Phenomania – Who Is Elvis? (No Respect Records)

Phenomania - Who Is ElvisI primi anni Novanta vedono la diffusione e popolarizzazione della techno in Europa. Gran parte dei produttori del Vecchio Continente però non proseguono sul modello dei creatori di Detroit ma ne forgiano un altro che attinge prevalentemente dalla new beat e che punta ad essere immediatamente riconoscibile per l’utilizzo di suoni artificiali (ossia non riconducibili a strumenti tradizionali) e ritmiche incalzanti, spesso contraddistinte da una cassa marcata. Questo mix, che in Italia degenera in un fiume di pubblicazioni messe sul mercato da case discografiche che si appropriano di tale “nomenclatura” con fini meramente speculativi e che quindi davvero poco e nulla spartiscono con la techno, diventa un filone battuto per un paio d’anni circa e da cui provengono diversi impressionanti successi.

È il caso di “Who Is Elvis?” realizzato dai tedeschi Ramon Zenker (dietro agli Hardfloor e a dozzine di altri act come Bellini, Fragma o Perplexer) e Jens Lissat che per l’occasione coniano il progetto Phenomania, uno dei tanti “brand” utilizzati per marchiare la loro attività produttiva in quel decennio. «Facevo il DJ già da molto tempo» racconta oggi Lissat. «Nel 1978 acquistai il mio primo 12″, “Chase” di Giorgio Moroder. Poi, durante l’estate del ’79, vidi un DJ mixare al Trinity, famosa discoteca della mia città natale, Amburgo: quella notte fu determinante per la mia vita! Dopo pochi giorni comprai due giradischi Technics SL-B3 e un mixer ed iniziai a prendere dimestichezza con la strumentazione, senza alcun aiuto esterno. Ai tempi non esistevano mica i tutorial. Ad ottobre di quell’anno sapevo già mixare in modo professionale ed avevo appena quindici anni».

Jens Lissat @ Trinity (Hamburg Germany 1981)

Un giovanissimo Jens Lissat in consolle al Trinity di Amburgo, nel 1981, la discoteca dove solo un paio di anni prima scocca la scintilla per il DJing

Lo step successivo è la composizione, nonostante ai tempi non sia affatto facile procurarsi il necessario per produrre musica visti i costi ancora proibitivi degli strumenti. «La mia prima esperienza professionale in studio di registrazione risale al 1984 quando realizzai il remix di “Dancing In The Dark” di Mike Mareen» ricorda ancora Lissat. «Lo feci allo Star Studio, ad Amburgo, lì dove vennero registrati anche alcuni brani dei Modern Talking. Negli anni precedenti però ero già considerato il “re tedesco dei bootleg”. Realizzavo quelli che venivano chiamati medley e successivamente mash-up (pratica a cui abbiamo dedicato un ampio reportage qui, nda), stampandoli e vendendoli con successo. Ero particolarmente noto in Germania per questo tipo di attività e in virtù delle mie capacità nel 1986 mi offrirono la possibilità di realizzare un megamix ufficiale per Phil Collins che venne pubblicato dalla WEA. Lo realizzai nel Try Harder, lo studio di Peter Harder con cui avrei collaborato a lungo negli anni a seguire. Fu lui ad insegnarmi ad usare l’Atari 1040ST e il programma Creator per produrre musica. Sottolineo però di non aver mai studiato alcuno strumento classico anche se so suonare il pianoforte».

Work The Housesound

La copertina di “Work The Housesound”, il brano che Lissat realizza con Peter Harder nel 1987 come chiara imitazione dei pezzi provenienti da Chicago

