Marco Trani – DJ chart marzo 1997

Marco Trani, DiscoiD marzo 1997
DJ: Marco Trani
Fonte: DiscoiD
Data: marzo 1997

1) Solar Band – Brazilian House
Quello della fittizia Solar Band è un brano mai dato alle stampe, e non è neppure accertato che ai tempi fosse stato realmente inciso su acetato, come invece questa chart lascerebbe supporre. Si presume fosse un pezzo prodotto dallo stesso Trani, testato durante le sue serate.

2) DJ Disciple – The Sidebar EP
David Banks alias DJ Disciple, inizialmente devoto al gospel e che nel 1994 fa ingresso nella classifica britannica dei singoli con “On The Dancefloor”, è tra i produttori house più attivi degli anni Novanta con pubblicazioni sparse su label di tutto rispetto tra cui la nostra D:Vision Records. Nel 1997, col supporto della Soundmen On Wax, fonda la sua etichetta, la Catch 22 Recordings, inaugurandola proprio con l’Extended Play in questione. Dentro ci sono quattro brani di cui tre da lui stesso prodotti: “Steal Away” di Dawn Tallman, “Burning Up” di Brown Girl e la sua “Tribal Confusion”, a cui si aggiunge “Down Packed Evolution” di One Cool Cuban, meglio noto come DJ Dove. Le matrici sono garage, venate di inserti jazzistici e potenti voci soul, così come tramanda la house della Grande Mela. Le prime white label promozionali distribuite agli addetti ai lavori annoverano un brano diverso rispetto al disco messo in commercio, “Funky Stuff” di Speedy, mai pubblicato ufficialmente e sostituito per ragioni ignote dal citato “Tribal Confusion”.

3) Cookle Scott – Believe In Me
Analogamente a “Brazilian House” di Solar Band (in prima posizione), anche “Believe In Me” di Cookle Scott non vede mai ufficialmente luce. A fugare qualche dubbio a tal proposito è Pierangelo Scognamiglio alias Peter Kharma, da Bologna, che con Marco Trani condivide una collaborazione durata diversi anni: «Di Solar Band e Cookle Scott ho un ricordo molto vago. Facevano sicuramente parte di una serie di brani che realizzammo nel periodo in cui io, Marco e mio fratello Emiliano Ramirez mettemmo su una società discografica, la Sure Shot Division. Marco aveva tantissimo materiale a disposizione tra cui acappellas ufficiali o parti suonate che alcuni discografici gli affidarono dandogli carta bianca sulla realizzazione. Ai tempi Marco era il numero uno e chiunque avrebbe fatto carte false per poterlo avere nella propria scuderia. Conservo, su DAT, oltre una decina di brani prodotti allora, mai dati alle stampe. Sure Shot era un nome creato alcuni anni prima proprio da Marco ed adoperato per i remix di “Funky Guitar” dei TC 1992 (di cui abbiamo parlato nel dettaglio qui). Il progetto iniziale prevedeva la presenza dell’etichetta principale, Sure Shot Division per l’appunto, affiancata da due sublabel, la Warm Up Records e la Golden Globe ma quest’ultima, pensata per produzioni soul, purtroppo non fu mai realizzata. Conobbi Marco ad una serata in cui lui era special guest. Per me era già un mito e colsi l’occasione per avvicinarlo quando suonò un disco di mio fratello, pubblicato dalla MBG International Records di Giorgio Canepa. A serata conclusa mi chiese di vederci l’indomani nel mio X-File Studio che avevo allestito da poco. Tra noi scattò subito un grande feeling tanto da prendere la decisione di acquistare strumenti di livello più alto e diventare soci a tutti gli effetti, seppur non fu mai steso un atto notarile bensì una scrittura privata e soprattutto una bella stretta di mano. Da quel momento io e mio fratello diventammo la sua ombra, lo seguimmo in tutte le serate e ci inserì in diversi eventi come al Pascià di Riccione, dove quell’anno era resident. Il primo brano che incidemmo fu “Disco Connection” di Peter K, nel 1995. Gli feci sentire una mia bozza sviluppata usando un sample dei T-Connection (“Do What You Wanna Do” del 1977, nda) e lui si entusiasmò a tal punto da volerlo finalizzare ma tenendo il mio nome. Nonostante fosse un veterano pluriconosciuto ed io solo un ragazzino alle prime armi, non volle attribuirsi la paternità del disco perché l’idea era partita da me. Questo fu un gesto di grande correttezza oltre che di grande umiltà».

La collaborazione tra Marco Trani e i fratelli Scognamiglio prosegue con “Hypno Party” di Miguel Rayes sulla citata Warm Up Records e col remix di “Love Has Changed My Mind” di Vicki Shepard sulla Reform del gruppo Discomagic, entrambi del 1995. L’anno seguente invece Kharma e Trani producono “Set You Free” di Low Noise per la Dance Pollution del gruppo Arsenic Sound, ai confini con la dream trance/progressive, a testimoniare l’assenza di “paletti” che potessero delimitare l’operatività in stili musicali diversi. «Il sound delle nostre produzioni era orientato tendenzialmente alla house e alla cosiddetta “underground”» prosegue Scognamiglio. «Per una compilation del Disco Inn di Modena realizzammo il brano “Trani’s Santa Tribe”, nato da un giochino che Marco faceva spesso durante le serate. Tamburellava col dito il centrino del vinile imitando una percussione e il pubblico rispondeva battendo le mani, e così in un locale ci venne in mente di adoperare quel “botta e risposta” sincronizzandolo col groove di “Don’t Let Me Be Misunderstood” dei Santa Esmeralda. In quel periodo Marco notò la mia predisposizione verso trance e progressive, generi che si stavano imponendo anche a livello commerciale, e mi incitò a cimentarmi in ogni tipo di produzione che mi venisse in mente. Il suo mood era soul ma si emozionava tantissimo quando suonavo qualsiasi tipo di melodia. Essendo più giovane, credo che da quel punto di vista fossi io a dargli qualcosa. Con estrema umiltà mi ascoltava e cercava di capire meglio quel mondo per lui sconosciuto come la trance o addirittura la jungle, mettendoci del suo a seconda delle sensazioni percepite durante la realizzazione del brano. Nessuna casa discografica ha mai interferito nel nostro lavoro, ed è stato proprio questo il motivo per cui andavamo in studio sentendoci liberi di fare tutto quello che volevamo. Talvolta trascorrevamo lì dentro ore ed ore al punto da chiamare ironicamente quella stanza “la miniera”.

Marco inoltre era sempre attivo nel cercare nuove collaborazioni. Un giorno ci propose di realizzare una traccia per un noto brand di abbigliamento, El Charro. Realizzai una base lenta, in stile r&b, che lui portò in uno studio romano dove fu scritto il testo e dove venne cantato da Toma Man dei Papasun Style. Avute le voci, realizzammo altre tre versioni (house, dub e jungle) che formarono il CD singolo, dato in omaggio come gadget nei negozi che vendevano El Charro. Se la memoria non mi inganna, di quel CD ne vennero stampate circa 80.000 copie. Dopo quell’esperienza però ci dividemmo. Avevo intenzione di proseguire sulla linea trance/progressive e cominciai a produrre per l’Arsenic Sound di Paolino Nobile (intervistato qui, nda) rimanendo comunque in buoni rapporti con Marco, tanto che negli ultimi tempi ipotizzammo di ricominciare a fare qualcosa insieme.

Peter Kharma studio

Uno scorcio dello studio di Peter Kharma. Al muro è appesa una foto-poster in ricordo dell’amico

Lo ricordo come un fratello. Abbiamo vissuto alcuni anni totalmente in simbiosi e il rapporto andava oltre il lavoro. Mi ha insegnato tantissime cose, sia umanamente che professionalmente e per questo sto realizzando un singolo accompagnato da un videoclip dedicato proprio a lui. Di Marco rammento soprattutto l’incredibile carisma e quello che riusciva a trasmettere alle persone. Tecnicamente resta il più grande DJ che abbia mai sentito suonare, e il termine “suonare” è intenzionale perché il modo in cui selezionava i dischi e li mixava era unico. Cercava voci che si intonassero col basso del brano precedente e l’evoluzione che dava al suo set portava puntualmente la pista al delirio. Queste cose per me sono state fondamentali. Mi ha trasmesso la sensibilità di sentire il mood del pubblico che porta a capire come e quando mettere un determinato pezzo. Ecco perché lo considero, oltre che un grande professionista, un autentico artista della consolle. Non meno importante l’umiltà che riservava alle persone alle quali era affezionato. Quando parlava di affari invece, mi ripeteva: “fatte rispettà perché sennò te se magnano pure er core!”. Una volta presi i suoi flight case nel parcheggio di un locale e mi incamminai verso l’ingresso, ma mi bloccò e disse: “aó, ma che stai a fa’? Tu sei Peter Kharma e me porti e valiggette a me?” Durante un’altra serata invece ci trovavamo davanti ad una discoteca di Roma, la sua città. Un ragazzo gli si inchinò davanti dicendo: “massimo rispetto a te grande Marco, sei n’imperatore!”. Ecco, Marco Trani era davvero l’imperatore della consolle».

4) Big Moses Feat. Kenny Bobien – Brighter Days (Remix)
Tre i remix pubblicati dalla King Street Sounds di quello che potrebbe essere considerato uno dei brani più noti di Big Moses. La calda voce di Kenny Bobien viene reimpiantata da Stephan Mandrax (affiancato dal tastierista Scott Wozniak) in due rivisitazioni, la fascinosa Liquid Club Mix e l’altrettanto intensa Liquid Dub, che non è proprio una riproposizione strumentale della stessa. L’edit di Matthias Heilbronn, tedesco trapiantato negli States, continua a muoversi nelle stesse latitudini stilistiche, tra deep house e soul garage di fattura spiccatamente newyorkese. A completare è l’Instrumental approntata dallo stesso Big Moses che in futuro vedrà ritoccare ancora il suo brano da artisti come Mousse T., Pound Boys, Groovylizer e, più recentemente, Crazibiza.

5) Karen Jones – Aquarius (Trani’s Hard Dub)
Karen Ann Jones, americana trasferitasi in Italia, è una delle vocalist che aiuta l’italo house a trovare una collocazione sul mercato internazionale, dopo maldestri tentativi di italo disco memoria che spinsero diversi produttori italiani ad avvalersi di acappellas anziché affidarsi a cantanti nostrane dall’imbarazzante pronuncia inglese. Da “To The Rock Groove” del 1989 a “Come Together” del 1990, passando dai featuring per i Bit Machine (uno dei progetti che Daniele Davoli, Mirko Limoni e Valerio Semplici varano in parallelo a Black Box), Daybreak e Paradise Orchestra (con Corrado Rizza, Dom Scuteri e Gino “Woody” Bianchi, artefici di Black Connection di cui abbiamo parlato qui), la Jones si afferma con merito nel circuito house. “Aquarius”, edito dalla Deep del gruppo Dance Pool, è la cover dell’omonimo dei The Fifth Dimension e mette in risalto le qualità vocali della cantante su tessiture downbeat. Svariate le versioni approntate tra cui le due di Trani, la Love Message e la Hard Dub: dalla prima emerge la solarità del funk e del soul, dalla seconda una più marcata enfasi del beat in cui le voci vengono scomposte in moduli ed adoperate a mo’ di elementi di raccordo ritmico. Degne di menzione anche la Industry Mix di Intrallazzi e Fratty e la Drum N Bass Version, ulteriori sviluppi creativi di un brano passato piuttosto inosservato.

6) Moodlife Feat. Sonya Rogers – Movin’ On
“Movin On'” è il brano con cui Sandro Russo ed Andrea Arcangeli duplicano la vena creativa creando Moodlife, progetto parallelo al più noto M.A.S. Collective. Pubblicato dalla Suntune diretta da Angelo Tardio nel post UMM vissuto tra le mura della bresciana Time Records, il pezzo è coscienziosamente allineato allo stile garage house statunitense a cui i due DJ nostrani accedono lasciandosi affiancare da alcuni musicisti (il tastierista Maurizio Somma, il trombettista Stefano Serafini, il bassista Cico Cicognani) e vari vocalist tra cui Ce Ce Rogers, Sonya Rogers e il rapper Master Freez. I due remix (Club Mix, Dub Mix) sono di Tommy Musto, stella del clubbing newyorkese, a cui pochi mesi più tardi si aggiungono quelli di Stephan Mandrax e Fathers Of Sound.

7) Nuyorican Soul Featuring India – Runaway
Nuyorican Soul è il prestigioso side project che Little Louie Vega e Kenny Dope Gonzalez affiancano dal 1993 al più noto Masters At Work. La prima apparizione avviene sulla Nervous Records col “The Nervous Track” ristampato nel 2014, poi le collaborazioni strette con George Benson e Jocelyn Brown (rispettivamente per “You Can Do It (Baby)” e “I Am The Black Gold Of The Sun”) forniscono quel quid che fa di Nuyorican Soul un eccelso punto di unione e scambio tra musica latina, soul, funk, r&b, jazz ed house. Nel ’96 incidono il primo (ed unico) album per la blasonata Talkin’ Loud in cui figurano nuove sinergie con eminenti musicisti e cantanti (il percussionista Vincent Montana Jr., la vocalist Lisa Fischer, i pianisti Terry Burrus ed Eddie Palmieri, il vibrafonista Roy Ayers) e dal quale vengono estratti vari singoli tra cui “It’s Alright, I Feel It!” e “Runaway”, quest’ultimo cover della quasi omonima “Run Away” della Salsoul Orchestra del 1977. La voce di Loleatta Holloway viene sostituita da quella di India, unita in nozze col citato Vega per alcuni anni. Il doppio mix che Marco Trani inserisce nella chart annovera, oltre all’Original Flava 12″, autentico tributo al philly soul, tre remix: il Jazz Funk Experience e il Soul Dub di Mousse T. sono trainati da un impianto ritmico molto simile a quello che il DJ turco/tedesco adopera per affermarsi in modo definitivo nel grande pubblico sin dall’anno seguente (“Horny ’98”, i fortunati remix per “Sex Bomb” di Tom Jones e “Saturday” di Cunnie Williams Feat. Monie Love), mentre il Mongoloids In Space di Armand Van Helden riformula tutto sullo schema dell’epocale versione di “Professional Widow” di Tori Amos, riducendo al minimo le parti vocali sovrastate da tessere funky sequencerate in un velenoso groove speed garage. Spazio anche alla Ronnie’s Guitar Instrumental, versione strumentale su cui troneggia la chitarra di Ronnie James della Salsoul Orchestra, il tool Philly Beats e l’India’s Ambient Dream, celestiale chiusura di quello che probabilmente può essere ricordato come il disco più rappresentativo della breve parentesi che Vega e Gonzalez siglano come Nuyorican Soul. A pubblicarlo in Italia è la Zac Records, che mette le mani pure sul seguente “It’s Alright, I Feel It!” remixato, tra gli altri, dai Mood II Swing e Roni Size.

8) The Sun Project – Wear Yourself Out (Remix)
Nato nel 1995 da un’idea di Pagany e Fabio Slaider (oggi Slider), The Sun Project parte con una house ravvivata da ispirazioni 70s (tra i sample presenti in “The Sound”, su Molotov Records, c’è quello di “Bim Sala Bim” degli Hudson County edito nel 1975 dalla RCA) per poi svilupparsi su territori garage attraverso “Wear Yourself Out” interpretata vocalmente da Yvonne Shelton. Marco Trani sceglie il 12″ coi remix realizzati dai M.A.S. Collective (ancora affiancati dai musicisti Maurizio Somma e Gabriele ‘Cico’ Cicognani, si veda posizione 6), Franz e Deep Bros. Russo ed Arcangeli, nella loro Philly Club, saldano due mondi ai tempi particolarmente comunicanti, quello del soul e quello della house. La Kolo Mix di Franz distilla elementi deep e funk e in scia si inseriscono le due versioni dei Deep Bros, No Doubt e Fusion Mix, spiccatamente garage la prima, più sensuale ed avvolgente la seconda. Figura infine la Simply Sound Dub, in cui prende il sopravvento la carica ritmica. The Sun Project riappare qualche anno più tardi ma la produzione passa nelle mani di Simone Farina (figlio di Mauro Farina, boss della Saifam) che si lascia affiancare da Gianni Bova in “Brazilian’s Affairs” del 2001 e da Nicola Fasoli in “My Fire” del 2004.

9) Various – It’s A DJ Thing 4
“It’s A DJ Thing” è la raccolta ideata nel 1996 dalla britannica Defender Music, andata avanti per ben tredici volumi, tutti in formato doppio, sino al 2002. Il quarto, preso in esame per l’occasione, ingloba “Make Me Feel” dei 95 North e “Doo Wop” dei Room Zero, stampati come singoli solamente l’anno dopo. Poi ci si imbatte in “Hit The Conga” dei nipponici Paradise Yamamoto & Tokyo Latin Mood Deluxe, remixata da Eric Kupper e François Kevorkian, e due esclusive, “Dee’s Groove” di TC Project alias Felix Hopkins, e “Future” di Javen Souls, prodotto a quattro mani da Jan Cooley e Maurice Fulton. L’occasione è giusta per inserire pure una gemma del passato, “Hiroshi’s Dub” dei giapponesi Tiny Panx Organization, meglio noti con l’acronimo TPO, risalente al 1989 e riproposta nel ’98 dalla Nite Grooves. La versione scelta è la Savanna Mix realizzata da un giovane con gli occhi a mandorla destinato a lasciare il segno, Satoshi Tomiie.

10) Bruce Wayne Vs. H.A.N.Z.- In The Dog House
Il brano in questione occupa il lato b di un 12″ edito dalla tedesca Plastic City, etichetta che allora flirta sia con la house (Terry Lee Brown Jr., The Timewriter) che con la techno (Tesox, , AWeX, di cui abbiamo parlato qui, Kriss Dior). “In The Dog House” gira su uno schema più meccanico rispetto a quello delle produzioni house statunitensi o britanniche, con una parte vocale incastrata geometricamente nella gabbia ritmica montata a sua volta su una serie di suoni tenuti in vita dal loop. A firmare il tutto sono il prolificissimo Jürgen Driessen, per l’occasione nascosto dietro il nomignolo Bruce Wayne ispirato dall’omonimo personaggio dei fumetti della DC Comics, Batman, e Hans Centen che in quel periodo mette su il progetto Decadance con René Runge alias Jaspa Jones del noto duo Blank & Jones. Il 12″ esce anche negli States attraverso la Twisted America Records. In Italia invece la licenza è messa a segno dall’iperattiva Zac Records nata da una joint venture tra Emilio Lanotte e il gruppo Sugar presieduto da Filippo Sugar, figlio di Caterina Caselli.

(Giosuè Impellizzeri)

(si ringrazia per il prezioso supporto Corrado Rizza, autore di vari libri tra cui “Anni Vinilici. Io e Marco Trani 2 DJ” e del docufilm “STrani Ritmi – La Storia Del DJ Marco Trani” di cui si consiglia lettura e visione)

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TC 1992 – Funky Guitar (Paradise Project Records)

TC 1992 - Funky GuitarMarco Fratty, Corrado Presti e Roberto Intrallazzi saranno sempre ricordati per essere stati tra i primi ad aver traghettato la house italiana nelle classifiche di vendita di tutto il mondo. Il successo raccolto come FPI Project dal 1989 è memorabile e sprona un numero indefinito di DJ a cimentarsi nella produzione discografica armandosi del minimo indispensabile (una batteria elettronica, qualche sintetizzatore ma soprattutto un campionatore).

Ai tempi la prolificità creativa viene opportunamente convogliata attraverso diversi pseudonimi per non saturare troppo velocemente quello legato ad un grosso successo commerciale, proprio come avviene col team bergamasco che nel 1991 lancia il progetto parallelo TC, sigla di volta in volta affiancata dall’anno di pubblicazione. «Lo inventammo perché volevamo battere uno stile completamente diverso rispetto ad FPI Project e quindi sperimentare di conseguenza cose dissimili da quelle che invece ci richiedeva il mercato commerciale» racconta oggi Corrado Presti. «Inizialmente TC indicava le iniziali di Tina Chris, la cantante che interpretò i nostri primi singoli, ma poi cambiammo ed optammo per Total Control. Nonostante il nome differente, devo ammettere che in TC c’era comunque molto degli FPI Project. Non era possibile tenere a freno gli elementi di matrice funky e soul, culture dalle quali proveniva ognuno di noi».

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Fratty, Presti ed Intrallazzi immortalati in una foto scattata tra 1989 e 1990

Il primo TC si intitola “1991” e viene licenziato dalla belga R&S Records, particolarmente attenta ai prodotti provenienti dall’Italia (l’anno prima è la volta di “Lot To Learn” di Lee Marrow, “Hazme Soñar” di Morenas e “No Problem” di Arkanoid, tutti battenti bandiera tricolore). «Non fummo noi ad arrivare all’etichetta del cavallino ma l’esatto contrario. Era un periodo particolarmente felice per le nostre produzioni, credo furono determinanti le classifiche di Billboard in cui stazionavamo da tempo alle prime posizioni» spiega Presti. L’interesse di Renaat Vandepapeliere e Sabine Maes si rinnova nel 1992 quando i tre incidono il secondo TC, “Funky Guitar”, più incisivo rispetto al precedente e decisamente più fortunato sotto il profilo delle vendite. Il brano lascia esplodere al suo interno un frammento di chitarra tratto da “What It Is” degli Undisputed Truth (ricampionata più volte negli anni a seguire) e le percussioni di “Hum Along And Dance” dei Temptations, in seguito coverizzata dai Jackson 5. Il risultato profuma di house quanto di funk e manda in solluchero i DJ di tutto il vecchio continente tra cui i britannici Sasha e Graeme Park a cui si accodano i Lionrock di Justin Robertson che lo remixano. La R&S inoltre inserisce “Funky Guitar” nel quarto volume della raccolta “In Order To Dance”: insieme ai TC ci sono, tra gli altri, Aphex Twin, DJ Hell, The Future Sound Of London, Jam & Spoon, Jaydee (di cui abbiamo parlato nel dettaglio qui), CJ Bolland, Dave Angel, 3 Phase Feat. Dr. Motte, Phuture e Mundo Muzique. La compilation passa alla storia anche per una confezione particolarmente intrigante, un cofanetto su cui è incastonato un pulsante che aziona la voce sintetica di un chip.

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Fratty, Presti ed Intrallazzi con la cantante Sharon Dee Clarke (1989)

«Assemblammo il tutto con l’aiuto del Casio FZ-1, un campionatore del 1987 che ci accompagnò in parecchie produzioni. Visto che all’epoca i DJ nostrani non avevano molta considerazione dei dischi made in Italy ideammo un piccolo stratagemma: spedivamo alcune copie nel Regno Unito per poi farle reimportare come se fossero produzioni straniere. In alcuni casi funzionò e solo quando si creò il giusto interesse scoprivamo le carte rivelando chi ci fosse dietro il disco. L’ironica citazione sulla copertina, “hey papà guarda ….un pollo!” (che rimandava allo spot del Dado Knorr di qualche anno prima, nda) si riferiva esattamente a ciò. Con quel “giochetto” riuscimmo ad ingannare molti addetti ai lavori. “Funky Guitar” vendette all’incirca 300.000 copie e trattandosi di una produzione rivolta esclusivamente ai club poteva essere considerato un grande successo seppur i numeri fossero ben diversi da quelli ottenuti coi dischi degli FPI Project».

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Fratty, Presti ed Intrallazzi nel 1991 negli studi torinesi della Rai per una trasmissione televisiva presentata da Valerio Merola ed abbinata alla lotteria del Gran Premio di Monza. Insieme a loro c’è la cantante Tina Chris.

Sul 12″, pubblicato dalla Paradise Project Records, figurano anche tre remix (Sure Shot Club Mix, Sure Shot Groove Mix, Sure Shot Deep Mix) firmati dal compianto Marco Trani che effettua un ottimo lavoro di reimpostazione sonora non limitandosi a banali interventi ritmici. «Il grande Marco fu l’unico DJ italiano a cui mandammo il promo strappandogli però la promessa di non renderne nota la provenienza. Lo avrebbe proposto per tutta la stagione estiva al Pascià di Riccione» ricorda ancora Presti. Ai tempi gran parte dei DJ attivi in ambito discografico (Trani incluso) si rivelano particolarmente restii ad usare il proprio nome sulle copertine dei dischi, esattamente l’opposto di quanto avviene ora con la voglia di protagonismo che prende il sopravvento. «La musica si produceva per davvero ma, in assenza dei social network, non sussisteva affatto la necessità di apparire a tutti i costi. A giudicare dai compensi percepiti dai DJ di grido di oggi però si avverte un po’ di pentimento».

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Fratty, Presti ed Intrallazzi nel loro studio con le Sister Sledge nel 1992. A presenziare, tra gli altri, il discografico Pippo Landro della New Music International e il musicista Roberto Frattini che si occupò di risuonare le parti di pianoforte nei loro dischi.

Alla crescita esponenziale della smania protagonistica corrisponde un’inversamente proporzionale carica creativa. Il sampling, ad esempio, è finito con l’arenarsi. Pare che alle nuove leve non interessi ricercare nuove fonti campionabili preferendo invece riprendere le idee da successi già ampiamente rodati, limitandosi a riconfezionarle usando suoni nuovi. Si profila paradossalmente una deludente fase di stallo in un’epoca in cui tutto è tecnologicamente possibile, in netto contrasto con quanto avviene invece nelle decadi passate, con potenzialità tecniche di gran lunga limitate. Forse la troppa libertà e facilità odierna è diventata un limite? «Credo che la pecca delle produzioni attuali risieda nella troppa semplicità con cui realizzarle. Con un banale computer in casa, tutti o quasi producono “musica” ma è proprio questa facilità ed immediatezza a determinare l’assenza di cultura musicale, di quella voglia di ricerca e sperimentazione che invece animava noi» prosegue Presti.

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Una foto di gruppo scattata nel 1993: gli FPI Project sono in compagnia di vari personaggi del mondo della notte tra cui Enrico Acerbi alias DJ Herbie, Marco Bongiovanni alias Easy B e Stefania Bacchelli alias Stefy (trio impegnato ai tempi in DJ H Feat. Stefy). Poi anche Joy Salinas e gli impresari Francesco Monteleone e Carmelo Legato.

Dopo l’exploit di “Funky Guitar”, tra 1993 e 1995 il trio lombardo incide altri tre dischi come TC, “Harmony” (rifacimento di “Friendship Train” dei citati Temptations), “Psychedelic Colours” e “Just Get Up And Dance”. «Harmony” ebbe un fortissimo impatto oltremanica balzando in testa a tutte le classifiche dei club ma a causa di problemi legali sorti per l’uso del sample fummo costretti a ricantare e risuonare la parte e quindi a ritardarne l’uscita. Una volta pronti purtroppo ci ritrovammo con l’entusiasmo del pubblico un po’ afflosciato. Considero invece “Psychedelic Colours” la produzione più particolare e psichedelica del progetto TC, interamente basata su un sample tratto degli Earth, Wind & Fire. Chiudemmo con “Just Get Up And Dance” ma non fummo noi a decidere sulla fine dei TC bensì le tendenze del mercato che nel frattempo si spostarono verso la techno lasciando scemare l’interesse per la house. A rimpiangere gli anni Novanta non siamo solo noi DJ ma anche le discoteche che, grazie all’avvento della musica house, videro le proprie sale piene come non mai a differenza di ciò che avviene ora, coi club (nel vero senso del termine) destinati a tramontare. Basti pensare che nessun locale oggi dà importanza alla Musica (con la M maiuscola), preferendo tutto quello che gira intorno, banale esibizionismo insomma. Noi restiamo felici ed orgogliosi di aver contributo a rendere unico e speciale quel decennio memorabile. Non nascondo che mi piacerebbe vedere maggior interesse verso ciò che fu da parte delle nuove leve augurando loro di vivere momenti altrettanto emozionanti. Respect!». (Giosuè Impellizzeri)

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Love Quartet – Kiss Me (Don’t Be Afraid) (Heartbeat)

love-quartet-kiss-me-dont-be-afraidNel 1991 un summit tra l’imprenditore discografico Gianfranco Bortolotti e i DJ Ricky Montanari, Andrea Gemolotto, Leo Mas, Claudio Coccoluto, Luca Colombo, Flavio Vecchi e Ralf getta le basi della Heartbeat, una delle prime etichette house italiane gestite artisticamente da disc jockey. Oggi è pura routine ma 25 anni or sono le cose erano radicalmente diverse, la considerazione che il pubblico nutriva per la house e per gli stessi DJ non era paragonabile a quella di oggi. Il DJ iniziava a ritagliarsi spazi sempre più ampi, sia in discoteca che negli studi di registrazione, e senza dubbio la Media Records fu lungimirante nel sostenere il progetto, a cui si aggiunse qualche anno più tardi quello analogo rivolto alla techno, BXR.

«Fummo contattati da Bortolotti per capire se ci fossero realmente i presupposti per unire le forze e le idee e creare un team di DJ house legati ad un’etichetta. I tempi erano particolarmente “caldi”, discograficamente ed artisticamente parlando, e in effetti qualcosa di buono lo abbiamo fatto, in grado di rimanere intatto nel tempo» racconta oggi Ricky Montanari.

Heartbeat, 1992

Una foto scattata nel 1992 negli studi della Media Records che ritrae il team iniziale della Heartbeat: da sinistra Leo Mas, Andrea Gemolotto, Claudio Coccoluto, Luca Colombo, Ricky Montanari, Gianfranco Bortolotti, Ralf e Flavio Vecchi.

Tra gli artefici del secondo disco pubblicato su Heartbeat (arriva subito dopo “Deep Inside (Of You)” di Shafty, prodotto da Gemolotto e Ralf), Montanari figura nello studio project Love Quartet insieme al collega Flavio Vecchi e i musicisti Enrico Serotti e Marco Bertoni, che il caso ha voluto provenissero entrambi da un altro quartetto, i Confusional Quartet. «Se ben ricordo l’idea di creare il team di produzione venne a Flavio che conosceva già Serotti e Bertoni per precedenti collaborazioni. Il nome invece credo fosse opera mia, nato pensando al titolo della traccia e al film in cui doveva figurare come colonna sonora, Un Bacio Non Uccide. Fummo presentati al regista, Max Semprebene, al Vae Victis (il futuro Echoes), dove faceva spesso sopralluoghi e cercava gente da inserire nella pellicola. Ci chiese di curare la soundtrack e l’occasione fu propizia per iniziare a collaborare con Serotti e Bertoni che già lavoravano nel settore cinematografico».

Il film, realizzato col contributo del Ministero del Turismo e dello Spettacolo e prodotto da Camilla Nesbitt (cofondatrice della Taodue e dietro il successo di Checco Zalone), viene girato nel 1991 ma diffuso, pare, solo nel 1994. La colonna sonora, oltre ad ospitare la musica dei Love Quartet, annovera anche il citato brano di Shafty, come attesta questa clip. Per vederlo in versione integrale cliccate qui, qui e qui. Alcune scene vengono girate presso il Woodpecker, storica discoteca di Milano Marittima contraddistinta da una cupola in vetroresina, e tra i tanti volti che si scorgono anche quello dello stesso Montanari.

Ma torniamo ad Heartbeat, ai tempi coordinata da Alex Serafini. Sul 12″ figurano quattro brani: la sensuale/erotica title track, “Kiss Me (Don’t Be Afraid)”, “Un Beso No Mata” e due versioni di “Ethos Mama Survives”, accomunate da ispirazioni newyorkesi ma senza mai abbondare sulle presenze vocali, anzi, la priorità dei Love Quartet è quella di mandare brevi messaggi e lasciare quanto più spazio a romantiche planate di archi. «Gran parte del progetto fu sviluppato a Bologna nello studio di Serotti e Bertoni. Non ricordo gli strumenti che usammo visto che è trascorso molto tempo, ma tra le tante macchine c’era un gigantesco campionatore. Per il missaggio finale e le due Dub di “Ethos Mama Survives” invece ci trasferimmo negli studi della Media Records, a Roncadelle. Non rammento neanche quante copie vendette, ma so che venne licenziato in Inghilterra dalla prestigiosa 4th & Broadway».

Tra i titoli e crediti appare il nome Ethos Mama, un chiaro riferimento all’omonimo club (nato dalle ceneri dell’Aleph) di Gabicce, dove Montanari era resident e che viene ricordato come una delle migliori culle italiane della house. «Lo usavamo spesso nelle produzioni, in particolare per le versioni dub, e in seguito anche per l’etichetta. A fare la fortuna dell’Ethos Mama fu la location e la sua storia, un posto autenticamente underground con un pedigree assoluto di moda, tendenza e musica. La gente che lo ha creato e frequentato apparteneva ad un mix culturale incredibile e pazzesco. Fu tra i simboli che immortalò momenti storici irripetibili, oggi invece la riviera adriatica è decaduta, il “vibe” è volato da qualche altra parte».

Il 1996 segna la nascita della Ethos Mama Records, in collaborazione con la Azuli Records di David Piccioni. Si rivela un’intesa anglo-italiana che per un po’ di anni ha funzionato (e che in catalogo vanta pure qualche titolo crossover come “Spiller From Rio” di Laguna e “Pic Nic” di Intrallazzi) ma che si ferma nel 2001. «Avevo aperto l’ennesimo studio con Davide Ruberto ed Andrea Manganelli, avevamo un sacco di idee ed altrettanti giovani producer con tanti demo. L’idea era quella di ritagliarci il nostro spazio e dare visibilità a chi pensavamo la meritasse, e quando si profilò la possibilità di pubblicare in Inghilterra non esitammo per un solo istante ad accettare. Eravamo giovani italiani con tante belle speranze e fortemente motivati. Tutto finì pochi anni dopo per una serie di eventi su cui però preferisco sorvolare».

Anita K

“Reach Me (At The Top)” di Anita K. è uno dei progetti che Ricky Montanari cura per la Heartbeat

Prima di dedicarsi alla Ethos Mama Records, Montanari continua a collaborare in modo frequente con la Heartbeat (ai tempi accompagnata dal payoff ‘The Global House’) attraverso “Reach Me (At The Top)” di Anita K. e “Paralyzed Jaws” di Flabby Vibrator (entrambi del 1995) e vari remix per Tito Puente Jr., Intergrated Society e persino i nazionalpopolari Cappella. «Incidevo parecchia musica ma garantisco che non erano vendite o visibilità a spronarmi. A fornirmi gli stimoli in un periodo tanto prolifico fu soprattutto la possibilità di fare cose diverse tra loro e non fossilizzarmi». Montanari era già reduce di diverse produzioni discografiche (come Omniverse, Key Tronics Ensemble, Riviera Traxx e Centric House in cui operava, tra gli altri, con Claudio ‘Moz-Art’ Rispoli, Cesare Collina, Francesco Montefiori, Kid Batchelor e Patrick Duvoisin), oggi spesso riscoperte dalle nuove generazioni che usano il repertorio dei tempi per creare brani che di nuovo forse hanno solo il titolo. «Effettivamente in giro non sento nulla di realmente innovativo, anzi, il più delle volte mi pare che gran parte del materiale in circolazione sia scopiazzato. Non sta a me giudicare ma ritengo che un po’ di spregiudicatezza in più non guasterebbe affatto».

Ad ormai cinque lustri da “Kiss Me (Don’t Be Afraid)”, recentemente inserito da Joey Negro nella raccolta “Italo House”, la Heartbeat è tornata recentemente in attività. Che sia tempo di una rinnovata collaborazione? «Sono attivo più che mai e non escludo niente a priori. Vedremo cosa accadrà in futuro» conclude Montanari. (Giosuè Impellizzeri)

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