Pablo Gargano, oltremanica per amore della musica

Pablo Gargano

Attratto dalla dance e dai suoni elettronici, nella seconda metà degli anni Ottanta Pablo Gargano si appassiona al DJing, analogamente a tanti coetanei. Nei Novanta comincia ad esibirsi in pubblico in una discoteca dell’hinterland milanese, l’Immaginazione di Pantigliate, dove divide la consolle con Maurizio Braccagni e Fabio Locati. Un avvio di carriera simile a quello di tanti altri DJ insomma, ma quando si trasferisce a Belfast per Gargano cambia tutto. Lavora presso un negozio di dischi specializzato, suona agli eventi Hell Raiser e comincia a dedicarsi alle produzioni discografiche, prima inclini all’acid e poi via via sempre più vicine alla trance frammista ad energetiche spinte techno e goa. Nel 1995 fonda la Eve Records sulla quale convoglia gran parte della sua attività produttiva fatta di una moltitudine di singoli e due album, “Senza Volto” del ’97 e “Girotondo” del ’98. Incidere dischi è un autentico volano che gli permette di affermarsi come DJ sulla piazza internazionale, macinando gig in tutti i continenti e conquistando la stima di blasonati colleghi come Sasha, Tiësto, Paul Oakenfold e Pete Tong. La fiamma si spegne ad inizio del nuovo millennio, periodo in cui l’artista perde le energie necessarie per proseguire in una scena che muta radicalmente il proprio DNA contestualmente alla globalizzazione e alla diffusione di internet. Nella primavera del 2020 però il nome di Gargano torna inaspettatamente a farsi sentire con nuove produzioni, proprio quando il mondo entra in lockdown a causa della pandemia di coronavirus.

Con quali artisti e musiche trascorri infanzia ed adolescenza?
Per quello che posso ricordare, il primo contatto “fisico” con la musica avvenne alla tenera età di quattro anni, quando facevo a pezzi graziose lastre circolari di plastica nera per farne una sorta di puzzle. Si trattava dei dischi dei miei genitori su cui era incisa musica classica. Da adolescente cominciai a prendere lezioni di chitarra acustica e ad ascoltare la radio accontentandomi di quello che, come si suol dire, “passava il convento”, da Francesco Guccini a Vasco Rossi, dagli U2 a Madonna. Rammento nitidamente però che fossi attratto dai suoni elettronici provando fastidio per le voci che li coprivano.

Quando scopri il DJing invece?
Intorno al 1986 mixando, con due registratori a cassetta, brani disco e pop del periodo. Successivamente, frequentando due cari amici, Fabiano e Saro, appresi meglio quell’arte. Passavamo le serate imparando la tecnica di mixaggio con giradischi a cinghia, aiutandoci con le dita per sincronizzare i BPM e cercando di memorizzare gli arrangiamenti dei brani.

flyer Immaginazione (1992)
Un paio di flyer dell’Immaginazione di Pantigliate risalenti al 1992: su entrambi, tra gli altri, presenzia Pablo (Atomic Sound), uno dei due alias con cui Gargano inizia la carriera da DJ

Qualche mese fa, su Facebook, hai ricordato le tue prime esperienze in discoteca come DJ rimandando a questo set registrato nel 1992 presso l’Immaginazione di Pantigliate, a pochi chilometri da Milano. Come descriveresti il Pablo Gargano che armeggiava dietro la consolle, riascoltando oggi quel set di quasi trent’anni fa?
Ero un ragazzo spontaneo e semplice. Avevo persino scelto due nomignoli per iniziare quell’avventura, Pablo (Atomic Sound) e Pablo T.T.J. (risate). Pietro e Manuel Zucca mi concessero di suonare nel loro locale insieme ai grandi Maurizio Braccagni e Fabio Locati. Per me fu una tappa particolarmente importante che mi diede la possibilità di creare il primo contatto col pubblico e quindi fare esperienza su come capirlo e controllarlo. Non mancò ovviamente il divertimento e ricordo come se fosse ieri le risate che mi feci con Braccagni quelle sere.

Sabato 25 luglio 1992 sei tra i DJ dell’Insanity Rage, un evento capitolino che in consolle vede, tra gli altri, il compianto Mauro Tannino a cui abbiamo dedicato un articolo qui, Lory D e Max Durante, oltre ai live di Automatic Sound Unlimited (di cui parliamo qui), The Order e Stefano Di Carlo. Come ricordi quella data?
Conobbi e vidi per la prima volta Lory D rimanendo totalmente impressionato. In quell’occasione appresi che in romano la frase “quanto sei ignorante” fosse un complimento in relazione al sound particolarmente “duro”.

flyer Insanity Rage
Il flyer dell’Insanity Rage, svoltosi il 25 luglio 1992. In quell’occasione Gargano si esibisce come Pablo T.T. Jay

Com’era la scena house/techno italiana dei primi anni Novanta?
La maggiore distinzione correva tra musica commerciale e musica underground. Prima le discoteche e poi i grandi eventi come i rave, costituivano le principali forme di divertimento nonché i luoghi in cui ci si sfogava e si socializzava. La scena era ancora ingenua, spontanea ed inesplorata. A prevalere era la vera passione per la musica e, purtroppo, per le droghe, che contribuirono all’evasione da schemi preimpostati dando vita ad una nuova realtà.

In quel periodo un amico, Stefano Lo Presti, ti invita ad andare a trovarlo a Belfast, in Irlanda, e la tua vita cambia. Inizi a lavorare per un negozio di dischi, Underground Records a cui era collegata l’omonima etichetta, suoni agli eventi Hell Raiser presso la Ulster Hall e nel 1993 incidi il tuo primo EP, “Liquid Brain”, sulla Mindpower Records nata sotto l’ala della stessa Underground Records. Come vivesti quella prima fase all’estero?
È il ricordo più nitido che ho del passato, un’esperienza incisiva della mia vita. Lì ho imparato la lingua inglese, a lavorare full time nella musica e ad esibirmi di fronte ad un pubblico più ampio rispetto a quello italiano. Restano indimenticabili le giornate trascorse tra le mura di Underground Records a fare ordini, ad ascoltare le novità e a vendere dischi. Ho ancora viva l’immagine dei giovedì sera passati in un negozio letteralmente pieno, con gente che si accalcava all’esterno mettendosi in fila per ascoltare i nuovi arrivi e poi acquistarli. I set dei DJ durante gli eventi Hell Raiser, tenuti nella magnifica sala concerti Ulster Hall, creavano un’atmosfera paragonabile a quella delle esibizioni delle rockstar. Poi arrivò la prima pubblicazione ufficiale su vinile, le interviste, gli autografi… fortunatamente è durato poco altrimenti avrei finito con l’abituarmi.

