La discollezione di Manu Archeo

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Manu Archeo ed una parte della sua collezione di dischi

Qual è stato il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
Non ricordo esattamente il primo ma da bambino mia madre, o qualche altro familiare, mi comprava vari 7″ con le sigle dei cartoni animati. A casa inoltre c’era la collezione di dischi di mamma che annoverava, tra gli altri, album di Tony Esposito, Lucio Dalla, Pino Daniele, Antonio Infantino e Peter Gabriel. Intorno al 1985/1986 (ai tempi della prima e seconda media) cominciai a sentire musica con gli amici, alle prime feste o su MTV ed iniziai a comprare le cassette che poi ascoltavo nel mangianastri, nel Walkman Sony WM-11D o nell’autoradio della nostra Fiata Panda 45 color crema. Di quei titoli desideravo anche la versione su vinile che chiedevo di comprare sempre a mia madre. Qualche esempio? “Thriller” di Michael Jackson, artista che adoravo seppur quando uscì quell’album avessi solo otto anni. Rimasi completamente estasiato dal videoclip, per la musica e gli effetti. Il balletto con gli zombi era all’avanguardia ed ogni volta provavo un sentimento in bilico tra lo stupore e la paura quando la musica si fermava e lui si trasformava in un morto vivente. A quel punto volli a tutti i costi il giubbotto rosso e nero che Jackson indossava e riuscii ad averne uno simile, seppur di bassa fattura, che mi regalarono con immensa gioia. A scandire la mia giovinezza furono pure “Diamond Life” di Sade, compagno dei viaggi nella Panda, “So” di Peter Gabriel” (il video di “Big Time” con le animazioni in plastilina mi rapì letteralmente, era qualcosa di unico ed innovativo per l’epoca), “Revenge” degli Eurythmics, che andai a vedere al PalaEur di Roma nel 1989 – impazzivo per “Missionary Man”, “When Tomorrow Comes”, “The Miracle Of Love” e soprattutto “Take Your Pain Away” -, e “Blue’s” di Zucchero, immancabile nelle ingenue ed impacciate feste alle scuole medie. Il primo 12″ che ho acquistato con un’attitudine più “professionale” invece è stato “Buddy / The Magic Number” dei De La Soul, nel 1989. Per prenderlo feci una lunga pedalata con la mia BMX gialla e rossa da casa ad un piccolo negozio di dischi in periferia e rimasi molto soddisfatto dell’acquisto, non solo per la musica ma anche per la copertina così magica.

L’ultimo invece?
Ne ho presi diversi a partire dall’imperdibile doppio “Claremont Editions Two” sulla mitica ed infallibile Claremont 56 dell’amico Paul ‘Mudd’ Murphy. Questa etichetta non sbaglia un colpo e possiedo praticamente tutte le sue uscite. Una grande label di riferimento sin dal debutto, nel 2007, che annovera pubblicazioni innovative, di qualità e, cosa rara ma per me fondamentale, di grande coerenza. A seguire un altro various, “Buena Onda Balearic Beats” sull’italiana Hell Yeah Recordings del buon Marco “PeeDoo” Gallerani. Si tratta di una raccolta di perle baleariche contenente uno dei miei pezzi preferiti in assoluto dell’ultima decade, “Find Another Breeze” di J-Walk remixato da Matteo Gallerani alias Gallo, fratello dello stesso Marco. Conobbi PeeDoo a Bologna nel 2014 quando organizzava le serate Buena Onda in cui invitava alcuni dei DJ della scena balearica che rispetto di più, e da allora ci sentiamo spesso. Lo stimo molto, è un ragazzo veramente simpatico, un emiliano doc, un compagnone amante del buon cibo e della bella vita, oltre ad essere un grande DJ di esperienza e gusto. A fine settembre 2018 fu ospite al Pikes di Ibiza per il programma radiofonico di Andy Wilson in onda su Ibiza Sonica: ascoltando il suo set rimasi folgorato da una traccia fantastica, onirica e sospesa. Gli scrissi subito per sapere il titolo di quella meraviglia e mi svelò che si trattava del remix realizzato da suo fratello per “Find Another Breeze” di J-Walk. Passarono i mesi e in primavera contattai nuovamente Marco auspicando avesse novità sulla possibile uscita ma purtroppo la cosa era ancora in alto mare. A giugno 2019 ci siamo ritrovati al Music On Top di Firenze col nostro banchino di dischi e in lista per il DJ set del pomeriggio. Il discorso finì inevitabilmente su quella traccia da me adorata e PeeDoo, esasperato, finalmente me la passò su una chiavetta USB. In quel caldo giorno di inizio estate aprii il mio set proprio col remix di “Find Another Breeze”, da lì divenuta per me una traccia fondamentale. Io e Marco continuiamo ad incontrarci spesso. Ad ottobre 2019 lo ho invitato a dividere la consolle con me, a Firenze, per celebrare i cinque anni di Archeo Recordings. Non ho perso occasione per “martellarlo” nuovamente col remix di J-Walk. Ora finalmente è solcato su vinile che naturalmente fa parte della mia collezione. Un altro various che ho preso poche settimane fa è stato “Music For Dance & Theatre Volume Two” sull’olandese Music From Memory, un’altra etichetta di grande culto di cui possiedo tutte le uscite. Jamie Tiller e Tako Reyenga hanno un vero talento nel digging e la loro label lo testimonia appieno. Poi “Just A Little Lovin'” di Okinawa Delays, un 12″ sull’Archipelago Records dell’amico Takeo. Uno dei due remix inclusi, il Light And Love Vocal dei Seahawks, è qualcosa che lascia senza fiato, colpisce al cuore e allo stomaco e porta veramente in alto. Ho preso anche un 7″, “Summer Madness” dei Park Rangers, su Parktone Records, rifacimento dell’omonimo dei Kool & The Gang in chiave reggae nipponico, una vera chicca. Last but not least cito un altro meraviglioso 7″ di recente pubblicazione, “Los Claveles 36” di Pablo Color, su cui figura pure un remix del mitico Lexx. Il disco mi è stato regalato dallo stesso Pablo, un caro amico nonché talentuoso musicista svizzero che vive a Zurigo. Siamo in contatto fin dall’inizio della sua carriera ed adoro tutto quello che ha fatto. Ogni tanto ci sentiamo su WhatsApp e facciamo lunghe chiacchierate. Pablo parla abbastanza bene la nostra lingua, è cresciuto guardando la tv italiana ed ascoltando la migliore musica nostrana ma tradisce un evidente accento straniero che suscita in me molta simpatia. Gli ho detto che vorrei fare una release su Archeo Recordings usando la sua voce ma non so ancora bene come sviluppare l’idea. Inoltre abbiamo messo in cantiere una collaborazione e a breve uscirà un suo remix sulla mia label e di questo ne sono molto contento.

Quanti dischi annovera la tua collezione? Riusciresti a quantificare il denaro speso per essa?
Ho inserito tutti i titoli in Discogs e il risultato indica poco più di 6200 tra dischi, in prevalenza, CD e cassette, e direi che la quantità sia approssimativamente corretta. In merito al valore medio riportato, sempre da Discogs, la mia collezione varrebbe più di 100.000 euro. Ho avuto la fortuna di ricevere in eredità da mia madre tante rarità oggi particolarmente costose, altre invece le ho comprate, con lungimiranza, anni addietro quando non avevano ancora raggiunto il valore attuale. Qualora mi interessasse particolarmente un disco, sarei disposto a spendere una cifra abbastanza ragguardevole per accaparrarmelo. Sinora il più costoso che ho acquistato valeva 140 euro. I titoli che sono nella mia wantlist vanno dai 60/80 euro ai 300/400 euro.

