Fly racconta la storia della sua label, la Bonzai Records

FlyIl belga Christian Pieters, noto come Fly, inizia a fare il DJ negli anni Ottanta. Nel 1990 apre un negozio di dischi a Deurne, alle porte di Anversa, che in breve diventa un punto di ritrovo per numerosi DJ e compositori. È proprio la loro presenza a suggerirgli l’idea di creare una etichetta discografica, la Bonzai Records, destinata a diventare un faro per un’intera generazione che ama techno ed hard trance nella rave age. Un vero fiume in piena, Bonzai fa breccia con la musica di artisti come Jones & Stephenson, Yves Deruyter, Cherry Moon Trax, DJ Looney Tune, Marco Bailey, Gary D., Quadran e Dirk Dierickx. Nel 1995 accoglie anche degli italiani, gli Shadow Dancers ossia Zenith e Biagio Lana alias Baby B (di cui abbiamo parlato qui) con la loro “Silicium Head”, a cui seguono, su Bonzai Trance Progressive, Mr. Bruno Togni e Giorgio Prezioso rispettivamente con “After Hour” e “Raise Your Power”. Fly, dal canto suo, continua il percorso da DJ prendendo parte a prestigiosi festival come MayDay, Love Parade, Street Parade, Future Shock, Mysteryland, Dance Valley e Tribal Gathering, oltre a toccare le consolle di circa 500 club, tra cui l’E-Werk di Berlino, il Technoclub di Francoforte e il Cocoricò di Riccione.

Come scopristi la musica elettronica e il mondo dei DJ?
Quando avevo circa dieci anni mi divertivo a registrare canzoni dalla radio e cercavo di abbinarle in una sorta di sequenza da me ideata. Credo che la musica si sia evoluta dentro me in modo del tutto naturale. Ricordo bene quando i miei genitori mi comprarono un mixer e due giradischi come regalo per il compleanno. I piatti però non erano dotati di pitch e questo limite mi costrinse, per un po’ di tempo, ad ingegnarmi particolarmente per passare da un brano all’altro. Intorno ai sedici anni iniziai a lavorare in una discoteca come cameriere e barista. La mia occasione giunse quando una sera, al La Scala di Blankenberge, il DJ resident non si presentò ed io fui interpellato per sostituirlo. Da quel momento cominciò tutto.

Come ricordi il periodo della musica new beat?
Ero ancora un ragazzino e disertavo spesso la scuola per trascorrere la maggior parte delle mattinate nei negozi di dischi di Anversa, tentando di individuare i brani che il DJ aveva suonato durante il weekend precedente. Ai tempi praticamente tutto era new beat e molti DJ di Anversa divennero veri e propri trendsetter perché suonavano brani a velocità differenti o col pitch aumentato o diminuito al massimo. Fu un periodo molto intrigante. Nel tempo sono riuscito ad entrare in contatto con molti pionieri di quell’epoca tra cui Marc Grouls e il compianto Dirk T’Seyen alias DJ TeeCee. Senza dubbio la musica new beat rappresentò la base della dance elettronica nell’Europa occidentale.

Bonzai Records nasce nel 1992: come iniziò quella straordinaria avventura?
Nel 1990 apro un negozio di dischi specializzato per DJ, il Blitz, frequentato da Yves Deruyter, CJ Bolland, Franky Jones, Bountyhunter, DJ Ghost e molti altri. Confrontarmi quotidianamente con loro mi fece venire l’idea di allestire un piccolo studio di registrazione nel retro dello stesso negozio. Il nome Bonzai fu partorito dalla mia immaginazione e fantasia e poi, con l’aiuto di un amico grafico professionista, Alec, misi a punto il logo.

Il piccolo studio nel retrobottega di cui parli era forse il The Cockpit?
Si, esattamente, quello fu il primo studio realizzato nel retro del negozio. Circa un anno più tardi approntammo un secondo studio, il The Basement, che come si può facilmente immaginare dal nome era in un seminterrato, per poi passare, dopo un altro anno ancora, al The Vault, allestito in un enorme caveau lasciato in disuso da una banca che si era trasferita altrove. Col passar del tempo prendemmo in fitto un intero stabile per collocare gli uffici, gli studi e il negozio di dischi. Sembrava un alveare, ogni stanza era riservata ad un uso specifico. Destinavamo un budget annuale allo studio, pertanto implementavamo con frequenza il parco strumenti con le novità che il mercato metteva a disposizione. Non mancavano le classiche Roland (le varie TR e la TB-303, gli Jupiter, i JP), poi i Korg analogici, i Nord Lead, gli E-Mu, gli Oberheim … oltre ad un immenso banco mixer Allen & Heath e molto altro. Alcuni dei giovani artisti oggi attivi su Bonzai adoperano esattamente quegli strumenti recuperati dal nostro deposito.

Quanto era complicato avviare una casa discografica nei primi anni Novanta?
Quando partì Bonzai non sapevo assolutamente nulla su come gestire una label. Ero circondato da ragazzi che componevano musica e così iniziai a scavare nella materia, in modo del tutto autonomo ed intuitivo. Sono da sempre un tipo pragmatico, quindi iniziai cercando subito di individuare le cose essenziali per quell’attività. Il successo invece è una cosa completamente differente e che dipende da svariati fattori, ma spesso capita di vederselo arrivare all’improvviso, senza alcuna pianificazione, proprio come avvenne a me. Trovarsi al posto giusto e nel momento giusto fa tanto. In tutta sincerità, non avevo mai pensato che Bonzai Records potesse diventare così grande in breve tempo: dopo aver stampato i primi cinque dischi abbiamo avuto talmente tante richieste da creare un flusso ininterrotto di pubblicazioni andato avanti per circa dieci anni.

Ricordi quante copie stampavi per ogni uscita?
Per i primi due dischi, “E-Mission” di Stockhousen e “Black Hole” di Earth Odyssee, ci limitammo alle 1000 copie, ma per i successivi tre, “Bountyhunter” di DJ Bountyhunter, “… Animals” di Yves Deruyter e “Reality” di Phrenetic System, capimmo che le 1000 non sarebbero più state assolutamente sufficienti. Con dischi tipo “The First Rebirth” di Jones & Stephenson, del 1993, arrivammo a stamparne dalle 30.000 alle 40.000 copie. Purtroppo sono trascorsi molti anni e non posso essere più preciso e dettagliato. Abbiamo toccato soglie ancor più ragguardevoli tanto che, dal 1995 in poi circa, cominciammo a pubblicare sia su 12″ che su CD singolo. Erano tempi propizi per la discografia. Importanti risultati giungevano pure da quei brani inseriti nelle compilation. Alcuni pezzi del nostro repertorio contavano presenze in oltre 500 raccolte! Letteralmente incredibile se pensiamo allo stato attuale del mercato discografico.

Quando la Bonzai Records toccò l’apice della popolarità?
Credo ci sia stato più di un momento clou. Il primo risale al periodo di inizio attività, tra 1993 e 1994, quando pubblicavamo prevalentemente hard dance. Poi un nuovo picco si registrò nel 1995, con la nascita della Bonzai Trance Progressive e il successo internazionale dei Quadran. Ritengo che tale exploit dipendesse sia dal nostro modo di gestire l’etichetta, sia dalla presenza fissa dei nostri artisti come headliner nei top rave e party. Esisteva uno scambio promozionale vicendevole tra la label e i DJ che ne facevano parte. Da non sottovalutare fu anche il lavoro svolto dai nostri affiliati in Inghilterra, Germania, Italia, Spagna, Francia, Israele, Giappone e Stati Uniti che si occupavano di promuovere e vendere i nostri prodotti nei rispettivi territori. Ai tempi il prodotto fisico (disco, CD) era ancora necessario, oggi invece, nel mondo digitale, si è configurato un modello di business completamente differente.

Che tipo di marketing adoperavate?
La strategia primaria era cercare validi partner in tutti i territori di fondamentale importanza, assicurandoci così che il team Bonzai potesse prendere parte agli eventi internazionali più rilevanti. Ovviamente pensammo anche al merchandising, vitale per promuovere il brand. Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui ci consegnarono, per la prima volta, le t-shirt della Bonzai: era un sabato mattina e il fattorino lasciò le scatole con la merce nel negozio di dischi. In circa due ore vendemmo oltre 200 magliette! Realizzammo un vasto merchandising (t-shirt, felpe, cappelli, flight case, slipmat, adesivi) vendendo migliaia di oggetti. Per molti anni era praticamente impossibile andare in qualsiasi evento europeo senza vedere le magliette, cappelli o adesivi di Bonzai. Non c’è miglior promozione di ciò: la gente paga, comprando gadget col marchio, per promuovere il tuo brand. Mi rammarica quindi non aver avuto la possibilità di vendere il nostro merchandising online negli anni Novanta.

Per alcuni brani del catalogo Bonzai furono realizzati dei video, come tu stesso annunci in questa clip del 1996. Il video era parte integrante del marketing?
Si, assolutamente. Girammo moltissimi video ma credo che la maggior parte di essi siano andati irrimediabilmente perduti. I “superstiti” sono quelli che si trovano su YouTube. Potevamo contare sul supporto di MTV, Viva, TMF (The Music Factory), televisioni locali e nazionali (ma solo durante le ore notturne), tutto ciò che oggi, purtroppo, non esiste più per la dance underground. Adesso è più facile realizzare un video ed ancor più semplice è renderlo accessibile grazie ad internet ma il costo per promuoverlo, spesso, supera quello della stessa realizzazione.

Quali sono i best seller del catalogo?
Alcuni dei nostri dischi hanno venduto circa 2 milioni di copie. Tra i top ci sono “Bonzai Channel One” di Thunderball, il citato “The First Rebirth” di Jones & Stephenson, “The House Of House” di Cherry Moon Trax, “Café Del Mar” di Energy 52, “Meet Her At The Love Parade” di Da Hool, “Universal Nation” di Push, “The Rebel” di Yves Deruyter, “Eternally” di Quadran (realizzata dal mio caro amico Philippe Van Mullem che purtroppo ci ha prematuramente lasciati l’anno scorso) ed altri ancora che ora dimentico.

Dopo alcune apparizioni su Steel Wheel, nel 1996 Bonzai Records (e le “sorelle” Bonzai Jumps, Bonzai Trance Progressive and XTC) sbarca in Italia grazie alla joint-venture con la bolognese Arsenic Sound. Come ricordi quella esperienza?
Così come tutte le nostre collaborazioni di allora, la ricordo molto positivamente. Non si trattò solo di partner aziendali ma di amici, e Paolino Nobile di Arsenic Sound, che gestì Bonzai in Italia, fu bravissimo, un vero professionista.

Conosci altro della scena italiana oltre ad Arsenic Sound?
Ho suonato diverse volte in Italia ma sfortunatamente la mia memoria vacilla e non ricordo i nomi. Sono stato più volte al Cocoricò di Riccione dove mi sono sempre divertito in compagnia di Cirillo.

Dopo circa un decennio di successo, a marzo del 2003 la Lightning Records, società che raggruppava tutte le etichette del circuito Bonzai (ma anche Camouflage, Green Martian, Tripomatic, Scanner, Zounds, XTC, Tranceportation ed altre ancora), fallisce. Cosa accadde?
Presentammo istanza di fallimento a causa del crollo verticale delle vendite. Nell’arco di pochi mesi infatti perdemmo ben il 75% degli introiti provenienti dal comparto compilation. Erano anni in cui il mercato si ritrovò intasato di prodotti che, per la diffusione della musica in formato digitale, non riuscivano più ad essere venduti. La massa scoprì il download illegale e solo in pochi erano disposti a pagare per il download ufficiale. La Lightning Records era una “macchina” di dimensioni colossali che vantava importanti investimenti, una sede tutta propria, uno staff numeroso ed un calendario fitto di impegni e costose campagne promozionali. Il mercato però si afflosciò inesorabilmente come un budino andato a male, e ciò avvenne in un lasso di tempo talmente breve da coglierci alla sprovvista. Ci ritrovammo quindi del tutto impreparati di fronte ad un cambiamento di tale portata. Un esempio? Stipulammo con una tv nazionale una importante campagna promozionale per una nuova compilation, spendendo anche un mucchio di soldi per avere una tracklist di tutto rispetto. Il CD si intitolava “Boom” e la copertina ritraeva un’esplosione ed una torre che crollava. In magazzino c’erano già circa 35.000 CD pronti per essere distribuiti ma proprio la settimana prima dell’uscita ci fu l’attacco alle Torri Gemelle a New York, quindi non potemmo più procedere, per ovvi motivi. Qualcuno avrebbe potuto (legittimamente) pensare che stessimo lucrando su quel terribile atto di terrorismo. Situazioni di tale genere portarono alla chiusura obbligata della Lightning Records. I liquidatori ci chiesero di provare a saldare i debiti per poter ottenere almeno i diritti della nostra musica, cosa che fortunatamente riuscimmo a fare. Tecnicamente quindi non siamo mai finiti in bancarotta ma chiudemmo battenti dopo aver pagato tutti i debiti.

Appena un paio di mesi più tardi nasce invece la Banshee Worx.
Inizialmente eravamo in quattro, io, Marnix B, Yves Deruyter ed Airwave, ma questi ultimi due hanno preferito cederci le proprie quote perché non era più un business che trovavano soddisfacente. Hanno voluto dedicarsi solo alla carriera artistica ma tra di noi non è cambiato nulla, abbiamo lavorato insieme per oltre venti anni. Qui potete trovare tutte le informazioni sul nostro mondo.

E il Blitz invece? Sino a quando rimane in attività?
A metà degli anni Novanta, con l’esplosione della Bonzai Records, tutti iniziarono a chiamarlo Bonzai Store anche se ufficialmente il nome non è mai cambiato sino al 2000, quando traslocammo in un altro edificio, ad Anversa. Il nuovo negozio, situato nel piano interrato di uno stabile, si chiamava Rebel Grooves ed era gestito da me ed Yves Deruyter. Al piano terra invece c’era Game Mania, curato dalla mia fidanzata e destinato ai videogiochi e i LAN party. Al primo piano c’erano cinque studi, una grande cucina ed una zona relax con televisione e PlayStation, al secondo piano infine gli uffici. C’era sempre un mucchio di gente, sia nel Rebel Grooves che nel Game Mania. I nostri negozi sono sempre stati più di semplici esercizi commerciali, erano veri punti di incontro dove le persone venivano non solo per acquistare ma pure per confrontarsi con gli altri, apprendere nuove nozioni, chiacchierare, incontrare artisti. Però tutto ciò è solo un vecchio ricordo, sono lontani i tempi in cui si poteva guadagnare vendendo dischi.

Banshee Worx rende possibile la rinascita della Bonzai, sotto vari nomi ed abbracciando molte più sfumature stilistiche rispetto al passato, includendo tech house e progressive house. Quanto è cambiata la gestione di una casa discografica rispetto agli anni Novanta?
La vita di un label manager oggi si svolge quasi interamente davanti ad un computer. Per quanto mi riguarda, negli anni Novanta mi muovevo parecchio: mi recavo nello studio per i mastering, facevo una visita regolare in stamperia vinili, andavo periodicamente a pagare il grafico delle copertine, controllavo regolarmente il magazzino, frequentavo i negozi di dischi per ascoltare il nuovo materiale in circolazione… adesso invece difficilmente mi muovo dal mio ufficio. Internet però ha molti pro: ora praticamente tutti siamo rintracciabili, e per i produttori è un sollievo. Anche chi abita in zone più remote del pianeta può recapitare un demo in pochi istanti a qualsiasi etichetta del mondo e persino parlare in chat per prendere accordi col label manager dieci minuti più tardi. Però chi oggi decide di avviare un’etichetta discografica lo deve fare primariamente per passione. Guadagnare facilmente e rapidamente soldi con la musica ormai è solo un’illusione.

(Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

 

Questa presentazione richiede JavaScript.

 

Annunci

Follow-up, croce e delizia dei produttori dance

FORTUNE-IS-IN-THE-FOLLOW-UPIn un mondo costellato di mix e remix, uno dei compiti più ardui per i produttori dance negli anni Novanta è realizzare i cosiddetti follow-up. Ma cosa è precisamente un follow-up? Nella maggior parte dei casi, nel panorama mainstream, si tratta del brano che segue la hit realizzata dallo stesso artista. Alcuni dicevano (e dicono ancora) che arrivare al successo con un disco può essere facile, il difficile è mantenerlo. Verissimo. E il follow-up, croce e delizia di tanti produttori, diventa un elemento cardine di questo processo. Tanti azzeccati, altrettanti sfortunati per tutta una serie di motivi, o perché non forti come il disco precedente, o perché troppo simili. Il successo, d’altronde, può cogliere impreparato chiunque, musicalmente parlando. Nella dance gli esempi sono tantissimi, anche troppi, e in questo articolo ne andrò a citare alcuni che non hanno avuto il riscontro sperato.

Twenty 4 Seven “Are You Dreaming?” (1990)
Il classico follow-up basato sulle “fondamenta” della hit precedente. Dopo essere stati tra i protagonisti dell’annata discografica con “I Can’t Stand It” (sesto singolo più venduto dell’anno in Italia), gli olandesi Twenty 4 Seven producono un brano che non riesce proprio a svettare nelle classifiche, come anche i successivi. Una vera e propria meteora del panorama dance.

Snap! “Exterminate” (1992)
Francamente il compito è davvero difficile, ossia emulare il successo di “Rhythm Is A Dancer”,che ha davvero fatto la storia della eurodance anni Novanta con milioni di copie vendute. Un follow-up atipico visto il cambio di sonorità (più vicine a “The Power”) che lascia spiazzati gli addetti ai lavori.

Felix “It Will Make Me Crazy” (1992)
“Don’t You Want Me” è un disco fortissimo: costruito su un campione vocale delle Jomanda (“Don’t You Want My Love”, del 1989), riesce a catalizzare l’attenzione generale nel 1992 e diventare uno dei brani più belli di tutto il decennio. Il seguito, uscito nello stesso anno, ne riprende gli elementi principali risultando semplicemente un buon disco ma nulla di più.

Whigfield “Another Day” (1994)
Gloria anche per le produzioni dance italiane, nel 1994. “Saturday Night” (pubblicato già nel 1993 ma senza ottenere riscontri) vende ben 1 milione di copie solo nel Regno Unito nell’autunno dello stesso anno ma il follow-up viene forse rilasciato troppo a ridosso del precedente (e, a dire il vero, è anche troppo simile), tanto da passare inosservato nelle classifiche. Va meglio invece, dopo qualche mese (estate 1995), a “Think Of You”.

Quadran “Free Your Mind” (1996)
Il 1996 è un anno fortunato per i brani strumentali, ma già a fine 1995 i pezzi di tale genere iniziano a fare capolino nelle classifiche, come “Eternally” dei Quadran, parecchio programmato anche in Italia. Il duo di stanza in Belgio non perde tempo e dopo pochissimo tempo prova a cavalcare l’onda del successo con “Free Your Mind”, pezzo molto d’atmosfera che però presenta poco appeal radiofonico rispetto al precedente.

B.B.E. “Flash” (1997)
Arrivati inaspettatamente al grande successo nelle classifiche europee nel 1996 con la strumentale “Seven Days And One Week”, il trio francese formato da Bruno Sanchioni, Bruno Quartier ed Emmanuel Top produce un follow-up di ottima qualità che però si (dis)perde dopo un buon inizio, calando il sipario sul successo commerciale del progetto.

Paradisio “Vamos A La Discoteca” (1997)
Alcuni progetti dance degli anni Novanta sono perfetti per il periodo estivo, non solo per i brani, decisamente allegri, ma anche per l’aspetto delle cantanti. In questo caso Marisa, vocalist del progetto belga Paradisio, appare sempre con parrucche colorate. “Bailando” infiamma l’estate del 1997 ma non fa altrettanto il follow-up, uscito nell’autunno dello stesso anno.

Whirlpool Productions “The Cold Song” (1997)
“From: Disco To: Disco” nasce davvero per caso, in studio di registrazione, mentre uno dei componenti del progetto, Eric D. Clark, intona un motivetto orecchiabile in uno stato fisico non molto sobrio. Diventa uno dei grandi successi del 1997. Il disco successivo non ottiene gli stessi riscontri, rispedendo i tedeschi nell’ambito della musica house da club.

Bacon Popper “Rejoice In Love” (1998)
Tra i dischi-rivelazione dell’estate 1998 c’è “Free” degli italiani Bacon Popper, incentrato sul riff di “New Year’s Day” degli U2 e su una ritmica parecchio efficace, che ottiene un ottimo successo anche all’estero, in particolare in Francia. Non va però bene al secondo singolo, che ripesca “Bette Davis Eyes” di Kim Carnes. «Odio fare i follow-up» afferma qualche tempo dopo Paola Peroni, DJ e responsabile del progetto.

