Christian Hornbostel – Liber Novus (Form Music)

Christian Hornbostel - Liber NovusA partire dal 2000 circa gran parte della musica inizia ad essere separata dal supporto fisico. Oggi i suoni viaggiano quasi esclusivamente attraverso la Rete e si propagano per mezzo di device elettronici e piattaforme internettiane in grado di mettere (quasi) tutto a disposizione di tutti. Ciò ha prodotto lo scompattamento di quelli che un tempo venivano chiamati Long Playing che nella società liquida e post liquida pare coprano una valenza solo ed unicamente nominale. Con l’affermazione dello streaming infatti, degli album sembra ormai importare poco e nulla: il mutamento di fruizione della musica ha inevitabilmente stravolto l’approccio riservato alla stessa.

Nonostante tutto c’è chi, come Christian Hornbostel, non demorde e crede ancora nella funzionalità di un full length, ma è singolare che lo incida soltanto oggi, nonostante vanti oltre trent’anni di attività discografica alle spalle. «Effettivamente “Liber Novus” è di fatto il primo album della mia carriera, sia come produttore che come artista» afferma l’autore. «Forse sembrerà strano ma, per quanto riguarda il formato, devo ammettere che quando ho iniziato a lavorare al progetto non ho fatto alcuna analisi o specifica pianificazione. Mi sono totalmente immerso nella composizione e nella produzione senza pensare ad altro, seguendo un istinto prettamente creativo che, evidentemente, ha trovato la sua legittima maturazione solo quest’anno. Certo, dopo aver completato la quinta traccia, ho realizzato di aver oltrepassato il limite massimo di pezzi consentito per un EP trovandomi oggettivamente per la prima volta ad un punto di non ritorno. Anziché dare peso alla circostanza però ho preferito continuare a divertirmi sino al completamento del quattordicesimo pezzo. Nel frattempo era nato un album».

A contraddistinguere il lavoro è un titolo in lingua latina, “Liber Novus” (libro nuovo). È lecito domandarsi se dietro si celi un preciso significato. «Come già svelato nel comunicato stampa diramato dalla casa discografica, ho trovato ispirazione in un libro dal titolo omonimo del grande psicoanalista Carl Gustav Jung» spiega Hornbostel a tal proposito. «Forse perché la metodologia compositiva e l’approccio concettuale dell’album evocano idealmente un’avventura immaginativa e visionaria in uno stato di veglia, parimenti al “Liber Novus” di Jung. Durante il “viaggio” ho esplorato diverse direzioni musicali e fasi emotive, cercando di alternare suoni dark e deep ad altri più duri ed ipnotici e se ho scelto il latino, non solo per il titolo dell’album ma anche per nominare le quattordici tracce racchiuse al suo interno, è probabilmente per una ragione correlata: questa lingua antica è molto usata nell’alchimia che non è solo, come si sa, la scienza esoterica per eccellenza in fatto di trasformazione, trasmutazione e conversione (quindi qualcosa che trovo oggettivamente molto simile al processo creativo-compositivo nella musica e nell’arte in genere) ma anche una delle mie sorgenti personali di passione ed interesse».