Dove è collocata e come è organizzata?
La mia collezione è sparsa un po’ per tutta la casa. Una parte è ospitata nel salotto in una grande libreria Kallax bianca dell’Ikea da 5×5. Lì ci sono i dischi più pregiati e ai quali tengo maggiormente. Poi ho altre due Kallax delle stesse dimensioni in mansarda, dove invece ho sistemato i dischi che ascolto ed uso con meno frequenza. A ciò si aggiungono altre cinque/sei Kallax da una o due file sparse ovunque, e scaffali più piccoli destinati ai CD. Sono abbastanza preciso e meticoloso, per questo ho suddiviso il materiale secondo criteri che possano favorire e facilitare la ricerca e l’utilizzo. Alcuni dischi sono divisi per etichette, per generi o stili. Un’altra parte invece segue la collocazione legata al Paese di provenienza tipo Italia, Giappone, Africa … Una sezione è destinata ovviamente ad Archeo Recordings con le varie uscite e i test pressing. Ogni tanto, con enorme fatica e giorni di lavoro, riordino ed aggiorno la disposizione di tutto. Nel lockdown primaverile, ad esempio, mi sono dato parecchio da fare. Sopra la libreria principale di dischi, infine, c’è un soppalco che ospita il mio “ufficio”, l’headquarter di Archeo Recordings insomma. Per accedere bisogna salire su una scala di legno che a sua volta è una libreria in cui ho sistemato dischi, CD e libri. A disegnarla è stato mio padre, architetto, mentre a realizzarla un caro amico falegname/artista, Andrea Fradiani.

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Nella foto a sinistra la Kallax coi dischi a cui Manu Archeo tiene maggiormente, in quella a destra si scorge il soppalco sul quale è stato ricavato l’ufficio della sua Archeo Recordings a cui si accede attraverso una scala di legno, anch’essa “scrigno” di dischi, CD e libri

Segui particolari procedure per la conservazione?
Ormai da anni uso le buste di plastica trasparenti che metto regolarmente a tutti i dischi che entrano in casa mia. Ho anche un piccolo kit per la pulizia del vinile con uno spray e il suo pannetto che uso per pulire quelli più sporchi. Funziona benissimo.

Ti hanno mai rubato un disco?
Fortunatamente no ma nel lontano 1991 (o forse era il 1992?) prestai una borsa piena di 12″ ad un amico DJ che, purtroppo, non me l’ha mai restituita perché si trasferì all’estero e qualcuno della sua famiglia buttò tutti i dischi rimasti nell’abitazione. Non oso immaginare ad una tale sventura! Nel corso degli anni ho riacquistato alcuni titoli che mi venivano in mente e che avevo voglia di possedere in vinile come ad esempio “Mismoplastico” dei Virtualmismo (di cui parliamo qui, nda) seppur dubito che si presenterà mai l’occasione per risuonarlo. Ripensare a quel brano fa riaffiorare dalla memoria, con affetto e piacere, il periodo 1991-1993 in cui iniziai a fare le prime esperienze da DJ nei locali fiorentini. Affiancavo spesso DJ Pini (Francesco Pineider) con cui facevo serate a Firenze e trascorrevo interi pomeriggi e nottate a registrare cassette coi nostri set.

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Manu Archeo con alcuni dischi della sua raccolta tra cui “Too Shy” dei Kajagoogoo, “Josephine” di Chris Rea ed “Obsession” di Guy Cuevas. Alla sua sinistra invece “Tropic” degli ORM, “Na Zapadu Ništa Novo” dei Boomerang ed infine “Ortodossia” dei CCCP – Fedeli Alla Linea

Qual è il disco a cui tieni di più?
Non posso proprio indicarne solo uno, tuttavia potrei citare lo stile a cui sono maggiormente affezionato, il synth pop / balearic / pop rock / disco anni Ottanta. Questi sono alcuni brani sempre presenti nel mio flight case: “Lovely Day” di Mike Francis, “T.V. Scene” di Linda Di Franco, “Obsession” di Guy Cuevas (nella Nassau Mix di François Kevorkian), “Isadora Duncan (A Quoi Tu Penses Quand Tu Danses)” di Pierre Eliane, “Lipstick (Shout !)” di J.M. Black, “Rêves Noirs” di Bandolero, “Na Zapadu Ništa Novo” di Boomerang e “Tropic” degli ORM. Ed ancora: “Too Shy” dei Kajagoogoo e “Too Much” degli Hongkong Syndikat (rispettivamente la Midnight Mix e la Cola-Banana-Mix), “King-Kong” dei Primates, la Flesh & Blood Version di “The Word Girl” degli Scritti Politti, ottimamente re-editata nel 2018 da Haners in “Girl”, “Discomix” di Danny Boy, “Pump” di He Said, “Double” dei Double ed infine la Longue Version di “Sage Comme Une Image” di Lio.

Quello che ti sei pentito di aver comprato?
“Tron: Legacy” dei Daft Punk, acquistato nel 2011 sotto suggerimento di mio figlio Niccolò che allora aveva dodici anni ed era in fissa coi due film, quello storico del 1982 e il più recente del 2010, davvero brutto a mio avviso, come il disco del resto. C’è un punto a mio favore però: ho scoperto che in questi anni ha raggiunto ottime quotazioni quindi in futuro lo rivenderò per comprare un disco della mia wantlist della stessa cifra.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
“Après-Midi” del duo Testpattern, un LP giapponese del 1982 prodotto ed arrangiato dal geniale Haruomi Hosono della Yellow Magic Orchestra. Un disco con un sound che adoro e che sarei fiero di avere nella mia collezione, semplicemente strepitoso.

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Manu Archeo mima ironicamente la posa di Robson Jorge sulla copertina dell’album del 1982

Quello con la copertina più bella?
È difficile limitarmi a menzionarne solo uno ma direi l’LP “Robson Jorge & Lincoln Olivetti” del compianto duo omonimo, uscito nel 1982. Mi piace molto ciò che si vede sul fronte, gli autori sembrano così allegri, alla moda, perfettamente “anni Ottanta” nelle pose. Idem per la maglietta indossata da Olivetti con la scritta Lazy Shirts 82. Sul retro ci sono ancora loro, intenti a giocare e scherzare con le maschere dei propri volti, lasciando emergere tanta autoironia. Per quanto riguarda l’audio invece, per me è sufficiente ascoltare il brano “Eva”. Un disco fenomenale.

Che negozi di dischi frequentavi quando hai iniziato ad appassionarti di musica?
A Firenze andavo da Black Out, gestito dal mitico Riccardo Golini alias Riccardino, e da Disco Mastelloni in Piazza Del Mercato Centrale, dove il titolare era il grande ed indimenticato Roberto Bianchi (intervistato in Decadance Extra, nda), una persona super competente nonché vero punto di riferimento a livello nazionale negli anni Novanta. Non mancavano incursioni al Disco D’Oro di Achille Franceschi, a Bologna, e qualche capatina da Goody Music a Roma (ad entrambi abbiamo dedicato spazio ed interviste nel citato Decadance Extra, nda). Da Disco Mastelloni compravo cassette artigianali registrate da Roberto tra 1991 e 1993 con tutti i singoli di successo del momento mixati ad arte che all’epoca mi ispirarono non poco per l’acquisto di tanti dischi. Il clima che si respirava lì dentro era molto fervido, ogni volta che mettevo piede potevo incontrare amici o DJ famosi con cui scambiare qualche chiacchiera e conoscere gossip e retroscena sul cosiddetto “mondo della notte”. Prendevo la mia pila di dischi per ascoltarli pazientemente in cuffia ed era fantastico immergersi in quell’atmosfera, mi dava una gioia immensa, ed infatti è una cosa che continuo a fare oggi. Adesso frequento Danex Records dell’amico Daniele, sempre a Firenze. Oltre ad essere il mio negozio di fiducia, è un punto di incontro e ritrovo in cui parlare di musica ed altro con colleghi DJ.

