Frame – The Journey (Glacial Movements)

frame - the journeySono trascorsi oltre venti anni dall’ultimo avvistamento dei Frame. A dirla tutta la loro non è mai stata una presenza regolare, almeno in ambito discografico: si contano appena una manciata di presenze, tra ’97 e ’98, su Plasmek, etichetta appartenente al reticolo Final Frontier, e dopo oltre venti anni sembrava scontato considerarlo un progetto ormai sepolto. Però ad Andrea Benedetti ed Eugenio Vatta, da Roma, evidentemente la voglia di ricreare l’atmosfera cinematografica attraverso sequenze musicali non è mai passata del tutto.

«Frame è un progetto elettronico di respiro orchestrale in cui ogni elemento ha il suo ruolo e viene diretto in una partitura perlopiù aperta» spiega Vatta. «Lo creammo nel 1991 ma lo portammo in scena solo due anni dopo al Circolo Degli Artisti con una formazione composta da ben sei musicisti. Il suono è sempre stato concepito in quadrifonia come commento ad immagini che spaziano dalla realtà virtuale alla suspense. La difficoltà nel mettere in stereo ciò che nasce dalla spazializzazione però ha finito col rendere difficile l’uscita dei nostri pezzi in CD o vinile, e questo spiega la ragione della lunga assenza. Il fatto di lavorare spesso come tecnico del suono per la realizzazione audio delle musiche orchestrali o del mixage finale per film di vari registi (Marco Bellocchio, Daniele Luchetti, Paolo Virzì, il compianto Tonino Zangardi, Ficarra & Picone) ha sicuramente risvegliato in me la voglia di incidere un CD come se fosse un ideale viaggio cinematografico».

primo live come the experience

Il flyer del primo live che Andrea Benedetti ed Eugenio Vatta tengono come The Experience, al Circolo Degli Artisti di Roma, nel 1993

«Per il live che facemmo a Roma nel ’93 di cui parla Eugenio ci chiamavamo The Experience» precisa Benedetti. «Eravamo fissati con gli spettacoli quadrifonici dei Pink Floyd, col cinema di un certo tipo (David Cronenberg, Stanley Kubrick, John Carpenter) e con l’elettronica, sia quella storica (Kraftwerk, Brian Eno, Yello, i Tangerine Dream di “Phaedra”) che quella moderna (electro e techno) e così pensammo di mettere tutto assieme. Andammo dai gestori del posto e prendemmo una serata, rischiandocela. Erano gli anni della realtà virtuale e grazie a Biagio Pagano, che ci ospitò nello studio di registrazione della Via Veneto Jazz, recuperammo alcuni VHS di film introvabili. Venne proiettato anche l’occhio di Eugenio, ripreso con un’apposita telecamera, creando una cornice in stile Pink Floyd. Non mancarono immagini tratte da pellicole come “2001: Odissea Nello Spazio”, “Videodrome”, “Tron”, “Shining” e “Viaggio Allucinante”. Montai il video con due videoregistratori ed Eugenio pensò alla quadrifonia. Poi mettemmo insieme il gruppo che contava sulle presenze di Flaviano Pizzardi e Massimiliano Cafaro ai synth, sampler e segreterie telefoniche, Mauro Tiberi alle percussioni e Paolo Gaetano all’EWI. Io mi occupavo della parte ritmica con tutto l’armamentario base della Roland in sync (TR-808, TR-606, TB-303 ed SH-101), Eugenio invece di campionamenti, synth e spazializzazione del suono in tempo reale. L’intero progetto, del resto, si basava proprio sull’improvvisazione. Avevamo un canovaccio di base in relazione ad immagini e ritmiche che scandivano il tempo e poi gli altri improvvisavano. Insomma, un mix fra Air Liquide e Tangerine Dream con un tocco jazz a livello tecnico armonico. Venne un sacco di gente a sentirci, anche fuori dal giro dell’elettronica, e il live piacque molto proprio per questa connessione tra musica in quadrifonia ed immagini. In seguito facemmo altri concerti con diversi musicisti tra cui Alessandro “Amptek” Marenga ma poi, anche per motivi puramente logistici, rimanemmo solo io ed Eugenio.