Proprio con Harder, nel 1987, Lissat incide “Work The Housesound”, uno dei primi brani house realizzati in Germania. La copertina contiene chiare citazioni grafiche di “The House Sound Of Chicago”, la celebre serie della D.J. International Records, mentre la traccia suona come una sorta di rework di “Love Can’t Turn Around” di Farley Jackmaster Funk & Jesse Saunders sequenzata sul disegno ritmico di “Blue Monday” dei New Order. Pure i nomi degli autori, J.M. Jay ed Hardy, ammiccano a quelli che ai tempi giungono dalla discografia house d’oltreoceano. «”Work The Housesound” fu una delle mie prime produzioni in assoluto» spiega a tal proposito l’artista tedesco. «Nel 1986, durante un viaggio a New York, comprai un mucchio di dischi di un nuovo genere che stava iniziando a prendere piede, la house music, e proposi quel sound al Voilà, discoteca di Amburgo dove ero resident. Poco tempo dopo conobbi Harder e gli dissi che avrei voluto incidere un pezzo simile a “Love Can’t Turn Around”. Non sapevo davvero nulla sulle Roland TR-808, TR-909 e TB-303 ma cercai ugualmente di fare del mio meglio. Il risultato fu “Work The Housesound”, il primo disco house prodotto in Germania. Per l’occasione decisi di darmi un nome simile a quello dei ragazzi di Chicago, J.M. Jay, acronimo di Jack Master Jens. Vendemmo circa diecimila copie, mica male per un disco di debutto».

La house da lì a breve esplode in Europa e pochi anni più tardi, come anticipato, tocca anche alla techno, riconcepita su nuove basi ideologiche, più schiettamente connesse al ballo. «In realtà la techno di Detroit era più vicina alla house» sostiene Lissat, «mentre la techno europea nata ad inizio degli anni Novanta attingeva dalla new beat belga e dalla EBM tedesca. Techno, per me, è una “cosa” europea, mentre house ed acid invece sono riconducibili agli Stati Uniti e Gran Bretagna». Nel 1991 quindi, sull’onda crescente della europeizzazione della techno, esce “Who Is Elvis?”, contraddistinto da una costruzione tipicamente ravey ed un sample vocale di Elvis Presley che chiarisce la ragione del titolo. «Ero in tour oltremanica col progetto Off-Shore (quello di “I Can’t Take The Power”, nda) che era entrato nella top ten, e a Londra acquistai un sintetizzatore Roland SH-101» ricorda Lissat. «Tornato a casa andai in studio, insieme a Ramon Zenker, per provare questa nuova macchina ed iniziai a strimpellare una linea di basso con due dita, scegliendo un saw bass. A quel punto creammo un loop ritmico ispirato da “The House Of God” di D.H.S. e una drum part con la TR-909. Nella prima versione approntata c’era la mia voce ma alla fine optammo per quella campionata di Presley. In appena quattro ore il pezzo, diventato uno dei più grandi inni della techno di prima generazione, era pronto».

Sempre nel 1991 “Who Is Elvis?” viene ripubblicata ma utilizzando il nome Interactive, progetto che Zenker e Lissat fondano l’anno prima col brano “The Techno Wave”. Una maggiore spinta promozionale è garantita dal video che ne favorisce la diffusione nel mainstream. «Vendemmo all’incirca 15.000 copie di Phenomania (preso in licenza per l’Italia dalla Flying Records, nda) ma poi decidemmo di sospendere la stampa e cambiare nome optando per Interactive, un altro nostro progetto che aveva già raccolto particolari consensi» spiega Lissat. «Come Interactive infatti finimmo col raggiungere la soglia di circa 180.000 copie vendute, entrammo nella top 20 tedesca e le compilation in cui il brano fu inserito superarono persino il milione di copie. Rammento pure una cover prodotta in Italia firmata Feno-Mania (sulla fittizia Unrespect Records del gruppo Discomagic, che parodiava ironicamente l’originaria No Respect Records, nda), del tutto illegale e che ebbe ovviamente meno successo della nostra traccia».

Jens Lissat e Ramon Zenker @ Studio Bolkerstrasse Düsseldorf 1993

Ramon Zenker e Jens Lissat nello studio in Bolkerstraße, a Düsseldorf, nel 1993

“Who Is Elvis?” è il brano che taglia il nastro inaugurale della No Respect Records, fondata ad ottobre del 1991 da Zenker e Lissat, rimasta in attività sino al 2000 per poi essere rilanciata, nella dimensione digitale, nel 2008. Nel catalogo annovera artisti come DJ Hooligan (il futuro Da Hool), Jürgen Driessen alias Exit EEE e i Mega ‘Lo Mania di “Close Your Eyes”, coverizzata dal nostro Moka DJ nel 1996. «La No Respect Records nacque proprio con “Who Is Elvis?”» chiarisce Lissat. «Ai tempi collaboravamo con diverse etichette a cui però avevamo già dato altri progetti quindi proposi a Ramon di crearne una nostra per pubblicare Phenomania. Lui annuì e in breve propose il nome, contrariamente a quanto accadeva di solito visto che ero io a creare pseudonimi. Insomma, fu proprio l’uscita di “Who Is Elvis?” a sancire la nascita della No Respect Records con la quale abbiamo lanciato un sacco di nuovi artisti destinati a diventare grandi nomi della scena. Ai tempi gestire un’etichetta discografica era piuttosto complesso ed impegnativo, bisognava continuamente far arrivare le white label ai DJ e soprattutto poter contare su un distributore efficiente. Per fortuna il nostro (Discomania, nda) lavorava benissimo».