ATB “Don’t Stop!” (1999)
Dopo essere stato parte integrante del progetto Sequential One (insieme a Thomas Kukula alias General Base), il giovane André Tanneberger prova, alla fine del 1998, ad uscire allo scoperto con lo pseudonimo ATB e il brano “9 PM (Till I Come)”. Successo europeo ma follow-up davvero troppo simile. Non un flop ma nemmeno un disco da ricordare come il primo.

(Luca Giampetruzzi)

© Riproduzione riservata

DJ Phi-Phi, quello dei Quadran

PhiPhi3Nato in Francia ma cresciuto artisticamente in Belgio, Philippe Toutlemonde alias Phi-Phi inizia a fare il DJ e a produrre musica negli anni Ottanta ma la sua affermazione risale a metà dei Novanta quando, insieme all’amico Philippe Van Mullem, produce “Eternally”, uno dei brani che portano la trance all’attenzione del grande pubblico. Il loro progetto si chiama Quadran ed ottiene inaspettata visibilità anche in Italia, complice l’affermazione della musica strumentale che, per circa un anno e mezzo, soppianta la dance in formato strofa-ponte-ritornello. Quando il successo di “Eternally” si esaurisce, i due Philippe continuano ugualmente a volare su melodie sognanti ed arrangiamenti ai confini con l’ambient, spalleggiati da un’etichetta leader come la Bonzai.

Hai iniziato la carriera da DJ nel 1985: cosa ricordi dei primi tempi?
Avevo una consolle a casa e mi allenavo a mixare già da diversi anni, fondamentalmente musica italo-disco e new wave. L’obiettivo era miscelare due brani e farli suonare insieme per un po’, evitando il banale “taglio”, ma non era molto semplice, non esisteva ancora il tasto sync.

Sei stato resident al noto Boccaccio, a Destelbergen, il club dove, secondo la leggenda, il DJ Marc Grouls suonò “Flesh” di A Split – Second a 33 giri e col pitch a +8, dando avvio al new beat (ma una seconda interpretazione, rinvenibile nel libro Assimilate – A Critical History of Industrial Music di S. Alexander Reed, attribuisce ciò al compianto Dirk T’Seyen alias DJ TeeCee accreditando a Grouls solo la coniazione del termine new beat). Quanta verità c’è in tutto ciò?
Senza fare una lezione di storia, l’aneddoto che menzioni fu solo uno dei tanti segnali ma tutto partì già qualche tempo prima col cosiddetto AB sound, nato in un fantastico locale di Anversa chiamato Ancienne Belgique. L’AB sound (AB stava proprio per Ancienne Belgique, nda) fu presto preso a modello da altri club di tendenza, tra cui il Boccaccio, che effettivamente contribuì alla diffusione della musica new beat, dalla vita relativamente corta ma particolarmente intensa. Arrivai al Boccaccio solo nel 1993, quando ormai il genere new beat era sparito dalla scena. Precedentemente ero resident presso l’At The Villa, altro posto incredibile e particolarmente lungimirante per il fenomeno new beat, a cui seguirono poi house e techno.

Cominci a produrre musica nel 1987 attraverso il progetto Dobel You e il brano “Mammy!”, che un po’ ricordava “Electrica Salsa” degli Off. Ci racconti qualcosa?
Lo realizzammo con una workstation Roland, registrandolo attraverso un multitraccia Akai a 12 piste. Ci autoproducemmo, stampando appena 1000 copie (col titolo “Mummy”, nda) che noi stessi distribuimmo nei negozi di dischi più importanti come l’USA Import a Lille e il Disco Smash a Menen. Jean Vanloo, produttore di Patrick Hernandez nonché padre di Laurence Vanloo, proprietario del citato At The Villa, ci contattò proponendosi come produttore esecutivo. Allettati dall’occasione accettammo, rifacendo la traccia in un grosso studio a Bruxelles, il Synsound di Dan Lacksman dei Telex, per poi essere scritturati dalla Carrere. In poche settimane vennero vendute quasi 50.000 copie, risultato che ci portò nella Top 50 francese. Decisamente una bella esperienza. Ps: il disco fu pensato espressamente per i DJ: sulla b side, infatti, erano incisi dei jingle che il disc jockey possessore della doppia copia avrebbe potuto adoperare per annunciare il brano, oltre alla Instrumental Twin Disk Version, consigliata, nelle note sul retro della copertina, per creare una nuovo mix adoperando i due giradischi, nda.

