The Fog – Been A Long Time (Miami Soul)

The Fog - Been A Long TimeMolti di quelli che producono house music nei primissimi anni Novanta hanno già maturato qualche esperienza in studio di registrazione. È il caso di Ralph Falcon, nato nel Bronx, a New York, ma cresciuto a Miami, in Florida, che approda al mondo della musica nel 1988, quando è poco più di un teenager, con “I Wanna Know” di Alé, un brano freestyle che ricorda “Let The Music Play” di Shannon del 1983 e che forse voleva cavalcare il successo di “Tell It To My Heart” di Taylor Dayne (1987) o “Conga!” dei Miami Sound Machine (1985). A pubblicarlo è una delle division della A&M Records, la Vendetta Records, che affida il lavoro di editing al compianto Chep Nuñez (proprio quello di “Do It Properly” dei 2 Puerto Ricans, A Blackman And A Dominican) e il remix ad un altro personaggio destinato ad entrare nella storia della house, Little Louie Vega.

«”I Wanna Know” fu il brano che diede avvio alla mia attività discografica» racconta oggi Falcon. «Ero ancora un adolescente e tutto quello che facevo e vedevo era completamente nuovo per me. Gli anni Ottanta furono strepitosi e la house nacque proprio in quel decennio. La house di allora era musica piuttosto grezza, realizzata perlopiù in scantinati, sottoscala o al massimo in piccoli studi e ciò rappresentò la grande “frattura” rispetto alla dance music tradizionale degli anni precedenti, che invece richiedeva enormi budget economici ed elaborate fasi produttive. Nonostante la sua spiccata semplicità però, la house dei primordi rappresentò un sound avvincente e futuristico». Per Falcon la strada da seguire è proprio quella della house e nel 1990 mette su, con Aldo Hernandez, co-produttore del disco di Alé, il progetto Mission Control che con “Outta Limits”, pare diventato un inno allo Shelter di New York, riesce a conquistare il supporto della Atlantic grazie all’A&R di allora, Jerome Sydenham, che lo ristampa nel ’92. La versione principale, non a caso, si chiama Shelter Mix. Inizialmente il brano esce sulla Deep South Recordings, nata nel 1989 e pare finanziata dal padre dello stesso Hernandez, Diego Araceli. Attraverso quella piccola piattaforma indipendente i due mettono sul mercato vari brani che finiscono con l’incuriosire la britannica Warp che nel ’92 raggruppa quattro tracce nell’EP “Miami”.

La locandina del film

La locandina del film di John Carpenter del 1980 da cui Ralph Falcon trae il nome per il suo progetto

Alla fine di quell’anno per Falcon è tempo di una nuova avventura: con Frank Gonzalez, un altro produttore che bazzica il mondo della musica dal 1986 circa, fonda la Miami Soul inaugurata con la sua “Every Now And Then”. Segue un secondo 12″ che caratterizza in modo sensibile la carriera del DJ, “Been A Long Time” firmato con lo pseudonimo The Fog. Alcuni elementi rimandano alla citata “Outta Limits” ma qui la voce campionata da “Turn On, Tune In, Drop Out”, il monologo di Timothy Leary, viene sostituita da quella della cantante Dorothy Mann che fa la differenza su inarrestabili sequenze ritmiche. «Era un periodo in cui producevo molta musica, niente e nessuno avrebbe potuto fermarmi. Avevo un mucchio di tracce pronte e creai la Miami Soul proprio con l’intento di dare libero sfogo a quell’energia. Chiaramente non potevo firmarle tutte col mio nome, avrei finito con l’inflazionarlo, e quindi inventai nuovi pseudonimi tra cui The Fog, ispirato da un vecchio film horror (“The Fog” del 1980, diretto da John Carpenter, nda) in cui la nebbia inghiottiva le proprie vittime. Per realizzare “Been A Long Time” usai il campionatore Roland S-50 con cui elaborai i vocal di Dorothy Mann sulla traccia strumentale. Per le ritmiche invece usai una drum machine E-mu SP 1200. Feci tutto in pochi giorni, registrando il brano presso gli HN Studios a Hialeah, in Florida».

Gli strumenti

I due strumenti usati da Ralph Falcon per “Been A Long Time”: sopra il campionatore Roland S-50, sotto la drum machine E-mu SP 1200

Da essere un pezzo essenzialmente usato dai DJ, quello di The Fog si trasforma nell’arco di pochi mesi in qualcosa di ben diverso. Così anche Ralph Falcon passa dalle tenebre rotte dai lampi di strobo delle discoteche specializzate alle accecanti luci delle classifiche di vendita generaliste. “Been A Long Time” viene licenziato in molti Paesi europei tra cui l’Italia dove a spuntarla è la Time Records di Giacomo Maiolini che lo pubblica su Downtown, proprio nello stesso periodo in cui si aggiudica altri due inni che seguono un iter analogo, “Problem No. 13” di Johnny Dangerous e “Plastic Dreams” di Jaydee di cui abbiamo parlato rispettivamente qui e qui. Downtown inoltre commissiona vari remix di “Been A Long Time” (Unity 3, Claudio Coccoluto, Mr. Marvin, Disco Mix Crew) finiti su un doppio mix, a suggellare il successo.

La licenza su Downtown

Il brano di The Fog pubblicato in Italia dalla Downtown (gruppo Time Records)

«Quello di The Fog fu un risultato strepitoso. Solo con la pubblicazione su Miami Soul vendemmo circa venticinquemila copie ma con l’interesse di svariate case discografiche sparse per il globo, inclusa la Columbia (che affida nuove versioni del brano ad altri due italiani, Davide Ruberto e Gio Brembilla che allora si fanno chiamare Trance Form, nda) il totale crebbe ulteriormente di molte altre migliaia di copie. Il supporto dell’Italia fu determinante e ricordo con molto piacere tutte le interazioni che nel corso degli anni si sono succedute con grandi talenti dell’epoca. Ho apprezzato inoltre le tante versioni remix che diedero a “Been A Long Time” una maggiore esposizione, allungandone la vita. Pensare all’Italia mi riporta alla memoria brani bellissimi diventati ormai dei classici che adoro ancora oggi, come ad esempio “Alone” di Don Carlos (a cui abbiamo dedicato un articolo qui) e “Calypso Of House” dei Key Tronics Ensemble».

“Been A Long Time” è un successo dalle dimensioni importanti, non colossali ma senza dubbio ben diverse rispetto a quelle che un’etichetta come la Miami Soul ed un artista come Ralph Falcon possono generare ai tempi. Nonostante ciò l’autore non si mostra affatto interessato a sfruttare quel momento dorato innescando i classici “giochi” della discografia mainstream ed infatti non realizzerà mai un follow-up, archiviando il progetto The Fog e riducendolo all’effetto one shot. A tal proposito chiarisce: «l’idea era quella di produrre musica senza badare troppo alle reazioni del mercato, e a me inoltre piaceva più l’idea di creare un alone di mistero piuttosto che un progetto dinastico. In tutto ciò il nome era un elemento secondario, non pensai mai a fare un nuovo The Fog. Tuttavia nel 1994 collaborai ancora con Dorothy Mann per “That Sound” che firmai, sempre su Miami Soul, col mio nome anagrafico ma questo avvenne perché amavo la sua voce e non per capitalizzare la popolarità ottenuta nei mesi precedenti. Infatti non ho mai considerato “That Sound” il follow-up di “Been A Long Time”, seppur tra i due qualcuno possa vedere qualche analogia. Purtroppo la prematura scomparsa di Dorothy ha impedito che la nostra sinergia andasse avanti ma in studio conservo ancora alcuni suoi vocal mai usati che potrei utilizzare per un brano in futuro».

Ralph Falcon si è meritatamente conquistato lo spazio negli anni Novanta anche per l’attività incessante condivisa con l’amico d’infanzia Oscar Gaetan col quale crea il duo Murk e l’etichetta omonima. Centinaia i remix che realizzano, pure per popstar come Madonna, Pet Shop Boys, Donna Summer, Spice Girls, RuPaul, Dannii Minogue, Röyksopp, Jennifer Lopez, Yoko Ono, Moby, Depeche Mode, Moloko, Seal ed East 17, e in quella moltitudine si rinviene anche qualcosa su cui sventola il tricolore italiano (“Tumbe” di Tito Valdez alias Cesare Collina, “Give You Myself” di Sima, “You Are My Everything” degli East Side Beat, “Tight Up” dei 50%, “Can We Live” dei Jestofunk, “Say Yes” di Bini & Martini). Sempre loro gli artefici di Funky Green Dogs che con “Fired Up!” del 1996, cantato da Pamela Williams e spalleggiato dalla Twisted America, conquistano l’airplay radiofonico segnando uno dei picchi massimi raggiunti dalla house music, sia in termini creativi che di popolarità.