Credi che l’e-commerce, evoluzione tecnologica della vendita per corrispondenza, abbia favorito o penalizzato il comparto discografico? C’è chi considera un pro il fatto di poter acquistare quasi qualsiasi cosa standosene seduti comodamente nella propria abitazione ma c’è anche chi vede le cose da una prospettiva diversa, evidenziando come questa nuova pratica commerciale entrata ormai nella routine quotidiana abbia messo in ginocchio le realtà locali.
Forse all’inizio l’e-commerce ha decretato la crisi del settore discografico e di tutto l’entourage ma adesso, a mio avviso, la faccenda è in via di stabilizzazione anzi, credo che le due realtà si influenzino positivamente. Per quanto mi riguarda, mi avvalgo di entrambe: magari compro un disco raro su Discogs o eBay ma allo stesso tempo continuo a girare per i mercatini e i negozi della mia città o di altre in cui capito spesso. Ritengo che il mondo dei digger, dei DJ e dei professionisti abbia ben chiara questa dinamica e si comporti allo stesso modo.

Nel 2014 hai creato la tua etichetta, la Archeo Recordings, specializzata in ristampe di tesori del passato e di cui abbiamo parlato dettagliatamente in questa intervista pubblicata su Soundwall il 14 marzo 2017. A distanza di oltre un triennio, è mutato qualcosa nel tuo modus operandi? Continui a pubblicare cinquecento copie ad uscita?
Archeo Recordings sta andando molto bene e per questo non posso che essere felice e grato a chi la supporta. Non è cambiato molto nella modalità di lavoro, a parte il fatto di aver acquisito ulteriore esperienza, sicurezza e credibilità. Ciò mi permette di rapportarmi con artisti e major con più facilità per chiedere ed ottenere le licenze. Ultimamente la tiratura varia tra le trecento, cinquecento e mille copie, a seconda di quello che ritengo giusto per ogni singola pubblicazione.

Devozioni Dialettali
Il remix di “Devozioni Dialettali” di Enzo Avitabile realizzato da Leo Mas, Fabrice ed Andrea Gemolotto, edito da Archeo Recordings in sole duecento copie nel 2017

Nell’estate del 2017 su Archeo Recordings esce il remix di “Devozioni Dialettali” di Enzo Avitabile realizzato da Leo Mas, Fabrice ed Andrea Gemolotto, ma in una tiratura promozionale di sole duecento copie numerate a mano. Scelta intenzionale o condizionata da qualche fattore esterno? Seppur recente, il disco è già diventato un cult e su Discogs le quotazioni toccano la punta dei 150 euro.
Quella di “Devozioni Dialettali” è un’uscita stupenda e a cui tengo molto. Rappresenta la collaborazione instaurata con Leo Mas, un grande amico ma pure un enorme punto di riferimento, un autentico faro nel mondo della musica in virtù della sua enorme conoscenza, esperienza e generosità. La pubblicazione di quel remix avvenne molto velocemente, avevamo appena avuto conferma di licenza e Leo aveva realizzato una meravigliosa versione con Fabrizio ed Andrea. Non vedevamo l’ora di condividere quella chicca con amici DJ di tutto il mondo e per questo optai per la tiratura promozionale. La release ufficiale è ancora nel cassetto ed includerà nuove versioni di “Devozioni Dialettali” e di un altro straordinario pezzo di Avitabile.

Pensi che l’emergenza sanitaria possa creare serie ripercussioni a lungo termine in un settore come quello in cui opera Archeo Recordings?
Il 2020 è stato un anno strano, oserei dire l’inizio di una nuova era. Come avvenuto alla maggior parte delle persone, ho avuto più tempo per fare le cose con calma, e questo è fantastico. Non credo che il coronavirus costituirà intoppi nella discografia, a meno che non si rivelino pesanti risvolti economici mondiali, ma voglio rimanere positivo e pensare che riusciremo ad uscire da questo incubo entro l’estate del 2021.

Nel 2020 Archeo Recordings ha messo in circolazione solo un’uscita, “Sfumature” di Fulvio Maras, Alfredo Posillipo e Luca Proietti. Effetto dettato dal coronavirus o altro?
Purtroppo in questi mesi di pandemia ho dovuto modificare le date di pubblicazione di alcune uscite che venivano valorizzate maggiormente grazie a live e DJ set più che dall’ascolto privato e casalingo. Allo stesso tempo mi sono concentrato di più su un certo tipo di release, direi più da ascolto e da collezione, ma di cui vado pienamente orgoglioso. Ho portato avanti tantissimi nuovi progetti anche se è stato piuttosto faticoso a causa delle licenze e del rapporto con artisti e musicisti diventato più difficile a causa della distanza. Giocoforza sono stato costretto a rallentare la frequenza delle uscite ma va bene così, d’altronde cerco sempre di dare il giusto respiro e corso alla fase di creazione di una nuova pubblicazione, dalla licenza alla grafica, dalla scelta del remixer alla confezione finale.

Alicudi
Il mixtape intitolato “Alicudi” recentemente realizzato da Manu Archeo per la Paesaggi Records

Il 2020 ha visto anche la pubblicazione di “Alicudi”, il tuo mixtape edito da Paesaggi Records su cassetta in appena cinquanta copie. Come è nata la collaborazione con questa label?
Sono amico dei ragazzi che gestiscono la Paesaggi Records, un collettivo composto da Stefano e Gianlu nel Valdarno, in Toscana, Zeno (alias Gropina) ad Amsterdam, nei Paesi Bassi, ed Ale (alias Wutu) a Berlino, in Germania. Stimo molto la label e il loro lavoro. Circa un paio di anni fa mi parlarono di una serie di mixtape intitolata Cosmic Empathy, compilata da diversi artisti col fine di rappresentare un racconto attraverso un’accurata selezione di dischi e foto, senza alcuno stile o regola. Il primo, curato da Wutu, era già uscito e mi chiesero se fossi disposto ad occuparmi del secondo. Il progetto mi è sembrato unico ed infatti ho accettato subito, anche per l’importante parte visiva che si incrocia con la mia attività di fotografo. Ho lavorato a lungo sulla selezione delle tracce, volevo sviluppare l’idea di un viaggio e di un racconto molto personale ed intimo. Dal 1989, anno in cui sbarcai per la prima volta sull’isola di Alicudi, nelle Eolie, fino al 2010, ho fotografato luoghi e persone di quel paradiso. Ho scelto così delle tracce che reputo fondamentali e che spesso mi accompagnano nei momenti più profondi ma pure nei DJ set maggiormente raffinati e da ascolto. Sono molto entusiasta del risultato e del prodotto finale inciso su cassetta, oggetto vintage e retrò accompagnato per l’occasione da un libretto di otto pagine stampato su carta di riso e provvisto di un’accurata grafica che include alcune mie foto fatte naturalmente sull’isola di Alicudi.