the experience - tubes

“Tubes” è l’unico 12″ firmato Experience, uscito nel ’92 sulla Mystic Records

Nel ’92 incidemmo pure un 12″ a nome The Experience intitolato “Tubes”, pubblicato dalla Mystic Records e recentemente ristampato da Flash Forward. Col tempo però decidemmo di cambiare nome ed optammo per Frame col fine di rimarcare il rapporto con la pellicola e il video, nonché per differenziare questo progetto dagli altri visto che era concepito per essere solo live. Con Eugenio coniai anche The Noisy Project che usammo solo per un brano intitolato “Percezioni” e destinato ad una compilation su Sysmo, ma a livello concettuale non aveva alcuna connessione né con The Experience, né tantomeno con Frame».

In relazione a “Tubes” Vatta aggiunge: «Quel 12″ fu il frutto delle sperimentazioni in studio sia con la Sounds Never Seen di Lory D, sia con alcuni musicisti esterni. Allora frequentavamo il percussionista Paolo Dieni ed Andrea spesso mischiava dischi creando atmosfere speciali. Il principio di “Tubes” furono le poesie di John Keats lette dai Tuxedomoon a cui si sommarono infiniti campionamenti fatti ad hoc e veramente creativi. L’uso dei sample lo avevamo già sperimentato in “Industrial Overflow”, un brano edito dalla Sounds Never Seen nel ’91 (compreso in “We Were In The Future”, nda) che voleva essere un vero tributo ai Kraftwerk. “Tubes”, inoltre, fu eseguito live in studio. Per la prima volta ci sentimmo effettivi proprietari di quello spazio che però, poco tempo dopo, avremmo dovuto lasciare. Preferivamo improvvisare usando il video come direttore d’orchestra e solo qualche schema preparato in precedenza. Insomma, come se un DJ mettesse una compilation fatta il giorno prima e non mixasse dal vivo i dischi».

frame live

Un’immagine tratta dal primo live del 1993 di The Experience: ad essere proiettato sullo schermo è l’occhio di Eugenio Vatta

Torniamo ad oggi: i titoli dei nove brani racchiusi nell’album rimandano ai pianeti del nostro Sistema Solare, il decimo invece è “The Arrival”, la naturale conclusione di un viaggio spaziale. Lo spazio sembra essere quindi il concept e l’ispirazione primaria per i due compositori. «”The Journey” possiede un suono che porta verso spazi aperti e poco identificati. Pur essendo solo in stereo, il suono è molto “spaziale” e di conseguenza ciò ci ha portato ad immaginare qualcosa di sconosciuto ma da sempre esistito» prosegue Vatta. «Ogni pianeta ha la sua caratteristica quindi nove quadri musicali e un arrivo».  «Nei video che montavo per il live anni addietro lo spazio era sempre presente e cercavamo di farne un’ideale colonna sonora. Personalmente sono fissato con lo spazio ed altrettanto lo è Eugenio, anche se in modo diverso. Se potessi, partirei domani in esplorazione di tutto quello che c’è fuori dal nostro mondo. La musica, in fondo, è una mimesi di questo viaggio» illustra Benedetti.

Nell’info-sheet che accompagna l’uscita gli autori parlano di un elemento di raccordo tra i brani, il silenzio, sia quello spaziale che quello degli ambienti glaciali. In contrapposizione con quanto avviene nel mondo odierno, dominato da un baccano eterno, il silenzio è qualcosa che pare veramente in via d’estinzione e sembra strano che possa ispirare qualcosa di musicale, perché la musica stessa azzera il silenzio. «Le matrici sonore spaziano dai suoni ambientali ai cigolii, dai soffi allo struscio di pietre. Trattate e dilatate riescono a rallentare il suono fino a renderlo immobile. Il ghiaccio, nei suoi ambienti, rende tutto più ovattato e quella coesione solida di acqua e quindi di fluido in movimento, per me rappresenta il suono immobile, la quiete» dice Vatta a tal proposito. «Lo spazio, del resto, ha un suo suono che è veramente immobile. Viviamo nel caos sonoro tutti i giorni e il silenzio è quella sensazione che si ha nel chiudere improvvisamente una finestra che dà sulla strada per poi assaporarne, un po’ alla volta, le poche matrici sonore rimaste». Prosegue Benedetti: «Quando abbiamo discusso del concept dell’album con Alessandro Tedeschi siamo giunti alla conclusione di dover mantenere il concetto di glacialità dell’etichetta. Abbiamo quindi pensato di rappresentarlo tramite lo spazio extraterrestre che non è solo freddo ma anche silenzioso e meditativo, proprio come la musica scaturita dal nostro progetto». Gli ambienti glaciali, non certamente a caso, vengono ulteriormente valorizzati dalla copertina su cui finisce una suggestiva foto di Tero Marin. «Tedeschi ci ha fornito alcune foto ed abbiamo scelto quella con uno spazio molto ampio, in cui presenzia il sole in lontananza ma anche una casa che, in qualche modo, riporta l’osservatore/ascoltatore ad un punto fermo, l’arrivo – The Arrival» chiarisce Vatta.

