Voyager – Hypnotribe (Discomagic Records)

Voyager - HypnotribeLe carriere di numerosi personaggi legati agli anni Novanta iniziano già nel decennio precedente, quando in Italia la musica dance è praticamente tutta ascrivibile ad un unico genere, l’italodisco. Il discorso vale anche per Sergio Datta, DJ dal 1981 ed artista discografico dal 1984, anno in cui debutta con “You Must Dance” di System Band, a cui l’anno dopo segue “El Gringo” di Anticamera. «Quando “You Must Dance” venne pubblicato in Italia dalla Babalú Records il nome era S.S. Band, la doppia S stava per Sandro e Sergio, ma i nostri discografici sostennero che qualcuno avrebbe potuto equivocare attribuendo ad esso un significato nazista e quindi ostacolare le vendite (migliaia di copie ai tempi). Così, quando il disco fu ripubblicato all’estero, optammo per System Band» oggi chiarisce Datta.

«Sia S.S. Band che Anticamera nacquero da idee mie e di Sandro Pitzalis, col contributo di un musicista, Maurizio Leone, che tra l’altro venne immortalato con noi su entrambe le copertine, e di Stefano Roletti, il nostro tecnico e factotum, che non figurava nell’artistico ma che era a tutti gli effetti il quarto componente di S.S. Band ed Anticamera, anche sul piano finanziario. Inoltre nella pubblicazione di S.S. Band furono coinvolti pure Mario Bernardi, fonico dello studio A dei G7 Recordings Studios di Torino, e Gualtiero Gatto, proprietario di quegli studi nonché editore del brano. In Anticamera invece presero parte diverse ragazze immagine. Il mio approdo alla discografia fu una naturale evoluzione all’attività del DJ, nonostante le difficoltà e i rilevanti costi che la tecnologia di allora imponeva, tra affitto degli studi di registrazione, fonici, turnisti, nastri, trasferte ed altro. Dai primi anni Novanta in poi, con la rivoluzione digitale, tutto divenne più semplice e soprattutto economico».

Dopo qualche anno di pausa, Datta si riaffaccia quindi sul mercato discografico attraverso nuovi progetti come Niño Nero ed Orkestra ma soprattutto Voyager, del 1993, connesso alla progressive trance. «Facevo già coppia in studio con Maurizio De Stefani ed attraverso Voyager ampliammo la collaborazione facendo entrare un nuovo elemento nel team, Gigi D’Agostino, conosciuto qualche mese prima in occasione del remix di una nostra produzione, “Sexo Sexo” di Wendy Garcia. A Gigi, che all’epoca era un promettente DJ con cui condividevamo la consolle del Due di Cigliano ed instaurammo un rapporto di amicizia anche al di fuori dell’attività in discoteca, piaceva molto la versione originale, quella che ebbe parecchio successo nel Regno Unito e che rimase per diversi mesi nella classifica di Italia Network, subito dietro a “Yerba Del Diablo” dei Datura. Ci chiese di poter fare un remix ed accettammo. La sua versione, firmata Noisemaker, finì su PLM Records insieme a quelle di Mr. Marvin e di Le.B alias Lello B., oltre ad una nostra rivisitazione. Per Gigi e Lello fu l’esordio discografico. Successivamente creammo Voyager che gravitava intorno a quattro presenze. Oltre a me, Maurizio e Gigi c’era anche Michele Generale, musicista e proprietario del Mik Studio, a San Giorgio Canavese, dove videro luce tutte le nostre produzioni uscite dal 1991 al 2002. Non ricordo esattamente le ragioni che ci spinsero ad optare per Voyager ma credo che ad ispirarci fu la passione comune per la fantascienza. In studio Michele metteva in pratica ciò che noi DJ cercavamo di trasmettergli. Certo, era un po’ una “lotta” perché la formazione musicale di un DJ è radicalmente differente da quella di un musicista, ma comunque il nostro era un vero lavoro di team, a partire dalla scelta dei campioni da usare sino all’immagine da apporre in copertina. Trascorrevamo giorni interi (e soprattutto notti) sull’elaborazione di un suono, di un loop, di una melodia. Poi talvolta capitava di perdere tutto il lavoro svolto a causa di un black out improvviso (lo studio era in aperta campagna) o di una distrazione per la stanchezza».

