Joy Salinas – Rockin’ Romance (Flying Records)

Joy Salinas - Rockin' RomanceDopo un paio di anni di rodaggio e familiarizzazione (come ampiamente descritto in questo reportage), nel 1989 la house made in Italy, ribattezzata italo house o, talvolta con accezione dispregiativa, spaghetti house, riesce ad affermarsi a livello internazionale. Da quel momento un numero crescente di compositori, produttori, arrangiatori, DJ, musicisti, arrangiatori e discografici si buttano a capofitto in un affare che promette più che bene, creativamente ed economicamente.

A dispetto di chi crede sia stato solo il lido d’attracco di artistoidi incapaci di distinguere un diesis da un bemolle, alla house si avvicinano anche autori che alle spalle hanno background di musiche considerate più “impegnate” e, non meno rilevante, una formazione accademica, proprio come Francesco ‘Frank’ Minoia, da Roma. «Ho sempre amato la musica di Pino Daniele fin dai suoi esordi al punto da fondare insieme ai miei cugini, all’età di appena tredici anni, una cover band a lui dedicata» racconta. «Poi ad accompagnare la mia adolescenza furono Barry White, The Crusaders, Weather Report, Spyro Gyra ed altri gruppi di questo genere. Dal punto di vista della formazione invece, ho studiato chitarra e pianoforte durante il periodo delle scuole medie ma l’approccio alla musica e agli strumenti, come basso elettrico, piano e sax, è stato pressoché da autodidatta. Quando avevo dodici anni mia madre mi spinse a frequentare mio cugino Massimiliano alias Max, che in casa aveva alcuni strumenti e un minimo d’armamentario per registrare, prima un Teac a quattro piste e poi un Fostex ad otto. Erano anni decisamente pionieristici per l’home recording. Noi facevamo pezzi sovraincidendo le tracce, inizialmente jazz-rock: io portavo le parti di basso e la melodia per il sax tenore mentre Max metteva gli accordi con le tastiere ed un Fender Rhodes. Le nostre prime composizioni ci resero una specie di duo easy listening e fummo sul punto di firmare persino un contratto con la Baby Records di Freddy Naggiar. Però eravamo troppo giovani, io ero ancora minorenne e alla fine, anche su consiglio dei nostri genitori, non se ne fece più nulla».

Melvin Hudson - Right On Time

“Right On Time” di Melvin Hudson è il primo disco inciso dai cugini Frank e Max Minoia (X-Energy Records, 1989)

Le cose per Frank e Max Minoia cambiano nel fatidico 1989 quando iniziano a produrre musica ufficialmente, insieme al DJ Corrado Rizza e col supporto della Energy Production di Alvaro Ugolini e Dario Raimondi Cominesi. Quell’anno sfornano diversi dischi, da “Satisfy Your Dream” di Paradise Orchestra ad “Everyday” di The Jam Machine, da “I’m Leaving” di Joy a “Shout In The Night” di In-Side passando per “Nothing Has Been Proved” di The Strings Of Love, cover dell’omonimo di Dusty Springfield, e “Right On Time” di Melvin Hudson. «Fu proprio “Right On Time” del compianto Hudson il nostro primo brano ad essere inciso, con l’aiuto e i remix del noto DJ romano Luca Cucchetti» spiega Minoia. «Firmai il pezzo che in seguito venne coverizzato da un gruppo dei Paesi Bassi. Sia io che Max non ci siamo mai posti il problema di approcciare alla musica house, erano gli anni in cui questa stava nascendo e per noi era un modo per concretizzare le tante idee attraverso svariati dischi che uscirono sulla Energy Production. Grazie al prezioso apporto di Corrado Rizza (che poi fonda la Wax Production con Gino ‘Woody’ Bianchi e Dom Scuteri, di cui abbiamo parlato qui, nda) inoltre iniziammo a svestire i classici panni dei musicisti veri e propri per avvicinarci sempre di più al mondo dei DJ e della musica da discoteca».