Che progetti prevedi di concretizzare su Archeo Recordings nel 2021?
Una manciata di uscite per la serie Tonyism, dedicata a Tony Esposito, e Balearic, una serie inaugurata col meraviglioso rework di “Rosso Napoletano” a firma Mushrooms Project che andrà avanti con un paio di artisti italiani che ammiro moltissimo: Colossius, di Firenze, e il duo perugino Hear & Now composto da Ricky L e Marcoradi che non necessitano di presentazioni specialmente grazie ai due album strepitosi usciti su Claremont 56 tra 2018 e 2020, “Aurora Baleare” ed “Alba Sol”. Adoro il loro sound, etereo, sognante e magico. Colgo l’occasione per annunciare anche il lancio di una nuova serie di compilation, sempre su Archeo Recordings, dedicate a digger, DJ, produttori e musicisti, con perle rare da riscoprire. A seguire altre uscite “classiche” tra cui “Il Canto Dell’Arpa E Del Flauto” di Pepe Maina, di cui ho già ristampato, nel 2019, l’LP “Scerizza”. Maina è un artista unico e talentuoso ma allo stesso tempo umile. Amo il suo stile lo-fi, estremamente accurato e sempre attuale, e sorrido quando leggo la sua biografia: “nessun diploma di conservatorio, nessuna laurea, nessun premio, insomma niente che possa farti credere che fin da piccolo sarebbe potuto diventare qualcuno”. Non ci siamo ancora incontrati di persona e in questo periodo credo sia arduo che ciò possa avvenire. Vive isolato sulle colline fuori Milano ma facciamo regolarmente lunghe e piacevoli chiacchierate via email. È un vero signore ed amo davvero la sua musica. In cantiere ci sono pure un paio di progetti e collaborazioni col caro amico Leo Mas, attualmente sospesi ma a cui tengo molto, una raccolta di materiale inedito tratto dall’archivio degli anni Ottanta e Novanta di Fulvio Maras con un remix (finalmente!) del bravissimo Lexx, un’altra raccolta di brani privati del sopraccitato Pepe Maina con relativi remix, e il 12″ di Sara Loreni intitolato “Neve A Maggio” che includerà quattro remix, due dei Mushrooms Project ed altrettanti a firma Deep88 ed Almunia. Infine il raro e ricercato “Ettika” degli Ettika, affiancato da nuove versioni tra cui una di Craig Christon di Joe’s Bakery. Insomma, sarà un 2021 ricco ed entusiasmante.

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Un ultimo scatto della collezione di dischi di Manu Archeo

È ormai arduo stimare il numero delle cosiddette “etichette di salvataggio”, così come le definisce Simon Reynolds in “Retromania”. Ci sarà un momento in cui l’abnorme serbatoio di musiche del passato risulterà esaurito? Per quanto tempo si potrà andare avanti con operazioni di reissue?
Per me non c’è un limite, si procederà all’infinito. A prescindere da ciò che dice Reynolds, noto con piacere che nascono di continuo nuove “etichette di salvataggio”, e la maggior parte di esse rivela grande qualità e coerenza. Penso che questo sia un punto di forza fondamentale per ognuno di noi e non credo che il repertorio di musiche del passato possa esaurirsi a breve, ci sono così tante perle ancora da riscoprire e valorizzare. L’importante è fare le cose per bene e dare un senso compiuto ad ogni uscita.

L’invasione massiccia di cult di ogni tipo, per decenni fuori catalogo ed ora resi nuovamente disponibili, sta forse alimentando la disaffezione del pubblico per la musica nuova?
No, assolutamente. Sono due settori che vanno di pari passo. Io amo comprare sia ristampe di album o singoli rari del passato, sia nuove uscite. Il mio “serbatoio” ormai è quello balearico quindi rivolgo l’attenzione a questo mondo e ad etichette come le citate Music From Memory, Claremont 56 e Hell Yeah Recordings a cui se ne sommano tante altre del calibro di Music For Dreams, Be With Records, Balearic Social Records, Emotional Rescue, Growing Bin Records, Highwood Recordings, Light In The Attic, Phantom Island, NuNorthernSoul, Séance Centre, Spacetalk e Stroom, giusto per citare le mie preferite. Di queste non mi sfugge mai nulla, le adoro per l’ottima qualità e la profonda ricerca su cose vecchie e nuove.

Ci sono artisti e/o produttori contemporanei capaci di tenere alto il livello creativo come quello che si rimpiange spesso delle decadi passate?
Sì, certo. Non sono un nostalgico incallito e non fatico ad ammirare artisti e produttori contemporanei, validi ed innovativi, in grado di essere al passo coi tempi. Tuttavia credo che nessun musicista di oggi possa essere paragonato a Tony Esposito o Tullio De Piscopo.

C’è una ragione dietro la presunta o reale eclissi di inventiva a cui assistiamo in questi anni? È legata o connessa in qualche modo al calo di introiti della discografia e alla smaterializzazione dei supporti?
Credo che il calo di introiti della discografia riguardi una fetta più di nicchia e legata alla sperimentazione. Per gli artisti più commerciali non è mutato granché.

Estrai dalla tua collezione una serie di dischi a cui sei particolarmente legato aggiungendo per ognuno di essi un’accurata descrizione.

Lucio Dalla - Lucio Dalla LPLucio Dalla – Lucio Dalla
Un album che reputo assolutamente fondamentale, per l’artista (adoro davvero tutto di Dalla), per l’album in sé (contenente alcune delle mie canzoni preferite, in primis “La Signora” seguita da “L’Ultima Luna” e “Stella Di Mare”), e per la copertina: quest’estate sono arrivato al punto di farmi stampare una maglietta con la faccia di Lucio, uguale a quella dell’LP, sognante, enigmatico ed un po’ malinconico. Era un disco che figurava nella collezione di mia madre quindi posso affermare di essere davvero cresciuto insieme ad esso. Un paio di anni fa ho avuto il piacere di visitare la casa di Dalla in via D’Azeglio, ora diventata un museo, nella mia città natale, Bologna. È stata un’emozione unica. Ero con un gruppo di persone sconosciute giacché si trattava di una visita su prenotazione, ma mi sono goduto appieno quel viaggio immergendomi nel mondo musicale e nella quotidianità dell’artista, uno dei più grandi di sempre, come se una parte di lui fosse ancora lì a soffiare la magia della sua poesia. Quando è morto sentivo spesso (e sento ancora oggi) la sua mancanza, come se fosse un componente della famiglia, seppur non l’abbia mai incontrato in vita. “La Signora” è una delle canzoni che mi accompagna praticamente da sempre, la ascoltavo da bambino, da adolescente ed ora da adulto, ed ogni volta mi trasmette qualcosa di unico. Per me sarebbe un sogno poter disporre della licenza di questo capolavoro per farne un’uscita su Archeo Recordings con vari remix. Ci proverò, chissà…

Lucio Battisti - Il Nostro Caro AngeloLucio Battisti – Il Nostro Caro Angelo
Si tratta di un altro disco imprescindibile per la mia crescita, per l’artista ma pure per la copertina. Ci sono altri album di Battisti che metto alla pari di questo, con così tante canzoni fondamentali, ma la copertina de “Il Nostro Caro Angelo” resta eccezionale, forse una delle mie preferite in assoluto, così stravagante e nel contempo essenziale, quasi ghirriana per citare il mio fotografo preferito. A tal proposito suggerisco l’ascolto dello Spazio Palazzo Edit de “La Canzone Della Terra”.

Toni Esposito - Toni EspositoToni Esposito – Toni Esposito
Tra poco potrò affermare di aver pubblicato ben cinque dischi di Esposito sui ventuno totali che sinora conta la mia Archeo Recordings. Se non dicessi di amarlo alla follia mentirei clamorosamente. Ho scelto questo LP edito dalla Numero Uno ma potrei tranquillamente optare per altri due tra i suoi primi lavori, perché lo considero un disco cardine. Fu la colonna sonora della mia fanciullezza, quando imparai a suonare la batteria, dagli otto ai tredici anni, della mia adolescenza e della mia maturità. Adoro le percussioni ed Esposito è il re indiscusso a livello mondiale. In particolare in questo album ci sono alcune delle sue canzoni più belle e significative, a partire da “Rosso Napoletano”, un viaggio di diciassette minuti solcato per intero sul lato A che ti porta su un altro pianeta. “L’Eroe Di Plastica” era (ed è) uno dei miei preferiti, da ragazzo la ascoltavo in loop per ore cercando di capire come Esposito suonasse la batteria per poi provare ad imitarlo con la mia Yamaha nera di allora. L’album uscì nel ’74, anno in cui sono nato. Una coincidenza o una connessione?