Non paghi del successo, nel 2002 incidono come Oscar G & Ralph Falcon, ancora per la Twisted America, “Dark Beat” che li consacra anche nella generazione del nuovo millennio. «Spero di poter assistere ad un “rinascimento” della house prima di passare a miglior vita» dice Falcon. «Apprezzo l’attuale nostalgia provata per tutti i classici prodotti negli anni Novanta ma il mio desiderio è sentire musica nuova che possa separare in modo netto le varie ere che si sono succedute. Per me è importante guardare avanti e credo che, da artista, sia fondamentale offrire al proprio pubblico un’idea fondata sul futuro e su ciò che questo possa portare. Giudico positivamente il fatto che il DJing sia esploso come non mai, tale affermazione sociale ha dato “validità” a tutto il duro lavoro svolto da chi faceva questa professione nei decenni passati oltre ad aprire le porte ad artisti che, in un’altra epoca, non sarebbero stati in grado di esprimersi. Però nel contempo questo sistema apre le porte anche ad un mucchio di persone che fanno solo finta di essere dei DJ e sfruttano la cultura dietro questa professione per vanità personale e profitto economico. Ecco, ritengo che queste cose stiano seriamente mettendo in pericolo la scena dance e la sua credibilità». (Giosuè Impellizzeri)

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X-Form – X-Form (Vertikal Records)

X-Form - X-FormArrivare al successo non è semplice e non sempre si può pianificare a tavolino. Può accadere che un artista impieghi mesi o addirittura anni prima di centrare l’obiettivo, proprio come capita a Fabio Cataneo, Fabietto per gli amici, che incide il primo disco nel 1992. Si intitola “Crazy For Your Love”, lo firma come K.F. ed è ricamato sul tema di “Chase” di Giorgio Moroder.

«Approcciai alla produzione discografica nel 1991 collaborando con un collega torinese che muoveva i primi passi con Severo Lombardoni della Discomagic. Stava realizzando un pezzo e gli diedi qualche dritta sui campioni da usare. Mi ringraziò attraverso i crediti del disco ma niente di più» ricorda oggi Cataneo. E continua: «La mia prima produzione “ufficiale” fu invece “Crazy For Your Love” di K.F. (una sorta di acronimo di Kataneo Fabio), che feci in uno studio genovese in cui realizzai anche il primo X-Plora nel ’95, “Flow”. A dirla tutta, quando misi piede nel Nonsense Studio, dove già incidevano colleghi come Mario Scalambrin e Paolo Kighine aka Unity 3, non avevo tante idee o perlomeno non erano sufficientemente chiare. Il buon setup mi aiutò ad ottenere un discreto risultato che offrii alla Wicked & Wild di Fabio Carniel del Disco Inn di Modena, dove acquistavo regolarmente i dischi. Gliela feci sentire, gli piacque e ne stampò un migliaio di copie che andarono esaurite ma a cui non seguì alcuna ristampa. A creare il contatto con Carniel fu un amico comune, Daniele Mad. Già qualche anno prima partecipai alle competizioni del DMC organizzate in Italia proprio dal Disco Inn, e ciò creò l’occasione per andare a Londra e supportare gli italiani che disputavano la finale. Con noi c’erano anche Claudio Coccoluto e Steve Mantovani. Una cosa tira l’altra e Carniel mi segnalò per partecipare alla Walky Cup Competition, organizzata da Radio DeeJay all’Aquafan di Riccione. Quella volta, nel 1989, fui costretto a “scontrarmi” con Mauro Picotto che era un “mostro sacro” e le buscai, ma rimase comunque una bella esperienza».

Walky Cup Riccione 1989

Fabietto Cataneo durante l’esibizione alla Walky Cup Competition, nel 1989. A presentarlo, accanto a lui, è Fiorello

A “Crazy For Your Love” non segue più nulla sino al 1995, un tempo irragionevole se si pensa alla velocità con cui oggi viene consumata la musica, ma Cataneo chiarisce: «continuai regolarmente a lavorare come DJ in discoteca, ai tempi non c’era la necessità di pubblicare brani come oggi ed inoltre non avevo uno studio personale, quindi per buttare giù qualche idea ero costretto ad andare a Genova al citato Nonsense Studio. A darmi lo stimolo per ricominciare a produrre fu l’amico Fabio Piazzai che riceveva dischi da Londra e mi faceva sentire cose veramente innovative. Una sera del ’94 incidemmo in mansarda dei provini casalinghi mettendo insieme quel poco che avevamo, un Mac G3 ed una tastiera, ma senza particolari velleità. Dopo qualche mese volevamo riascoltare quei vecchi file ma il computer non ne voleva sapere, c’era qualche problema. Fortunatamente alcuni di quei demo li avevo precedentemente passati su cassetta e proprio tra quelli c’era la prima versione di “Pleasure Voyage” che peraltro ebbi modo di usare anche in qualche mia serata in discoteca. Quel pezzo mi piaceva ed iniziai a pensare di rifarlo ma in modo professionale. Così trovammo uno studio, più vicino rispetto a quello di Genova, il Magic Room (il nome glielo diedi io) ad Albenga, dove nacque la “Pleasure Voyage” che tutti conoscono. Feci ascoltare il demo su cassetta al proprietario dello studio nonché musicista e lui lo rifece praticamente identico utilizzando un sequencer Voyetra. Tra le funzioni di quel software ce n’era una che si chiamava X-Form da dove presi ispirazione per il nome».

“Pleasure Voyage” finisce su un doppio mix omonimo del progetto che apre il catalogo della Vertikal Records. Due le versioni, la strumentale Lunar Mix e la più nota Apollo Mix, alle quali si somma la dub rallentata a 100 BPM di “O-Zone (Space Dub)” e la più canonica progressive trance declinata in “Oise (Hardware Mix)”. Produttori esecutivi sono Bruno Cardamone e Giuseppe Devito, quelli di Humanize di cui abbiamo parlato qui. A fare la fortuna di “Pleasure Voyage” è probabilmente l’idea di “decorare” il brano con le voci che raccontano un evento storico, la missione dell’Apollo 8 partita il 21 dicembre 1968 (sebbene in tanti, ai tempi, la confondano erroneamente con la più nota Apollo 11 del 16 luglio 1969 commentata per l’Italia da Tito Stagno) con cui per la prima volta l’uomo lascia l’orbita terrestre per arrivare nei pressi della Luna ma senza sbarcare su essa. Su un riuscito mosaico tra spoken word in lingua originale americana e in italiano si innesta la traccia, un crescendo rossiniano che arriva a toccare i circa dieci minuti di durata e che nella parte centrale vede inglobato il vagito di un bambino.

«Feci ascoltare il demo finale al citato Cardamone che gestiva un negozio di dischi ed aveva contatti con case discografiche milanesi. Mi suggerì la neonata Zac Music e prendemmo appuntamento col manager Emilio Lanotte. Sentì il demo ma a colpirlo in particolar modo non fu “Pleasure Voyage” bensì “O-Zone (Space Dub)”, in battuta rallentata. Il responso comunque fu positivo, il disco poteva essere pubblicato. Per realizzare quei brani utilizzammo un equipment base per l’epoca, un Roland JD-800, un E-mu Morpheus per i pad ed una Novation Bass Station Rack, tra gli strumenti più in voga per realizzare i synth che davano molto movimento alle tracce. Relativamente a “Pleasure Voyage” invece, nacque prima la versione strumentale, la Lunar Mix. Qualche settimana dopo volli farne una seconda inserendo voci atoniche che recuperai attraverso un disco probabilmente allegato come omaggio a qualche rivista. A ciò aggiunsi il “we are the future” preso dalla In Dub Mix che Jam & Spoon realizzarono per “Go” di Moby, e il vagito di un bambino. L’idea dell’uomo che raggiungeva la Luna per me rappresentava un nuovo inizio ed una nuova vita, il pianto di un bimbo mi parve adatto per raccontare la nascita di una nuova era. Il risultato mi convinse ma il mio collega non fu dello stesso parere. Comunque a conti fatti restava solo una versione in più quindi decidemmo di tenerla.

Il disco iniziò a circolare nella seconda metà di luglio del ’95 ma visto che ad agosto le case discografiche sono chiuse per ferie l’uscita slittò a settembre. Per diverse settimane non avvenne praticamente niente. L’ufficio promozione della Zac, diretto da Paolo Caputo, funzionava bene ma nonostante la buona volontà non riuscimmo a vendere più di 1000/1500 copie. La situazione cambiò in autunno quando Molella ascoltò “Pleasure Voyage” in una discoteca torinese dove era ospite. Chiese ragguagli al DJ che l’aveva passata e il giorno dopo contattò la Zac domandando la ragione per cui il disco non gli fosse stato inviato. Caputo gli rispose che il doppio di X-Form lo aveva mandato eccome ma forse passò inosservato in mezzo ai tanti promo che riceveva. Molella se ne innamorò ed iniziò a programmarlo con frequenza nel suo programma, Molly 4 DeeJay (a cui abbiamo dedicato un reportage qui, nda). Poi finì nella DeeJay Parade, nella classifica di 105 e persino in quella di Tv Sorrisi E Canzoni. A ciò si aggiunse l’inserimento in numerose compilation e varie licenze all’estero. Insomma, pur non vendendo di botto un grande numero di copie e tenendo conto che fosse un doppio mix, il risultato non fu affatto deludente».