“Mammy!”, tra l’altro, fu il primo brano che realizzasti con Philippe Van Mullem.
Incontrai per la prima volta Philippe nel club dove ero resident, nel 1985. Fu attratto da ciò che facevo in consolle coi dischi. Ci trovammo subito bene perché sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda musicale. Eravamo entrambi alle prime armi, lui si offrì di collaborare anche alle future produzioni.

Negli anni Novanta, infatti, creaste vari progetti come Honey C, Innertales e The Gaps, anche se il più fortunato, senza dubbio, resta Quadran.
In studio eravamo molto prolifici perché tra di noi si instaurò una forte complicità. Cercavamo di trasmettere, attraverso la musica che producevamo, i nostri caratteri e le nostre personalità.

“Eternally” divenne una hit tra 1995 e 1996, anche in Italia (dove venne pubblicato dalla Humpy, gruppo Discomagic). Ci sono particolari aneddoti legati al brano?
Ai tempi ero resident all’Extreme, ad Affligem, uno dei club più forti dell’epoca. Suonavo il lunedì notte, ed era sempre pieno. Disponeva di un sound system unico di marca Stage Accompany, che io naturalmente sfruttavo per testare le nostre produzioni. “Eternally” ebbe un effetto sbalorditivo sulla pista e così Christian Pieters alias DJ Fly, boss della Bonzai, mi propose di pubblicarlo con la sua casa discografica ma su un’etichetta che avrebbe creato appositamente per noi, la Bonzai Trance Progressive.

Quante copie vendette “Eternally”?
Non so esattamente. Tra vinile, CD singolo e maxi, in tutti i Paesi, credo intorno alle 150.000, a cui però bisogna aggiungere le compilation…

Però “Free Your Mind”, il follow-up contenuto anche nell’album “Voyages”, non riuscì ad ottenere gli stessi risultati.
È il pubblico a decretare il successo di un brano, credo sia una questione di feeling. Probabilmente per riscuotere gli stessi consensi avremmo dovuto realizzare un clone, così come spesso accade per le grandi hit, ma eravamo lontani da quella strategia e modo di pensare. Col senno di poi, forse fu un errore.

Perché in seguito abbandonasti il progetto Quadran?
Tutti, nella vita, prendiamo scelte e desideriamo che le cose si evolvano. La fine di qualcosa rappresenta sempre l’inizio di un’altra. A ciò si aggiunse anche il fatto che Philippe andò a vivere nel sud della Francia, e quindi continuò l’avventura Quadran da solo.

Il 31 dicembre 1995 i Quadran si esibirono presso il Forum di Assago, con Albertino e il team del DeeJay Time, in un evento (trasmesso in diretta su Italia 1) ricordato ancora oggi per essere stato uno dei prodromi del fenomeno festival/DJ-star. Tu come ricordi quella festa?
Io e Philippe non amavamo molto metterci in mostra, preferimmo rimanere nel backstage. Sul palco quindi c’era solo la cantante, Catherine Mees, e dei ballerini. Comunque fu una serata grandiosa, l’atmosfera era caldissima!

Chi e cosa conosci della scena italiana?
Oltre all’italo-disco, che mi ricorda tanto i miei esordi artistici, ho suonato tantissime tracce di etichette come UMM, Flying Records, DBX (“Red Zone” di Robert Miles era tra i miei preferiti) e di artisti come Francesco Farfa e Marco Carola. Senza dimenticare il contributo di Giorgio Moroder alla musica elettronica.

A febbraio 2015 Philippe Van Mullem ci ha prematuramente lasciato. Come lo ricordi?
Per me è davvero difficile riassumere in poche righe oltre venticinque anni di amicizia. È stato un talentuoso compositore ed un eccezionale melodista.

Il tuo più bel ricordo degli anni Novanta?
Le indimenticabili serate al Boccaccio, all’At The Villa e all’Extreme, oltre a tutte le persone che ho incontrato, amici ed artisti con cui ho avuto il piacere di lavorare.

(Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

 

Questa presentazione richiede JavaScript.