Tra 1992 e 1993 i Phenomania remixano vari brani tra cui “Poing!” dei Rotterdam Termination Source, che di quella invasione rave techno è un inno insieme ad altri come “James Brown Is Dead” di L.A. Style, “Dominator” degli Human Resource, “Anasthasia” dei T99 e “Pullover” di Speedy J, ed incidono nuovi singoli come “Caramelle”, “Strings Of Love” (una sorta di mash-up tra “Strings Of Life” di Rhythim Is Rhythim e “All You Need Is Love” dei Beatles), “He Chilled Out” ed “Amazonas”, ma il successo pop sembra ormai essere sfumato. Non a caso la storia dei Phenomania si interrompe, anche se a tal proposito Lissat dice che la ragione fu legata a ragioni private. La coppia di dioscuri teutonici prosegue comunque la collaborazione puntando su progetti paralleli, in primis il menzionato Interactive, che inanella una serie di hit europee, da “Dildo”, per cui viene girato un ironico videoclip ad “Elevator Up And Down”, da “Amok” a “Can You Hear Me Calling” passando per l’happy hardcore di “Forever Young”, cover dell’omonimo degli Alphaville, “Living Without Your Love”, “Tell Me When” e “Sun Always Shines On TV”, rilettura del classico degli a-ha trainata da un video in cui viene coinvolto, come modello/attore, un giovane Tobias Lützenkirchen, poco tempo dopo finito anche nella line up di Paffendorf, ennesimo act curato da Zenker.

Interactive (premiazione nel 1994)

Gli Interactive, nella loro lineup completa, premiati nel 1994 per le 500.000 copie vendute di “Forever Young”: da sinistra Marc Innocent, Ramon Zenker, Andreas Schneider e Jens Lissat

«Interactive fu una mia idea e Ramon divenne immediatamente partner nell’avventura» rammenta ancora Lissat. «Dietro il brano d’esordio, “The Techno Wave”, c’è una storia che mi riguarda in prima persona: facevo il DJ in un locale di Dortmund ma desideravo tornare nella discoteca in cui lavoravo prima, il Königsburg Krefeld, a Krefeld. Così chiesi al proprietario se potessi essere nuovamente il resident il sabato sera e per convincerlo gli offrii una produzione discografica, ovvero “The Techno Wave” con cui nacquero gli Interactive (sul retro della copertina, infatti, c’è uno speciale ringraziamento abbinato alle foto della discoteca dove peraltro viene girato un video, nda). Nel nostro repertorio vantiamo numerose hit ma nonostante ciò sono salito sul palco con la band davvero poche volte essendo un DJ e non un performer. A portare il progetto nella dimensione live furono invece Ramon e il cantante Marc Innocent. Il successo più clamoroso resta “Forever Young” che raggiunse la soglia delle circa 500.000 copie vendute. Erano gli anni in cui nasceva quella che mi piace definire “business techno” che però non rientra esattamente nei miei gusti. Cedemmo l’album “Touché” alla Blow Up del gruppo Intercord incassando un ottimo anticipo economico. Il mio preferito resta “Dildo”, del 1992».

