Tiger & Woods – A.O.D. (Running Back)

Tiger & Woods - A.O.D.Il fil rouge dell’avventura ormai decennale di Tiger & Woods è senza dubbio l’ironia. Iniziano nel 2009, con un nome che rimanda parodisticamente al celeberrimo golfista statunitense, attraverso una serie di EP white label su Editainment, etichetta fittizia su cui appaiono anche altri arcani artisti sotto spassose sembianze (Cleo & Patra, Pop & Eye, River & Phoenix, Det & Ari, Boe & Zak, Shangri & La) a rimarcare ancora la voglia di non prendersi troppo sul serio contrastando la mania di protagonismo innescata da lì a breve dai social network. Già perché di Tiger & Woods, per un bel po’, si è saputo davvero poco e nulla, seppur entrambi avessero maturato anni di esperienza, mai usati come grimaldello per aprire nuove porte. Un sodalizio con cui Marco Passarani e Valerio Del Prete sono ripartiti da zero assumendo una nuova identità. «Tutto nacque a Barcellona, insieme a Gerd Janson, prendendoci amichevolmente gioco di un’etichetta di New York, la Golf Channel Recordings, della quale non riuscivamo a trovare un disco fondamentale, “R+B Drunkie” di Mark E» raccontano oggi. Insomma, niente di pianificato a tavolino e precostruito, in netta antitesi con quanto ora avviene troppo spesso nel mondo discografico, dove di spontaneo pare non essere rimasto praticamente nulla.

Tiger & Woods dimostrano presto di essere degli assi nel sampling creativo e di saper far rivivere musica dispersa nei meandri della memoria, condendo il tutto con l’immancabile dose di humor. Con questi presupposti edificano il terzo album, “A.O.D.”, parodia dell’AOR – Adult Oriented Radio / Adult Oriented Rock, che questa volta è un acronimo vero e non apparente come il “W.O.W.” di Passarani (di cui abbiamo parlato qui). Il divertissement fonetico vuole quindi veicolare un preciso messaggio? «Già da un po’ di tempo stavamo cercando nuove soluzioni per celebrare, ma soprattutto rinnovare, la formula che ci ha accompagnato per i dieci anni del progetto Tiger & Woods» spiegano. «Nonostante viviamo poco di ricordi e vediamo sempre la contemporaneità delle cose, ci siamo accorti che nell’arco di questo decennio è successo davvero di tutto, ed alcuni dei giovanissimi che ci seguivano nel 2009 sono diventati adulti. Senza soffermarci sulle nostre esperienze ed età (facciamo sempre finta di essere adolescenti!), intendevamo rappresentare la lunga militanza con un disco speciale godibile anche per questi “nuovi adulti”, magari in forma diversa rispetto a quella legata al clubbing più tradizionale. Eravamo alla costante ricerca di nuove soluzioni, e quale migliore occasione se non quella di incidere un disco differente, che mettesse in risalto la parte più emozionale del nostro messaggio? In una scena che ormai si ciba di novità all’esasperazione e in cui qualcosa di sei mesi fa viene vissuta come se fosse accaduta sei anni prima, abbiamo cercato di creare un contenuto più profondo e maggiormente legato alla “maturità” ed alla stabilità. Ciò equivale ad un suono più “adulto” e disconnesso dall’isteria del nuovo a tutti costi. Così come la definizione AOR indicava una scelta diversa dalla musica programmata nelle radio convenzionali americane che imponevano certi standard stilistici e di durata, la trovata A.O.D., ovvero Adult Oriented Dance, vuole porsi come acronimo per simboleggiare un atteggiamento diverso, legato più all’intensità del messaggio e meno alla funzionalità del suono».

primi due album T&W

Le copertine dei precedenti album di Tiger & Woods, “Through The Green” (2011) e “On The Green Again” ( 2016)