Nel Magic Room Studio, 1995

Fabietto Cataneo nel Magic Room Studio, in una foto scattata nel 1995

Il follow-up di “Pleasure Voyage” si intitola “Hiroshima”, esce nella primavera del 1996 e mantiene la stessa linea stilistica gravitando intorno ad un altro evento epocale della storia contemporanea, l’esplosione della bomba atomica in Giappone nel ’45. Anche qui si ritrova incastonato un messaggio, di pace vista la tematica, “no more Hiroshima”. «Di demo e provini ne avevo tanti, tutti realizzati presso il Magic Room Studio. Alla Zac scelsero “Hiroshima” visto che continuava a battere il filone “storico”, ma nonostante la forte somiglianza con “Pleasure Voyage” vendette appena la metà del primo X-Form. Probabilmente il follow-up più adatto sarebbe stato “Escape From Planet X” che firmammo come Suoni Futuri. Ai tempi producevo parecchi brani ma quelli di taglio più techno li convogliavo sotto il nome X-Plora che era il progetto parallelo ad X-Form».

X-form (singoli)

In alto la copertina di “Hiroshima”, in basso quella di “Space Allert/Apollo 13 (We Have A Problem)”. Sono i dischi che chiudono la trilogia di X-Form nel 1996

La trilogia di X-Form si chiude nell’autunno del 1996 attraverso “Space Allert / Apollo 13 (We Have A Problem)“, con cui torna protagonista la tematica spaziale, la missione dell’Apollo 13 del 1970, tormentata da problemi tecnici che ne impedirono l’allunaggio e complicarono il rientro sulla Terra. L’interesse del grande pubblico però è assai ridimensionato rispetto a quanto avvenuto appena un anno prima con “Pleasure Voyage”. «Il fenomeno dream progressive subì un calo già alla fine del ’96, da genere “commerciale” supportato dalle varie radio tornò, nell’arco di pochi mesi, ad essere un fenomeno di nicchia. Le voci in “Space Allert” erano di Fabio Arboit, ai tempi speaker di Radio Capital, mentre “Apollo 13 (We Have A Problem)” proseguiva nel solco dei due precedenti».

Nel 1997 Cataneo continua l’avventura da solo incidendo un nuovo doppio LP intitolato “X-Form” ma firmandolo col proprio nome e cognome anagrafico. All’interno un nuovo riferimento storico, “Radio Praga”. Le matrici sono ancorate in prevalenza alla progressive trance, le stesse portate avanti in X-Plora, ma disseminati ci sono indizi che riportano ad altri scenari, su tutti gli echi funky di “Funk Train”. In parallelo realizza “The Persuaders”, risuonando l’omonimo di John Barry del ’71 in chiave chemical beat, probabilmente per iniziare a scrollarsi di dosso quella monotematicità progressive che alla lunga poteva diventare una zavorra. «Il contratto con la Zac prevedeva la pubblicazione di un album che fu “Work In Progressive” pubblicato ad inizio ’97. In quello stesso anno però la Zac stessa chiuse. Visto che avevo un bel po’ di materiale a disposizione, pensai che fosse giunto il momento di creare la mia etichetta personale e così nacque la Fab Records distribuita dalla Level One, fondata da Emilio Lanotte e Joe T. Vannelli. Decisi di non usare più il nome artistico X-Form poiché legato alla Zac e non volevo che sorgessero malintesi e problemi di sorta. Lo stile era ancora di stampo progressive ma non mancavano contaminazioni funky che derivavano dai miei esordi da DJ nei primi anni Ottanta, oltre a riferimenti a Chemical Brothers, Fluke e Prodigy che ascoltavo spessissimo in quel periodo. Avevo voglia di sperimentare cose nuove e provai a stampare pezzi un po’ diversi per testare la risposta del pubblico. Quel genere però, commercialmente parlando, era al tramonto e si vendeva sempre meno, non più di cinquecento/mille copie ad uscita e senza poter ambire a fare la differenza. Praticamente riuscivo solo a coprire le spese e così, dopo undici pubblicazioni in due anni, la Fab Records giunse al capolinea».

Nel nuovo millennio Cataneo continua a produrre musica per la Epic (gruppo Sony) e la Adaptor Recordings, e nel 2009 ripesca “Pleasure Voyage” attualizzandola in chiave electro house. «Rispetto agli anni Novanta credo che oggi prevalga l’immagine a scapito del contenuto. Scarso bagaglio culturale e poca esperienza non aiutano di certo, ma nonostante ciò c’è chi riesce ad arrivare a palchi prestigiosi in tempi brevissimi. Chiaramente non basta salire sulla consolle del Tomorrowland o di altri eventi simili per trasformarsi automaticamente in DJ, a certi risultati si dovrebbe giungere per gradi maturando la giusta esperienza. Oggi tutti vogliono arrivare in cima alla montagna nel più breve tempo possibile ed usando ogni mezzo. In Italia ci sono validi DJ e produttori ma probabilmente non in grado di creare fenomeni musicali come in passato e per questo motivo sono costretti ad adeguarsi a ciò che funziona di più». (Giosuè Impellizzeri)

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Johnny Dangerous – Problem #13 (Hourglass Recordings)

johnny-dangerous-problem-13Nel 1992 Johnny Dangerous, nato John Holiday, incide un brano destinato a diventare un cult della house. Alle spalle ha solo “Reasons To Be Dismal?” firmato Foremost Poets sulla Nu Groove Records, un altro di quei titoli che vengono spesso ricordati da chi visse l’epopea della house a stelle e strisce. In un primo momento, come capita spesso ai tempi, il pezzo viene pubblicato su vinile white label e col titolo provvisorio “Beat That Bitch With A Bat”. «Era inciso solo da un lato, senza alcuna indicazione ad eccezione di autore e titolo. Volevo capire se fosse possibile attirare l’attenzione del pubblico, quindi alla fine fu una specie di esperimento sociale» oggi racconta Dangerous.

Il brano viene ripubblicato in formato ufficiale col titolo definitivo “Problem #13” sulla Hourglass Recordings, etichetta che però ha vita brevissima con appena due dischi in catalogo. «Era la mia label personale e fu colpa mia se rimase operativa per così poco tempo. Talvolta si commettono errori quando si tenta il business con approccio artistico, così come si può fallire se si imbocca la carriera artistica motivati unicamente da questioni economiche. Sono due linguaggi radicalmente differenti. Comunque si può trarre vantaggio dai fallimenti, ed è quanto accaduto a me. In passato ero attratto da molte cose e, preso dalla smania di fare, provai a realizzare tutto ciò che mi sembrava giusto. La Hourglass Recordings fu un modo per ricordare a me stesso che il tempo fugge ma purtroppo non ero maturo a sufficienza per capire come farla funzionare a dovere, avevo solo 23 anni. Non credo mi mancassero le facoltà ma dovevo fare una cosa alla volta».

Come talvolta accade per certi brani, a catalizzare l’attenzione è già il titolo che sembra nascondere un significato, probabilmente correlato al James Shabazz Of Temple #25 menzionato nei crediti e a cui il disco viene dedicato, col messaggio ‘stop the killing’. «”Problem #13″ si riferiva ad una lezione che si interrogava su quale fosse il corretto linguaggio da usare per ottenere le giuste risposte dal proprio interlocutore. Un linguaggio adeguato è fondamentale per attirare l’attenzione della gente, e saper parlare al pubblico è necessario per rendere il mondo un posto migliore. Insomma, il linguaggio è la chiave di accesso per entrare nella mente di chi ti ascolta. James Shabazz era uno studente di teologia e pastore, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, molto vicino all’attivista religioso Elijah Muhammad. Fu assassinato nel settembre 1973. Ha lasciato grandi insegnamenti alla comunità di Newark, nel New Jersey, la città dove sono cresciuto» (qui si rinviene l’articolo sul Chicago Tribune relativo all’omicidio , nda). «Ad ormai 24 anni dalla sua pubblicazione posso rivelare che “Problem #13” non fu accolta benevolmente da tutti. Come dicevo prima, si trattò di una sorta di esperimento sociale, la missione era attirare l’attenzione del pubblico mandando un messaggio sulle ingiustizie a cui assistiamo ogni giorno e al tipo di posizioni che potremmo assumere in relazione ad esse. Il testo parla di mancanza di rispetto, di essere respinti e trascurati. A posteriori mi rendo conto di quanto sia difficile affrontare temi di una certa rilevanza in appena una canzone».