Andreas Vollenweider - Caverna Magica - (...Under The Tree - In The Cave...)Andreas Vollenweider – Caverna Magica – (…Under The Tree – In The Cave…)
Scoperto intorno al 1991 grazie alla copia su cassetta che mi fece un caro amico, il suono di questo LP risalente al 1982 mi parve subito familiare, come se fosse sempre esistito. Trascorrevo interi pomeriggi ad ascoltarlo come sottofondo rigenerante delle mie attività giornaliere. “Caverna Magica – (…Under The Tree – In The Cave…)” inoltre mi lega al genere new age / ambient che adoro e seguo con attenzione. “Caverna Magica”, “Mandragora”, “Lunar Pond” ed “Huiziopochtli” sono quelle che preferisco tra tutte. Quanti ricordi, che viaggi dell’anima! Ancora oggi, quando ho bisogno di concentrarmi e far sedimentare un progetto, faccio lunghe passeggiate nella natura ascoltando in cuffia la dolce arpa del Maestro Vollenweider.

Susumu Yokota – SakuraSusumu Yokota – Sakura
Impazzisco per questo album e per tutta l’opera del prematuramente scomparso Yokota. “Sakura”, del ’99, è stato uno scalino essenziale nella mia vita, che mi ha aperto ad un genere nuovo e per me poco approfondito all’epoca ossia l’ambient. Da lì ho sviluppato sempre di più l’orecchio a questa corrente musicale che, recentemente, si è ampliata a tanti sottogeneri ed affini quali organic, meditative, floating o spiritual. Dietro “Sakura” inoltre, risiede tutto il minimalismo giapponese che trovo unico e che ascolto spesso per rilassarmi e fare bei viaggi con la mente e col cuore. “Uchu Tanjyo”, “Gekkoh”, “Kodomotachi”, “Hisen” e “Shinsen” sono tra le mie preferite ma se dovessi ridurre la lista ad una sola forse sceglierei “Uchu Tanjyo”: la uso frequentemente per i mixati commissionati o i radio show nonché nei DJ set “morbidi”.

Peter Gabriel - Passion (Music For The Last Temptation Of Christ)Peter Gabriel – Passion (Music For The Last Temptation Of Christ)
Non c’è molto da dire, il film di Martin Scorsese lo vidi al cinema con mia madre quando, forse, ero ancora troppo piccolo per apprezzarlo appieno. Senza dubbio però mi piacque la sua colonna sonora. Il mio pezzo preferito resta “Of These, Hope – Reprise”, brividi! Di Gabriel adoro pure l’LP eponimo del 1982 con pezzi come “The Rhythm Of The Heat” e “Shock The Monkey” che non mi stancherò mai di ascoltare.

The Cure - FaithThe Cure – Faith
I Cure erano una delle band che preferivo fin da ragazzo e che hanno rappresentato la colonna sonora della mia adolescenza. Questo album del 1981, che avevo su cassetta, annovera “All Cats Are Grey” che per me è basilare. Tra 2006 e 2010 ero DJ resident il giovedì sera al Dolce Vita di Firenze, ed iniziavo a suonare intorno alle 19 andando avanti sino alle 2 del mattino mettendo musica con dischi e CD visto che non era ancora possibile mixare con le chiavette USB. Spesso chiudevo la serata proprio con “All Cats Are Grey” ed era un momento magico.

Bryan Ferry - Slave To LoveBryan Ferry – Slave To Love
Ho selezionato questo 7″ risalente al 1985 perché è uno dei miei preferiti del filone synth pop anni Ottanta (seppur potrei facilmente sostituirlo con un’infinità di altri titoli dell’epoca), ma pure perché per me è il simbolo di tutta quella musica e delle feste a cui partecipavo da ragazzo, in cui ballavamo sfrenati e sudati per intere ore consecutive, senza mai fermarci ed essere stanchi. Negli anni mi è capitato di fare il DJ in feste private tra amici, occasioni in cui non venivo ovviamente pagato ma tornavo a casa felicemente appagato. Era divertimento allo stato puro. Avveniva spesso che nei giorni seguenti al “party casalingo” io e i miei amici, ancora esaltati, ci raccontassimo piccoli episodi avvenuti quella sera, trovandoci tutti d’accordo nell’affermare che fosse stata la “festa perfetta”. Quel raro e non troppo frequente tipo di festa riuscita benissimo derivava da un mix di varie cose come le persone, l’atmosfera ed ovviamente la musica, e il ricordo che mi ha lasciato è indelebile. Gli anni Ottanta restano strabilianti.

Sade - Cherish The DaySade – Cherish The Day
Per me questa canzone da brividi del 1993 è molto importante perché legata al periodo dell’adolescenza e della scoperta del mondo degli amici, della prima fidanzata, delle prime vacanze estive senza genitori e di tutto il filone smooth jazz / downtempo / leftfield. Adoro la voce di Sade, così calda, sensuale ed avvolgente. “Cherish The Day” mi ha sempre fatto pensare ad un essere superiore ed angelico che, volando, accarezza il mondo con la sua voce e ci culla in una morbida ballata. Il sottofondo coi bassi prominenti ed esaltati da Pal Joey nel suo remix poi fa da perfetto contrappunto alla voce e il risultato è sublime e sembra davvero che dica “cherish the day!” (ossia “goditi il momento!”).

Girls On Pills - Vhelade (Ricky Birickyno Update)Girls On Pills – Vhelade (Ricky Birickyno Update)
Acquistato nel 1992 da Riccardino (ho ancora il vinile col mitico timbrino Black Out), questo disco edito dalla Interactive Test di Franco Falsini (intervistato qui, nda) è legato alla mia scoperta del mondo del clubbing e dei DJ, quindi a tutto il filone house e dream house dei primi anni Novanta che mi ha permesso di avvicinarmi all’arte del DJing e di “mettere i dischi” alle prime feste. Ho avuto la fortuna di aver iniziato nell’era del vinile, quando dovevi imparare necessariamente la tecnica del mixaggio oltre a curare la ricerca stilistica dei brani che potevano stare bene insieme.

Kruder & Dorfmeister - The K&D Sessions™Kruder & Dorfmeister – The K&D Sessions™
Questa compilation del 1998 su Stud!o K7 è rappresentativa della mia crescita musicale. Ascoltandola ho realizzato che si potesse fare tutto con la musica, esplorare ed unire terreni diversi ma legati sentimentalmente nel profondo, campionare, tagliare, cucire ed ottenere strepitosi risultati, e in questo Kruder & Dorfmeister sono autentici maestri. A “The K&D Sessions™” collego poi tutto il filone downtempo e trip hop al quale sono legatissimo, con artisti come Tosca, Massive Attack, Tricky e label del calibro di Mo Wax e Ninja Tune. Che innovazione e svolta epocale! Pure la copertina è meravigliosa, così intima ed onirica. Appare chiaro che Kruder & Dorfmeister abbiano fatto le cose che più gli piacessero sin dall’inizio, e i risultati non possono essere che questi. Piccolo aneddoto di cui vado fiero: a novembre 2019 pubblico, su Archeo Recordings, l’EP di Mario Acquaviva. A gennaio 2020 ricevo il solito messaggio di Bandcamp che mi indica l’acquisto del disco e, con grande gioia ed incredulità, scopro che l’acquirente è Richard Dorfmeister. Gli scrivo subito una email in cui gli confesso di essere un suo grande fan facendogli i complimenti per tutto il lavoro svolto. Lui ricambia e mi rivela di aprire spesso i DJ set con “Fortuna”, tratto proprio da quell’EP di Acquaviva. Che onore, una soddisfazione unica per me.