La house music che ai tempi invade l’Europa mostra un potenziale ed un fascino dirompenti. L’Italia trova subito un nuovo filone aurifero da sfruttare in seguito al declino dell’italo disco, e i risultati raccolti coi Black Box, FPI Project, 49ers e Sueño Latino sono tangibili. Dopo aver inciso altre produzioni, come “Don’t Cry” di Solaradar, “Pump The 1-2-0” di Zanzaman, “U Came 2 Me” di Suzanne Jackson e “Make It Funk” di Work In Progress, nel 1991 i Minoia si occupano del nuovo disco di una cantante filippina residente in Italia già da qualche anno e che aveva debuttato nel 1989, ma piuttosto in sordina, con “Paris Night”, prodotto da Paolo Fabiani e Ricky Mazzamauro. «Joy Salinas ci fu presentata da due produttori, Claudio Donato e Silvia Villevieille Bideri, e da lì iniziammo subito a buttare giù dei provini» rammenta Minoia. «Ai tempi per scegliere un singolo servivano almeno dieci brani-provino che però a noi non mancavano di certo. Possedevamo un mucchio di demo cantati da me in un finto inglese in falsetto, e proprio lì in mezzo c’era “Rockin’ Romance”. Avevamo un piccolo studio di registrazione in centro a Roma, nel quartiere Prati, allestito con un registratore a sedici piste Fostex, due campionatori Akai S900, un Oberheim Xpander, un Moog Minimoog, un Roland MKS-80, un E-mu Proteus 1 ed altri synth rack di cui non ricordo più il nome. “Rockin’ Romance” lo realizzammo proprio con questa strumentazione. Il testo venne scritto dall’americana Vanessa Crane, autrice di parecchie nostre produzioni di quegli anni, e l’apporto di DJ Herbie fu fondamentale sia per l’uso dei campionamenti, sia per la struttura stessa del brano. In sala filò tutto liscio, dalle prime note al mix finale, ma mai ci saremmo aspettati quel risultato. L’estate in cui uscì il pezzo, quella del 1991, mi trovavo a Corfù, in Grecia, e sentivo “Rockin’ Romance” uscire dagli stereo in spiaggia dei turisti britannici. In quel momento mi resi conto delle proporzioni del successo della nostra canzone. Vendette tantissimo in tutto il mondo, col supporto dei remix e dell’album, ma non penso sia stato il frutto di una grossa strategia promozionale, il brano si mosse praticamente da solo attraverso i DJ sparsi in tutto il pianeta».

Bip Bip e Hands Off (1993)

“Bip Bip” ed “Hands Off (Set Me Free)” traghettano Joy Salinas verso l’eurodance

A pubblicare “Rockin’ Romance” è la napoletana Flying Records di Flavio Rossi, la stessa che manda in stampa altri dischi dei Minoia (come “Deseo” di Latin Blood e diversi singoli firmati Livexpress) e che affida il remix agli allora popolarissimi Black Box. Lo strepitoso successo apre una fortunata parentesi per la Salinas e, implicitamente, anche per i Minoia, artefici dietro le quinte, che approntano nuovi singoli per la cantante asiatica come “The Mystery Of Love” (coprodotto coi Souled Out) e “Stay Tonight”, remixati rispettivamente da Joey Negro e StoneBridge ed estratti dal primo album “Joy Salinas”, aderente al movimento house/garage con virate soul e downtempo. Dal 1993 però, col passaggio alla One Thousand Records dei citati Donato e Bideri, si registra un’apertura maggiore alla formula eurodance. Con “Bip Bip”, trainato da un combo di sample incrociati tratti da “Wap Bam Boogie” dei Matt Bianco e “Bad Girls” di Donna Summer, per la Salinas inizia una seconda fase in cui continua a raccogliere consensi più o meno significativi con nuovi singoli come “Hands Off (Set Me Free)” e “People Talk”, entrambi inclusi nel secondo album intitolato “Bip Bip”. Stilisticamente si prendono progressivamente le distanze dall’italo house/garage di qualche anno prima e le differenze si fanno ancora più radicali nel 1994 quando l’artista incide “Gotta Be Good”, con la produzione di Mario ‘Get Far’ Fargetta e Pieradis Rossini, e “Callin’ You Love”. Ci si chiede dunque se tutto ciò abbia una relazione con quanto raccontato anni fa in Decadance proprio da Frank Minoia, in riferimento a produttori esecutivi che fornivano sempre indicazioni, a volte un po’ troppo precise, su cosa fare. «Il secondo album e le versioni incluse in esso erano suonate più o meno tutte con strumenti veri» spiega il compositore. «Per noi “Bip Bip” era un nuovo punto d’arrivo e questo ci bastava dal punto di vista artistico, includendo il fortunato remix di Fargetta e a seguire le nostre versioni di “Hands Off (Set Me Free)” e “People Talk” che ebbe molto successo in Brasile. Come dichiarai già anni fa, c’erano delle indicazioni da parte dei produttori esecutivi, ma non dei diktat come qualcuno potrebbe erroneamente pensare. Nel 1994 era ormai arduo continuare ad avere successo con la stessa artista ed inoltre da lì a poco io e Max avremmo imboccato strade diverse. Lui proseguì con Gianni Morandi e Barbara Cola, io verso l’ancora sconosciuta Marina Rei».