Stilisticamente il brano ricorda la house dei primordi di Chicago, con ritmiche abbastanza grezze (in cui presenzia un ritaglio di “Dance” di Earth People, uno dei tanti progetti di Pal Joey) e suoni tetri, combinati ad assoli di campane ed allo spoken word, distintivo di altre produzioni di Holiday (come “Moon Raker”). «Suonai personalmente tutte le parti. Gli archi li ottenni con una tastiera, il groove con una Roland TR-808. Il brano era frutto di un minimalismo spiazzante, una keyboard ed una drum machine, non avevo nient’altro. Joseph (il vero nome di Pal Joey, nda) è un mio grande amico, e credo che il suo brano “Dance” abbia cambiato le carte in tavola in modo radicale, per questo volli inserire un frammento nel mio».

Johnny Dangerous (Downtown)

“Problem # 13” viene pubblicato anche in Italia dalla Downtown del gruppo Time Records

Per Johnny Dangerous lo scenario di riferimento si amplia, e dai club si ritrova catapultato nelle chart e tra le platee più generaliste. In Italia il buzz viene innescato dalla Downtown, etichetta della bresciana Time Records, che prende in licenza il brano. «Fu una delle prime label a mostrarsi interessate ma ottimi responsi giunsero già dalla prima tiratura su white label. Me ne accorsi quando andai in un negozio e trovai il disco con un’etichetta di colore diverso rispetto a quella che avevo fatto realizzare. Era evidente che qualcuno avesse bootlegato il brano per guadagnarci senza che ne sapessi nulla. Stavano lucrando su un pezzo che, a sua volta, parlava di chi lucrava a spese di altri: che paradossale ironia! Come detto all’inizio, incisi quel brano come esperimento ed ero ancora molto inesperto, il mio business era pari a quello di un bambino, e i bambini spesso perdono le cose di cui fanno fatica a riconoscere la giusta importanza e valore. A trarre maggiori profitti da “Problem #13” furono coloro che sapevano già bene cosa fare con esso. In un arco di tempo di circa 25 anni, credo che il brano abbia fatto guadagnare qualche milione di dollari. Come faccio a saperlo? Semplice, è ancora vivo e richiesto, non ci sono altre spiegazioni. Non ho visto l’ombra di un dollaro ma questo non scalfisce neanche un po’ la sua potenza. Basti chiedere a chi gravitava intorno alla club scene dei tempi. Una volta persino Timbaland mi fece i complimenti. Lui è nel circuiti pop, hip hop ed r&b, non avrebbe ragione di mentirmi».

Nel 1993 la Downtown pubblica il remix di “Problem #13” a firma Joe T. Vannelli & Paolo Ray (col basso carpito da “The Visitors” di Gino Soccio e riciclato tre anni dopo in “Baby Hold Me” di Frank’O Moiraghi Feat. Amnesia) e poi licenzia “Father In Heaven”, annunciato come follow-up di “Problem #13” e remixato da Mr. Marvin e Christian Hornbostel, Unity 3 (Marco Franciosa, Mario Scalambrin e Paolo Kighine) e dai Perez (Alex Neri e Stefano Noferini). Per qualche mese Johnny Dangerous viene risucchiato dal mondo dei grandi numeri. «Questa chiacchierata mi sta facendo riflettere sul fatto che la mia musica sia circolata in Italia più di quanto ricordassi. Il nuovo album, che si intitolerà “The Richard Long Theory” e che sarà pubblicato a fine anno, potrebbe rappresentare l’occasione perfetta per tornare dalle vostre parti. Mi piacerebbe molto incontrare DJ, discografici e direttori artistici di club italiani».

“Problem #13” diventa un inno e fa il giro del mondo. Come avviene di solito in questi casi, una serie infinita di remix alimentano senza sosta la vitalità di un brano che riappare col titolo modificato in “Beat That Bitch”. Il buzz è tanto forte che nel 2009 lo stesso Dangerous intitola l’album su Nite Grooves proprio “Problem #13”.  A dispetto del nome di quella piccola etichetta nata e morta in breve tempo, la clessidra sembra non esaurirsi mai. «È stato il tempo a trasformarlo in un cult, e il tempo è qualcosa difficile da comprendere, soprattutto nella musica. Il mio esperimento ebbe un forte impatto sul mercato e così già nel 1996 la King Street Sounds decise di cambiare il titolo per renderlo più accessibile al grande pubblico. Fu un chiaro espediente di marketing, voler identificare il pezzo con l’hook principale e non con un titolo strano che apparentemente non aveva nulla da spartire con lo stesso brano. Alla fine l’importante è coinvolgere chi ti ascolta, ma talvolta è più facile a dirsi che a farsi. “Problem #13” resta comunque uno dei miei ricordi migliori degli anni Novanta, quando avevo vent’anni. Di quei tempi mi mancano persone che non ci sono più, amici, dischi, e gli impianti di Richard Long a cui ho dedicato il mio nuovo album citato prima. Allora bastava vedere il tuo nome girare sul disco messo sul piatto per pensare di avercela fatta. Il grandioso lavoro di ingegneri come Long, Gary Stewart o Kenny Powers era tra le ragioni per cui la generazione di produttori a cui appartengo ha lavorato così duro, cercando di fare musica degna di essere riprodotta dai loro sound system». (Giosuè Impellizzeri)

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Kighine – Superstereotestrecord (DBX Records)

Kighine“Superstereotestrecord” esce nel 1996 ed è uno di quei dischi che si riconoscono a primo ascolto. Autore è il DJ Paolo Kighine, soprannominato amichevolmente “il professore” («nel 1993 ogni tanto mettevo degli occhialetti tondi e, al Duplè, Francesconi iniziò a dire al microfono che sembravo un professore», dall’intervista di Lorenzo Magnozzi su Soundbound.it), che decora il battente ritmo in 4/4 e la spirale acida con sezioni vocali in italiano per “un severo collaudo dell’impianto stereofonico”.

«Avevo un vecchio LP della Vedette intitolato “Superstereo Test Record” che veniva usato nei negozi di hi-fi per provare i cosiddetti impianti “esoterici”, il meglio del meglio insomma. Da tanto pensavo di utilizzarlo in discografia e così un giorno mi chiusi in studio e la traccia venne giù di getto, adoperando anche una Roland TB-303 ma non collegata in MIDI, messa “in battuta” praticamente a mano» descrive l’autore. La sigla 303, tra l’altro, si ritrova ben evidenziata sulla copertina e sull’etichetta centrale del disco e, per una curiosa coincidenza, il numero di catalogo, 033, contiene esattamente gli stessi numeri seppur in ordine diverso.

La prima parte del Test One scorre via con la classica rigidità a cui è sottoposta la progressive/techno dei tempi mentre la seconda, introdotta da un lungo break con voci e rullata incorporata (soluzione che si ritrova anche in “Zero” di Bassman, uscito sempre nel 1996 e remixato dallo stesso Kighine) vede la presenza di alcuni elementi melodici. Pensando al mercato estero, il DJ appronta una versione in inglese, la Test Two, «realizzata con le voci incise su un disco simile a quello della Vedette che trovai in un mercatino dell’usato» rivela. C’è spazio anche per la Test Your Own Dub, con variazioni legate alla stesura ed aggiunta di parti percussive, in cui si registra il contributo di Roby X, amico di Kighine e socio del negozio di dischi, il Diskotic di Genova. Pare persino che esista una quarta versione, in lingua tedesca, presente nella compilation “Rave Now! 8”, ma l’autore dice di non saper nulla in merito.

A pubblicare il mix è la DBX Records di Joe T. Vannelli, ai tempi nota a livello internazionale perché etichetta su cui escono le hit di Robert Miles. «Ritenevo che il brano avesse potenzialità e così, tramite amici comuni, andai a Milano per farlo sentire a Vannelli. Lui, essendo anche un doppiatore (fu voce ufficiale di Grand Prix e Jonathan Dimensione Avventura, programma del compianto Ambrogio Fogar, oltre ad essere scelto per spot di Parmalat, Smart, Lotto e Fiat, nda), riconobbe subito la voce e per evitare problemi di clearance decise di rivolgersi ad un altro prestavoce, ugualmente bravo, per rifare le parti».