Ozric Tentacles - ErplandOzric Tentacles – Erpland
Mi considero un fan sfegatato (quasi a livello da nerd) della band space rock degli Ozric Tentacles. Scoperti nel 1989 e mai più lasciati, hanno condiviso la mia parte più ribelle, hippie e trasgressiva dell’adolescenza legata ad un periodo di simpatici spinelli condivisi con gli amici. Iniziai ad ascoltare ossessivamente il gruppo britannico sentendolo dal vivo in concerto al Flog di Firenze in più occasioni, ma pure al Livello 57 di Bologna, al Leoncavallo di Milano, a Roma e a Lugano. È sempre stato un viaggio meraviglioso. A novembre del 2010 tornarono in concerto a Firenze al Viper Theatre, quando ero ormai un trentaseienne fatto e finito. Provai a radunare i miei amici “ozrichiani” di un tempo ma con una scusa o l’altra tutti declinarono l’invito. A quel punto pensai: «beh, chi se ne frega, ci vado lo stesso!» e feci bene. Portai con me alcuni dischi nel flight case da DJ per farmeli autografare dai membri della band. L’atmosfera era piacevole e il luogo non troppo affollato, la situazione perfetta per godersi un concerto degli Ozric Tentacles. C’era il banchino con un tizio dello staff che vendeva CD e merchandising vario. Mi avvicinai e con titubanza, prima che lo show iniziasse, tirai fuori i dischi chiedendo se fosse possibile farmeli firmare. Quel ragazzo, estasiato dalla rarità dei miei vinili, mi promise che mi avrebbe portato da loro a fine concerto per conoscerli, e così fu. Scesi nelle stanze degli addetti ai lavori e, aperta una porta, mi si presentarono gli Ozric Tentacles avvolti in una nube di fumo d’erba. Mi firmarono i dischi e mi chiesero il parere sul concerto terminato da pochi minuti. Confessai che avevano eseguito tre o quattro dei miei pezzi preferiti, che meraviglia! Il loro repertorio è pieno di canzoni straordinarie, come “There’s A Planet Here” e “Yog-Bar-Og” (da “Arborescence”, 1994), “It’s A Hup Ho World” (da “At The Pongmasters Ball”, 2002), “Space Between Your Ears” (da “Strangeitude”, 1991), “Feng Shui” (da “Jurassic Shift”, 1993), “Ahu Belahu” e “Plurnstyle” (da “Become The Other”, 1995), “Curious Corn” (dall’album omonimo del 1997), “Sultana Detrii” (da “Waterfall Cities”, 2000), “Waldorfdub” (da “Swirly Termination”, 2000), “Tight Spin” (da “The Hidden Step”, 2000) ed ancora “Slinky” (da “Spirals In Hyperspace”, 2004), “Etherclock” (da “The Floor’s Too Far Away”, 2006), “Oddweird” e “YumYum Tree” (da “The YumYum Tree”, 2009), oltre ovviamente ad “Eternal Wheel” e “Crackerblocks” inclusi in “Erpland” del 1990. Poi le copertine sono uniche, coi disegni di mondi fantastici popolati da strane creature di forma umanoide. Ho praticamente tutto di loro, su vinile e CD (inclusa una maglietta da me disegnata), ed è rimasta l’unica band di cui continuo a comprare ogni disco. Durante il lockdown primaverile ho scoperto che l’amico Alex Egan di Phonica Records, a Londra, – DJ, produttore, musicista nonché boss della Utter – è il figlio di John Egan, storico componente della prima e mitica formazione del gruppo. Gli ho chiesto di salutarmelo come se fosse uno di famiglia e di dirgli che gli Ozric Tentacles li porterò sempre nel cuore.

(Giosuè Impellizzeri)

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Rame – DJ chart ottobre 1998

Rame, Disco Mix ottobre 1998DJ: Rame
Fonte: Disco Mix
Data: ottobre 1998

1) Moby – Honey
Archiviato il periodo techno/house/breakbeat vissuto nei primi anni Novanta con album e singoli entrati nel cuore della generazione che vive quel fermento musicale e sociale (da “Go”, col sample di “Laura Palmer’s Theme” di Angelo Badalamenti – ispirato da “Ludus (Astral Voyage)” di Doris Norton? – a “Next Is The E”, da “Move” al primatista “Thousand” finito nel guinness per aver infranto il muro dei 1000 BPM passando per “Hymn”, “Feeling So Real”, “Into The Blue” ed “Everytime You Touch Me” che occhieggia all’eurobeat), Moby avvia una nuova fase della sua carriera. Attraverso “Animal Rights”, del ’96, rivela ancora un debole per il punk battuto oltre dieci anni prima con la band dei Vatican Commandos, ma la (fortunata) cifra stilistica si delinea compiutamente solo con “Play”, del ’99, da cui proviene il brano in questione. “Honey”, trainato dai sample vocali di “Sometimes” di Bessie Jones, si inserisce nel filone big beat che in quel periodo si trasforma in un fenomeno di dimensioni consistenti grazie ad artisti come Fatboy Slim, Prodigy, Chemical Brothers, Apollo 440, Propellerheads, Crystal Method o Fluke che dilatano i confini dell’elettronica lambendo il rock ed abbracciando un pubblico ben più numeroso. In airplay su tutte le radio e tv musicali anche grazie al divertente videoclip diretto da Roman Coppola, figlio del più noto Francis Ford, il pezzo, primo singolo estratto da “Play” ed anche il primo a sancire una seconda vita artistica dell’artista statunitense, viene remixato da Rollo & Sister Bliss dei Faithless e Sharam Jey. Da lì a breve l’album, facendo leva su altre hit milionarie come “Why Does My Heart Feel So Bad?”, “Run On”, “Bodyrock”, “Porcelain” e “Natural Blues”, traghetta Moby verso platee ben diverse da quelle delle discoteche. È il disco che determina il passaggio al di là del “muro” e con cui l’autore scopre un nuovo linguaggio artistico destinato ad incidere più del precedente. Per lui infatti si aprono porte un tempo probabilmente neanche immaginate, legate al cinema e alle sincronizzazioni di spot televisivi, porte che dimostra di saper tenere ben aperte attraverso nuovi album come “18” ed “Hotel” da cui emerge una figura legata al cantautorato e al polistrumentismo tipico da rock band (e il video di “Lift Me Up”, del 2005, è indicativo sotto questo profilo), decisamente agli antipodi rispetto a quanto avvenuto ad inizio carriera quando Moby è un affermato performer da rave (si veda qui o qui) ma per cui era letteralmente impronosticabile pensare di vendere oltre venti milioni di dischi nel mondo.

2) Fatboy Slim – Gangster Trippin
Norman Cook, ex bassista degli Housemartins e già artefice di diversi successi di Beats International, Freak Power, Pizzaman e Mighty Dub Katz, diventa Fatboy Slim nel 1995 col singolo dal titolo ironico “Everybody Needs A 303” estratto dall’album “Better Living Through Chemistry” con cui comincia a familiarizzare con la formula che lo renderà uno dei maggiori protagonisti negli anni a seguire. Perfezionandosi e scovando la giusta chiave per intrigare non più solo la scena delle discoteche, il britannico incide “You’ve Come A Long Way, Baby” che vende oltre tre milioni di copie e lancia nel mainstream il big beat come genere-contenitore di breakbeat, hip hop, techno, breaks e rock. “Gangster Trippin” è il secondo singolo estratto, dopo il fortunato “The Rockafeller Skank” che tiene banco durante l’estate del ’98, e mescola al suo interno elementi pressoché simili non rinunciando alla sampledelia (all’interno si rinvengono frammenti di “Entropy” di DJ Shadow e “Beatbox Wash [Rinse It]” dei Dust Junkys). In copertina invece finisce un dettaglio della foto scelta per l’artwork del citato album che, analogamente al quasi parallelo “Play” di cui si parla sopra, riserva almeno un altro paio di future hit, “Right Here, Right Now” e “Praise You”. Entrambe garantiranno a Cook, padre putativo (o reale?) del big beat, un lungo periodo di galvanizzante successo nonché centinaia di richieste come remixer.

3) Dub Pistols – Cyclone
Se da un lato il big beat si muove con numeri milionari (si legga quanto detto sopra su Moby e Fatboy Slim), dall’altro prosegue il suo iter attraverso nomi meno noti al grande pubblico proprio come quello dei Dub Pistols. “Cyclone”, tra i singoli estratti dal primo album “Point Blank” e finito nel videogame “Tony Hawk’s Pro Skater 2”, fa ancheggiare con l’irresistibile vibe a base di una mixture tra hip hop, breaks e ska. Diversi i remix approntati in più salse, big beat, house e drum n bass, rispettivamente realizzati da Stretch & Vern, Bushwacka! e DJ Red. Il gruppo capitanato da Barry Ashworth continua ad incidere album e singoli sempre sulla frontiera delle contaminazioni tra stili, riuscendo ad accattivarsi in più occasioni il favore dei produttori di videogiochi che vorranno annoverare molti altri brani in altrettanti game.

4) Malcolm McLaren & World’s Famous Supreme Team – Buffalo Gals Stampede
Trattasi del rifacimento di “Buffalo Gals”, coprodotto dal manager dei New York Dolls e Sex Pistols e Trevor Horn nel 1982 e a cui Eminem si ispira per una delle sue più importanti hit, “Without Me”. Questa nuova versione uscita nell’autunno del ’98 annovera l’intervento di un influente rapper tornato a far parlare di sé dopo qualche anno di pausa, Rakim, quello che dal 1986 fa coppia con Eric B. realizzando “I Know You Got Soul” da cui i M.A.R.R.S. prelevano il main sample di “Pump Up The Volume”, ma è legittimo pensare che Rame qui faccia riferimento al remix di Roger Sanchez, nonostante non venga esplicitato forse per problemi di spazio. Il DJ americano preserva l’attitudine hip hop originaria del brano, inclusi scratch e muscolature ritmiche breakkate, ma collocandola in una nuova cornice adatta ad essere ballata con frequenti ammiccamenti funky.

5) Bob Sinclar – ?
L’assenza del titolo impedisce di dare un’identità al brano di Sinclar, allora ben lontano dai riflettori e dal generalismo houseofilo da balera. Il successo raccolto con “Gym Tonic”, un brano funestato da beghe legali e forti contrasti con l’amico Thomas Bangalter dei Daft Punk come dettagliatamente descritto in Decadance Appendix e Decadance Extra, lo porta all’attenzione di un pubblico ben più nutrito rispetto a quello che lo segue ai tempi di Chris The French Kiss e The Mighty Bop e che a malapena conosce il suo volto, vista la scarsa propensione a mostrarsi in pubblico. Tuttavia il francese resta ancorato ancora per un po’ ad una house con forti dosi di funkytudine e referenze disco, secondo i dettami del french touch in rotta di collisione col pop. Il test pressing a cui si riferisce Rame può forse essere “Ultimate Funk”? O magari “The Ghetto (Uptown)”? O forse la più nota “My Only Love” col featuring di Lee Genesis? Nel corso del decennio successivo Le Friant sottoporrà la sua vena produttiva ad un lifting radicale che ingigantisce il fanbase ma sacrifica la classe e la ricercatezza di “Paradise” e di altre pubblicazioni edite tra ’94 e ’98, quando Bob Sinclar pare sia un progetto condiviso col socio Alain Ho alias DJ Yellow.

6) Ian Pooley – Meridian
Dopo “The Times” edito dalla Force Inc. Music Works di Achim Szepanski, Pooley sbarca su una multinazionale, la V2 di Richard Branson, che in quel periodo abbraccia più di qualche asso proveniente dal mondo dei club (Hell, Storm, Underworld, Moby). L’album del tedesco mostra una chiara ispirazione housey attorcigliata in più punti a divagazioni downtempo funky-jazzate (“What’s Your Number”, “Disco Love”, “Dawn”, “Floor Face Down”, “Relief Action”). Alcuni brani vengono poi affidati a sapienti remixer come Jazzanova, Bob Sinclar e Kevin Saunderson alias E-Dancer per valorizzare ulteriormente le tessiture sonore del DJ/producer nativo di Magonza, ricordato tra i principali fautori della club scene della vicina Francoforte sul Meno insieme all’amico Tonka col quale sperimenta la materia techno/breakbeat nei progetti T’N’I e Space Cube sin dal 1991.

7) Faze Action – Kariba
Dei fratelli Simon e Robin Lee si può solo dire un gran bene. Come Faze Action si fanno interpreti di un suono che trascina sui binari della house music la disco, il funk, il jazz e il soul, con digressioni latine ed afro. È proprio il caso di “Kariba”, pubblicato dalla Nuphonic, in cui si avvalgono del prezioso contributo di Raj Gupta alias Ray Mang e Zeke Manyika alle percussioni, insieme ad altri musicisti che eseguono parti alla tromba, sassofono e flauto. Uno di quei pezzi da far ascoltare agli accaniti detrattori che ancora oggi parlano di house music come “banale ripetizione di rumori senz’anima”.

8) Max Brennan – Old Codger And Remixes EP
L’extended play di Brennan, stampato dalla giapponese Sublime Records, è un crocevia di stili. Merito soprattutto dei remixer interpellati guidati da un evidente estro. Dal tribalismo singhiozzante di Josh Brent su “1300 Milliseconds Of Brass” al future jazz del compianto Rei Harakami che avvita la sua versione di “Alien To Whom?” su spirali di una psichedelia lisergica. Più dritto e splendidamente funkeggiante il trattamento di Susumu Yokota (un altro che purtroppo ci ha lasciati troppo presto) sulla menzionata “1300 Milliseconds Of Brass”, con uno spassoso metti e togli di brass, per l’appunto.

9) Scott Grooves – Mothership Reconnection
Con questo brano Patrick Scott, da Detroit, lascia un segno tangibile nella storia della club music di fine anni Novanta. L’idea di rileggere in chiave house “Mothership Connection (Star Child)” dei Parliament di George Clinton si rivela fortunata, ma decisivo per il successo risulta il remix realizzato dai Daft Punk. In scia alle ibridazioni post homeworkiane, i parigini flirtano con le sincopi dell’electro, vocoderizzano le voci e triturano il pfunk di partenza ricavandone un pazzesco mosaico le cui tessere vengono tenute insieme dall’incrocio di cutoff/resonance classico del french touch di quegli anni. A pubblicare il disco è la Soma, etichetta scozzese che può fregiarsi di aver pubblicato per prima la musica dei Daft Punk con “The New Wave” del 1994, licenziato nello stesso anno in Italia dalla napoletana UMM ma nel quasi completo anonimato.

10) Orb – Little Fluffy Clouds
Sebbene non specificato, è presumibile che qui Rame facesse riferimento ai remix usciti nell’autunno del ’98 di “Little Fluffy Clouds”, brano pubblicato originariamente nel 1990. Il nome più importante che spicca sul doppio mix edito dalla Island è quello di Danny Tenaglia che realizza due versioni, la rilassata Downtempo Groove, che fluttua su bolle ambientali, e la più technoide Detour Mix, che invece gravita intorno ad un ossessivo beat. Immobilizzata in un sognante break rallentato è la Tsunami One di Adam Freeland, leader della Marine Parade, mentre Pal Joey, tra le colonne della house newyorkese, sfodera un delizioso cupcake deep house lievitato dentro una nuvola. A chiudere è la rivisitazione drum n bass di One True Parker prodotta insieme ai Juttajaw.

(Giosuè Impellizzeri)

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Johnny Dangerous – Problem #13 (Hourglass Recordings)

johnny-dangerous-problem-13Nel 1992 Johnny Dangerous, nato John Holiday, incide un brano destinato a diventare un cult della house. Alle spalle ha solo “Reasons To Be Dismal?” firmato Foremost Poets sulla Nu Groove Records, un altro di quei titoli che vengono spesso ricordati da chi visse l’epopea della house a stelle e strisce. In un primo momento, come capita spesso ai tempi, il pezzo viene pubblicato su vinile white label e col titolo provvisorio “Beat That Bitch With A Bat”. «Era inciso solo da un lato, senza alcuna indicazione ad eccezione di autore e titolo. Volevo capire se fosse possibile attirare l’attenzione del pubblico, quindi alla fine fu una specie di esperimento sociale» oggi racconta Dangerous.