Jamie Dee - Don't Be Shy

La copertina di “Don’t Be Shy” di Jamie Dee (la futura Marina Rei), edito da X-Energy Records nel 1994

Prima di approdare al pop, Marina Restuccia bazzica per diversi anni la dance nelle vesti di Jamie Dee. Già nel 1992 i Minoia si occupano della sua “Two Time Baby” edita da Flying Records (che nel ’93 pubblica anche “Get Ready”, impreziosita da un remix di Claudio Coccoluto) ma maggior fortuna la trovano due anni più tardi quando realizzano, per la X-Energy Records, “Don’t Be Shy” e “People (Everybody Needs Love)”, a cui si aggiunge il meno noto “The Power Of Love”, cover dell’omonimo di Jennifer Rush e siglato con l’acronimo J.F.M. Project. «Quelli di Jamie Dee (“Different Moods” del 1992 e “Don’t Be Shy” del 1994, nda) erano ottimi album, come del resto i singoli che riscossero strepitosi risultati in Giappone dove la Avex Trax fece persino un “Best Of”» dice Minoia in merito. «Con la Restuccia c’è sempre stato un ottimo rapporto di lavoro, eravamo in perfetta sintonia e credo che ciò sia emerso anche quando firmò con la Virgin ed iniziò ad incidere come Marina Rei, collaborando con Paolo Micioni nel ruolo di produttore esecutivo. Dopo “Primavera”, a torto o a ragione, ognuno prese la propria strada artistica».

Comporre e pubblicare musica ormai è qualcosa che oggi può fare praticamente chiunque. È lecito domandarsi se la democratizzazione portata da internet e dalla tecnologia a basso costo abbia fatto più male che bene alla creatività. «Parliamoci chiaro, discograficamente è successo un autentico disastro» afferma lapidariamente Minoia. «Le grosse compagnie musicali restano in piedi grazie ai cataloghi fatti da milioni di brani che, a 99 centesimi l’uno, riescono comunque a fruttare qualcosa ma solo in virtù della quantità. Analogamente avviene per lo streaming. I piccoli produttori come me invece faticano a vivere di musica. Per ciò che riguarda la dance, basta andare su un portale come Traxsource e rendersi conto di quanto vivo sia il mercato, seppur il più delle volte fatto solo di spiccioli, e di quante belle produzioni ci siano in circolazione, specialmente pensando a generi come la nu disco. Il futuro lo vedo dominato quasi interamente dallo streaming nonostante adesso gli introiti siano fin troppo inconsistenti. Spotify, ad esempio, paga 0,004 dollari ad ascolto, ed è inammissibile. Se si vorrà un futuro serio per la musica è necessario cambiare i tariffari di streaming e di download, e spero vivamente che ciò accada a breve. Nel 2011 ho fondato la Kyosaku Records a cui ho affiancato, due anni fa, la Amida destinata al chillout con contaminazioni funky e distribuita dalla californiana Label Engine. Il paragone coi tempi dorati di Joy Salinas è impietoso, ma non solo in relazione al tipo di supporto ultra digitale contrapposto ai dischi in vinile e al CD ma soprattutto per lo spessore degli introiti, veramente irrisori. Come dicevo prima, riesce a guadagnare solo chi dispone di cataloghi molto ricchi. La quantità, insomma, ha preso il sopravvento sulla qualità. Il futuro? Auspico di produrre qualche nuovo artista, magari in italiano» conclude speranzoso Minoia. (Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

