Christian Hornbostel – Liber Novus (Form Music)

Christian Hornbostel - Liber NovusA partire dal 2000 circa gran parte della musica inizia ad essere separata dal supporto fisico. Oggi i suoni viaggiano quasi esclusivamente attraverso la Rete e si propagano per mezzo di device elettronici e piattaforme internettiane in grado di mettere (quasi) tutto a disposizione di tutti. Ciò ha prodotto lo scompattamento di quelli che un tempo venivano chiamati Long Playing che nella società liquida e post liquida pare coprano una valenza solo ed unicamente nominale. Con l’affermazione dello streaming infatti, degli album sembra ormai importare poco e nulla: il mutamento di fruizione della musica ha inevitabilmente stravolto l’approccio riservato alla stessa.

Nonostante tutto c’è chi, come Christian Hornbostel, non demorde e crede ancora nella funzionalità di un full length, ma è singolare che lo incida soltanto oggi, nonostante vanti oltre trent’anni di attività discografica alle spalle. «Effettivamente “Liber Novus” è di fatto il primo album della mia carriera, sia come produttore che come artista» afferma l’autore. «Forse sembrerà strano ma, per quanto riguarda il formato, devo ammettere che quando ho iniziato a lavorare al progetto non ho fatto alcuna analisi o specifica pianificazione. Mi sono totalmente immerso nella composizione e nella produzione senza pensare ad altro, seguendo un istinto prettamente creativo che, evidentemente, ha trovato la sua legittima maturazione solo quest’anno. Certo, dopo aver completato la quinta traccia, ho realizzato di aver oltrepassato il limite massimo di pezzi consentito per un EP trovandomi oggettivamente per la prima volta ad un punto di non ritorno. Anziché dare peso alla circostanza però ho preferito continuare a divertirmi sino al completamento del quattordicesimo pezzo. Nel frattempo era nato un album».

A contraddistinguere il lavoro è un titolo in lingua latina, “Liber Novus” (libro nuovo). È lecito domandarsi se dietro si celi un preciso significato. «Come già svelato nel comunicato stampa diramato dalla casa discografica, ho trovato ispirazione in un libro dal titolo omonimo del grande psicoanalista Carl Gustav Jung» spiega Hornbostel a tal proposito. «Forse perché la metodologia compositiva e l’approccio concettuale dell’album evocano idealmente un’avventura immaginativa e visionaria in uno stato di veglia, parimenti al “Liber Novus” di Jung. Durante il “viaggio” ho esplorato diverse direzioni musicali e fasi emotive, cercando di alternare suoni dark e deep ad altri più duri ed ipnotici e se ho scelto il latino, non solo per il titolo dell’album ma anche per nominare le quattordici tracce racchiuse al suo interno, è probabilmente per una ragione correlata: questa lingua antica è molto usata nell’alchimia che non è solo, come si sa, la scienza esoterica per eccellenza in fatto di trasformazione, trasmutazione e conversione (quindi qualcosa che trovo oggettivamente molto simile al processo creativo-compositivo nella musica e nell’arte in genere) ma anche una delle mie sorgenti personali di passione ed interesse».

I dodici pezzi di “Liber Novus”, incorniciati da un intro ed un outro, puntano ad una techno minimalista e percussiva, che trasmette il suo messaggio attraverso il ritmo così come già avvenne a più riprese sia negli anni Novanta che nei primi Duemila, quando si registra probabilmente il picco di popolarità con la cosiddetta hardgroove. Questa techno però appare più “pulita”, linda, regolare ed ordinata nella sua successione, con meno vampate d’improvvisazione, forse perché “figlia” di procedure perfezionistiche della tecnologia digitale, e basti ascoltare pezzi come “Inscriptio”, “Perpetuum”, “Regio Nymphidica”, “Aenigma” o “Tempus Fugit” per averne conferma. «Tra tutti i sub-generi della techno attuale personalmente prediligo quella minimalistica e percussiva che, val la pena sottolineare, non è più facile da comporre rispetto ad altri stili» dichiara Hornbostel. «Nella produzione musicale non è mai questione di quantità di materiale quanto piuttosto di dosaggi ed equilibri, di balance insomma, come analogamente ci insegna l’architettura. Se poi vogliamo parlare dei fattori che hanno in qualche modo contribuito alla modifica della techno negli ultimi anni, non possiamo dimenticare l’aspetto relativo al cambio di paradigma che ha visto mutare il supporto di riferimento da analogico a digitale, cioè dal disco in vinile a CD prima e da download a streaming poi. Dico questo perché l’avvento del digitale non ha soltanto rivoluzionato il lato logistico e strutturale del mercato discografico ma ha reso anche possibile a chiunque sul pianeta (con o senza specializzazione e competenze, spesso anche solo quelle di base) di aprire e gestire una label da un giorno all’altro con investimenti e rischi pressoché ridotti a zero. Col proliferare di centinaia di pseudo A&R manager e di improvvisati produttori da una parte ed un calo inversamente proporzionale dei costi di hardware e software dall’altra, c’è stato un conseguente crollo non solo della qualità umana (intesa come rispetto, educazione ed affidabilità) nei rapporti di business ma anche della ricerca e della sperimentazione in studio, e questo è avvenuto in particolar modo nei generi più sofisticati e di nicchia, secondo il principio proporzionale meno competenza e meno cultura = meno coraggio e meno originalità nelle pubblicazioni. Negli ultimi anni sempre meno A&R e quindi sempre meno etichette hanno saputo e/o voluto osare artisticamente nel pubblicare prodotti con suoni non allineati ad uno standard diventato terribilmente sempre più…standard. L’uso di una certa cassa nel groove e di un determinato suono di synth o di clap sono diventati elementi di una conformità ormai estrema, necessaria a priori, senza la quale, il più delle volte, vieni “fermato alla dogana e rimandato indietro”, per voler usare una metafora. Ecco perché sono particolarmente felice e fiero del feedback positivo della Form riguardante la pubblicazione di un album come “Liber Novus”, nonché del supporto da parte di grandi nomi come Richie Hawtin, Ilario Alicante ed Audiojack. Sono stato ben consapevole dall’inizio dei rischi che avrei corso nel cercare soluzioni sonore e stilistiche non proprio standard, insomma avevo più che preventivato l’arrivo della tipica risposta che riserva oggi la maggior parte delle etichette cioè “sorry but it is not suitable for our label”, ma fortunatamente esistono ancora eccellenti eccezioni».

Christian Hornbostel (2020)

Una recente foto di Christian Hornbostel

La grana del suono che permea “Liber Novus” nella sua interezza proviene da elaborazioni digitali, con loop circolari sui quali si innesta una gamma ampia di patch dalle tinte prevalentemente ombrose. «In studio lavoro con diversi wavetable synthesizer come il Serum della Xfer Records e il Pigments della Arturia, oltre ai tradizionali Reaktor, Massive, Sylenth, Mini V3, Buchla, Ana 2, Ace ed Avenger» spiega l’autore. «Ho finalizzato l’album in circa quattro mesi e lo ho offerto alla Form Music di Popof considerando il buon rapporto di esperienza e fiducia instauratosi col mio precedente EP, “Paragranum”, pubblicato nel 2019. L’uscita di “Liber Novus” è prevista per il prossimo 17 aprile, per ora solo in formato digitale, ed è anticipata da un’anteprima video sulla pagina Facebook Techno Live Sets fissata per il 10 aprile alle ore 19:00. Si tratta di un ‘making of’ della produzione in studio dell’intero progetto insieme ad un collage dei video teaser di nove delle quattordici tracce che ho realizzato insieme al mio management Balance.fm».