In autunno “Superstereotestrecord” conquista una manciata di passaggi nel DeeJay Time di Albertino (ascolta qui): «Il disco vendette bene, e nel periodo in cui veniva trasmesso addirittura come primo brano del DeeJay Time, “per provare l’impianto della radio”, come diceva scherzosamente Albertino, andò veramente a ruba. Ricordo il 1996 con grande piacere, ci sentivamo parte di un qualcosa di grande, i nostri dischi li passavano tutti, erano riconosciuti subito dal pubblico, ci siamo divertiti tanto». L’affermazione in Italia della cosiddetta musica progressive, però, significò anche uno sfiancante logorio commerciale col conseguente svilimento degli intenti, infiacchimento delle idee e netta omologazione. «Per evitare l’appiattimento passai ad altro, per me la noia è fare qualcosa in cui non credo» conclude il DJ.

Dual Band - GSM

“GSM”, edito da Stik nel 1999, è il brano che dà avvio alla collaborazione tra Paolo Kighine e Francesco Zappalà uniti nel progetto Dual Band 

Per Kighine, che ha recentemente tagliato il trentennale d’attività, “Superstereotestrecord” è il disco che connette le due fasi della sua carriera discografica: la prima è collocata tra 1992 e 1995 ed è contraddistinta in prevalenza da progetti condivisi con Marco Franciosa e Mario Scalambrin (“Fluxland” di XL, remake dell’omonimo di Charly Lownoise, “The Age Of Love Suite” di Unity 3 che finisce persino sulla londinese NovaMute) e col compianto Roby J (Chinese Restaurant), oltre a vari remix (per The Fog, DJ H Featuring Stefy, 20 Fingers, Mad Mike di Underground Resistance); la seconda comincia nel 1999 con la collaborazione con la Stik a cui approda con Francesco Zappalà e il progetto Dual Band. Sarà proprio l’etichetta modenese ad affidargli la direzione della Minimalistik, nata nel 2001 con lo scopo di seguire rotte legate alla minimal techno destinata ai club e per cui il DJ studierà diverse soluzioni raccolte nei volumi di “Patchwork Trax” e “Demo Trax”. (Giosuè Impellizzeri)

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Molly 4 DeeJay: hard trance, makina ed happy hardcore su Radio DeeJay

MolellaLunedì 6 febbraio 1995: nel palinsesto pomeridiano di Radio DeeJay, alle 16:35, appare un nuovo programma. A condurlo è un DJ già noto a chi segue il network di Via Massena, soprattutto ai fan del DeeJay Time. Trattasi di Maurizio Molella, protagonista (insieme a Fargetta) dell’Original Megamix il sabato notte, ma l’appuntamento, ridotto ad una striscia quotidiana di pochi minuti, figura pure nel fortunato programma di Albertino. Sono ormai lontani i tempi in cui il DJ/produttore si occupa di sola regia, con Gerry Scotti e con Amadeus prima e con Jovanotti poi, per “1-2-3 Casino!” che nel 1988 lo porta in televisione facendolo diventare molto popolare con lo slogan ‘Molella martella’. Poco più che trentenne Molella avvia una nuova fase della sua carriera, non più relegata al solo DJing ma anche al ruolo di speaker. In merito a ciò a luglio 1995 il DJ/giornalista Nello Simioli scrive su una rivista: «Il passaggio da tecnico a speaker di Molella potrebbe incoraggiare molti DJ a cimentarsi davanti al microfono, abbattendo le barriere che da sempre dividono questi due rami del mondo radiofonico».

All’inizio Molly 4 DeeJay lascia perplessi e forse anche spiazzati, non si tratta esattamente di un classico programma radiofonico condotto in modo tradizionale. Gli interventi vocali sono ironici e veloci, intervallati da slogan ed incastrati chirurgicamente in suoni, sample ed effetti speciali, tutti sapientemente coordinati dal tecnico in regia, Daniele Tognacca alias Tony H. Una sorta di blob dopato, concentratissimo, senza esitazioni, fresco, veloce (dura appena venti minuti ed è ovviamente privo di interruzioni pubblicitarie) e che presto si rivela vincente. Il programma è rivolto ad un pubblico molto giovane, attratto da musica aggressiva, graffiante, spesso assordante per chi è abituato ai registri sonori della classica “radio dance” nostrana. Tony H ricorda, nell’intervista rilasciata per Decadance Extra: «Molly 4 DeeJay necessitava di tantissimo lavoro ed essendo piuttosto sperimentale anche nel tipo di conduzione, non era detto che i nostri sforzi poi sarebbero stati ricompensati. Durava appena venti minuti ma occorrevano ore sia per il montaggio della puntata, sia per la ricerca della musica».

La prima edizione va in onda da febbraio 1995 a luglio dello stesso anno, e resta la meno nota al grande pubblico. La dance che Radio DeeJay ai tempi promuove concede spiragli sulle “bastardizzazioni” della techno, ma nulla o quasi che offra agli ascoltatori una visione più ampia dei generi musicali in auge all’estero. In quel periodo Molella osa più di Albertino, e col suo programma offre ponti di connessione con Paesi come Germania ed Olanda, oltre a farsi promotore di uno stile ancora sconosciuto in Italia detto makina, un mix tra techno, trance ed happy hardcore inventato in Spagna. La proposta settimanale del programma prende proprio il nome di Disco Makina (consuetudine ripresa anni dopo in Mollybox, su m2o), e suona ogni giorno, all’inizio o talvolta alla fine della puntata. Il primo Disco Makina nonché primo brano passato in Molly 4 DeeJay è “Computerliebe” dei tedeschi Das Modul, ai tempi in high rotation su Viva, il noto canale televisivo tedesco. Nello stesso solco Molella e Tony H programmano cose simili, da “You Make Me Feel So Good!” di DJ Thoka a “Pump Up The Bass (Remix)” di Sequential One, da “Basic” di Kike Boy & Demolition a “Multicriminal City” di Frankfurt Terror Corp., passando per “Razzia II” di M, “Musica Maquina” di Ramirez, “Whatever” di Loose That, “The Age Of Syn” di Syn-R-G, “Papaumama” di K.O.’s (o forse era la cover italiana di Bad Boys?), “Sandman” di Bamby, “Come On” di Axis, “Experience (Follow Me)” di RMB, “1,2,3,4” di Ultra-Sonic, “Bam Bam Bam” di WestBam, “Io Sono Illuminata” di Corleone, “Take Off” di Raver’s Nature, “Spacebaby” di Spacebaby, “Tangoá” di Zong!!, “Tribute To Verdi” di MC Hair, “Tears Don’t Lie” e “Droste, Hörst Du Mich?” di Mark ‘Oh, “Hardcore Vibes” di Dune, “Wahaha” di Booma, “The Ultimate” di Antic, “Universal Sound” di Fanatic Cracks, “Dream Of You” di Venusia (la versione Quasar di Cirillo), “The Meltdown” di Lunatic Asylum, “Fire” di Plutone, “Mobile” di Interactive, “Trip To Raveland (Frankie Jones Remix)” di Marusha e “This House Is Hot” di Ego 69.

Non mancano trance ed hard trance con “Fantasy” ed “Infinity” di Taucher, “Oasis” di Paragliders, “You Gotta Say Yes To Another Excess – Great Mission” di  Jam & Spoon Hands On Yello, “Feel (Legend B Remix)” di Cenith X, “Superstitious” di Luxor, “Outface” di Komakino, “Wavemaker” di Aqualite, “Let There Be House” di Cherry Moon Trax e “Violet Space” di Pascal Device. Spazio anche alla house (il remix di Todd Terry di “Missing” degli Everything But The Girl, programmato con abbondante anticipo, “One Love Family” di Liquid, “Sex On The Streets” di Pizzaman, “Hideaway” di De’ Lacy, “Don’t Laugh” di Winx, “I Believe” di Celvin Rotane) e ad hardcore/happy hardcore (“Equazion Part 4” di Q-Tex, “Let The Bass Be Louder” di Stingray, “Falling In Love” di Rave-O-Lution, “M.F. Bass In Your Face” di Too Fast For Mellow, “A.E.I.O.U.” di DJ Buby Featuring The Stunned Guys, “Nilotic Express” di Hanoi).

Probabilmente invogliato dai successi che, tra la fine del 1994 e il 1995, toccano la soglia dei 160 BPM (“The Mountain Of King” di Digital Boy, “Wonder” di DJ Cerla & Moratto, “Baraonda” di Ramirez, “You Make Me Cry” dei Bliss Team, “Nowhere Land” di Club House, “Heaven Or Hell” di R.O.D., “Sopportare” di Z100, “Only Pip” di Pacific People, “Hyper Hyper” di Scooter, “Outside World” di Sunbeam, “Welcome To The Future” di Exit Way, “Flying High” di Captain Hollywood Project, “Movin’ On” dei Da Blitz, “Hypnose” di Scorpia, “If You Wanna Party” dello stesso Molella, artefice anche del remix di “Feel It (In The Air) di JT Company), Albertino, che ai tempi è per davvero una sorta di Pete Tong italiano in grado di trasformare in successo quasi qualsiasi cosa metta in scaletta, sceglie alcuni brani di Molly 4 DeeJay per il suo DeeJay Time, come i citati “Computerliebe” e “Basic”, entrati anche nella DeeJay Parade rispettivamente il 25 marzo e il 10 giugno, e “Luv U More” di DJ Paul Elstak, remixato in seguito da Molella e per cui si aprono le porte della classifica dance più ascoltata d’Italia il 19 agosto. Una manciata di passaggi nel DeeJay Time, in primavera, vengono conquistati anche dai citati Dune e Komakino. Un paio di pezzi finiscono invece nella compilation “Megamix Planet” che Molella si divide col collega Fargetta (“Megamix Planet” prende il posto di “Original Megamix” probabilmente a causa degli stessi motivi per cui quello stesso anno la “DeeJay Parade” diventa “Alba”, «quando Cecchetto uscì da Radio DeeJay, a fine ’94, il progetto fu bloccato per due anni e si trasformò in “Alba”», dal libro “Sentimento Espresso” di Giacomo Maiolini).