Agli eventi Hell Raiser si esibiscono pure diversi artisti italiani, dagli SPQR a Ricci DJ, da Maurizio Braccagni a Francesco Zappalà: c’era il tuo zampino dietro quelle ospitate?
Cercammo, sempre insieme a Stefano Lo Presti, di promuovere gli italiani che conoscevamo. Una delle due serate con Zappalà (quella risalente al 4 giugno 1993, ascoltabile qui, nda) credo sia stata la più riuscita.

flyer Hell Raiser
Una serie di flyer degli eventi Hell Raiser presso la Ulster Hall di Belfast. Tra i vari nomi si scorgono anche quelli di alcuni DJ italiani

Quanto era complesso, ai tempi, comporre un disco come i tuoi? In che modo ci si procurava gli strumenti e si imparava ad usarli quando non c’erano internet e i tutorial gratuiti su YouTube?
Era persino difficile trovare i manuali di utilizzo visto che molti sintetizzatori erano di seconda mano e prodotti anni prima. Il metodo era soltanto uno, il classico “trial & error” ossia sbagliando si impara. L’acquisto di strumenti? Si ricorreva ad amici di amici oppure si effettuava la ricerca attraverso giornali di annunci di compravendita di oggetti di seconda mano come Loot, oppure riviste di strumenti come Sound On Sound o Future Music. Qualora si disponesse di finanze più sostanziose e si avesse meno voglia di ricercare l’affare invece, si optava per i classici negozi di strumenti musicali. Il mio primo brano pubblicato su 12″ si intitolava “Bombass Confusion” e fu stampato in soli ottanta test pressing promozionali. Lo realizzai con una tastiera Roland S-50 ed un registratore multitraccia Fostex X-26 campionando suoni da “Dukkha” di Precious X Project (di cui parliamo qui, nda) e frammenti di ritmiche da pezzi dei cataloghi Edge Records e Rabbit City Records. Suonavo tutto dal vivo riversando il contenuto su cassetta, se ben ricordo una TDK da quindici minuti. In seguito al mio trasferimento a Belfast implementai l’equipaggiamento acquistando varie macchine Roland ossia una TB-303, un SH-101 ed una TR-808, ideali per la realizzazione di pezzi acid. Con quell’equipment realizzai il mio primo remix per “Killer Filler” dei Tri-Core, un duo di Belfast.

Ad un certo punto ti trasferisci a Londra: com’era la metropoli inglese a metà degli anni Novanta? Quali erano le sostanziali differenze con l’Italia?
Tra 1993 e 1994 lasciai Belfast per spostarmi nella capitale britannica dove si respirava il vero odore dell’underground. Negozi come Black Market Records, Chochi’s Chewns, Groove Records, Catch A Groove, Zoom Records, Plastic Fantastic ed altri ancora erano assoluti punti di ritrovo dove approvvigionarsi di novità discografiche, fare promozione dei party ed incontrare colleghi DJ. Erano posti originalissimi e a volte tetri, immersi in atmosfere in stile Mad Max. Correvano indubbiamente gli anni d’oro della scena, mi sembrò di vivere in un film di John Carpenter. I primi pezzi che realizzai a Londra confluirono nel “Mental Pabvlvm EP” pubblicato dalla Rabbit City Records di Colin Faver e Gordon Matthewman (di cui parliamo qui, nda) a cui seguì “Planet LH. 45” su Metropolitan Music. Avendo lasciato l’Italia nel 1992, non posso fare paragoni con la scena britannica, non so come si sviluppò il mondo delle discoteche nello Stivale dopo la mia partenza.

Eve Records 001
Il primo 12″ pubblicato nel 1995 dalla Eve Records

Dal 1995 inizi ad incidere musica con regolarità per la Eve Records: come ricordi l’inizio di quell’esperienza?
La Eve Records, a dispetto di quanto riportato su Discogs, non fu affatto fondata da Simon Eve. La coincidenza ha preso il sopravvento sulla conoscenza. Eve Records nacque invece nel 1995 da un’idea condivisa tra me e Stefano Lo Presti, foraggiati da un accordo di P&D stretto con Angelo Bernardo e Doug Osborne della Flying Records UK. Simon Eve lavorò con noi soltanto dopo il Duemila. In principio era un’etichetta che pubblicava esclusivamente mie produzioni. Le prime uscite recavano solo il logo, il numero di catalogo e poche altre informazioni ma non il nome dell’autore. Il primo “esterno” ad apparire su Eve Records fu, di fatto, David Craig, con cui iniziai a collaborare nel 1995 mediante “Eternal NRG”, una delle tracce incluse nel citato “Planet L.H. 45” su Metropolitan Music. Solo a partire dal 1998 l’etichetta cominciò ad aprire le porte ad altri artisti come Atmos, i Mara, Steve Gibbs, Markus Schulz, Michael Thomas, gli Sleepwalker e David Forbes, gettando le basi per l’Eve Records Group che sotto il suo ombrello raccolse altre label come Telica, Eve Nova, Discover e Recover.

Tra i tanti dischi realizzati in quegli anni, qual è quello a cui sei maggiormente legato?
Un brano su tutti? “The Secret Spice” incluso nell'”Eve 3″ del ’96. Appena masterizzato pensai che avrebbe riscosso più attenzione rispetto alle precedenti due uscite e così fu, aprendomi le porte di un mercato più ampio.

Quale invece quello che ti ha dato maggiori soddisfazioni, sia artistiche che economiche?
Dal punto di vista artistico, oltre al già citato “The Secret Spice” dell'”Eve 3″, direi “Blow Your Mind” ed “Everyone’s Future”, tratti rispettivamente dall'”Eve 8″ e dall'”Eve 12″, ma sono sicuro che potrebbero essercene altri più interessanti. Sotto il profilo economico invece, non mi sono mai arricchito con la musica anzi, non sono mai diventato ricco (risate).

Molti anni fa lessi che dietro David Craig ci fossi tu. Confermi o smentisci?
Smentisco assolutamente. David Craig è un caro amico che sento spesso tuttora. Continua a darmi consigli informandomi su come si è evoluta la scena e sui trend nel settore. Lo conobbi a Belfast e da allora siamo rimasti sempre in contatto. Oltre ad essere una persona integra, ha sempre avuto un orecchio critico ed attento e proprio per tale ragione lo coinvolsi nelle produzioni su Eve Records. Lo aiutavo solo nella parte tecnica però, dirigeva autonomamente arrangiamenti e scelte sonore. Chissà, magari in futuro potremo collaborare ancora.

David Craig e Pablo Gargano su Lisergica (1997)
In alto “Acid Indulgence EP” e “Lord Of The Universe” di David Craig, co-prodotti con Gargano e pubblicati anche in Italia, sotto l’EP di Gargano edito dalla Lisergica

Un paio di dischi di David Craig, “Acid Indulgence EP” e “Lord Of The Universe”, escono anche in Italia, rispettivamente licenziati da Sonica Records e Sativa. Nello stesso periodo, tra 1996 e 1997, “My World” di Bismark, originariamente su BXR, finisce nel catalogo Telica con l’aggiunta di un tuo remix. Nel 1999 invece la Lisergica Records del gruppo Arsenic Sound (di cui parliamo qui) assembla un EP prendendo tre tuoi brani dal catalogo Eve Records e Metropolitan Music. A quanto pare, seppur vivessi oltremanica, mantenesti qualche rapporto con l’Italia. Qui c’erano DJ, produttori, etichette e club che a tuo avviso avevano le carte in regola per reggere il confronto con le più consolidate realtà estere?
I produttori italiani non avevano davvero nulla da invidiare a quelli d’oltralpe, basti pensare ad Elvio Moratto, Dino Lenny, Joe T. Vannelli, Mario Più, Jose Amnesia… senza dimenticare tutti quelli dell’italian house ovviamente. Forse, per quanto riguarda trance e techno, il sound italiano era più vicino al modello tedesco piuttosto che a quello britannico. In merito ai club invece, come dicevo prima, da quando mi trasferii in Irlanda non ho più suonato o frequentato locali italiani quindi non posso esprimermi.

Nei primi anni Duemila inventi nuovi alias (Bitcrusher, Francisco Savier, Wavestorm) ed abbracci nuove soluzioni stilistiche ma diradi progressivamente l’attività produttiva. L’ultima uscita su 12″ infatti è del 2003, “Arcana / Osho”. Perché mollasti?
Furono anni stressanti. La monotonia finì col prendere il posto della creatività ed iniziò ad essere difficile sopravvivere di sola musica. Crebbero le paure e seppur le idee fossero ancora tante, a mancare furono le energie per realizzarle e così decisi di abbandonare tutto.

Phronesis Digital (2020)
Il logo della Phronesis Digital, l’etichetta che Pablo Gargano vara nei primi mesi del 2020

Sei tornato alla composizione giusto di recente attraverso la tua nuova label, la Phronesis Digital, sulla quale hai pubblicato diversi brani di matrice progressive house in cui comunque è nitida l’impronta trance. Ti aspetti qualcosa da questo nuovo corso della tua carriera da produttore?
La Phronesis Digital è un po’ come la Eve Records degli inizi, più che un’etichetta è una piattaforma showcase sulla quale, pian piano, cercherò di ritrovare un sound che possa identificarmi. L’arrangiamento trance è un modo di percepire la musica che, per me, resta sempre un viaggio ed un racconto. L’importante ora è mantenere vive le emozioni e i ricordi. Non so cosa succederà e a dire la verità, a differenza di quanto avvenne circa trent’anni fa, non ho aspettative o pretese.

Hai vissuto gli anni più floridi e rigogliosi per la discografia della club culture. Quanto è difficile per uno come te rimettersi in gioco adesso, con visualizzazioni e follower sui social network che hanno preso (incredibilmente) il posto delle vendite dei dischi?
Rimettersi in gioco è semplice quando non si hanno aspettative e non si dipende dall’opinione degli altri. Fai ciò che credi e quello ti basta. I mezzi sono cambiati ma il fine rimane sempre lo stesso, trovare più persone possibili che ascoltino e si interessino al tuo modo di interpretare la musica. Forse la grande problematica odierna è che la musica non venga più ascoltata. I tempi sono veloci e difficilmente permettono di memorizzare o vivere appieno ciò che si ascolta.

Al netto della nostalgia, credi che la nuova fruizione della musica possa garantire un impegno da parte degli artisti (ed anche delle etichette, in riferimento alle piccole indipendenti) pari a quello di un tempo? Mi spiego meglio: la musica potrà continuare ad essere alimentata da professionisti in assenza di un pubblico disposto a sostenerla economicamente?
Parlando della nostra scena, penso che le piccole label riusciranno a rimanere in vita come nicchie di realtà più grandi. Stiamo progressivamente ritornando al punto di partenza, quello della pre-dance intendo, e il periodo che viviamo non è altro che un punto nell’onda sinusoidale che continuerà a propagarsi sempre, ma forse per dare vita ad un altro vero periodo dance occorreranno decenni.

Oggi pare non sia più fattibile poter ambire a comporre musica senza essere nel contempo un performer. Credi in questo binomio? Non sempre chi è abile in studio lo è altrettanto sul palco, e viceversa.
Anche ai vecchi tempi c’era chi produceva in studio ma poi veniva sostituito nelle performance dal vivo da altre persone (in merito a tale tematica rimandiamo a questo reportage, nda). Adesso il contatto è più immediato e diretto ma la tecnologia ha creato strumenti utili per affrontare ogni situazione in maniera decente. Per fortuna esistono ancora artisti in grado di eccellere in entrambe le arti.

Hai suonato in tutti i continenti: come ricordi l’attività frenetica nei club? Ti manca quella vita?
A mancarmi più di tutto è l’atmosfera, i viaggi, le location, le persone incontrate, i personaggi più strambi, chi lavorava nei backstage e gli imprevisti. Il club era paragonabile ad un “forum” moderno ma non vorrei tornare indietro, sono vecchio ed ho già dato (risate).

Sei sempre stato fedele ad un’estrazione underground, sia come DJ che produttore, non cedendo mai a tentazioni pop contrariamente a tanti tuoi colleghi. A posteriori rifaresti le stesse scelte?
Non ho nulla in contrario alle tentazioni pop, per me alla fine resta sempre una scelta musicale o economica. Poi non è semplice realizzare brani pop, tecnicamente la qualità sonora dello standard è sempre più elevata e trovare il motivo “catchy” non è così scontato come potrebbe sembrare. Fatta questa premessa, confesso che mi hanno sempre affascinato l’originalità e la spontaneità dell’underground, fattori che nel pop sono molto rari visto che il mainstream ruota su quello che viene inventato proprio nell’underground.

Ritieni che i cosiddetti DJ-star abbiano portato più vantaggi o svantaggi alla scena?
Secondo me i “DJ-star” esistevano già dall’inizio ma forse inconsapevolmente. I vari Lory D, Claudio Coccoluto, Marco Trani, Carl Cox, Sasha, Paul Oakenfold, Joey Beltram, Jeff Mills, Richie Hawtin, Tony Humphries, David Morales e tanti altri non erano (e sono) delle star? Preferisco più le DJ-star però, guardo tutte le loro foto. Peccato non esistessero un paio di decenni fa!

Da essere un genere sperimentale nato sull’asse ambient/techno ad inizio anni Novanta, la trance è diventata piuttosto monotona e si è svuotata di guizzi creativi. C’è qualcuno che in tempi recenti è riuscito a fornire qualche slancio inedito?
Al momento non so rispondere perché è solo un anno che ho ripreso ad ascoltarla ed internet è molto dispersivo. Seguo David Forbes e John Askew, che originariamente erano artisti delle mie etichette, ma a dirla tutta non mi ritrovo nella trance moderna, è un sound troppo canalizzato e specifico e manca di imprevedibilità: sai come inizia e sai come finisce.

La tua carriera sarebbe stata la stessa se non ti fossi trasferito oltremanica?
Ogni tanto ci penso ma finisco sempre col ripetermi il detto popolare “se mio padre avesse avuto tre palle…”. Senza dubbio la carriera non sarebbe stata la stessa ma diversa nelle esperienze vissute. Sono stato sempre pienamente convinto della scelta fatta, oltremanica sentivo che la musica fosse più vicina alle mie idee.

Quali sono i tre aggettivi con cui vorresti fosse ricordata la tua musica?
Sarei già contento se fosse ricordata ma, per rispondere alla domanda, direi spontanea, imprevedibile e, perché no, interessante.

(Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

David X – Apocalypse (Pirate Records)

David X - ApocalypseDavid Calzamatta, da Roma, è tra i DJ che tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta restano folgorati dalla house e dalla techno. È difficile allora, per un adolescente o poco più, resistere al richiamo di due generi così rivoluzionari, nuovi e tanto dirompenti. Fare il DJ, in quel periodo, significa assistere ad un cambio epocale di suoni, ritmiche, sensazioni, percezioni. Non si sa se il futuro potrà riservare ancora un momento tanto incisivo per la musica visto che stupirsi per il nuovo è diventato davvero difficile e talvolta impossibile.

«Lavoravo come DJ dal 1985 e contemporaneamente studiavo organo e composizione al Conservatorio Santa Lucia di Roma col maestro Luigi Celeghin. Un giorno Claudio Donato, produttore e titolare della Full Time Records, mi chiese di lavorare per lui. Il compito era trascrivere, per il deposito SIAE, le melodie che compositori come Elvio Moratto ed altri collaboratori dell’etichetta elaboravano ad orecchio» racconta oggi Calzamatta. «Iniziai con “Walking” di Jovanotti, nel, 1987, e dopo un po’ di tempo mi propose di comporre qualcosa. Inizialmente trovai un po’ difficoltoso provare solo col pianoforte e quindi decisi di vendere la Vespa per acquistare una Roland TR-505. Claudio e George Aaron vennero a casa mia per sentire un brano e mi fecero delle domande a cui non seppi rispondere. Quale sarebbe stato il giro di basso? E il riff introduttivo? Mi resi conto che, nonostante facessi il DJ già da alcuni anni in locali di tendenza come il My Club, il Piper e il Paradise, non mi ero mai reso conto di come fossero arrangiati i brani. In quel momento Claudio accese in me una serie di ingranaggi che non si fermarono fino a quando non capii cosa mi serviva, dopo aver parlato con arrangiatori, compositori e negozianti. Ai tempi tutti lodavano la Ensoniq Mirage in grado di far suonare contemporaneamente vari campioni ottenendo suoni “così potenti che si avvicinavano alla realtà”. La ricerca sonora di allora era frustata dai suoni dei synth analogici e cercava di riprodurre il più fedelmente possibile, ma senza riuscirci, quelli degli strumenti acustici o elettroacustici. Da lì a breve sul mercato arrivò il Roland S-50 che aveva 12 bit anziché 8, e capii che era quello il mio strumento, ma non avevo quattro milioni e mezzo di lire per acquistarlo. Claudio anticipò il denaro necessario che gli avrei restituito coi primi lavori. Così, grazie a lui, intrapresi la strada della musica.

04) David X

David X nel suo studio, in una foto scattata tra 1988 e 1989

Dovevo ancora apprendere molte cose ed ascoltando i brani che arrivavano dagli Stati Uniti capii che necessitavo di strumenti che qui erano considerati quasi immondizia. La Roland TR-909 la comprai per 150 mila lire, la TR-808 invece la recuperai a Pesaro per appena 100 mila lire. Poi iniziai ad acquistare qualche synth come l’Alpha Juno 2, il JX-3P e la TB-303 e contemporaneamente quelli che proponeva il mercato in quel momento storico, come il Roland D-50 e il Korg M1. Quando facevo oscillare quei DCO o mandavo in risonanza i filtri mi sentivo a Chicago da dove arrivano le prime tracce house. Riuscii a metter su uno dei primi studi MIDI, capii che avrei potuto ottenere un buon suono se avessi avuto il controllo totale dell’attrezzatura e così fu, anche se all’inizio non mi credeva quasi nessuno. Tutti pensavano che fosse impossibile lavorare senza uno Studer a 24 piste ed un banco da un miliardo di lire. Io invece avevo un banco da “soli” 4 milioni ma mandavo gli strumenti in diretta con 32 piste MIDI e alla fine avevo la stessa dinamica. Dopo le prime prove iniziarono a cercarmi. Avevo il sound non italiano e a quel tempo i DJ italiani smisero di ascoltare le novità prodotte in patria. I miei primi lavori infatti furono pubblicati da etichette che sembravano straniere, come ad esempio la London Street insieme al compianto Dr. Felix nascosto dietro la sigla D.F.X..Felix, ai tempi, era sempre nel mio studio e frequentemente pranzava e cenava coi miei genitori. Non mi ritenevo però un DJ producer perché allora non esisteva ancora come figura professionale. La musica inoltre era suonata nonostante l’enorme dose di campionamenti utilizzati. Spesso facevo dei remix in cui, invece di ripetere qualche battuta tagliando il nastro, operazione in cui il maestro indiscusso era Mario Tagliaferri, risuonavo il brano in modo da ottenere una versione ex novo. Insomma, non mi bastava più essere solo un DJ, volevo capire il sound calandomi all’interno di esso».

Nel 1990 Calzamatta incide, in coppia con Giancarlino Battafarano (proprio quello del Goa), “Move Your Tetas” di G&D sulla Fun Records del gruppo Energy Production e “I Need Walking” per la romana Jocks. Nello stesso anno tocca anche ad “E = MC ²”, sulla GFB del gruppo Media Records, marcatamente più vicino al mondo della techno. «Giancarlino voleva dedicarsi alle produzioni discografiche e mi affascinava l’occasione di lavorare con un grande DJ che proponeva musica di generi all’avanguardia. Fu un’ottima esperienza ed io ormai ero pratico nella composizione e nell’arrangiamento, capace di sfornare un prodotto finito in tre giorni. Certo, bisogna sempre fare i conti con la vena artistica, ma suonare nei club tutte le sere ti fa entrare nell’ottica giusta. Le produzioni più spinte le realizzavo da solo, erano dei voli nell’elettronica che magari facevo a notte fonda, però le etichette che cercavano la hit non le apprezzavano. Gianfranco Bortolotti invece capì che il suo lavoro di successo in Media Records dovesse essere accompagnato da qualcosa di più avanguardistico ed aprì un filone che alla fine ha funzionato discretamente dandomi lo spazio che desideravo. Qualcuno potrebbe pensare che il titolo del disco fosse un omaggio all’omonimo album di Giorgio Moroder del 1979, ma io Moroder non lo presi affatto in considerazione. E = MC ² identificava un viaggio spazio temporale: un mercoledì sera, alle 17:30, iniziai a suonicchiare visto che ero libero dagli impegni in discoteca, pensando di andare a dormire poco dopo, invece proseguii ad oltranza per almeno 24 ore realizzando di getto i cinque brani dell’EP, praticamente pronti per essere stampati sul mix. Fu come se il tempo si fosse allungato all’interno delle 24 ore, e da lì mi venne l’idea del titolo».

01) David X

David X e Giancarlino Battafarano alla presentazione di “Move Your Tetas” a Le Stelle, poi diventato Luxurya (1990)

Nel 1991 Bortolotti crea la Pirate Records per le produzioni di taglio rave/techno. Ad aprire il catalogo è “Apocalypse”, il secondo disco che Calzamatta incide per l’etichetta di Roncadelle. Anche in questo caso sul 12″ ci sono cinque versioni tra cui svettano meglio la You Don’t Know Death, in cui convergono suoni che la Media Records avrebbe portato al grande successo con “2v231” di Anticappella, “We Need Freedom” di Antico, “Take Me Away” di Cappella (che ne contiene pure un frammento) e “We Gotta Do It” di Francesco Zappalà e DJ Professor, tutti del 1991, e la Oldtechnomix, in battuta breakbeat e sempre col sample preso dai “Carmina Burana” di Carl Orff. Degna di menzione è pure la Reverse Mix, in cui i suoni portanti vengono eseguiti al contrario.

«”Apocalypse” arrivò al termine dei miei studi universitari di teologia. Una profonda fede cristiana accompagnava la mia vita fatta di club, insegnamento alla scuola elementare, produzioni discografiche e la fuga in montagna sullo snowboard, tutti i martedì fin dal 1988. Per il suono principale del brano penso di aver portato al massimo splendore il Roland MKS-50. Spesso per rendere i suoni più elettronici, dopo averne realizzato uno lo campionavo e lo risintetizzavo, anche se non fu quello il caso. Tutte le variazioni del suono le registravo in MIDI utilizzando il sistema che permetteva di richiamare un timbro con un messaggio inserito nella traccia MIDI e poi di registrare in diretta tutti gli smanettamenti per modificare il suono e riprodurli. Campionamenti ne facevo tutti i giorni, li mettevo sui floppy disk e poi all’occorrenza li tiravo fuori».

Sempre nel ’91 Calzamatta incide un altro disco per la Pirate Records, “ahk i:st hosi (OMAR)”, che ripercorre le orme dei due precedenti, inserendosi nel filone rave hardcore che conosce il boom nel Regno Unito. «Ai tempi campionavo così tanta roba che non riesco più a ricordare da dove presi il sample che recitava il titolo, ma probabilmente era un film. A circa ventisei anni di distanza però rammento che ne andavo orgoglioso. Non mi interessava sapere se il mercato lo avesse accolto bene o non, odiavo discutere di copie stampate e percentuali, e questo è stato uno dei motivi per cui ho smesso».