I dodici pezzi di “Liber Novus”, incorniciati da un intro ed un outro, puntano ad una techno minimalista e percussiva, che trasmette il suo messaggio attraverso il ritmo così come già avvenne a più riprese sia negli anni Novanta che nei primi Duemila, quando si registra probabilmente il picco di popolarità con la cosiddetta hardgroove. Questa techno però appare più “pulita”, linda, regolare ed ordinata nella sua successione, con meno vampate d’improvvisazione, forse perché “figlia” di procedure perfezionistiche della tecnologia digitale, e basti ascoltare pezzi come “Inscriptio”, “Perpetuum”, “Regio Nymphidica”, “Aenigma” o “Tempus Fugit” per averne conferma. «Tra tutti i sub-generi della techno attuale personalmente prediligo quella minimalistica e percussiva che, val la pena sottolineare, non è più facile da comporre rispetto ad altri stili» dichiara Hornbostel. «Nella produzione musicale non è mai questione di quantità di materiale quanto piuttosto di dosaggi ed equilibri, di balance insomma, come analogamente ci insegna l’architettura. Se poi vogliamo parlare dei fattori che hanno in qualche modo contribuito alla modifica della techno negli ultimi anni, non possiamo dimenticare l’aspetto relativo al cambio di paradigma che ha visto mutare il supporto di riferimento da analogico a digitale, cioè dal disco in vinile a CD prima e da download a streaming poi. Dico questo perché l’avvento del digitale non ha soltanto rivoluzionato il lato logistico e strutturale del mercato discografico ma ha reso anche possibile a chiunque sul pianeta (con o senza specializzazione e competenze, spesso anche solo quelle di base) di aprire e gestire una label da un giorno all’altro con investimenti e rischi pressoché ridotti a zero. Col proliferare di centinaia di pseudo A&R manager e di improvvisati produttori da una parte ed un calo inversamente proporzionale dei costi di hardware e software dall’altra, c’è stato un conseguente crollo non solo della qualità umana (intesa come rispetto, educazione ed affidabilità) nei rapporti di business ma anche della ricerca e della sperimentazione in studio, e questo è avvenuto in particolar modo nei generi più sofisticati e di nicchia, secondo il principio proporzionale meno competenza e meno cultura = meno coraggio e meno originalità nelle pubblicazioni. Negli ultimi anni sempre meno A&R e quindi sempre meno etichette hanno saputo e/o voluto osare artisticamente nel pubblicare prodotti con suoni non allineati ad uno standard diventato terribilmente sempre più…standard. L’uso di una certa cassa nel groove e di un determinato suono di synth o di clap sono diventati elementi di una conformità ormai estrema, necessaria a priori, senza la quale, il più delle volte, vieni “fermato alla dogana e rimandato indietro”, per voler usare una metafora. Ecco perché sono particolarmente felice e fiero del feedback positivo della Form riguardante la pubblicazione di un album come “Liber Novus”, nonché del supporto da parte di grandi nomi come Richie Hawtin, Ilario Alicante ed Audiojack. Sono stato ben consapevole dall’inizio dei rischi che avrei corso nel cercare soluzioni sonore e stilistiche non proprio standard, insomma avevo più che preventivato l’arrivo della tipica risposta che riserva oggi la maggior parte delle etichette cioè “sorry but it is not suitable for our label”, ma fortunatamente esistono ancora eccellenti eccezioni».

Christian Hornbostel (2020)

Una recente foto di Christian Hornbostel

La grana del suono che permea “Liber Novus” nella sua interezza proviene da elaborazioni digitali, con loop circolari sui quali si innesta una gamma ampia di patch dalle tinte prevalentemente ombrose. «In studio lavoro con diversi wavetable synthesizer come il Serum della Xfer Records e il Pigments della Arturia, oltre ai tradizionali Reaktor, Massive, Sylenth, Mini V3, Buchla, Ana 2, Ace ed Avenger» spiega l’autore. «Ho finalizzato l’album in circa quattro mesi e lo ho offerto alla Form Music di Popof considerando il buon rapporto di esperienza e fiducia instauratosi col mio precedente EP, “Paragranum”, pubblicato nel 2019. L’uscita di “Liber Novus” è prevista per il prossimo 17 aprile, per ora solo in formato digitale, ed è anticipata da un’anteprima video sulla pagina Facebook Techno Live Sets fissata per il 10 aprile alle ore 19:00. Si tratta di un ‘making of’ della produzione in studio dell’intero progetto insieme ad un collage dei video teaser di nove delle quattordici tracce che ho realizzato insieme al mio management Balance.fm».

Come annunciato poche righe fa, uno dei pezzi dell’album, “Magister”, gode del supporto di un artista granitico della techno, Richie Hawtin. Ma oggi incide ancora il “played by” di determinati personaggi sulla resa di un prodotto discografico? Un tempo avere dalla propria parte l’approvazione di certi nomi poteva essere più che strategico perché garantiva visibilità ma soprattutto un ritorno economico nelle vendite ma, in relazione a ciò, Hornbostel taglia corto: «La parola “vendita” oggi ricopre un significato decisamente anacronistico poiché il formato digitale, in confronto al CD o al vinile, offre un margine di guadagno davvero irrisorio, soprattutto nel mercato di nicchia. Il feedback e il supporto di nomi popolari resta però, e senza dubbio, qualcosa di sostanziale ed incisivo dal punto di vista promozionale, della visibilità e del marketing. Oggi possiamo tranquillamente ammettere che, grazie alla Rete, battere pubblicitariamente la grancassa o, come dicono gli inglesi “spread the message”, sia diventato molto più facile e veloce rispetto al passato. Quando si riceve un feedback importante da un DJ di alto calibro infatti basta un solo click per raccontarlo a migliaia di contatti in pochi secondi».

Hornbostel @ Ambasada Gavioli (1999)

Un paio di scatti risalenti al 1999 quando Hornbostel si esibisce all’Ambasada Gavioli, in Slovenia. In rilievo, nella foto in alto, un disco della PRG, etichetta del gruppo Expanded Music con cui il DJ collabora ai tempi, mentre in quella in basso il logo di Italia Network, prossima ad un radicale cambiamento

Nel passato di Hornbostel, oltre a decine di produzioni tra cui Tales From Underground, V.F.R., Sacro Cosmico e Virtualmismo di cui abbiamo parlato qui, c’è anche la collaborazione con Radio Italia Network che negli anni Novanta rappresenta il punto di riferimento per gli adepti legati alle discoteche e alla musica dance di settore. In particolar modo il DJ viene ricordato per essere stato al timone del programma/classifica 100% Rendimento con cui porta ad un vasto pubblico musiche ancora relegate ad una minoranza come trance, hard trance, acid e techno. «Quando penso a 100% Rendimento non posso non ricordare automaticamente e con immenso piacere il cosiddetto ‘zeitgeist’ della prima stagione di Radio Italia Network, ovvero quella udinese» rammenta. «Il gruppo di lavoro era vibrante, sinergico, innovativo, vulcanico ed estremamente originale. Ho legato facilmente e senza il minimo problema con tutti, dagli speaker ai tecnici, dalla segreteria alla direzione pubblicitaria. Con alcuni di loro ci fu addirittura un’evoluzione: con Mr. Marvin infatti nacque non solo un sodalizio artistico molto importante, ovvero la Shadow Production con cui producemmo dischi come i menzionati Virtualmismo, Sacro Cosmico, V.F.R. e tanti altri, ma anche una grande e duratura amicizia. Inoltre il fondatore e presidente della radio, Mario Pinosa, è ancora mio socio editoriale nonché amico. Di quella emittente e trasmissione oggi porto molto con me e dentro di me. Resta pure il ricordo di un coraggio artistico e di un’audacia imprenditoriale non proprio comuni nel lanciare un programma decisamente alternativo, estremamente specializzato e, come se non bastasse, in una fascia oraria allora quasi totalmente monopolizzata dal DeeJay Time di Albertino».

A proposito di proficue collaborazioni, in un articolo racchiuso nella rivista Future Style risalente all’ottobre 1995, Hornbostel parla della sinergia, «una potentissima arma che, se usata in maniera positiva, può dare utilissimi vantaggi ed ottimizzazioni in ogni settore». Nella fattispecie fa riferimento all’interscambio artistico nato quando accetta la proposta di collaborare in modo ancora più stretto con l’ufficio del dipartimento internazionale dell’Expanded Music di Bologna, attraverso il quale riesce quotidianamente a mettersi in comunicazione con colleghi sparsi per il mondo. «Questi mi passano importanti informazioni che posso immediatamente “girare”, in tempo reale, a tutti coloro che gravitano intorno alla mia posizione. Mi diverto anche a divulgarle agli ascoltatori di Italia Network. Tali informazioni, oltre ad essere utilissime per il mio lavoro di DJ e produttore, vengono discusse con gli altri che lavorano all’Expanded Music al fine di cercare di essere sempre un po’ più avanti nella conoscenza dei vari mercati internazionali». In chiusura si legge pure: «Il mondo musicale paga moltissimo sotto il profilo emozionale. Quando un produttore ha la possibilità di vedere un proprio disco in classifica in qualche parte del mondo o comunque riesce nell’impresa di divulgare una propria realizzazione magari suonata da stimati colleghi, l’emozione è più forte di qualsiasi sacrificio». Sono trascorsi quasi venticinque anni da quando il DJ/produttore scrive ciò e il mondo è radicalmente mutato sotto ogni aspetto. Più di qualcuno, proprio in questi tempi, pone l’accento sul fatto che col flusso inesauribile di comunicatività innescato dalla Rete, il pubblico risulti meno disposto a recepire informazioni che un tempo invece cercava appassionatamente anche spendendo del denaro in riviste specializzate, ormai quasi del tutto inesistenti. L’interscambio artistico di cui parla Hornbostel nel 1995, insomma, oggi avrebbe sicuramente minor presa sul pubblico, forse saturato dall’iperconnessione e da tutto ciò che ne deriva. Pure gli attori della scena paiono meno attratti e motivati dal ricercare nuove strade, come invece avveniva in passato. Senza dimenticare la radiofonia, in Italia ormai accentrata nelle mani di grossi gruppi editoriali inesorabilmente orientati verso proposte generaliste. La stasi creativa che lamentano in tanti potrà mai vedere un’inversione di tendenza?

Hornbostel @ Shadow Production Studio - 1995

Hornbostel armeggia nello studio della Shadow Production nel 1995. In evidenza il campionatore Akai S1000, “cuore pulsante” della maggior parte delle produzioni discografiche di quel periodo

«In questi venticinque anni è successo di tutto, specialmente negli ultimi quindici in cui l’appiattimento creativo, a cui facevo riferimento già prima, è diventato sempre più tangibile in molti aspetti del settore» sostiene Hornbostel. «Il web e la globalizzazione hanno regalato una chance collettiva planetaria, cosa di certo encomiabile dal punto di vista etico, ma allo stesso tempo altamente pericolosa per la mancanza pressoché totale di controllo. Ognuno ha avuto la possibilità di improvvisarsi da un momento all’altro produttore, manager, discografico, DJ, booker, speaker o giornalista senza aver fatto alcun corso di specializzazione. Allo stesso tempo la Rete ha iniziato a “portare” virtualmente i club a casa degli utenti. Risultato? Chi un tempo doveva macinare trecento chilometri per ascoltare il proprio DJ preferito oggi lo può fare tranquillamente dal proprio salotto, schiacciando un paio di pulsanti e all’orario che più gli aggrada. È comodo, ma anche troppo facile ed immediato. Tutto è diventato estremamente accessibile e quindi spesso ripetitivo, scontato e, oserei dire, banale. Così la magia di una certa esclusività del DJing, come prodotto ma anche del club stesso in genere, si è un po’ spenta. Le munizioni che al momento sembrano avere ancora un ottimo effetto in consolle sono rappresentate sempre di più da fondoschiena sinuosi in gran movimento e da seni ben rifatti. Tutto ciò porta alla constatazione di un’involuzione piuttosto che un’evoluzione dei contenuti del cosiddetto nightclubbing. Non va certamente meglio il commercio della musica. Gli store toccano un numero incalcolabile di produzioni uploadate quotidianamente e in un momento di grande inflazione come quello che viviamo ora, conseguentemente ad un rapporto fuori controllo tra un’offerta sempre più in crescita ed una richiesta sempre più in calo, è difficile non essere tentati di fare paralleli con la situazione finanziaria mondiale, figlia anch’essa di un problema alquanto simile. Chissà che non serva davvero un reset in entrambi gli esempi citati per far ripartire tutto da zero, con uno spirito diverso ed un’energia e qualità nuove. L’importante è essere pronti in modo da non ritrovarsi nelle ultime file». (Giosuè Impellizzeri)

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Nikita Warren – I Need You (Atmo)

Nikita Warren - I Need YouNel 1991 l’exploit della cosiddetta piano house, trasformata in un fenomeno di portata internazionale grazie a nomi come Black Box, FPI Project o 49ers, è ormai solo un ricordo. Tuttavia gli assoli di pianoforte, diventati praticamente una sorta di trademark per la house italica, continuano ad essere motivo di ispirazione per molti produttori nostrani premiati, a fasi alterne, dal successo. Si veda “Keep Warm” di Jinny, “Together” di Deadly Sins, “Your Love Is Crazy” di Albertino Featuring David Syon ed “Alone” di Don Carlos, di cui abbiamo già parlato rispettivamente qui, qui, qui e qui, tutti usciti nel ’91, anno in cui viene pubblicato pure “I Need You” di Nikita Warren, l’ennesimo studio project ideato nel nostro Paese. Artefici sono Paul Bisiach, Christian Hornbostel e Mauro Ferrucci, che hanno già raccolto ampi consensi con “Venus” di Don Pablo’s Animals e col seducente downtempo di “Moments In Soul” di J.T. And The Big Family, una sorta di mash up tra “Moments In Love” degli Art Of Noise e “Keep On Movin” dei Soul II Soul, edito dalla loro BHF Production.

Uniti come BHF Team, dal ’90 i tre incidono diversi brani pure sulla Inter Dance, creata in collaborazione con la veronese Saifam e sulla quale co-producono il secondo disco di Cirillo, “Anjuna’s Dream”. Quelli a cavallo tra Ottanta e Novanta sono anni di epocali cambiamenti, l’italodisco viene sostituita dalla house che di fatto è la nuova dance music candidata a rappresentare in modo continuativo il clima festaiolo della disco sdoganata da “Saturday Night Fever” nel 1977, seppur non manchi chi la considera solo un trend passeggero destinato ad eclissarsi dopo appena una stagione. «Di solito quando finisce un ciclo si tende a minimizzare il fenomeno entrante e questo avvenne anche con l’arrivo della house music che aveva sonorità completamente diverse rispetto a quelle in voga negli anni Ottanta» spiega oggi Mauro Ferrucci. «Fondamentalmente serviva un “cuscinetto”, rappresentato da tutte quelle produzioni britanniche che riuscirono a traghettare il pop verso la house americana. Ai tempi c’era una grande confusione ma eravamo tutti in fibrillazione. Quel “nuovo sound” era un’occasione strepitosa e un determinante aiuto ci venne fornito dalla tecnologia. Si passava dall’analogico al digitale, sul mercato arrivavano nuove tastiere e i primi campionatori con cui dare libero sfogo alla creatività. Noi italiani fummo i più scaltri aggiungendo quel pizzico di crossover che ci permise di incidere delle hit mondiali. Personalmente lavorare come DJ mi aiutò in modo sensibile a produrre brani che coniugassero le varie tendenze dei tempi, assai diverse tra loro, ottenendo successi planetari già alla fine degli anni Ottanta. Per questo mi reputo molto fortunato. Il BHF Team nacque proprio sull’onda dell’entusiasmo e sulla voglia di fare musica. Da quel momento iniziammo a diversificare le produzioni alternando alla house brani tendenti alla techno finiti sulla Inter Dance, etichetta che ci diede facoltà di collaborare con artisti come Cirillo, Marco ‘Lys’ Lisei, Lino Lodi, Stefano Mango e i fratelli Visnadi».

la copertina di Subtle Pride

La copertina di “Arianne” di Subtle Pride, 1986. Nella foto al centro Mauro Ferrucci e Paul Bisiach.

Ferrucci, come racconta nell’intervista in Decadance Extra, ha già maturato esperienze come aiuto fonico ed incide il primo disco nel 1986, “Arianne” di Subtle Pride, che lo vede immortalato nella foto in copertina nonché impegnato come cantante. A produrre quella ballad synth pop sono Mauro Micheloni, ai tempi presentatore di Discoring e del Festival di Sanremo, il compianto Attilio De Rosa e Paul Bisiach, anche lui finito in copertina. Nel BHF Team la figura di Bisiach è quella che rimane più nell’ombra. In un recente post su Facebook Ferrucci lo descrive come un “piccolo genio dell’elettronica, capace di autocostruirsi sequencer, drum machine e mixer”. «Io ed Hornbostel eravamo colleghi e giocavamo nella nazionale DJ. Paul lo conobbi tramite amici comuni e dopo pochissimo tempo scoprimmo di amare le stesse cose quindi cominciammo ad incontrarci e scrivere canzoni. Io ho studiato chitarra, lui pianoforte, Christian la batteria, insomma, ognuno poteva mettere il suo».

Con “I Need You” di Nikita Warren i tre tornano al successo. Il brano vara il catalogo della Atmo, piccola sublabel rimasta in vita sino al 1993 animata da Ferrucci & co. con le loro produzioni tra le quali F.I.T.Z. e Taiti. “I Need You”, per cui viene girato un videoclip dove Bisiach, Ferrucci ed Hornbostel ricoprono rispettivamente il ruolo di pianista, chitarrista e batterista, incrocia pop ed house facendo leva sull’accattivante linea melodica del pianoforte, diventata negli anni a seguire fonte ispiratrice per un numero imprecisato di artisti (nella Deerstalker Dub di “Something About U” di Mr. Roy, nel remix di “Only Love Can Break Your Heart” di Saint Etienne realizzato dai Masters At Work, in “Piano In Paradiso” di I:Cube, in “An Instrumental Need” di Ralphi Rosario, in “Need You Now” dei Soul Central, in “Hyporeel” dei Metropolis – meglio noti come The Future Sound Of London -, in “Raise Your Hands” di Big Room Girl Feat. Darryl Pandy, giusto per citarne alcuni). «Realizzammo “I Need You” con davvero pochissime cose, una Roland TR-909, una tastiera Yamaha DX7 ed un sequencer autocostruito da Paul. A cantarlo fu Susy Dal Gesso. Il nome Nikita Warren invece venne ispirato dall’omonima cantante tedesca (Anja Lukaseder, quella che nel 1989 interpreta “Another Day In Paradise” dei Jam Tronik, nda) conosciuta a Londra l’8 marzo del ’90 durante la registrazione di una puntata di Top Of The Pops a cui partecipammo con “Moments In Soul” di J.T. And The Big Family. Tre settimane dopo saremmo tornati sullo stesso palco con “Venus” di Don Pablo’s Animals (remake dell’omonimo degli Shocking Blue, riportato al successo già nel 1986 dalle Bananarama prodotte da Stock, Aitken & Waterman, nda). In occasione dell’uscita di Nikita Warren ideammo la Atmo che voleva continuare il discorso della BHF Production e della Inter Dance coi ragazzi bolognesi della Irma, etichetta più underground rispetto alla veronese Saifam che sino a quel momento aveva distribuito la nostra musica. Ad onor del vero il primo su Atmo non fu “I Need You” bensì il mio “Joy And Pain/The Sermon”, realizzato con James Thompson, ai tempi sassofonista di Zucchero. L’uscita però venne bloccata per questioni legate al marketing e posticipata al 1993, di conseguenza il disco fu ri-etichettato con numero di catalogo 008. Il ripetuto campionamento di “I Need You” purtroppo non ci ha portato alcun giovamento economico visto che i contratti dei primi anni Novanta non prevedevano lo sfruttamento dei sample. Giuridicamente quello era un territorio ancora vergine ed inesplorato. Pertanto ancora oggi quel campione viene usato e gestito malissimo, senza alcun controllo, al punto da spingerci ad intraprendere vie legali per poter finalmente amministrare direttamente il brano. Comunque il fatto che, ormai con cadenza annuale, il pianoforte di “I Need You” riappaia in altri pezzi ci fa molto piacere».

Mauro Ferrucci e Paul Bisiach nel 1986

Mauro Ferrucci e Paul Bisiach in una foto del 1986

Nel corso del tempo il brano di Nikita Warren riappare sul mercato attraverso remix di illustri nomi tra cui Joey Negro, i Nush e i Basement Jaxx, peraltro col supporto della VC Recordings del gruppo Virgin, a testimonianza di quanto sia incisivo il successo a livello internazionale. In Italia però, analogamente a quanto avvenuto con la citata “Keep Warm” di Jinny, le cose vanno in maniera diversa e “I Need You” resta lontana dal pubblico generalista, attecchendo meglio nel mondo dei club. Non a caso a ripescarla recentemente è un esponente del DJing nostrano più “sotterraneo”, Don Carlos, che la vuole nella raccolta “Paradise House”. «Il successo di Nikita Warren interessò quasi esclusivamente l’estero» sottolinea Ferrucci. «Quando creammo il groove e i bpm, bassissimi per l’epoca, sapevamo già che non avrebbe funzionato in Italia, le nostre scelte erano intenzionali».

Dopo “I Need You” Nikita Warren torna con “Touch Me”, sempre su Atmo, incrocio ben riuscito tra il suono garage newyorkese e la piano house con cui gli italiani marchiano a fuoco il debutto in quel genere. I risultati però non sono eguagliati. «Mentre lavoravamo a “Touch Me”, cantato da Emanuela Panizzo, ricevemmo la richiesta di un LP da Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone. A quel punto dedicammo meno energie rispetto al primo e probabilmente il pezzo non venne promosso a dovere proprio per dare maggior spazio all’album di J.T. And The Big Family da cui venne estratto il singolo “Foreign Affair” (remake dell’omonimo di Mike Oldfield trainato dal sample preso da “Mammagamma” di Alan Parsons Project, nda). Tuttavia resta un brano che amo».

Mauro Ferrucci in studio (1984)

Mauro Ferrucci in studio nel 1984

L’ultima apparizione di Nikita Warren risale al 1993 quando esce “We Can Make It”, prodotto in chiave eurohouse da Hornbostel e Mr. Marvin per la PRG del gruppo Expanded. L’interesse dei tempi di “I Need You” ormai è calato. «Paul si sposò e decise di abbandonare il settore musicale, io invece iniziai il cammino col programma televisivo Crazy Dance e non avevo più molto tempo da dedicare allo studio. Insomma, prendemmo strade diverse che ci portarono verso altri traguardi» spiega Ferrucci. Dall’epilogo del BHF Team nascono nuove avventure: Hornbostel crea la Shadow Production con Mr. Marvin spingendosi verso la techno/progressive trance (Sacro Cosmico, V.F.R. e soprattutto Virtualmismo di cui abbiamo parlato qui), Ferrucci invece resta ancorato alla house fondando nel ’96, col DJ italoamericano Frankie Tamburo, la Airplane!. È suo il remix di “King Of My Castle”, firmato con lo pseudonimo Roy Malone e realizzato con Walterino degli L.W.S., che decreta il successo internazionale di Wamdue Project.

«Ho prodotto tantissima musica ma i pezzi a cui sono più legato restano quelli che non hanno avuto grossi riscontri commerciali, tra tutti “Are U Doin’ It With Me?” di T&F vs. Moltosugo, del 2003, e “Old Skool Generation” di Tommy Vee Vs. Roy Malone, del 2007, a cui aggiungerei il remix che realizzammo per “In This World” di Moby. La dance italiana è stata per anni un punto di riferimento, i pezzi che cambiarono i binari della house sono tutti italiani: Black Box, Robert Miles, Benny Benassi … insomma, noi c’entriamo sempre. L’unica pecca? Non riuscire a fare squadra, non coalizzarsi e non spalleggiarsi. Ciò, secondo me, ci ha fatto perdere contro tedeschi, francesi, olandesi ed altri che alla fine ci hanno surclassato». (Giosuè Impellizzeri)

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