Della prima edizione di Molly 4 DeeJay si evidenzia la prevalenza di materiale discografico proveniente dall’estero, seppur poi molti brani vengano presi in licenza da case discografiche italiane (e qui sarebbe interessante capire se prima o dopo il passaggio in M4DJ, per determinarne il grado di influenza sul mercato domestico). Segno che in Italia non sia ancora scoccata l’ora x per un certo tipo di musica, strumentale e legata a derivazioni techno e trance, messe da parte a favore di eurodance ed italodance dopo l’exploit nei primissimi anni Novanta (vedi il filone del cosiddetto “hoover sound” – zanzarismo da noi -, e i vari Human Resource, Second Phase, Joey Beltram, L.A. Style, Outlander, Frank De Wulf, N-Joi, Quadrophonia, Speedy J). È plausibile quindi che ad incoraggiare la commercializzazione italiana di generi come trance, hardcore e progressive trance sia stato anche Molly 4 DeeJay.

La seconda edizione va in onda dal settembre 1995 (probabile che fosse il 25, in concomitanza con la nuova stagione del DeeJay Time) al giugno 1996, è la più lunga delle tre e senza dubbio la più nota e fortunata, ricordata ancora oggi da innumerevoli fan nostalgici. I risultati in rete parlano chiaro, è quella di cui si rintracciano più registrazioni (è possibile ascoltarne alcune qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui e qui). Dalle 4:35 del pomeriggio (ma lo slogan-tormentone “Prendi questo treno alle 4:36, prendi questo treno, c’è Molly 4 DeeJay” di fatto sposta l’inizio del programma di un minuto) alle 17:00 sulle frequenze di Radio DeeJay tornano suoni atipici per quella fascia oraria. La sigla di apertura è tratta da “Sentinel” di Simon C, pezzo hardcore pubblicato nel 1994 dall’olandese K.N.O.R. Records degli Human Resource (proprio quelli di “Dominator”). Le voci invece, in classico “vocalist style”, sono di Elena Marmugi alias Lady Helena e di Lukone, curioso personaggio che ai tempi affianca Filippo Carmeni nel progetto Z100. Invariato lo stile degli interventi vocali tra un brano e l’altro, come del resto il Disco Makina, introdotto dal “party people” preso da “Whoomp! (There It Is)” dei Tag Team. Le novità introdotte sono due: Pura Vida, la classifica dei cinque brani più forti, in onda ogni venerdì e presente anche sulla Pagellina (punto di riferimento per discografici e DJ) distribuita in tutti i negozi di dischi, e l’inserimento nel DeeJay Time di Molly 4 DeeJay Missione Segreta, rubrica che ogni giorno, alle 15:30, ospita un brano tratto dalla programmazione di Molly 4 DeeJay di cui vengono svelati (ma talvolta con qualche errore, forse intenzionale) autore, titolo, etichetta e versione. Questo perché Molly 4 DeeJay non diffonde alcuna informazione relativa alle musiche che propone, e ciò scatena nei fan più sfegatati una sorta di sfida nell’individuare titoli ed autori. Ad affiancare Molella in Molly 4 DeeJay Missione Segreta è DJ Giuseppe, che rende tutto meno serioso ed anche un pizzico demenziale (qui è possibile ascoltare una registrazione del novembre 1995).

Nei primi mesi si continua a battere il percorso tra musica makina, happy hardcore, rave techno/hard trance e sprazzi progressive con pezzi tipo “Stars” di Charly Lownoise & Mental Theo, “Are Am Eye?” di Commander Tom (suonato rigorosamente da metà stesura in poi), “Mystery” di Code-16, “Last Anthem” di Casio Brothers, “Recall” di Sandman, “Love Is In The Air” di Perplexer, “Close Your Eyes” di Mega ‘Lo Mania, “Anybody (Movin’ On)” di Masterboy (il Neon Rave Remix di Felix Gauder), “Deeper Love” di Bounce #9, “1-2-3-4 All The Ladies On The Floor” di No Sukkaz, “Hardcore Dreams” di Happy Ravers, “Moments Of Decision” di NIP Collective, “X-Beat” di Dr. Pravda, “My Gift To You” di Lello B., “After Hour” di Mr. Bruno Togni, “Oh Yeah” di Plutone Hands On Yello, “Upside Down” di Interrupt, “High On The Edge” di Housetrap, la natalizia “Jingle Bells” di Yello, “We Fly To Fairyland” di Rave Busterz, “Direct To Rave (Placid K Remix)” di Digital Boy, “You’re The One” di Hysterie, “Used & Abused (Amnesia Mix)” di Party Animals e “We Will Rock You” dell’inventato e mai esistito Q-Inno (in realtà autore del mash-up è un americano di origini italiane che abbiamo intervistato in Decadance Extra ricostruendo per intero l’incredibile storia del suo brano). Frammenti di “The Underworld” di Genaside, invece, vengono usati per uno dei jingle.

Come accaduto nella prima edizione, di tanto in tanto filtra qualcosa più house oriented, tipo “Weekend (Full Intention Remix)” di Todd Terry, “My Thang” di Bosstune, “I Got A Love” di B-Code, “Climbing On Top Of Love” di MBG Feat. Mata J e, in primavera, “Instant Replay (Three Different Grooves)” di Instant Replay, “Give Me More” di Pride 1, “Such A Feeling” di DJ Delicious, “Oh-La-La-La” di Justine Earp, “Funny Walker” di The Difference ed “Hyper-Ballad (The Stomp Mix)” di Björk, remixata dal compianto Mark Bell degli LFO, versione a quanto pare pubblicata solo su un ricercato doppio mix promozionale.

A novembre 1995 Molella dichiara in un’intervista: «Propongo musica dalle sonorità e ritmi nuovi e sperimentali, guardando con occhio attento e critico tutto quello che di nuovo avviene nel mondo e in particolare in Europa». I tempi sono propizi per la prima compilation, “Makina Compilation”, che esce proprio a novembre (su Do It Yourself, etichetta di cui è socio lo stesso Molella) e raccoglie, oltre a brani già citati, anche “Giallone Remix” di Gigi D’Agostino & Daniele Gas, una versione personalizzata di “X-Program” di Rexanthony, “Sikret” di Russoff ed un paio di mine Hardcore, “Jiiieehaaaa” degli olandesi Diss Reaction e “Bim Bum Bam” degli italiani Stunned Guys. Ad aprire la sequenza è “To Ton” de La Nonna, altro personaggio-tormentone del programma, mentre a caratterizzare la compilation è una lattina (vera!) inclusa nel package, un gadget-feticcio che tanti usano come portapenne.