03) David X

David X ancora nel suo studio, tra 1988 e 1989. Tra le mani stringe un Roland PG 200

Dopo “I’m Gonna Win” di G.P.A., pieno zeppo di sample, Calzamatta incide altri dischi come “Polka Danz” di Red Army, “Puppets/Lynx” di Dandro, l’EP di Precious X Project (di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui), “It’s The Power” di Jago e qualcos’altro, ma ben poco se si pensa alle tonnellate di dischi che si producevano ai tempi, invogliati da riscontri economici ben più allettanti di quelli attuali. «Pubblicai una versione di “Tetris” per primo ma in formato white label. Poi “Puppets” di Dandro, che riprendeva il motivetto composto da Fiorenzo Carpi per il film di Pinocchio ed uscito circa un mese prima rispetto alla versione più nota dei Pin-Occhio (la cui mente era Giorgio Prezioso, seppur non presente tra i crediti), e Precious X Project che fu un lavoro molto piacevole. Con Andrea Prezioso trovai un perfetto feeling musicale, e col fratello Giorgio realizzai svariati remix. Ad onor del vero sono uscite molte altre cose in cui il mio nome non comparve (a tal proposito si legga il contributo di Calzamatta presente in questo reportage). Spesso ai tempi i diritti di produzione non ti arrivavano e quindi decisi di svolgere la maggior parte dei lavori a forfait, rinunciando chiaramente a tutti i diritti, compreso quelli derivati dalla SIAE. La situazione però iniziò ad essere talmente nauseante dal punto di vista della contrattazione e dello sfruttamento economico del mio lato artistico che iniziai a non riconoscermi più in quella vita, e lasciai emergere una nuova personalità legata allo sport. Mollai Roma e mi trasferii in montagna, in Trentino, dove vivo tuttora con la mia compagna Maria. Abbandonai la musica con un colpo secco, non misi più un disco dal 1994 al 2009. Ricevetti diverse proposte economicamente interessanti, sia come DJ ma soprattutto come produttore ed arrangiatore, ma mentalmente non ero interessato. In Trentino ho continuato a fare l’insegnante e in parallelo mi sono occupato di snowboard, per poi scoprire ed introdurre in Italia il kitesurf. Solamente nel 2009 ho ripreso in mano la consolle, aggiornandomi sulle moderne apparecchiature e tecniche di mixaggio. In questi ultimi mesi mi sto preparando anche per tornare a comporre, ora sono intento a costruire una piccola sala d’incisione».

Calzamatta lascia quindi il settore musicale intorno al 1994 ma non prima di mettere le sue conoscenze tecniche sul campionamento a disposizione dei lettori di Disk Jockey New Trend, organo ufficiale dell’AID (Associazione Italiana Disc Jockey), che peraltro gli affida anche un tutorial, curato insieme a Davide Ruberto, sul Roland DJ-70 diffuso su VHS. Quello che lui stesso definisce “uno strumento fantascientifico” genera stili musicali, tecniche di composizione e segna in modo inequivocabile un’epoca, ma forse il progresso tecnologico è stato inversamente proporzionale alla creatività artistica, soprattutto in ambito sampling. «Campionare può voler dire agganciare un altro brano per goderne della sua fama, oppure esprimere concetti diversi con un suono o un rumore già editi in precedenza. Io campionavo davvero di tutto e da tutto, dischi, voci, film, programmi televisivi e spesso anche rumori che poi sintetizzavo.

02) David X

La rubrica “Campionando” curata da David X per il magazine Disk Jockey New Trend (gennaio 1995)

Il computer ha avuto il merito di dare la possibilità di esprimersi a chiunque senza affittare una sala di incisione a mille euro al giorno, ma allo stesso tempo ha mescolato chi ha talento con chi invece non ne ha affatto. Trent’anni fa ascoltavo tutte le novità della settimana da Goody Music in circa tre ore, adesso invece non basterebbero neanche due giorni per sentire ciò che viene messo in circolazione in uno. Il mercato si è globalizzato, è mondiale, quindi è necessario fare delle scelte a monte, ma decidere su cosa vale la pena o meno valorizzare è diventato un onere pazzesco. Non me la sento di giudicare un movimento musicale però non posso fare a meno di constatare che il problema dei DJ sia rimasto sempre lo stesso: vorrebbero suonare la musica che piace a loro anziché quella che desidera il pubblico che hanno davanti. Qualcuno riesce ad avere il pubblico che gli serve, altri si ostinano a percorrere la loro strada non capendo che il DJ non è altro che un tassista. Se l’utente vuole una destinazione, tu devi comprendere qual è e portarcelo, e non andare dove ti porterebbe il tuo cuore. Se desideri suonare una certa musica devi essere nel locale giusto dove il pubblico si aspetta quel genere. Per quanto riguarda le produzioni invece, nonostante l’aspetto tecnico permetta ormai a tutti di comporre, è diverso trovare l’idea giusta. In ogni caso ritengo di aver raccolto molte soddisfazioni ma non aver mai avuto “l’idea giusta” che si riesce a condividere con milioni di persone. Oggi, nonostante la tecnologia friendly, per emergere bisogna comunque utilizzarla bene e a fondo. Ammiro Afrojack, Avicii e Robin Schulz perché hanno saputo evolversi velocemente trovando la vena melodica nel marasma elettronico». (Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

Precious X Project – A New Kind Of Sound Generated From Our Nevrotic Mind Vol. 1 (X-Energy Records)

Precious X Project - A New Kind Of Sound Generated From Our Nevrotic Mind Vol. 1La “Roma caput (rave) mundi” dei primissimi anni Novanta genera un mucchio di intuizioni e segna in modo indelebile un’epoca. C’è chi fa tesoro della lezione impartita dagli americani (Detroit, Chicago) ed elabora le proprie idee su tali dettami, ma anche chi innesta gli impeti creativi sulle deviazioni europeizzate filtrate attraverso quanto proviene in primis da Paesi come Olanda, Belgio e Germania.