Marco Carola – DJ chart luglio 1997

Marco Carola, Tutto Dance, luglio 1997
DJ: Marco Carola

Fonte: Tutto Dance
Data: luglio 1997

1) Mugon – Untitled
Mugon è uno dei molteplici progetti messi in piedi nella seconda metà degli anni Novanta da Horst Malluck e Ronald Lardy. Questo 12″ privo di titolo finisce nel catalogo della tedesca Element Com e racchiude due brani, anch’essi senza titoli. Sul lato a si marcia sui binari del ritmo, in bilico tra monotonia ed ipnotismo con qualche brutale taglio in reverse, sul b il costrutto viene arricchito da una sorta di basso a serpentina che funge da guida e rammenta lo stile di Umek, il DJ sloveno che nel ’98 incide il “Catapresan EP” proprio sulla stessa etichetta.

2) ? – Kickin 159
È difficile stabilire a cosa si riferisse Carola con “Kickin 159”. Negli anni Novanta una Kickin Records esiste eccome, quella che supporta artisti come The Scientist, Messiah (artefici di un incredibile remake di “I Feel Love” di Donna Summer) o Wishdokta, ma nel ’97 conta ancora circa sessanta dischi in catalogo. Potrebbe essere plausibile pensare quindi ad un errore di battitura che aggiunse l’1 prima del 59. In tal caso si tratterebbe di una maxi raccolta intitolata “Techno Nations Boxed” che in quattro CD raduna una montagna di artisti, da Stacey Pullen a Ian Pooley, da Steve Poindexter a Regis, da DJ Skull a Funk D’Void passando per DJ Hell, Neil Landstrumm, Joey Beltram, Woody McBride, Octave One, Drexciya e Richard Bartz. Ma questa è solo una congettura che probabilmente non troverà mai conferma.

3) Marco Carola – ?
Vista la totale assenza di indicazioni, è impossibile risalire al (proprio) brano che Carola piazza al terzo posto della chart. Difficile fare anche supposizioni giacché il DJ napoletano, ai tempi ventiduenne, pubblica oltre una dozzina di dischi nel 1997, anno della classifica in questione. Dopo l’esordio (ampiamente descritto sulle pagine di Decadance Extra) attraverso la milanese Subway Records del gruppo Discomagic ed allora diretta da Claudio Diva, Carola emigra in Germania dove fonda la Design Music e la One Thousand Records sulle quali pubblica molti dei suoi brani prodotti nell’Eardrum Studio. Seguirà la Zenit con cui, nel 1998, darà alle stampe il primo album, “Fokus”, uno di quei dischi che, come scrive Christian Zingales in “Techno”, «prendono l’imprinting del Mills della Purpose Maker, ovvero loop percussivi girati in una sorta di hi-nrg minimale, e lavorano sul lato tecnico, la forma, la cadenza e la dinamica con nuove tecniche di compressione».

Marco Carola (1997)

Marco Carola in una foto scattata presumibilmente nel 1997

Intervistato dalla rivista Trend Discotec a marzo 1998, Carola afferma che «techno non significa cavalcare un’onda musicale legata ad un fenomeno di moda. Il messaggio di questo genere è sottile e nascosto, difficile da apprendere. Personalmente odio le melodie, i suoni acidi e le rullate così banali, ma in Italia c’è molta confusione a riguardo visto che quando si parla di techno si pensa subito ad un sound particolarmente violento». Il DJ coglie l’occasione per rimarcare le tare del mercato discografico domestico: «Per anni in Italia il potere è stato gestito da poche label e distribuzioni che hanno dettato leggi e musica solo per guadagnare. Poco spazio è stato dato alle novità e ai veri artisti. Per quanto riguarda la musica techno poi, la situazione è tragica. Funziona il prototipo meglio pubblicizzato o di facile messaggio perché non c’è cultura musicale in questo senso». Preme evidenziare un altro aspetto emerso da quell’intervista, ossia lo scarsissimo supporto ricevuto da Carola nel nostro Paese. «Suono in tutta Europa e recentemente sono stato negli Stati Uniti ma purtroppo non lavoro in Italia». E prosegue: «È stato difficile far conoscere i miei dischi all’estero, per il fatto di essere italiano sei bollato come produttore dance. Raccomando di creare musica che viene dal cuore, senza pensare a cosa possa piacere alla gente» conclude. Del tutto impronosticabile ai tempi la svolta che subirà la sua carriera grazie alle residenze ibizenche, alla minimalizzazione del suono ed alle uscite sulle label di Hawtin. Per popolarità Carola, che oggi conta oltre un milione di fan su Facebook, distacca nettamente gli amici e colleghi partenopei (Gaetano Parisio, Danilo Vigorito, Rino Cerrone, Markantonio, Davide Squillace), diventa un idolo di giovani e giovanissimi che lo descrivono in modo antinomico “superstar dell’underground”, e finisce persino nel testo di un brano di Guè Pequeno, “Trap Phone”.

4) The Advent – ?
Nel 1997 The Advent è ancora un duo formato da Colin McBean e Cisco Ferreira. Quell’anno la loro unica uscita è l’album “New Beginnings”, ma poiché non vi sono dati che rimandano con precisione al brano/disco, non è possibile appurare a cosa Carola faccia riferimento. Tra il 1998 e il 1999 McBean lascia The Advent nelle mani del solo Ferreira che fonda la Kombination Research e continua incessantemente a produrre techno ma anche ottima electro come quella raccolta nell’album/compilation “Time Trap Technik” voluto da Hell su International Deejay Gigolo nel 2000.

5) Adam Beyer – ?
Purtroppo anche in questo caso non è fattibile identificare il brano scelto da Carola. Adam Beyer inizia a produrre musica intorno al 1994 e ai tempi crea, con connazionali tipo Joel Mull, Peter Benisch, Thomas Krome, Jesper Dahlbäck, Henrik B, Samuel L Session, Christian Smith o Cari Lekebusch, un autentico plotone techno che batte bandiera svedese. Con alcuni di loro, come Jesper Dahlbäck, Henrik B e Peter Benisch, darà vita a numerosi dischi ma un’accoppiata vincente è quella stretta proprio con Carola, nel 1998. Insieme producono due 12″ sulla beyerana Drumcode e un EP sulla caroliana Zenit a cui si aggiunge “Fokus Re-works”, un remix-album intriso di marcato loopismo.

6) Jeff Mills – Confidentials 5-8
Editi come continuazione del “Confidentials 1-4” uscito su Axis nel ’94, questi quattro untitled vanno a completare una raccolta ai tempi venduta solo da Hardwax, storico negozio di dischi berlinese a cui abbiamo dedicato qui un episodio di “Dentro Le Chart”. Il 5 e il 6 corrono frenetici sugli ammalianti reticoli ritmici messi a punto da “The Wizard”, il 7 e l’8 aumentano la tensione usando un basso a percussione e suoni spaziali. Il tutto con la maestria indiscussa di Mills nel programmare i pattern sulla Roland TR-909 alla stregua di un vero direttore d’orchestra.

7) Erik Nore – Tempest
Nel 1997 Erik Nore, probabilmente di Chicago, approda alla Clashbackk Recordings di Felix Da Housecat con questo disco di cui sono riaffiorate alcune copie nuove (invendute ai tempi?) su store come Clone. “Help Me” agita ritmi percussivi e distorsioni facendo il verso a cose che uscivano su Dance Mania, “Martian Stomp” è una sorta di traslitterazione millsiana ma con beat meno taglienti, “Tempest” si avvicina ulteriormente al minimalismo di Detroit. Pochi anni più tardi Nore produce per DJ Pierre e i Phuture 303 nati da una costola dei Phuture, prima di uscire definitivamente di scena.

8) Oliver Ho – The First EP
Il titolo potrebbe trarre in inganno: non si tratta del primo EP di Ho, che debutta l’anno prima sulla Blueprint di James Ruskin e del compianto Richard Polson, bensì il primo disco del catalogo Surface, l’etichetta del citato Polson. Il DJ londinese intaglia la sua techno attingendo a piene mani dal substrato detroitiano, elaborando serrati loop (“The First”, “Trinity”), inserendo micro percussioni (“The Woods”) sino a spingere fuori un suono giuntato con ghirigori psichedelici (“The Hills”), caratteristiche che andranno a costituire i pilastri iniziali della Meta, l’etichetta fondata da Ho proprio nel ’97.

9) Plastikman – Pannikattack
Incisa sul lato b di “Sickness”, su Plus 8 Records, “Pannikattack” incarna lo spirito minimalista di Hawtin, già manifestato attraverso i primi album usciti tra ’93 e ’94, “Sheet One” e “Musik”. Così come avviene in “Spastik”, uno dei pezzi più noti del suo repertorio, in “Pannikattack” l’autore strapazza una TR-808 divertendosi ad agghindare i rintocchi del drum kit con percussioni lasciate ruotare in un magnetico arpeggio. A distanza di poco meno di dieci anni l’uomo di plastica riesce a trasformare quelli che erano esercizi stilistici in un vero e proprio trend internazionale, e ciò avviene quando trasferisce a Berlino il quartier generale della sua M_nus e lancia artisti come Marc Houle, Troy Pierce, Magda e Gaiser. Alla costante ricerca di nuove frontiere da raggiungere, il britannico cresciuto a Windsor, in Canada, supporta l’utilizzo di nuove tecnologie (contribuisce allo sviluppo di Final Scratch, collabora con Allen & Heath per la realizzazione di vari mixer, pare sia stato uno dei finanziatori iniziali di Beatport etc.) e diventa l’idolo di una generazione di giovanissimi che prendono a modello la sua musica, i suoi atteggiamenti e persino il suo taglio di capelli. Una metamorfosi, analoga a quella di Carola, non certamente indolore che gli fa perdere la stima e la credibilità negli ambienti puristi dove il ciuffo biondo è antitetico rispetto al cranio rasato sfoggiato qualche tempo prima e che, per coerenza, sarebbe apparso come un look più propriamente minimal.

10) Alter Ego – Absolute
Jörn Elling Wuttke e Roman Flügel debuttano come Alter Ego nel 1994 ma sono attivi sotto altre sembianze (Warp 69, Acid Jesus, The Primitive Painter) già un paio di anni prima. “Absolut” è figlio della techno di Detroit quanto di quella ricontestualizzata in Germania nel primo lustro dei Novanta, col ritmo protagonista montato sugli ingranaggi del loop. È uno degli ultimi brani che Wuttke e Flügel firmano per l’Harthouse di Heinz Roth, Matthias Hoffmann e Sven Väth, che proprio quell’anno, nel ’97, entra in stato d’insolvenza. Dal 2000 i due (ri)entrano nella scuderia Klang Elektronik che aveva supportato la loro avventura come Acid Jesus e che ora li porta al successo su larga scala, con “Betty Ford” del 2000 e soprattutto “Rocker” del 2004, quando il loro suono segue nuove traiettorie vicine all’electro house, corrente cavalcata trionfalmente da Flügel pure come solista con “Geht’s Noch?”. “Absolute” riappare nel 2003, come b side di “The Fridge”, e finisce in “The Lost Album” del 2012, una collection di tracce che i due tedeschi produssero dopo il declino della Harthouse ma rimasto nel cassetto per una serie di ragioni non meglio chiarite.

(Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata