Manhattan Project – That’s Impossible / Guinnesmen (City Record)

Manhattan Project - That's Impossible - GuinnesmenItalia, 1986: l’italo disco inizia a mostrare i primi segni di cedimento, almeno a livello creativo. Il successo di Savage, Ryan Paris, Den Harrow, Gazebo, Sandy Marton o P. Lion, giusto per citarne alcuni, galvanizza musicisti, produttori, manager discografici e grossisti, ed alcuni di loro si convincono che basti davvero poco per fare una hit, sbancare le classifiche e diventare milionari. Ma non è affatto così ed infatti esiste un enorme sottobosco “abitato” da produzioni che, per ragioni plurime, sono rimaste lontane dalle luci dei riflettori e sconosciute al grande pubblico e che solo a posteriori hanno suscitato l’attenzione dei collezionisti e dei ricercatori di rarità. Il disco dei Manhattan Project si inserisce proprio in tale contesto.

A creare il progetto, nel periodo della cosiddetta “Milano da bere”, è Riccardo ‘Rikk’ Maggese che oggi racconta: «La mia passione per la musica nacque probabilmente come reazione alla delusione per le aspettative sportive che, già prima dell’adolescenza, vennero incresciosamente disattese a causa delle continue problematiche di salute. Riniti e tonsilliti ricorrenti nonché una tonsillectomia ad appena due anni mi obbligarono ad intraprendere solo sport al chiuso, da svolgere nelle palestre. Mi avvicinai al basket ma la mia altezza mi fermò al minibasket. Per reazione divenni arbitro di quella disciplina ma lasciai perdere dopo essere stato preso in ostaggio e fatto oggetto di stalking durante un allenamento dell’Olimpia Milano nel 1977. All’evento assistette persino la mia fidanzatina di allora. Dopo quell’ennesima delusione atletica mi feci coinvolgere e travolgere da melodie e ritmi, influenzato dal lavoro di tecnico elettronico di mio padre che un giorno mi portò, dalla mitica GBC, un kit di una batteria elettronica. Era qualcosa di galattico e decisamente emozionante per i tempi. Stavano nascendo le prime radio libere e l’ascolto di musica iniziava ad ampliarsi in modo sensibile. Io passavo con disinvoltura dal cantautorato di Battisti, Pooh, Bennato o De Gregori a ciò che sentivo innovativo come Bee Gees, Electric Light Orchestra, Pink Floyd e Jean-Michel Jarre, oltre a tutta la nascente disco. Menzione a parte per i mitici Kraftwerk che mi stupivano ed esaltavano come nessun altro. Gli strumenti con cui amavo circondarmi, sia acustici che elettronici come i primi kit e synth monofonici, in seguito mi spinsero verso l’attività compositiva. Giunsi agli strumenti polifonici da autodidatta (suonavo la batteria, la chitarra da accompagnamento e l’armonica blues) ma con un occhio di riguardo per tutto ciò legato all’innovazione sonora che all’epoca era un autentico turbine inarrestabile. Iniziai a nutrire una venerazione quasi religiosa per le case produttrici giapponesi che spopolavano come Yamaha, Roland, Casio ed Akai, e desideravo capire come veniva concepita e registrata una sessione musicale, che fosse una song o una colonna sonora, approfondendo la conoscenza sugli strumenti utilizzati. Saziai quella grossissima fame di curiosità e ricerca studiando strumenti, effettistiche e metodi di registrazione multitraccia».

Satan '81 - Radioattività

La copertina del profetico “Radioattività”, l’unico 7″ inciso dai Satan ’81

Maggese muove il primo passo in discografia nel 1981 quando incide “Radioattività” con la band dei Satan ’81. Il brano punk, edito su 7″ dalla City Record attiva già da circa un ventennio nell’ambito della musica leggera, parla della radioattività come “peste del Duemila”, con liriche tristemente premonitrici (“quando la centrale scoppierà” / “una valanga di radiazioni vi colpirà” / “lentamente si propagherà, ogni forma vivente annienterà” / “centinaia di chilometri quadrati saranno in breve tempo infestati” etc). «Ho sempre vissuto l’espressione sonora come un’innovazione per scardinare le frontiere e gli schemi convenzionali, e il punk e la new wave possedevano tutte le caratteristiche per infrangere modelli musicali barbogi» sostiene Maggese. «Per questa ragione nel 1979 ideai il Satan Group Rock con l’intento di coinvolgere varie espressioni comunicative, dal cinema alla musica passando per grafica e design. Alla fine prevalse risolutamente l’aspetto musicale e canoro con la creazione meno pindarica e più concreta di una band rock adolescenziale formata durante gli anni del liceo, anche se nessuno dei miei compagni di classe di allora (frequentavo lo scientifico Giosuè Carducci, a Milano) ne faceva parte in modo integrale. Di fatto era la manifestazione di un progetto culturale ben più ampio, un’aggregazione che avrebbe dovuto produrre fanzine, documenti, situazioni underground e, ovviamente, un’appendice musicale. E così ecco crearsi gradualmente i Satan ’81 con quel brano citato prima che, immodestamente, definisco tuttora clamoroso ed incredibile. “Radioattività” anticipò profeticamente il disastro di Chernobyl di circa sei anni ma fu sottostimato forse per via della poca influenza che la City Record esercitava sul mercato discografico di allora. Le major spadroneggiavano incontrastate e, al contrario di oggi con internet che offre a chiunque una chance, le occasioni per far ascoltare le proprie cose in giro erano davvero ridotte. Tuttavia “Radioattività” fu un successo su Radio Peter Flowers: raggiungere il secondo posto della classifica di quell’emittente ci fece guadagnare molte interviste e tanti live in tutta la Lombardia. In tempi recenti mi sono giunte richieste del 7″ originale trasmesso ancora da alcune radio».

flyer Manhattan Project 1986

Un flyer promozionale che annuncia l’uscita del disco dei Manhattan Project contenuto in una copertina in stoffa (1986)

È la stessa l’etichetta che pubblica i Satan ’81, la City Record di Alessandro Friggieri, a stampare qualche anno più tardi un nuovo disco di Maggese, giunto dopo “California O.K.” di Rich David e “Keep On Dance” di Contact Music coi quali la casa discografica meneghina inizia a bazzicare territori italo disco. Il nome scelto per quella avventura, Manhattan Project, rimanda al programma militare con cui vengono realizzate le prime bombe atomiche durante il secondo conflitto mondiale ma anche all’omonimo film uscito nel 1986 e da noi noto come “Gioco Mortale”. Sul lato a è inciso “That’s Impossible” che ricalca gli stilemi della classica italo disco bilanciando ritmo e melodia, sul b invece “Guinnesmen”, trainata da una vena funky ed un cantato femminile che tradisce, in modo più accentuato rispetto alla precedente, una tara comune a gran parte della dance nostrana di quegli anni, la pronuncia scarsamente anglofona. «Nonostante i Satan ’81 per me rappresentassero una fase ormai superata, la collaborazione con Friggieri non si interruppe» spiega Maggese. «Ai tempi ero totalmente assorbito dallo sviluppo della musica che guardava dritta nella tecnologia, e nelle mie elucubrazioni sonore vi era l’idea di creare un duo d’ispirazione tecno-pop (l’autore adopera intenzionalmente la dicitura “tecno” per non essere confuso con la “techno” che sarebbe giunta da Detroit poco tempo dopo, nda). Ad assicurare la componente pop sarebbe stata una presenza vocale femminile che però non riuscivo a reperire con facilità così i provini li cantai io, in un misto tra Mango e Garbo. Inizialmente la stesura di “That’s Impossible” era più vicina al synth pop con un testo interamente in lingua italiana. Il titolo infatti era “Sembra Impossibile”. Come avvenne qualche anno prima coi Satan ’81, anche in questo caso esisteva un concept di fondo ad alimentare la mia creatività, per l’occasione legato alle imprese umane a cui era davvero impossibile credere, i primati insomma. Ad ispirarmi fu un amico di vecchia data con cui sono ancora in contatto, Antonio ‘Sthal’ Staluppi, conosciuto in una sala prove nel 1979 e col quale condivisi una serata live nel periodo natalizio di quell’anno presso il teatro della parrocchia Sant’Anna, in via Albani, a Milano, coverizzando brani dei Beatles, gruppo di cui lui era ed è tuttora un profondo estimatore. Ai tempi Sthal era uno sportivo sui generis ed incredibile, in grado di marciare per ore ed ore tra Milano, Novara e nel Pavese. Quelle gesta eroiche, che provocarono contrasti all’interno della sua realtà famigliare, per me oltrepassavano la soglia dello sport e così pensai di dedicare una canzone alle imprese impossibili (“That’s Impossible”) ed una agli uomini dei guinness (“Guinnesmen”). Ma non finì lì.

A quei due brani era legato un format televisivo di mia ideazione, incentrato esattamente sul mondo del guinness dei primati, ai tempi praticamente inesplorato se non marginalmente in programmi come Quark con Piero Angela e Jonathan – Dimensione Avventura col compianto Ambrogio Fogar. Io però, più avvezzo agli ambienti discografici che a quelli televisivi e cinematografici, brancolavo letteralmente nel buio. Ero convinto di avere in mano una grande idea ma privo di qualsiasi contatto per realizzarla. Quelle due canzoni, nel mio progetto, dovevano essere le sigle del programma, di apertura e chiusura. Per perfezionarle mi rivolsi ad un maestro di musica che contattò Andrea Majocchi, un grande appassionato di tecno pop che possedeva una corposa strumentazione e che aveva già realizzato un paio di mix (“Firelight” di Ghecko e “Love & War” di 10 To Lunch, nda). Insomma, era la persona giusta per creare professionalmente quelle che sarebbero diventate “That’s Impossible” e “Guinnesmen”, le sigle del format provvisoriamente intitolato Smash. Friggieri era entusiasta di tutto ciò e volle subito prendere parte al progetto dichiarandosi disponibile a stampare il disco. Nel frattempo riuscii ad entrare in contatto con una vocalist, Dorina Salvoldi, che sarebbe stata perfetta anche come immagine del gruppo. Registrammo le tracce al mitico Regson Studio di Milano. Per me era il top, non potevo chiedere di meglio. Nel dicembre del 1985 il primo tassello del format vide finalmente luce. La strumentazione usata era prevalentemente di Majocchi: dalla Yamaha DX7 al Sequential Circuits Prophet-5 passando per la Roland TR-808, un campionatore Akai ed una drum machine Yamaha presa a noleggio. Al Regson c’era il fonico dello studio b, Kevin Harris, un neozelandese che aveva maturato molteplici esperienze internazionali. Tutto filò liscio per la base di “That’s Impossible”, scritta su un nastro Tascam a 24 tracce, ma quando toccò a Dorina iniziarono i dolori. Malgrado l’impegno e le tante prove fatte in precedenza, non riusciva a trovare proprio la tonalità giusta. Mio malgrado invertimmo i ruoli: la parte che avrebbe dovuto interpretare lei la realizzai io, con immensa fatica per il testo in inglese che non avevo studiato (e in soccorso, per fortuna, venne Harris, bilingue) mentre i cori che spettavano a me li fece lei (tutto ciò smentisce completamente i dati riportati da Discogs in seguito a questa discussione che attribuiscono erroneamente la paternità vocale del brano a Steve Eden e Paul James, rispettivamente Stefano Gentili e Paolo Giannini, nda). Non ci aspettavamo un esito simile ma, come mi ripeto da sempre, per far fronte a problematiche inaspettate bisogna ingegnarsi e trovare la soluzione. Riuscimmo a cavarcela tirando fuori due brani che tutti approvarono, Friggieri compreso.

invito Smash 1986

L’invito ad una delle serate promozionali organizzate per presentare il disco dei Manhattan Project (1986)

In merito al format televisivo invece, le cose andarono diversamente. Friggieri cercò in tutti i modi di proporlo in Rai facendo leva sulle conoscenze accumulate durante la sua dignitosissima carriera discografica, ma ogni tentativo fu vano. Allora vigeva la più spietata legge partitocratica italica e nelle stanze romane della Rai si poteva accedere solo con grosse spinte politiche. Ricordo bene il viaggio a Roma in compagnia di un collaboratore della City Record, un tal Scardia, che si risolse in una completa disfatta. Dopo la risposta negativa della Rai facemmo altri disperati tentativi e con Riccardo Hugony, mio collaboratore di allora, provammo a proporre l’idea a Telemontecarlo e Polivideo. Contattammo anche Fogar che ci invitò a filmare un’impresa che avrebbe poi sviluppato in un redazionale nel suo programma, cosa che in realtà non fece mai lasciandoci nei garage di Cologno Monzese come dei poveri disperati. Svalutò totalmente l’idea, in modo anche piuttosto sprezzante, affermando che avremmo fatto il botto solo qualora Sthal fosse morto marciando. Era una delle tante logiche vomitevoli delle crescenti tv commerciali che stavano dilagando e spadroneggiando. Dopo quell’incontro mi chiesi se all’inizio delle sue imprese Fogar avesse avuto lo stesso trattamento riservato a noi. Qualche mese più tardi, grazie a Joe Denti, sembrò ci fosse la possibilità di concretizzare l’idea su Rete A nella fascia pomeridiana dedicata ai ragazzi, ma erano necessari gli sponsor che purtroppo non trovammo, io facevo musica e non il piazzista! Quel mio format, esattamente venti anni dopo, è stato realizzato con ottimi risultati da Mediaset. “Lo Show Dei Record” era proprio come lo sognai io, nel 1986. Dopo tutto ciò, parlare di copie vendute del disco diventa puro eufemismo. L’attività promozionale, come una serata organizzata il 24 maggio 1986 presso la videodiscoteca Due Due Due, a Milano, era legata al format tv che però, non sviluppandosi, trascinò il mix verso riscontri medio bassi».

bolla Naj Oleari

La bolla d’accompagnamento delle copertine realizzate dalla Naj-Oleari per i Manhattan Project

A contraddistinguere il disco dei Manhattan Project è la copertina in tessuto, disponibile in quattro variazioni cromatiche differenti. A disegnarla è Riccardo Naj-Oleari della Naj-Oleari, brand particolarmente noto in quel periodo. Anche in virtù di ciò il 12″ diventa un autentico cimelio sul mercato collezionistico, con quotazioni che ora si aggirano intorno ai 300 €. «La copertina era la ciliegina sulla torta» afferma Maggese. «Dopo aver illustrato l’idea del format, la Naj-Oleari ci diede fiducia e realizzò dei prototipi che abbinammo al disco a cui però Friggieri non diede il giusto peso. Forse sarebbe stato più proficuo contare su una multinazionale come la Emi o la Universal, con maggiori risorse a disposizione. La mia esperienza mi porta ad affermare che per emergere non sia affatto sufficiente avere grandi idee o talento, servono le giuste conoscenze e purtroppo anche gli “intrallazzi”. Il mondo dello spettacolo è stracolmo di situazioni imbarazzanti. C’è chi continua a ripetere che ci voglia tenacia, autostima ed altre sciocchezze simili, pur sapendo che non sia affatto così».

Manhattan Project reissue

La copertina di “That’s Impossible”, ristampato nel 2015 dalla francese Vielspaß

Come anticipato prima, nel corso degli anni il 12″ su City Record si trasforma in un cult ambitissimo per i collezionisti. A ristamparlo nel 2015 è la label francese Vielspaß che commissiona due remix di “That’s Impossible” a Flemming Dalum (intervistato qui) ed Ali Renault. Il disco va a ruba ma in Rete appare più di qualche commento non entusiasta sulla qualità dell’incisione, pare non effettuata dal master originale. «Di quell’uscita ne so davvero poco» dice Maggese. «Diedi semplicemente il nullaosta per la realizzazione delle due nuove versioni di Dalum e Renault che non conoscevo personalmente, erano entrambi in contatto con Majocchi. Non ho mai inviato alcun master raccomandandomi invece che all’uscita seguisse un progetto promozionale adeguato. Alla fine ho capito che a loro interessava semplicemente vendere quelle poche centinaia di mix sfruttando una serata in una discoteca a nord della Francia. Non era ciò che mi aspettavo. Poi ho appreso del sold out del disco, quindi presumo che abbiano raggiunto l’obiettivo che si erano prefissati sin dall’inizio».

A “That’s Impossible / Guinnesmen” non segue più nulla. Manhattan Project si ferma lì, cristallizzato in quel 1986, a causa di un entusiasmo ormai spento dopo la mancata realizzazione del format televisivo incompreso per scarsa lungimiranza. «Se quell’idea fosse andata in porto le circostanze sarebbero cambiate» afferma Maggese. «Di sicuro Dorina non poteva rappresentare il futuro della band ma avremmo trovato comunque il modo per andare avanti. Ultimamente più di qualcuno mi ha chiesto di realizzare nuove produzioni come Manhattan Project. Una di queste proposte, giunta dalla Danimarca, è sfumata pare per via del lavoro della Vielspaß. Un’altra invece, proveniente dalla Finlandia, si è risolta in un nulla di fatto dopo la mia richiesta del codice CAE. Conto comunque di fondare, nel 2021, una nuova etichetta per dare una degna prosecuzione a Manhattan Project, auspicando di recuperare tutti quegli appagamenti mancati nel 1986».

Riccardo Maggese - High Version

La copertina di “High Version”, l’album che Maggese realizza nel 1990 ancora per la City Record

Nel 1990 Maggese ritorna su City Record con l’album intitolato “High Version”, questa volta firmato col suo nome anagrafico. L’LP è un concentrato di retaggi italo disco alternati a deviazioni synth pop e modulazioni downtempo, che ne fanno un possibile lavoro da ristampare e riscoprire in questi anni di continui ripescaggi. «Con “High Version” esordii come sound designer, definizione che più si addice al mio ruolo» spiega a tal proposito Maggese. «Ritengo sia la pietra miliare della mia attività produttiva e ringrazio sempre Friggieri, che in quegli anni mi nominò direttore artistico della sua etichetta seppur senza alcuna retribuzione, per averlo prodotto. La realizzazione avvenne nello studio GM3 di Massimo Magenes. Il brano che apre la tracklist, “Boscima”, credo rimanga un piccolo gioiellino tecno pop degli anni Novanta».

Nel 1989, poco prima di incidere “High Version”, Maggese inventa ed organizza Ventiquattromila Bit, una rassegna musicale rivolta ad artisti che usano il computer per dare corpo alle loro composizioni ed esecuzioni. «Tra le mie molteplici iniziative legate allo sviluppo synth pop della musica, quella del Ventiquattromila Bit resta un’esperienza straordinaria» rammenta il musicista. «Ad aiutarmi, con non poche difficoltà, fu il CRAL del Comune di Milano. Su un palco del centro culturale Rosetum portai per la prima volta band emergenti che utilizzavano esclusivamente computer e sequencer, cosa in quel periodo veramente strabiliante. Purtroppo nessuno dei partecipanti ebbe un riscontro commerciale. Tra i tanti rammento i Fog Vision che si distinsero in modo esemplare ma di cui non si ha più traccia. Il mio eccessivo mecenatismo mi spinse a proporre solo ed unicamente gruppi sconosciuti e ciò, forse, non giovò in termini pubblicitari, ma come prerogativa imposi che tutti venissero remunerati per dare onore al merito. Da quell’evento sono trascorsi oltre trent’anni e l’evoluzione musicale che sembrava inarrestabile ad un certo punto si è fermata. Resta da stabilire quando e dove, e la recente scomparsa di Florian Schneider dei Kraftwerk potrebbe offrire una precisa indicazione. La band tedesca è stata un punto di partenza indiscutibile, a prescindere dalla storiografia della musica futurista precedente. Tuttavia spero che il futuro possa riservarci delle sorprese. Facendo leva sulla mia esperienza, vorrei offrire ancora qualcosa alla musica. In cantiere, oltre al rilancio di Manhattan Project, ho pure alcuni concept album che pubblicherò in futuro sulla Italian Way Music dell’amico John Toso». (Giosuè Impellizzeri)

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La discollezione di David Love Calò

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Una parte della collezione di dischi di David Love Calò

Qual è stato il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
“Reggatta De Blanc” dei Police. Lo presi nel 1979 all’Upim vicino casa che vendeva dischi selezionati in modo abbastanza casuale. All’epoca i miei ascolti erano legati a quelli di mio fratello maggiore che sparava prog rock a tutto volume alternata ad un po’ di new wave.

L’ultimo invece?
“Abolition Of The Royal Familia” degli Orb. Thomas Fehlmann ormai ha abbandonato il gruppo ma la collaborazione coi System 7, Youth dei Killing Joke, Gaudi e la new entry Michael Rendall dà buoni frutti, soprattutto nei pezzi dub della seconda parte. Resta inalterato l’approccio compositivo che definirei molto “nineties”.

Quanti dischi conta la tua collezione?
Qualche migliaio ma l’ultima volta che li ho contati ero appena un ventenne. Compro dischi dai primi anni Ottanta ma poiché ho pochissimo spazio sono stato costretto a dividerli fra casa dei miei e dove abito ora. Inoltre ho lasciato duecento dischi a casa di amici e nella radio dove lavoravo. Circa cinque anni fa invece, per problemi economici, ne ho venduti circa trecento, tra cui le prime stampe di hip hop americano ma anche elettronica, rock e library music.

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Altri dischi della raccolta di Calò

Come è organizzata?
Non sono mai stato ordinato e aver traslocato decine di volte non mi ha di certo aiutato. Tengo i dischi assolutamente mescolati, senza alcuna distinzione di genere. Questo “non ordine” mi impedisce di trovare subito ciò che cerco ma nel contempo mi offre la possibilità di riscoprire cose che magari non ascoltavo da tempo.

Segui particolari procedure per la conservazione?
Assolutamente no. Qualcuno lo ho sigillato poiché comprato in doppia copia ma in generale ho sempre acquistato dischi per suonarli, prima in radio e poi nelle serate. Per me il disco deve essere usato e strapazzato.

Ti hanno mai rubato un disco?
Purtroppo è un’esperienza che ho vissuto. Anni fa mi rubarono due borse dalla macchina, cosa che è avvenuta anche ad altri colleghi ed amici come in una sorta di leitmotiv del perfetto DJ. Erano proprio i flightcase che usavo per fare le serate e quindi ho dovuto ricomprare almeno una cinquantina di dischi che all’epoca per me erano (e sono) fondamentali, tipo “Bytes” di Black Dog Productions o cose della Mo Wax. Ai tempi non c’erano i social network e l’unico modo con cui provai a cercarli fu lasciare la lista ad alcuni negozi di dischi che trattavano usato con la speranza che qualcuno saltasse fuori ma purtroppo non li ho mai ritrovati. Chissà che fine hanno fatto.

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Calò con “You Gotta Say Yes To Another Excess” degli Yello, l’album uscito nel 1983 a cui dichiara di tenere maggiormente

Qual è il disco a cui tieni di più?
“You Gotta Say Yes To Another Excess” degli Yello perché nel 1983 mi aprì un nuovo mondo. Avevo solo dodici anni e quello era uno dei dischi più trasmessi da Controradio di Firenze, emittente che da lì a poco avrei iniziato a frequentare. Ero fortemente affascinato dalla radio e il mio più grande desiderio era poterci lavorare. Scrissi persino una lettera chiedendo di registrarmi su cassetta quel disco: essendo poco più di un bambino avevo pochi soldi in tasca per potermelo permettere. Mi telefonarono dicendomi di andare a prendere la cassetta nella loro sede e una volta entrato negli studi rimasi completamente ipnotizzato. Tornando al disco, ciò che mi colpì di più degli Yello fu la capacità di fare musica pop in un modo che a me sembrò del tutto nuovo.

Quello che ti sei pentito di aver comprato?
Sono tanti. È molto facile passare da essere un appassionato ad un consumatore seriale, soprattutto quando hai l’alibi che li compri per fare le serate. Dischi annessi ad un certo pop britannico con venature elettroniche risalenti ai primi anni Novanta, tipo Eskimos & Egypt, Sheep On Drugs o Mulu, giusto per fare i primi nomi che mi tornano in mente, non sono riuscito a venderli perché non hanno valore, né economico né tantomeno musicale.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
Mi affascina moltissimo il materiale post punk dei primi anni Ottanta. Per fortuna tante cose sono state ripubblicate ma c’è ancora un mucchio di roba introvabile uscita solo su 7″ o cassetta, dal prezzo esagerato. Un esempio è offerto dalla compilation “One Stop Shopping” pubblicata su doppia cassetta nel 1981 dalla Terse Tapes, etichetta australiana attiva in quel periodo e il cui nome di punta era rappresentato dai Severed Heads. Conteneva pezzi notevoli ma incisi in bassa qualità quindi non credo che nessuno si prenderà mai la briga di ristamparla.

Quello di cui potresti (o vorresti) disfarti senza troppe remore?
Ho diversi singoli di fine anni Ottanta/primi Novanta di musica commerciale, comprati quando iniziai a mettere i dischi nei locali e che ho sistemato nella cantina dei miei genitori. Di quelli potrei davvero fare a meno.

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Calò con “Bitches Brew” di Miles Davis, del 1970, a suo parere tra i dischi con la copertina più intrigante

Qual è la copertina più bella?
Dovendo sceglierne una direi quella di “Bitches Brew” di Miles Davis realizzata da Mati Klarwein, ma ho un debole pure per quella di “Sextant” di Herbie Hancock, firmata da Robert Springett.

Che negozi di dischi frequentavi quando hai iniziato ad appassionarti di musica?
A Firenze i primi sono stati Contempo ed Ira Records dove compravo principalmente rock e new wave. Poi c’era la Galleria Del Disco che oltre a roba dance vantava una bella sezione di hip hop d’importazione. Trovandomi alla periferia di quello che era considerato l’impero musicale, dovevo accontentarmi perché i dischi arrivavano in poche copie e solitamente se le aggiudicavano i big DJ. Questa situazione mi ha spronato a cercare una terza via.

Intendi acquistare per corrispondenza?
Sì, esattamente. Negli anni Novanta lessi un articoletto su The Face che parlava di un certo Mark O’Shaughnessy della Resolution Records che vendeva roba introvabile, tra library e dischi strani. Non aveva un negozio vero e proprio ma un piccolo fondo adibito a magazzino nel quartiere di Brixton, a Londra, che si poteva visitare previo appuntamento. In compenso mandava, attraverso una mailing list, l’elenco di dischi usati disponibili divisi per genere. Lì ho comprato tanto materiale interessante ma molto costoso. L’alternativa era farsi, tre o quattro volte all’anno, il giro di Londra passando dai soliti Record Exchange, Rough Trade, Atlas, Intoxica…Poi, con l’avvento su larga scala di internet, tutto è stato molto più semplice.

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Un altro scorcio della collezione di Calò

L’e-commerce ha annullato il rapporto tra venditore ed acquirente. Tu come vivevi tale rapporto?
Il colpo di grazia è stato inflitto dal digitale, ma devo ammettere che il 70% dei negozianti che frequentavo non eccellevano mica per simpatia. Ricordo però con piacere Fish che vendeva dischi prima alla Galleria Del Disco e poi in un negozio tutto suo, e il mitico Kaos Records (con Ennio e il Boccetta), un negozio specializzato in elettronica che non avrebbe affatto sfigurato neppure su una piazza esigente come quella londinese. Poi c’era Simone Fabbroni che, oltre ad essere un grande DJ, “spacciava” dischi fenomenali da Smile e Danex, che peraltro resiste ancora oggi. Andando verso la riviera, Bologna rappresentava un passaggio obbligato con le capatine al Disco D’Oro da Luca Trevisi. Ciò che rammento con maggior piacere di quegli anni era l’incontro con altri DJ ed acquirenti con cui si poteva instaurare un rapporto umano. Oggi vendo io stesso dischi, da Move On, e mi rendo conto che la vendita online spalanca le porte di un mondo incredibile con algoritmi pazzeschi, ma se non c’è qualcuno che conosce i tuoi gusti e ti guida, non sempre riesci a trovare le cose giuste, soprattutto se si è in cerca di pubblicazioni di nicchia.

Dopo diversi anni di silenzio, il 2016 ha visto tornare in attività Loudtone, il progetto che hai creato nel 2006 con Umberto Saba Dezzi a cui si aggiunse il parallelo Plan K finito sulla Kindisch. Al 7″ pubblicato dalla Pizzico Records però non ha più fatto seguito altro. Segno di quanto sia ormai poco remunerativo il comparto del disco o scelta intenzionale?
Coi Loudtone iniziammo a produrre musica quando ormai il mercato discografico stava esalando gli ultimi rantoli quindi non abbiamo mai guadagnato granché. Tuttavia abbiamo continuato a comporre pezzi a mio avviso interessanti che prossimamente caricheremo su Bandcamp ma senza velleità economiche, ci basterebbe semplicemente essere ascoltati. Oggi è necessario trovare nuove forme di promozione extra musicali.

Conservi tutti i dischi (e CD) che hai prodotto nella tua carriera?
Ho un paio di copie delle uscite su Mantra Vibes e Kindisch che lascerò come (sola) eredità ai miei figli.

NicoNote e Calò (199x)

David Love Calò in compagnia di Nicoletta ‘NicoNote’ Magalotti, in una foto scattata nella seconda metà degli anni Novanta

Negli anni Novanta sei stato il DJ del Morphine, zona di decompressione del Cocoricò ideata da Loris Riccardi. Come ricordi quell’esperienza e che brani passavi con più frequenza in quell’ambiente?
Il Morphine ha vissuto varie fasi. Durante la prima, tra 1994 e 1995, mettevo cose tendenti all’ambient e al trip hop tipo Nav Katze, Aural Expansion, Pete Namlook, Nonplace Urban Field, Reload, Spacetime Continuum e Richard H. Kirk miste ad altre più vecchie come Cluster, Jon Hassell o White Noise. Poi, dal 1996, con l’arrivo di artisti tipo Tipsy e Sukia, aggiunsi suoni stile elevator music in scia a Jean-Jacques Perrey e Bruce Haack. A queste due “onde” si aggiunse infine un’anima più funk/soul e disco. Durante gli stessi anni c’erano altre realtà in parte simili, come il Link a Bologna e il Maffia a Reggio Emilia, locali indipendenti con programmazioni fenomenali, ma la fortuna del Morphine risiedeva nel rappresentare un piccolo spazio slegato dalla necessità di far ballare e, di conseguenza, fondato sulla frequentazione prevalente di gente del tutto diversa rispetto alle due sale principali del Cocoricò. Nel corso del tempo, grazie a Loris Riccardi e Nicoletta ‘NicoNote’ Magalotti, abbiamo potuto contare su tante ospitate non solo di DJ ma pure di performer, teatranti, filosofi ed astronomi. La reazione del pubblico “normale” inizialmente è stata di assoluto stupore, seguita poi quasi sempre dalla soddisfazione di aver trovato qualcosa di davvero originale.

Ricordi quale fu il disco che suonasti la prima volta che mettesti piede al Morphine, nel settembre del 1994, insieme a Mixmaster Morris?
Certo: era “The Number Readers” dei Subsurfing, un pezzo che aveva dentro tre elementi perfetti per quel periodo, ambient, dub e un sample di voce recitante in lingua giapponese. Arrivare al Cocoricò per me fu un flash non da poco e trovarmi di fronte un maestro del calibro di Mixmaster Morris mi aprì nuovi orizzonti. Quella notte lui fece un set fenomenale miscelando sapientemente pezzi di Vapourspace, un promo di Wagon Christ, tracce ambient techno e pure un disco di Alan Watts.

Estrai dalla tua collezione dieci dischi a cui sei particolarmente legato illustrandone le ragioni.

Psychick Warriors Ov Gaia - Obsidian (Organically Decomposed)Psychick Warriors Ov Gaia – Obsidian (Organically Decomposed)
Uscito nel 1992 sulla KK Records, questo disco rappresenta la vetta assoluta del gruppo olandese. Tra i must del primo periodo del Morphine, mi era utilissimo perché diviso in due parti: la prima ambient, adatta ad una zona di decompressione, la seconda più veloce, perfetto anello di congiunzione con materiale acid o techno in stile Likemind. Purtroppo resta l’unico esempio di ambient che io ricordi per gli Psychick Warriors Ov Gaia, maggiormente spinti verso suoni techno. Trovai fondamentale anche il progetto solista di Robbert Heynen, fondatore della band, ovvero Exquisite Corpse, sempre pubblicato dalla KK Records.

Prince Far I - Crytuff Dub Encounter (Chapter I-IV)Prince Far I – Crytuff Dub Encounter (Chapter I-IV)
Nei primi anni Novanta, a Londra, mi capitò di partecipare ad un paio di eventi Megadog. Nel primo, tenuto alla Brixton Academy nel 1993, c’era la sala centrale coi live di Eat Static, Orbital, Aphex Twin, Drum Club e gli Underworld ancora sconosciuti ai più (era uscito da poco il singolo “Rez”) mentre nei corridoi fu posizionata una consolle dietro cui si alternavano vari personaggi fra cui Alex Paterson che conoscevo bene per i suoi live con gli Orb ma che non avevo mai sentito nella veste di DJ. Fece una selezione dub bellissima da cui emersero pezzi di Prince Far I. La mia conoscenza del dub allora si limitava alle cose classiche tipo King Tubby e soprattutto le uscite su On-U Sound, ma il suo set mi aprì orecchie e cuore. Il giorno dopo, spinto dall’entusiasmo per ciò che avevo sentito, “saccheggiai” vari negozi specializzati tra Soho e Brixton accaparrandomi i quattro capitoli di “Cry Tuff Dub Encounter” di Prince Far I.

US69 - Yesterdays FolksUS69 – Yesterdays Folks
Per me un “faro”, soprattutto a livello radiofonico, è sempre stato Gilles Peterson. Durante una delle sue session di Brownswood Basement, in cui trasmetteva dischi sconosciuti e supercool, fra un David Axelrod d’annata e un Sun Ra iperspaziale, tirò fuori questo gioiellino della band psichedelica statunitense US69. Pur non essendo mai stato un fanatico del periodo di fine anni Sessanta, soprattutto a livello rock, questo disco mi ha permesso di apprezzare la parte più onirica del genere, insieme ai Silver Apples e agli United States Of America.

Tortoise - Rhythms, Resolutions & ClustersTortoise – Rhythms, Resolutions & Clusters
Gli anni Novanta sono stati anche quelli del post rock e la Thrill Jockey ha rappresentato una delle etichette più importanti del genere. Questo è il secondo album dei Tortoise che comprai insieme ad uno dei primi singoli di Photek, quello col titolo in giapponese. Entrambi uscirono nell’estate del 1995, un periodo prolificissimo in cui anche nel clubbing si faceva strada il termine “eclettismo”. “Rhythms, Resolutions & Clusters” contiene una serie di remake risuonati interamente dalla band che ricorse anche ad elementi hip hop.

Pete Rock & C.L. Smooth - Mecca And The Soul BrotherPete Rock & C.L. Smooth – Mecca And The Soul Brother
Nel corso degli anni Ottanta i miei ascolti erano prevalentemente post punk e new wave ma nel 1983, forse grazie alla copertina che ritraeva Afrika Bambaataa e la Soulsonic Force nelle vesti di supereroi Marvel, mi ritrovai a comprare “Renegades Of Funk!” scoprendo l’hip hop. Ascoltando il programma Master su Radio Rai, con Luca De Gennaro e Serena Dandini, e Giuliano ‘Larry’ Bolognesi di Controradio che faceva anche il DJ al Tenax (e a cui chiesi una cassetta che conservo ancora!) mi innamorai di quelle sonorità. Non erano dischi facili da trovare ma nella seconda metà degli anni Ottanta la popolarità di etichette come la Def Jam Recordings permisero una maggior reperibilità di quel tipo di prodotti anche dalle mie parti. “Mecca And The Soul Brother”, uscito nel 1992 su Elektra, era una miscela perfetta di jazz ed hip hop che poi sarebbe diventata celebre coi Digable Planets e Guru coi volumi di “Jazzmatazz”. La forza del primo hip hop stava anche nell’uso sapiente dei sample che all’epoca erano legali e sconosciuti ai più.

Dick Hyman & Mary Mayo - Moon GasDick Hyman / Mary Mayo – Moon Gas
Questo LP rappresenta un perfetto esempio di space age music. Uscito nel lontano 1963, secondo me resta il disco meglio riuscito di Hyman grazie all’apporto vocale di Mary Mayo. Un album perfetto già a partire dalla copertina, utile a spezzare il ritmo di una serata ed adatto a fare da collante fra momenti ambient e tracce da ballo. È un ricordo di tante nottate a ritmo di Raymond Scott, Matmos ed electro, condivise coi DJ del Link, Peak Nick ed Ilo uniti come Beat Actione.

The Lisa Carbon Trio - PolyesterThe Lisa Carbon Trio – Polyester
Negli anni Novanta uscivano delle compilation chiamate “Trance Europe Express” che all’interno includevano sempre un booklet con interviste agli autori dei brani. Nel terzo volume Mike Paradinas citava The Lisa Carbon Trio come un progetto innovativo da non lasciarsi assolutamente sfuggire. Dopo un po’ di ricerche riuscii a trovare il singolo d’esordio, “Opto Freestyle Swing”, pubblicato nel ’92 dalla Pod Communication a cui seguì due anni più tardi uno strepitoso album su Rephlex, “Polyester” per l’appunto. Soltanto tempo dopo venni a sapere che dietro ci fossero Uwe Schmidt, mente geniale artefice di Atom Heart, Señor Coconut e decine di altri marchi, e Pete Namlook. Un disco incredibile che ai tempi ben si legava a “Monkey Boots” dei Gregory Fleckner Quintet uscito all’incirca nello stesso periodo su Clear. Proprio Mark Fleckner venne in Italia coi due fondatori della label, Clair Poulton ed Hal Udell, a suonare in una situazione tutt’altro che consueta ossia al centro sociale l’Indiano, in fondo al Parco delle Cascine di Firenze. Insieme a loro i miei due amici e mentori Simone Fabbroni e Liam J. Nabb.

Conrad Schnitzler - ConalConrad Schnitzler – Conal
Le vacanze estive della mia famiglia facevano tappa fissa ad Imperia dove vivevano i miei zii. Quelle tre settimane però, durante il periodo dell’adolescenza, cominciavano a pesarmi ed ogni via di fuga rappresentava una boccata d’aria. Grazie a mio fratello Daniele, che ha dieci anni più di me, scoprimmo un negozio di dischi ad Oneglia gestito da una fanciulla che vendeva roba incredibile, soprattutto per un pischello come ero io ai tempi: Laibach, Hafler Trio, Nurse With Wound giusto per citarne alcuni. Lì acquistammo questo disco racchiuso in una copertina rossa. Sopra erano incisi due lunghissimi brani della durata di venti minuti ciascuno. Dopo l’entusiasmo dei primi mesi rimase dimenticato sullo scaffale sino a quando iniziai a mettere i dischi al Morphine, nel 1994.

Tones On Tail - PopTones On Tail – Pop
Il periodo che preferisco musicalmente è quello compreso tra il 1979 e il 1982, quando il punk incontrò la black music con incastri sorprendenti. Questo album uscì nel 1984 ma il gruppo era partito proprio nel 1982 come side project dei Bauhaus, firmando incredibili singoli come “There’s Only One!” e “Burning Skies”. “Pop” si muove su territori tra dark gothic ed elettronica ed è ancora uno dei miei dischi preferiti degli anni Ottanta. A colpirmi parecchio fu pure la copertina, decisamente inquietante.

Holger Czukay - MoviesHolger Czukay – Movies
Un personaggio per cui ho nutrito un’adorazione completa è stato certamente Czukay, con e senza i Can. Il suo primo album che comprai fu “Der Osten Ist Rot” del 1984 ma “Movies”, uscito nel 1979, resta uno dei capisaldi. Non ho idea di come il disco venne accolto quando arrivò sul mercato ma penso sia stato compreso a fondo solamente diversi anni dopo. So per certo che uno dei brani racchiusi al suo interno, “Persian Love”, lo passasse Daniele Baldelli: diversi frequentatori della Baia Degli Angeli che venivano al Morphine avevano quasi le lacrime agli occhi quando lo suonavo.

(Giosuè Impellizzeri)

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La discollezione di Lele Sacchi

Lele Sacchi 1

Lele Sacchi e la cassetta promozionale di “Introducing…..Endtroducing” di DJ Shadow

Qual è stato il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
Escludendo i 7″ di cartoni animati e quelli de “Le Fiabe Sonore” che sono stati sicuramente i primi che ho ascoltato, il primo fu “Misfits”, la raccolta degli statunitensi Misfits uscita nel 1986.

L’ultimo invece?
L’album “The Mauskovic Dance Band” della band omonima.

Quanti dischi puoi contare nella tua collezione? Riusciresti a quantificare il denaro speso per essa?
Intorno ai diecimila pezzi, tra LP, mix e CD. È difficile però fare un calcolo di spesa perché purtroppo non sono ancora riuscito a caricare la discografia su Discogs che comunque fornirebbe un valore di mercato medio del momento e non quello equivalente alla spesa iniziale. Alcuni anni fa ho subito l’allagamento di una cantina che fortunatamente ha intaccato solo una parte dei miei dischi lì depositata temporaneamente ma che mi ha comunque costretto a buttarne duecento/trecento con copertine distrutte e “mutande” interne ormai fuse col vinile. Poi, durante un trasloco, ho venduto un migliaio di 12″ che reputavo solo ingombranti (di qualcuno, probabilmente, un giorno me ne pentirò). Qualche altro centinaio di 12″ di dance elettronica varia non l’ho pagata sia poiché, tra 1998 e 2004, lavoravo come import label manager presso White & Black, sia in virtù della carriera da DJ nei club e in radio che mi garantiva copie promozionali. Ad ogni modo ho speso una cifra assolutamente considerevole. Da adolescente investivo in dischi praticamente tutti i soldi che mi capitavano tra le mani e quando iniziai a lavorare nel settore musicale mi sembrò normale avere dei conti mensili aperti nei negozi e presso gli importatori, visto che da lì mi guadagnavo da vivere.

Lele Sacchi 3

Una parte della collezione di Sacchi. In evidenza si scorgono le copertine di “Discomusic” di The Soundwork-Shoppers, “Headz Ain’t Ready” di DJ Vadim e la compilation “Italo Funk”

Come è organizzata la tua raccolta?
Secondo una suddivisione sommaria. Gli LP sono riposti abbastanza ordinatamente per genere, cercando di tenere vicini gli autori (cosa che però, periodicamente, viene scombinata), i 12″ invece vanno per macroaree tendenzialmente regionali (tedeschi, americani, britannici etc). Di tanto in tanto tento di accostare anche i cataloghi delle etichette. Sotto questo profilo non sono molto ordinato. Poi, quando ripesco singoli che non ascolto da tempo, faccio una piccola selezione di quelli risuonabili tenendoli in un unico posto. I “classic” che mi capita spesso di usare invece sono tutti assieme.

Segui particolari procedure per la conservazione?
Non ho mai ricorso ai lavaggi e solo una parte di dischi è racchiusa in copertine plastificate. Un collezionista purista non faticherebbe molto a considerarmi un punkabbestia.

Ti hanno mai rubato un disco?
Una volta mi hanno rubato due flightcase su un’auto. Dormii a casa di un amico, non lontano dal club dove avevo appena finito di lavorare, e stupidamente ed incautamente li lasciai nel bagagliaio. La mattina seguente trovai l’auto aperta, avevano ripulito tutto ciò che era dentro, incluse le borse dei dischi. Penso siano stati dei ladri casuali attratti da una giacca e da un sacchetto che si trovavano sul sedile posteriore, ma a quel punto presero anche i dischi. Il 90% del contenuto era fatto di 12″ di musica house. Quelli che reputavo fondamentali li ho ricomprati dopo aver fatto il giro dei mercatini dell’usato nelle settimane successive, purtroppo senza esito. Un’altra volta invece, tornando da una serata fuori città, avevo aperto il bagagliaio a notte fonda ad un incrocio in centro a Milano per ridare la borsa ad un’amica che aveva viaggiato con me. Mentre eravamo fermi a chiacchierare e comprare le sigarette al distributore automatico lì di fianco, si fermò un’auto di giovani completamente fatti. Scesero dal veicolo e, approfittando della nostra poca attenzione, tentarono di rubare due dei miei flightcase. Mi girai saltando sul cofano della macchina e fortunatamente la scena da pazzo li fece ridere. Mi ridiedero tutto dopo che spiegai che lì dentro ci fossero solo dischi e non materiale di valore. Ebbi mezzo infarto e mi resi conto di aver rischiato quantomeno una rissa in cui le avrei anche prese.

Lele Sacchi 2

Lele Sacchi con due dei dischi a cui è legato per particolari ragioni: a sinistra l’EP dei Fugazi, a destra “Dubnobasswithmyheadman” degli Underworld

Qual è il disco a cui tieni di più?
Il primo EP dei Fugazi, “Fugazi”, del 1988. Ne ho tre copie ma nella prima che comprai un paio di anni dopo la pubblicazione continuo a conservare il foglio A4 da cui fotocopiavo la locandina della mia primissima trasmissione radiofonica che riprendeva proprio quella copertina. La considero musicalmente una delle migliori pubblicazioni post punk e di musica in generale, oltre a ricoprire un significato affettivo che non svanirà mai.

Quello di cui ti sei pentito di aver comprato?
Se parliamo di 12″ di dance elettronica ne ho davvero tantissimi. Quando entravi nei negozi di fiducia ti passavano cinquanta/sessanta dischi, li ascoltavi non sempre con la dovuta attenzione e spesso compravi più sulla fiducia del produttore o della label o perché ti sembrava buono un groove di una B2 che poi alla fine non suonavi neppure e il disco rimaneva lì a marcire. Lo stesso vale per i pomeriggi trascorsi nei magazzini dei distributori, tra montagne di dischi ed ascolti distratti. Ma in un modo o nell’altro non sento di essere davvero pentito. Quei dischi rappresentano comunque un momento di un sound che suonavo o che mi piaceva, seppur parzialmente. Per quanto riguarda gli album invece, credo di aver comprato sempre o per l’effettiva qualità sonora o per fanatismo, soprattutto quando ero molto giovane. Tuttavia ho sicuramente qualche LP ascoltato pochissimo e acquistato solo con l’idea che l’effettivo valore economico fosse maggiore di quello speso o che, più banalmente, facesse “discografia”.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
Forse “SXM” dei Sangue Misto, del 1994 (ristampato recentemente dalla veronese Tannen Records, nda). Per me e i miei amici fu un disco amatissimo e gran parte di quelli della mia “compa” dell’epoca lo comprarono ai tempi dell’uscita. Io acquistai il CD, che prestai allora e non mi fu restituito, ma non il vinile. Su 12″ ho i due singoli, “Senti Come Suona” del 1994 e “Cani Sciolti” del 1995, ma mi spiace che uno dei dischi più importanti della discografia indipendente italiana che ho vissuto in prima linea non sia presente nella mia collezione. Mi piacerebbe molto averlo ma non ho alcuna intenzione di pagarlo le cifre a cui si vende adesso.

Quello di cui potresti disfarti senza troppe remore?
Due dischi di Albert Ayler su stampa giapponese che comprai online ad un’asta. Il web talvolta porta ad acquisti compulsivi.

Quello con la copertina più bella?
È difficilissimo rispondere. I primi che mi vengono in mente sono molto banali, “Unknown Pleasures” dei Joy Division accompagnato dal cartone zigrinato, “Paul’s Boutique” dei Beastie Boys e il 7″ “Salad Days” dei Minor Threat, ma forse quella che ho tenuto in mano, studiato e vissuto di più è “Dubnobasswithmyheadman” degli Underworld. Il lavoro grafico di Tomato, collettivo artistico guidato dagli stessi Karl Hyde e Rick Smith, cosa che per me lo rese ancora più figo, era basato sul puro lettering in bianco e nero e mi lasciò a bocca aperta col suo minimalismo massimalista. Ascoltavo ininterrottamente il disco con la copertina in mano! Menzionerei anche le inner sleeve dei Public Enemy coi testi stampati, anche quelle generavano ascolti a ripetizione. Cercavo di stare dietro alle lettere battute in font piccolissimi mentre Chuck D sparava rime a cento all’ora.

Che negozi di dischi frequentavi da adolescente e all’inizio della carriera da DJ?
Abitavo a Pavia ed andavo da Maximum Records che era uno dei tanti negozi di provincia fornitissimi di dischi d’importazione. Pubblicava annunci pubblicitari anche su riviste nazionali come Rockerilla o Il Mucchio. Ovviamente ogni “bigiata” da scuola era buona per andare a Milano, distante soli venticinque minuti di treno, da Supporti Fonografici, New Zabriskie Point, Merak e Psycho. Quando iniziai a frequentare Milano in modo più assiduo, intorno ai diciotto/diciannove anni, cominciai a comprare direttamente anche dai vari distributori, importatori e grossisti come Venus, Dig It International, Family Affair e Flying Records. Da lì a breve ebbi l’opportunità di collaborare con riviste musicali e proporre DJ set nei locali e ciò rese possibile entrare sia negli uffici delle major, sia andare regolarmente a Londra, da dove tornavo con valigiate di dischi, promo recuperati direttamente dalle label e dai giri in negozi ormai scomparsi come Atlas, Black Market Records, Sister Ray, Mr. Bongo ed altri. Ai tempi, comunque, si trovava quasi tutto anche a Milano ma le visite londinesi mi permisero di essere continuamente aggiornato su generi più alternativi come breakbeat, drum n bass o trip hop, che poi furono quelli ad avermi fatto guadagnare le prime date come DJ professionista. Per avere le novità di questi filoni stilistici era necessario essere in contatto con Londra e di fatto quando iniziai a lavorare nella distribuzione discografica avevo già le strade aperte per importare materiale che in Italia non si trovava facilmente.

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Un’altra parte della collezione di Sacchi

Quando hai iniziato ad acquistare per corrispondenza o via internet invece?
Non ho mai cominciato “seriamente” a comprare via internet perché non mi piace. Lo trovo estremamente omologante o per i collezionisti “fissati”, una categoria che con lo studio, l’analisi della musica e l’amore per il suono non ha davvero niente a che fare. Online mi limito ad acquisti mirati, a volte ad alcune aste quando, ad esempio, trovo dei lotti che reputo convenienti. Una o due volte all’anno, inoltre, mi capita di ricevere qualche lista direttamente da rivenditori ed acquisto, al massimo, un collo.

L’e-commerce ha, per ovvie ragioni, azzerato il rapporto che un tempo esisteva tra negoziante ed acquirente. Rimpiangi quindi quel filo comunicativo che poteva crearsi tra gestore e cliente?
È proprio il motivo per cui non apprezzo il commercio online di musica. Il negozio di dischi era anche una scuola: rapportarsi non solo col commerciante ma anche e soprattutto con altri clienti, rappresentava un elemento di confronto culturale costante. Anche la semplice emozione di studiare il catalogo di una label che si trovava all’interno degli album forniva più spunti rispetto alla ricerca attuale online. Certo spesso, soprattutto da giovane, rischiavi di essere raggirato. Non ho un aneddoto specifico in tal senso ma capitava, se non eri un cliente abituale, che il commerciante ti rifilasse una crosta invenduta da mesi, incensandoti quel qualcosa che non conoscevi e che ti sentivi costretto a comprare per non fare la figura dell’ignorante. Allo stesso tempo però non avrei scoperto incredibili dischi o artisti senza esserne forzato, a volte magari facendomi prendere per il culo (il nonnismo vigeva fortissimo nei negozi di dischi di una volta!). Lo studio si sta perdendo per la metodologia di comunicazione del web, non per le opportunità che invece il web dà a chi ha veramente voglia di andare a fondo nei fatti di musica. Non mi stancherò mai di ripeterlo ai miei studenti dello IED: non fermatevi alla superficialità che internet fornisce orizzontalmente, andate sotto, create collegamenti e studiate. Avete l’opportunità di ascoltare e trovare tutto, o quasi.

Nel 2000 hai fondato la Soundplant, etichetta che in catalogo annovera le presenze, tra gli altri, di Harley & Muscle, Ciudad Feliz, Freestyle Man e Julian Sanza. Le pubblicazioni, tutte su 12″ fatta eccezione per la compilation su CD “House Emotions” da te curata, però si interrompono nel 2007, periodo in cui molti distributori falliscono e vari pressing plant chiudono battenti per mancanza di lavoro. Quali ragioni portarono allo stop di Soundplant? C’era un nesso con la perdita di appeal e valenza economica del disco in quel particolare periodo storico? Hai mai valutato l’ipotesi di riportarla in vita?
Come dicevo all’inizio, per circa sei/sette anni ho lavorato da White & Black, un distributore di Alessandria che alla fine degli anni Novanta aprì a Milano ed esplose proprio grazie all’attenzione che i tanti dipendenti molto giovani davano all’import di prodotti di nicchia. Abbiamo trascorso degli anni fondamentali in cui il mercato di suoni elettronici particolari e nuovi, soprattutto quello su CD e compilation, si era espanso tantissimo. Firmai le esclusive per l’Italia dei Gotan Project (disco d’oro di vendite), delle raccolte “Café Del Mar” e “Buddha-Bar”, vendutissime all’epoca, ma anche di label come Versatile, Lo Recordings, Moving Shadow ed altre davvero all’avanguardia. Inoltre eravamo fra i pochissimi ad importare dozzine di titoli per DJ non devoti alla house, dal breakbeat in giù. Le cose andavano bene per la società e contemporaneamente per me come DJ (approdai nel ruolo di resident e booker ai Magazzini Generali e giravo i locali più interessanti d’Italia) perciò, dopo aver pubblicato una compilation mixata che vendette molto nel circuito internazionale, “The Next Tribes Of House Music”, grazie ad una sponsorizzazione di un marchio di vestiti, pensai di dare vita ad una piccola etichetta visto che ero già all’interno di un ufficio attrezzato di tutto ciò di cui c’era bisogno, oltre ad avere canali aperti con altri distributori e label estere. La prima uscita di Soundplant fu proprio la compilation su CD “House Emotions”, anche questa oggetto di ottimi riscontri di vendita e con licenze importanti, e il singolo “Oceano Tribale” di Polo Project. Seguirono nove 12″, sino al 2007. Prendevo in licenza brani di amici produttori che stimavo fatta eccezione per “Zardoz” di Boogie Drama, un mio progetto dell’epoca che condividevo con Diego Montinaro alias Sandiego. Non ho mai avuto abbastanza tempo per pubblicazioni più regolari e quando White & Black chiuse i battenti e il mercato iniziò ad arenarsi, pensai che avesse più senso concentrarsi a licenziare le nostre produzioni ad altre label. Non so se ricomincerei, discorsi su un’eventuale ritorno di Soundplant se ne sono fatti ma è più probabile che continui, come sto facendo, a registrare musica per altri o a dare una mano affinché si realizzino progetti importanti e di livello mondiale, come ad esempio la compilation “Italo Funk” pubblicata dall’americana Soul Clap Records ad inizio 2019.

Complice una serie di fattori, il disco si è riappropriato di una nicchia di mercato seppur infinitamente più piccola e risibile rispetto a quella di quattro/cinque decenni addietro. Per le piccole indipendenti si è creato un nuovo standard fatto in media di trecento/cinquecento copie ad uscita, ma si è risvegliato pure l’interesse delle multinazionali che si sono lanciate a capofitto nell’affare convinte di poter fare cassa col minimo sforzo, ossia ristampando a nastro classici dei propri cataloghi o solcando per la prima volta brani che si preferì convogliare solo su CD e cassetta ai tempi della pubblicazione originaria. Ciò ha innescato un autentico profluvio di uscite che però sembrano puntare principalmente a soddisfare il desiderio feticistico del possesso dell’oggetto. Come ti poni in merito a questa tendenza che ha finito con l’inglobare il disco in vinile tra gli oggetti di modernariato? Pensi sia destinata a ridimensionarsi o esaurirsi in un prossimo futuro?
Risulta sempre estremamente arduo prevedere il futuro di un mercato che si basa moltissimo su mode, amori e pulsioni impulsive. Il vinile resta e resterà per sempre il simbolo della musica. Continua, soprattutto visivamente, ad essere la rappresentazione stessa del prodotto musicale, analogamente a quanto avviene per identificare una fotografia usando il simbolo/emoji di una macchina fotografica seppur quasi nessuno ormai la usi più. Alla luce di ciò è indubbio che il disco rimarrà un oggetto immortale. Non ho idea su che numeri potrebbe stanziarsi il mercato di domani ma credo si arriverà ad un range stabile in cui cambieranno i generi a seconda delle mode del momento ma le vendite delle nuove produzioni rimarranno sostanzialmente dentro quelle cifre di cui si parlava prima. Per quanto riguarda invece le stampe di dischi usciti quando esisteva solo il vinile come supporto, non ho dubbi nell’affermare che il valore economico non crollerà mai perché non è possibile pensare ad un LP degli anni Sessanta o Settanta o ad un 12″ di house/techno degli anni Novanta se non in vinile. Un vero appassionato lo vorrà possedere in quel determinato formato, laddove se lo possa permettere. Anche in questo caso le mode di artisti o generi continueranno a fluttuare. In merito ai DJ set infine, penso che l’equilibrio definitivo sia stato già raggiunto, ovvero una nicchia molto ristretta. Io stesso propongo in vinile solo dischi vecchi ed esclusivamente in situazioni in cui sono certo di poter contare su un DJ booth perfettamente settato. Per le novità o i club/festival dove non sono certo della resa preferisco optare per sessioni in formato digitale.

Estrai dalla tua collezione dieci dischi a cui sei particolarmente legato per varie ragioni.

White LabelUn white label della Happy Records
Questo white label mi ricorda la mia prima volta a Detroit. Accompagnato nel quartier generale di Submerge dal carissimo amico Tim Baker e da Mike Grant, passai metà pomeriggio con Mike ‘Mad Mike’ Banks che, col suo entusiasmo unico, mi fece visitare la prima sede della casa/sede/ufficio/magazzino raccontandomi tutta la storia di Underground Resistance, partendo dal loro impegno per la comunità. Grazie all’introduzione da parte di personaggi così credibili nella scena, si creò un’atmosfera rilassata e per nulla scontata. Alla domanda «qual è il disco che ami di più del nostro catalogo?» risposi “Don’t You Want It” di Davina. E lui: «ah, sei un deep house head, aspetta qui!». Uscì dalla stanza e dopo qualche minuto tornò con un white label della Happy Records mai pubblicato. Un disco garage soulful (in verità non indimenticabile in quanto a qualità assoluta) che non poterono commercializzare per beghe contrattuali sorte col cantante che lo aveva inciso. «Se lo metti in una session che finisce in pubblico o se lo vendi ad un collezionista però mi incazzo seriamente» aggiunse Banks. Per questa ragione non lo ho mai suonato o rivelato il titolo. La promessa è mantenuta e lo conservo gelosamente.

DJ Q - Optimum ThinkingDJ Q – Optimum Thinking
Un disco che ho sempre considerato un “bullet”, ovvero uno di quelli che non sono veri e propri classici riconosciuti ma che ho suonato almeno un centinaio di volte. Disperato perché non trovavo più la copia originale, sulla britannica Filter, l’ho ricomprato immediatamente di seconda mano. In seguito l’ho ritrovato e così ora ne ho due copie di cui una, appunto, usata con una nota in copertina del DJ che lo aveva prima: c’è scritto “ok”.

Gotan Project - Vuelvo Al SurGotan Project – Vuelvo Al Sur
Lavoravo già da qualche tempo coi distributori francesi che avrebbero messo sotto contratto la label dei Gotan Project. Mi presentarono il giovane label manager della parigina ¡Ya Basta! che stava per pubblicare l’album della band e mi diede questo 10″ white label dicendomi di ascoltarlo e riferirgli se fossi interessato a distribuirlo in Italia. L’anno successivo, nel 2001, al Midem di Cannes ero sul palco del salone d’onore del Palais des Festivals a ritirare dalle loro mani il disco d’oro per le vendite in Italia dell’album “La Revancha Del Tango” con cui sfiorammo il platino. Difficile da dimenticare.

Felix Da Housecat - Silver Screen Shower SceneFelix Da Housecat Feat. Miss Kittin – Silver Screen Shower Scene
Ero a Londra a casa di Damian Lazarus a bere e cazzeggiare prima di andare ad una serata. Mi raccontò di aver messo sotto contratto per la City Rockers, all’epoca sublabel di Sony per cui ricopriva ruolo di A&R e label manager, un nuovo disco di Felix Da Housecat che dovevo assolutamente ascoltare. Mentre gli dico di essere un grande fan delle produzioni di Felix uscite sotto i suoi svariati alias, lo suona ma resto molto perplesso. Quel revival un po’ wave ed un po’ electro non mi convinceva affatto, per me non poteva essere una hit. Mi regalò ugualmente il promo sostenendo che mi sbagliassi. “Silver Screen Shower Scene” divenne uno dei successi che in quel periodo cambiò il gusto dell’elettronica ed io fui uno stupido a non accorgermene. Ecco, quel disco resta lì a guardarmi e a ricordarmi di come a volte ci si può sbagliare alla grande.

The Soundwork-Shoppers - DiscomusicThe Soundwork-Shoppers – Discomusic
Nel 1997 ho lavorato per la Right Tempo e poi ho continuato a collaborarci. Ero part time in quegli uffici quando Rocco Pandiani ottenne i diritti di ristampa di parte del catalogo di Piero Umiliani. Più che altro davo una mano alla pubblicazione dei remix. In quell’occasione ebbi in regalo alcuni clamorosi album del suo catalogo di library music. Inoltre, quando il Maestro ritornò sul palco per alcuni concerti, mi fu concessa l’opportunità di fare un DJ set al suo show di Milano. Ho ri-editato “Discomania” due anni fa per XLR8R con l’approvazione delle figlie di Umiliani e giusto pochi giorni addietro gli ho dedicato uno speciale su NTS Radio.

Faze Action - In The TreesFaze Action – In The Trees
Un altro dei dischi che ho suonato di più nella mia carriera da DJ. Ricordo il momento in cui me lo passò Max, mitico importatore prima da Dig It International e poi a Family Affair, dicendomi che fosse una mina. Lo era e lo sarà sempre.

Blue Boy - Scattered Emotions EPBlue Boy – Scattered Emotions EP
Mi trovavo da Atlas Records a Soho, come avveniva puntualmente quando andavo a Londra negli anni Novanta. Keiron e Pete (Herbert) ricevettero una scatola di dischi ed aprendola tirarono fuori un EP della Guidance Recordings chiedendo a tutti i presenti di tacere ed ascoltare il pezzo, la A2 del disco per la precisione. Tutti ci aspettavamo un brano deep house vista l’etichetta ma invece partì uno stravolgente midtempo con un colossale sample preso da “Woman Of The Ghetto” di Marlena Shaw. Tutte le copie di quella scatola furono vendute in appena cinque minuti. Si trattava di “Remember Me” che nel giro di pochi mesi divenne una hit mondiale.

Trentemøller - Polar ShiftTrentemøller – Polar Shift
Steve Bug rimane uno dei DJ/producer che rispetto di più nella scena elettronica, per la sua integrità e visione indipendente. Siamo ancora amici e in quegli anni, tra la fine dei Novanta e i primi Duemila, quando la sua Poker Flat Recordings era all’apice, ci capitava spessissimo di dividere la consolle. Non dimenticherò mai il momento in cui ai Magazzini Generali mi disse: «Ho appena preso un nuovo brano di Trentemøller, senti qui!». Nel momento in cui cambiava la linea di basso, il locale (nel 2005 sempre murato con più di 1500 persone) esplose e mi venne la pelle d’oca per l’emozione. Un brano epocale che ho suonato in ogni mio DJ set nei successivi due anni.

Moodymann - Shades Of JaeMoodymann – Shades Of Jae
Uno di quei dischi spuntati nelle tonnellate che mi passavano settimanalmente tra le mani in White & Black e di cui mi accorsi immediatamente della portata devastante. I mix americani arrivavano il venerdì, la maggior parte di essi volava via direttamente nei carrelli dei preordini dei vari negozi anche perché erano altri i grandi venditori di house americana, per noi era solo un servizio aggiuntivo. Un ascolto approfondito (oltre a quello precedente, spesso solo telefonico per piazzare l’ordine) cercavamo però di darlo a tutto. Beh, conoscevamo già Moodymann ma questa canzone, incisa su KDJ, veniva veramente da un altro pianeta. La suonavo tutti i weekend ma la ascoltavamo a ripetizione anche in ufficio durante la settimana.

DJ Shadow - Introducing.....EndtroducingDJ Shadow – Introducing…..Endtroducing
Sono parecchio affezionato a questa cassetta perché mi ricorda un’epoca che è effettivamente ed aritmeticamente di un altro secolo. Nonostante fossi appena ventenne collaboravo con alcune riviste musicali, principalmente Rumore, e la Mo Wax mi inviò il promo su cassetta di questo album rivoluzionario. All’epoca si usava fare così perché costava molto meno che spedire un disco, ma in questo caso la cassetta non conteneva neanche i brani interi ma solo degli estratti di un paio di minuti ciascuno. Scrissi ugualmente la recensione, tutti noi appassionati aspettavamo “Endtroducing…..” con trepidazione e ricordo che nella prima bozza del pezzo scrissi il titolo proprio come appariva sulla cassetta, “Introducing…..Endtroducing”.

(Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

La discollezione di Fred Ventura

Fred Ventura (1)Qual è stato il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
“Just Another Way To Say I Love You” di Barry White. Ai tempi ascoltavo la neonata Radio Milano International dedita soprattutto a disco e funky, e Barry White era onnipresente nella programmazione, come Donna Summer del resto. Acquistai quell’album d’istinto.

L’ultimo invece?
“Dub Tunes” di Tommy Guerrero e Trevor Jackson. Da sempre sono appassionato di sonorità reggae/dub virate post punk e di conseguenza ogni occasione è buona per acquistare qualche titolo di tale genere, sia old school che contemporaneo, proprio come questo mini album concepito con mezzi limitati. In virtù di ciò lo trovo molto affascinante e primordiale.

Quanti dischi conta la tua collezione?
Credo di possederne almeno 20.000, forse anche di più. Meglio riascoltarli che perdere tempo a ricontarli.

Fred Ventura (2)

Fred Ventura e parte della sua collezione di dischi. In mano uno degli album iconici di David Bowie, “Heroes” del 1977

Come è organizzata?
È divisa in due sezioni, purtroppo sistemate in altrettanti luoghi distanti tra loro. Non adopero un solo metodo di classificazione: una parte è indicizzata per epoca (80s, post 80s, house, techno, etc), una per nazionalità (artisti francesi, tedeschi, britannici, etc). Un sistema certosino ma per me congeniale visto che non amo il rigoroso ordine alfabetico.

Segui particolari procedure per la conservazione?
No perché la mia collezione è al 90% mint. I dischi che non versano in condizioni ottimali li accetto per quello che sono. I più importanti sono infilati in buste di plastica protettive che, a conti fatti, rappresentano una sorta di investimento visto il costo delle stesse buste e il numero importante di dischi.

Ti hanno mai rubato un disco?
Molti anni fa ho subito un furto di un porta CD da viaggio con un bel po’ di materiale raro e di difficile reperibilità. Purtroppo, di quei CD, sono riuscito a recuperarne ben pochi perché troppo costosi ed introvabili. Uno era “Trixie Stapleton 291 Se Taire Pour Une Femme Trop Belle” dei Fille Qui Mousse, oggi alquanto facile da trovare grazie a Discogs che però, ai tempi del furto, non esisteva ancora.

C’è un disco a cui tieni di più?
Non è affatto facile sceglierne uno, devo barare e ne nomino almeno tre: “God Save The Queen” dei Sex Pistols, per avermi spronato ad essere sempre me stesso, “Unknown Pleasures” dei Joy Division, per le emozioni, ed infine “Blue Monday” dei New Order, per ciò che per me ha rappresentato in veste di musicista.

Quello che ti sei pentito di aver comprato e di cui potresti sbarazzarti senza remore?
Anche in questo caso è difficile fare solo un titolo perché gli acquisti inutili sono stati troppi, soprattutto quelli legati al breakbeat nei primi anni Novanta, in cui si faceva uso ed abuso di campionamenti e che oggi suonano obsoleti come poche altre cose. In virtù di ciò potrei portare direttamente in discarica qualche centinaio di dischi, tra singoli ed album.

Quello che cerchi da anni e che non hai ancora trovato?
Devo ammettere di essere riuscito a coronare la maggior parte dei miei desideri, soprattutto quelli legati alle mie band ed artisti preferiti: Marquis De Sade, Joy Division, New Order, The Human League, John Foxx, Patrick Cowley, Portishead, Hard Corps, Heaven 17, Etienne Daho, D.A.F., Kraftwerk, Dopplereffekt, Model 500, Larry Heard… insomma, non mi sono fatto mancare niente.

Fred Ventura (3)

Ventura ancora insieme ai suoi dischi. In mano regge “Stinky Toys” del gruppo omonimo (1979)

Quello con la copertina più bella?
“Computer World” dei Kraftwerk, senza dubbio.

Conservi una copia di ognuno dei dischi che hai inciso, sia come artista che come autore e produttore?
Sì, ho davvero tutto, un tempo persino in doppia copia. Oggi in singola per questioni di spazio.

Nel 2012 hai dato avvio alla Disco Modernism, etichetta che in circa sette anni di attività ha messo sul mercato oltre venti pubblicazioni, tutte incise su vinile. Dove trovi l’energia per andare avanti in un periodo in cui gli introiti derivati dalla vendita di musica sono infinitamente ridotti rispetto al passato e con guadagni prossimi allo zero?
Per me il disco oggi è uno strumento promozionale fondamentale. Seppur prodotto in edizione limitata, mi permette di essere presente in un mercato ormai quasi del tutto liquido. Chi mi segue fedelmente da anni vuole possedere il supporto fisico, solo i più giovani si accontentano del digitale, ufficiale o pirata che sia. Per me la cosa più importante resta offrire un prodotto di qualità anche dopo trentasei anni di attività. Non è affatto semplice stare sempre sul pezzo ma sino ad oggi credo di esserci riuscito egregiamente. Ho superato indenne tanti cambiamenti epocali e credo di doverne affrontare ancora molti altri visto che non ho nessuna intenzione di mollare.

Come vedi il futuro delle piccole etichette indipendenti come Disco Modernism? Il ritrovato interesse delle multinazionali nei confronti del disco rema a favore o contro?
Le major mi sembrano davvero assai lontane dalle realtà indipendenti. Sono troppo impegnate a monitorare le classifiche di Spotify per capire la strada da seguire o per scoprire se ci sia qualche nuovo artista da mettere sotto contratto, ma solitamente arrivano quando il buzz è già partito in forma indipendente e se ne appropriano con il loro forte potere finanziario. Nulla da eccepire in questo sistema, ma gli A&R di una volta non esistono più. Il futuro delle label indipendenti è e sarà sempre legato all’entusiasmo ed alla passione di chi le dirigerà. Il mercato è affollato e lo spazio per emergere è, per ovvie ragioni, minore. Bisogna saper sgomitare ma soprattutto evitare di pubblicare musica inutile e poco originale. Lo pseudo boom del vinile non significa necessariamente pubblicare qualsiasi cosa, è fondamentale essere selettivi e in grado di capire il valore di una produzione. Il digitale è una vera e propria giungla in cui è ancora più complicato districarsi, per questo apprezzo molto le piccole realtà che svolgono ancora un gran lavoro di ricerca.

Fred Ventura (4)

Ventura in un ultimo scatto in cui mostra “Dantzig Twist” dei Marquis De Sade (1979)

Estrai dalla tua collezione dei dischi a cui sei particolarmente legato per varie ragioni.

Kraftwerk - Computer WorldKraftwerk – Computer World
Semplicemente la mia soundtrack dal 1981 ad oggi. Un disco senza tempo che ci ha raccontato con assoluto anticipo come e cosa sarebbe stato il futuro.

Sex Pistols - Never Mind The BollocksSex Pistols – Never Mind The Bollocks
Il disco che ha acceso la miccia ed ha motivato la mia adolescenza da ribelle vissuta nell’hinterland milanese, nella classica periferia senza futuro.

Marquis De Sade - Rue De SiamMarquis De Sade – Rue De Siam
La new wave francese non è mai stata apprezzata abbastanza. Credo di aver ascoltato questo album almeno mille volte, ne possiedo tre copie in vinile ed una in CD. È stato essenziale anche per crescere culturalmente.

D.A.F. - Alles Ist GutD.A.F. – Alles Ist Gut
Il disco da ballo perfetto per il 1981, ipnotico e potente, che ha inventato un genere che solo pochi altri hanno saputo minimamente eguagliare. Body music for smart people.

Joy Division - Unknown PleasuresJoy Division – Unknown Pleasures
Questo non è solamente un disco ma un manifesto esistenziale, un’anima irrequieta ed introspettiva raccontata senza paura, un suono ancora oggi unico ed irripetibile che ci ha guidato fuori dal pantano punk del 1979.

Hard Corps - Metal + FleshHard Corps – Metal + Flesh
Una band arrivata forse troppo tardi per ritagliarsi un momento di gloria nella scena synth pop britannica dei primi anni Ottanta, ma che a distanza di ben trentacinque anni dal debutto con “Dirty”, suona ancora perfetta.

Etienne Daho - EdenEtienne Daho – Eden
Uno dei miei artisti preferiti da ormai oltre trent’anni, una sorta di cantautore pop sempre al passo coi tempi che ha saputo evolversi senza mai suonare scontato. Recentemente ho avuto il piacere di remixare un suo brano (“Le Jardin”, nda) col mio progetto Italoconnection, ed incontrarlo di persona mi ha confermato tutto il suo valore, sia di artista che di uomo. One of a kind!

ABC - The Lexicon Of LoveABC – The Lexicon Of Love
Questo è stato il disco della mia svolta pop. Lo acquistai nello storico negozio Tape Art in Corso di Porta Vigentina, a Milano, nell’estate del 1982, ed ha rappresentato la mia soundtrack durante la preparazione degli esami di maturità e degli anni a venire. La produzione perfetta di Trevor Horn e la scrittura originalissima e fortemente pop me lo ha fatto letteralmente consumare.

Portishead - DummyPortishead – Dummy
Il 1994 per me è stato un anno abbastanza buio e “Dummy” mi ha accompagnato in quei momenti in modo perfetto. Bristol sound di livello eccelso e sempre attuale.

Electribe 101 - Electribal MemoriesElectribe 101 – Electribal Memories
Un album perfetto che mi ha fatto compagnia nel tormentato passaggio dagli anni Ottanta ai Novanta. Influenze house e texture sonore di altissimo livello messe al servizio della ineguagliabile voce di Billie Ray Martin. Perfetto in ogni ambiente, sia nei club o semplicemente a casa.

A Certain Ratio - The Graveyard And The BallroomA Certain Ratio – The Graveyard And The Ballroom
Uscito in cassetta con un packaging particolare per la Factory Records di Manchester nel lontano 1980, questo album mi ha fatto scoprire come il funk potesse essere proposto con un’attitudine post punk, glaciale ma assolutamente groovy ed innovativo. Un ascolto essenziale per tutti i membri della mia band new wave attiva in quegli anni, State Of Art.

(Giosuè Impellizzeri)

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