Alla luce di questi concetti pare chiaro che tra “A.O.D.” e i precedenti due album, “Through The Green” (del 2011) e “On The Green Again” (del 2016), annodati uno all’altro dal titolo che rimanda al mondo golfistico, corrano sostanziali differenze. «Entrambi erano frutto di collezioni di brani, legati ancora all’immaginario divertente e giocoso creato intorno al mondo del golf» proseguono Passarani e Del Prete. «Di sicuro non si trattava di album veri e propri ma di raccolte di lavori di studio legati alle performance live. “A.O.D.” invece è il nostro primo vero album, un disco nato con un’idea facilmente leggibile attraverso tutte le tracce, il cui filo conduttore emozionale è lo stesso in ogni brano. Un viaggio attraverso memorie vissute (e non) di un percorso alla ricerca di un mega club che esiste (o forse no?) in un contesto totalmente italiano di provincia. Campagna, mare e montagna, sempre per trovare un mega edificio dove ballare». “A.O.D.” rivela inequivocabili richiami e rimandi al colorato mondo degli anni Ottanta, periodo seminale per il clubbing odierno e per la stessa dance elettronica. Dal synth pop cinematografico in stile Jan Hammer ed Harold Faltermeyer (“Kelly McGillis”, che prende il nome dall’attrice che affianca Tom Cruise in “Top Gun”) ad impronte italo disco (“1:00 AM”, “Salsaro Ete”) ulteriormente evidenziate in “The Bad Boys” con un sample quasi irriconoscibile preso da “When I Let You Down” di M&G. Uno scenario balearico si delina in “A Lovely Change” ad introduzione della parentesi slow motion con “Night Quake” e “Warning Fails”, il primo in chiave synthwave, il secondo una sorta di Carpenter sorridente, meno severo ed arcigno. Pelle d’oca poi quando suona “Forever Summer”, ma il titolo potrebbe essere fuorviante. Non aspettatevi una canzone da juke box in spiaggia bensì retrowave intrecciato al funk elettronico, con striature melodiche fascinosamente oniriche.

«L’intero disco è stato sviluppato in due posti diversi. La prima parte, ovvero la scrittura degli sketch di base, è avvenuta molto velocemente nel nostro studio. Abbiamo cercato di scrivere quante più idee nel più breve tempo possibile per assicurarci di avere un tessuto sonoro molto simile in tutto l’album. La seconda parte invece, quella dello sviluppo ed arrangiamento, l’abbiamo fatta nelle Marche in una fantastica villa di una nostra parente, nel bel mezzo della campagna maceratese, nel silenzio più assoluto, lavorando diciotto ore al dì per circa dieci giorni. Poi abbiamo ultimato missaggi e dettagli nel nostro studio, nuovamente a Roma. Oltre al solito Ableton che ci accompagna sempre insieme ai plugin della u-he, un ruolo importante in “A.O.D.” lo ha ricoperto il Novation Peak. Probabilmente a restare escluse dal disco sono state appena un paio di idee che potrebbero comunque tornarci utili per il live. Gerd Janson della Running Back, che pubblica il disco, è stato sempre dalla nostra parte. Gli avevamo anticipato che avremmo voluto fare un album diverso dai precedenti ed è stato molto contento del risultato ottenuto».

“A.O.D.” è, come detto prima, permeato di una atmosfera retrò, riscontrabile in più punti. L’info sheet attesta che sia pieno di citazioni tratte dal catalogo Full Time/Goody Music, e questa non è certamente una sorpresa visto che Tiger & Woods sono legati a doppio filo con suoni e soluzioni ritmico, melodiche ed armoniche desunte dal passato (e il remix di “Get Closer” di Valerie Dore, del 2017, ne è ulteriore conferma). «Ci è sempre piaciuto lavorare con matrici sonore appartenenti alle nostre radici» dicono a tal proposito. «In virtù di ciò però, purtroppo, siamo caduti spesso in un fastidioso malinteso che porta a limitare la nostra attività al solo edit di brani del passato. Stavolta quindi ci siamo andati giù pesante, pescando sette brani di un collettivo che amiamo e che fa parte della nostra identità territoriale, per poi decontestualizzarli del tutto all’interno del viaggio sonoro completamente diverso ed estremamente sintetico. Cosa potevamo fare per campionare qualcosa di vecchio ma evitare di finire nei crate delle edits? Abbiamo smontato la sorgente ancora più di prima, rallentandola di 15 BPM e mettendoci sopra una vagonata di romanticismo melodico sintetico. Il nostro rapporto con l’italo disco? I musicisti dance nostrani del passato sono stati contemporaneamente geniali e naïf, innovativi e conservatori, stilosi e grossolani. Insomma, quel fantastico contrasto italiano che descrive la nostra storia, non solo musicale. Più ascoltiamo quei dischi e più sentiamo la responsabilità di rappresentare questa arte nel miglior modo possibile».

Marabù, 1978 ed oggi

Immagini a confronto: in alto il Marabù nel 1978, in basso una recente foto che mostra le condizioni di totale abbandono in cui la discoteca versa da anni

Oltre al suono, anche la copertina di “A.O.D.” rimanda ad un periodo storico ben preciso. La foto mostra infatti uno scorcio del Marabù, la megadiscoteca di Cella, in provincia di Reggio Emilia, di cui restano solo le rovine (come si può vedere in tanti video online, come questo, questo o questo), analogamente a moltissimi altri locali italiani in auge tra anni Settanta, Ottanta e Novanta. Un’immagine commemorativa che intende ricordare un passato ormai dissoltosi? «La fotografia in questione fu scattata da Antonio La Grotta e pubblicata nel suo libro “Paradise Discotheque”. L’abbiamo utilizzata col suo permesso per rappresentare, simbolicamente, la memoria di quel mondo di club enormi ed autoritari che imperavano durante la nostra adolescenza. Un mondo fatto di megalocali nascosti nella campagna, in attività quando anche il solo viaggio per raggiungerli diventava un’esperienza vera e propria ed un rituale quasi religioso. La foto del Marabù e del suo interno allo stato attuale ci ha colpiti particolarmente e crediamo sia un’ottima rappresentazione di tale ricordo e memoria. Quelle macerie nascondono segreti, storie, sorrisi, pianti, battaglie, balli, sogni e delusioni. Troppa roba per essere abbandonata così e non raccontata».

Un disco evocativo dunque, sia nei suoni che nelle immagini, quello edificato da Passarani e Del Prete, seriamente intenzionati a fondere passato e presente ma senza eccedere in malinconia e nostalgia per tempi e cose che, per ovvie ragioni, non esistono più. La contemporaneità va vissuta e, è bene rimarcarlo, può riservare anche emozioni elettrizzanti. «Di momenti fantastici ne abbiamo vissuti tantissimi nel decennio di Tiger & Woods, su tutti l’aver messo i dischi alla festa privata degli All Blacks, in Nuova Zelanda, la sera dopo la vittoria della coppa del mondo di rugby. Bere birra dalla Rugby World Cup insieme a Dan Carter, che cercava di metterci al suolo in tutti i modi e che fino a due ore prima non sapevamo neanche chi fosse, è stato uno dei picchi assoluti della nostra carriera di … golfisti. Per il 2019 abbiamo pianificato moltissimi progetti e diversi dischi solisti. Con Tiger & Woods, dopo l’uscita dell’album prevista per il prossimo 12 aprile, ripartiremo con il live show che diventerà nuovamente la performance principale del nostro duo». (Giosuè Impellizzeri)

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Blastromen – Cyberia (Dominance Electricity)

Blastromen - CyberiaI Blastromen, dalla gelida Finlandia, non hanno inventato nulla di nuovo ma stanno portando l’electro ad un nuovo livello, somigliante a quella delle origini ma non passivamente replicante. Insieme ufficialmente dal 2004, anno in cui la piccola X0X Records pubblica “Robot Aggression”, il loro EP di debutto, Mika Rosenberg e Sami Koskivaara dimostrano di aver imparato bene la lezione impartita dai Kraftwerk, tra i loro principali mentori ed ispiratori. «Iniziammo a creare le prime tracce electro tra 2002 e 2004 ed alcune di esse finirono in quell’EP» racconta Koskivaara. «Quando l’etichetta ci diede l’ok si presentò la necessità di coniare un (nuovo) nome d’arte che riflettesse concetti legati al futurismo e allo spazio. Ne cercammo uno incisivo e naturalmente mai usato prima di quel momento, ed optammo per Blastromen che avrebbe così rappresentato la nostra nuova avventura musicale dopo l’esperienza nella techno e nell’ambient sperimentale, generi a cui ci accostammo come AM». Segue Rosenberg: «Ci conosciamo sin da bambini, lavorare insieme è stata una cosa quasi naturale. Non abbiamo mai sentito il bisogno di scendere a compromessi per connettere le rispettive prospettive artistiche. Intorno al 2002 c’erano un mucchio di artisti che nel nome includevano il suffisso “tron” o “tronic”, quindi cercammo di escogitare qualcosa che potesse rappresentarci bene e non farci rischiare di essere confusi in quel marasma. Non nascondo che per arrivare a Blastromen ci mettemmo un bel po’ ma alla fine fummo totalmente soddisfatti della scelta. Stilisticamente invece, la strada maestra era la tradizionale electro ma l’intento, sin dall’inizio, è stato evolverla. A quasi un quindicennio di distanza, direi che siamo riusciti a generare un sound crossover di influenze plurime, seppur localizzato ancora nell’electro».

Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila l’electro vive un momento di grande rivalutazione, trainata dall’ondata electroclash che infiamma gli animi dei nostalgici e dei più giovani. In tantissimi si buttano a capofitto in quel genere, dimenticato dopo i fasti nei primi anni Ottanta con Afrika Bambaataa, Hashim, Newcleus, The Jonzun Crew, Egyptian Lover o Man Parrish, e lo rivitalizzano, alcuni con risultati particolarmente intriganti ed ammirevoli. «Ho sempre apprezzato la musica nella globalità, spaziando dalla classica alle moderne avanguardie, dal synth pop al jazz e al progressive rock. In ambito prettamente electro, Anthony Rother, Mr. Velcro Fastener, I-F ed Imatran Voima mi hanno influenzato in maniera più netta rispetto ad altri» dice Koskivaara. Background simile quello di Rosenberg che ammette di avere un debole per il nu metal e persino per il rap e il pop mainstream. «Oltre agli artisti già citati da Sami, menzionerei anche il breakbeat e il big beat di artisti affermati negli anni Novanta, come i Prodigy. Abbozzammo i primi demo tra 1994 e 1995 coi tracker installati sull’Amiga 500, OctaMED per comporre e ProTracker per campionare. Fu un periodo veramente entusiasmante, pieno di esperimenti stilistici di ogni tipo ed applicati anche alla musica pop, ma per noi le priorità restavano electro e techno. Non nascondo che sogno di dedicarmi ancora alla techno e il giorno in cui accadrà potrebbe non essere neanche così lontano».

“Cyberia” è il terzo LP che i finnici incidono per la tedesca Dominance Electricity, che lo commercializza su CD e doppio 12″, inclusa una Deluxe Edition su vinile rosso e con poster allegato, ma come detto prima a tenerli a battesimo è la X0X Records con base a Turku, ancora attiva ma piuttosto discontinua nelle pubblicazioni. «Nel 2010 inviammo il demo del nostro primo album, “Human Beyond”, alla Dominance Electricity che ci propose subito un contratto per la pubblicazione» spiega Koskivaara. E continua: «La X0X Records resta un’etichetta incredibile che in catalogo annovera molte uscite iconiche e che preferisce la qualità alla quantità». Rosenberg aggiunge: «Probabilmente ad influenzare la nostra decisione di proseguire con la Dominance Electricity derivò proprio dalla maggiore operatività dell’etichetta tedesca. Contare su una struttura che possa pubblicare musica in modo più veloce fornisce maggiori stimoli ma non abbiamo troncato i rapporti con la X0X Records, siamo ottimi amici col label manager Kalle Karvanen».

Blastromen

I Blastromen in versione live, con tute ed occhiali in puro stile sci-fi

Musicalmente “Cyberia” si inserisce nel percorso tracciato da “Human Beyond” del 2010 e proseguito con “Reality Opens” del 2013. Ingredienti principali restano suoni di matrice electro (bassline spezzettati, melodie ed arpeggi di derivazione synthwave, ambientazioni sci-fi), magistrali parti vocali al vocoder e ritmiche più complesse rispetto alla tipica programmazione di una TR-808, protese verso una forma di breakbeat ibridato con l’electro. Tra i punti di forza si evidenziano “Load Reload”, “Outsider”, “Unite Arise” e “Light Traveler”, a rappresentare bene una customizzazione electroide. «Rispetto ai due precedenti dischi, in “Cyberia” sono finiti brani realizzati parecchio tempo fa, rimasti nel cassetto e che avevamo quasi dimenticato, opportunamente rimaneggiati ed aggiornati come se fossero nati e concepiti nel 2018» rivela Koskivaara. «Abbiamo fatto leva pure su parecchia improvvisazione adoperando strumenti come Roland Jupiter-6, Oberheim Matrix 1000, Roland JX-3P, Access Virus, Novation Bass Station, registratori a cassetta ed altre diavolerie elettroniche. Acid Hausmeister, in “Outsider”, ha “incastrato” la nostra TB-303 nel suo synth hardware per ottenere qualcosa di unico. Il risultato è un mix di suoni e tecniche differenti ma sempre legate al nostro concept del futuro ignoto e dell’intelligenza artificiale». Rosenberg aggiunge: «Abbiamo dato spazio a brani più atmosferici (la title track “Cyberia”, “Eternity”, “Dream”, nda), non soffermandoci solo sul lato più banger. Questo album ci ha fornito lo spunto per recuperare alcuni elementi originariamente usati dalla radio nazionale finlandese (rielaborati ad hoc con un vecchio tape recorder) e persino una melodia che scrivemmo nel lontano 1996 finita in “Into The Void”. È difficile stabilire quindi quanto abbiamo impiegato per completarlo perché contiene cose ideate e composte parecchio tempo fa. Per riorganizzarle ci abbiamo messo circa quattro anni. La copertina è stata studiata appositamente, Falk Klemm del team The Zonders ha fatto un lavoro straordinario mettendo insieme numerose foto e trasformando graficamente il nostro messaggio sonoro».

L’attività dei Blastromen non si riduce a quella in studio di registrazione. I due finlandesi sono anche live performer e il loro approccio all’apparizione pubblica ricorda parecchio i Kraftwerk di fine anni Novanta, con tute ed occhiali fluorescenti, in linea con le classiche visioni fantascientifiche letterarie e cinematografiche. «Nei nostri live cerchiamo di trasmettere costantemente energia e i Kraftwerk sono tra i personaggi-chiave che ci hanno maggiormente influenzato anche a livello visivo. Il loro live in 3D è incredibile» dicono. Con un bagaglio sonoro multiforme e plurisfaccettato, i Blastromen si confermano quindi tra gli act europei più incisivi in ambito electro e conquistano con merito un posto di rilievo nella scena finlandese ben descritta da Tero Vuorinen nel documentario “Machine Soul” (analizzato qui), proprio di recente colpita purtroppo da un altro inaspettato lutto. Dopo Mika Vainio infatti è prematuramente scomparso pure Perttu Eino Häkkinen dei citati Imatran Voima, a cui i Blastromen hanno dedicato in sua memoria la loro versione di “Commando” poche settimane fa. (Giosuè Impellizzeri)

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