M.C.J. Featuring Sima – Sexitivity (X-Energy Records)

M.C.J. Featuring Sima - SexitivityAll’inizio degli anni Novanta molti DJ italiani, suggestionati dalle produzioni house statunitensi e britanniche, cominciano a comporre musica su atmosfere malinconiche, oniriche e in qualche caso esoteriche. In parte riprendono i tipici tratti della house pianistica che porta tanta fortuna poco tempo prima, ma sviluppandoli e rielaborandoli in una variante più deep, secondo una terminologia che va diffondendosi allora per indicare un certo tipo di suono in auge nelle discoteche specializzate in house music. Raramente adottata dai programmatori radiofonici e dai DJ del mainstream perché priva dell’immediatezza del formato “canzone”, l’italo (deep) house, detta anche dream house per le sue caratteristiche armonico/melodiche speculari, fiorisce su schemi meno prevedibili rispetto a quelli della cosiddetta “spaghetti house”, pur adoperando un fonema audio molto simile.

Uno dei brani a dare il la a quel tipo di sfumatura è “Sueño Latino” del progetto omonimo, nel 1989: il battito in 4/4 che interseca le fluttuazioni ambient del corriere cosmico Manuel Göttsching apre scenari inediti ed imprime la giusta evoluzione ad uno stile destinato ad una veloce saturazione visto il boom commerciale, costruito su sample vocali rubacchiati a destra e a manca poi conditi con assoli di pianoforte. Nello stesso anno il team dei Sueño Latino partorisce, ancora per la DFC/Expanded Music, un pezzo dotato della stessa intensità emozionale ma incapace di pareggiarlo in termini di popolarità, “Hazme Soñar” di Morenas. Però non è una disfatta, anzi, le idee sono talmente tante che la riuscita commerciale non è affatto una priorità. Con l’entusiasmo di chi vive un periodo magico ed irripetibile come è stato l’avvento della house e della techno, due componenti di quel gruppo di lavoro, Andrea Gemolotto e Massimino Lippoli, creano un progetto parallelo, M.C.J., che prende alcuni elementi della dream house di “Sueño Latino” e li arricchisce ulteriormente intrecciandoli a riferimenti garage.

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La copertina di “(To Yourself) Be Free”, primo singolo del progetto M.C.J. uscito nel 1990

Il primo risultato arriva nei negozi di dischi nel 1990 e si intitola “(To Yourself) Be Free”. A supportarlo è un’altra consolidata etichetta nostrana, la X-Energy Records di Alvaro Ugolini e Dario Raimondi Cominesi. «Ogni nome/progetto era legato a diverse case discografiche, seppur prodotto nello stesso studio e dai medesimi compositori» spiega oggi Gemolotto. «La concorrenza e rivalità tra discografici ci impose di inventare nomi e marchi sempre differenti. In quel caso specifico la vocalist Sima era un’artista della X-Energy, quindi non avremmo mai potuto farle incidere un pezzo per la DFC. Pertanto inventammo una sigla, M.C.J., dove la M stava per Massimino e la C per Cutmaster-G (nome che Gemolotto usa ai tempi delle gare al DMC e per le primissime apparizioni discografiche come “Rock On!” del 1988, nda). La terza lettera invece rimandava alla J di DJ».

Nel 1990 sul mercato giunge un disco con una sigla identica intitolato “Do It”, pubblicato da Severo Lombardoni sulla Out. A realizzarlo, incrociando hip house ed italo house, sono i fratelli Nicolosi, quelli dei Novecento. Come spesso accade ai tempi le omonimie, intenzionali e fortuite, si rincorrono con straordinaria frequenza. Ma torniamo agli M.C.J. di Gemolotto e Lippoli: la versione principale di “(To Yourself) Be Free” è la Warehouse Mix, un chiaro riferimento alla house a stelle e strisce con qualche inserto jazzato, riverberato nella Trumpet Freeze. Suoni più duri si rinvengono invece nella Techno-Cosmic Mix, altro razzo di segnalazione lanciato dalla coppia. A completamento l’acappella, quarantatré secondi usati sovente come intro. Visti gli incoraggianti riscontri i due DJ approntano dei remix a cui si aggiunge la versione di Double J. Flash alias Flavio Vecchi e quelle di Tommy Musto e Frankie Bones, pubblicate pure negli States dalla Fourth Floor Records. È un momento galvanizzante per la house nostrana che ha un “peso” non marginale sulla mappa internazionale.

Palace Recording Studio

Uno scorcio del Palace Recording Studio di Andrea Gemolotto, ad Udine (199x)

Nel ’91 Gemolotto e Lippoli incidono il secondo singolo di M.C.J., “Sexitivity”, oggetto di ottimi responsi da parte dei DJ house ma anche degli adepti di una certa techno promossa da etichette come Transmat o Warp (a tal proposito si senta la 5 A.M. Mix, che suona proprio come il giusto tributo alla techno detroitiana). «Nei pezzi di M.C.J. non usavamo mai sample a parte quelli vocali delle cantanti coinvolte» prosegue Gemolotto. «Per le sezioni ritmiche impiegavamo una Roland TR-909 ed un Akai MPC60, i suoni invece provenivano da varie tastiere tra cui una Yamaha DX7 ed una Roland Juno-106. Non mancavano librerie sonore tratte da un sampler Akai S1000. Il tutto veniva registrato su nastro a 24 pollici passando attraverso un banco SSL 4000. Il master, infine, era realizzato su supporto magnetico con un registratore Studer A-800 provvisto di Dolby SR, insomma tutto totalmente in analogico».

La storia di M.C.J. si chiude nel ’93 con “I’m Ready (For Your Love)” attraverso cui gli autori si avvalgono di una nuova voce, quella dell’americana Davina Bussey, in quel periodo prodotta da Mike Banks degli Underground Resistance (si senta “Don’t You Want It” su Happy Records, 1992). Sima invece viene (ri)lanciata come artista solista, dopo il poco noto “You Got Me Running” del 1989 prodotto da Julio Ferrarin, attraverso vari singoli tra cui in modo particolare si ricorda “Give You Myself”. Ugolini e Raimondi Cominesi inoltre decidono di pubblicare “I’m Ready (For Your Love)” su una delle etichette più note del gruppo, la D:vision Records, varata nel ’91 e specializzata in house. Sebbene i risultati non siano eclatanti, il pezzo viene ripubblicato negli States dalla blasonata Tribal America di Rob Di Stefano e ciò rimarca ancora la bontà della produzione.

Italo House - Joey Negro

“Italo House” è la compilation curata da Joey Negro che, nel 2014, raccoglie gran parte del repertorio italiano deep house  prodotto nei primi anni Novanta

Il pezzo più noto degli M.C.J. resta comunque “Sexitivity”, riportato in vita da Lippoli (affiancato da Mappa) nel 2014 e selezionato nello stesso anno da Joey Negro per la raccolta “Italo House”, che anticipa il ritorno di fiamma del filone omonimo sulla piazza internazionale, nato in seno alla mania delle ristampe e nell’alveo dei ripescaggi tributativi che celebrano un passaggio stilistico forse passato inosservato ai tempi ed ora oggetto di una esposizione mediatica senza precedenti. «A mio avviso i discografici italiani degli anni Novanta hanno commesso degli errori, specialmente all’inizio di quel decennio, e non sono stati capaci di dare il giusto valore sia a quella corrente musicale, sia ai propri artisti e produttori. Molti di questi, purtroppo, sono finiti immeritatamente nell’oblio. Ma non è tutto: in seguito non hanno nemmeno provato a far riemergere l’italo house, infatti si è reso necessario l’intervento di alcuni stranieri, come Young Marco (con la serie “Welcome To Paradise”, nda) e Joey Negro per riportare in auge quelle tipiche sonorità nostrane» chiosa in chiusura Gemolotto. (Giosuè Impellizzeri)

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The Fog – Been A Long Time (Miami Soul)

The Fog - Been A Long TimeMolti di quelli che producono house music nei primissimi anni Novanta hanno già maturato qualche esperienza in studio di registrazione. È il caso di Ralph Falcon, nato nel Bronx, a New York, ma cresciuto a Miami, in Florida, che approda al mondo della musica nel 1988, quando è poco più di un teenager, con “I Wanna Know” di Alé, un brano freestyle che ricorda “Let The Music Play” di Shannon del 1983 e che forse voleva cavalcare il successo di “Tell It To My Heart” di Taylor Dayne (1987) o “Conga!” dei Miami Sound Machine (1985). A pubblicarlo è una delle division della A&M Records, la Vendetta Records, che affida il lavoro di editing al compianto Chep Nuñez (proprio quello di “Do It Properly” dei 2 Puerto Ricans, A Blackman And A Dominican) e il remix ad un altro personaggio destinato ad entrare nella storia della house, Little Louie Vega.

«”I Wanna Know” fu il brano che diede avvio alla mia attività discografica» racconta oggi Falcon. «Ero ancora un adolescente e tutto quello che facevo e vedevo era completamente nuovo per me. Gli anni Ottanta furono strepitosi e la house nacque proprio in quel decennio. La house di allora era musica piuttosto grezza, realizzata perlopiù in scantinati, sottoscala o al massimo in piccoli studi e ciò rappresentò la grande “frattura” rispetto alla dance music tradizionale degli anni precedenti, che invece richiedeva enormi budget economici ed elaborate fasi produttive. Nonostante la sua spiccata semplicità però, la house dei primordi rappresentò un sound avvincente e futuristico». Per Falcon la strada da seguire è proprio quella della house e nel 1990 mette su, con Aldo Hernandez, co-produttore del disco di Alé, il progetto Mission Control che con “Outta Limits”, pare diventato un inno allo Shelter di New York, riesce a conquistare il supporto della Atlantic grazie all’A&R di allora, Jerome Sydenham, che lo ristampa nel ’92. La versione principale, non a caso, si chiama Shelter Mix. Inizialmente il brano esce sulla Deep South Recordings, nata nel 1989 e pare finanziata dal padre dello stesso Hernandez, Diego Araceli. Attraverso quella piccola piattaforma indipendente i due mettono sul mercato vari brani che finiscono con l’incuriosire la britannica Warp che nel ’92 raggruppa quattro tracce nell’EP “Miami”.

La locandina del film

La locandina del film di John Carpenter del 1980 da cui Ralph Falcon trae il nome per il suo progetto

Alla fine di quell’anno per Falcon è tempo di una nuova avventura: con Frank Gonzalez, un altro produttore che bazzica il mondo della musica dal 1986 circa, fonda la Miami Soul inaugurata con la sua “Every Now And Then”. Segue un secondo 12″ che caratterizza in modo sensibile la carriera del DJ, “Been A Long Time” firmato con lo pseudonimo The Fog. Alcuni elementi rimandano alla citata “Outta Limits” ma qui la voce campionata da “Turn On, Tune In, Drop Out”, il monologo di Timothy Leary, viene sostituita da quella della cantante Dorothy Mann che fa la differenza su inarrestabili sequenze ritmiche. «Era un periodo in cui producevo molta musica, niente e nessuno avrebbe potuto fermarmi. Avevo un mucchio di tracce pronte e creai la Miami Soul proprio con l’intento di dare libero sfogo a quell’energia. Chiaramente non potevo firmarle tutte col mio nome, avrei finito con l’inflazionarlo, e quindi inventai nuovi pseudonimi tra cui The Fog, ispirato da un vecchio film horror (“The Fog” del 1980, diretto da John Carpenter, nda) in cui la nebbia inghiottiva le proprie vittime. Per realizzare “Been A Long Time” usai il campionatore Roland S-50 con cui elaborai i vocal di Dorothy Mann sulla traccia strumentale. Per le ritmiche invece usai una drum machine E-mu SP 1200. Feci tutto in pochi giorni, registrando il brano presso gli HN Studios a Hialeah, in Florida».

Gli strumenti

I due strumenti usati da Ralph Falcon per “Been A Long Time”: sopra il campionatore Roland S-50, sotto la drum machine E-mu SP 1200

Da essere un pezzo essenzialmente usato dai DJ, quello di The Fog si trasforma nell’arco di pochi mesi in qualcosa di ben diverso. Così anche Ralph Falcon passa dalle tenebre rotte dai lampi di strobo delle discoteche specializzate alle accecanti luci delle classifiche di vendita generaliste. “Been A Long Time” viene licenziato in molti Paesi europei tra cui l’Italia dove a spuntarla è la Time Records di Giacomo Maiolini che lo pubblica su Downtown, proprio nello stesso periodo in cui si aggiudica altri due inni che seguono un iter analogo, “Problem No. 13” di Johnny Dangerous e “Plastic Dreams” di Jaydee di cui abbiamo parlato rispettivamente qui e qui. Downtown inoltre commissiona vari remix di “Been A Long Time” (Unity 3, Claudio Coccoluto, Mr. Marvin, Disco Mix Crew) finiti su un doppio mix, a suggellare il successo.

La licenza su Downtown

Il brano di The Fog pubblicato in Italia dalla Downtown (gruppo Time Records)

«Quello di The Fog fu un risultato strepitoso. Solo con la pubblicazione su Miami Soul vendemmo circa venticinquemila copie ma con l’interesse di svariate case discografiche sparse per il globo, inclusa la Columbia (che affida nuove versioni del brano ad altri due italiani, Davide Ruberto e Gio Brembilla che allora si fanno chiamare Trance Form, nda) il totale crebbe ulteriormente di molte altre migliaia di copie. Il supporto dell’Italia fu determinante e ricordo con molto piacere tutte le interazioni che nel corso degli anni si sono succedute con grandi talenti dell’epoca. Ho apprezzato inoltre le tante versioni remix che diedero a “Been A Long Time” una maggiore esposizione, allungandone la vita. Pensare all’Italia mi riporta alla memoria brani bellissimi diventati ormai dei classici che adoro ancora oggi, come ad esempio “Alone” di Don Carlos (a cui abbiamo dedicato un articolo qui) e “Calypso Of House” dei Key Tronics Ensemble».

“Been A Long Time” è un successo dalle dimensioni importanti, non colossali ma senza dubbio ben diverse rispetto a quelle che un’etichetta come la Miami Soul ed un artista come Ralph Falcon possono generare ai tempi. Nonostante ciò l’autore non si mostra affatto interessato a sfruttare quel momento dorato innescando i classici “giochi” della discografia mainstream ed infatti non realizzerà mai un follow-up, archiviando il progetto The Fog e riducendolo all’effetto one shot. A tal proposito chiarisce: «l’idea era quella di produrre musica senza badare troppo alle reazioni del mercato, e a me inoltre piaceva più l’idea di creare un alone di mistero piuttosto che un progetto dinastico. In tutto ciò il nome era un elemento secondario, non pensai mai a fare un nuovo The Fog. Tuttavia nel 1994 collaborai ancora con Dorothy Mann per “That Sound” che firmai, sempre su Miami Soul, col mio nome anagrafico ma questo avvenne perché amavo la sua voce e non per capitalizzare la popolarità ottenuta nei mesi precedenti. Infatti non ho mai considerato “That Sound” il follow-up di “Been A Long Time”, seppur tra i due qualcuno possa vedere qualche analogia. Purtroppo la prematura scomparsa di Dorothy ha impedito che la nostra sinergia andasse avanti ma in studio conservo ancora alcuni suoi vocal mai usati che potrei utilizzare per un brano in futuro».

Ralph Falcon si è meritatamente conquistato lo spazio negli anni Novanta anche per l’attività incessante condivisa con l’amico d’infanzia Oscar Gaetan col quale crea il duo Murk e l’etichetta omonima. Centinaia i remix che realizzano, pure per popstar come Madonna, Pet Shop Boys, Donna Summer, Spice Girls, RuPaul, Dannii Minogue, Röyksopp, Jennifer Lopez, Yoko Ono, Moby, Depeche Mode, Moloko, Seal ed East 17, e in quella moltitudine si rinviene anche qualcosa su cui sventola il tricolore italiano (“Tumbe” di Tito Valdez alias Cesare Collina, “Give You Myself” di Sima, “You Are My Everything” degli East Side Beat, “Tight Up” dei 50%, “Can We Live” dei Jestofunk, “Say Yes” di Bini & Martini). Sempre loro gli artefici di Funky Green Dogs che con “Fired Up!” del 1996, cantato da Pamela Williams e spalleggiato dalla Twisted America, conquistano l’airplay radiofonico segnando uno dei picchi massimi raggiunti dalla house music, sia in termini creativi che di popolarità.

Non paghi del successo, nel 2002 incidono come Oscar G & Ralph Falcon, ancora per la Twisted America, “Dark Beat” che li consacra anche nella generazione del nuovo millennio. «Spero di poter assistere ad un “rinascimento” della house prima di passare a miglior vita» dice Falcon. «Apprezzo l’attuale nostalgia provata per tutti i classici prodotti negli anni Novanta ma il mio desiderio è sentire musica nuova che possa separare in modo netto le varie ere che si sono succedute. Per me è importante guardare avanti e credo che, da artista, sia fondamentale offrire al proprio pubblico un’idea fondata sul futuro e su ciò che questo possa portare. Giudico positivamente il fatto che il DJing sia esploso come non mai, tale affermazione sociale ha dato “validità” a tutto il duro lavoro svolto da chi faceva questa professione nei decenni passati oltre ad aprire le porte ad artisti che, in un’altra epoca, non sarebbero stati in grado di esprimersi. Però nel contempo questo sistema apre le porte anche ad un mucchio di persone che fanno solo finta di essere dei DJ e sfruttano la cultura dietro questa professione per vanità personale e profitto economico. Ecco, ritengo che queste cose stiano seriamente mettendo in pericolo la scena dance e la sua credibilità». (Giosuè Impellizzeri)

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