Il lato a ospita “Hypnotribe” rivista in due versioni: la Noisemaker Mix realizzata da Gigi D’Agostino punta a soluzioni minimaliste, analoghe a quelle che avrebbe battuto da lì a breve il citato Lello B. ma con totale assenza di melodia, e la Batucante, prevedibilmente connessa a percussioni batucada che l’anno prima sono protagoniste in pezzi di successo come “Give It Up” di The Good Men e “Batucada” di DJ Dero. Il lato b invece, con le due versioni (Extended Mix e Progressive Mix) di “Baseball Furies”, guarda in modo diretto verso la dream progressive che sarebbe scoppiata commercialmente un paio di anni più tardi. Entrambe anticipano quanto D’Agostino promuove su BXR nel biennio 1996-1997 e suonano come prodromi della futura mediterranean progressive. «Volevamo pubblicare un disco che contenesse due idee distinte in linea con le tendenze di allora. “Hypnotribe” era più essenziale e “dritta”, “Baseball Furies” tipicamente progressive. Sul disco i pezzi li firmò solo D’Agostino perché, molto intelligentemente, si era già iscritto alla SIAE contrariamente a noi, ma i pezzi furono creati in modo corale. La cosiddetta “mediterranean progressive” ha radici profondissime a San Giorgio Canavese. Dallo studio di Generale passarono davvero in tanti, da Gianni Parrini a Giacomo Orlando, dal sopracitato Lello B. a Daniele Gas e molti altri. Anche Luca Noise è nato discograficamente al Mik Studio, qualche anno dopo. Gli strumenti che adoperavamo erano essenzialmente una tastiera collegata in MIDI con banchi di suoni, una drum machine Roland TR-808, una Roland Bassline TB-303 ed un campionatore Akai S1000 con cui capitava di “catturare” suoni dall’ambiente reale e poi fonderli nella ritmica. Una volta, ad esempio, usammo il rumore delle forbici come elemento percussivo. Registravamo su nastro multipista e poi realizzavamo il master su DAT. Tempistiche? A volte “partorivamo” la traccia in appena una notte, in altre occorrevano quindici giorni o un mese. Le ispirazioni erano diverse ma non essendo un musicista non era nel mio DNA creare melodie dal nulla. Il DJ, in consolle e in studio, rielabora, trasforma, unisce, taglia, mischia, rivolta e stravolge cose già sentite creando dell’altro, magari inedito. Proprio in questo risiede l’arte del DJ. “Baseball Furies” si intitola così perché contiene un campione vocale femminile tratto dal film “I Guerreri Della Notte” estrapolato dalla versione originale in lingua inglese che si chiamava “The Warriors”. Il frame ritraeva la bocca della speaker radiofonica mentre esclamava “baseball furies dropped the ball, made an error, our friends are on second base and tryin’ to make it all the way home”. Adesso la si può trovare in un secondo su YouTube ma ai tempi non era così facile, ed infatti campionammo la frase da una mia videocassetta originale del film. In quel momento la progressive era molto diversa dalla house classica, dall’acid, dalla new beat, dalla techno, dall’hip house e dall’eurodance tradizionale, rappresentava un movimento avanguardista, una club culture, e la suonavano solo nei locali “di tendenza” e nelle serate “più avanti”. Diede vita a concetti e figure professionali che avrebbero segnato profondamente il mondo delle discoteche da lì in poi. I PR ed art director nacquero proprio con queste serate, le grafiche promozionali iniziarono ad essere sempre più curate ed emersero grandi coreografie con imponenti e spettacolari scenografie. Partirono eventi che riuscivano a muovere migliaia di persone da ogni parte d’Italia, con orari prolungati e line up importanti. Basta guardare qui, qui, qui e qui per farsi un’idea di cosa intendo. Tornando a parlare del disco di Voyager, non ricordo esattamente quante copie vendette ma siamo nell’ordine di qualche migliaio. In assenza di internet potevi ipotizzare qualcosa, relativamente al mercato italiano, in base alle ristampe o ai passaggi radiofonici ma non conoscemmo mai il numero esatto di copie vendute, né dei singoli e né tantomeno delle compilation in cui quei pezzi finirono. Su licenze e vendita all’estero poi il buio più totale. Di buono c’era che al momento della stipula del contratto, Lombardoni pagava sempre un cospicuo acconto». La Discomagic Records ripubblica “Baseball Furies” annoverando alcune nuove versioni tra cui i remix di Gianni Parrini e di Gigi D’Agostino. Marginali variazioni riguardano la copertina. «A realizzarla fu il grafico che lavorava alla Discomagic, a Milano, ma l’immagine fu fornita personalmente da me».

