Torsten Stenzel, un creativo senza confini

torsten-stenzelTedesco, classe ’71, Torsten Stenzel è tra i compositori e produttori più prolifici degli anni Novanta. Lo spiccato eclettismo gli consente di toccare, anche contemporaneamente, più sfumature della dance elettronica passando dall’hard trance alla techno, dall’hardcore/gabber alla house: diventa praticamente impossibile tenere a mente tutti gli pseudonimi adoperati per siglare la sua musica, da solo o in sinergia con altri. Una collaborazione andata avanti per diversi anni è quella nata col DJ Ralph Armand Beck meglio noto come Taucher. Insieme realizzano decine di brani e quintali di remix, sparsi tra scena pop e club, tra cui “God Is A DJ” dei Faithless, “Lost In Love” di Legend B, “X-Santo” di DJ Jan, “Ayla” di Ayla, “Dream Universe” di C.M. e “Wave” del progetto nostrano Sosa. In termini di visibilità il picco lo tocca nella seconda metà degli anni Novanta quando produce i successi di DJ Sakin & Friends, in un periodo in cui la trance si impone pure nelle chart di vendita aiutata dalla definitiva popolarizzazione di eventi come Love Parade, MayDay e Street Parade. Alla costante ricerca di nuove ispirazioni, Stenzel sposta la base operativa ad Ibiza e crea York col fratello Jörg imponendosi in tutta Europa a cavallo del nuovo millennio col brano “On The Beach”. Infaticabile e senza barriere stilistiche, continua senza sosta a reinventarsi attraverso inaspettate collaborazioni che lo conducono a nuove cooperazioni con artisti pop tra cui Jennifer Paige ed All Saints. Nel 2007 lascia Ibiza, nel frattempo “diventata troppo affollata e costosa”, per trasferirsi ad Antigua dove prosegue l’attività arricchitasi ulteriormente con nuove collaborazioni con altri compositori tra cui, su tutti, Mike Oldfield.

Come entri in contatto con la musica elettronica?
Fui influenzato in modo determinante dai Kraftwerk, ma mi piacevano pure band come i Front 242 che combinavano suoni “techno” e parti vocali. Quando scoprii i Pink Floyd però mi sembrò di essere davvero in paradiso: il modo in cui suonavano le chitarre e i sintetizzatori Moog cambiarono radicalmente la mia percezione per la musica.

Come avviene invece la trasformazione da ascoltatore a compositore?
Cominciai a studiare pianoforte all’età di cinque anni e, nei momenti di svago, già strimpellavo brani di mia invenzione. Il processo creativo iniziò davvero presto. Per il quattordicesimo compleanno ebbi in regalo il primo sintetizzatore e in breve capii che avevo bisogno di altri strumenti da abbinare ad esso per dare forma ai suoni che giravano continuamente nella mia mente. Il resto è storia.

Chi ti aiutò ad entrare nel music biz?
La scena tedesca era incredibile perché tutto ciò che apparteneva alla musica elettronica era assolutamente nuovo ed inedito. Nei primi anni Novanta inoltre Francoforte, insieme a Berlino ovviamente, fu uno dei fulcri più creativi della Germania. Il compianto Torsten Fenslau e Talla 2XLC conobbero una forte popolarità insieme alle loro rispettive etichette. Torsten era proiettato nella trance mentre Talla mostrava influenze più EBM, ma entrambi riuscirono a contaminarsi con uno spirito pop. Da non dimenticare neanche la Logic Records e il team della Harthouse capitanato da Sven Väth. Io iniziai senza affidarmi ad alcun management e per questo motivo ho preso più di qualche fregatura nei primi tempi. Nel 1995 finalmente incontrai Thomas Scherer, un manager ma anche un amico, che mi introdusse alla Sony Music riuscendo a farmi ottenere il primo contratto con la major con una produzione di Taucher. Oggi Thomas è vice presidente della BMG a Los Angeles.

