Bismark – DJ chart luglio 1997

Bismark, Disco Mix luglio 1997
DJ: Bismark
Fonte: Disco Mix
Data: luglio 1997

1) Dimitri Gelders – Smoke Sign
Discograficamente attivo nella seconda metà degli anni Novanta, Gelders incide un album e vari singoli per la Zolex Records. Tra questi si rinviene “Smoke Sign” contenente quattro brani di trance/progressive dalle caratteristiche canoniche per il genere che diventa popolare in tutto il mondo proprio a fine decennio. Tra planate melodiche e groove scalpitanti, l’artista bilancia con perizia ritmo e melodia. Corre voce che il belga abbia accantonato l’attività musicale per dedicarsi al triathlon ma ad oggi non si rinvengono fonti ufficiali che acclarino tale ipotesi.

2) Marco Bailey – Global Warning
Dopo “Planet Goa” su Dance Opera nel 1995, Marco Bailey incide il secondo album, questa volta per la granitica Bonzai Records di Fly (di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui). Sulla linea di mezzeria tra (hard) trance e techno, genere a cui si dedica con regolarità da lì a breve, il DJ belga dà libero sfogo alla sua creatività plasmando ipnotismi lisergici (“Cyberlab”, in coppia con Dirk ‘M.I.K.E.’ Dierickx, “Spacecake”), calibrando l’acid (“Bassremover”, “Mr Kandinsky”, “Scan Fortress”), comprimendo ritmi (“Behaving Forward”, “N.Y. Times (Remix)”) e calandosi in territori non prettamente “dance” come avviene in “The Shining”, tool ambient realizzato con Mauro Mirisola, e in “Global Warning”, feroce breakbeat ascrivibile al segmento ai tempi ribattezzato “chemical beat” in cui rientrano band come Chemical Brothers, Fluke e Propellerheads. Il disco viene pubblicato anche in Italia dalla Bonzai Records Italy del gruppo Arsenic Sound capitanato da Paolino Nobile, intervistato su queste pagine qualche tempo fa.

3) Tone King – Pneu
Estratto dal “Micheline Tracks EP” sulla Cyberfugu la cui attività pare circoscritta proprio a questa pubblicazione, “Pneu” è un mosaico di elementi ritmici che l’autore, Daniel Neeven alias Tone King, combina utilizzando l’effettistica come modulo di raccordo. Progressione e moto ascensionale danno energia alla stesura colorita dall’incrocio tra phaser, flanger e distorsore applicati ad un drumkit di quella che pare essere una TR-808. Il brano viene ripescato nel 2000 dalla Clockwork Recordings che lo ripubblica abbinandolo a vari remix realizzati da noti esponenti della scena belga, Insider, Housetrap, Zzino vs. Accelerator e la coppia Marco Bailey/Redhead.

4) Ricky Le Roy – Tunnel
Esaurita la spinta commerciale di “First Mission” che cavalca con successo l’onda della mediterranean progressive, Ricky Le Roy incide un secondo singolo ma non seguendo lo schema del classico follow-up. “Tunnel” infatti non trova appigli nel mondo mainstream probabilmente per l’assenza di una vena melodica subito riconoscibile e che un certo tipo di pubblico necessita per mostrare apprezzamento ed approvazione. Più vicina a “First Mission” potrebbe risultare “Ensamble”, uscita nello stesso periodo su Underground ma che l’artista firma con uno pseudonimo diverso, Sonar, e che quindi non gode della stessa attenzione. L’Extended Mix di “Tunnel” mostra comunque più di qualche legame col mondo progressive trance dei bassi in levare, delle pause centrali e degli arpeggi di casa BXR ma è insufficiente a ingolosire gli avventori dei locali e delle radio più pop(olari). La Le Roy Mix e la simile Megamind Mix, col rintocco di una campana e col suono prolungato del choir (sfruttato nel remix di Mauro Picotto uscito nel 1999) risultano le più incisive del disco. Seguono gli avvitamenti pseudo acidi della Club-Club Mix, anch’essa destinata a quella fascia di pubblico che acclama Le Roy ogni weekend chiamandolo affettuosamente “l’angelo biondo”.

5) Aton – Voyager
“Voyager”, inciso sul 12″ di debutto dell’elvetica Mo Records, è un sognante brano di trance onirica, ricco di armoniche contrapposte ad un ritmo deciso e rasoiate acide che fanno ingresso insieme a sobbalzi breakbeat. Immancabile un breve messaggio vocale, “welcome to infinity, the voyage may begin”, affine all’immaginario collettivo che ai tempi anima il movimento trance e che fa leva su un mix tra racconti fiabeschi e viaggi interspaziali. Non filtra alcuna indiscrezione sulla paternità autoriale.

6) Sergio C – Texture / Planar Tilling
Attivo artisticamente dal 1990, Sergio Crestini aderisce alla scena rave e matura il giusto know-how per realizzare dischi, vera ambizione per i DJ degli anni Novanta. Dopo alcune esperienze in team con Stefano Di Carlo e lo stesso Bismark (Human Imagination, Oblivion) inizia ad incidere come Sergio C e fonda una personale etichetta, la Vinylife Recordings, inaugurata proprio coi due brani in questione. Se “Texture” si avvicina alla goa col suo incessante bassline e martellio ritmico, l’architettura di “Planar Tilling” si muove invece entro partiture più canonicamente prog trance, con ricami melodici, break e ripartenze.

7) DJ Arabesque – I Don’t Know
Trincerato dietro DJ Arabesque, ma con un margine di mistero prossimo allo zero visti i crediti rivelatori disponibili sul disco, Mario Più incide “I Don’t Know” per la Underground ripartita nell’autunno del 1996 con un nuovo layout grafico e sonoro. Pure un orecchio poco allenato riconoscerebbe il sample preso da “Firestarter” dei Prodigy ma l’intero pezzo è sostanzialmente una cover di un brano proveniente dalla Germania, “Peggy” di The Visitor, particolarmente noto al pubblico dei locali progressive toscani di allora che va in visibilio per quel particolare e funzionale “stop and go”. Il titolo stesso “I Don’t Know” è il riadattamento fonetico di ciò che parrebbe dire il vocal della traccia di riferimento. A licenziare in Italia “Peggy” è la Non Plus Ultra Records del gruppo Hitland (ex Discomagic) che commissiona anche un paio di remix a Frank Vanoli ed Alex Voghi. Mario Più continua ad utilizzare con regolarità lo pseudonimo DJ Arabesque centrando il successo internazionale nel 2000 grazie a “The Vision”.

8) The Auranaut – Calm Your Mind
A metà strada tra trance e progressive house, “Calm Your Mind” muove le corde emozionali dell’ascoltatore mediante suggestive armonie intrecciate alla voce cristallina di Sirah Vitesse. Il brano viene pubblicato nel 1997 dalla Excession di Sasha ma circola sin dal 1995 su un 12″ promozionale della Disruptive Pattern, etichetta per cui Graham Dear alias The Auranaut quell’anno incide “Hear The Rich Boy (Just Passing Through)” entrato proprio nelle grazie del citato Sasha.