Nel 1994, ancora sull’etichetta guidata dal compianto Severo Lombardoni, i Voyager pubblicano un nuovo 12″, “City Of Night”, cover dell’omonimo dei Rational Youth del 1982. «Fu una mia idea quella di riprendere quel pezzo perché, nel periodo “afro” nei primi anni Ottanta, lo suonavo spesso nei miei set». Successivamente il progetto Voyager viene portato avanti dai soli Datta e De Stefani che, tra 1995 e 1996, incidono altri due singoli, per la Metrotraxx e la Subway Records, entrambe etichette appartenenti al cosmo Discomagic. «C’era molto fermento e tante possibilità, si trattava essenzialmente di fare delle scelte. D’Agostino era artisticamente cresciuto, non aveva legami sentimentali ed essendo caratterialmente un “solista” poco incline alle collaborazioni, colse al volo l’opportunità che gli venne proposta ed entrò a far parte della Media Records. Io invece ero sposato, mia moglie era in dolce attesa e conducevo un’altra attività lavorativa di cui mi occupo tuttora. Fare il DJ a tempo pieno avrebbe significato stare lontano da casa e non poter vivere e curare gli affetti personali. Scelsi questi ultimi e in tutta franchezza non me ne sono mai pentito».

Nel 1996, anno di consacrazione mediatica della progressive, Datta, De Stefani e Generale incidono per la UMM il secondo volume di “Save The Planet” di Divine Dance Experience che contiene “To The Rhythm”, oggetto di un buon airplay radiofonico (entra persino nella DeeJay Parade). Per alcuni è un momento intramontabile ma per altri è più tristemente l’inizio della fine perché sancisce la disintegrazione di un movimento nato anni prima nell’oscurità delle discoteche specializzate e poi trascinato in contesti completamente diversi con una conseguente flessione creativa. «Senza dubbio quel periodo rappresentò l’apice del clubbing e dei festival italiani legati alla musica progressive. Il “Save The Planet ’95”, a cui prima facevo riferimento, fu un evento epocale. Poi, come sempre accade, iniziò un lento decadimento del fenomeno che si esaurì del tutto tra 2002 e 2003. Dal ’98 inoltre tornò in voga la house cantata, soprattutto quella americana e francese sulla spinta di Daft Punk, Martin Solveig e Bob Sinclar. Tuttavia, se anche le nuove generazioni continuano a ballare ed apprezzare la musica prodotta negli anni Novanta, significa che facemmo un buon lavoro. Personalmente resto legato a tutti i dischi che ho prodotto, anche perché non ci siamo mai fossilizzati solo su un genere. Con Maurizio De Stefani, tra l’altro, continuo a collaborare ancora oggi, e a noi si è unito il musicista Andrea Demarchi». (Giosuè Impellizzeri)

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Gigi D’Agostino & Daniele Gas – Creative Nature Vol. 2 (Metrotraxx)

gigi-dagostino-daniele-gas-creative-nature-vol-2La cosiddetta “progressive” cresciuta in Italia nel triennio 1993-1996 e decaduta nel 1997 è tra i generi più amati dai nostalgici. Sviluppatasi nei club, soprattutto tra Toscana e Piemonte, e man mano diffusasi a macchia di leopardo in tutto il territorio nazionale, lascia un solco, anche molto profondo, nella storia della dance nostrana per merito di un’esposizione commerciale, la stessa che poi ne decreta impietosamente il declino. Uno dei dischi cardine (o “disco storia”, secondo un lessico andato diffondendosi su YouTube) è senza dubbio “Creative Nature”: il primo volume esce nel 1994 su Subway, una delle etichette di maggior spicco del gruppo Discomagic, ma è firmato solo da uno degli artisti che invece contraddistinguono il più noto secondo volume.