Il numero dei fan inizia ad aumentare ma le selezioni musicali non si conformano subito alle regole commerciali: “Deep Obsession” di June Pirate & DJ Jordan, “The Theme” di Cosmo Kid, “Rotorman” di DJ Tim, “Acid Phase”, “Tone” ed “OUT OUT OUT OUT” di Emmanuel Top, “Fear Of Love” di Aida, “Slaves To The Rave” di Inferno Bros., “España Z” di Marco Zaffarano, “Overflow” di Code-18, “Bleep Blaster” di Rave Creator ed “Outward Journey” di Wayfarer sono solo alcuni dei brani che confermano la voglia di non seguire le solite esigenze radiofoniche. Pian piano però Molly 4 DeeJay (e in particolare il Disco Makina) finisce col diventare il contenitore di pezzi che, dopo qualche settimana, vengono “adottati” dal DeeJay Time e che quindi vedono aumentare esponenzialmente la propria popolarità. Di casi se ne possono citare davvero a iosa: da “La Campana” di DJ Dero a “Discoland” di Tiny Tot, da “Crisia” di U4EA (tra i pochi ad entrare due volte nella storia della DeeJay Parade, il 25 novembre 1995 e il 13 gennaio 1996, escluso temporaneamente per far spazio al natalizio “Christmas With The Yours” de Il Complesso Misterioso) ad “Eternally” dei Quadran (che partecipano alla festa di capodanno del DeeJay Time al PalaStampa di Torino), da “Son Of Wilmot” di Mighty Dub Katz a “Play This Song” di 2 Fabiola, sino a “Techno Cat” del compianto Tom Wilson, “The Master” di The Master (Disco Makina in autunno ma entra in DeeJay Parade solo il 17 febbraio 1996), “I Wanna Be A Hippy” di Technohead (suonato a 33 giri anziché 45), “Sky Plus” di Nylon Moon, “Can’t Stop Raving” dei Dune ed ancora “The Search” di Trancesetters, “Universal Love” di Natural Born Grooves, “The Truth” di Trinity, “Pleasure Voyage” di X-Form, “It’s Magic Away” di Confideance, “Noisemaker” di Dr. Kreator, “Love Is You” di Happymen, “Siren” di Sex Alarm, “Smoke” di Smoke, “Moon’s Waterfalls” di Roland Brant, “The Nighttrain” di Kadoc, “Progressiv Attack” di Code-20, “Profondo Rosso” di Flexter, “Metropolis (The Legend Of Babel)” di DJ Dado, “Music (Molella Remix)” di D&G e “Bakerloo Symphony” di R.A.F. by Picotto, che resta al vertice della DeeJay Parade per ben cinque settimane (dal 6 aprile al 4 maggio 1996). Insomma, i due programmi si parlano e si legano a doppio filo, come ricorda anche Tony H nell’intervista sopraccitata: «Partimmo dall’idea di suonare in radio brani solitamente relegati ai club intuendo che ciò potesse diventare un fenomeno di massa. E così fu. Dietro di noi si accodò infatti il DeeJay Time, che in quel periodo passò dalla più classica dance cantata a brani strumentali che spesso lanciavamo proprio noi in Molly 4 DeeJay».

Nel corso del 1996 le alte velocità della makina, dell’hard trance e dell’happy hardcore vengono progressivamente abbandonate (ultimi scampoli in primavera con “Mamy” di Polyphonic – con una citazione vocale di “Ça Plane Pour Moi” di Plastic Bertrand? -, “A Song To Be Sung” di Byte Beaters, “Lostsidon” di Lostsidon, “Diafragma” di Locoide, “Get Up (Z100 Remix)” di T.O.T.T., “Generation Of Love” di Catchy Tune, “Don’t Leave Me Alone” di Paul Elstak, “Work (Rob & Biz Mix)” di House Pimps, “Toy Town” di DJ Hixxy & MC Sharkey, “Spaceman” di Raveman, “Rebel Yell” ed “Our Happy Hardcore” di Scooter, “Your Smile” di Charly Lownoise & Mental Theo, “Equinoxe Party” di Rexanthony, “Back On Plastic (Tesox Remix)” di AWeX, “All Bitches (Commander Tom Remix)” di N-Son-X ed “Herz An Herz” di Blümchen) a vantaggio di brani dall’accesa presenza melodica, sicuramente più adatti alla programmazione radiofonica pomeridiana. Inoltre, a differenza della prima edizione, ora le produzioni made in Italy sono molte di più.

Non certamente a caso il 1996 viene ricordato come “l’anno della progressive”, ma in relazione a ciò è interessante riportare alla luce alcune considerazioni di addetti ai lavori, datate dicembre ’96. Christian Hornbostel dice: «Il termine “progressive” è già sprofondato nel caos, così come era avvenuto a suo tempo per l’omologo “underground”. Ora migliaia di DJ affermano di suonare progressive ed alcuni di loro si fanno addirittura la guerra per dimostrare al popolo italico di esserne gli assoluti inventori. Sono passati più di quattro anni da quando il vero fenomeno progressive (tutt’altra musica) faceva la sua comparsa nel Regno Unito, ma ecco che in Italia qualcuno ha pensato che il solo utilizzo del bassline bastasse a giustificare la creazione di una nuova corrente musicale chiamandola… indovinate un po’ come? Nessuno comprende l’italianissimo modo di definire progressive tracce che all’estero godono di ben altre definizioni! Non parliamo poi della confusione creata dalle compilation stampate in Italia che di progressive hanno solo il nome. Dobbiamo a denti stretti accettare che il significato di progressive sia un’amorfa terminologia creata per far vendere incoerenti compilation in un mercato discografico già agonizzante, per dar lustro a DJ che si vantano di suonarla (mixando Alexia con DJ Dado ed una traccia Attack) per far contenti alcuni proprietari di locali che nella stessa serata propongono con innocente orgoglio revival, underground, liscio, latino-americano e… progressive!». Non dissimile il parere del DJ Paolo Kighine: «Ultimamente la progressive ha preso i connotati da fenomeno di massa e per questo viene additata come commerciale. Ciò dovrebbe rappresentare un motivo in più per stimolare i miei colleghi ad offrire un prodotto di qualità elevata». Curioso constatare che ai tempi anche uno dei DJ considerati tra i capostipiti della progressive (e più precisamente della variante tutta italiana della mediterranean progressive), Mauro Picotto, abbia detto che «progressive non ha un significato musicale, è un termine abusato, come underground».

Insomma, nel 1996 la cassa dritta, il basso in levare e i ghirigori acidi della TB-303 della (italo) progressive nostrana sostituiscono gli elementi dell’italodance, dell’eurohouse e dell’eurodance di qualche anno prima, quella di Corona, Haddaway, Da Blitz, Cappella et similia per intenderci. Volendo fare un parallelismo, la “progressive” di ieri suona tanto come la “deep house” di oggi sbandierata dai webstore e firmata dai vari Robin Schulz, Klingande, Feder, Kygo, Disclosure, Clean Bandit ed altri simili. Si trattava di musica pop dance che mutava pelle e che, probabilmente complice l’exploit internazionale di “Children” di Robert Miles, prelevava ispirazioni e retaggi da correnti stilistiche vicine a techno e trance, importandone alcuni caratteri e ritrovandosi quindi con l’assomigliare a cose meno legate allo stereotipo della classica “musica dance da classifica radiofonica”. Da ciò si evince che il termine “commerciale” non equivale ad un preciso stile musicale, è piuttosto un segmento camaleontico che cambia i propri tratti somatici a seconda delle tendenze del momento. Tutto può diventare commerciale, a prescindere dallo stile di appartenenza, e la storia ci offre decine di esempi in tal senso. Commerciale è ciò che vende e che quindi piace al grande pubblico, lo sono diventati anche i Daft Punk seppur siano distanti galassie dallo stile di Ice MC, Double You o La Bouche.

A Molly 4 DeeJay va riconosciuto il merito di aver programmato musiche che su una emittente come Radio DeeJay non avrebbero mai trovato posto, soprattutto nelle ore pomeridiane. Certo, non era coraggioso e sufficientemente “di tendenza” come i programmi di Italia Network (Master Quick, 100% Rendimento, Mad House, Sensorama, Decoder, Extreme, Network Satellite, Labirinto, Hipnoparty) ma neanche da liquidare in toto, seppur negli ambienti più radicali venga considerato “volgare icona di musica pop carnevalescamente travestita da alternativa”. Probabilmente il giusto sta nel mezzo, visto che Molella faceva contento sia chi voleva andare in auto col finestrino abbassato, gomito in fuori e volume altissimo della radio, sia chi desiderava ascoltare cose diverse ed accrescere le proprie conoscenze in materia musicale europea, in un periodo in cui oltre alla carta stampata, negozi di dischi e alla radio non c’era altro. In relazione al ruolo della radio come mezzo divulgativo vale la pena ricordare che sempre nel 1996, proprio su Radio DeeJay, compare B-Side, il programma di Alessio Bertallot, altra “finestra” da cui si sbircia in stili non convenzionali come trip hop, jungle, drum n bass e dub, coi vari Sneaker Pimps, Massive Attack, Photek, Morcheeba, Ben Harper, Apollo 440 e Chemical Brothers.

Ma torniamo a Molella: la consacrazione del successo su larga scala avviene nella primavera del 1996 con l’uscita (il 20 maggio, senti gli spot qui) della “Molly 4 Dee Jay Compilation”, accompagnata da un nuovo gadget, l’occhiale progressivo. Dentro c’è praticamente tutto ciò che rende il programma musicalmente più accessibile ed osannato dal grande pubblico, da “L’Arcano Incantatore” di Prophecy a “Gigi’s Violin” di Gigi D’Agostino, da “Symphoniko” di Giacomo Orlando a “Steel” di Andrea Visconti, da “On The Road (From “Rain Man”)” di Eta Beta J. a “Sex” di Me.Da. e “See The Difference” dello stesso Molella (che appronta un paio di versioni “alternative”, la ‘Progressiva’ e la ‘Progressivmakina’, così come accade qualche mese prima ad “If You Wanna Party” con le ‘Underspeed Mixx’ e ‘Pura Vida Mixx’ e ad “XS” con la ‘Sogno Mix’). Riappare anche La Nonna con “La Nonna Progressiva”, e figura, a mo’ di intro allungato, “Prendi Questo Treno” di Lady Helena (qualcuno sostiene che lo slogan derivi, parzialmente, da un vecchio brano senza titolo del romano Lory D, apparso nel 1993 sulla sua Sounds Never Seen).