Come annunciato poche righe fa, uno dei pezzi dell’album, “Magister”, gode del supporto di un artista granitico della techno, Richie Hawtin. Ma oggi incide ancora il “played by” di determinati personaggi sulla resa di un prodotto discografico? Un tempo avere dalla propria parte l’approvazione di certi nomi poteva essere più che strategico perché garantiva visibilità ma soprattutto un ritorno economico nelle vendite ma, in relazione a ciò, Hornbostel taglia corto: «La parola “vendita” oggi ricopre un significato decisamente anacronistico poiché il formato digitale, in confronto al CD o al vinile, offre un margine di guadagno davvero irrisorio, soprattutto nel mercato di nicchia. Il feedback e il supporto di nomi popolari resta però, e senza dubbio, qualcosa di sostanziale ed incisivo dal punto di vista promozionale, della visibilità e del marketing. Oggi possiamo tranquillamente ammettere che, grazie alla Rete, battere pubblicitariamente la grancassa o, come dicono gli inglesi “spread the message”, sia diventato molto più facile e veloce rispetto al passato. Quando si riceve un feedback importante da un DJ di alto calibro infatti basta un solo click per raccontarlo a migliaia di contatti in pochi secondi».

Hornbostel @ Ambasada Gavioli (1999)

Un paio di scatti risalenti al 1999 quando Hornbostel si esibisce all’Ambasada Gavioli, in Slovenia. In rilievo, nella foto in alto, un disco della PRG, etichetta del gruppo Expanded Music con cui il DJ collabora ai tempi, mentre in quella in basso il logo di Italia Network, prossima ad un radicale cambiamento

Nel passato di Hornbostel, oltre a decine di produzioni tra cui Tales From Underground, V.F.R., Sacro Cosmico e Virtualmismo di cui abbiamo parlato qui, c’è anche la collaborazione con Radio Italia Network che negli anni Novanta rappresenta il punto di riferimento per gli adepti legati alle discoteche e alla musica dance di settore. In particolar modo il DJ viene ricordato per essere stato al timone del programma/classifica 100% Rendimento con cui porta ad un vasto pubblico musiche ancora relegate ad una minoranza come trance, hard trance, acid e techno. «Quando penso a 100% Rendimento non posso non ricordare automaticamente e con immenso piacere il cosiddetto ‘zeitgeist’ della prima stagione di Radio Italia Network, ovvero quella udinese» rammenta. «Il gruppo di lavoro era vibrante, sinergico, innovativo, vulcanico ed estremamente originale. Ho legato facilmente e senza il minimo problema con tutti, dagli speaker ai tecnici, dalla segreteria alla direzione pubblicitaria. Con alcuni di loro ci fu addirittura un’evoluzione: con Mr. Marvin infatti nacque non solo un sodalizio artistico molto importante, ovvero la Shadow Production con cui producemmo dischi come i menzionati Virtualmismo, Sacro Cosmico, V.F.R. e tanti altri, ma anche una grande e duratura amicizia. Inoltre il fondatore e presidente della radio, Mario Pinosa, è ancora mio socio editoriale nonché amico. Di quella emittente e trasmissione oggi porto molto con me e dentro di me. Resta pure il ricordo di un coraggio artistico e di un’audacia imprenditoriale non proprio comuni nel lanciare un programma decisamente alternativo, estremamente specializzato e, come se non bastasse, in una fascia oraria allora quasi totalmente monopolizzata dal DeeJay Time di Albertino».

A proposito di proficue collaborazioni, in un articolo racchiuso nella rivista Future Style risalente all’ottobre 1995, Hornbostel parla della sinergia, «una potentissima arma che, se usata in maniera positiva, può dare utilissimi vantaggi ed ottimizzazioni in ogni settore». Nella fattispecie fa riferimento all’interscambio artistico nato quando accetta la proposta di collaborare in modo ancora più stretto con l’ufficio del dipartimento internazionale dell’Expanded Music di Bologna, attraverso il quale riesce quotidianamente a mettersi in comunicazione con colleghi sparsi per il mondo. «Questi mi passano importanti informazioni che posso immediatamente “girare”, in tempo reale, a tutti coloro che gravitano intorno alla mia posizione. Mi diverto anche a divulgarle agli ascoltatori di Italia Network. Tali informazioni, oltre ad essere utilissime per il mio lavoro di DJ e produttore, vengono discusse con gli altri che lavorano all’Expanded Music al fine di cercare di essere sempre un po’ più avanti nella conoscenza dei vari mercati internazionali». In chiusura si legge pure: «Il mondo musicale paga moltissimo sotto il profilo emozionale. Quando un produttore ha la possibilità di vedere un proprio disco in classifica in qualche parte del mondo o comunque riesce nell’impresa di divulgare una propria realizzazione magari suonata da stimati colleghi, l’emozione è più forte di qualsiasi sacrificio». Sono trascorsi quasi venticinque anni da quando il DJ/produttore scrive ciò e il mondo è radicalmente mutato sotto ogni aspetto. Più di qualcuno, proprio in questi tempi, pone l’accento sul fatto che col flusso inesauribile di comunicatività innescato dalla Rete, il pubblico risulti meno disposto a recepire informazioni che un tempo invece cercava appassionatamente anche spendendo del denaro in riviste specializzate, ormai quasi del tutto inesistenti. L’interscambio artistico di cui parla Hornbostel nel 1995, insomma, oggi avrebbe sicuramente minor presa sul pubblico, forse saturato dall’iperconnessione e da tutto ciò che ne deriva. Pure gli attori della scena paiono meno attratti e motivati dal ricercare nuove strade, come invece avveniva in passato. Senza dimenticare la radiofonia, in Italia ormai accentrata nelle mani di grossi gruppi editoriali inesorabilmente orientati verso proposte generaliste. La stasi creativa che lamentano in tanti potrà mai vedere un’inversione di tendenza?

Hornbostel @ Shadow Production Studio - 1995

Hornbostel armeggia nello studio della Shadow Production nel 1995. In evidenza il campionatore Akai S1000, “cuore pulsante” della maggior parte delle produzioni discografiche di quel periodo

«In questi venticinque anni è successo di tutto, specialmente negli ultimi quindici in cui l’appiattimento creativo, a cui facevo riferimento già prima, è diventato sempre più tangibile in molti aspetti del settore» sostiene Hornbostel. «Il web e la globalizzazione hanno regalato una chance collettiva planetaria, cosa di certo encomiabile dal punto di vista etico, ma allo stesso tempo altamente pericolosa per la mancanza pressoché totale di controllo. Ognuno ha avuto la possibilità di improvvisarsi da un momento all’altro produttore, manager, discografico, DJ, booker, speaker o giornalista senza aver fatto alcun corso di specializzazione. Allo stesso tempo la Rete ha iniziato a “portare” virtualmente i club a casa degli utenti. Risultato? Chi un tempo doveva macinare trecento chilometri per ascoltare il proprio DJ preferito oggi lo può fare tranquillamente dal proprio salotto, schiacciando un paio di pulsanti e all’orario che più gli aggrada. È comodo, ma anche troppo facile ed immediato. Tutto è diventato estremamente accessibile e quindi spesso ripetitivo, scontato e, oserei dire, banale. Così la magia di una certa esclusività del DJing, come prodotto ma anche del club stesso in genere, si è un po’ spenta. Le munizioni che al momento sembrano avere ancora un ottimo effetto in consolle sono rappresentate sempre di più da fondoschiena sinuosi in gran movimento e da seni ben rifatti. Tutto ciò porta alla constatazione di un’involuzione piuttosto che un’evoluzione dei contenuti del cosiddetto nightclubbing. Non va certamente meglio il commercio della musica. Gli store toccano un numero incalcolabile di produzioni uploadate quotidianamente e in un momento di grande inflazione come quello che viviamo ora, conseguentemente ad un rapporto fuori controllo tra un’offerta sempre più in crescita ed una richiesta sempre più in calo, è difficile non essere tentati di fare paralleli con la situazione finanziaria mondiale, figlia anch’essa di un problema alquanto simile. Chissà che non serva davvero un reset in entrambi gli esempi citati per far ripartire tutto da zero, con uno spirito diverso ed un’energia e qualità nuove. L’importante è essere pronti in modo da non ritrovarsi nelle ultime file». (Giosuè Impellizzeri)

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La discollezione di Gaetano Parisio

Gaetano Parisio 2

Gaetano Parisio e i suoi dischi. In mano regge “The Preface”, il doppio con cui nel 2000 inaugura una delle sue etichette, la Southsoul

Qual è il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
Avevo tredici anni, si trattava di un’edizione limitata contenente sei picture disc di Michael Jackson. “Bad” era appena uscito ed io ero un gran fan di quel genio indiscusso.

L’ultimo invece?
Purtroppo è un bel po’ di tempo che non compro dischi. Probabilmente l’ultimo è stato “La Gatta Cenerentola” del grande Roberto De Simone, recuperato in un mercatino. Rappresenta benissimo la Napoli più viscerale e poetica del secolo passato. Adoro le origini artistiche della mia città, ne vado orgoglioso.

Quanti dischi conta la tua collezione?
È difficile quantificare il numero esatto ma credo ci siano almeno duemila pezzi. Impossibile stabilire anche il denaro speso ma non moltissimo poiché un’enormità di dischi mi è stata inviata gratuitamente dalle varie distribuzioni in formato promozionale. Non sono un collezionista tradizionale anzi, non mi ritengo proprio un collezionista. Il collezionista di dischi, per definizione, li colleziona mentre io invece li utilizzo per lavoro e molto spesso più di uno e su più piatti alla volta.

Come è organizzata?
Non è organizzata affatto o meglio, non in modo definitivo ma solo per sommi capi raggruppando autori, etichette e white label, oltre ai miei e quelli delle mie etichette ovviamente. Una sezione è occupata invece da tutti quelli che non riguardano il mondo da DJ e produttore. Da non molto mi sono trasferito a Barcellona e i miei dischi mi hanno raggiunto solo in un secondo momento, attraverso una spedizione aerea. Sinora ho aperto solo la metà delle scatole, è un’operazione lunga che richiede molto tempo e che per motivi di lavoro tendo sempre a posticipare. Conto comunque di procedere al più presto al fine di mettere finalmente un po’ di ordine.

Hai mai seguito particolari procedure per la conservazione?
No, mai. Utilizzo la maggior parte dei dischi per i miei DJ set quindi pulisco quelli selezionati nel momento in cui ne ho bisogno. Ammetto candidamente di non essere la persona più ordinata al mondo e a confermarlo potrebbe essere la mia compagna di vita, costretta a sopportarmi quotidianamente. La regola numero uno comunque è quella di tenerli lontani dall’umidità e da forti fonti di calore. Proprio in queste settimane sto pulendo gran parte dei miei dischi: credevo fosse noioso ed invece mi sono divertito perché ho riscoperto meraviglie ormai dimenticate.

Ti hanno mai rubato un disco?
Per fortuna no. Credo che rubare un disco sia un gesto veramente becero. Mi auguro di non subire mai questo tipo di furto.

Kraftwerk - TEE

“Trans-Europe Express” dei Kraftwerk, del 1977, è uno dei dischi a cui Gaetano Parisio è maggiormente legato

Qual è il disco a cui tieni di più?
“Trans-Europe Express” dei Kraftwerk. L’ho sempre avuto di fronte a me nel mio studio, insieme a “Last Night A D.J. Saved My Life” degli Indeep. La ragione è abbastanza intuibile: i Kraftwerk hanno avuto una sensibile influenza sulla mia vita e, di riflesso, sul mio modo di essere DJ e produttore. Averli costantemente davanti agli occhi mi ricorda che quando le cose vengono realizzate con qualità resistono bene al passar del tempo, e questo è esattamente il mio fine nel momento in cui mi chiudo in studio per comporre musica.

Quello che ti sei pentito di aver comprato?
Non mi sono mai pentito di aver acquistato un disco. Al massimo resta un oggetto bello da vedere, con cui si è dato il proprio contributo al settore. Quando si investe in musica non si commettono mai errori.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
Non essendo un collezionista nel senso più puro del termine, non sono alla ricerca di un titolo in particolare. Quando capita di trovare qualcosa di interessante la compro. Tuttavia mi piacerebbe essere un “ricercatore seriale” ma forse non è ancora giunto il momento.

Pink Floyd - LP

“The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd, uscito nel 1973, è l’album per cui Parisio spenderebbe una somma considerevole

Quello per cui saresti disposto a spendere una somma importante?
Una copia incellofanata della prima edizione di “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd, un autentico capolavoro.

Quello con la copertina più bella?
Proprio “The Dark Side Of The Moon”.

Che negozi di dischi frequentavi da adolescente e quando hai iniziato la carriera da DJ?
A Napoli, tra gli anni Ottanta e i primi Novanta, c’erano diverse opzioni. Il negozio più famoso era Flying Records, che al tempo stesso era anche distribuzione ed etichetta però, per la tipologia di musica che cercavo, non era il massimo. Esistevano per fortuna realtà molto più piccole che importavano dischi da distributori minori e che spesso mi aiutavano nella ricerca. Ai tempi non era assolutamente facile trovare certa musica, il numero di copie a disposizione era assai limitato (appena un paio o addirittura una sola) e se non conoscevi chi stava dietro al bancone non riuscivi a portare niente a casa, se non gli scarti di altri DJ giunti prima di te.

Quando hai iniziato invece a comprare per corrispondenza?
Ho avuto la grande fortuna di ricevere, dal 1996 al 2006, la maggior parte delle produzioni techno. Tutte le distribuzioni che rientravano nei miei interessi mi spedivano settimanalmente quantità incredibili di dischi al punto da non sentire mai la necessità di acquistare cose extra. Insomma, avevo il problema opposto di chi desiderava avere più novità. Il 90% di quel materiale era composto da white label, prive di copertina e grafica definitiva, cosa che peraltro non mi dispiaceva affatto. Non essere influenzato graficamente da niente mi permetteva di ascoltare musica senza alcun pregiudizio. A tal proposito menzionerei “Listen Without Prejudice” di George Michael, trovo sia il titolo più educativo di sempre.

Ritieni che l’e-commerce abbia ridotto sino ad annullare del tutto il rapporto diretto, per molti fondamentale, tra venditore ed acquirente?
Decisamente sì, ma oggi vale un po’ per tutto. La legge del mercato è “pesce grande mangia pesce piccolo” e in questo caso il ruolo del pesce grande è ricoperto dalle compagnie online che, avendo prezzi di gestione inferiori ed una visibilità globale attraverso il web, non temono competizione. La possibilità di selezionare musica standosene seduti comodamente sul divano di casa fa il resto. Inoltre anche il catalogo degli e-store, praticamente infinito, non lascia scampo a quei negozi che eroicamente scommettono ancora sul contatto diretto col cliente. Nonostante tutto però continuano ad esistere piccole realtà in cui è possibile respirare persino l’odore del vinile una volta varcata la porta d’ingresso. A gestirle è solitamente chi ha dedicato la vita intera alla divulgazione di cultura, perché alla fine di cultura si tratta e non di banali oggetti di ordinario consumo.

Conservi almeno una copia di ogni tuo lavoro discografico, remix inclusi?
Sì, fortunatamente. Hanno un valore affettivo diverso dagli altri dischi in mio possesso.

Gaetano Parisio 1

Un’altra foto di Gaetano Parisio insieme ai suoi dischi. Il 12″ che stringe tra le mani è “Java EP” di Jeff Mills, il primo ad essere uscito su Purpose Maker nel 1996

Nel corso della tua carriera hai varato, sin dalla seconda metà degli anni Novanta, molteplici etichette come Conform, ART, Southsoul, Southsoul Appendix e, ultima in ordine di apparizione, Adagio. Come era il mercato discografico circa vent’anni fa?
Avere delle etichette era essenziale per divulgare la mia visione musicale, senza quelle mi sarei sentito monco. Ognuna di esse ha rappresentato un’idea diversa dalle altre. Ho sempre amato fare delle serie poiché credo fortemente che sia l’unico modo per trasmettere ciò che ho in mente. Al contrario, non ho mai creduto in album né tantomeno nei singoli EP come mezzo migliore per esprimermi. In linea generale è quello che oggi avviene per le serie televisive. Ci si appassiona e si vuole arrivare alla fine. Chi le realizza però ha la possibilità di sviluppare le idee in decine di ore di pellicola anziché in novanta o centoventi minuti come in un film. Per me avviene una cosa analoga nelle serie musicali, dove ogni nuova release aggiunge qualcosa di nuovo alla storia ma nel contempo è “sorella” della precedente, dando così coerenza al racconto. Ai tempi delle mie label il mercato discografico era immensamente più grande rispetto a quello odierno. Si viveva la golden age del vinile, almeno in riferimento al mondo del DJing. Si vendevano decine di migliaia di copie per ogni singola uscita ed era un’attività che si autososteneva e che poteva essere pure molto remunerativa. Attraverso le mie etichette ho avuto la fortuna di raccogliere tante soddisfazioni. L’impatto delle mie produzioni è stato importante nel circuito techno e il lavoro svolto, ormai tanti anni fa, continua a vivere e ad essere ricordato. Vedo continuamente postare sui social, anche per mano di giovanissimi, miei pezzi realizzati anche oltre venti anni addietro. Ciò significa che le nuove generazioni sono andate a “studiare” il passato e ciò fa onore a loro e piacere a me. Questo inoltre dimostra che comporre musica per puro spirito creativo e senza pensare di fare la hit del momento può produrre risultati capaci di resistere più che bene al trascorrere del tempo.

Come mai, tra 2005 e 2006, “congelasti” tutte le tue label? La chiusura del distributore tedesco ELP fu determinante in tale scelta?
Furono diversi fattori a sancire il mio distacco dalla scena musicale col conseguente “congelamento” delle etichette. Sicuramente la chiusura di ELP mi spinse verso quella decisione ma la realtà è che la mia energia, sia creativa che mentale, subì un’importante flessione a causa di episodi, perdite personali e scelte di vita. Il troppo amore per la musica e l’estrema gratitudine nei suoi confronti però non mi hanno permesso di mentire a me stesso e a tutti quelli che amavano ciò che facevo. Per me quella con la musica è stata sempre una relazione estremamente intima. Oggi, a distanza di quasi quindici anni, mi sento molto bene. Sono motivato come non mai e soprattutto mi è molto chiaro ciò che devo fare. La vita ti sorprende sempre, tutto è in divenire e questo mi diverte da morire.

Con Adagio, inaugurata nel 2007, intendevi coprire un segmento stilistico differente rispetto a quello delle altre tue etichette? Quanto era cambiato il mercato del 12″ destinato ai DJ rispetto a dieci anni prima?
Adagio nacque quasi per gioco. Ritiratomi dalla vita da DJ, mi divertivo a fare cose correlate con la techno e così nacque questa serie di uscite. Ai tempi diverse grandi distribuzioni chiusero i battenti, il comparto del vinile era in netta flessione. Nel contempo Beatport la faceva da padrone creando i presupposti per la situazione che viviamo oggi, con un mercato saturo di produzioni con migliaia e migliaia di release che riempiono i server in tutto il mondo. Si è creata una gigantesca bolla in cui non si produce quasi più nulla di materiale ma solo virtuale, “cose” fatte di dati insomma. Si potrebbe fare un paragone col mondo finanziario dove i più imponenti disastri sono stati causati dallo scambio virtuale di denaro infinitamente più grande rispetto a quello reale. Prima o poi però le bolle generate dagli scambi virtuali scoppieranno tutte. Con l’avvento del web inoltre è diventato troppo semplice avviare un’attività imprenditoriale, come ad esempio un’etichetta discografica digitale, slegata dal peso e dalla competenza di decidere se investire denaro per produrre un determinato disco o un CD. Così facendo il mercato si è saturato di mediocrità e i “genitori” di tutto ciò sono proprio le decisioni prese a cuor leggero, in quanto prive di rischio d’investimento, proprio come può essere una release digitale.

Da un tuo post di qualche mese fa si presume che stia pensando di riattivare la ART, riprendendo lì dove avevi interrotto nel 2005, ossia al tredicesimo dei preventivati venti capitoli. È così?
Confermo: ci sono tante cose che bollono in pentola. A partire dalla ripresa della serie personale ART, con l’ART 14/20 e l’intenzione di chiudere il secondo ciclo al ventesimo numero, ART 20/20 per l’appunto. Continuo quella serie perché la visione di oggi è esattamente la stessa dell’epoca ed ho voglia di finire quel discorso rimasto in sospeso. Tutti i numeri, sino al venti, sono già pronti così come lo erano quando decisi di fermare bruscamente l’etichetta. Sarò assolutamente fedele in tutto e per tutto al progetto di partenza. Ma non finisce qui. Da pochi giorni ho mandato al pressing plant i master del Conform 025, a quindici anni di distanza dal precedente. Farà parte di una miniserie di dieci tracce tratte dal catalogo ed editate da artisti che ritengo possano essere presi ad esempio per il loro modo di rapportarsi con la musica e con tutto ciò che le gira attorno, carriera compresa. Conform Re-Touched Series Vol.1 sarà il primo di quattro uscite (per ora), disponibile in vinile e digitale. A curare gli edit saranno Ben Sims, James Ruskin, Mark Broom e Truncate a cui seguiranno The Advent, Sterac, Oscar Mulero, Steve Bicknell, Ken Ishii, Jonas Kopp, Alexander Kowalski, Danilo Vigorito, Deetron, Matrixxman ed altri ancora tra cui Dave Clarke che mi ha confermato la disponibilità ma chiedendomi più tempo perché attualmente impegnato a ricostruire il suo studio. Non è però, come qualcuno potrebbe pensare, un tributo alla musica della mia etichetta, ma piuttosto un tributo agli artisti stessi per i motivi che ho già spiegato qualche riga fa. Oggi abbiamo bisogno più che mai di esempi che ci possano illuminare e non farci risucchiare da quel mostro che è il circo della scena mainstream e dei DJ-influencer. La scelta dei nomi è stata ponderata e la loro pronta risposta, nonostante i miei tanti anni di assenza, mi ha riempito il cuore di gioia.

Nell’ultimo decennio circa è mutata la percezione che il pubblico e una parte di DJ nutre per il disco. Come reazione alla sempre più incisiva e capillare digitalizzazione infatti, il disco ha finito con l’essere totemizzato, rivelando spesso un fanatismo smodato alimentato anche da chi, anagraficamente, non ha nemmeno vissuto l’epoca in cui la musica non poteva che essere incisa su un supporto tattile per essere fruita. Nel contempo per il grande pubblico il disco si è trasformato in un oggetto di puro modernariato, da esporre alla stregua di un simbolo-icona di un mondo che non esiste più. Prevedi che il disco possa resistere, al di là di banali quanto effimere tendenze modaiole? Il DJing del prossimo futuro rappresenterà ancora un bacino di riferimento per esso?
Credo che il supporto in vinile sia molto importante per diverse ragioni ma sicuramente tra queste non rientra la creazione di alcun “totem”. Esistono, seppur molti meno rispetto al passato, DJ che sono davvero in cerca di musica techno da suonare con due Technics SL-1200. Il presente che viviamo purtroppo si basa sull’apparire e anche il vinile non sfugge da questa triste regola. Esisteranno sempre quelli che non sono ciò che dicono di essere, ma la bella notizia è che in circolazione ci sono tanti appassionati, veri. Io penso solo a loro. Gli altri giocano uno sport differente dal mio. Per tale ragione continuerò a rivolgermi a coloro che comprano dischi per amore e non per esibizionismo, quelli che vogliono suonarli per creare qualcosa di unico, che sia davanti a un dancefloor o semplicemente tra le mura domestiche.

Estrai dalla tua collezione/raccolta almeno dieci dischi a cui sei particolarmente legato motivandone le ragioni.

The Subjective - TremmerCriticalThe Subjective – Tremmer / Critical
Un 12″ che mi fu regalato nel 1997 da Cisco Ferreira e Colin McBean, nel loro studio londinese. Un disco che ho praticamente distrutto per quante volte l’abbia suonato.

Jeff Mills - Kat Moda EPJeff Mills – Kat Moda EP
Impossibile non menzionarlo. Ho scelto quello che secondo me è il più rappresentativo della fine degli anni Novanta, un’autentica pietra miliare specialmente in relazione alla A1, “The Bells”. Non lo suono mai per “vincere facile”, non è proprio nelle mie corde, ma perché lo trovo un capolavoro assoluto.

Dire Straits - Brothers In ArmsDire Straits – Brothers In Arms
È un disco che comprò mio fratello quando avevo appena dodici anni. Lo amavo e lo amo tuttora, anche per la sua copertina celeste con quella chitarra protesa verso il cielo. Da lì arriva il riff della celebre “Money For Nothing”. Un LP incredibile e la maniera di suonare la chitarra di Mark Knopfler è unica.

Lucio Dalla - Lucio DallaLucio Dalla – Lucio Dalla
Uno dei dischi che ho ascoltato di più da piccolo. Dalla per me era e resta “il cantautore”. Grazie ai miei cugini Luca ed Ugo, Dalla, De Gregori e Bennato entrarono a far parte della mia vita, quando ero poco più di un bambino. La mia trap era quella. In particolare questo disco lo lego ad una crociera in barca che facemmo tutti insieme. La cornice perfetta di ricordi indimenticabili ed esperienze formative per un quattordicenne.

Cameo - Word Up!Cameo – Word Up!
Ricordo ancora il momento in cui andai a comprare il 45 giri da Flying Records. Impazzivo per la voce singolarissima di Larry Blackmon e per il suo modo di vestirsi. Il video che passava su MTV poi era veramente travolgente. Mi capita spesso di riascoltarlo ancora oggi.

Gaetano Parisio - Gaetek EPGaetano Parisio – Gaetek EP
Si tratta della prima release marchiata col mio nome anagrafico, visto che sino a quel momento avevo usato solo lo pseudonimo Gaetek, ma anche del primo disco su Conform (contenente quattro tracce, “Mother”, “Minimal Act”, “Maastricht” e “Main Wave”, nda). Insomma, mi stavo presentando per la prima volta col mio nome reale ed un progetto tutto mio che ha segnato una svolta nel percorso della mia carriera.

Daft Punk - The New WaveDaft Punk – The New Wave
“The New Wave” è il disco, preso in licenza per l’Italia dalla UMM, che mi fece conoscere il duo francese nel 1994. Rammento bene la reazione quando lo ascoltai per la prima volta, intuii di avere a che fare con qualcosa di diverso dal solito, sia per suono che qualità, ma avrei afferrato la ragione solo qualche tempo più tardi.

Orbital - In SidesOrbital – In Sides
Un album che ho ascoltato in tantissimi after hour, a casa prima di andare a dormire e in svariate altre occasioni. Negli anni Novanta ammiravo profondamente le produzioni dei fratelli Hartnoll. Questo è un disco super raffinato che troverà sempre spazio nel mio cuore.

Leftfield - LeftismLeftfield – Leftism
Un altro LP che entra di diritto in questa lista. L’impatto di “Leftism” sulla scena napoletana fu veramente enorme. Ogni DJ ne possedeva una copia e chi non lo aveva lo cercava. Tutto bellissimo, inclusa la copertina. Masterpiece!

Michael Jackson - Off The WallMichael Jackson – Off The Wall
L’album che sancì la prima collaborazione tra Michael Jackson e Quincy Jones. Due mostri sacri all’opera nello stesso studio. L’ho ascoltato e riascoltato centinaia di volte. Per me era come vedere Maradona a vent’anni, solo talento esplosivo. Il resto della storia lo si conosce già.

Pino Daniele - Nero A MetàPino Daniele – Nero A Metà
Nella mia selezione non poteva mancare colui che ha scandito i ritmi delle giornate quando ero piccolo. Pino Daniele aveva tanto da dire, sia musicalmente che socialmente. Senza ombra di dubbio è stata la massima espressione musicale napoletana ed italiana di quegli anni, unico ed indimenticabile. Ho scelto questo disco in rappresentanza di tutti quelli da lui incisi in quel periodo. Provo profonda gratitudine nei suoi confronti.

(Giosuè Impellizzeri)

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Adam Beyer – DJ chart ottobre 1998

Adam Bayer, Raveline ottobre 1998DJ: Adam Beyer
Fonte: Raveline
Data: ottobre 1998

1) Adam Beyer & Marco Carola – Drumcode 16
Giunto a pochi mesi dal Drumcode 13, questo disco cementifica l’alleanza italo-svedese tra Carola e Beyer mediante madidi intrecci ritmici. I quattro pezzi incisi sul 12″, tutti privi di titolo, ammiccano al loopismo millsiano ed hoodiano macinando percussioni e micro sample e giocando sugli incastri, ai tempi principale filo conduttore della techno promossa da questi due DJ destinati ad un più che roseo futuro. Beyer, come scrive Christian Zingales in “Techno”, «è uno svedese molto napoletano, con un suono che da subito si connota in un contesto generalistico e che durante il boom della scena di Napoli va ad allinearsi col primato tecnico e formale dello stile di Carola. Tracce solide, oscure quanto basta, issate su fraseggi standard e su un automatismo tribal-minimale dirompente».

2) Surgeon – Credence
Anthony Child è un altro degli abili intagliatori di febbricitanti e roventi loop che, sin dai primi anni Novanta, contribuiscono a tenere un certo tipo di techno europea inchiodata ad un’estetica dichiaratamente antipop. Il suo minimalismo, più rabbioso, propulsivo e tagliente rispetto a quello che emergerà nel nuovo millennio come fugace trend modaiolo, aggredisce l’ascoltatore con una carica travolgente, assuefacendolo con un tappeto di percussioni, staffilate industriali e vibranti punteggiature ritmiche. Quattro i pezzi/tool presenti sul 12″ edito dalla sua Dynamic Tension Records, rigorosamente untitled come consuetudine (o ossessione?) vuole nelle frange degli artisti di quel segmento stilistico.

Adam Beyer (199x)

Adam Beyer in una foto risalente alla seconda metà degli anni Novanta

3) Adam Beyer – Remainings II
Prosieguo del primo atto uscito nel 1997, “Remainings II” sviluppa una techno circolare e rotatoria, a tratti monotona ma con qualche gradita divagazione (le sottili intrusioni di lead nella A2, le fluttuazioni ambientali nella D1). Due dei sette pezzi senza titolo (A, D2) sono frutto della collaborazione con un altro asso della techno svedese, Joel Mull. Il doppio mix esce sulla Code Red, rimasta accanto alla Drumcode sino al 1999 supportando altri connazionali di Beyer come Thomas Krome e Cari Lekebusch, rimasti però defilati dal mainstream.

4) Question – 1st Question / 2nd Question
Nel 1998 Marco Carola lancia una nuova etichetta, la Question, che insieme alla Zenit va ad affiancare la One Thousand Records e la Design Music, entrambe in attività sin dal 1996. L’assoluta assenza di informazioni messe a disposizione dell’acquirente (nessun titolo ed autore, fatta eccezione per numero di catalogo e numero di fax del distributore) agisce per sottrazione ed alimenta fantasie di ogni tipo al pari di un quadro surrealista o astrattista. La musica che l’artista partenopeo convoglia nel nuovo progetto resta comunque annodata ai loop ritmici ma nel contempo sonda soluzioni per oltrepassare la soglia dell’ostentato minimalismo, spingendosi a lambire sponde house (come avviene nella A2 del 1st Question).

5) Suburban Knight – Nocturbulous Behavior
Questo è il primo disco che James Pennington realizza per Underground Resistance, nel 1993 (ma, secondo alcune fonti, in circolazione già dal 1991). Un EP incredibile che, a distanza di oltre venticinque anni, mantiene intatta la propria cifra stilistica soprattutto per il brano “Infra Red Spectrum”, otto minuti di spasmodica energia evocata ora dalla spirale del basso, poi da strappi percussivi abbinati a linee oblique di melodie in lo-fi che si ritrovano sul lato B, opportunamente compresse insieme ad atmosfere sinistre in “Nocturbulous”. C’è spazio anche per un terzo pezzo, “Magnetic Timetable”, da dove emergono minacciose nubi di trance ambientale. Nel 2003 Pennington, co-autore di “Big Fun” degli Inner City, riciclerà il titolo “Nocturbulous Behavior” per un mix-CD edito da Submerge Recordings ma optando per un nuovo alias, 011, proprio in tributo del numero di catalogo dell’UR uscito circa dieci anni prima.

6) The Advent – ?
Senza disporre del titolo è impossibile risalire a quale pezzo faccia riferimento Beyer nella chart (analogamente a quanto avviene nella classifica di Marco Carola del 1997 analizzata qui). Sono ben otto infatti i 12” di The Advent editi da Kombination Research nel 1998.

7) Alexi Delano & Cari Lekebusch – Color Clash 2
A tre anni di distanza da “Colour Clash” su Hybrid, Delano incide il seguito in compagnia del label boss che nel frattempo si vede costretto a modificare il nome della sua etichetta in H. Productions a causa dell’omonimia con la band originaria del Galles fondata da Mike e Charlotte Truman. Quattro le versioni, prive di titolo, da cui emerge nitida l’impronta loopy dei due artisti, frammista a movenze filo house.

8) James Ruskin – Further Design
Si tratta di un album che mette a punto le esperienze maturate da Ruskin negli anni precedenti nel progetto Outline con l’amico Richard Polson. Lo stile del DJ nativo di Croydon fa tesoro della lezione dei maestri di Detroit (si senta “Time & Place”, un probabile omaggio a “Gamma Player” di Millsart uscito tre anni prima) e plasma un suono dalle architetture solide e ben calibrate (“The Divide”, “Unknown Destination”, “Work”) che non manca di percorrere itinerari ambient/dub (“Below”). Il disco esce su Blueprint, etichetta ancora attiva che Ruskin fonda col compianto Polson.

9) Sims & Dax – Stability
Autore e titolo non vengono menzionati nella chart, sostituiti come avviene spesso ai tempi da nome dell’etichetta e numero di catalogo. Pare essere verosimile comunque la corrispondenza con “Stability” che Ben Sims e Tony Dax realizzano per la loro Theory proprio in quel periodo. La monotonia dell’Original Mix viene rotta dalla ruvidità dei remix messi a punto da Jay Denham e Function. Meritevole di menzione è la Hard Groove Mix in cui Sims comincia ad affinare la vena tribal techno con cui si affermerà nei primi anni del nuovo millennio.

10) Marco Carola – Fokus
“Fokus” è il primo album inciso da Carola nonché disco che taglia il nastro inaugurale della sua Zenit. Attraverso le numerose pubblicazioni edite sin dal 1995 (le prime appaiono sulla Subway Records del gruppo Discomagic, ai tempi guidata da Claudio Diva) il prolifico artista partenopeo perfeziona la tecnica di composizione ed ottiene un mix tra minimalismo e tribalismo post detroitiano che contribuisce a fare la fortuna della scena napoletana insieme all’apporto di amici come Gaetano Parisio, Danilo Vigorito, Rino Cerrone, Davide Squillace e Markantonio. “Fokus” è un percorso lungo dieci tappe-tracce (senza titoli, a rimarcarne la minimalizzazione), circoscritto entro coordinate di techno dichiaratamente percussiva ma con qualche breve deviazione che vede calare le pulsazioni ritmiche.

(Giosuè Impellizzeri)

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Hard Wax – chart settembre 1997

Hardwax Raveline, settembre 1997
Negozio: Hard Wax
Fonte: Raveline
Data: settembre 1997

1) Push Button Objects – Cash
Edgar Farinas, da Miami, è Push Button Objects. Debutta sull’etichetta dei Phoenecia, la Schematic, con questo EP che vaga tra l’hip hop sperimentale e l’IDM raschiato dal glitch. Quattro i brani racchiusi al suo interno, “Lockligger”, “Striffle”, “Trot” e “Maercs”, inseriti nell’album “Dirty Dozen” uscito tre anni dopo e contraddistinti da broken beat, suoni segmentati e qualche scratch a rimarcare l’appartenenza ad un mondo allora fortemente legato all’arte del turntablism. La prima tiratura viene commercializzata con una copertina di plastica trasparente di tipo ziplock.

2) Monolake – Occam / Arte
Dietro Monolake, ai tempi, operano in due, Gerhard Behles e Robert Henke, che da lì a breve daranno vita ad uno dei software più celebri e rivoluzionari, Ableton Live (per approfondire si veda qui). Alfieri della minimal techno ben prima che questa divenisse uno specchietto per le allodole e rappresentasse una presunta novità da offrire al pubblico del nuovo millennio proprio mentre impazza la “Ableton generation”, i tedeschi qui elaborano due brani per la DIN dell’amico Torsten “T++” Pröfrock, entrato per un periodo a far parte dello stesso team. “Occam”, registrata live il 28 dicembre 1996 a Lucerna, in Svizzera, viaggia su taglienti minimalismi tangenti il dub in stile Basic Channel, “Arte”, prodotta in studio a Berlino, mostra scenari simili ma riducendo l’apporto ritmico ed avvicinandosi all’ambient. Da qualche anno in Rete si dibatte sulla velocità alla quale dovrebbe essere suonato il disco: c’è chi sostiene sia meglio a 33 giri, chi parteggia per i 45, chi ritiene di alternare 33 per un lato e 45 per l’altro. Sul disco non è riportata alcuna indicazione chiarificatrice ma nell’album “Hongkong”, pubblicato dalla Chain Reaction dei sopracitati Basic Channel, “Arte” suona a 33 giri mentre “Occam” a 45.

3) Luke Vibert – Big Soup
“Big Soup” è il primo album che Vibert firma col suo nome anagrafico ma giunto dopo altri ammirevoli lavori sotto pseudonimo (Wagon Christ, Plug) con cui mette a soqquadro il mondo drum n bass e trip hop. Pubblicato dalla Mo Wax, “Big Soup” potrebbe essere paragonato ad un altro album epocale presente nel catalogo della label di James Lavelle ossia “Endtroducing…..” di DJ Shadow. I beat si accartocciano come se fossero fogli di carta appallottolati, i sample sono assemblati secondo una fantasia funambolica che ad un orecchio poco allenato potrebbe suonare come disordine ma che in realtà segna le tappe di una ulteriore evoluzione dell’elettronica. Tra le più convincenti “Reality Check”, “C.O.R.N.” ed “Am I Still Dreaming?”, con un tiro à la Propellerheads, “Stern Facials” con tessiture di jazz destrutturato, e “2001 Beats”, piacevolmente accelerata e lanciata verso sponde drum n bass.

4) Plug – Cut (’97 Remix)
Inciso sul 12″ intitolato “Me & Mr. Sutton” e pubblicato dalla britannica Blue Planet Recordings, il remix ’97 di “Cut” (la versione originale si trova nell’album “Drum’N’Bass For Papa” uscito circa un anno prima) è virtuosa drum n bass con cui l’autore, Luke Vibert, di cui si è già detto poc’anzi, dimostra la genialità assoluta nel ricontestualizzare un campione preso da “Love Won’t Let Me Wait” di Major Harris. Soul del 1974 che dopo poco più di venti anni muta e si ripresenta come nessuno avrebbe mai potuto immaginare.

5) Robert Henke – Floating.Point
I sette brani racchiusi in “Floating.Point” sono stati prodotti nel quinquennio 1992-1997: Henke, affiancato dall’amico Gerhard Behles con cui allora anima il progetto Monolake (si veda posizione 2), scava nell’inconscio ed ottiene un incredibile tunnel ambientale lungo poco più di 52 minuti in cui di tanto in tanto fanno capolino suoni tratti dalla natura ricavati forse da registrazioni sul campo.

6) Jeswa – Skone
Joshua Kay dei già citati Phoenecia è Jeswa. “Skone”, l’unico disco che firma con questo pseudonimo, fa scricchiolare i glitch su patine di IDM intellettualoide, con frequenti controtempi e suoni dub. Quello di Kay è un suono ascrivibile all’IDM sperimentale ed astrattista, paragonabile a quello di artisti come Autechre, Jan Jelinek o Vladislav Delay.

7) Various – From Beyond
“From Beyond” è il mega progetto che l’Interdimensional Transmissions vara nel 1997 e che, per il formato vinilico, si compone di quattro volumi, l’ultimo dei quali pubblicato nel 1998 quando il tutto viene raccolto anche su CD ma senza i vari locked groove e loop caratteristici dell’etichetta degli Ectomorph. La chart non specifica a quale qui si faccia riferimento, ma per inquadrare il contesto è sufficiente menzionare qualche nome degli artisti coinvolti come DJ Godfather, Mike Paradinas, Le Car, Phoenecia, Flexitone, Sluts’n’Strings & 909 e Will Web. Di matrice marcatamente electro, “From Beyond” viene ricordata anche per aver incluso nella tracklist “Space Invaders Are Smoking Grass” dell’olandese I-f, presa in licenza dalla originaria Viewlexx e debitamente pubblicata negli States come singolo nel ’98, seppur raccolga il meritato successo solo diversi anni più tardi quando in Europa scoppia il fenomeno electroclash.

8) Bochum Welt – Feelings On A Screen
Si narra che nel 1994 un giornalista del magazine britannico NME attribuì erroneamente la paternità di “Scharlach Eingang” ad Aphex Twin. A programmare le immaginose tracce di quel disco fu invece l’italiano Gianluigi Di Costanzo, entrato nelle grazie di Richard D. James e Grant Wilson-Claridge che da quell’anno lo arruolano nella squadra della Rephlex. L’EP della chart, stampato sia su vinile che CD shape, si muove su un suono a metà strada tra geometrismi electro (“Greenwich”, “Feelings On A Screen”) e più rilassate deviazioni ambient (“Fortune Green”, “La Nuit (Slumber Mix)”), con qualche assonanza melodica orientale a fare da collante.

9) Various – Plug Research & Development
Nel 1997 la Plug Research, oggi di base a Los Angeles, in California, lancia un progetto analogo a quello dell’Interdimensional Transmissions descritto poche righe più sopra. “Plug Research & Development” raccoglie al suo interno un buon numero di tracce techno (otto sul doppio vinile, dieci sul CD) realizzate da artisti poco noti al grande pubblico e per questo ingiustamente passate inosservate. Da Smyglyssna a Phthalocyanine, dai Wrench a Ravens Over Venice passando per l’australiano Voiteck, Lucid Lung, R.E.A.L.M. e i Mannequin Lung. Da segnalare anche la presenza dei Nine Machine (Mark Broom e Steve Pickton) e di Mr. Hazeltine, tra i primi alias di John Tejada rispolverato proprio recentemente.

10) Kotai – Back At Ten
Il brano in questione si presenta in due versioni: la Slow, che si inerpica su un percorso electro in battuta rallentata, e la Fast che prevedibilmente pigia sul pedale dell’acceleratore avvicinandosi alla minimal techno più ammaliante. A programmare le sequenze insieme al viennese Klaus Kotai (quello di “Sucker DJ”) c’è Gabriele ‘Mo’ Loschelder, ai tempi nell’organico di Hard Wax e con cui Kotai fonda l’Elektro Music Department, piccola etichetta in attività dal 1995 e che circa un anno fa ha pubblicato “Reat”, l’album postumo di Mika Vainio.

(Giosuè Impellizzeri)

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Racket Knight – The Wood EP (Spectra Records)

Racket KnightCorre il 1997 quando su Spectra Records, una delle etichette dell’Arsenic Sound per cui ricopre ruolo di A&R il DJ Cirillo, esce l’EP di debutto di Racket Knight, progetto degli svizzeri Walter Albini e Luca Tavaglione e dell’italiano Massimo Cominotto. Quest’ultimo racconta che tutto nasce una sera a Zurigo, a cena, «davanti ad un bel pollo al cestello e un rösti, orgoglio della cucina elvetica. Il vino scorreva a fiumi ed un paio di ragazze allegre ci tennero compagnia al tavolo. Albini era un mago nella programmazione, musicista spiantato ed incazzato nero perché la sua band non riusciva a decollare, mentre io e Tavaglione parlavamo di musica, in sintonia, confrontandoci sull’underground tedesca e norvegese. Provammo così a produrre qualcosa in linea con quel sound. Il nome Racket Knight fu un’invenzione di Tavaglione, oggi dirigente di una importantissima banca svizzera ed esperto in diritto bancario internazionale. Albini invece produce programmi per la tv nazionale svizzera».

Appare subito chiaro che l’impronta sonora sia molto poco italiana, i tre che ideano il tutto sono poco propensi ad alimentare quello che divenne il decadente scenario progressive nostrano. Sia Albini che Tavaglione (quest’ultimo noto anche come DJ Lukas e Raimond Ford) sono devoti ad una techno fatta di groove incastrati uno nell’altro, priva di riflessi melodici o parti vocali da cantare in coro. Ai tempi si usava chiamarla minimale, termine che torna in auge, inglesizzato, una decina di anni più tardi ma per identificare tutt’altro. Cominotto, dal canto suo, non scherza. Seppur con ancora pochissime produzioni all’attivo, come DJ dimostra di sapere il fatto suo, (provate ad ascoltare questo set del 1996 tenuto in occasione di un Syncopate presso il Marabù di Reggio Emilia, club ormai perso nel degrado) e di non essere l’ennesimo di coloro che ripiegano su cassa, basso in levare ed interminabili rullate per far felice il proprio pubblico.

“The Wood EP” sintetizza perfettamente la personalità delle teste ideatrici e lo fa attraverso due tracce che non rivelano compromessi di alcun tipo. “Magma” fa brillare cerchi concentrici di tribal techno di inesauribile potenza ipnotica, “Model OP-8” rafforza ulteriormente il tiro seguendo la scia di etichette nordeuropee come Construct Rhythm, Primate Recordings, Tortured o Planet Rhythm. «Quei pezzi girarono a lungo come demo e furono suonati da molti DJ importanti a cui li consegnammo a mano, tra cui Carl Cox, che li tenne per parecchio tempo nelle sue chart su Frontpage e Mixmag (“Model OP-8” figura pure in questo set di Cox per l’Essential Mix, registrato a Johannesburg, Sud Africa, il 18 gennaio 1998, nda). Quando portai i brani a Cirillo lui già li conosceva, credo li avesse ascoltati ad Ibiza in quasi tutti i party. Realizzammo entrambe le tracce con le classiche Roland, TR-808, TR-909, TB-303, Juno ed altre diavolerie analogiche dell’Antico Testamento. Sul 12″ doveva finire anche una versione con me al basso e Walter alla batteria che ricalcava lo stile dei primissimi Prodigy, ma venne scartata per questioni di tempo. Peccato, aveva un bel tiro. Luca, ai tempi, aveva già prodotto una montagna di roba per Adam Beyer, quindi preferimmo ispirarci a cose estere (o a quelle della scuola napoletana che cominciava ad affermarsi proprio in quel periodo). A parte qualche rara eccezione, il resto della techno italiana era stratificata su rullate e basso in levare, genere che non ci apparteneva affatto. Poi non so quante copie abbia venduto il disco, ai tempi la Spectra era una piccola etichetta molto underground, una delle poche rispettate nel circuito estero. In seguito però prese una strada diversa».

Racket Knight (2)

Il secondo 12″ dei Racket Knight, edito dalla Spectra Records nell’autunno del 1998

Nel 1998 i tre ci riprovano con “Data 2 / Collectible Camera”, sempre su Spectra, che oltre al remix dei D-Ex (Albini e Tavaglione, che con questa ragione sociale piazzano altri “rulli compressori” sulla Molecular Recordings di Marco Lenzi e i fratelli D’Arcangelo) annovera pure quello del napoletano Gaetano Parisio alias Gaetek, alle prese con uno dei primi remix della sua carriera. «Incontrai Gaetano ad un SIB, a Rimini, parlammo un po’, gli piacque il lavoro ed accettò di remixarlo. In seguito i contratti con l’etichetta e tutti gli accordi presi sparirono misteriosamente nel nulla lasciandoci scontenti, e per tale motivo interrompemmo l’esperienza» conclude Cominotto. «In quel periodo persino Gene Hunt ci chiese di remixare un nostro pezzo destinato alla Zero Muzic Records». (Giosuè Impellizzeri)

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