«Ai tempi io e Gigi non ci conoscevamo ancora benissimo e quindi decisi di fare questo esperimento da solo» racconta oggi Daniele Maffei alias Daniele Gas. «Il primo volume di “Creative Nature” rappresentò l’avvio della mia sperimentazione con la musica techno/trance ma in quell’anno, il 1994, non ero ancora iscritto alla SIAE e peraltro ritardai molto a fare tale passo perché inizialmente lo ritenevo solo una sorta di gioco o poco più. Ecco perché i miei primi dischi (come “Tin Drums” di Tin Drums, “Dirty Work” di Groove Planet ed “Into The Bytes” di Neurone, nda) li firmarono come autori Gigi D’Agostino e Miki Generale. La collaborazione con Gigi poi nacque un po’ per caso. Ci incontravamo spesso in studio e lui non aveva ancora realizzato produzioni “vere e proprie” ma solo alcuni remix (per “Uipy” di Rave Tirolers, “Hypnotribe” e “Baseball Furies” di Voyager o “Sexo Sexo” di Wendy Garcia, nda). Diventammo molto amici e mi propose di affiancarlo in consolle in vari locali di Torino. Fu così che prese forma l’idea di lavorare insieme anche in studio dove però non eravamo molto organizzati. Prenotavamo la sala e solitamente ci restavamo sino al mattino successivo perché nella maggior parte dei casi le buone idee affioravano sempre e solo di notte. Non c’erano ruoli precisi, ad entrambi ci piacevano i “drittoni” con sopra le melodie. Solitamente io mi occupavo proprio delle melodie, suonandole, mentre lui curava la ritmica, ma poteva capitare che i ruoli fossero invertiti. Per eseguire quei riff non bisognava certamente essere diplomati al conservatorio o avere una preparazione musicale specifica, bastava solo un po’ di orecchio musicale».

Effettivamente gran parte della progressive (e della corrente parallela ribattezzata dream) non fa leva su particolari doti compositive degli autori. Molti brani giocano sull’epicità delle concatenazioni melodiche ma offrono ben poco nel disegno ritmico o nell’arrangiamento. Il minimalismo ottenuto con groove in 4/4, un basso in levare ed una melodia più o meno azzeccata (elementi che vengono premiati dal successo planetario di Robert Miles) non sempre porta a risultati memorabili. C’è però chi con pochissimi elementi riesce a fare la differenza, proprio come Gas e D’Agostino, che riportano in vita il brano “Creative Nature” attraverso un fortunato remix chiamato Giallone, anche se riascoltare la versione di partenza chiarisce come le idee ci fossero già tutte, e il noto remix (giunto dopo quello uscito su Subway) pare più una sorta di re-edit con variazione della stesura e non del banco suoni che rimane pressoché invariato.

La nuova versione, la terza, inclusa in un doppio mix intitolato “Creative Nature Volume 2”, è edita su Metrotraxx, un’altra etichetta dell’allora mastodontica Discomagic dell’impero Lombardoni su cui, tra l’altro, vengono pubblicati i primi lavori di Roberto Milani (Roberto Concina, il futuro Robert Miles). Il disco esce nel 1994 ma inizia a raccogliere consensi rilevanti solo a partire dall’autunno del 1995. «Probabilmente a decretare l’interesse furono i DJ e le radio che lo programmarono. Nando Vannelli, fratello del più noto Joe T. Vannelli, era il nostro A&R e lavorò molto bene sul progetto Metrotraxx anche se non ci fu nessun’altro a darci una mano per promuovere i nostri prodotti. Forse parte del merito dipese anche dalle serate che facevamo a Torino, il nostro “quartier generale”. Qualcuno mi disse che il pezzo finì anche nelle nottate ibizenche. Insomma, divenne un piccolo successo perché molti DJ famosi (come Molella in Molly 4 DeeJay, nda) iniziarono ad inserirlo con frequenza nei loro set. Tutto fu assolutamente casuale e per nulla programmato».

Sono quattro i brani incisi sul doppio mix: “Panic Mouse”, rivisto in due versioni, “Meravillia” e per l’appunto il “Giallone Remix” di “Creative Nature”, che sfrutta un sample di campana sincronizzato su un basso ottavato ed un micro riff d’atmosfera giocato anch’esso sulle ottave, elementi ulteriormente rimaneggiati da D’Agostino in una nuova reinterpretazione intitolata “Campane” pubblicata nel 2000. «Mediamente per realizzare un EP ai tempi impiegavamo un paio di settimane, missaggio compreso. Gli strumenti che utilizzavamo erano quasi tutti analogici: per i bassi la Roland TB-303 (midizzata) mentre per le melodie tastiere monofoniche e polifoniche tipo Roland Jupiter-80, Roland JD-800, Korg Poly-800 ed altri in rack. Partivamo programmando i primi pattern sul Notator installato su Atari, poi passammo a Cubase e Logic. Era tutto molto semplice ed intuitivo: entravamo in studio, accendevamo le macchine ed improvvisavamo giri melodici su groove campionati da dischi. Mettevamo in loop ed ascoltavamo. Se ci piacevano iniziavamo a ballare, proprio come se fossimo in discoteca. Ridevo a crepapelle quando Gigi imitava il passo di Celentano ed io rispondevo con la camminata del Totò in versione Pinocchio. Tra noi c’era davvero una forte intesa. Riuscivamo a mettere in pratica le idee con melodie e drittoni ma non aspiravamo alla classica produzione commerciale. Eravamo consapevoli che il “giretto tormentone” prima o poi sarebbe arrivato ma non volevamo che fosse una cosa scontata. Il successo di “Creative Nature Vol. 2” è innegabile ma non ricordo quante copie furono vendute, anche perché i rendiconti non arrivavano mai. Bisognerebbe domandare a Nando Vannelli per avere dati precisi. Comunque credo che in Italia oltrepassò le quattromila copie. In seguito fu licenziato anche all’estero (sulla spagnola Vendetta Records, nda). Andò indubbiamente meglio del primo volume, e di questo ne sono certo perché lo ristamparono più volte, ma nonostante tutto non vidi mai una lira fuorché quelle prese come anticipo. Purtroppo la Discomagic sotto quel profilo non fu mai molto affidabile».

Pare che gli RPM stampati sul mix fossero errati: tre tracce dovevano suonare a 45 giri e solo una, il Giallone Remix, a 33. Però, come fa notare Claudio Diva in un’intervista che abbiamo raccolto in Decadance Extra, non se ne accorse nessuno perché furono scambiati per brani dalla battuta rallentata, in stile afro. Una curiosità riguarda anche il nome “Giallone”: «Ero al Le Palace di Torino con Gigi, l’ospite era Francesco Farfa, dall’Insomnia di Ponsacco, e prima della serata chiacchierammo del più e del meno, anche di produzioni. Ci propose di fare una nuova versione del “giallone”, riferendosi al remix di “Creative Nature” pubblicato dalla Subway su un’etichetta di colore giallo per l’appunto. Da quel momento lo chiamammo amichevolmente Giallone Remix, proprio in ricordo del suggerimento di Farfa che fu tra i primi a ricevere il promo».

Daniele Gas continua ad incidere dischi per la Subway e torna al successo, tra 1996 e 1997, col progetto Nylon Moon condiviso con Miki Generale e prodotto da Joe T. Vannelli sulla DBX Records, nota per l’exploit di Robert Miles. «Grazie a YouTube mi capita di riascoltare i brani composti in quegli anni e le sensazioni sono sempre intense. Riaffiorano i ricordi dello studio, delle tante notti trascorse da solo, con Gigi e Michele. Quando finivamo il missaggio andavamo ad ascoltare i pezzi nello stereo dell’auto perché era quello il vero banco di prova. Poi chiaramente non mancavano i test durante le serate nei locali. Quando i vocalist presentavano i miei brani per me era sempre un momento emozionante. Sapere che alcuni miei pezzi fossero riempipista ovunque venissero trasmessi mi forniva una grande gioia. Per questo gli anni Novanta contengono sensazioni uniche ed irripetibili. La stanchezza non prendeva mai il sopravvento perché la voglia di farcela facendo questo lavoro forniva energia di continuo. C’era sempre la voglia di correre a Milano per far ascoltare le nuove produzioni all’etichetta. Quando vivi in quello stato d’animo per svariati anni e dai tutto te stesso, senti che prima o poi il successo arriverà. Da quel periodo sono trascorsi oltre venti anni: francamente mi aspettavo qualcosa in più ma mi accontento di quel che è stato, le emozioni restano immutate. Rifarei tranquillamente tutto quanto da capo, senza pensarci due volte».

