Liquid – One Love Family (XL Recordings)

Liquid - One Love FamilyNegli anni Novanta è accaduto spesso che brani provenienti dalla scena dei club più sotterranei si siano ritrovati nelle classifiche di vendita. Piccole etichette indipendenti dimostrarono alle più potenti multinazionali di riuscire a fare cose incredibili pur senza ricorrere ad ingenti investimenti economici. È il caso dei Liquid, nati nel 1991 dalla collaborazione tra Eamon ‘Ame’ Downes e Shane ‘Model’ Heneghan, totalmente ignari di ciò che sarebbe avvenuto da lì a breve.

«Tutto iniziò quando andammo in studio per registrare il nostro primo EP» racconta oggi Downes. «Shane era uno dei clienti abituali del negozio di dischi in cui lavoravo, il Paul For Music, e rimasi positivamente colpito sia dai suoi gusti, sia dalla sua voglia di non rimanere ancorato ai trend del momento. Il nome Liquid lo prendemmo dalla prima traccia che campionammo, “My Love Turns To Liquid” di Dream 2 Science e alla fine decidemmo di intitolare così l’intero EP, senza rifletterci troppo. Non stavamo pianificando alcuna carriera, niente di ciò che avevamo fatto era riconducibile a strategie commerciali. Tutto quel che ci importava era realizzare musica il più adatta possibile ai rave».

L’EP di cui parla il britannico è un 12″ autoprodotto e messo in commercio alla fine del ’91. All’interno c’è la futura hit “Sweet Harmony”, trainata dal campionamento di “Someday” di Ce Ce Rogers (1987) e “Liquid Is Liquid”, che verrà ripresa da Serious Danger per il suo successo speed garage del 1997, “Deeper”. «Stampammo il disco in modo completamente indipendente. Un amico mi prestò le mille sterline per incidere 500 copie in formato white label. Lo distribuimmo a mano, tra i primi a supportarci furono Ray Keith del negozio City Sounds e Pete Tong che iniziò a suonarlo nel suo Essential Selection. In pochi giorni divenne un cult nel circuito breakbeat/hardcore e provai a contattare alcune etichette proponendo di pubblicarlo ufficialmente. Alcune erano riluttanti, altre si mostrarono interessate ma a patto di apportare alcune modifiche. Poi si fece avanti la XL Recordings che si rivelò entusiasta e soprattutto disposta a stamparlo senza variazioni, sebbene ci fossero alcune imperfezioni tecniche. Non riesco nemmeno ad immaginare cosa sarebbe successo se avessimo inviato agli A&R la demo version incisa su cassetta: probabilmente starebbero ancora a discutere sul ronzio che “graffiava” la melodia!».

Liquid Is Liquid, dubplate

La XL Recordings ristampa il disco dei Liquid e lo fa masterizzare presso The Exchange, uno dei più noti mastering studio europei

Messi sotto contratto dalla XL Recordings che proprio quell’anno lancia i Prodigy, i Liquid si ritrovano sotto le luci dei riflettori. Nel 1992, dopo “Sweet Harmony” che raggiunge la quindicesima posizione della classifica britannica, esce “The Future Music EP” contenente il remix di “Liquid Is Liquid” ed altri tre brani di torrenziale ravey breakbeat, “Music”, “House Is A Feeling” e “The Year 3000”. La stampa nazionale (in particolare il magazine Mixmag) inizia a tessere le loro lodi ma la collaborazione tra Downes ed Heneghan volge al termine. «Mi rammarico ancora della decisione di prendere due strade separate così prematuramente» ammette senza troppi di giri di parole Ame. È lui a tenere in vita il progetto Liquid che, tra 1993 e 1994, riappare con un altro paio di singoli (“Time To Get Up”, “Liquid Love” che annovera un nuovo remix di “Liquid Is Liquid”, questa volta ad opera di Red Jerry) prima dell’uscita dell’album “Culture”, del 1995, da cui sono tratti “Closer” e “One Love Family”.

Quest’ultimo viene licenziato anche in Italia, dalla Discomagic Records, e si afferma grazie ad un perfetto bilanciamento tra ritmo a tratti vagamente ispirato dai sussulti (rallentati) del breakbeat di qualche anno prima ed una malinconica linea melodica sorretta da un suadente assolo di chitarra flamenco inspired. La XL Recordings commissiona i remix agli Way Out West, autori della hit progressive house “Ajare” nel ’94, e a Chris & James. «Produssi il pezzo usando un campionatore Akai S3200 per i beat e per i sample vocali provenienti da una versione interamente cantata da I-Gad. Il pezzo iniziale infatti aveva un’impronta dub / reggae ma dopo averla ascoltata Richard Russell, A&R della XL Recordings, mi suggerì di aggiungere alcune chitarre in stile flamenco. Un mio amico conosceva il musicista John Themis, quello che ha suonato anche per i Culture Club di Boy George, e lo invitò nel mio studio. Fu lui ad eseguire la parte con la chitarra su una linea melodica che avevo abbozzato e che poi campionai insieme al resto. La versione finale giunse dopo innumerevoli modifiche e quindi necessitò di parecchio tempo prima di essere completata. Tutti gli elementi restanti furono eseguiti da me, il riff di tastiera principale lo feci con un Roland Juno-106 ed anche il basso proveniva dallo stesso strumento, un secondo esemplare che avevo nel mio setup. A quei tempi gli studi di registrazione erano pieni zeppi di tastiere e di notte le luci accese di tutti gli strumenti creavano una fantastica atmosfera.

Mixmag Update, febbraio 1993

Mixmag Update dedica la copertina a Liquid (febbraio 1993)

Allora mi avvalevo della collaborazione di un bravissimo ingegnere del suono proveniente dalla zona ovest di Londra, Micky Mulligan, e spesso restavamo in studio sino alle otto del mattino uscendo non proprio lucidi. A causa dello stile di vita che avevo assunto persi quasi completamente di vista il business che gravitava intorno alla mia musica. Ricordo che “One Love Family” divenne popolare in Italia e che diverse etichette si mostrarono interessate per ripubblicarlo, ma rammento anche che la XL Recordings non fu particolarmente efficiente nel settore licenze. Ad essere onesti, credo fosse ancora impreparata per affrontare operazioni commerciali simili. Non ho neanche idea di quante copie siano state vendute. Purtroppo non riuscii ad instaurare un rapporto con la scena italiana ma amavo profondamente svariati dischi made in Italy di quel periodo. Ad oggi non sono mai riuscito ad esibirmi (in live o DJ set) in Italia. Curiosamente ho suonato in tutto il mondo tranne dove ora vivo con la mia famiglia, visto che mia moglie è italiana e risiedo a Roma».

Liquid live onstage in Athens c.1995

Una foto scattata durante un live di Liquid ad Atene, nel 1995

“Closer”, incluso nella tracklist dell’album “Culture”, è l’ultimo ad essere pubblicato dalla XL Recordings. La sinergia partita tre anni prima sembra ormai giunta al capolinea. «Era piuttosto difficile lavorare con la XL Recordings e ad essere sincero da quella collaborazione scaturì un mix tra rabbia e depressione. Giunsi al punto di non essere più in grado di gestire la situazione e stavo iniziando a perdere il focus di quello che intendevo fare. Iniziai a bere e ad assumere droghe ma quello stile di vita non mi avrebbe consentito di continuare a lavorare nella musica in modo professionale. Consegnai alcuni demo dopo l’uscita di “Culture” ma non furono giudicati adatti ed io non riuscivo proprio a fare di meglio. La musica, da sempre forza trainante della mia vita, perse la priorità. Da lì a breve feci un tour negli Stati Uniti che si risolse in un vero pasticcio».

Alla luce di questi dettagli appare chiaro il motivo per cui Liquid sparisca dalle scene per qualche tempo. Bisogna attendere il 2000 per assaporare un nuovo e promettente singolo, “Orlando Dawn” seguito al poco fortunato “Strong” del 1998. A pubblicarlo è un’etichetta particolarmente in vista, l’Xtravaganza Recordings di Alex Gold, nota per l’exploit di Chicane, che ne affida i remix agli Space Brothers e ad Agnelli & Nelson e lo annuncia come una futura hit trance. «La prima versione del brano era molto differente da quella pubblicata, ricalcava lo stile di “One Love Family” con la chitarra suonata ancora da John Themis ma francamente non è uno dei pezzi del mio repertorio che mi piace riascoltare. Forse fu l’unica volta in cui modificai consapevolmente la mia musica per esigenze di mercato, ma rispetto ugualmente chi ama quel pezzo, la mia è solo un’opinione personale. Preferisco di gran lunga “Strong”, brano che realizzai per una delle etichette controllate dalla Columbia, la Higher Ground, e che avrebbe dovuto figurare in un album. Ritengo fosse un buon lavoro ma sorsero problemi contrattuali ed incomprensioni che ne impedirono la pubblicazione. Fu allora che smisi di bere e di drogarmi, imponendomi di cambiare il mio modo di vivere».

Bangface 2012

La locandina del Bangface 2012: nella lineup figurano Mark Archer degli Altern 8 e Liquid

Su “Orlando Dawn” scorrono i titoli di coda per Liquid, è l’ultimo singolo che chiude la carriera. Negli anni successivi il silenzio è rotto solo da alcuni remix (Damian Powell, DJ Wire, Edge G & Shakedown, Danny Byrd). Nel 2010 però, nel mare magnum delle uscite digitali, il nome Liquid riappare negli store ma la rave generation si è ormai dissolta e fatica a collegarlo con quanto avvenne quasi venti anni prima. Segue, tra 2011 e 2012, un’altra manciata di pubblicazioni liquide con cui Downes collabora con Mark Archer degli Altern 8 forgiando i Liquid-8 ed esibendosi insieme al Bangface. Poi di nuovo silenzio sino alla primavera del 2017 quando sul mercato giunge inaspettatamente “Energy Flows”, un nuovo album con cui Eamon Downes riattiva il progetto, affiancato per l’occasione da Mark Coupe alias Sanxion.

«Nel corso degli anni ho registrato molti pezzi con Sanxion, mi trovo bene a lavorare con lui. Avevamo una traccia, “Runaway”, coi vocals di Rachel Wallace e chiesi consiglio a Billy “Daniel” Bunter su cosa poter fare. In una chiacchierata telefonica di appena cinque minuti abbiamo deciso di incidere un album per la sua etichetta, la Music Mondays, e in circa due mesi lo abbiamo realizzato. Avere ben chiari, sin dal principio, la direzione e l’obiettivo da perseguire ci ha consentito di generare un processo creativo bellissimo. Abbiamo lavorato duro ma è stato molto piacevole e soprattutto privo di quella tensione di cui soffrivo anni fa. Il risultato sono state dodici tracce che mi fanno battere il cuore e che Daniel ha amato immediatamente. Talvolta Bunter viene scambiato per un burlone a causa del suo atteggiamento ma garantisco che è un vero appassionato, laborioso e soprattutto guidato dalla musica al 100%. Ha ispirato un’intera generazione e siamo amici da circa trent’anni.
Andavamo insieme ai rave ed abbiamo condiviso di tutto. Recentemente mi sono esibito in una serata a nord della Gran Bretagna ed ho avuto modo di chiacchierare con Mark Franklin degli N-Joi, che era con me sul palco. Sono stato un grande fan degli N-Joi, act che mi ha ispirato e che considero fortemente sottovalutato. Ovviamente adoro anche gli Altern 8, Mark Archer è un talento vero. È stato divertente collaborare con lui per Liquid-8 ma, contrariamente a ciò che qualcuno potrebbe pensare, non fu quella l’esperienza da cui è scaturito “Energy Flows”.

Tornando agli anni Novanta, la mia memoria corre subito al periodo dei rave, suonare in quelle occasioni è stato incredibile. Lavoravo in un negozio di dischi, ero un raver e finii col fare il lavoro dei miei sogni ma incredibilmente ho fatto del mio meglio per rovinare tutto, anche se questa è un’altra storia. Ritengo che gli anni Novanta siano stati rivoluzionari ma la scena rave di inizio decennio era disapprovata con larghi consensi seppur rappresentasse un’incisiva forma di sottocultura giovanile. L’attitudine che la contraddistinse era quella di infischiarsene di tutto e tutti. Personalmente considero ancor più rivoluzionaria la seconda metà degli anni Ottanta quando a Detroit, Chicago e New York nacquero house e techno, fu qualcosa di assolutamente strabiliante. Già alla fine di quel decennio certi eventi furono sentiti e vissuti genuinamente come un movimento. Rave come il Sunrise a Santa Pod Raceway o l’Energy sulla Westway, entrambi svolti nel 1989, furono esperienze in grado di cambiare la vita di chi vi prese parte. Nei primi anni Novanta iniziai a frequentare più assiduamente i club come il Labrynth e fu altrettanto emozionante ma gli Ottanta generarono in me un impatto maggiore in termini di ispirazione musicale. Potrei citare anche i Settanta con ska e dub, ed andremmo avanti a parlare per mesi interi». (Giosuè Impellizzeri)

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Blast – Crayzy Man (UMM)

Blast - Crayzy ManÈ il 1993 quando la napoletana UMM, etichetta di punta del gruppo Flying Records, pubblica il primo singolo dei Blast. “Take You Right” si inserisce perfettamente nel filone stilistico della label campana, quella house fascinosa per gli housers d’elite che odiano profondamente la techno di allora e la cosiddetta “commerciale”. La chiamavano “underground”, probabilmente omaggiando la stessa UMM (acronimo di Underground Music Movement) che fu tra le prime, in Italia, a seguire un percorso di quel tipo ma che, è bene ricordarlo, non ha certamente disdegnato deviazioni mainstream.

Dietro il nome Blast si celano Fabio Fiorentino e Roberto Masi affiancati dal cantante V.D.C. alias Vito De Canzio che fornisce anche l’immagine al progetto. «Blast fu il frutto della “convergenza” di tre realtà diverse, relativamente vicine tra loro ma che non si erano mai incontrate» racconta oggi De Canzio. «Masi lavorava come DJ e producer ed era l’unico ad aver stretto rapporti con quella che poi divenne la nostra casa discografica, la mitica Flying Records. Fiorentino invece era un enfant prodige della tecnologia applicata alla produzione musicale, ossia i primi campionatori e gli archetipi di quelli che adesso sono i software per creare musica. Io ero e rimarrò sempre un “animale da palcoscenico”, ai tempi presente sulla scena live di Palermo come cantante e vocalist nei club. Roberto e Fabio facevano già team (nel 1991 incidono per la Palmares “Body Motion” di Sadomasy & DJ One, nda), notarono i miei lavori realizzati coi cugini Dario e Mario Caminita come “Everybody’s Got To Learn Sometimes” di Concept, cover dell’omonimo dei Korgis, e mi “rapirono”. L’impronta stilistica fu subito molto personale e ben bilanciata fra le tre identità: Roberto portava il suo gusto house, io il mio soul e rhythm and blues, mentre Fabio si preoccupava di rendere tutto quanto più omogeneo possibile. Grazie a Roberto, che aveva già rapporti lavorativi con la Flying, godemmo di un’attenzione speciale, quantomeno nella presentazione. I manager dell’etichetta ci diedero una chance in breve tempo e poi giunse il secondo colpo di fortuna. Ralf, il famoso DJ house, si innamorò letteralmente di “Take You Right” e lo inserì nelle sue playlist che venivano pubblicate sui vari magazine tenuti in altissima considerazione ai tempi».

“Take You Right” è un brano destinato ai club a cui fa seguito, nel 1994, “Crayzy Man”, licenziato dalla MCA nel Regno Unito e in America. La tiepida accoglienza riservata al precedente ora viene controbilanciata da un successo internazionale che valica abbondantemente i confini patri. «”Crayzy Man”, scritto volutamente così da me per via del modo in cui pronunciai la parola, nacque come tutti i brani dei Blast, in pochi minuti. Se ben motivato da una base interessante, riuscivo a scrivere facilmente e velocemente le linee del cantato e i testi. Fu ispirato dal mio primo impatto col mondo delle discoteche internazionali, luoghi in cui potevi assistere a momenti di meravigliosa espressione artistica, culturale, musicale e visuale, ma anche posti in cui si vivevano gli eccessi più sfrenati che alle volte portavano tristemente all’autodistruzione. Buona parte del merito nel successo di “Crayzy Man” va riconosciuto ai Fathers Of Sound (Gianni Bini e Fulvio Perniola), che con la loro versione F.O.S. In Progress stravolsero l’originale dotandola di sonorità più aperte e tipiche della house internazionale. Riuscirono a valorizzare ulteriormente le nostre idee portando il brano ad un livello superiore, facendolo uscire dai confini della house da club traghettandolo nel mondo commerciale (nel senso positivo del termine), con un appeal vendibile e radiofonico. Girammo il video al cretto di Burri, vicino ai ruderi di Gibellina, in una caldissima giornata. Era un paesaggio lunare reso ancor più alieno dalla fotografia del regista Emanuele Mascioni e dalle idee visionarie di Patrizio Squeglia. Poi ci fu la trovata della palla (forse un richiamo artistico alle sfere di Arnaldo Pomodoro?, nda), un grosso globo dipinto di argento che molti ipotizzarono fosse stato inserito digitalmente in post produzione seppur in quel periodo di digitale c’era ancora ben poco. In realtà si trattò solo di una palla gonfiata spinta dal vento che soffiava quel giorno».

A supporto delle pubblicazioni estere vengono realizzate altre versioni di “Crayzy Man” dai Loveland, Junior Vasquez e Nick Hussey ma a fare la differenza resta quella dei Fathers Of Sound, riconfermati come remixer per il singolo successivo, “The Princes Of The Night”, ancora pubblicato da UMM nel 1994, anno in cui il team siciliano viene coinvolto da Radio DeeJay in “Song For You”, progetto benefico che devolve i proventi derivati dalla vendita del disco alla ricostruzione della scuola elementare Giovanni Bovio di Alessandria gravemente danneggiata da un’alluvione autunnale.

«L’identità dei Blast e dei remixer a noi associati era ormai ben definita e “The Princes Of The Night” ebbe un’ottima risposta soprattutto sulla piazza europea, forte di quanto costruimmo in precedenza. Fu il periodo dei tour in cui girammo senza sosta da una città all’altra in Italia e in Europa». L’interesse dell’estero, supportato ancora dalla MCA, viene aiutato da nuovi remix realizzati oltralpe da JX (quello di “Son Of A Gun” e “There’s Nothing I Won’t Do”) e Red Jerry della Hooj Choons, già dietro al successo di Felix. Le cose però cambiano nel 1995 con l’uscita del quarto singolo dei Blast, “Sex And Infidelity”. Questa volta la main version viene realizzata dagli svedesi StoneBridge & Nick Nice seguendo uno schema già abbondantemente rodato dai tempi del remix per “Show Me Love” di Robin S.

«Penso che in quel momento la musica stesse cambiando. StoneBridge riportò l’identità dei Blast alla house in un momento in cui iniziò a prendere piede l’elettronica con suoni ed atmosfere più “fredde”. Credo che la versione degli svedesi, seppur meravigliosa, abbia sortito l’effetto clone di “Show Me Love”, col consequenziale calo di interesse». Con “Sex And Infidelity” quindi si chiude la carriera dei Blast, durata appena un biennio. Nel ’96 la UMM sfodera nuove versioni di “Crayzy Man” a firma Alex Neri e Kamasutra che però non sortiscono alcun effetto. A più riprese ci riprovano anche altri (come Stefano Gamma, i Drive Red 5 in cui presenzia Masi, Nicola Fasano, Housellers, Riccardo Piparo) con risultati che non aggiungono nulla di diverso dal mero ripescaggio nostalgico.

De Canzio riappare qualche anno più tardi in nuovi progetti come Soulmate e The Cop. Poi, da solista, firma “Special Baby”, “The Dancer” e “Take The Moon”, questi ultimi due pubblicati dalla Rise del gruppo bresciano Time. Per V.D.C. è un vero e proprio rilancio artistico. «Mi stavo spostando velocemente verso l’attività di autore sempre più consapevole che il panorama musicale si stesse orientando più sull’immagine che sui contenuti. Ho avuto grandi soddisfazioni ricoprendo questo ruolo ma ho scelto comunque di allontanarmi da un mondo in cui si componevano brani in un determinato modo solo perché il trend era quello e non perché si avesse voglia di raccontare qualcosa, osando e sperimentando nuove sonorità. Il business tendeva più alla realizzazione di progetti a colpo sicuro piuttosto che investire su un artista costruendo la sua carriera ed evolvendola dalla dance al pop».

Nonostante la mancanza di strutture discografiche nella loro regione, la Sicilia, in quegli anni i Blast sdoganano insieme ai conterranei Ti.Pi.Cal. un suono che parte dalle discoteche e dai DJ e finisce col conquistare le classifiche di vendita anche in virtù di una pronuncia inglese all’altezza, fattore determinante per la credibilità nel mercato globale. «Fummo dei pionieri, le nostre soluzioni spesso erano improvvisate, frutto di notti insonni o lunghi viaggi in auto per suonare o confrontarci coi citati Ti.Pi.Cal. con cui instaurammo un’amicizia sincera (ed anche qualche collaborazione discografica, si vedano i remix di “Illusion” e “Sex And Infidelity”, nda) che ci permise di gioire dei successi ottenuti reciprocamente. Quella sinergia portò una ventata di aria fresca nella musica siciliana».

Nel corso dell’ultimo decennio V.D.C. interpreta altri brani, come quelli dei Clam e Vincenzo Callea & Get Far, ma in modo discontinuo. «La dance ormai non è più il mio obiettivo principale ma se un progetto fosse ben strutturato lo prenderei in seria considerazione. Recentemente apprezzo artisti come Swedish House Mafia, Röyksopp e Skrillex, ognuno riesce ad essere innovatore nel proprio genere anche se la matrice dei suoni ha origini ben chiare nel decennio precedente. Raffrontando la dance attuale con quella prodotta negli anni Novanta credo che a latitare sia la costanza nel mantenere vivi i progetti. È tutto sempre più dinamico e in costante mutazione, oserei dire “usa & getta”. Per il resto sono quasi tutti dei pro, dalla maggiore visibilità e divulgazione grazie ai canali commerciali audio e video alla rilevante considerazione in ambito mondiale. Ormai di fatto la dance non è più un genere isolato ma si è riversata nelle radio e nei supporti multimediali diventando pop». (Giosuè Impellizzeri)

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Felix – Don’t You Want Me (Hooj Choons)

Felix - Don't You Want MeNato a Chelmsford, nell’Essex, ma ora di stanza a Los Angeles, Francis Wright alias Felix è uno di quei nomi che fanno pensare subito ad un periodo ben preciso. Corre il 1992 quando la Hooj Choons di Jeremy Dickens alias Red Jerry ed Alex Simons pubblica “Don’t You Want Me” ma non destando particolari consensi. Pare che a mutare le sorti del brano fu l’interesse mostrato dalla Deconstruction acquisita dal gruppo BMG nel 1993: nell’arco di pochi mesi si ritrova in cima alle classifiche di mezzo mondo e per Felix cambia tutto.

«Non ricordo bene le reazioni iniziali ottenute da Hooj Choons ma senza dubbio il vero buzz iniziò con la Deconstruction. Red Jerry, A&R della Hooj Choons, non riponeva molta fiducia ed era scettico a tal punto da aver voluto solo un pezzo quando solitamente l’etichetta ne richiedeva all’artista almeno due (sul lato B del disco finisce comunque il derivativo “Yes You Do”, che ricicla parte dei suoni dell’Original Mix di “Don’t You Want Me”, ma che sparisce dalle successive ristampe, nda). La spinta decisiva si ebbe a luglio del 1992 quando i Pet Shop Boys condussero un programma su BBC Radio 1 per una settimana e programmarono “Don’t You Want Me” ogni giorno. Fu allora che capimmo le potenzialità. La Deconstruction era un’etichetta molto più grossa della Hooj Choons e poteva contare su una distribuzione assai più capillare che avrebbe portato il pezzo ad un pubblico estremamente più vasto» oggi racconta Felix.

Ma c’è un altro dettaglio su cui vale la pena indagare: la versione più nota, la Hooj Mix, reca la firma di Red Jerry e Rollo, fratello della cantante Dido e futuro membro dei Faithless. L’Original Mix invece rivela punti di connessione con la house statunitense, con un solista di pianoforte ben in evidenza. «Avevo diciotto anni e mi dilettavo a creare musica nello studio allestito nella camera da letto spedendo poi i demo a varie etichette che seguivo con costanza. Gli strumenti li presi tutti in prestito da mio zio e mio fratello maggiore che gestivano una società di noleggio strumentazioni. Non avevo molto, un campionatore Akai S950 e qualche sintetizzatore come Korg MS-20, Roland JX-1 ed Oberheim Matrix 1000. Suonavo live sfruttando l’interfaccia MIDI con un Atari ST su cui era installato il sequencer Notator. Un giorno ricevetti la telefonata di Red Jerry: alcuni dei brani che gli avevo mandato lo avevano colpito, in particolar modo “Don’t You Want Me”, nella versione originale. Era un pezzo che realizzai ispirandomi allo stile di Steve “Silk” Hurley, al cui interno piazzai un sample vocale di “Don’t You Want My Love” delle Jomanda. A Jerry quella roba piaceva ma voleva che provassi a svilupparla in modo alternativo. Così cambiai i suoni, e al posto del pianoforte misi l’organo, creando la base di quella che poi sarebbe diventata la Hooj Mix. Mandai il nastro a Jerry, approvò e mi invitò a Londra per registrare due versioni. Lo studio era nella Essex Road, nel quartiere di Islington, allestito in una stanza ricavata nel giardino nella parte retrostante di una casa. Il proprietario era Rollo. I compiti erano così suddivisi: Jerry era l’A&R, Rollo l’ingegnere del suono, io l’artista. Registrammo le due tracce aggiungendo ulteriori elementi percussivi per completare la Hooj Mix. L’Original Mix invece rimase praticamente la stessa del demo. Purtroppo fu fatta confusione coi crediti sul disco che attribuiscono la paternità della Hooj Mix ai soli Red Jerry e Rollo, cosa che, come ho spiegato, non è esatta al 100% visto che fu un lavoro interamente sinergico. La Hooj Mix si rivelò più intensa e le ispirazioni giunsero dai suoni della progressive house che in quel periodo usciva sulla Guerilla di William Orbit e Disc O’Dell ed ovviamente sulla stessa Hooj Choons. Adoravo l’arpeggio presente in “Make You Whole” di Andronicus, quel brano esercitò senza dubbio una certa influenza nella realizzazione della Hooj Mix».

Il successo di “Don’t You Want Me” è stellare e conquista la prima posizione delle classifiche in Finlandia, Italia, Spagna, Svizzera e persino Stati Uniti. Da noi il brano viene licenziato dalla GFB, etichetta della Media Records, che si occupa sia dei remix, sia di pubblicare i due singoli successivi, “It Will Make Me Crazy” e “Stars”, quest’ultimo remixato da CJ Bolland e con un campione vocale tratto dall’omonimo di Sylvester. «È estremamente difficile stabilire con esattezza quante copie siano state vendute in quanto alcune case discografiche preferiscono nascondere i numeri reali, soprattutto quando consistenti. Nel 1993 la Deconstruction diffuse un comunicato stampa in cui dichiarava di aver venduto, sino a quel momento, tre milioni di copie, ma chi può garantire che corrispondesse al vero? Qualche tempo dopo la Hooj Choons intentò causa contro BMG/Deconstruction proprio a causa di presunti rendiconti falsati. Vinsero in tribunale ma spesero gran parte del denaro per sostenere le spese legali.

In merito all’Italia invece, sono sempre stato un grande fan dell’italian disco e del soul italiano sin da quando ero bambino. La mia band preferita in assoluto è quella dei Change, progetto italoamericano creato nel 1980 da Jacques Fred Petrus. Alcuni brani dei Change restano tra i migliori in assoluto del panorama soul/disco, e Mauro Malavasi e Davide Romani sono ovviamente due dei miei eroi. Credo che registrassero e mixassero molti brani dei Change a Bologna, uno dei miei desideri è poter visitare quegli studi un giorno. Inoltre la dance italiana ha sempre avuto una grande influenza sulla mia musica, in quanto comprende molti elementi melodici caratteristici. Considero l’italo disco e la house italiana l’evoluzione naturale della disco, e mi è parso che le produzioni made in Italy fossero molto più sofisticate rispetto alla house piuttosto grezza che invece si produceva nel Regno Unito. In qualche modo l’italian sound riusciva a distinguersi bene dal resto, appariva più “pulito” soprattutto se paragonato ai pezzi provenienti da Chicago. Se la memoria non mi inganna, uno dei primi dischi italiani che mi capitò tra le mani fu uno della Media Records, 49ers o Cappella. Parve subito chiaro che il loro obiettivo fosse quello di realizzare quante più hit possibili, cosa in cui riuscirono. Ricordo anche i grandiosi remix realizzati dal team della Media Records per “Don’t You Want Me”, Mars Plastic Remix, Pagany Remix e R.A.F. Remix. Il DJ Professor Remix lo usammo anche nel mio album, “#1″».

In questa clip “Don’t You Want Me” approda a Top Of The Pops. L’etichetta fu obbligata ad ingaggiare una cantante per dare un’immagine al progetto, anche se si vede qualcuno armeggiare e ballare dietro la consolle, in secondo piano. «La cantante era Sam Brown aka Steele, che successivamente interpretò “It Will Make Me Crazy” comparendo nel relativo video. La sorella, Nataska, era una delle ballerine nel tour. Io però non sono mai andato a Top Of The Pops, quello che si vede nel video era un mio amico che fingeva di essere me! Ai tempi non era raro che si dovesse trovare un volto o una cantante da dare in prestito ai DJ e ai musicisti elettronici quando catapultati negli spettacoli televisivi. Io invece mi sono esibito molte volte mascherato da leone, come quella volta ai DMC Awards, quando vinsi il premio per il “disco house dell’anno”. Stare sotto quel costume però era durissimo, faceva un caldo infernale».

Dopo l’uscita dell’album ed alcuni singoli, il progetto Felix viene sospeso, anche se Wright continua a produrre musica insieme a Kenny C sotto lo pseudonimo Party Crashers. «Non fu una mia decisione, tentai più volte di pubblicare nuovi brani come Felix ma la Deconstruction li bocciò puntualmente. Purtroppo era un vincolo contrattuale e non mi rimaneva che continuare con un nome diverso. Fortunatamente ebbi l’occasione di lavorare con l’amico Kenny con cui ho realizzato incredibili tracce. Quegli anni comunque restano indimenticabili, per la musica, i viaggi intorno al mondo e tutta la gente che ho avuto occasione di conoscere».

“Don’t You Want Me” nel frattempo diventa un classico a tutti gli effetti, e viene campionato o ripreso in varie occasioni. Tra i casi più celebri, “Feels Like Home” di Meck Feat. Dino (2007) e “Sweat” di David Guetta vs. Snoop Dogg (2011). Per il ritorno di Felix invece bisogna attendere il 2015, attraverso la sua Dance FX. «Ho creato Dance FX per pubblicare la mia musica ed eventualmente quella di altri artisti che reputo adatta. Non voglio però far uscire fiumi di roba come avviene nel business musicale odierno, l’intento è pubblicare un nuovo brano con cadenza trimestrale. Ho sfruttato l’uscita di “Don’t You Want Me” avvenuta su Armada nel 2015 (per i remix di Dimitri Vegas & Like Mike, Atjazz e Brodanse, nda) per ufficializzare il mio ritorno. Finalmente posso adoperare il nome che mi porto dietro dall’età di tredici anni quando, a casa di amici, qualcuno mi chiamò involontariamente Felix e non Francis. Divenne il mio nick da DJ ma anche quello che uso ogni giorno, persino mia mamma ora mi chiama Felix.

Sono già usciti i singoli “Reaching For The Top”, “Give You My Heart” e “Golden”. La gente mi ha accolto calorosamente e per me è bello poter tornare a pubblicare musica dopo tanto tempo. Naturalmente il mio sound si è sviluppato ed evoluto nel corso degli anni, adesso credo sia più vicino alla house londinese ma non mancano influenze plurime. Da due anni vivo a Los Angeles ed ho avuto modo di assistere allo sviluppo della scena elettronica negli States. Ammetto che è molto eccitante, soprattutto quando a mandare avanti le cose sono ragazzi giovanissimi. Dal mio punto di vista, la dance vive un momento decisamente positivo. Non posso che essere felice di essere rientrato a far parte di questo mondo. Voglio diffondere la gioia della musica e dimostrare quanta energia sia possibile creare».

Si preannuncia dunque una eventuale seconda primavera per Felix, desideroso di lasciare nuovamente il segno. (Giosuè Impellizzeri)

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