rassegna roma

La locandina di una rassegna tenuta al Cinema Teatro Sala Umberto di Roma, tra 1993 e 1994. Tra gli artisti che prendono parte, oltre ai Frame, si segnala anche Ivan Iusco alias IT della Minus Habens Records (Bari) e Giovanotti Mondano Meccanici, collettivo fiorentino attivo sin dal 1984 e in cui figura Maurizio Dami alias Alexander Robotnick

La musica ambient, qui unica protagonista, rivela una totale astrazione compositiva rispetto a brani in cui la stesura risponde ad un disegno preciso e, spesso, rodato. Mancano gli appigli tipici ai quali l’ascoltatore fa solitamente riferimento per giudicare un qualsiasi brano, un riff, un suono, un ritornello, un ritmo. Insomma, astrazione completa ed incondizionata ad appannaggio di una stratificazione di elementi “liquidi” e “gassosi” che non equivalgono al timbro di alcuno strumento noto. In “The Journey”, inoltre, pare di fronteggiare in più punti con tipici esempi di field recording. «Abbiamo voluto usare le medesime matrici sonore degli anni Novanta» descrive Vatta. «Sono dei campionamenti realizzati con l’Emulator III e con l’Emax II e nascono spesso da matrici acustiche registrate. Il suono di un aeratore, ad esempio, diventa un tappeto, il rumore della flangia di una bobina imita il vento e un motore trattato diventa uno spazio. Il suono di un proiettore filtrato e mandato in feedback crea un movimento sonoro evocativo dell’immagine, le frequenze di cerchioni metallici percossi mandati in riverbero si trasformano in una ventata sonora, un’arcata di violino riletta con un pitch basso diventa una sorta di raglio, il movimento lento dell’acqua dilatato genera cicli ritmici fuori dagli schemi, dei corrugati girati nell’aria somigliano ad un vento flautato. Per gli archi presenti in “The Arrival” mi sono avvalso di un suono storico di archi elettronici tratto dal citato Emulator III. In alcune parti il Roland Super JX ha creato alcune sequenze molto basse sia di volume che di tonalità. Il Marion della Oberheim invece troneggia coi suoi suoni chiaramente ispirati al Vangelis di “Blade Runner”. Molte delle matrici adoperate derivano da campionamenti di masse sonore di nostri stessi live, una specie di riciclo attivo insomma. A differenza di quanto accadeva negli anni passati però, il materiale è stato assemblato con Pro Tools. Abbiamo svolto un lavoro di entrata ed uscita dei suoni e pensato alla giusta sequenza, e in questo caso l’esperienza di Andrea si sente davvero. Qualche plugin applicato direttamente sul suono ci ha permesso inoltre di creare nuove matrici. Durante uno dei brani si possono sentire delle voci in lontananza, siamo proprio noi due, e questo mi riporta alla memoria un aneddoto. Parecchi anni fa incidemmo un CD intitolato “Ambienti Sonori” che uscì per la Ricordi/Via Veneto Jazz, una raccolta di fondi ed ambienti sonori per l’appunto destinati ad un pubblico di soli addetti ai lavori (internet non era ancora di uso comune) ed infatti furono usati per un programma di tarocchi in tv, per una pubblicità progresso e da alcuni registi di teatro. Mentre lo registravamo mettemmo in rec i microfoni in sala di ripresa e lasciando aperti gli speaker in regia innescammo il suono. Tramite l’apertura e la chiusura delle porte moderavamo il larsen e poi, improvvisamente, iniziammo ad emettere con la bocca dei suoni angelici che con il feedback e il riverbero divennero una sorta di canto di sirene in lontananza. Ci guardavamo ma non ci sentivamo affatto in imbarazzo. Oggi rimpiango parecchio quei giorni di pura creatività e divertimento».

andrea benedetti al grey planet (zurigo)

Andrea Benedetti intento a programmare le macchine durante un live al Grey Planet di Zurigo, nel 1998

L’album dei Frame (acquistabile qui sia in CD che nei formati digitali) è uscito lo scorso 30 gennaio sulla Glacial Movements impegnata ormai da oltre un decennio nella difficile e coraggiosa diffusione di musica ambient. «Vorrei che l’ascoltatore possa trovare in esso un buon momento di relax e magari paragonarlo ai lavori di artisti come Brian Eno, Pink Floyd, Vangelis e Pan Sonic. Mi farebbe piacere, inoltre, che qualche brano possa diventare la colonna sonora di una bella immagine e magari arrivare a Roger Waters, musicista che mi ha sempre affascinato» chiosa Vatta a cui segue l’amico e collega Benedetti che conclude: «Spero che chi acquisti l’album lo possa utilizzare come un vero momento di astrazione dal quotidiano. Un posto in cui perdersi e gestire le proprie emozioni, qualsiasi esse siano». (Giosuè Impellizzeri)

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MAT101 – Goodbye Mum! (Balance)

MAT101 - Goodbye Mum!Roma, negli anni Novanta, è stata un crocevia per la musica elettronica, soprattutto quella dai tagli più avanguardistici. Il periodo dorato dei rave di inizio decennio (leggi la recensione di Automatic Sound Unlimited con contributi di Max Durante) dà le giuste spinte per generare un fitto reticolo di realtà discografiche che rivelano grande intraprendenza e voglia di rompere gli stereotipi. I DJ/produttori della capitale hanno le idee chiare e materializzano le propensioni al nuovo attraverso numerose pubblicazioni (Sounds Never Seen, Plasmek, Mystic Records, Sysmo, X-Forces, Elex Records, Habitat, Eclectic, la più popolare ACV con le sublabel Hot Trax o Out Of Orbit, giusto per citarne alcune), snobbate dai circuiti generalisti ma meritevoli di essere ricordate per aver raggiunto particolari obiettivi.

In questo contesto si inseriscono i MAT101 (Mario Pierro, Francesco De Bellis ed Emiliano Tortora) che debuttano discograficamente nel 1997 con “eNiAc”, un EP dichiaratamente electro. «Circa un anno prima incontrai Emiliano in università e scoprendo il comune interesse per la musica elettronica decidemmo di vederci per suonare a casa sua, a Roma, usando la sua collezione di sintetizzatori vintage, il mio campionatore Akai ed un computer. Proprio durante queste session conobbi Francesco De Bellis e, attraverso lui, Marco Passarani a cui portò le registrazioni fatte a casa di Emiliano». A raccontare è Mario Pierro, che prosegue: «Dopo diversi rifiuti, la prima traccia ad essere pubblicata fu “Entereg”, racchiusa nella compilation “The Dark Side Of The Sword” sulla Plasmek di Andrea Benedetti. Ai tempi Andrea lavorava con Marco nella distribuzione discografica Finalfrontier, e fu proprio Marco a decidere di pubblicare il nostro EP su Nature, “eNiAc”. Scegliemmo di chiamarci MAT101 in modo abbastanza casuale e senza alcun particolare significato, se non un vago riferimento al Roland SH-101 che usavamo parecchio. Solo in seguito scoprii che MAT101 è il codice internazionale dell’esame di analisi matematica, corso grazie al quale incontrai Emiliano».

La passione dei tre romani per un certo tipo di suono è autentica, viscerale e mai dettata da velleità commerciali, e ciò spiega il motivo per cui la loro attività discografica prosegua in modo piuttosto discontinuo. Nel 1999, anticipato dal singolo “Goblin 101”, esce l’album “Goodbye Mum!”, ancora saldamente ancorato all’electro (si sentano brani come “Danni Morali E Fisici”, “Level One” e “Crash Hero”) a cui ora si aggiungono melodie chiptune (“Arcade”, “Zilof”) ed ambientazioni new wave (“Mennen”). «Dopo aver inciso “eNiAc” cominciammo ad usare in maniera stabile il mio “bedroom studio” allestito a casa dei miei genitori. Ci vedevamo un paio di volte alla settimana ed Emiliano portò parecchie delle sue macchine (tra le tante Korg MS-20, Roland TR-808 e Roland MC-202). Vivendo letteralmente nello studio avevo parecchio tempo a disposizione per poter sistemare il materiale registrato ma continuavo comunque a suonare come tastierista in diversi gruppi jazz-funk non collegati a MAT101 ed usando le mie macchine “professionali” anni Novanta come la Roland XP-50 e l’Akai S-950. Per registrare “Goodbye Mum!” attrezzammo uno studio nei locali della distribuzione Finalfrontier: disponevamo davvero di un mare di roba, Emiliano aveva per le mani addirittura uno Yamaha CS-80! C’erano così tante macchine che un giorno, tornando dalla pausa pranzo, trovammo tutti i synth bloccati su una singola nota generata forse da qualche contatto difettoso. Il pad che ne usciva fuori era bello e scurissimo, e fu così che nacque “Tecnologia Casuale” inclusa nel disco. Musicalmente eravamo parecchio influenzati da Warp e Rephlex, la vetta assoluta in quegli anni. Lavorando sulle tracce però cominciammo a riscoprire aspetti più personali, legati alla nostra infanzia e ai videogiochi – qualcosa che in un modo ci influenzava inconsapevolmente da sempre e che cercammo di rendere esplicito in “Goodbye Mum!” – dalla musica alla copertina su cui Infidel costruì un intero mondo. Credo che vendette circa 1000/1500 copie, anche se i numeri esatti li ricorda sicuramente meglio Marco Passarani. “Goodbye Mum” fu pubblicato addirittura da un’etichetta creata per l’occasione, la Balance, essendo una co-produzione tra la Plasmek di Andrea Benedetti e la Nature Records di Marco».

Lo stile dei MAT101, pur stazionando nelle classiche propulsioni meccaniche e cibernetiche dell’electro, si arricchisce di nuove sfumature e suggestioni che lo personalizzano. Nel 2000 è tempo dei remix di “Arcade” a firma ADULT., D’Arcangelo e De Lisio, nel 2002 “Haunted House” finisce in “Tangent 2002: Disco Nouveau” su Ghostly International, mentre “The Ambush” viene adottata dalla Viewlexx, ma del nuovo album si perdono le tracce. «In realtà non abbiamo mai smesso di produrre pezzi per MAT101. Quello che è uscito nel 2015 su Cyber Dance Records, “Archives 1999-2001”, è il famoso secondo disco che non avevamo mai avuto l’occasione di terminare. “Haunted House” fu realizzata per suonare intenzionalmente come un pezzo “cheap disco” italiano dei primi anni Ottanta, compresa la risata, mentre “The Ambush” lo firmammo MAT101 anche se praticamente era un pezzo dei Jollymusic ma non sapevamo ancora cosa sarebbe avvenuto da lì a breve. Dopo aver pubblicato “Goodbye Mum!” io e Francesco, insieme a Gianmarco Jandolo, cominciammo a lavorare in radio ogni sabato notte per il programma “Frequency” su Radio Città Futura. Fu un’esperienza bellissima, avevamo libertà pressoché totale di decidere la scaletta e fu così che tra i consueti mix electro/techno Francesco propose la rubrica “Il giro del mondo a 33 giri”, utilizzando delle cassette preparate a casa con dei blob di dischi di ogni genere provenienti dal mercatino di Porta Portese. Presto capimmo che quello, in combinazione con gli strumenti acustici ed elettronici, poteva essere l’inizio di qualcosa di musicalmente unico, e le allora nuove possibilità di fare “hard disk recording” direttamente nel sequencer ci aprirono le porte di un mondo totalmente nuovo. Così nacque il primo disco dei Jollymusic su Nature, che annoverava collaborazioni con tutti gli amici che al tempo passavano a trovarci durante le trasmissioni. Tra questi ricordo Luciano e Valerio Raimondi che ora escono come Odeon su Edizioni Mondo: la storia, insomma, continua ancora oggi».

A portare avanti Jollymusic però sono i soli Pierro e De Bellis. «Giá dal 1998 Emiliano iniziò a lavorare su quella che poi sarebbe diventata la sua agenzia di promozione concerti, la Grinding Halt, e dunque era interessato a cose diverse da quello che io e Francesco stavamo facendo. Dopo un breve ritorno con MAT101 nel 2009, quando facemmo una singola data al Dancity Festival in Umbria, oggi Emiliano suona con un gruppo chiamato The Hand».

Jollymusic è dunque una specie di sentiero parallelo a MAT101 che Pierro e De Bellis percorrono dal 2000, anno in cui il loro album “Jollybar” viene pubblicato nel Regno Unito dalla Illustrious, etichetta del gruppo Sony. Per il duo romano sembra prospettarsi un exploit mainstream, dopo gli inizi nell’underground più defilato. «In “Radio Jolly” usammo un vecchissimo apparecchio anni Cinquanta che è sempre stato a casa dei miei e che registrammo per fare l’intro. La Sony si accollò le spese del video ufficiale e all’inizio della clip compariva proprio quella radio. Grazie alla Sony abbiamo avuto la possibilità di aprire lo studio al Pigneto, che poi fu la base di tutto quello che successe dopo. Secondo me fummo davvero fortunati ad essere pagati visto che pochi anni più tardi avremmo assistito al crollo verticale della maggior parte delle major stesse».

Scandito da vari brani estratti in formato singolo come il citato “Radio Jolly”, remixato da ADULT., The Parallax Corporation & Alden Tyrell, Agent Sumo e West London Deep, e “Talco Uno”, interpretato da Erlend Øye dei Kings Of Convenience e in high rotation su MTV, “Jollybar” resta, ad oggi, l’unico album dei Jollymusic, proprio come avviene coi MAT101. «Nel 2013 Francesco ha fondato l’etichetta Edizioni Mondo che è la realizzazione definitiva della visione iniziale dei Jollymusic. L’album intitolato “I Semi Del Futuro” che ha firmato come L.U.C.A. è assolutamente incredibile ed unico, e a mio avviso definisce Jollymusic oggi. Ogni tanto abbiamo lavorato insieme su qualche pezzo, come ad esempio “Blue Marine” incluso in “Precipizio”, il primo del catalogo Edizioni Mondo».

Dall’estero gli apprezzamenti per la musica di Pierro e De Bellis non si fanno attendere, in Italia invece, almeno inizialmente, molti addetti ai lavori non sapevano nemmeno chi fossero, scoprendoli solo dopo la licenza inglese della Sony. Snobismo, poca attenzione nei riguardi della produzione interna e forti dosi di esterofilia non sono certamente gli ingredienti adatti per crescere. «Con Jollymusic facemmo promozione nel Regno Unito ottenendo riscontri molto buoni. Ricevemmo ottime reazioni, fin da subito, anche da una parte della stampa indipendente italiana. Oggi mi pare sia tutto così frammentato e low budget da non poter più parlare di “esterofilia”, ognuno ha il suo orto e lo coltiva, o forse in realtà è sempre stato così. Degli anni Novanta mi manca l’opera di filtro fatta dalle etichette discografiche indipendenti. Eri costretto ad accettare un rifiuto e riflettere sulla tua musica e su quello che volevi comunicare. Questo processo portava gli artisti a crescere prima di pubblicare qualcosa. Oggi il numero di like o la feature su qualche blog conosciuto non riescono a svolgere la stessa funzione. La quantità prima della qualità sposta inevitabilmente l’attenzione sulle macchine e il processo anziché sugli artisti e l’immaginazione. L’attenzione maniacale per il processo produttivo e per la catalogazione del passato secondo me nascondono in realtà il desiderio di riappropriarsi della spinta innovativa e libera dei grandi classici, il che è una contraddizione, ma in cambio ci sono possibilità tecniche impensabili venti anni fa. Per affrontare alcuni di questi problemi ho fondato, insieme ad alcuni amici, un collettivo artistico, Distant Future attraverso cui promuovere le nostre cose. Nel frattempo continuo a lavorare ad un album di ROTLA (acronimo di Raiders Of The Lost ARP) che uscirà prossimamente su Edizioni Mondo». (Giosuè Impellizzeri)

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