La techno (soprattutto quella rinata nel Vecchio Continente, concepita quasi esclusivamente per essere ballata) è musica brutale, di rottura, che abbatte ogni stereotipo e vuole disegnare il futuro mediante suoni nuovi e ritmiche mai sentite prima d’ora. La missione è questa pure per Precious X Project, un progetto per l’appunto che si fa sentire nel 1992 con un EP dal titolo chiarificatore. «Fu il frutto della collaborazione che instaurai all’inizio di quell’anno con Davide Calzamatta alias David X, uno dei programmatori e produttori più innovativi dei tempi» racconta oggi Andrea Prezioso. Calzamatta, reduce dalla collaborazione con la Media Records, è un esperto in ambito campionatori ed infatti da lì a breve l’AID – Associazione Italiana Disc Jockey -, gli chiede di realizzare una serie di articoli per il proprio magazine ed un tutorial dedicato al Roland DJ-70, diffuso su VHS. Con Precious X Project i due siglano la sinergia ricorrendo all’inglesizzazione che, sin dai tempi dell’italodisco, serve soprattutto per conferire credibilità al prodotto e renderlo appetibile per il mercato internazionale.

L’EP contiene quattro brani con titoli ispirati dal Dylan Dog bonelliano e tutti “figli” della rave age: “Do Do Xabaras”, “Dukkha”, “Freaks” ed “Acid Cagliostro”. In ognuno di essi Prezioso e Calzamatta spingono martelli industrial, arpeggi lisergici a volte dissonanti, scorribande acid, frammenti bleepy e ritmi a trazione anteriore. «Elaborammo le idee nello studio di Davide, a Roma, con strumenti classici dei tempi (Roland TB-303, TR-909 etc), e poi assemblammo il tutto con sequencer hardware visto che non disponevamo ancora di un computer». Sui quattro pezzi ne svetta uno, a cui partecipa il compianto Walter One, finito presto nel circuito mainstream, ovvero “Dukkha” che in sanscrito indica “la condizione di sofferenza”. A contraddistinguerlo è l’ipnotismo e l’effetto “marcetta”. «Il riff del brano, ottenuto con un Roland Alpha Juno-1, lo portò in studio Walter e poi lo elaborammo insieme, mentre la partenza coi BPM rallentati fu del tutto casuale. Davide suonò il synth e poi lo fermò bruscamente e l’effetto mi fece venire l’idea della velocizzazione (Lil’ Louis docet). Le altre tre, meno note rispetto a “Dukkha”, seguivano lo stile della techno di Detroit o quella promossa dalla Plus 8 di Richie Hawtin e John Acquaviva, coi clap della TR-909 effettati col riverbero. Ultimammo tutto in appena due giorni ma “Dukkha” fu registrata di getto, proprio il secondo giorno. Pensammo di proporci alla X-Energy Records giacché conoscevo già Alvaro Ugolini (amavo Advance e Fun Fun) che, insieme al socio Dario Raimondi, era da sempre molto attento alle produzioni internazionali. Credo che il buzz intorno a “Dukkha” nacque sia quando la suonammo ai rave con Walter, sia quando Luca Cucchetti, personaggio a mio avviso fondamentale per il movimento techno della Capitale, la propose nel suo programma su Radio Centro Suono. Poi il disco arrivò nelle mani di Albertino che ne consacrò il successo in tutta Italia nei circuiti più popolari, in modo non diverso da quanto avvenne con “James Brown Is Dead” di L.A. Style, promuovendolo ironicamente come “disco citofono” (per via del suono iniziale che, effettivamente, somiglia a quello di un citofono, nda). A proposito di “James Brown Is Dead”, vorrei svelare un aneddoto: ero a New York con Lory D per suonare all’Italian Rave presso il Building Club, e facemmo un salto da Vinylmania, tempio della musica dance/black underground diventato un luogo di culto visto che era tappa obbligata per chi usciva dal Paradise Garage dopo aver sentito un set di Larry Levan. Ricordo bene la faccia schifata del DJ del negozio quando ce lo fece ascoltare, mentre al contrario io e Lorenzo impazzimmo al suono di quel disco, completamente diverso da tutto ciò che avevamo ascoltato sino a quel momento. Chiaramente lo comprammo».

L’EP di Precious X Project viene licenziato in Belgio dalla prestigiosa Music Man Records ed include pure due nuove versioni di “Dukkha”, il Citofono Remix prodotto dal fratello minore di Andrea, Giorgio Prezioso, già in forze a Radio DeeJay, e il Rome Remix realizzato dai citati Walter One e Luca Cucchetti. Contemporaneamente la X-Energy provvede a pubblicare le rivisitazioni pure in Italia. «Tra mix e remix vendemmo intorno alle 30.000 copie. “Dukkha” fu suonato in tutta Europa e mi diede la possibilità di uscire per la prima volta dall’Italia per un paio di rave in Svizzera».

Tetris

“Tetris” di Game Boys, fortunato rifacimento del tema del noto videogioco realizzato da Andrea Prezioso ed Eugenio Passalacqua