Phenomania tour Italia 1992

Flyer del 1992: i Phenomania sono tra gli ospiti di rave romani

Molti singoli degli Interactive arrivano anche in Italia dove, inizialmente, il gruppo può contare sul supporto di Albertino che peraltro firma un remix, con Giorgio Prezioso, di “Dildo” (il Wighida Remix realizzato nello studio di David X, di cui abbiamo parlato qui). Lo stesso Prezioso si occupa di “Elevator Up And Down”. I tedeschi ripagano con la loro versione di “Je Le Fais Express (Satisfy)” dei Fishbone Beat, recensiti qui. Quasi contemporaneamente Lissat sbarca nel nostro Paese col brano “Energy Flow”, edito da R&S e preso in licenza dalla Time Records che nel 1993 lo convoglia su una delle sue sublabel, la Downtown. «L’Italia è stata fondamentale nella scena techno» dichiara Lissat, «ho tantissimi ricordi dei rave romani dei primi anni Novanta ma soprattutto del Cocoricò, la mia discoteca preferita in assoluto di quel periodo. Inoltre sono particolarmente legato ad “Energy Flow” perché fu il primo brano che firmai col mio nome anagrafico. Proprio l’anno scorso ho realizzato un remix con Ramon. Lo considero un pezzo senza tempo. Nel 2020 festeggio il quarantennale nel mondo dei club e non mi sono ancora stufato anzi, ho ancora tanta voglia di produrre buona musica» conclude il DJ tedesco. (Giosuè Impellizzeri)

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Mig 31 – Mig 31 (Pirate Records)

MIG31Nel 1991 la Media Records vanta già diverse hit internazionali, tra Cappella, 49ers e Club House. Per raccogliere le produzioni techno del suo team quell’anno Bortolotti inventa la Pirate Records inaugurata con “Apocalypse” del romano David ‘David X’ Calzamatta (di cui parliamo dettagliatamente qui). Il numero di catalogo però non è il canonico 01 ma 59, come l’anno di nascita dello stesso Bortolotti. Solo uno dei tantissimi messaggi in codice lasciati nel corso degli anni. All’imprenditore discografico bresciano è sempre piaciuto giocare con le sigle e così, dopo aver licenziato “Anasthasia” dei belgi T99, inventa due progetti ispirati dall’aeronautica militare statunitense e sovietica, F e Mig, idealmente i più adatti per “bombardare” le discoteche con un carico di quella hardcore/techno che prende piede nei megarave nordeuropei, sulla falsariga di Joey Beltram, Frank De Wulf, Phenomania, Second Phase, Prodigy (portati in Italia proprio da Bortolotti su etichetta GFB), N-Joi, DJ PC, Altern 8 e Human Resource. Sintetizzando: F-14, F-15, F-16, F-18 ed F-40 per la serie degli F, Mig 23, Mig 27, Mig 29, Mig 31 e Mig 33 per quella dei Mig.

L’interesse suscitato è notevole, anche oltre le Alpi, particolarmente per “Mig 29”, licenziato in Inghilterra dalla Champion e persino negli Stati Uniti dalla Next Plateau di Eddie O’Loughlin. Pertinente quindi il payoff dell’etichetta, In Full Sail (A Vele Spiegate). In Italia è tempo di quello che viene volgarmente detto “zanzarismo”, l’hoover sound ottenuto con la tastiera Roland Alpha Juno-2 riapparso in tempi recenti ma in contesti completamente differenti (in forma citazionista è in “Bad Romance” di Lady Gaga, 2009). A cimentarsi in quel filone è pure Maurizio Picciotti che arriva alla Media Records quando ha circa 21 anni: «Nel 1991 uscì su Dig It International la mia “Te Siento” di Game Over, conoscevo più o meno tutte le etichette italiane ma volevo lavorare con le più forti. Tra le mani avevo un prodotto nuovo, “Don’t Tell Me” di Alkimia, telefonai alla Media Records e fissai un appuntamento. Mi ritrovai a Roncadelle con una cassetta in mano (non portavo ancora in giro i DAT) e Gianfranco Bortolotti davanti. Fu un centro al primo colpo, Alkimia uscì su Pirate Records. Recentemente ho letto un commento su YouTube di un tizio che collega il brano a qualcosa avvenuta a Dallas, in Texas. Presumo quindi che la traccia sia giunta sino in America, cosa non da poco conto considerando il periodo di riferimento, il 1991».