9) Bismark – Space Is The Place
Marco ‘Bismark’ Bisegna è uno dei primi artisti coinvolti dalla Media Records nel rilancio della BXR come “casa discografica dei DJ”. Nel ’96 escono “Double Pleasure” e “My World” (quest’ultimo remixato anche dal belga Jan Vervloet dei Fiocco) di impostazione mediterranean progressive ma il costante desiderio di sondare nuovi territori stilistici lo porta ad evolvere la propria matrice sonora. Con tale intento nel ’97 incide “Project 696” «omonimo del programma radiofonico in onda su Power Station che conducevo ai tempi con Luca Cucchetti, il mio mentore» racconta oggi il disc jockey. Il doppio mix si apre proprio con “Space Is The Place” (che niente divide con l’omonimo di Sun Ra), una marcetta che un po’ ricorda “Chrome” di un paio di anni prima, in cui figura un sample vocale dell’artista stesso e una lunga pausa con tanto di countdown della NASA a scandire la fase finale. Il taglio di “Project 696” è eterogeneo specialmente se rapportato ad altri dischi del catalogo BXR, e ben simboleggia le sfaccettature artistiche del DJ capitolino. Da “Trance Sensation”, intreccio melodico/armonico con un piglio epico à la Sunbeam, a “Shadow” e “Female Vox” che incarnano propriamente lo stile mediterraneo della BXR di quel periodo (R.A.F. By Picotto, Gigi D’Agostino, Mario Più, Saccoman, Ricky Le Roy) con spirali di synth acidi, bassi in levare e break melodici. In “Synthesis” si accentuano elementi techno ma è con “Give Yourself 2 Me” che l’artista stupisce di più: mettendo da parte la cassa in 4/4, inforca il drum n bass ed un basso speed garage e rammenta il boom hardcore del periodo rave. «Venivo da una serie di avventure europee e secondo Gianfranco Bortolotti, sempre presente a convention e meeting internazionali, il mio nome cominciava a girare con un certo interesse» prosegue Bisegna. «Scegliemmo quindi di ampliare un po’ la visione musicale senza legarmi unicamente al mio genere predominante ovvero la trance, e il risultato fu quel doppio mix».

L'Unità, Street Festival del 21 giugno 1998

L’articolo apparso su L’Unità dedicato allo Street Festival svoltosi a Roma il 21 giugno 1998

A “Project 696” segue “Street Festival”, omonimo dell’evento organizzato per la seconda volta a Roma nel giugno 1998 di cui Bismark, soprannominato “Il Principe”, è tra i principali promotori. “La risposta romana alla Love Parade di Berlino e alla Street Parade di Zurigo”, come viene descritta ai tempi in un articolo apparso su L’Unità, con mastodontici sound system e carri tra cui ovviamente quello della BXR animato da Mauro Picotto, Joy Kitikonti, Tony H e lo stesso Bismark. «Francesco e Stefano, all’epoca organizzatori degli eventi Unica Tribù (come il rave di beneficienza The Bomb, raccontato in questo articolo dal compianto Dino D’Arcangelo, nda), decisero di realizzare questa manifestazione musicale sul modello di quelle estere. In virtù dell’importante ruolo storico di Roma, provammo a dare vita ad un evento dal respiro europeo, anche sotto il profilo musicale, ma scontrandoci con non poche difficoltà sorte col Comune. Purtroppo il diffuso scetticismo di vari personaggi ancorati all’avanzata età, poco propensi a dare spazio ad una novità assoluta di quel periodo, ci ostacolò ma per fortuna grazie a giornalisti di spessore e all’assessore ai tempi in carica battemmo la diffidenza. Le autorità ci permisero di organizzare lo Street Festival per due anni consecutivi, nel 1997 e nel 1998, totalizzando rispettivamente 50.000 e 70.000 presenze».

Bismark diventa uno degli alfieri della squadra BXR e vede crescere stabilmente le proprie quotazioni sulla piazza internazionale. «Quell’avventura iniziò per gioco. A contattarmi fu Gigi D’Agostino che mi propose di entrare a far parte della Media Records. All’inizio mostrai un certo scetticismo perché l’etichetta di Bortolotti batteva generi molto commerciali in cui mi rivedevo poco, ma Gigi mi rassicurò spiegandomi che da lì a breve sarebbe nata una label espressamente destinata ai lavori dei DJ maggiormente rappresentativi di quel periodo. Ci misi sei mesi per metabolizzare la cosa ma alla fine mi trasferii a Brescia e cominciò tutto. A colpirmi subito fu la professionalità e la serietà della Media Records, reduce di svariati riconoscimenti a livello mondiale. Ogni disco che ho inciso per l’etichetta di Bortolotti ha avuto un suo perché, oltre ad essere supportato da DJ di caratura internazionale, su tutti Paul van Dyk ed Armin van Buuren. I più fortunati? “Project 696”, “Street Festival”, “Make A Dream”, “Just A Moment” e “The Theme Of Sphere”, in coppia con lo svizzero Philippe Rochard. Furono oggetto di ottimi riscontri di vendita ed inseriti in moltissime compilation».

10) Pablo Gargano – Senza Volto – An Eve Collection
L’album di Pablo Gargano, italiano trapiantato nel Regno Unito, parla la lingua dell’hardtrance. È sufficiente ascoltare “Organ-Ic” per rendersi conto di quale miscellanea venga generata attraverso l’uso di melodia, ritmo e deviazioni acide. Velocità di crociera sostenute hanno la meglio in “One Time” e “Grand Hall”, mentre in “On A Deep Tip (Follow The Rimshot Remix)” torna a farsi sentire, selvaggiamente, la TB-303. Poi c’è il remix di “Definiton Of A Track” firmato da David Craig e Gargano ricambia realizzando il The Moving Remix di “Lord Of The Universe”, brano suonatissimo da Giorgio Prezioso su Radio DeeJay. Da anni circola voce che Gargano e Craig siano la stessa persona ma la notizia non è mai stata ufficializzata. Nessun dubbio invece sul remix che Gargano realizza per “My World” di Bismark, quando il pezzo viene licenziato oltremanica dalla sua Telica.

(Giosuè Impellizzeri)

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TC 1992 – Funky Guitar (Paradise Project Records)

TC 1992 - Funky GuitarMarco Fratty, Corrado Presti e Roberto Intrallazzi saranno sempre ricordati per essere stati tra i primi ad aver traghettato la house italiana nelle classifiche di vendita di tutto il mondo. Il successo raccolto come FPI Project dal 1989 è memorabile e sprona un numero indefinito di DJ a cimentarsi nella produzione discografica armandosi del minimo indispensabile (una batteria elettronica, qualche sintetizzatore ma soprattutto un campionatore).

Ai tempi la prolificità creativa viene opportunamente convogliata attraverso diversi pseudonimi per non saturare troppo velocemente quello legato ad un grosso successo commerciale, proprio come avviene col team bergamasco che nel 1991 lancia il progetto parallelo TC, sigla di volta in volta affiancata dall’anno di pubblicazione. «Lo inventammo perché volevamo battere uno stile completamente diverso rispetto ad FPI Project e quindi sperimentare di conseguenza cose dissimili da quelle che invece ci richiedeva il mercato commerciale» racconta oggi Corrado Presti. «Inizialmente TC indicava le iniziali di Tina Chris, la cantante che interpretò i nostri primi singoli, ma poi cambiammo ed optammo per Total Control. Nonostante il nome differente, devo ammettere che in TC c’era comunque molto degli FPI Project. Non era possibile tenere a freno gli elementi di matrice funky e soul, culture dalle quali proveniva ognuno di noi».

