Marco Trani – DJ chart marzo 1997

Marco Trani, DiscoiD marzo 1997
DJ: Marco Trani
Fonte: DiscoiD
Data: marzo 1997

1) Solar Band – Brazilian House
Quello della fittizia Solar Band è un brano mai dato alle stampe, e non è neppure accertato che ai tempi fosse stato realmente inciso su acetato, come invece questa chart lascerebbe supporre. Si presume fosse un pezzo prodotto dallo stesso Trani, testato durante le sue serate.

2) DJ Disciple – The Sidebar EP
David Banks alias DJ Disciple, inizialmente devoto al gospel e che nel 1994 fa ingresso nella classifica britannica dei singoli con “On The Dancefloor”, è tra i produttori house più attivi degli anni Novanta con pubblicazioni sparse su label di tutto rispetto tra cui la nostra D:Vision Records. Nel 1997, col supporto della Soundmen On Wax, fonda la sua etichetta, la Catch 22 Recordings, inaugurandola proprio con l’Extended Play in questione. Dentro ci sono quattro brani di cui tre da lui stesso prodotti: “Steal Away” di Dawn Tallman, “Burning Up” di Brown Girl e la sua “Tribal Confusion”, a cui si aggiunge “Down Packed Evolution” di One Cool Cuban, meglio noto come DJ Dove. Le matrici sono garage, venate di inserti jazzistici e potenti voci soul, così come tramanda la house della Grande Mela. Le prime white label promozionali distribuite agli addetti ai lavori annoverano un brano diverso rispetto al disco messo in commercio, “Funky Stuff” di Speedy, mai pubblicato ufficialmente e sostituito per ragioni ignote dal citato “Tribal Confusion”.

3) Cookle Scott – Believe In Me
Analogamente a “Brazilian House” di Solar Band (in prima posizione), anche “Believe In Me” di Cookle Scott non vede mai ufficialmente luce. A fugare qualche dubbio a tal proposito è Pierangelo Scognamiglio alias Peter Kharma, da Bologna, che con Marco Trani condivide una collaborazione durata diversi anni: «Di Solar Band e Cookle Scott ho un ricordo molto vago. Facevano sicuramente parte di una serie di brani che realizzammo nel periodo in cui io, Marco e mio fratello Emiliano Ramirez mettemmo su una società discografica, la Sure Shot Division. Marco aveva tantissimo materiale a disposizione tra cui acappellas ufficiali o parti suonate che alcuni discografici gli affidarono dandogli carta bianca sulla realizzazione. Ai tempi Marco era il numero uno e chiunque avrebbe fatto carte false per poterlo avere nella propria scuderia. Conservo, su DAT, oltre una decina di brani prodotti allora, mai dati alle stampe. Sure Shot era un nome creato alcuni anni prima proprio da Marco ed adoperato per i remix di “Funky Guitar” dei TC 1992 (di cui abbiamo parlato nel dettaglio qui). Il progetto iniziale prevedeva la presenza dell’etichetta principale, Sure Shot Division per l’appunto, affiancata da due sublabel, la Warm Up Records e la Golden Globe ma quest’ultima, pensata per produzioni soul, purtroppo non fu mai realizzata. Conobbi Marco ad una serata in cui lui era special guest. Per me era già un mito e colsi l’occasione per avvicinarlo quando suonò un disco di mio fratello, pubblicato dalla MBG International Records di Giorgio Canepa. A serata conclusa mi chiese di vederci l’indomani nel mio X-File Studio che avevo allestito da poco. Tra noi scattò subito un grande feeling tanto da prendere la decisione di acquistare strumenti di livello più alto e diventare soci a tutti gli effetti, seppur non fu mai steso un atto notarile bensì una scrittura privata e soprattutto una bella stretta di mano. Da quel momento io e mio fratello diventammo la sua ombra, lo seguimmo in tutte le serate e ci inserì in diversi eventi come al Pascià di Riccione, dove quell’anno era resident. Il primo brano che incidemmo fu “Disco Connection” di Peter K, nel 1995. Gli feci sentire una mia bozza sviluppata usando un sample dei T-Connection (“Do What You Wanna Do” del 1977, nda) e lui si entusiasmò a tal punto da volerlo finalizzare ma tenendo il mio nome. Nonostante fosse un veterano pluriconosciuto ed io solo un ragazzino alle prime armi, non volle attribuirsi la paternità del disco perché l’idea era partita da me. Questo fu un gesto di grande correttezza oltre che di grande umiltà».

La collaborazione tra Marco Trani e i fratelli Scognamiglio prosegue con “Hypno Party” di Miguel Rayes sulla citata Warm Up Records e col remix di “Love Has Changed My Mind” di Vicki Shepard sulla Reform del gruppo Discomagic, entrambi del 1995. L’anno seguente invece Kharma e Trani producono “Set You Free” di Low Noise per la Dance Pollution del gruppo Arsenic Sound, ai confini con la dream trance/progressive, a testimoniare l’assenza di “paletti” che potessero delimitare l’operatività in stili musicali diversi. «Il sound delle nostre produzioni era orientato tendenzialmente alla house e alla cosiddetta “underground”» prosegue Scognamiglio. «Per una compilation del Disco Inn di Modena realizzammo il brano “Trani’s Santa Tribe”, nato da un giochino che Marco faceva spesso durante le serate. Tamburellava col dito il centrino del vinile imitando una percussione e il pubblico rispondeva battendo le mani, e così in un locale ci venne in mente di adoperare quel “botta e risposta” sincronizzandolo col groove di “Don’t Let Me Be Misunderstood” dei Santa Esmeralda. In quel periodo Marco notò la mia predisposizione verso trance e progressive, generi che si stavano imponendo anche a livello commerciale, e mi incitò a cimentarmi in ogni tipo di produzione che mi venisse in mente. Il suo mood era soul ma si emozionava tantissimo quando suonavo qualsiasi tipo di melodia. Essendo più giovane, credo che da quel punto di vista fossi io a dargli qualcosa. Con estrema umiltà mi ascoltava e cercava di capire meglio quel mondo per lui sconosciuto come la trance o addirittura la jungle, mettendoci del suo a seconda delle sensazioni percepite durante la realizzazione del brano. Nessuna casa discografica ha mai interferito nel nostro lavoro, ed è stato proprio questo il motivo per cui andavamo in studio sentendoci liberi di fare tutto quello che volevamo. Talvolta trascorrevamo lì dentro ore ed ore al punto da chiamare ironicamente quella stanza “la miniera”.

Marco inoltre era sempre attivo nel cercare nuove collaborazioni. Un giorno ci propose di realizzare una traccia per un noto brand di abbigliamento, El Charro. Realizzai una base lenta, in stile r&b, che lui portò in uno studio romano dove fu scritto il testo e dove venne cantato da Toma Man dei Papasun Style. Avute le voci, realizzammo altre tre versioni (house, dub e jungle) che formarono il CD singolo, dato in omaggio come gadget nei negozi che vendevano El Charro. Se la memoria non mi inganna, di quel CD ne vennero stampate circa 80.000 copie. Dopo quell’esperienza però ci dividemmo. Avevo intenzione di proseguire sulla linea trance/progressive e cominciai a produrre per l’Arsenic Sound di Paolino Nobile (intervistato qui, nda) rimanendo comunque in buoni rapporti con Marco, tanto che negli ultimi tempi ipotizzammo di ricominciare a fare qualcosa insieme.

Peter Kharma studio

Uno scorcio dello studio di Peter Kharma. Al muro è appesa una foto-poster in ricordo dell’amico

Lo ricordo come un fratello. Abbiamo vissuto alcuni anni totalmente in simbiosi e il rapporto andava oltre il lavoro. Mi ha insegnato tantissime cose, sia umanamente che professionalmente e per questo sto realizzando un singolo accompagnato da un videoclip dedicato proprio a lui. Di Marco rammento soprattutto l’incredibile carisma e quello che riusciva a trasmettere alle persone. Tecnicamente resta il più grande DJ che abbia mai sentito suonare, e il termine “suonare” è intenzionale perché il modo in cui selezionava i dischi e li mixava era unico. Cercava voci che si intonassero col basso del brano precedente e l’evoluzione che dava al suo set portava puntualmente la pista al delirio. Queste cose per me sono state fondamentali. Mi ha trasmesso la sensibilità di sentire il mood del pubblico che porta a capire come e quando mettere un determinato pezzo. Ecco perché lo considero, oltre che un grande professionista, un autentico artista della consolle. Non meno importante l’umiltà che riservava alle persone alle quali era affezionato. Quando parlava di affari invece, mi ripeteva: “fatte rispettà perché sennò te se magnano pure er core!”. Una volta presi i suoi flight case nel parcheggio di un locale e mi incamminai verso l’ingresso, ma mi bloccò e disse: “aó, ma che stai a fa’? Tu sei Peter Kharma e me porti e valiggette a me?” Durante un’altra serata invece ci trovavamo davanti ad una discoteca di Roma, la sua città. Un ragazzo gli si inchinò davanti dicendo: “massimo rispetto a te grande Marco, sei n’imperatore!”. Ecco, Marco Trani era davvero l’imperatore della consolle».

4) Big Moses Feat. Kenny Bobien – Brighter Days (Remix)
Tre i remix pubblicati dalla King Street Sounds di quello che potrebbe essere considerato uno dei brani più noti di Big Moses. La calda voce di Kenny Bobien viene reimpiantata da Stephan Mandrax (affiancato dal tastierista Scott Wozniak) in due rivisitazioni, la fascinosa Liquid Club Mix e l’altrettanto intensa Liquid Dub, che non è proprio una riproposizione strumentale della stessa. L’edit di Matthias Heilbronn, tedesco trapiantato negli States, continua a muoversi nelle stesse latitudini stilistiche, tra deep house e soul garage di fattura spiccatamente newyorkese. A completare è l’Instrumental approntata dallo stesso Big Moses che in futuro vedrà ritoccare ancora il suo brano da artisti come Mousse T., Pound Boys, Groovylizer e, più recentemente, Crazibiza.

5) Karen Jones – Aquarius (Trani’s Hard Dub)
Karen Ann Jones, americana trasferitasi in Italia, è una delle vocalist che aiuta l’italo house a trovare una collocazione sul mercato internazionale, dopo maldestri tentativi di italo disco memoria che spinsero diversi produttori italiani ad avvalersi di acappellas anziché affidarsi a cantanti nostrane dall’imbarazzante pronuncia inglese. Da “To The Rock Groove” del 1989 a “Come Together” del 1990, passando dai featuring per i Bit Machine (uno dei progetti che Daniele Davoli, Mirko Limoni e Valerio Semplici varano in parallelo a Black Box), Daybreak e Paradise Orchestra (con Corrado Rizza, Dom Scuteri e Gino “Woody” Bianchi, artefici di Black Connection di cui abbiamo parlato qui), la Jones si afferma con merito nel circuito house. “Aquarius”, edito dalla Deep del gruppo Dance Pool, è la cover dell’omonimo dei The Fifth Dimension e mette in risalto le qualità vocali della cantante su tessiture downbeat. Svariate le versioni approntate tra cui le due di Trani, la Love Message e la Hard Dub: dalla prima emerge la solarità del funk e del soul, dalla seconda una più marcata enfasi del beat in cui le voci vengono scomposte in moduli ed adoperate a mo’ di elementi di raccordo ritmico. Degne di menzione anche la Industry Mix di Intrallazzi e Fratty e la Drum N Bass Version, ulteriori sviluppi creativi di un brano passato piuttosto inosservato.

6) Moodlife Feat. Sonya Rogers – Movin’ On
“Movin On'” è il brano con cui Sandro Russo ed Andrea Arcangeli duplicano la vena creativa creando Moodlife, progetto parallelo al più noto M.A.S. Collective. Pubblicato dalla Suntune diretta da Angelo Tardio nel post UMM vissuto tra le mura della bresciana Time Records, il pezzo è coscienziosamente allineato allo stile garage house statunitense a cui i due DJ nostrani accedono lasciandosi affiancare da alcuni musicisti (il tastierista Maurizio Somma, il trombettista Stefano Serafini, il bassista Cico Cicognani) e vari vocalist tra cui Ce Ce Rogers, Sonya Rogers e il rapper Master Freez. I due remix (Club Mix, Dub Mix) sono di Tommy Musto, stella del clubbing newyorkese, a cui pochi mesi più tardi si aggiungono quelli di Stephan Mandrax e Fathers Of Sound.

7) Nuyorican Soul Featuring India – Runaway
Nuyorican Soul è il prestigioso side project che Little Louie Vega e Kenny Dope Gonzalez affiancano dal 1993 al più noto Masters At Work. La prima apparizione avviene sulla Nervous Records col “The Nervous Track” ristampato nel 2014, poi le collaborazioni strette con George Benson e Jocelyn Brown (rispettivamente per “You Can Do It (Baby)” e “I Am The Black Gold Of The Sun”) forniscono quel quid che fa di Nuyorican Soul un eccelso punto di unione e scambio tra musica latina, soul, funk, r&b, jazz ed house. Nel ’96 incidono il primo (ed unico) album per la blasonata Talkin’ Loud in cui figurano nuove sinergie con eminenti musicisti e cantanti (il percussionista Vincent Montana Jr., la vocalist Lisa Fischer, i pianisti Terry Burrus ed Eddie Palmieri, il vibrafonista Roy Ayers) e dal quale vengono estratti vari singoli tra cui “It’s Alright, I Feel It!” e “Runaway”, quest’ultimo cover della quasi omonima “Run Away” della Salsoul Orchestra del 1977. La voce di Loleatta Holloway viene sostituita da quella di India, unita in nozze col citato Vega per alcuni anni. Il doppio mix che Marco Trani inserisce nella chart annovera, oltre all’Original Flava 12″, autentico tributo al philly soul, tre remix: il Jazz Funk Experience e il Soul Dub di Mousse T. sono trainati da un impianto ritmico molto simile a quello che il DJ turco/tedesco adopera per affermarsi in modo definitivo nel grande pubblico sin dall’anno seguente (“Horny ’98”, i fortunati remix per “Sex Bomb” di Tom Jones e “Saturday” di Cunnie Williams Feat. Monie Love), mentre il Mongoloids In Space di Armand Van Helden riformula tutto sullo schema dell’epocale versione di “Professional Widow” di Tori Amos, riducendo al minimo le parti vocali sovrastate da tessere funky sequencerate in un velenoso groove speed garage. Spazio anche alla Ronnie’s Guitar Instrumental, versione strumentale su cui troneggia la chitarra di Ronnie James della Salsoul Orchestra, il tool Philly Beats e l’India’s Ambient Dream, celestiale chiusura di quello che probabilmente può essere ricordato come il disco più rappresentativo della breve parentesi che Vega e Gonzalez siglano come Nuyorican Soul. A pubblicarlo in Italia è la Zac Records, che mette le mani pure sul seguente “It’s Alright, I Feel It!” remixato, tra gli altri, dai Mood II Swing e Roni Size.

8) The Sun Project – Wear Yourself Out (Remix)
Nato nel 1995 da un’idea di Pagany e Fabio Slaider (oggi Slider), The Sun Project parte con una house ravvivata da ispirazioni 70s (tra i sample presenti in “The Sound”, su Molotov Records, c’è quello di “Bim Sala Bim” degli Hudson County edito nel 1975 dalla RCA) per poi svilupparsi su territori garage attraverso “Wear Yourself Out” interpretata vocalmente da Yvonne Shelton. Marco Trani sceglie il 12″ coi remix realizzati dai M.A.S. Collective (ancora affiancati dai musicisti Maurizio Somma e Gabriele ‘Cico’ Cicognani, si veda posizione 6), Franz e Deep Bros. Russo ed Arcangeli, nella loro Philly Club, saldano due mondi ai tempi particolarmente comunicanti, quello del soul e quello della house. La Kolo Mix di Franz distilla elementi deep e funk e in scia si inseriscono le due versioni dei Deep Bros, No Doubt e Fusion Mix, spiccatamente garage la prima, più sensuale ed avvolgente la seconda. Figura infine la Simply Sound Dub, in cui prende il sopravvento la carica ritmica. The Sun Project riappare qualche anno più tardi ma la produzione passa nelle mani di Simone Farina (figlio di Mauro Farina, boss della Saifam) che si lascia affiancare da Gianni Bova in “Brazilian’s Affairs” del 2001 e da Nicola Fasoli in “My Fire” del 2004.

9) Various – It’s A DJ Thing 4
“It’s A DJ Thing” è la raccolta ideata nel 1996 dalla britannica Defender Music, andata avanti per ben tredici volumi, tutti in formato doppio, sino al 2002. Il quarto, preso in esame per l’occasione, ingloba “Make Me Feel” dei 95 North e “Doo Wop” dei Room Zero, stampati come singoli solamente l’anno dopo. Poi ci si imbatte in “Hit The Conga” dei nipponici Paradise Yamamoto & Tokyo Latin Mood Deluxe, remixata da Eric Kupper e François Kevorkian, e due esclusive, “Dee’s Groove” di TC Project alias Felix Hopkins, e “Future” di Javen Souls, prodotto a quattro mani da Jan Cooley e Maurice Fulton. L’occasione è giusta per inserire pure una gemma del passato, “Hiroshi’s Dub” dei giapponesi Tiny Panx Organization, meglio noti con l’acronimo TPO, risalente al 1989 e riproposta nel ’98 dalla Nite Grooves. La versione scelta è la Savanna Mix realizzata da un giovane con gli occhi a mandorla destinato a lasciare il segno, Satoshi Tomiie.

10) Bruce Wayne Vs. H.A.N.Z.- In The Dog House
Il brano in questione occupa il lato b di un 12″ edito dalla tedesca Plastic City, etichetta che allora flirta sia con la house (Terry Lee Brown Jr., The Timewriter) che con la techno (Tesox, , AWeX, di cui abbiamo parlato qui, Kriss Dior). “In The Dog House” gira su uno schema più meccanico rispetto a quello delle produzioni house statunitensi o britanniche, con una parte vocale incastrata geometricamente nella gabbia ritmica montata a sua volta su una serie di suoni tenuti in vita dal loop. A firmare il tutto sono il prolificissimo Jürgen Driessen, per l’occasione nascosto dietro il nomignolo Bruce Wayne ispirato dall’omonimo personaggio dei fumetti della DC Comics, Batman, e Hans Centen che in quel periodo mette su il progetto Decadance con René Runge alias Jaspa Jones del noto duo Blank & Jones. Il 12″ esce anche negli States attraverso la Twisted America Records. In Italia invece la licenza è messa a segno dall’iperattiva Zac Records nata da una joint venture tra Emilio Lanotte e il gruppo Sugar presieduto da Filippo Sugar, figlio di Caterina Caselli.

(Giosuè Impellizzeri)

(si ringrazia per il prezioso supporto Corrado Rizza, autore di vari libri tra cui “Anni Vinilici. Io e Marco Trani 2 DJ” e del docufilm “STrani Ritmi – La Storia Del DJ Marco Trani” di cui si consiglia lettura e visione)

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Djaimin Featuring Rose – Hindu Lover (Flatline Records)

DJaimin Ft Rose - Hindu LoverNato in Svizzera nel 1967, Dario Mancini alias Djaimin (pseudonimo frutto della fusione di alcune lettere del nome e cognome) inizia la carriera da DJ nei primi anni Ottanta in una discoteca chiamata Platinum. Attraverso dei nastri di Tony Humphries scopre la house, genere che promuove nella nazione natia sin dal 1987 attraverso un programma radiofonico in onda su Couleur 3. Nel contempo organizza eventi, come il Dancefloor Syndroma, contribuendo attivamente alla diffusione della house music in territorio elvetico. Sono anni di puro pionierismo, seminali sia per i club che per la discografia.

Nel ’90 porta Humphries per la prima volta in Svizzera come guest e l’occasione è giusta per stringere amicizia. Il DJ statunitense gli dispensa consigli che mette in pratica per realizzare il suo primo disco, “Give You”. «Inizialmente il pezzo venne pubblicato dalla Maniak Records, etichetta di Losanna di proprietà di cari amici che gestiscono tuttora la catena di negozi di abbigliamento chiamata Maniak» racconta oggi Mancini. «Raggiunse la prima posizione della classifica svizzera e poi, preso in licenza dalla Strictly Rhythm, conquistò altri podi sparsi per il mondo, tra Stati Uniti, Europa ed Asia». Ai tempi l’A&R della Strictly Rhythm è George Morel, artista che Mancini fa approdare in Svizzera proprio come avvenuto con Humphries. Per la Maniak Records poi incide anche due album, “Give You” ed “Emotion”, destinati ai DJ e alle discoteche specializzate in house/garage.

Nel ’95 esce il terzo album, “Color The World With Music”. Ad aprirlo e chiuderlo è “Hindu Lover”, prima con la Vocal Mix e poi con la Zanz Mix (nomignolo già usato per “Give You” e probabile riferimento allo Zanzibar, storico club di Newark). In tracklist figura persino una terza versione, la Swiss Mix col featuring di una certa Louna. A caratterizzare il brano sono suoni eterei d’ispirazione ambient, percussioni ed un riff eseguito con uno strumento indiano, un sitar. La BWBRecords, a cui quell’anno si affianca la Jamie Djaim Records che Mancini fonda insieme a Jamie Lewis, stampa pure il CD single di “Hindu Lover” ma non accade nulla sino all’inizio del 1996 quando il pezzo viene pubblicato su 12″ dalla Flatline Records, etichetta distribuita dalla Strictly Rhythm. A questo punto si innesca qualcosa che cambia radicalmente lo status quo e si fanno avanti colossi come Slip ‘n’ Slide e Deconstruction.

«Iniziai a lavorare ad “Hindu Lover” già alla fine del ’94 quando approntai la versione strumentale che feci ascoltare a Tony Humphries. Gli piacque ma mi consigliò di arricchirla con inserti vocali per renderla più accessibile al mondo delle radio, ai tempi il più importante veicolo promozionale, un po’ come oggi è YouTube. Nacque così la versione cantata da un’amica, Rose Stigter, che proprio quell’anno invitai nella veste di vocalist al tour svizzero di Humphries. In segno di amicizia cedetti il brano alla Flatline Records, etichetta curata dall’assistente di Tony Humphries, che avrebbe dovuto distribuirlo solo negli States anche se, è risaputo, ai tempi certe clausole non venivano rispettate ed era piuttosto difficile, se non impossibile, scoprire chi si comportava in modo sleale. Da lì a breve si fece avanti la Slip ‘n’ Slide per il territorio britannico (Peter Harris mi seguiva dal 1991/1992, periodo in cui tenni il mio primo tour nel Regno Unito approdando anche al Ministry Of Sound), a cui seguì la Deconstruction con cui chiusi un accordo per il mondo intero e che affidò il remix a Roger Sanchez. Come avvenne circa quattro anni prima con “Give You”, decisiva fu la promozione di Tony Humphries che creò il giusto entusiasmo intorno ad “Hindu Lover”, ma sono altrettanto riconoscente a cari amici italiani come Ralf, Ricky Montanari, Claudio Coccoluto, Luca Colombo, Joe T. Vannelli ed altri ancora che mi hanno sempre sostenuto».

Per Djaimin si spalancano le porte del mainstream, fioccano decine di richieste di licenza (in Italia ad accaparrarsi il brano è la D:vision Records del gruppo Energy Production) e la sua popolarità cresce in modo vertiginoso. «Cercavo di tenere alta la mia reputazione ma non volevo fare un clone di “Give You”. Desideravo piuttosto scovare qualcosa di inedito per la house ed adoperando un vecchio campionatore E-mu Emulator giunsi a sonorità hindi, dalle percussioni al sitar. Poi sovrapposi quei suoni tanto particolari a dei pad malinconici e nostalgici che erano un po’ la mia firma. Per quel che riguarda il testo invece, immaginai una storia d’amore di chi non voleva una relazione stabile. Il pezzo piacque molto anche alla community gay al punto da diventare un vero anthem in alcuni locali a Miami e Londra. Insomma, un autentico successo che partì dall’underground e divenne mainstream. Credo che, conteggiando le diverse licenze, vendette poco più di 100.000 copie in vinile, a cui bisogna aggiungere anche i molteplici inserimenti nelle compilation».

Mancini vive un periodo dorato, tra i più rosei della carriera. Il successo di “Hindu Lover” gli procura diverse richieste di remix (come “How Can I Get You Back” di House Of Jazz Featuring Jolynn Murray, per la Slip ‘n’ Slide) e parecchi ingaggi come DJ anche in Italia, Paese a cui l’artista è legato in modo particolare. «Mio padre è nato a Pesaro, da giovane ho frequentato la Baia Degli Angeli e in seguito i locali più belli della riviera adriatica come il Peter Pan, il Cocoricò e il Da Da Da poi diventato Prince. Quando divenni art director in Svizzera invitai come guest, sia in discoteca che nel mio programma radiofonico, molti amici DJ italiani, gli stessi che incontravo nel mio negozio di dischi preferito, il Disco Più di Rimini, dove si facevano lunghissime chiacchierate. L’Italia ha dato un contributo importantissimo alla musica dance sin dai tempi dell’italo disco con Claudio Cecchetto, Martinelli, Claudio Simonetti, Stefano Pulga e Giorgio Moroder, il numero uno in assoluto».

Il follow-up di “Hindu Lover” viene prodotto con Enrico Di Tullio alias Djaybee, si intitola “Fever”, esce nel ’96 sulla britannica XL Recordings e si avvale di vari remix tra cui spiccano quelli di Boris Dlugosch (è sua la versione di punta) e Joey Negro. A licenziarlo in Italia questa volta è la Suntune, nata quello stesso anno tra le mura della bresciana Time Records. «Non fu un classico follow-up, l’unico elemento a collegare “Hindu Lover” a “Fever” era la cantante, Rose. Non mi aspettavo quindi di bissare il successo ma nonostante tutto ebbe ottimi feedback, anche dall’Italia. Senza dubbio a fare la differenza furono i remix giacché la mia versione era più vicina alla garage».

Djaimin incide un altro paio di singoli, “Finally” (ancora con Rose ed omonimo del quarto album) e “Tape Project”, e poi “Open The Door”, su Slip ‘n’ Slide nel ’98, portato in Italia dalla Heartbeat del gruppo Media Records. Una delle versioni, curata da DJ N-Joy, campiona “First True Love Affair” di Jimmy Ross (1981) ed è perfetta per il periodo che vede l’esplosione del fenomeno french touch. I DJ dei club la programmano ma si rivela inadatta al crossover.

Mancini però ha un altro asso nella manica che cala proprio nel 1998, ovvero “Put Your Hands Up” con cui rianima il progetto Black & White Brothers partito quattro anni prima con Michael Hall alias Mr. Mike. «Sia “Put Your Hands Up” che “Pump It Up” (ripresa con successo nel 2004 da Danzel, che ne realizza una specie di mash-up con “In The Mix” di Mix Masters Featuring MC Action, nda) nacquero come brani destinati ai fan del nostro programma radiofonico, Pump It Up Live. Erano semplicemente inni alla gioia che usavamo durante le serate e che il pubblico amava cantare. Così, quando smettemmo di fare radio, dopo circa dieci anni, decisi di pubblicare entrambe le tracce su vinile come tributo a quel magico periodo. Non ci aspettavamo minimamente che diventassero pezzi mainstream di quella portata, e la riconferma giunse nel 1999 con “World Wide Party”».

Il ritrovato successo pop non scalfisce l’operatività di Mancini che continua ininterrottamente a produrre musica house concretizzando nuove collaborazioni (con Brian Allen mette su i Crystal Clear che sbarcano sulla Yellorange di Tony Humphries) e raggiungendo la Purple Music dell’amico Jamie Lewis. «Credo che oggi sia piuttosto difficile escogitare cose del tutto nuove. Come nella moda, anche in musica si assiste al ritorno di suoni riciclati attraverso le nuove tecnologie. Resto del parere che la house continuerà a girare a 120 BPM, circa il doppio del battito cardiaco a riposo, e che farà ancora leva sui vocal, la vera chiave di questo movimento. Al pubblico piace ballare ma vuole anche melodie da cantare. Non ho mai sentito nessuno fischiettare o intonare i suoni di una drum machine! Certo, ci sono momenti in cui funzionano stili contemporanei come avvenuto di recente con l’EDM, ma la house non morirà mai e sono sicuro che negli anni a venire ci attendono ancora molte sorprese». (Giosuè Impellizzeri)

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