Il brano viene ripubblicato in formato ufficiale col titolo definitivo “Problem #13” sulla Hourglass Recordings, etichetta che però ha vita brevissima con appena due dischi in catalogo. «Era la mia label personale e fu colpa mia se rimase operativa per così poco tempo. Talvolta si commettono errori quando si tenta il business con approccio artistico, così come si può fallire se si imbocca la carriera artistica motivati unicamente da questioni economiche. Sono due linguaggi radicalmente differenti. Comunque si può trarre vantaggio dai fallimenti, ed è quanto accaduto a me. In passato ero attratto da molte cose e, preso dalla smania di fare, provai a realizzare tutto ciò che mi sembrava giusto. La Hourglass Recordings fu un modo per ricordare a me stesso che il tempo fugge ma purtroppo non ero maturo a sufficienza per capire come farla funzionare a dovere, avevo solo 23 anni. Non credo mi mancassero le facoltà ma dovevo fare una cosa alla volta».

Come talvolta accade per certi brani, a catalizzare l’attenzione è già il titolo che sembra nascondere un significato, probabilmente correlato al James Shabazz Of Temple #25 menzionato nei crediti e a cui il disco viene dedicato, col messaggio ‘stop the killing’. «”Problem #13″ si riferiva ad una lezione che si interrogava su quale fosse il corretto linguaggio da usare per ottenere le giuste risposte dal proprio interlocutore. Un linguaggio adeguato è fondamentale per attirare l’attenzione della gente, e saper parlare al pubblico è necessario per rendere il mondo un posto migliore. Insomma, il linguaggio è la chiave di accesso per entrare nella mente di chi ti ascolta. James Shabazz era uno studente di teologia e pastore, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, molto vicino all’attivista religioso Elijah Muhammad. Fu assassinato nel settembre 1973. Ha lasciato grandi insegnamenti alla comunità di Newark, nel New Jersey, la città dove sono cresciuto» (qui si rinviene l’articolo sul Chicago Tribune relativo all’omicidio , nda). «Ad ormai 24 anni dalla sua pubblicazione posso rivelare che “Problem #13” non fu accolta benevolmente da tutti. Come dicevo prima, si trattò di una sorta di esperimento sociale, la missione era attirare l’attenzione del pubblico mandando un messaggio sulle ingiustizie a cui assistiamo ogni giorno e al tipo di posizioni che potremmo assumere in relazione ad esse. Il testo parla di mancanza di rispetto, di essere respinti e trascurati. A posteriori mi rendo conto di quanto sia difficile affrontare temi di una certa rilevanza in appena una canzone».

Stilisticamente il brano ricorda la house dei primordi di Chicago, con ritmiche abbastanza grezze (in cui presenzia un ritaglio di “Dance” di Earth People, uno dei tanti progetti di Pal Joey) e suoni tetri, combinati ad assoli di campane ed allo spoken word, distintivo di altre produzioni di Holiday (come “Moon Raker”). «Suonai personalmente tutte le parti. Gli archi li ottenni con una tastiera, il groove con una Roland TR-808. Il brano era frutto di un minimalismo spiazzante, una keyboard ed una drum machine, non avevo nient’altro. Joseph (il vero nome di Pal Joey, nda) è un mio grande amico, e credo che il suo brano “Dance” abbia cambiato le carte in tavola in modo radicale, per questo volli inserire un frammento nel mio».

Johnny Dangerous (Downtown)

“Problem # 13” viene pubblicato anche in Italia dalla Downtown del gruppo Time Records

Per Johnny Dangerous lo scenario di riferimento si amplia, e dai club si ritrova catapultato nelle chart e tra le platee più generaliste. In Italia il buzz viene innescato dalla Downtown, etichetta della bresciana Time Records, che prende in licenza il brano. «Fu una delle prime label a mostrarsi interessate ma ottimi responsi giunsero già dalla prima tiratura su white label. Me ne accorsi quando andai in un negozio e trovai il disco con un’etichetta di colore diverso rispetto a quella che avevo fatto realizzare. Era evidente che qualcuno avesse bootlegato il brano per guadagnarci senza che ne sapessi nulla. Stavano lucrando su un pezzo che, a sua volta, parlava di chi lucrava a spese di altri: che paradossale ironia! Come detto all’inizio, incisi quel brano come esperimento ed ero ancora molto inesperto, il mio business era pari a quello di un bambino, e i bambini spesso perdono le cose di cui fanno fatica a riconoscere la giusta importanza e valore. A trarre maggiori profitti da “Problem #13” furono coloro che sapevano già bene cosa fare con esso. In un arco di tempo di circa 25 anni, credo che il brano abbia fatto guadagnare qualche milione di dollari. Come faccio a saperlo? Semplice, è ancora vivo e richiesto, non ci sono altre spiegazioni. Non ho visto l’ombra di un dollaro ma questo non scalfisce neanche un po’ la sua potenza. Basti chiedere a chi gravitava intorno alla club scene dei tempi. Una volta persino Timbaland mi fece i complimenti. Lui è nel circuiti pop, hip hop ed r&b, non avrebbe ragione di mentirmi».

Nel 1993 la Downtown pubblica il remix di “Problem #13” a firma Joe T. Vannelli & Paolo Ray (col basso carpito da “The Visitors” di Gino Soccio e riciclato tre anni dopo in “Baby Hold Me” di Frank’O Moiraghi Feat. Amnesia) e poi licenzia “Father In Heaven”, annunciato come follow-up di “Problem #13” e remixato da Mr. Marvin e Christian Hornbostel, Unity 3 (Marco Franciosa, Mario Scalambrin e Paolo Kighine) e dai Perez (Alex Neri e Stefano Noferini). Per qualche mese Johnny Dangerous viene risucchiato dal mondo dei grandi numeri. «Questa chiacchierata mi sta facendo riflettere sul fatto che la mia musica sia circolata in Italia più di quanto ricordassi. Il nuovo album, che si intitolerà “The Richard Long Theory” e che sarà pubblicato a fine anno, potrebbe rappresentare l’occasione perfetta per tornare dalle vostre parti. Mi piacerebbe molto incontrare DJ, discografici e direttori artistici di club italiani».

“Problem #13” diventa un inno e fa il giro del mondo. Come avviene di solito in questi casi, una serie infinita di remix alimentano senza sosta la vitalità di un brano che riappare col titolo modificato in “Beat That Bitch”. Il buzz è tanto forte che nel 2009 lo stesso Dangerous intitola l’album su Nite Grooves proprio “Problem #13”.  A dispetto del nome di quella piccola etichetta nata e morta in breve tempo, la clessidra sembra non esaurirsi mai. «È stato il tempo a trasformarlo in un cult, e il tempo è qualcosa difficile da comprendere, soprattutto nella musica. Il mio esperimento ebbe un forte impatto sul mercato e così già nel 1996 la King Street Sounds decise di cambiare il titolo per renderlo più accessibile al grande pubblico. Fu un chiaro espediente di marketing, voler identificare il pezzo con l’hook principale e non con un titolo strano che apparentemente non aveva nulla da spartire con lo stesso brano. Alla fine l’importante è coinvolgere chi ti ascolta, ma talvolta è più facile a dirsi che a farsi. “Problem #13” resta comunque uno dei miei ricordi migliori degli anni Novanta, quando avevo vent’anni. Di quei tempi mi mancano persone che non ci sono più, amici, dischi, e gli impianti di Richard Long a cui ho dedicato il mio nuovo album citato prima. Allora bastava vedere il tuo nome girare sul disco messo sul piatto per pensare di avercela fatta. Il grandioso lavoro di ingegneri come Long, Gary Stewart o Kenny Powers era tra le ragioni per cui la generazione di produttori a cui appartengo ha lavorato così duro, cercando di fare musica degna di essere riprodotta dai loro sound system». (Giosuè Impellizzeri)

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