TC 1992 (1)

Fratty, Presti ed Intrallazzi immortalati in una foto scattata tra 1989 e 1990

Il primo TC si intitola “1991” e viene licenziato dalla belga R&S Records, particolarmente attenta ai prodotti provenienti dall’Italia (l’anno prima è la volta di “Lot To Learn” di Lee Marrow, “Hazme Soñar” di Morenas e “No Problem” di Arkanoid, tutti battenti bandiera tricolore). «Non fummo noi ad arrivare all’etichetta del cavallino ma l’esatto contrario. Era un periodo particolarmente felice per le nostre produzioni, credo furono determinanti le classifiche di Billboard in cui stazionavamo da tempo alle prime posizioni» spiega Presti. L’interesse di Renaat Vandepapeliere e Sabine Maes si rinnova nel 1992 quando i tre incidono il secondo TC, “Funky Guitar”, più incisivo rispetto al precedente e decisamente più fortunato sotto il profilo delle vendite. Il brano lascia esplodere al suo interno un frammento di chitarra tratto da “What It Is” degli Undisputed Truth (ricampionata più volte negli anni a seguire) e le percussioni di “Hum Along And Dance” dei Temptations, in seguito coverizzata dai Jackson 5. Il risultato profuma di house quanto di funk e manda in solluchero i DJ di tutto il vecchio continente tra cui i britannici Sasha e Graeme Park a cui si accodano i Lionrock di Justin Robertson che lo remixano. La R&S inoltre inserisce “Funky Guitar” nel quarto volume della raccolta “In Order To Dance”: insieme ai TC ci sono, tra gli altri, Aphex Twin, DJ Hell, The Future Sound Of London, Jam & Spoon, Jaydee (di cui abbiamo parlato nel dettaglio qui), CJ Bolland, Dave Angel, 3 Phase Feat. Dr. Motte, Phuture e Mundo Muzique. La compilation passa alla storia anche per una confezione particolarmente intrigante, un cofanetto su cui è incastonato un pulsante che aziona la voce sintetica di un chip.

TC 1992 (2)

Fratty, Presti ed Intrallazzi con la cantante Sharon Dee Clarke (1989)

«Assemblammo il tutto con l’aiuto del Casio FZ-1, un campionatore del 1987 che ci accompagnò in parecchie produzioni. Visto che all’epoca i DJ nostrani non avevano molta considerazione dei dischi made in Italy ideammo un piccolo stratagemma: spedivamo alcune copie nel Regno Unito per poi farle reimportare come se fossero produzioni straniere. In alcuni casi funzionò e solo quando si creò il giusto interesse scoprivamo le carte rivelando chi ci fosse dietro il disco. L’ironica citazione sulla copertina, “hey papà guarda ….un pollo!” (che rimandava allo spot del Dado Knorr di qualche anno prima, nda) si riferiva esattamente a ciò. Con quel “giochetto” riuscimmo ad ingannare molti addetti ai lavori. “Funky Guitar” vendette all’incirca 300.000 copie e trattandosi di una produzione rivolta esclusivamente ai club poteva essere considerato un grande successo seppur i numeri fossero ben diversi da quelli ottenuti coi dischi degli FPI Project».

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Fratty, Presti ed Intrallazzi nel 1991 negli studi torinesi della Rai per una trasmissione televisiva presentata da Valerio Merola ed abbinata alla lotteria del Gran Premio di Monza. Insieme a loro c’è la cantante Tina Chris.

Sul 12″, pubblicato dalla Paradise Project Records, figurano anche tre remix (Sure Shot Club Mix, Sure Shot Groove Mix, Sure Shot Deep Mix) firmati dal compianto Marco Trani che effettua un ottimo lavoro di reimpostazione sonora non limitandosi a banali interventi ritmici. «Il grande Marco fu l’unico DJ italiano a cui mandammo il promo strappandogli però la promessa di non renderne nota la provenienza. Lo avrebbe proposto per tutta la stagione estiva al Pascià di Riccione» ricorda ancora Presti. Ai tempi gran parte dei DJ attivi in ambito discografico (Trani incluso) si rivelano particolarmente restii ad usare il proprio nome sulle copertine dei dischi, esattamente l’opposto di quanto avviene ora con la voglia di protagonismo che prende il sopravvento. «La musica si produceva per davvero ma, in assenza dei social network, non sussisteva affatto la necessità di apparire a tutti i costi. A giudicare dai compensi percepiti dai DJ di grido di oggi però si avverte un po’ di pentimento».

TC 1992 (4)

Fratty, Presti ed Intrallazzi nel loro studio con le Sister Sledge nel 1992. A presenziare, tra gli altri, il discografico Pippo Landro della New Music International e il musicista Roberto Frattini che si occupò di risuonare le parti di pianoforte nei loro dischi.

Alla crescita esponenziale della smania protagonistica corrisponde un’inversamente proporzionale carica creativa. Il sampling, ad esempio, è finito con l’arenarsi. Pare che alle nuove leve non interessi ricercare nuove fonti campionabili preferendo invece riprendere le idee da successi già ampiamente rodati, limitandosi a riconfezionarle usando suoni nuovi. Si profila paradossalmente una deludente fase di stallo in un’epoca in cui tutto è tecnologicamente possibile, in netto contrasto con quanto avviene invece nelle decadi passate, con potenzialità tecniche di gran lunga limitate. Forse la troppa libertà e facilità odierna è diventata un limite? «Credo che la pecca delle produzioni attuali risieda nella troppa semplicità con cui realizzarle. Con un banale computer in casa, tutti o quasi producono “musica” ma è proprio questa facilità ed immediatezza a determinare l’assenza di cultura musicale, di quella voglia di ricerca e sperimentazione che invece animava noi» prosegue Presti.

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Una foto di gruppo scattata nel 1993: gli FPI Project sono in compagnia di vari personaggi del mondo della notte tra cui Enrico Acerbi alias DJ Herbie, Marco Bongiovanni alias Easy B e Stefania Bacchelli alias Stefy (trio impegnato ai tempi in DJ H Feat. Stefy). Poi anche Joy Salinas e gli impresari Francesco Monteleone e Carmelo Legato.

Dopo l’exploit di “Funky Guitar”, tra 1993 e 1995 il trio lombardo incide altri tre dischi come TC, “Harmony” (rifacimento di “Friendship Train” dei citati Temptations), “Psychedelic Colours” e “Just Get Up And Dance”. «Harmony” ebbe un fortissimo impatto oltremanica balzando in testa a tutte le classifiche dei club ma a causa di problemi legali sorti per l’uso del sample fummo costretti a ricantare e risuonare la parte e quindi a ritardarne l’uscita. Una volta pronti purtroppo ci ritrovammo con l’entusiasmo del pubblico un po’ afflosciato. Considero invece “Psychedelic Colours” la produzione più particolare e psichedelica del progetto TC, interamente basata su un sample tratto degli Earth, Wind & Fire. Chiudemmo con “Just Get Up And Dance” ma non fummo noi a decidere sulla fine dei TC bensì le tendenze del mercato che nel frattempo si spostarono verso la techno lasciando scemare l’interesse per la house. A rimpiangere gli anni Novanta non siamo solo noi DJ ma anche le discoteche che, grazie all’avvento della musica house, videro le proprie sale piene come non mai a differenza di ciò che avviene ora, coi club (nel vero senso del termine) destinati a tramontare. Basti pensare che nessun locale oggi dà importanza alla Musica (con la M maiuscola), preferendo tutto quello che gira intorno, banale esibizionismo insomma. Noi restiamo felici ed orgogliosi di aver contributo a rendere unico e speciale quel decennio memorabile. Non nascondo che mi piacerebbe vedere maggior interesse verso ciò che fu da parte delle nuove leve augurando loro di vivere momenti altrettanto emozionanti. Respect!». (Giosuè Impellizzeri)

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Virtualmismo – Mismoplastico (PRG)

Virtualmismo - MismoplasticoTra 1991 e 1992 l’Europa conosce il boom della techno. Riconvertita e rielaborata rispetto alle matrici di Detroit, conquista il Vecchio Continente imponendosi come genere che rompe con la tradizione, trainato da suoni inediti per le grandi masse. Nascono decine di sfumature e derivazioni, alcune riuscite, altre un po’ meno, che per un biennio segnano un autentico trend. In questo quadro si inseriscono Christian Hornbostel e Sasha Marvin, entrambi nella squadra di Italia Network, artefici del progetto Virtualmismo ai tempi incasellato sotto le voci techno ed house ma con un suono piuttosto diverso da quello imperante proveniente dal mondo dei rave.

«Virtualmismo è stato il primo vero progetto ufficiale del binomio Mr. Marvin & Hornbostel. Dopo la prima esperienza insieme in studio, per i remix di “Entity” di Mr. Marvin uscito su DFC, inaugurammo un periodo di lavoro estremamente creativo e fecondo per entrambi» racconta oggi Hornbostel. «Gli inglesi usano asserire “the chemistry has to be right” e posso confermare con certezza che per noi la chimica in studio fu perfetta sin dall’inizio. Abbiamo lavorato costantemente attraverso uno scambio di intese non solo ultrademocratico ma così simbiotico e sinergico da sembrare, oserei dire, metafisico. Le scelte riguardanti idee e progetti, ma anche nomi e marchi, sono sempre state estremamente naturali oltre che divertenti e piacevoli. Il nome Virtualmismo fu il frutto di una serata trascorsa ad ispirarci e divertirci nel provare a mettere insieme suffissi dal significato improbabile ma dal suono interessante, e questo vale anche per una parola come “mismoplastico”. Poi purtroppo Virtualmismo fu deformato in Virtualismo, come del resto avvenne mille volte al mio cognome».

“Mismoplastico” è una sorta di ibrido tra techno ed house: la versione principale, la Virtual Mix, dalla quale poi derivano le altre, gira su pochi elementi bilanciati e fusi in modo perfetto. Collante di tutto è una voce femminile che recita il nome del “gruppo” e il titolo. «Il brano fu il risultato di una delle nostre usuali e quasi quotidiane sperimentazioni. Non decidevamo mai in anticipo ciò che avremmo prodotto in studio, al massimo durante la cena ci scambiavamo un paio di feedback sulle serate del weekend appena trascorso per orientarci su dettagli e particolari, alcuni legati alla stesura di tracce che in discoteca avevano funzionato particolarmente bene, altri relativi ai test delle nostre produzioni per capire se e dove dovevamo apportare delle modifiche e, in quel caso, quali fossero davvero necessarie. Passavamo ore davanti agli strumenti e al computer, il più delle volte fino a notte fonda, a cercare suoni e sperimentare. La chimica perfetta del nostro connubio, a cui facevo prima riferimento, era dettata in primis dall’essere esattamente complementari. In più non esistevano mai tracce di ego e rivalità, era piuttosto un continuo integrarsi a vicenda. Io ero più incline alle sezioni ritmiche, forse grazie alla mia precedente esperienza di batterista in studio, Sasha invece era affascinato dalla ricerca dei bassi e dei synth. L’intercambiabilità era comunque costante, senza gerarchie imposte, e quando scattava la scintilla schiacciavamo davvero sul pedale dell’acceleratore. La base di “Mismoplastico” infatti la finimmo in pochi giorni, poi contattammo la brava Deborah Davies che interpretò le parole chiave in modo, a mio avviso, più che ottimale. Grazie a quel valore aggiunto avemmo la certezza che il termine mismoplastico suonasse davvero interessante. Non ricordo con esattezza ma credo che il mix abbia venduto ben oltre le 10.000 copie. Il feedback degli ascoltatori di Italia Network fu immediatamente così buono da lasciar ipotizzare un esito favorevole delle vendite ma nessuno prevedeva che Sasha & John Digweed avrebbero supportato la traccia in quella maniera, suonandola di continuo nelle loro serate ed inserendola nella compilation “Renaissance”».

Il disco viene pubblicato nel 1992 dalla debuttante PRG del gruppo Expanded Music che nella primavera dell’anno successivo manda in stampa “Perversiva”, meno fortunato rispetto al predecessore forse per una differenza troppo evidente dei suoni adoperati. Va molto meglio a “Cosmonautica”, uscito a novembre del ’93, che a conti fatti è il vero follow-up di “Mismoplastico”. «La tempistica giocava un ruolo fondamentale. Per pianificare e studiare un brano come “Cosmonautica”, che funzionò ottimamente, necessitammo di maggior lavoro rispetto a “Perversiva” che invece fu realizzato in fretta per esigenze discografiche. Era la cosiddetta “sindrome del follow-up”, della quale ai tempi soffriva la maggior parte di produttori e compositori. È molto più difficile infatti bissare un successo che costruirlo dal nulla, senza particolari pressioni, aspettative estreme e confronti implacabili. “Cosmonautica” arrivò al settimo posto della classifica di vendita austriaca, lasciando dietro artisti pop e rock ben più famosi di noi. Impensabile per un brano rivolto ad un target apparentemente ben poco nazionalpopolare».

Tra 1993 e 1994 l’ispirazione di Hornbostel e Marvin è alle stelle e coniano nuovi progetti in scia a Virtualmismo come Sacro Cosmico, col brano omonimo, e V.F.R. con “Tranceillusion” e “Liturgia”. «Non volevamo inflazionare la produzione con un solo “marchio di servizio” e cercammo pertanto di dare un’identità definita ai vari artisti-pseudonimi. Allora non esisteva la concorrenza spietata (e a volte poco leale) fatta di gente che non sa né suonare né produrre ma riesce comunque a fare il “produttore” mettendo insieme due librerie di suoni da venti euro. Dietro ogni produzione c’era davvero un investimento importante alle spalle e si andava incontro, enfatizzando un po’ il concetto, ad un vero e proprio rischio di impresa. Basti pensare ai prezzi dell’hardware in quegli anni. D’altra parte, forse anche per questo motivo, ogni prodotto era estremamente ricercato e curato nei minimi particolari. Noi poi badavamo anche all’involucro diversificando i marchi, anche se alcuni di essi ricalcavano musicalmente lo stile di Virtualmismo. Altri però, come Tales From Underground, Coral Tribe, The Night Shadow o The X Factor, erano completamente diversi, quasi antitetici. V.F.R. era l’acronimo di Visual Flight Rules, ossia le “regole del volo a vista”, l’insieme delle norme e procedure a cui un pilota deve attenersi per condurre in sicurezza un volo utilizzando principalmente la propria vista, senza la necessità di affidarsi a radioassistenze per la navigazione. Probabilmente fu un messaggio premonitore del subconscio di Sasha, visto che oggi professionalmente è un pilota acrobatico di alianti».

Virtualmismo prosegue la corsa con altri singoli, “Cibernetica” (1994), “Ludwigs Generation” (1995) e “Last Train To Universe” (1996), titolo quest’ultimo forse intenzionalmente profetico. Licenziato nel Regno Unito dalla celebre Platipus, è proprio quello che tira il sipario sul progetto, fatta eccezione per i remix di “Cosmonautica” usciti nel 1997. «In quel periodo Sasha entrò in una profonda crisi di rigetto. Da una parte la quantità di lavoro, sia come produttore che come DJ, era arrivata ad un grado di saturazione alquanto pesante e pericoloso, dall’altra la qualità del settore stava iniziando a dare preoccupanti segnali di scricchiolio, di cui oggi possiamo vederne tutti le evidenti conseguenze. Gli stimoli cominciarono a scemare in modo esponenziale anche a causa di circostanze nuove e di certo non piacevoli, come lo spostamento di Italia Network da Udine a Bologna, cosa che a mio avviso contribuì moltissimo a rompere l’incantesimo in modo irreversibile. Sasha decise così di uscire dal mondo musicale. Fu una scelta coraggiosa, drastica e coerente, senza mezzi termini, che mi confidò in anticipo ad una stazione di servizio sull’autostrada, dove ci incontrammo un tardo pomeriggio. Per me quella decisione si rivelò destabilizzante e dolorosa ma la accettai in rispetto alla persona ancor prima che al partner lavorativo. Senza di lui la Shadow Production, come avevamo chiamato la nostra casa di produzione, non aveva più ragione di esistere».

Nel 2000, quando ormai Virtualmismo appartiene ad un passato piuttosto lontano, la PRG pubblica “I Try To Find (The Distance)” prodotto dai misteriosi DJ Drexx e DJ Trexx. Distante dai dischi precedenti appare anche lo stile, eurotrance trainata da un sample preso dal propizio remix che Nalin & Kane realizzano tre anni prima per “Meet Her At The Love Parade” di Da Hool. «Si trattò di un’operazione isolata, più “politica” che artistica. Durante un contatto con l’Expanded Music si manifestò l’intenzione di uscire con un singolo. Se la “sindrome del follow-up” a cui facevo prima riferimento è un fattore stressante per i produttori, per le etichette può diventare quasi un’oppressione dettata dalla necessità, in certi casi perfino plausibile, di essere costantemente presenti sul mercato con lo stesso progetto artistico. Conoscevo molto bene questi meccanismi alquanto delicati così mi adoperai come “interfaccia” per girare l’incarico ad un team austriaco che frequentavo, non solo perché uno dei produttori aveva espresso il desiderio di collaborare al progetto (forse ricordando il grande successo in patria di “Cosmonautica”), ma anche perché volevo evitare che il marchio finisse in mani totalmente sconosciute ed estranee come spesso capita nell’industria musicale».

Nel corso del tempo “Mismoplastico”, voluta nel 1994 da Sasha & John Digweed nella loro “Renaissance: The Mix Collection” insieme a “Tranceillusion” di V.F.R. e ad altri pezzi italiani come “State Of Mind” di Mephisto, “Blade Runner” dei Remake, “Trance Wave 1” di MBG, “Trust” di Corrado, “The Age Of Love Suite” di Unity 3, “Let’s Get This Party Started” dei Funk Machine ed “Always” dei Fishbone Beat, viene riletta a più riprese da artisti come Corvin Dalek, Lee Coombs, Andrea Doria, Michal Ho e Serge Santiágo, oltre a finire nella compilation annuale mixata da Sven Väth, “The Sound Of The Ninth Season” del 2008. Qualcosa lo rende magico di fronte all’inesorabile incedere del tempo. «Non saprei dare una spiegazione oggettiva a ciò. Bisognerebbe chiedere ai nomi prestigiosi che negli anni hanno voluto regalare al brano una contemporaneità sempre nuova. Se lo hanno fatto un motivo ci deve essere, e per me conta già abbastanza sapere che lo abbiano fatto. Una cosa è certa: alcuni pezzi sono in grado di lasciare davvero un segno particolare, trasmettendo qualcosa di comunicativo-emotivo molto singolare, direi unico. Qualcosa che non si può spiegare razionalmente, né creare a priori in modo artificiale in studio (chiaramente non se parliamo di prodotti commerciali studiati a tavolino), qualcosa che avviene per alchimia o per magia. Il binomio Mr. Marvin – Hornbostel è stato senza dubbio, al di là di una straordinaria esperienza musicale di successo, anche un connubio alchemico estremamente intenso che si è trasformato nel tempo (fedele al suo significato e valore di trasmutabilità) in una lunga e profonda amicizia che dura tutt’oggi». (Giosuè Impellizzeri)

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Mephisto – State Of Mind (Palmares Records)

mephisto-state-of-mindL’alter ego Mephisto nasce con “Euphemia”, un brano del 1991 che si riallaccia alla techno / breakbeat inglese e alla new beat belga. A produrlo è Maurizio D’Ambrosio, DJ nativo di Verbania che oggi racconta: «Nel ’91 ero a Gorlago, in provincia di Bergamo, in uno studio allestito dietro il negozio di strumenti musicali Music Store. Lavoravo con David Zambelli, che negli anni Ottanta aveva partorito i grandi successi di P. Lion e degli Scotch, ad un brano in stile techno, e alla fine del mixaggio ci mettemmo a parlare di come chiamare la produzione e quali crediti inserire. La mia fidanzata di allora (attuale moglie) aveva sempre con sé un vocabolario di lingua inglese in cui c’era una sezione di nomi, e ne cerchiammo insieme un po’ a caso. Uno era Mephistopheles e David disse che gli piaceva ma che era troppo lungo. Stavo scrivendo il classico “prodotto, arrangiato e mixato da Maurizio D’Ambrosio” ma lui mi fece notare che quell’anno avevo già prodotto cinque/sei mix con gli stessi crediti. Incidendo tanti dischi che non andavano in classifica avrei rischiato di passare per uno sfigato. Così mi consigliò di utilizzare Mephisto: laddove fosse diventata una hit tutti avrebbero saputo che c’ero io dietro, in caso contrario il mio nome anagrafico era salvo. In quello stesso periodo il caso volle che avessi i capelli lunghi, il pizzetto e le basette a punta, così un po’ tutti cominciarono a chiamarmi Mephisto, proprio come il Mefisto bonelliano.

Seguii il suggerimento e produssi “Euphemia”, famoso sia per contenere i sample di “(You Gotta) Fight For Your Right (To Party!)” dei Beastie Boys, sia per l’inizio medievale (della Perceval Mix) col banditore campionato dalla favola di Cenerentola, che poi usavo come intro nelle mie serate al Kursaal di Verbania. Fu sempre Zambelli a segnalarmi a Stefano Scalera della Many come produttore da tenere sotto controllo perché, a suo avviso, l’unico col potenziale per fare successo in mezzo a tutti quelli con cui aveva lavorato. Scalera mi chiamò e mi offrì dieci milioni di lire per cedergli cinque produzioni nell’arco di dodici mesi. Di natura sono un fedele e visto che mi diede la possibilità di arrivare in vetta alle classifiche non ebbi mai motivo di cambiare etichetta. Non nascondo però che mi cercarono in molti ma non cedetti mai alle lusinghe dietro cui potevano celarsi successoni o megaflop».

“Euphemia” vende circa diecimila copie, che ai tempi non sono poche ma neanche tante, tenendo conto delle dimensioni del mercato discografico. D’Ambrosio però scocca presto un’altra freccia, questa volta più incisiva, “State Of Mind”. «Il brano nacque nell’estate del 1992. Avevo appena chiuso la collaborazione col Kursaal di Verbania e mi ero costruito da solo uno studio sotto la casa dei miei genitori. Non era esattamente una cantina bensì una camera al piano terra. Imparai da solo a saldare i cavi e a fare i collegamenti e, progressivamente, a curare le accortezze tecniche. Un amico dell’epoca mi prestò un vecchio mixer della Cabotron a 32 canali, con bassi, medio bassi, medio alti ed alti ma non parametrici, due mandate ausiliarie coi ritorni mono. Come monitor avevo le casse dello stereo, due Technics SB-CS9. Produssi tutto con un Atari Mega1, un campionatore Casio FZ-1 ed un campionatore Roland S-550 con cui prelevai e trattai le voci, i sintetizzatori Roland Juno-106 e Juno-1, una batteria Roland TR-909, un modulo Yamaha TX802 e il multitimbrico Roland SC-55. Con questo equipment molto elementare e di livello base scrissi, produssi, arrangiai e mixai in una semi cantina con grande passione ed estremo piacere “State Of Mind” (solo omonimo di un pezzo di Energy 52 che poco tempo prima gira nei club del Nord Europa, nda).

Il titolo lo scelsi per rispecchiare il mio stato di mente di allora, in bilico tra calma ed ansia (concetto rimarcato anche dai nomi delle versioni, Anxious Mix, Arrhythmy Mix, Quiet Mix, Nervous Mix, nda). Una volta finito portai il master inciso su DAT alla Palmares Records ma Scalera non volle neanche ascoltarlo. Mi disse di andare subito a fare il transfer da Marco Inzadi ai Logic Studios in modo da stamparlo direttamente. Gli feci presente che non fosse un master finale e che sarebbe stato necessario recarsi in uno studio vero per farlo, ma lui insistette dandomi grande fiducia. Seppur non proprio convinto, perché sapevo come e dove avevo prodotto il tutto, andai a fare il transfer e lì successe un’altra cosa strana: non c’era nessuno. Solitamente, quando non avevi preso appuntamento, bisognava attendere ore per stampare un master eppure quel giorno non c’era anima viva. Chiesi ad Inzadi il motivo e me lo spiegò in un baleno. Era venerdì 13 (del novembre 1992) e visto che, secondo la leggenda, è un giorno sfortunato, nessuno avrebbe stampato. Per me invece era fantastico, il 13 novembre è il mio compleanno ed avrei potuto avere subito il master del disco. Secondo Inzadi, con grande sorpresa, il mio master suonava già molto bene, lo comprimemmo leggermente aprendolo sulle alte frequenze, una cosa piuttosto normale. Così prese ufficialmente corpo “State Of Mind”, forte per 32.000 singoli venduti, numero uno su Radio DeeJay ed Italia Network per il bimestre febbraio-marzo 1993, disco più venduto in Italia ad aprile.

Come per magia “State Of Mind”, a differenza di “Euphemia” entrato nelle grazie dei DJ techno ma non dei network, mise d’accordo un po’ tutti: la Quiet Mix la suonavano nelle serate di tendenza mentre la Anxious Mix passava nei locali “commerciali” visto che era uno dei dischi più trasmessi dalle radio. Aver conquistato i vertici delle classifiche dei network più importanti era una cosa davvero atipica visto che Italia Network era molto underground, al polo opposto di Radio DeeJay e Radio 105. Probabilmente una spinta decisiva la diede Albertino: se un brano che suonava nel DeeJay Time aveva le gambe, da quel momento in poi cominciava a correre».

“State Of Mind”, con le sue ambientazioni un po’ sinistre ed una non evidente appartenenza ad un filone ben preciso, si pone dunque sulla linea di mezzeria tra la musica da club e quella da programmazione radiofonica, e finisce in innumerevoli compilation tra cui l’ambita “Renaissance: The Mix Collection” di Sasha & John Digweed insieme ad altre produzioni italiane come Remake, MBG, Virtualmismo, Unity 3 e Fishbone Beat. In Italia però lo si continua a considerare solo cheesy dance. «Noi vediamo le cose sempre in modo diverso. All’estero ad esempio “Euphemia” viene suonato ancora oggi nei vari remix ed è presente in prestigiose compilation. Inutile chiedersi il motivo per cui l’Italia preferisca ghettizzare certa musica».

Sino al 1995 la carriera di Mephisto prosegue sulla Palmares Records ma in quegli anni D’Ambrosio registra veloci comparsate anche su altre etichette: per la Media Records incide “My Heart” di S.S.R. e “Soul Power” di The Soul Power, con la DJ Movement “At Maiora” di Kymera e, qualche tempo prima sulla mitica Casablanca, “Paradise Express” di Good Bye FBI. «”My Heart” di S.S.R. fu l’ultimo pezzo che produssi prima di “State Of Mind”. Una volta incontrai Gianfranco Bortolotti in aeroporto e mi disse, ironicamente, che avrei potuto offrirgli “State Of Mind” anziché “My Heart”. “Soul Power” invece nacque con Francesco Zappalà: fu ospite al Kursaal e gli feci ascoltare il demo. Lo propose alla Media Records e lo producemmo insieme. Un’altra bella esperienza. Proprio negli studi della Media Records conobbi Pieradis Rossini, autore di decine di hit. In accordo con la Palmares produssi con lui il disco di Kymera, ma ero ancora un solitario ed incapace di completare un disco in appena due giorni. Quando sei al numero uno in classifica per la prima volta scopri una serie di cose nuove, comincia lo stress del follow-up, i discografici, le radio, i manager che vendono le date in cui presenterai il nuovo singolo che ancora non hai scritto. Tra serate, richieste di remix (ne ho rifiutate a decine, fatta eccezione per quello di “The Rhythm Of The Night” di Corona), collaborazioni ed altro, capii che da solo non potevo assolutamente farcela. Se non hai una squadra dietro che ti aiuta non vai da nessuna parte. Da quel momento cominciai a sentire la necessità di avere in studio un musicista con cui confrontarmi e collaborare, cosa che successe qualche anno più tardi con la nascita della Sisma Records. Anche “Paradise Express” di Good Bye FBI ha una sua storia, nota a pochissimi. Il vocal che si sente nel brano è di Albertino, sono stato il primo ad incidere la sua voce su vinile, nel 1990. Ai tempi collaboravo con Massimo Carpani, braccio destro di Claudio Cecchetto a Radio DeeJay. Vedere una propria produzione sulla Casablanca mi fece un effetto indescrivibile, e ripensarci oggi mi porta le stesse emozioni di allora».

Nel 1994, dopo il poco fortunato “Keep On (Groovin’)”, Mephisto si ripresenta con “You Got Me Burnin’ Up” che sembra avere tutte le carte in regola per tornare ai fasti di “State Of Mind”. Annunciata dai magazine come una potenziale hit, in Italia qualcosa non va per il verso giusto. «Da noi il disco non superò la nona posizione della classifica di vendita. Nei club funzionava ma in radio lo passarono poco. Accetto consigli ma al momento delle decisioni seguo solo il mio istinto e forse questo mio atteggiamento non piacque a qualcuno. All’estero infatti il disco andò molto bene, approdando nelle classifiche inglesi dove pareva dovesse succedere qualcosa di grosso. Gli addetti ai lavori lo preannunciarono come una futura numero uno, avevo già richieste di serate a Londra ma poi si fermò alla decima posizione, risultato di tutto rispetto ma che mi lasciò comunque un po’ di amaro in bocca. Chi, tra i DJ italiani, non sognava (e sogna) di conquistare la cima della classifica inglese? Ad interpretare il pezzo fu Shunza, una ragazza americana di origini cinesi che ai tempi studiava musica a Ginevra. Era un vero talento, suonava anche il contrabbasso. Nel 1995, dopo aver trascorso insieme il capodanno al Titanic di Lugano dove ricoprivo ruolo di art director, decise di trasferirsi a Taiwan. Lì ha avuto un grande successo, vincendo dei grammy award sulla MTV locale. Alcuni suoi brani sono giunti anche in Europa come basi di spot famosi. Purtroppo non l’ho più sentita ma credo sia stata la cantante più brava tra quelle con cui ho lavorato».

Nel 1996 Mephisto, che diventa un nome più noto all’estero che in Italia, fonda la Sisma Records ma non allontanandosi dal gruppo Many. «Quella della Sisma Records fu un’idea di Scalera. Ai tempi si diceva che fosse preferibile produrre massimo due dischi all’anno con lo stesso nome, cercando di dare un’impronta, un suono, qualcosa di riconoscibile che recasse un proprio timbro. Così, nella primavera del 1996, nacque la Sisma Records, proprio mentre inauguravo il mio nuovo studio di registrazione, il Sisma Sound Studio, non più nella “cantina” nella casa dei miei genitori a Cannobio ma nel centro di Verbania. La prima produzione ad uscire da lì fu “Voices”».

Sino al 2000 seguono altri singoli che assicurano a Mephisto risultati di tutto rispetto oltre le Alpi. Nel 2002, in pieno recupero dei suoni 80s (complice l’esplosione dell’electroclash), D’Ambrosio incide “Sweetie Pie” di Elgar con cui torna al grande successo, anche in Italia. Un sample preso da “How Am I To Know?” di Billie Holiday ed un basso ottavato di memoria italo disco tornato in grande spolvero grazie ad I-F, Fischerspooner o Felix Da Housecat, fanno la magia.

«Era l’inizio del 2001. Andai a trovare mio fratello che conservava parecchi vinili ma ne avevo in testa uno che ricordavo da quando ero piccolo, non tanto per le sonorità quanto per la copertina su cui c’era un cane con le corna da cervo. I dischi erano in soffitta e gli chiesi se potessi prenderli perché potevano tornarmi utili mentre lì facevano solo da base per la polvere. Nel prendere gli scatoloni mi cadde un disco in testa. Era un Live In New York del 1944 di Billie Holiday, che avevo sentito nominare ma non avevo mai visto in foto. Caricai i dischi in auto dirigendomi verso lo studio, ansioso di ascoltare quel vinile che continuava a ronzarmi in mente. Finalmente lo trovai, sollevai la copertina ma un disco rimase appiccicato dietro e cadde. Non credevo ai miei occhi, era ancora il live di Billie Holiday. Prima ascoltai quello che cercavo ma era veramente osceno, probabilmente mio fratello l’aveva comprato solo per la copertina. Poi toccò a quello della Holiday che continuava a perseguitarmi. Appena misi su la puntina fui catapultato in un caffè fumoso di New York nel 1944, e la sua voce piena di sofferenza mi fece fluttuare nell’aria. Confidai questa strana sensazione a mia moglie che mi chiese se qualcuno avesse già fatto un pezzo con una voce del genere. Lo riascoltai dall’inizio alla fine, un sogno.

Decisi di fare una prova mettendo sull’altro piatto un groove, uno qualsiasi, un po’ lento, sui 100 BPM, e poi feci andare il disco della Holiday a 45 giri ma col traspose a meno sei semitoni (è la differenza di tonalità tra 33 e 45 giri). In quel modo avrebbe cantato nella sua tonalità originale a 45 giri. Pigiai start ma il tasto dell’effetto del mixer (un Pioneer DJM-500) non funzionò. Billie Holiday partì a 45 giri con la voce pitchata di sei semitoni in su. Fu un errore ma mi innamorai follemente di quella voce non riuscendo più a staccarmi. Continuavo ad ascoltarla senza sosta, registrai tutto, la tagliuzzai e ne feci una mini stesura solo con voce e beat standard. Una notte di lavoro. Il giorno dopo dovevo curare la sonorizzazione di una sfilata per una persona che non ho più rivisto o sentito: feci tutto di corsa perché non vedevo l’ora di continuare a lavorare su quell’idea. Quando finii la sonorizzazione feci sentire la bozza a quel tizio che mi invitò a continuare a lavorarci su perché si considerava un portafortuna, e l’avergli fatto ascoltare il test era un segno del destino.

Chiamai il mio collaboratore Luca Martegani alias Xelius. Gli dissi che avevo fatto una cosa strana, ma forse poteva essere forte. In quel momento storico la dance italiana era praticamente fatta di soli dischi col basso in levare, hat a levare corto e cassa in quattro, fin troppo standard per le mie aspettative. Optai per 120 BPM (ai tempi bassissimi), suoni di batteria anni Ottanta, synth con onde semplici e primordiali. Feci sentire a Luca un giro di piano che mi faceva impazzire ma che non era in tonalità. Lo risuonammo e dopo aver aggiunto il basso in ottave nacque la base di “Sweetie Pie”, non lontana dal mix finale. Ero completamente ipnotizzato, lo ascoltavo e riascoltavo, senza sosta. Ero follemente innamorato del mio pezzo ma non sapevo a chi farlo ascoltare, temevo che mi avrebbero riso dietro.

Una sera andai a trovare un amico DJ, uno famoso. Eravamo nel camerino di un locale e parlavo di produzioni e sperimentazioni. Gli dissi che avevo fatto una cosa fuori dagli schemi e ci accordammo per vederci a Brescia una notte e fare un po’ di ascolti insieme. L’appuntamento era fissato a mercoledì, in studio da lui. Era Gigi D’Agostino, un grande (anzi, il più grande) ed un amico. Ascoltammo parecchi demo e ad un certo punto mi chiese di quella “cosa strana” di cui gli parlai qualche giorno prima. Avevo un po’ di timore, quasi vergogna, ma poi presi coraggio e gliela feci ascoltare. Ero veramente emozionato, era la prima volta che qualcuno sentiva quella “cosa” di cui ero pazzamente innamorato. Ascoltò dall’inizio alla fine e mi disse che non avrei potuto rinunciare alla pubblicazione, perché era unico, fortissimo, sia nei suoni che nella voce. E mi fece una marea di complimenti.

Quella notte Gigi mi diede il coraggio necessario per affrontare le case discografiche con orgoglio e consapevolezza di aver creato un pezzo fortissimo. Volevo però che la voce di Billie Holiday fosse “chiarita” nei crediti e che il disco non finisse con l’essere trattato come uno dei casi di sampling selvaggio. Insomma, aspiravo ad una major, ad un video in stile cartone animato e che solo dopo l’uscita sarebbe stato reso noto il mio nome come autore e produttore, facendo credere in un primo momento che fosse una licenza presa dall’estero. Andò proprio così: la EMI di New York autorizzò il sample di Billie Holiday e il disco fu pubblicato dalla Universal che credette molto nel progetto, finanziando un video in stile cartoon. Un anno prima, mentre guardavo la tv di notte, vedevo ovunque video di D’Agostino e gli mandavo degli sms tipo “sei su MTV” o “sei su Viva”. Quando “Sweetie Pie” raggiunse le vette delle classifiche curiosamente fu lui, costretto ad uno stop artistico per un problema fisico alla schiena, a scrivermi gli stessi sms.

Nel 2002 stavano organizzando la festa annuale di Radio DeeJay al Peter Pan di Riccione in occasione del SIB, alla quale solitamente ero invitato ma quella volta fu diverso: mi chiamarono come ospite. Due settimane prima ero in auto e sento che in radio parlano della festa. Mi prese una morsa allo stomaco, non so il perché ma l’emozione era a mille. Andai in studio per capire come preparare il set di quella serata ma l’emozione non passava e quasi mi impediva di essere lucido. Staccai un attimo, mi collegai ad internet per vedere come procedeva la promozione della festa ed accadde un’altra magia. La data dell’evento era segnata 25 marzo 2oo2, coi 2 più grandi degli zeri. Guardai il disco della Holiday da cui tutto era nato, ed era stato registrato a New York il 25 marzo del 1944. Insomma lo stesso giorno ma esattamente di 58 anni prima. In quel momento mi calmai completamente e tutto mi fu più chiaro.

Quella sera al Peter Pan suonai la versione originale del pezzo (per circa un minuto) in omaggio a Billie Holiday, poi la misi a 45 giri e tutti capirono cosa stesse succedendo, a seguire un remix realizzato appositamente. Non credo ci siano molti DJ ad aver avuto il coraggio di suonare un disco originale degli anni Quaranta, anche se per un solo minuto appena. Quando si parla di “Sweetie Pie”, comunque, non so se ad aver composto il pezzo sono stato io oppure se sia accaduto qualcosa che me lo ha fatto fare. In ogni caso per me è stato un sogno fantastico».

Negli anni Zero D’Ambrosio rivitalizza pure il progetto Mephisto, anche se a conti fatti “State Of Mind” resta il vero caposaldo della discografia, remixato dai Phunk Investigation e campionato da Ottomix & DJ Groovy in “Tiko Tiko”. «Ho piacere a sentire le rielaborazioni di chiunque lo faccia con amore e non solo per il gusto di farlo. La versione dei Phunk Investigation, che autorizzai, mi piaceva davvero tanto, loro hanno “sentito” le vibrazioni di “State Of Mind” rileggendole, altri invece si sono limitati al ripescaggio del sample vocale infilandoci sotto un “martello” ma perdendo tutta la magia. Non era solo “eluielaela” (ottenuto “cucendo” due voci presenti in un disco afro) anzi, forse l’anima del brano risiedeva proprio nella sua musica». (Giosuè Impellizzeri)

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Fishbone Beat – Always (Next Records)

FishboneBeatIl primo disco dei Fishbone Beat esce nel 1992, si intitola “Always” e viene pubblicato dalla Next Records del gruppo Energy Production, ai tempi ben attiva sul fronte licenze (SL2, Terrorize, General Base, Waxattack, Cajmere). Le influenze primarie provengono dalla house, in particolare dalla corrente progressive (da non confondere con la progressive trance di qualche anno più tardi) che inizia a propagarsi dall’Inghilterra. La Oval Mix (Oval è il nome del loro studio, a Venezia) mette insieme urgenze tipiche del dancefloor con sensibilità prog/ambient, arricchite da voci ed un arpeggio che si rivela trainante e vincente.

La Martini Beat Mix realizzata in collaborazione col DJ Paolo Martini gioca sugli stessi elementi non rivelando sostanziali differenze. A dispetto del nome che lascerebbe ipotizzare un lavoro più improntato sul ritmo, questa versione lascia spazio a presenze vocali più estese e corali. Dietro le quinte del progetto operano Davide Sabadin, Giuliano Disarò e Massimo Zennaro, ai tempi impegnati con numerosi alias per gestire collaborazioni con case discografiche diverse tra cui UMM, Heartbeat e DFC (per quest’ultima producono i singoli di Paraje insieme ad Alex Quiroz Buelvas, frontman di Ramirez, tra cui la fortunata “Animalaction”).

È Zennaro a svelare che «il nome Fishbone Beat nacque ispirandoci al noto gruppo rock americano Fishbone. Aggiungemmo il termine ‘beat’ considerando l’entità dance del risultato, e fummo confortati dal fatto che Fishbone Beat suonasse piuttosto bene. “Always” nacque come brano sperimentale: ai tempi fondemmo due filoni musicali che stavano prendendo piede nelle classifiche europee, la cosiddetta underground e la trance tedesca. Il cuore del pezzo fu realizzato piuttosto velocemente, l’idea di base era trovare un timbro elettronico originale che potesse dare un carattere specifico al brano. Riuscimmo nell’intento grazie al Waldorf Microwave, un sintetizzatore analogico-digitale costruito sulle ceneri del glorioso PPG, utilizzato negli anni Ottanta da molti artisti tra cui i Depeche Mode. In quel periodo peraltro ero il dimostratore ufficiale della Waldorf per l’Italia. Utilizzammo anche un campionatore Akai S1000 per parte delle ritmiche, un campionatore E-mu Systems Emax II per timbriche più elaborate ed una drum machine Roland TR-909. Il tutto fu mixato in un banco analogico Soundcraft Series 2400. Non ci ispirammo a nessun artista in particolare, volevamo escogitare una formula di composizione semplice ma originale e credo che ci riuscimmo. Il mix di “Always” vendette circa 16.000 copie ed entrò in una ventina di compilation. In totale, se la memoria non mi inganna, totalizzammo all’incirca 300.000 copie. Alla Next Records ci consigliarono di far partecipare anche un DJ alla produzione, così coinvolgemmo Paolo Martini che, entusiasta del brano, lavorò con noi in studio per editare la sua versione».

La fortunata formula che riverbera elementi progressive house/trance si ritrova pure nel seguente “Feel It”, dove compaiono vari vocal sample tra cui quello preso da “Something About The Music” di Wigan Express che viene contemporaneamente usato in “I Can Feel It” di Coconut Groove (su Pirate, gruppo Media Records). Come remixer invece mettono le mani prima su “The Traxx” di Miss Jones e poi su “Saturday Night” di Whigfield. Nell’autunno 1993, con l’uscita di “Je Le Fais Express (Satisfy)” cantato dalla francese Gladys Dartril, e col seguente “Save The Planet” dell’estate 1994, lo stile dei Fishbone Beat muta ed appare più pensato per il mercato italiano.

«Non ci fu nessuna forzatura esterna, entrambi i brani derivarono da scelte determinate dalla nostra volontà anticonformista che si schierava contro il sistema di editori e case discografiche che invece, una volta ottenuto il successo, desideravano solo follow-up fotocopia. Mi sono sempre sistematicamente rifiutato di clonare i miei brani, preferivo comporre cose nuove pur mantenendo uno stile che in qualche modo potesse contraddistinguere il marchio Fishbone Beat. In “Je Le Fais Express (Satisfy)” cercammo una formula più vicina alla canzone non ricorrendo a sample come fatto precedentemente, sviluppando nel contempo una melodia e ricercando una struttura armonica e timbrica che potesse ricordare il mondo degli anni Ottanta. Ricordo bene la faccia dei discografici e degli addetti ai lavori quando lo ascoltarono per la prima volta. Ci diedero indicazioni per modificare (non marginalmente!) la struttura del brano e facemmo finta di accettare. In realtà non apportammo alcuna variazione e, a dispetto di quei commenti, “Je Le Fais Express (Satisfy)” fu il singolo dei Fishbone Beat che vendette di più. Dopo “Save The Planet” decidemmo di fare un passo importante, coinvolgere una corista dei Pink Floyd, Carol Kenyon, e mettemmo in cantiere il singolo “We Will Fly”. Anche in quell’occasione ci fu una ricerca mirata su sonorità inedite ma purtroppo subimmo parecchie pressioni perché lo stile risultò troppo particolare, tanto che le radio non lo passarono. Nonostante tutto il singolo vendette oltre 6000 copie».

Massimo Zennaro dei Fishbone Beat (199x)

Massimo Zennaro in un live nei primi anni Novanta, mentre imbraccia una tastiera Yamaha KX5 collegata ad un campionatore E-mu Emulator III

Un trattamento simile viene riservato a “Goza Goza”, uscito nell’autunno del 1995: l’interesse per i Fishbone Beat da parte dei grandi network pare affievolirsi. «Per resistenze interne al team, decisi di sciogliere il gruppo di produzione lasciando ad uno dei componenti, Davide Sabadin, la libertà di continuare a produrre col marchio Fishbone Beat. Io infatti non partecipai a “Goza Goza”, né come musicista né come produttore (il disco fu firmato, come il successivo ed ultimo della serie “Do I Believe” del 1996, da Sabadin e Colinsky alias Claudio Collino, quello di Sueño Latino, Steam System ed Atahualpa, nda). Sono comunque felice per aver portato il mio contributo nella dance degli anni Novanta. Credo che Fishbone Beat fosse uno dei pochi gruppi di quel periodo a suonare rigorosamente live e non in playback nelle esibizioni dal vivo. Sono musicista, compositore e ricercatore nel campo del suono attraverso l’utilizzo di dispositivi elettronici, e in quegli anni Fishbone Beat mi diede la possibilità di misurare le mie capacità e continuare a vivere nella musica. Attualmente mi occupo di pop e colonne sonore ma non escludo a priori un possibile ritorno alla dance» conclude Zennaro.

Vale davvero la pena segnalare l’inserimento di “Always” nella compilation “Renaissance” curata da Sasha e John Digweed nel 1994: insieme a Fishbone Beat c’erano Leftfield, Sunscreem, Inner City, M-People, Fluke, Moby, Kym Mazelle, Spooky, Age Of Love ma pure altri italiani come Mephisto, Unity 3, V.F.R., Virtualmismo, Funk Machine, Corrado, MBG e Remake. (Giosuè Impellizzeri)

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