Nonostante il successo però la collaborazione tra Prezioso e Calzamatta termina e cala il sipario su Precious X Project, non soddisfacendo chi attendeva un ipotizzabile secondo volume di “A New Kind Of Sound Generated From Our Nevrotic Mind”. «In quel periodo cominciai a collaborare in studio con l’amico Eugenio Passalacqua dando avvio a nuovi progetti come Game Boys, Solid State, Corporation Of Three e Trauma. Quest’ultimo ottenne ottimi consensi nei club underground e fu pubblicato dalla mitica etichetta olandese Djax-Up-Beats di Miss Djax. Su “Tetris” di Game Boys invece, vorrei raccontare un altro aneddoto. Al rave Ombrellaro, svoltosi al Quasar, Lory D suonò un promo, probabilmente comprato a Londra dove andavamo ogni settimana in negozi tipo Vinyl Zone o Black Market, che all’interno conteneva la frase di Tetris, il gioco del Game Boy. Non era niente di speciale, il classico pezzo pieno di riff campionati che si sentiva spesso nei club londinesi, ma qualcosa scattò nella testa di Eugenio che mi guardò e mi invitò a lavorare su quell’idea nel Dump Studio. Lo approntammo in breve tempo e lo stampò Claudio Donato su Daily Music, sublabel della Full Time. Tra mix e remix (tra cui quello di mio fratello Giorgio) vendette oltre 40.000 copie dando vita ad una serie di parodie di pinocchi, polke, sigle di cartoni animati ed inni vari rifatti in chiave techno commerciale, che a mio avviso finirono col banalizzare il tutto. All’epoca produrre musica elettronica voleva dire trapiantare su vinile quello che vivevi quando suonavi in discoteca. Avevi un’idea durante il set e il giorno dopo provavi ad inventare un giro di bassline ed una ritmica con la TR-909, tutto in forma molto artigianale ma immediato, proprio come avvenne con Game Boy. Il primo impatto con quel mondo lo ebbi nel 1988 quando a Londra, con mio fratello Giorgio, assistetti alla finale del DMC vinta da Cash Money. In quel momento Londra era in pieno fermento, acid, new jack swing e rap esplodevano. Tornammo a Roma e cominciammo a suonare quei dischi al Veleno e i pomeriggi diventarono un riferimento per centinaia di ragazzi che riempivano la pista indossando le magliette con lo smile giallo. Poi fu il turno dell’Hysteria, storico locale romano in cui aveva lavorato Marco Trani. Anche lì proponevo parte della musica che compravo nei negozi di Londra insieme a Giorgio, Lory D, Max Lantieri (il mitico Supermax del Veleno), Eugenio Passalacqua, Paolo “Zerla” Zerletti e l’indimenticato Mauro Tannino. A mio avviso però l’evento che mutò radicalmente la percezione di tutto quello che stavamo vivendo fu la serata Rage all’Heaven di Londra, che si svolgeva il giovedì. Lì ascoltammo Colin Faver, che nel suo programma su Kiss FM suonò “Dukkha”, e la coppia Fabio & Grooverider (personaggi che, insieme a Derrick May ed altri, vengono menzionati tra i crediti di “A New Kind Of Sound Generated From Our Nevrotic Mind Vol. 1”, nda). Era un misto tra techno, hardcore britannica, i suoni di Frankie Bones e Tommy Musto e quello che emergeva dai primi vinili della Warp ed R&S. L’impatto fu micidiale. Lory D e Mauro Tannino, insieme a Chicco Furlotti, organizzarono presto una festa, il The Rose Rave, forse il primo rave romano. Da lì scoppiò il movimento con Adamski, Frank De Wulf, Richie Hawtin, Cybersonik, Joey Beltram… venivano tutti a Roma per suonare e per circa un anno e mezzo fu davvero il massimo».

Prezioso Feat Marvin

La copertina di “Tell Me Why”, il singolo che nel 1999 dà avvio al progetto pop Prezioso Feat. Marvin

Dal 1996, archiviato il periodo rave e il successo “nintendiano”, Andrea Prezioso inizia a collaborare con la Active Bass Music, etichetta varata all’inizio di quell’anno dal gruppo Antibemusic del citato Claudio Donato, sfoderando nuovi progetti di taglio progressive (Entity, K.S., Ramset 1, Omega). È una sorta di “palestra” che gli permette di affinare il tiro per approdare, nel 1998, alla Media Records attraverso “Burning Like Fire” di Stop Talking, a cui farà seguito l’anno seguente “Tell Me Why”, il primo tassello di Prezioso Feat. Marvin. «Lasciato alle spalle il periodo dei rave conobbi, tramite Fab Fab, altro DJ della old school romana, Alessandro Moschini alias Marvin. L’intesa musicale fu immediata e cominciammo a produrre molti brani. Alcuni di questi li portammo, attraverso Giorgio, alla Media Records che in quegli anni era come la Spinnin’ Records oggi. L’atmosfera a Roncadelle era impareggiabile, Mauro Picotto, Gigi D’Agostino, Mario Più, Riccardo Ferri, tutto ciò ci diede una carica non indifferente. A casa di Alessandro componemmo “Tell Me Why”, la facemmo ascoltare a Giorgio che ci propose di portarla alla Media Records. Lì, insieme a Paolo Sandrini, la mixammo. Avvenne lo stesso per il follow-up, “Let Me Stay”, nata nello studio casalingo di Alessandro, il Monte Cucco’s Studio, e poi finita con Andrea Remondini e Sandy Dian alla Media Records. All’inizio l’inciso era un altro ma non ci convinceva del tutto e così, con Giorgio, decidemmo di cambiarlo poco prima che il disco andasse in stampa. Il resto del primo album invece lo facemmo a Solero, in provincia di Alessandria, insieme a Steven Zucchini. Forse, a parte l’episodio di Benny Benassi, quello fu l’ultimo periodo in cui in Italia riuscì a nascere un suono dance “originale”, senza badare a cosa succedeva oltre i confini. Alla Media Records c’erano individualità molto forti coadiuvate da validi produttori, Gianfranco Bortolotti in primis, che scommettevano nel pubblicare prodotti privi di riferimenti preesistenti».

Nel post Duemila invece tutte le intuizioni di un tempo si trasformano in riciclaggi e “Dukkha”, già remixato nel ’99 dai Klubbheads e Marco V & Benjamin, viene “riesumato” ancora sia tra 2006 e 2007 attraverso le nuove versioni di Giorgio Prezioso, Orazio Fatman e dei Pornocult, sia nel 2015 dai Lookback in un remix/remake per cui Disco Citofono diventa persino il sottotitolo. «La cosa che oggi mi rende più felice è che alle nostre serate anni Novanta, gestite dalla Willy Marano Management, partecipano pure ragazzi sedicenni che cantano e ballano i brani del repertorio trovandoli attuali e piacevoli seppur non li abbiano potuti ascoltare all’epoca dell’uscita perché non ancora nati» conclude Andrea Prezioso. (Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata