ero completamente ipnotizzato, lo ascoltavo e riascoltavo, senza sosta. Ero follemente innamorato del mio pezzo ma non sapevo a chi farlo ascoltare, temevo che mi avrebbero riso dietro.

Una sera andai a trovare un amico DJ, uno famoso. Eravamo nel camerino di un locale e parlavo di produzioni e sperimentazioni. Gli dissi che avevo fatto una cosa fuori dagli schemi e ci accordammo per vederci a Brescia una notte e fare un po’ di ascolti insieme. L’appuntamento era fissato a mercoledì, in studio da lui. Era Gigi D’Agostino, un grande (anzi, il più grande) ed un amico. Ascoltammo parecchi demo e ad un certo punto mi chiese di quella “cosa strana” di cui gli parlai qualche giorno prima. Avevo un po’ di timore, quasi vergogna, ma poi presi coraggio e gliela feci ascoltare. Ero veramente emozionato, era la prima volta che qualcuno sentiva quella “cosa” di cui ero pazzamente innamorato. Ascoltò dall’inizio alla fine e mi disse che non avrei potuto rinunciare alla pubblicazione, perché era unico, fortissimo, sia nei suoni che nella voce. E mi fece una marea di complimenti. Quella notte Gigi mi diede il coraggio necessario per affrontare le case discografiche con orgoglio e consapevolezza di aver creato un pezzo fortissimo. Volevo però che la voce di Billie Holiday fosse “chiarita” nei crediti e che il disco non finisse con l’essere trattato come uno dei casi di sampling selvaggio. Insomma, aspiravo ad una major, ad un video in stile cartone animato e che solo dopo l’uscita sarebbe stato reso noto il mio nome come autore e produttore, facendo credere in un primo momento che fosse una licenza presa dall’estero. Andò proprio così: la EMI di New York autorizzò il sample di Billie Holiday e il disco fu pubblicato dalla Universal che credette molto nel progetto, finanziando un video in stile cartoon. Un anno prima, mentre guardavo la tv di notte, vedevo ovunque video di D’Agostino e gli mandavo degli sms tipo “sei su MTV” o “sei su Viva”. Quando “Sweetie Pie” raggiunse le vette delle classifiche curiosamente fu lui, costretto ad uno stop artistico per un problema fisico alla schiena, a scrivermi gli stessi sms. Nel 2002 stavano organizzando la festa annuale di Radio DeeJay al Peter Pan di Riccione in occasione del SIB, alla quale solitamente ero invitato ma quella volta fu diverso: mi chiamarono come ospite. Due settimane prima ero in auto e sento che in radio parlano della festa. Mi prese una morsa allo stomaco, non so il perché ma l’emozione era a mille. Andai in studio per capire come preparare il set di quella serata ma l’emozione non passava e quasi mi impediva di essere lucido. Staccai un attimo, mi collegai ad internet per vedere come procedeva la promozione della festa ed accadde un’altra magia. La data dell’evento era segnata 25 marzo 2oo2, coi 2 più grandi degli zeri. Guardai il disco della Holiday da cui tutto era nato, ed era stato registrato a New York il 25 marzo del 1944. Insomma lo stesso giorno ma esattamente di 58 anni prima. In quel momento mi calmai completamente e tutto mi fu più chiaro. Quella sera al Peter Pan suonai la versione originale del pezzo (per circa un minuto) in omaggio a Billie Holiday, poi la misi a 45 giri e tutti capirono cosa stesse succedendo, a seguire un remix realizzato appositamente. Non credo ci siano molti DJ ad aver avuto il coraggio di suonare un disco originale degli anni Quaranta, anche se per un solo minuto appena. Quando si parla di “Sweetie Pie”, comunque, non so se ad aver composto il pezzo sono stato io oppure se sia accaduto qualcosa che me lo ha fatto fare. In ogni caso per me è stato un sogno fantastico».

Negli anni Zero D’Ambrosio rivitalizza pure il progetto Mephisto, anche se a conti fatti “State Of Mind” resta il vero caposaldo della discografia, remixato dai Phunk Investigation e campionato da Ottomix & DJ Groovy in “Tiko Tiko”. «Ho piacere a sentire le rielaborazioni di chiunque lo faccia con amore e non solo per il gusto di farlo. La versione dei Phunk Investigation, che autorizzai, mi piaceva davvero tanto, loro hanno “sentito” le vibrazioni di “State Of Mind” rileggendole, altri invece si sono limitati al ripescaggio del sample vocale infilandoci sotto un “martello” ma perdendo tutta la magia. Non era solo “eluielaela” (ottenuto “cucendo” due voci presenti in un disco afro) anzi, forse l’anima del brano risiedeva proprio nella sua musica». (Giosuè Impellizzeri)

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