Perché su “Contrast” di Recall IV, con cui debuttasti, il tuo nome nei crediti venne confinato ad un ruolo tecnico?
Questa è una delle tante fregature a cui facevo prima riferimento. Programmai interamente tutte le sequenze ma i produttori mi accreditarono solo come colui che aveva mixato il brano. Il “mixed by” prese il posto del “written and produced” insomma. Purtroppo anche questo fa parte del business discografico. Vi assicuro che è un settore pieno di impostori.

A dicembre del 1993, dopo aver ricoperto ruolo di A&R per la Crash Records, fondi la Liquid Rec.: quali motivi ti spinsero a creare una tua etichetta?
La Liquid Rec. nacque perché desideravo essere autonomo e non volevo più chiedere a nessuno di poter fare qualcosa. Divenne una buona piattaforma per molti DJ ma tenerla a galla richiedeva tantissimo lavoro, anche perché produrre vinili costava parecchio. È rimasta in attività sino al 1999, anno in cui il nostro distributore (la MMS, nda) chiuse battenti decretando la fine di altre centinaia di etichette indipendenti.

Come reclutavi nuovi artisti, come Miss Yetty, per la Liquid Rec.?
Solitamente ricevevo demo per posta, nei primi anni su cassetta, poi su DAT e CD.

Credo che una delle tue prime hit fu “Nana” di N.U.K.E., progetto nato in coppia con Zied Jouini, licenziato in Italia nel 1992 e remixato per l’occasione da Digital Boy, nome molto popolare in quel periodo. Come ricordi oggi quel brano?
Fu senza dubbio il mio primo successo che ci garantì una serie di date anche in Italia, tra Rimini ed altre città che non ricordo più. “Nana” (con un vocal sample tratto da “O Si Nene” di Nicolette, ripreso nello stesso periodo dagli olandesi L.A. Style per “I’m Raving”, nda) fu una hit europea, infatti ci esibimmo in molti altri Paesi come Olanda e Belgio. Fu una bellissima esperienza e mi ritrovai a passare dall’attività in studio alle consolle delle discoteche. Ho incontrato Zied giusto un paio di settimane fa, siamo ancora ottimi amici. Ricordo con piacere anche Luca (Digital Boy).

Conoscevi già la scena musicale italiana prima del successo ottenuto con N.U.K.E.?
Certo, ascoltavo l’italo disco negli anni Ottanta, come credo chiunque abbia cominciato a produrre elettronica in quel periodo. Ricordo anche alcune canzoni di Eros Ramazzotti. Ritengo che l’Italia abbia ricoperto un ruolo importante nella fase nascente di techno e trance, con ottime etichette e produttori. Altrettanto accadde successivamente, ad esempio con Mauro Picotto che tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila dominò la scena con le sue produzioni.

Accanto alla Liquid Rec. creasti la Planet Love Records, attiva dal 1992 al 1998 e recentemente riportata in vita dalla Armada Music. Con quel marchio lanciasti Taucher, col quale poi hai fatto coppia fissa.
Incontrai Taucher per la prima volta nel 1993, attraverso un amico comune, il citato Jouini. Era un tipo abbastanza strambo, assiduo frequentatore dei party al Music Hall di Francoforte, con la passione per la produzione discografica portata avanti con un altro DJ, Koma. Iniziai a produrre i loro dischi sulla Crash Records. Ai tempi vivevo in un piccolo paesino in mezzo alle montagne, a circa 25 chilometri da Francoforte. Avevo allestito lo studio nella casa dei miei genitori e quando Taucher e Koma vennero per la prima volta a trovarmi fu davvero buffo. Koma possedeva una Mercedes 500 AMG, completamente customizzata e con ogni tipo di optional montato sopra. Un’auto del genere chiaramente non poteva passare inosservata e così tutti in paese iniziarono a chiedersi se stessi frequentando gente equivoca, legata al mondo della droga e della prostituzione, ambienti in cui quel tipo di auto era particolarmente diffusa. Pure Taucher era un tipo abbastanza sui generis, quando aveva qualche idea iniziava improvvisamente a gridare chiedendo di metterla in pratica. All’inizio non fu facile ma una volta abituatomi al suo temperamento scoprii che lavorare con lui era tremendamente divertente. Per questo motivo abbiamo prodotto tanta musica insieme.

I primi anni Novanta furono quelli che diedero i natali alla musica trance. Che impressione ti fece quel genere nuovo?
La trance era techno dotata di anima. Quando la scoprii mi fu subito chiaro che era quello che intendevo produrre.

Chi citeresti dovendo indicare uno dei primi brani trance?
Direi che tra i primissimi c’è “The Age Of Love” degli Age Of Love, del 1990.

Un’altra gemma tratta dalla tua discografia è “Oasis” di Paragliders, pubblicata nel 1995 dalla Superstition.
Collaboravo con Oliver Lieb già da un paio di anni. Lo incontrai nel palazzo della Logic Records dove c’era anche il suo studio. Aveva tonnellate di sintetizzatori, molti di più rispetto ai miei. Per “Oasis” usammo una TR-909 collegata ad un synth Ensoniq. Ci lavorammo per una settimana e vendemmo circa 7000 copie di dischi.

Come mai da lì a breve lasciasti Paragliders nelle mani del solo Lieb?
Ero particolarmente impegnato con altri progetti ed Oliver iniziò ad abbandonare la trance, così decidemmo di separarci.

Durante gli anni Novanta però eri particolarmente eclettico, tanto da passare dalla hardcore / gabber di “Multicriminal City” di Frankfurt Terror Corp. alle atmosfere più morbide e rilassate di “Maid Of Orleans (Take My Hand)” di Suspicious. Come riuscivi a bilanciare gusti diametralmente opposti?
Mi è sempre piaciuto dedicarmi a stili musicali differenti. Mi annoia fare sempre la stessa cosa e per tale ragione ho sempre cercato di esplorare molti generi dell’elettronica. Con la finlandese Tarja Turunen, ad esempio, ho scritto canzoni di rock sinfonico producendo l’album “My Winter Storm” che nel 2007 ha venduto tantissimo in Germania e in Russia. Per tornare agli esempi da te citati, negli anni Novanta hardcore e gabber conobbero un’esplosione straordinaria, e per un certo periodo mi piacque produrre quelli stili. Era puro divertimento ma abbandonai quando capii che musicalmente erano filoni molto limitati e che non prevedevano grandi possibilità evolutive.

Hai mai ricevuto pressioni da etichette a produrre un certo stile piuttosto che un altro?
Certamente, è capitato con molte etichette, soprattutto le major, però ho fatto quasi sempre solo ciò che mi piaceva, indipendentemente da quello che i manager mi dicevano di fare. Un esempio? La Sony Music rifiutò “Protect Your Mind” di DJ Sakin & Friends, che quindi pubblicai su Planet Love Records. A dispetto del loro responso divenne uno dei dischi trance più venduti in tutto il mondo.

Negli anni più fortunati di Sakin & Friends, tra 1997 e 1999 per intenderci, la trance stava diventando solo un modo per rendere la techno più “accessibile” per il pubblico generalista?
La nostra trance era dettata da ciò che sentivamo di fare, senza alcuna malizia o strategia commerciale. Il progetto Sakin & Friends rappresentava esattamente ciò che ci piaceva in quel momento e che ci faceva provare la pelle d’oca. Quando testammo per la prima volta “Protect Your Mind” in discoteca il feedback del pubblico fu memorabile, non credevo ai miei occhi. La produzione di Sakin era più melodica rispetto a quella di Taucher che poteva risultare più hard ma preservando sempre l’anima trance. Ogni artista con cui ho lavorato nel corso degli anni aveva un suo “mondo”, una nicchia di riferimento, ma non c’è stata mai una competizione o invidia tra loro.

Qual è il bestseller della tua discografia?
Senza dubbio il citato “Protect Your Mind” di Sakin & Friends, che vendette circa 800.000 copie.

Nel 1997, insieme a tuo fratello Jörg, dai vita al progetto York, diventato popolarissimo due anni più tardi con “On The Beach”, scandita da un sample tratto dall’omonimo di Chris Rea del 1986.
Quando ero ragazzino “On The Beach” era uno dei miei brani preferiti di Chris Rea. Avevo i suoi album, fondamentalmente ero un fan. Così, molti anni più tardi, immaginai quella canzone tradotta in una nuova versione ed iniziammo a lavorarci su. Registrammo l’assolo di chitarra nel mio studio (risuonandolo e non campionandolo come qualcuno potrebbe immaginare) ed ottenemmo la prima versione. Poi fu licenziato alla Sony Music e alla Manifesto che commissionarono nuovi remix tra cui quello realizzato in Italia dai CRW (Mauro Picotto ed Andrea Remondini, nda) negli studi della Media Records e che conquistò il Regno Unito. In Germania invece a funzionare di più fu la versione house, soprattutto nelle radio. Complessivamente fu un grande successo che vendette oltre 300.000 copie.

Hai mai sentito parlare della controversia sorta ai tempi tra la Media Records e la F.M.A. in relazione al remix di “On The Beach”?
No.

Nel 1999 ti trasferisci ad Ibiza: perché abbandoni la Germania?
Climaticamente la Germania è troppo fredda ed io invece vorrei vivere in acqua. Ibiza mi sembrò la scelta più adeguata: tonnellate di DJ, party e clima mite.

Sia stili musicali che mercato discografico sono radicalmente mutati rispetto agli anni Novanta. Credi che nel nuovo millennio potremo vantare nuove “pietre miliari” come in passato oppure la creatività si sta inesorabilmente livellando verso il basso?
Ad essere sincero negli ultimi anni non ho ascoltato nulla che non avessi già sentito prima. Per coniare un “nuovo” stile sembra sia sufficiente usare un paio di suoni moderni, modificare il beat e dare al risultato un nome diverso. Quel che avviene ora è setacciare il passato alla ricerca di elementi da “incastrare” nelle nuove stesure realizzate con strumenti contemporanei.

Recentemente è uscito “Traveller”, il quarto album di York. Come lo descriveresti?
Si tratta di un album ispirato da un’isola. Tutto è stato realizzato e registrato ad Antigua, nell’arcipelago delle Piccole Antille. Si tratta di un viaggio, stilisticamente legato al chillout, alla deep house ed alla trance, ma non mancano neanche influenze importate dal posto, come il reggae. Lo abbiamo intitolato “Traveller” proprio perché ascoltandolo l’ascoltatore può viaggiare attraverso differenti sfumature sonore.

Cosa pensi della trance contemporanea?
Ci sono buone produzioni che fondono elementi del passato a beat moderni, ma sostanzialmente la maggior parte di esse suonano troppo uguali l’una all’altra.

Come sarà la dance elettronica dei prossimi anni?
Non ne ho proprio idea.

Qual è il brano della tua discografia che preferisci?
“The Awakening” di York, del 1997: credo sia stata la prima traccia trance ad incorporare il suono di una chitarra reale. Successivamente ATB e molti altri la copiarono o ne rimasero ispirati. Come ho detto prima, a me piace esplorare nuove combinazioni sonore ed il miglior complimento che si possa ricevere è diventare motivo di ispirazione per gli altri.

Se dovessi scegliere invece i tre brani degli anni Novanta più rappresentativi?
“Café Del Mar” di Energy 52 (1993), per l’incredibile sequenza di ritmo e melodia, “Insomnia” dei Faithless (1995), uno dei più grandi anthem di tutti i tempi, ed “Offshore” di Chicane (1996), perché segnò l’avvio della progressive trance, il mio genere preferito ancora oggi.

(Giosuè Impellizzeri)

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Marmion – Berlin EP (Superstition Records)

marmion-berlin-ep1993: la techno, dopo i primi anni di “rodaggio” ed europeizzazione, rivela tutta la sua carica dirompente. Rispetto a quella giunta dall’altra parte dell’Atlantico si contamina con nuovi suoni ed influenze e si trasforma nella colonna sonora dei giovani che cercano di rompere il più possibile col passato. La techno infatti è musica nuova, che non vuole assomigliare in modo diretto a qualcosa di già noto, perché intende indicare una “nuova via”, The Sound Of The Future come recitava il payoff di una delle più note case discografiche italiane di quegli anni, la bresciana Media Records. Dalla manipolazione della techno nasce una variante, la trance, che tira dentro dosi preponderanti di melodia ma non di quella che si fischietta sotto la doccia. La trance dei primissimi anni Novanta è musica dal forte impatto almeno quanto lo è la techno, e seduce l’ascoltatore con componenti che smussano le asperità dei groove più furiosi mediante vellutate presenze di lead e pad evocativi, che inducono allo stato di trance per l’appunto, dividendo l’ispirazione con l’ambient più intenso ed emozionale.

In questo quadro fatto di sovrapposizioni sonore si inseriscono a pieno titolo i Marmion (i DJ tedeschi Marcos Lopez e Mijk Van Dijk) che nella primavera del 1993 pubblicano l’EP di debutto sulla Superstition Records di Tobias Lampe. «Incontrai Marcos all’università. Studiavamo entrambi giornalismo a Berlino ed esplorammo insieme la prima scena acid house della città» racconta oggi Mijk Van Dijk, presente nella lista di DJ menzionati dagli Scooter in uno dei loro pezzi più popolari, “Hyper Hyper”. «A Marcos piaceva particolarmente un brano che avevo pubblicato per la MFS qualche mese prima, “High On Hope” di Microglobe, e mi propose di realizzare insieme un remix che poi prese il nome di MDML-Version (MDML è l’acronimo di Mijk Van Dijk Marcos Lopez, nda) e che fu la prima cosa che facemmo insieme in assoluto. Da lì decidemmo di continuare a collaborare per dare vita a brani inediti che videro luce attraverso il progetto Marmion.

In un primo momento avremmo voluto pubblicare il “Berlin EP” sulla Harthouse giacché Marcos era originario della zona di Francoforte e desiderava far uscire il disco su un’etichetta della sua regione. Inviammo “T-Dancer”, il primo che completammo, e si mostrarono abbastanza interessati ma il responso fu esattamente opposto quando ascoltarono “Schöneberg” e ci scaricarono in un baleno. Ai tempi Mark Spoon ricopriva ruolo di A&R tedesco per la R&S e ci offrì un contratto con l’etichetta belga di Renaat Vandepapeliere. Accettammo felicemente ma dopo qualche giorno ci rendemmo conto che Vandepapeliere avrebbe voluto pubblicare l’EP non sulla blasonata etichetta del cavallino bensì sulla sublabel ETC, assai meno nota. L’idea non ci piaceva per niente e rifiutammo ritrovandoci nuovamente senza contratto. Poche settimane dopo incontrammo Henry Stamerjohann (che nel 1993 pubblica un disco su Harthouse come Aurin, nda) il quale ci informò che un amico comune, Tobias Lampe, stava aprendo una nuova etichetta ad Amburgo, la Superstition Records. Pensammo quindi che offrire a lui la nostra prima produzione fosse la cosa giusta da fare perché essendo un amico ci faceva stare tranquilli. Il “Berlin EP” fu il quarto ad essere pubblicato su una label praticamente sconosciuta ma da lì a breve arrivarono Jens col “Glomb EP” (che includeva la nota “Loops & Tings”, nda), gli Azid Force (Oliver Lieb e Pascal F.E.O.S), i Paragliders (Oliver Lieb e Torsten Stenzel) e Kid Paul trasformandola in una delle etichette più hot della Germania».

Marmion (1996)

I Marmion immortalati in una foto scattata nel 1996

Curiosamente a trainare il “Berlin EP” è proprio il brano bocciato dalla Harthouse, “Schöneberg”, contraddistinto da un incalzante ritmo in cui figura qualcosa che rimanda a Lil Louis. A fare la differenza però non è tale citazione ma l’alchimia tra suoni techno e paradisiaci vortici melodici che prendono il sopravvento nel corso della stesura. «Qualche tempo prima feci una serata con Marcos al Bunker di Berlino e quando misi “Blackout” di Lil Louis il pubblico andò in visibilio. Il lunedì successivo in studio discutemmo su quel particolare momento e creammo un bassline molto simile attraverso un preset di una tastiera Yamaha, la stessa che usò Lil Louis per il suo brano. I sample provenivano da un campionatore Yamaha TX16W, il sequencer era Cubase installato su un computer Atari ST, gli accordi dei break invece furono generati con un Roland Jupiter-6 che un altro mio collaboratore aveva fortunatamente preso in prestito per poche settimane. Il tutto fu mixato su un banco Roland M24-E. Rimanemmo chiusi in studio a comporre per circa dodici ore e riversammo i pezzi su DAT a notte inoltrata. Il mattino seguente riascoltammo ogni brano a mente fresca ritrovandoci particolarmente delusi da alcuni suoni. Avremmo voluto rifare interamente il mixaggio ma purtroppo il banco era già impegnato per un altro progetto da quel collaboratore a cui facevo prima riferimento. Così (per fortuna direi) tutto rimase come lo si può ascoltare nell’EP. Il titolo invece subì una radicale modifica: inizialmente avremmo voluto chiamarlo “A Little Japanese Boy Having A Good Time While Sailing From A Sea Of Ecstacy Into The Peaceful Harbour Of Harmony” ma ci rendemmo conto che era troppo lungo e così optammo per “Schöneberg”, il quartiere dove si trovava lo studio. “T-Dancer” invece era un titolo ispirato dai Gay Teadance, party domenicali per omosessuali in cui Marcos suonava spesso come DJ. Ai tempi amavamo il progetto E-Dancer di Kevin Saunderson e un giorno Marcos ironizzò dicendo che l’inno per il Gay Teadance avrebbe dovuto chiamarsi “T-Dancer”. Così creammo il brano tenendo a mente proprio quegli eventi che si svolgevano la domenica a Berlino. “Marmions Island (Part 1: The Landing)” nacque con un preciso intento: avevo bisogno di un intro per cominciare i miei set in discoteca, quindi ne approntai uno dotandolo di una parte finale con un basso della Roland TB-303 che doveva servire come guida per inserire il beat del disco successivo e quindi facilitami il mixaggio. Infine “The Secret Plant”, ispirata dal crescente interesse che Marcos nutriva per i suoni tribali. Fu parzialmente programmata da lui su una drum machine Roland R-8, che poi era quella da cui estrapolavamo gran parte dei suoni per i beat dei Marmion. In seguito la completammo insieme nel mio studio e l’effetto finale era piuttosto diverso dalle altre tracce. A Jeff Mills piacque moltissimo quel pezzo».

Nel 1993 l’EP viene ripubblicato in Inghilterra dalla Solid Pleasure ma è nel 1994 che avviene qualcosa di grosso: la Urban, sublabel dance del gruppo Universal, mette le mani su “Schöneberg” che rilancia come singolo anche in CD, formato ai tempi usato pochissimo dai DJ (e quindi prevedendo un pubblico ben più ampio) aggiungendo il remix di Kid Paul a cui seguono, due anni più tardi, altre versioni ad opera di Man With No Name, Tony De Vit e Simon Parkes ed una nuova (ed importante) licenza, sulla Hooj Choons nota per aver lanciato Felix. Nel 1997 è tempo di ulteriori rivisitazioni, tra cui quella di John Acquaviva, e la ripubblicazione sulla FFRR, e ad inizio nuovo millennio ne giungono ancora altre tra cui quelle dei Technasia, di Thomas Schumacher e di Chris Carrier. Un tripudio insomma, a dispetto del giudizio giunto qualche anno prima dalla sede della Harthouse. «Quando la Urban rilevò il brano chiese nuovi remix ed uno lo realizzammo anche noi basandoci sui suoni che adoperammo maggiormente durante i rave a cui partecipammo nel 1994. A venirne fuori fu una versione più veloce ed energica, la Marmion Remix, che ottenne grandi riscontri nel Regno Unito dove era considerata una delle tracce-chiave di uno stile ribattezzato “nu energy”. Molti inglesi sono ancora convinti che il Marmion Remix sia l’originale! Credo comunque che la versione di partenza si sia scrollata di dosso gli anni e possa ancora essere suonata nei set contemporanei. Giusto qualche giorno fa un amico mi ha fatto notare che Armin van Buuren ha inserito, nell’episodio 790 di A State Of Trance, la versione originale di “Schöneberg” dichiarando che fu uno dei brani che lo spinsero a diventare un DJ trance. Non ho mai saputo quante copie abbia venduto esattamente né tantomeno in quante compilation sia stato inserito. I remix più recenti, tra cui quelli di Hell ed Abe Duque, risalgono al 2010: probabilmente è tempo di realizzarne di nuovi».

Scene magazine

I Marmion conquistano la copertina del magazine australiano Scene ad ottobre 1996

Dopo il primo fortunato EP, la storia dei Marmion prosegue attraverso altri tre dischi, “Three After Midnight”, “Five Years & Tomorrow” e “Best Regards” che nel 1999 saluta i fan in modo formale, così come si usa fare nelle comunicazioni scritte. «Nel corso degli anni Novanta abbiamo seguito individualmente direzioni diverse: Marcos si interessò alla psychedelic goa trance mentre io puntai alla techno. Questa “biforcazione” fu esternata già nel 1996 attraverso i remix di “The Spark, The Flame & The Fire”. Ero più vicino alla trance ad inizio decennio, quando fui coinvolto in alcune delle primissime registrazioni etichettate come “trance” dalla MFS, la casa discografica che ha pubblicato gli ultimi due 12″ dei Marmion. In particolare segnalo la compilation del 1992 “Tranceformed From Beyond” che mixai con l’amico Cosmic Baby, la prima di quel genere a quanto io sappia. Ai tempi l’idea di trance era fondata essenzialmente sulla forza e sulla ripetitività ossessiva del ritmo come motore per il corpo e sulla profondità dei suoni per illuminare la mente. Purtroppo il concetto fu stravolto e la trance divenne progressivamente un fenomeno pop già alla metà degli anni Novanta, trasformandosi in qualcosa di fin troppo prevedibile per i miei gusti. Il termine stesso “trance” è stato oggetto di ricollocazioni stigmatizzabili da parte di produttori, label e negozi come Beatport che preferiscono taggare brani con una parola piuttosto che con un’altra solo in base ad un interesse commerciale. Per tale ragione molti termini oggi sono puramente posticci e non rappresentano esattamente ciò per cui vennero coniati».

Al di fuori di Marmion, l’attività di Lopez appare discontinua al contrario di quella di Mijk Van Dijk che incide vari album e molti singoli tra cui “More”, portato in Italia nel 1997 dalla GFB della citata Media Records. La sua produttività si esterna anche mediante numerose collaborazioni con artisti come Tanith, Toby Izui, Namito, Hell, Robert Babicz, Florian Schirmacher e Takkyu Ishino a cui ora si somma quella con la cantante Jette von Roth, già vocalist per Kaycee e Schiller. Insieme creano il duo a glow, particolarmente vicino ad ambient/downtempo con qualche occhiata allo stile di Björk riscontrabile in “Perfect” uscito da pochissimi giorni. «Iniziammo a collaborare già nel 2010 per “The Ashes Of Our Dreams” che firmai come Plato sull’etichetta olandese Big & Dirty, e nello stesso periodo cantò due brani del primo EP pubblicato come Mijkfunk. Jette ha inciso pure due magnifici album sulla Roter Punkt, e in quelle occasioni ha collaborato con un amico comune, Harald Blüchel alias Cosmic Baby che recentemente ha ricominciato a comporre musica e ad esibirsi dal vivo. Nell’EP infatti c’è pure un suo fantastico remix. A gennaio usciranno ulteriori versioni di “Perfect” realizzate dagli amici della Liquid Sky Berlin (Dr. Walker, Omsk Information, ADSX e Sense) mentre a febbraio toccherà al secondo singolo accompagnato da uno spettacolare video diretto da Uli Sigg, visual artist di Colonia. L’album invece sarà pronto per l’autunno 2017». (Giosuè Impellizzeri)

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