Per il resto la seconda edizione di Molly 4 DeeJay va avanti alternando progressive trance/house dal facile impatto, senza pretese e in alcuni casi fin troppo “cheesy” (“Human Instinct” di Human Instinct, “Come Together (Commander Tom Remix)” di Eskimos & Egypt, “Wham Bam” di Candy Girls, “Vox-O-Matic” di Anthony Prince, “Into Your Heart (Tall Paul Remix)” di 6 By Six, “Landslide” di Harmonix, “Pause” di DJ TV & Azidman, “Boing!” di DJ Quicksilver, “Lemon Tree” dei Garden Eden) a materiale prevalentemente prodotto in Italia (“Ipno Fly” di Mr. Bruno Togni, “Out Of Control” di Trance Orchestra, “Nephertity” di Alex Remark, “Last Train” di FS, “Hiroshima” di X-Form, “Jim Is Back” di K.S., “Piramids Of Giza” di Gravity One, “Nipiol 3” di Etoile, “Halleluja” di MP8, “Trance In Paradise” di The Lost, “La Creatura De La Luna” di In-Digo, “Vyger” di Z100, “Angels’ Symphony” di R.A.F. by Picotto & Gigi D’Agostino, “Progressivo Totale” di Key, “Walkin In The Rain” di M.B. Feat. Mike Hollomon, “Mistero” di Prophecy, “Ci Gira In Giro” di Lukone).

La terza edizione comincia il 9 settembre 1996: il sostanziale cambiamento riguarda l’orario della messa in onda, non più alle 4:35 ma alle 3:20, quindi all’interno del DeeJay Time. Quasi invariato il Disco Makina, ora declinato in due versioni, Alta Velocità e Bassa Velocità, in relazione ai BPM del brano. Il primo Disco Makina della terza edizione è ad Alta Velocità, “People Of The World” di Indris. Il rapporto tra Molly 4 DeeJay e il DeeJay Time si fa ancor più stretto, e per certi versi pare che Albertino avverta stanchezza nell’individuare le future hit, captate prima da Molella. Complice di questa situazione che rende Alba meno lungimirante rispetto agli anni passati è forse l’invasione di musica strumentale che lo speaker sente poco vicina ai propri gusti, peraltro non facendone mai mistero (anche in tempi recenti, come nell’intervista rilasciata a Damir Ivic per Soundwall a dicembre 2014, dove ammette che «era finita l’ondata dei successi commerciali, alla Corona per intenderci, ed iniziarono ad uscire cose molto più buie un po’ progressive che erano impossibili da trasmettere in radio»).

Innumerevoli anche in questa edizione i dischi che, dopo essere stati lanciati da Molella, finiscono nei programmi di Albertino: “Guitara Del Cielo” di Barcelona 2000, “Believer” di DJ Energy, “Ocean Whispers” di R.A.F. By Picotto, “Always Hardcore” di Body Lotion, “Hyperspace” di Roland Brant, “Girls In Love (Grungerman Remix)” di Andreas Dorau, “Dedicated” di Mario Più, “Give Yourself To Me” di Leon Klein, “Encore Une Fois” di Sash!, “Dream Universe” di C.M., “Soilent Green” di Dee Rex, “Belo Horizonti” di The Heartists, “Why Don’t You Dance With Me” di Future Breeze e “First Mission” di Ricky Le Roy. Tra gli altri che segnano questa stagione si segnalano “Where Is My F***ing Balloon” di DJ Balloon, “Blob” di Sinus, “Virus” di Gravity Of Force, “Everything Starts With An “E”” di E-Zee Possee (nel remix di Brainstorm), “La Musika!!!” di Urban Tribe Feat. Cristiano, “Continuum” di Subway Family, “Melodream” di Bakesky, “Extraordinary Experience (Molly N.R.G. Mix)” di Beverly’s Maniacs, “The Test” di Mauro Picotto, “The Nursery” di Terzo Millennio, “Goa – Head” di Scana, “Night Drum” di Visions, “Azul” di Azul Y Nygro, “Aesthetic X” di No Status, “Revenge (Molly Evolution Mix)” di DJ Dado, “This Is The Only Way” di Lovebeads, “Infinity ’97” di B-Projekt e “Tell Me On” di Double Head. Fanno capolino anche “Lucid Interval” di Lux-Trax, “Maid Of Orleans (Take My Hand)” di Suspicious, “Timebase” di Aquaplex, “In The Eyes Of The Devil” di P.A. Project, “Get Up!” di Etienne Picard e “La Vache” di Milk Incorporated. Immancabili i brani hardcore tra cui “Hootiemack” di Enfusia, “Jungle Sickness” di Miss Groovy, “The Beating Of My Heart (Live To Tell)” di Back 2 Bass e “Killing Me… Hardcore” di  Lucio Scarpa & Walter One. Hardcore pure il Disco Makina della settimana dal 2 al 6 dicembre, “Hardcore Bells” di D-Boy Bad Boys, il penultimo Disco Makina di Molly 4 DeeJay.

A partire dal 16 dicembre infatti inizia The Best Of Molly 4 DeeJay che in principio gli ascoltatori scambiano per un riempitivo nel classico break imposto dalle vacanze natalizie. Si tratta invece di una vera e propria fase conclusiva del tutto inaspettata, in cui passa in rassegna gran parte del materiale discografico che ha fatto la fortuna di Molly 4 DeeJay sin dalla prima edizione e che ovviamente lascia i fan con un grande punto interrogativo sui motivi che portano all’interruzione (anzi, alla “disattivazione”, come dice il jingle) di un programma di successo. L’ultima puntata va in onda martedì 31 dicembre 1996.

Sei mesi più tardi (giugno 1997) Molella viene intervistato su una rivista e spiega: «Dati gli impegni discografici ho meno tempo da dedicare alla radio ed allora ho deciso di interrompere Molly 4 DeeJay concentrandomi solo su Megamix Planet. Più in là spero di avere maggior tempo per proporre qualcosa di nuovo». Gli impegni discografici, effettivamente, ci sono, in primis la produzione di Gala che in quel periodo inanella una serie incredibile di successi su scala internazionale (nel 1998 l’album “Come Into My Life” vende oltre 6 milioni di copie), ma le ragioni che hanno portato alla chiusura di Molly 4 DeeJay si dice siano state altre.

Molella torna on-air il 9 febbraio 1998, sempre su Radio DeeJay: il programma si chiama Molly 4 Europe ed è una sorta di radar che, quotidianamente, intercetta le classifiche delle radio e televisioni musicali europee più importanti (la tedesca Viva TV, l’inglese Kiss FM, la spagnola Los 40 Principales, la francese Fun Radio TV e la belga Radio Contact). Lì passano con largo anticipo brani come “Alarma” di 666, “Up & Down” di Vengaboys, “Superstar” di Novy vs Eniac, “The Final” di Phil Fuldner, “Repeated Love” di A.T.G.O.C., “Keep On Dancing” di Perpetual Motion, “I Can’t Help Myself” di Lucid, “Ye-Ho-He” di NC Tribe, “Beatbox” di  Dial M For Moguai, “Secret” di Absolom oltre a pezzi meno noti in Italia, come “Tha Horns Of Jericho” di DJ Supreme, “Instant Moments” di R.O.O.S., “Funky Beats” di Groove Gangsters, “So Good” di Juliet Roberts, “Wet Like The Rain” di The Bronx, “Ayla Part II” di Ayla, “Australia” di Koala, “The Silmarillia” di Carlos e “Coloured City” di Laurent Garnier. Nonostante i buoni spunti, Molly 4 Europe è  incapace di reggere il confronto con Molly 4 DeeJay, “brand” riscoperto nel 2008 con la compilation “Molly 4 Deejay Today”. A settembre del 1997 però, nel palinsesto di Radio DeeJay appare “From Disco To Disco”, in onda il sabato notte dalle 2 alle 4: è il programma con cui Tony H mette a fuoco sonorità inconsuete per l’emittente fondata da Cecchetto offrendo (complici diverse analogie come il Disco Strobo e i messaggi lasciati in segreteria dagli ascoltatori che prendono il posto rispettivamente del Disco Makina e dei telephone jingle) un ipotetico proseguimento di Molly 4 DeeJay.
(Giosuè Impellizzeri)

* si ringraziano Luciano Congedo e Francesco Lupo per il loro prezioso contributo.

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