In quello stesso anno “Mig 31” entra nelle grazie degli 808 State che lo inseriscono nei loro set insieme ad altri dischi della Media Records come Antico, Cappella e Mig 29 (la playlist completa è qui). In “Mig 31” Picciotti sfrutta le potenzialità di tutti quegli elementi che nei primi anni Novanta rendono la techno immediatamente riconoscibile. Una contorta linea di sintetizzatore, un pulsante groove con fragranza breakbeat, voci ragga, laser, un sample robotico, una linea melodica che sembra ammiccare ad un classico EBM/new beat del 1986, “Flesh” di A Split – Second. «Era il periodo dei campionamenti ma non c’erano le tonnellate di librerie disponibili come oggi per cui si cercava ovunque, specialmente per quanto riguarda suoni ritmici e groove. In “Mig 31” la cassa è presa da un disco, ci sono più groove sovrapposti campionati da altri brani come del resto le voci e persino il rullante. Tutte le parti di synth invece furono suonate e generate con strumenti hardware. Usai un Atari 1040ST con Cubase, un campionatore Akai S1100, sintetizzatori Oberheim Matrix 6 e Yamaha TG77. Non ricordo il mixer, in quel periodo ne cambiai tre ma credo fosse un Tascam a 16 canali».

Mig è una serie inventata da Bortolotti, il deus ex machina che si nasconde dietro decine di marchi e progetti. È lui quindi a decidere che quel brano sarebbe entrato nella saga dei Mig. «Io mi concentravo solo sui pezzi ed anche quando erano terminati non davo molta importanza al nome artistico. Erano anni in cui si andava oltre lo pseudonimo leggendo crediti e firma, per cui anche usando nomi sempre diversi alla fine si sapeva chi ci fosse dietro i prodotti. Nel primo pezzo uscito per la Media Records però, il citato “Don’t Tell Me”, il nome Alkimia fu scelto da me perché avevo già un’idea precisa del nickname nato con la stessa traccia».

Un altro dei brani di Picciotti viene scelto da Bortolotti per diventare “Mig 27” (e non il 29, come erroneamente riportato nei crediti di una cover realizzata da Gigi D’Agostino nel 2010): entrambi sono gli unici ad essere prodotti al di fuori della Media Records. «Rimasero esattamente come li realizzai nel mio studio, portai a Roncadelle i master su DAT e furono stampati senza apportare alcuna modifica» spiega Picciotti, ed aggiunge: «Non so esattamente quante copie vendettero, dovrei ricostruire i conteggi da vecchissimi rendiconti ma era un aspetto che non mi interessava molto. Se facevo buoni numeri potevo solo gioire però non stavo lì a contare. Ciò che mi interessava maggiormente era potermi sostenere coi proventi dei dischi e considerare quell’attività un lavoro in tutto e per tutto. Per un po’ di anni è stato così».

Selene - Equal In Love

“Equal In Love” di Selene è un’altra produzione che Maurizio Picciotti destina alla Media Records

Nel 1992 Picciotti realizza, sempre per il gruppo Media Records, “Equal In Love” di Selene che però viene fatto confluire su Signal visto il genere più aderente alla house. Un radicale cambiamento di registro sonoro dettato dalla voglia di esplorare nuovi territori musicali. «Pur non essendo mai stato attratto dalla house, c’erano alcune sonorità che mi piacevano e quindi provai a sperimentare quella strada. Ma fu solo una piccola parentesi, produssi due altre tracce che però non furono mai pubblicate, probabilmente troppo sperimentali e poco commerciali per i tempi. Quel brano mi piace ancora oggi, a distanza di quasi venticinque anni. Per essere la mia unica traccia con influenze house credo di averla fatta bene».

La serie dei Mig si conclude nel 1993, nonostante nel 1991 esca “Mig 33 (The Last One)” che per via del titolo poteva essere inteso come atto conclusivo. L’ultimo è “Love Me & Touch Me” di Mig 27, prodotto da Antonio Puntillo, Mauro Picotto e Marco Bonardi con un sample preso da “Automatic Lover” di Dee D. Jackson del 1977, ma ormai ben distante dal filone techno rave di un paio di anni prima, come del resto accade nello stesso anno a “Revolution Child” firmato semplicemente come Mig da Mauro ‘Pagany’ Aventino e Roberto Arduini. Il 1993, peraltro, segna lo stop della Pirate Records, riportata in vita tre anni più tardi in epoca mediterranean progressive con una nuova veste grafica e sonora, ed ulteriormente aggiornata a fine 1998 quando diventa piattaforma per brani in bilico tra euro techno ed euro trance tra cui si segnalano “Tuttincoro” di R.A.F. by Picotto (col sample tratto da “Leave In Silence” dei Depeche Mode) e il sinfonico “Venezia” di Venice, prodotto da Mauro Picotto e Tony H. (Giosuè Impellizzeri)

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