Daniele Gas rientra nella schiera di fautori ed istigatori della corrente progressive prima che tutto degenerasse in una poltiglia di cloni dei cloni, nati dalla voglia di cannibalizzare idee e riadattarle per un mercato discografico ancora economicamente florido. «Forse parte del merito possiamo prenderlo io e Gigi per essere stati tra i primi produttori in Italia a generare il cosiddetto fenomeno della progressive, ma non ho mai creduto e pensato di realizzare progetti con l’ambizione di trasformarli in nuove correnti musicali, sarebbe stato molto presuntuoso. Non ho mai voluto fare tendenza con la mia musica, chi la ascoltava e ballava forse pensava che quella potesse essere una nuova forma di techno o trance, o magari si limitava solo a ballarla. Ai tempi di Nylon Moon, nel 1996, ero a Londra per girare il video di “Sky Plus” e lì qualcuno sostenne che io e Robert Miles avessimo inventato la dream house. Mi venne da sorridere. La cosiddetta “progressive” nacque per determinare un cambiamento, ma quando entrò nell’interesse delle case discografiche, major in primis, tutto si ridusse inevitabilmente a banale lavoro di copia-incolla. Ognuno voleva fare quella cosa lì per vendere e il mercato fu ben presto saturato. Credo che la colpa sia da imputare anche agli A&R delle etichette ed alle distribuzioni che pensavano più alle quantità di dischi da immettere sul mercato che alla qualità delle stesse».

Proprio mentre “Creative Nature Vol. 2” raccoglie successo, Gigi D’Agostino entra a far parte della Media Records e quindi il sodalizio con Daniele Gas si interrompe. «Era un periodo molto delicato per le nostre carriere da produttori, c’era bisogno di cambiamenti e soprattutto urgeva trovare una nuova etichetta perché la Discomagic non era per niente affidabile: promozione poca o inesistente, non si guadagnava nulla se non miseri anticipi con assegni postdatati a tre mesi e poi, cosa ancor più importante, gli artisti non erano affatto valorizzati. Lì dentro non c’era nessuno che si occupava di queste cose, credo non ci fosse nemmeno un ufficio stampa. Pertanto decidemmo di non stampare più musica per le etichette di Lombardoni e ci mettemmo alla ricerca di nuove label. Gigi fu contattato da Mauro Picotto che gli offrì di entrare nella Media Records mentre a me giunse l’offerta di Joe T. Vannelli per far parte della DBX. Due proposte allettanti che accettammo di buon grado. Gigi mi chiese se volessi seguirlo ed anche io feci lo stesso con lui ma non ci fu nulla da fare, entrambi avevamo scelto ciò che parve meglio, e così ognuno prese la sua strada. La Media Records di Gianfranco Bortolotti ha lavorato benissimo con Gigi ma altrettanto fece la DBX col mio Nylon Moon (e il progetto parallelo Wiper, nda), pertanto non ho grossi rimpianti sul sodalizio interrotto».

Dopo Nylon Moon e “Smoke” del progetto omonimo però l’attività produttiva di Maffei inizia a diradarsi. Riappare nel 2001 sulla DDE di Michele Generale e della moglie Dee D. Jackson (proprio quella di “Automatic Lover” e “Meteor Man”) per una fugace comparsata a cui seguono mezzi ritorni passati inosservati. In tempi recenti modifica il Gas in Gus per dedicarsi alla musica ambient. «Originariamente il mio alias era Gus e non Gas. Questo soprannome mi fu dato ai tempi dell’infanzia da un mio carissimo amico di nome Anthony che viveva negli Stati Uniti e che tutti gli anni veniva in vacanza nel mio paese dove aveva dei parenti. Un bel giorno lo rividi ed anziché chiamarmi Daniele mi salutò dicendo Gus, che in americano si pronuncia Gas. Gli chiesi il motivo e mi disse che Gus era un suo caro amico in America che aveva perso la vita in un incidente stradale, e che io gli assomigliavo molto. Da quel giorno mi chiamò sempre così in ricordo del suo amico. Dopo un po’ di anni ci perdemmo di vista ma nel mio paese ormai per tutti ero diventato Gas. Anche mia madre, scherzosamente, mi chiamava così pertanto accettai di usarlo anche nel mondo delle produzioni discografiche ma italianizzandolo. Divenni Daniele Gas per molto tempo. Recentemente però, in occasione della nuova produzione in stile ambient pop registrata a Berlino ed intitolata “Tutto In Questi Colori” mi sono impossessato nuovamente del soprannome originale, Gus. Cosa non si fa per gli amici!». (Giosuè Impellizzeri)

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