Firefly – Love Is Gonna Be On Your Side (Mr. Disc Organization)

Firefly - Love Is Gonna Be On Your SideAlla fine degli anni Settanta il fenomeno della disco music è all’apice. Come scrive Albert Goldman in “Disco”, «”La Febbre Del Sabato Sera” fissa un nuovo standard per il successo commerciale e la relativa colonna sonora vende il doppio di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles. La disco diventa un’industria da quattro miliardi di dollari l’anno, coi suoi privilegi, le pubblicazioni, le top 40, le regole di vendita, i cataloghi di accessori speciali e l’accesa competizione degli agenti di marketing che aspirano a trasformare ogni scantinato o tavernetta d’America in una minidiscoteca». Con un effetto stile tsunami, la proto club culture investe il mondo intero, Italia compresa dove le case discografiche si organizzano per cavalcare al meglio la moda del momento.

«All’epoca quasi tutte le formazioni disco, specialmente quelle europee, prevedevano l’uso di modelli – come illustrato in questo reportage, nda – e non di musicisti sulle copertine dei dischi» ricorda oggi Maurizio Sangineto, noto come Sangy. «Io però decisi di andare controcorrente e, ispirato dai mitici Earth, Wind & Fire, ci misi la faccia optando per un nome che “suonasse” bene e fosse internazionale. Assieme a me, inizialmente, comparve solo la cantante Manu Ometto a cui in seguito si aggiunse Rolando Zaniolo in arte Jay Rolandi».

Firefly (1981)

La formazione iniziale dei Firefly, nel 1981: insieme a Maurizio Sangineto (a sinistra) ci sono Manuela Ometto e Rolando Zaniolo alias Jay Rolandi

Sangineto è tra i fondatori di una delle prime band disco italiane, i Firefly, che debuttano nel 1979 col singolo “Do It Dancin'”. La sua prima esperienza discografica però risale all’anno prima quando incide l’album “Steps”, oggi particolarmente ambito dai collezionisti. «Il mio primo progetto musicale fu proprio quell’album strumentale, realizzato con un gruppo di (ottimi) musicisti fusion della mia città, Vicenza, e firmato col mio nome, seppur sintetizzato semplicemente in Sangi. Era frutto della mia passione per il jazz, per la musica di Morricone, di Santana e di George Benson, per il funky e il progressive rock, una strana mistura insomma. Si trattò di un’autoproduzione perché nessuna casa discografica di allora si mostrò interessata ma, nonostante la tiratura limitata ad appena poche centinaia di copie, fu un enorme apripista per la mia carriera musicale, oltre ad essersi trasformato in un cimelio per i collezionisti. Molto suonato in Rai in innumerevoli sigle radiofoniche e televisive, giunse all’orecchio di un regista lombardo, Giorgio Cavedon, che mi commissionò la colonna sonora del film “Ombre” con Monica Guerritore che all’epoca era una vera star. Nel film era prevista una scena ambientata in discoteca e il regista mi chiese se preferissi un brano di repertorio o se potessi scriverne uno ad hoc. Siccome le sfide mi sono sempre piaciute, decisi di provarci. Il pezzo che composi era l’embrione di quello che produssi subito dopo insieme all’amico Maurizio Cavalieri, “Do It Dancin'” dei Firefly».

Con quel brano, stilisticamente ubicato tra funk, disco e soul, Sangineto inizia a prendere le misure del mercato ma non scimmiottando banalmente le hit che giungono dall’estero. Il musicista ha le idee ben chiare e lo dimostra subito incidendo, nel 1980, l’album eponimo dei Firefly da cui viene estratto “Love Is Gonna Be On Your Side”, pietra miliare dell’italian disco e singolo di maggior successo della formazione veneta. Funk, soul e disco restano le coordinate entro cui la band si muove con indiscussa maestria, raccogliendo successo anche negli States dove il brano viene ripubblicato dalla Emergency Records di Sergio Cossa che, da lì a breve, stamperà il seminale “Feels Good (Carrots & Beets)” di Electra prodotto da un altro italiano, il fiorentino Franco Falsini intervistato qui. Insomma, disco “nera” fatta da bianchi, e sebbene i tempi non fossero più particolarmente propizi per la disco (si pensi alla Disco Demolition Night del luglio ’79 o alla chiusura dello Studio 54 nel 1980), i Firefly riescono ad imporsi sulla piazza internazionale in virtù di quella che Sangineto definisce «una totale uniformità di livello rispetto agli standard più sofisticati dell’epoca, pur essendo una produzione totalmente made in Italy. Nemmeno i Change, che all’epoca erano sulla cresta dell’onda e per i quali nutrivo grande rispetto e ammirazione, potevano considerarsi realmente italiani perché prodotti negli States con cantanti americani. Noi fummo dei veri outsider, scambiati a tutti gli effetti per una band internazionale. “Love Is Gonna Be On Your Side” faceva parte, ma col titolo “Love And Friendship”, del primo album dei Firefly realizzato in circa due mesi di lavoro. Le registrazioni le facemmo a Roma presso lo Studio TM di Toto Torquati, immenso musicista che suonò tutte le tastiere presenti nel disco. Ce lo stampammo da soli su Mr. Disco, etichetta creata da me e Maurizio Cavalieri, mio socio nell’intero progetto. In Italia, inizialmente, fu accolto con timidezza ma poi, quando arrivarono con stupore le notizie dei primi posti raggiunti nelle classifiche americane, cambiò tutto».

Billboard, 1981

“Love Is Gonna Be On Your Side” al terzo posto della classifica americana stilata da Billboard, nel 1981.

Come anticipato prima, quando il brano viene lanciato come singolo cambia titolo e da “Love And Friendship” diventa “Love Is Gonna Be On Your Side”. «Ci rendemmo conto di quanto fosse forte il ritornello e a quel punto preferimmo trasformarlo nel titolo stesso della canzone» spiega a tal proposito Sangineto. «Il “Love And Friendship” scelto quando uscì l’album rispondeva ad una sorta di concept, una riflessione musicale sulla differenza tra amicizia ed amore». A cambiare nome qualche tempo dopo è pure l’etichetta che da Mr. Disco diviene Mr. Disc Organization. Provvidenziale anche in questo caso è il chiarimento di Sangy, diventato uno specialista di naming (si veda http://www.thenamespecialist.com): «Decisi di ideare un nuovo nome per uscire dal gap della disco music che, nei primi anni Ottanta, iniziò ad essere vista con sospetto e scarsa considerazione. La parola “Disco” venne accorciata in “Disc”, divenendo così semplicemente il termine tecnico con cui si definisce internazionalmente il supporto fonografico e non più il genere musicale. La O finale invece si trasformò nella iniziale di Organization, a richiamare anche la mitica Chic Organization. Un piccolo “gioco di prestigio” che diede nuovo slancio e potenzialità all’etichetta, senza i limiti emersi dallo schierarsi dichiaratamente come “disco music”».

Sangy al Sandy's Recording Studio (1983)

Sangineto nel Sandy’s Recording Studio di Sandy Dian, nel 1983

I Firefly incidono quattro album ma Sangineto non prende parte all’ultimo, “Double Personality”, uscito nel 1984 e registrato presso il Sandy’s Recording Studio di Sandy Dian. «In quel periodo iniziò ad arrivare tanta musica britannica in stile pop elettronico con meno elementi funky, ma non intendevo affatto assecondare quel trend. Quando fu deciso di estrarre, da “Firefly 3”, il singolo “Don’t Be A Fool” che non condividevo affatto come gusto musicale e a cui peraltro non avevo neanche partecipato alla composizione, uscii dal gruppo. Sentivo l’esigenza di andare in un’altra direzione» spiega il musicista.

«Lasciati alle spalle i Firefly, decisi quindi di dare libero sfogo alla mia passione per la musica funky creando, insieme all’amico Flavio Botta alias Bottmann, The Armed Gang, un progetto ex novo, ma anche quello fu un caso limite. Mai nessuno, in Italia, aveva composto musica funky più black di così e nessuno infatti pensò che fosse una produzione italiana. A dire la verità i cantanti, Joe Beach, Kenny Claiborne e James Otis White Jr, erano tutti americani e di colore, conosciuti alla base NATO di Vicenza. Da noi il momento non era più favorevole per quel genere ma all’estero l’album divenne un autentico cult. In Brasile, ad esempio, raggiunse i primi posti delle classifiche scavalcando persino Michael Jackson e diventando la colonna sonora delle telenovelas più seguite.

Sangy & The Armed Gang

Sangineto insieme a Kenny Claiborne e Joe Beach del progetto The Armed Gang (1983)

Nel frattempo Firefly, passato nelle mani dell’etichetta romana Full Time, naufragò ed io ne raccolsi le ceneri acquistando l’intero catalogo. La Full Time guidata da Claudio Donato rilevò invece la proprietà della Mr. Disc Organization. Il singolo “Falling In Love”, uscito a metà anni Novanta, fu un mio timido tentativo di dare un seguito a quel progetto ancora con la voce di Jay Rolandi (che in quel periodo entra nella formazione dei Co.Ro. cantando brani come “4 Your Love”, “I Just Died In Your Arms Tonight”, “Temptation” e “Get Over It”, nda) ma non ero più realmente immerso nella musica perché nel contempo avevo aperto la mia casa di produzione video e non riuscii quindi a seguire l’iniziativa come avrei voluto».

Nonostante il synth pop e le sonorità più marcatamente elettroniche non rientrino nei suoi gusti, Sangineto finisce con cedere all’italodisco che prende il posto dell’italian disco intorno al 1983, proprio sul modello britannico. «In pochi lo sanno, ma il passaggio dalla disco, perlopiù americana e capitanata da grandi nomi come Chic, Earth, Wind & Fire o Commodores, all’italodisco avvenne per motivi economici e non musicali. Sino agli inizi degli anni Ottanta tutti i dischi di quel genere arrivavano d’importazione dagli States. Ad un certo punto però, nel giro di pochi mesi, il cambio del dollaro passò dalle 800 lire a 1600 lire. Risultato? Crollo verticale delle importazioni di dischi dagli USA ed apertura verso produzioni europee e possibilmente italiane. Posso tranquillamente affermare che nessun musicista italiano di allora, tranne i Change, avesse una preparazione musicale “tosta” come quella necessaria per fare musica dance al pari di quella americana. Allora si fecero spazio i primi DJ che, interpretando magistralmente l’onda del cambiamento, iniziarono a produrre i loro dischi con largo uso di campionatori e con un gusto musicale spesso elementare, seppur efficace per far ballare il pubblico».

Sangy e James Otis White, 1983

Sangineto e James Otis White Jr. (1983)

Valery Allington, The Creatures, Vivien Vee, Amanda Lear e Passengers sono solo alcuni dei tanti progetti artistici a cui Sangy partecipa in un periodo in cui la “disco dance” italiana, così come viene gergalmente chiamata, si impone a livello nazionale e, in alcuni casi, anche all’estero. Etichette/distributori indipendenti come Discomagic e Il Discotto creano un vero impero economico che riesce a tenere testa persino alle multinazionali. «Mentre era in atto quel cambio epocale, dovetti giocoforza dividermi in due. Da una parte, sull’onda del successo internazionale di Armed Gang, continuai a sfornare produzioni funky come “Stop” di Valery Allington e “Baby Come On” di James Otis White Jr., diventate cult, ma dall’altra, in quanto professionista, dovetti accettare di mettermi in gioco anche sul nuovo fronte. Nacquero così una valanga di produzioni strette con DJ e discoteche, come ad esempio il progetto Cosmic o The Creatures. Per effetto del cambio favorevolissimo tra dollaro e lira, alcune etichette italiane che seppero cavalcare quel momento storico irripetibile fecero una valanga di denaro. Meritatamente dal punto di vista imprenditoriale, un po’ meno sotto l’aspetto prettamente musicale perché diedero spazio a progetti che di artistico avevano spesso molto poco. Nella stragrande maggioranza dei casi infatti i dischi giravano su quattro sequencer in croce e voci finte o persino stonate. Mi rendo conto che queste mie considerazioni possano far crollare qualche visione nostalgica del periodo ma la realtà, secondo me, è questa».

M&G

La copertina di “When I Let You Down” di M&G (Sensation Records, 1986)

Per una delle tantissime etichette della Discomagic di Severo Lombardoni, la Sensation Records, nel 1986 Sangineto realizza “When I Let You Down” di M&G, un brano oggi considerato tra i migliori di quell’enorme eredità/patrimonio lasciato dall’italodisco. Ristampato a più riprese nel corso degli anni, sfruttato melodicamente da Hyena Featuring Ricky Trauma per “I’ve Got To Dance” nel ’92, coverizzato da Fred Ventura nel 2007 e recentemente campionato da Tiger & Woods nell’album “A.O.D.” di cui abbiamo parlato qui, la versione originale del 12″ è stata oggetto di contese aste online. «A dimostrazione di quanto abbia appena raccontato, del progetto M&G non ricordo quasi nulla. Credo che l’artista, Mirko Galli, fosse un giovane DJ riminese, bisognoso di un supporto musicale di qualità. Per me fu una produzione di routine per cui non venne girato neanche un video ufficiale ma, contrariamente alla mia personale impressione, quel pezzo è diventato un mito e considerato uno dei più belli dell’italodisco, o almeno così leggo nelle migliaia di commenti che i fan di ogni parte del mondo scrivono su YouTube».

Dal passato al presente: nel 2018 Sangineto prende parte alla produzione di “Love 4 Love”, l’album che riporta in vita i Change del compianto Jacques Fred Petrus e Mauro Malavasi, dopo oltre trent’anni di silenzio. «Per me è stato un grande onore aver contribuito con un cameo al nuovo progetto Change, prodotto dall’amico Stefano Colombo. Mauro Malavasi e Davide Romani restano i migliori musicisti italiani di sempre. Mi dicono che il mio piccolo contributo di chitarra in stile Firefly abbia dato al brano “Hit Or Miss” quel qualcosa in più che lo ha reso una hit internazionale nel suo genere, e di questo non posso che esserne felice. E non è detto che la collaborazione si fermi qui». (Giosuè Impellizzeri)

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Tiger & Woods – A.O.D. (Running Back)

Tiger & Woods - A.O.D.Il fil rouge dell’avventura ormai decennale di Tiger & Woods è senza dubbio l’ironia. Iniziano nel 2009, con un nome che rimanda parodisticamente al celeberrimo golfista statunitense, attraverso una serie di EP white label su Editainment, etichetta fittizia su cui appaiono anche altri arcani artisti sotto spassose sembianze (Cleo & Patra, Pop & Eye, River & Phoenix, Det & Ari, Boe & Zak, Shangri & La) a rimarcare ancora la voglia di non prendersi troppo sul serio contrastando la mania di protagonismo innescata da lì a breve dai social network. Già perché di Tiger & Woods, per un bel po’, si è saputo davvero poco e nulla, seppur entrambi avessero maturato anni di esperienza, mai usati come grimaldello per aprire nuove porte. Un sodalizio con cui Marco Passarani e Valerio Del Prete sono ripartiti da zero assumendo una nuova identità. «Tutto nacque a Barcellona, insieme a Gerd Janson, prendendoci amichevolmente gioco di un’etichetta di New York, la Golf Channel Recordings, della quale non riuscivamo a trovare un disco fondamentale, “R+B Drunkie” di Mark E» raccontano oggi. Insomma, niente di pianificato a tavolino e precostruito, in netta antitesi con quanto ora avviene troppo spesso nel mondo discografico, dove di spontaneo pare non essere rimasto praticamente nulla.

Tiger & Woods dimostrano presto di essere degli assi nel sampling creativo e di saper far rivivere musica dispersa nei meandri della memoria, condendo il tutto con l’immancabile dose di humor. Con questi presupposti edificano il terzo album, “A.O.D.”, parodia dell’AOR – Adult Oriented Radio / Adult Oriented Rock, che questa volta è un acronimo vero e non apparente come il “W.O.W.” di Passarani (di cui abbiamo parlato qui). Il divertissement fonetico vuole quindi veicolare un preciso messaggio? «Già da un po’ di tempo stavamo cercando nuove soluzioni per celebrare, ma soprattutto rinnovare, la formula che ci ha accompagnato per i dieci anni del progetto Tiger & Woods» spiegano. «Nonostante viviamo poco di ricordi e vediamo sempre la contemporaneità delle cose, ci siamo accorti che nell’arco di questo decennio è successo davvero di tutto, ed alcuni dei giovanissimi che ci seguivano nel 2009 sono diventati adulti. Senza soffermarci sulle nostre esperienze ed età (facciamo sempre finta di essere adolescenti!), intendevamo rappresentare la lunga militanza con un disco speciale godibile anche per questi “nuovi adulti”, magari in forma diversa rispetto a quella legata al clubbing più tradizionale. Eravamo alla costante ricerca di nuove soluzioni, e quale migliore occasione se non quella di incidere un disco differente, che mettesse in risalto la parte più emozionale del nostro messaggio? In una scena che ormai si ciba di novità all’esasperazione e in cui qualcosa di sei mesi fa viene vissuta come se fosse accaduta sei anni prima, abbiamo cercato di creare un contenuto più profondo e maggiormente legato alla “maturità” ed alla stabilità. Ciò equivale ad un suono più “adulto” e disconnesso dall’isteria del nuovo a tutti costi. Così come la definizione AOR indicava una scelta diversa dalla musica programmata nelle radio convenzionali americane che imponevano certi standard stilistici e di durata, la trovata A.O.D., ovvero Adult Oriented Dance, vuole porsi come acronimo per simboleggiare un atteggiamento diverso, legato più all’intensità del messaggio e meno alla funzionalità del suono».

primi due album T&W

Le copertine dei precedenti album di Tiger & Woods, “Through The Green” (2011) e “On The Green Again” ( 2016)

Alla luce di questi concetti pare chiaro che tra “A.O.D.” e i precedenti due album, “Through The Green” (del 2011) e “On The Green Again” (del 2016), annodati uno all’altro dal titolo che rimanda al mondo golfistico, corrano sostanziali differenze. «Entrambi erano frutto di collezioni di brani, legati ancora all’immaginario divertente e giocoso creato intorno al mondo del golf» proseguono Passarani e Del Prete. «Di sicuro non si trattava di album veri e propri ma di raccolte di lavori di studio legati alle performance live. “A.O.D.” invece è il nostro primo vero album, un disco nato con un’idea facilmente leggibile attraverso tutte le tracce, il cui filo conduttore emozionale è lo stesso in ogni brano. Un viaggio attraverso memorie vissute (e non) di un percorso alla ricerca di un mega club che esiste (o forse no?) in un contesto totalmente italiano di provincia. Campagna, mare e montagna, sempre per trovare un mega edificio dove ballare». “A.O.D.” rivela inequivocabili richiami e rimandi al colorato mondo degli anni Ottanta, periodo seminale per il clubbing odierno e per la stessa dance elettronica. Dal synth pop cinematografico in stile Jan Hammer ed Harold Faltermeyer (“Kelly McGillis”, che prende il nome dall’attrice che affianca Tom Cruise in “Top Gun”) ad impronte italo disco (“1:00 AM”, “Salsaro Ete”) ulteriormente evidenziate in “The Bad Boys” con un sample quasi irriconoscibile preso da “When I Let You Down” di M&G. Uno scenario balearico si delina in “A Lovely Change” ad introduzione della parentesi slow motion con “Night Quake” e “Warning Fails”, il primo in chiave synthwave, il secondo una sorta di Carpenter sorridente, meno severo ed arcigno. Pelle d’oca poi quando suona “Forever Summer”, ma il titolo potrebbe essere fuorviante. Non aspettatevi una canzone da juke box in spiaggia bensì retrowave intrecciato al funk elettronico, con striature melodiche fascinosamente oniriche.

«L’intero disco è stato sviluppato in due posti diversi. La prima parte, ovvero la scrittura degli sketch di base, è avvenuta molto velocemente nel nostro studio. Abbiamo cercato di scrivere quante più idee nel più breve tempo possibile per assicurarci di avere un tessuto sonoro molto simile in tutto l’album. La seconda parte invece, quella dello sviluppo ed arrangiamento, l’abbiamo fatta nelle Marche in una fantastica villa di una nostra parente, nel bel mezzo della campagna maceratese, nel silenzio più assoluto, lavorando diciotto ore al dì per circa dieci giorni. Poi abbiamo ultimato missaggi e dettagli nel nostro studio, nuovamente a Roma. Oltre al solito Ableton che ci accompagna sempre insieme ai plugin della u-he, un ruolo importante in “A.O.D.” lo ha ricoperto il Novation Peak. Probabilmente a restare escluse dal disco sono state appena un paio di idee che potrebbero comunque tornarci utili per il live. Gerd Janson della Running Back, che pubblica il disco, è stato sempre dalla nostra parte. Gli avevamo anticipato che avremmo voluto fare un album diverso dai precedenti ed è stato molto contento del risultato ottenuto».

“A.O.D.” è, come detto prima, permeato di una atmosfera retrò, riscontrabile in più punti. L’info sheet attesta che sia pieno di citazioni tratte dal catalogo Full Time/Goody Music, e questa non è certamente una sorpresa visto che Tiger & Woods sono legati a doppio filo con suoni e soluzioni ritmico, melodiche ed armoniche desunte dal passato (e il remix di “Get Closer” di Valerie Dore, del 2017, ne è ulteriore conferma). «Ci è sempre piaciuto lavorare con matrici sonore appartenenti alle nostre radici» dicono a tal proposito. «In virtù di ciò però, purtroppo, siamo caduti spesso in un fastidioso malinteso che porta a limitare la nostra attività al solo edit di brani del passato. Stavolta quindi ci siamo andati giù pesante, pescando sette brani di un collettivo che amiamo e che fa parte della nostra identità territoriale, per poi decontestualizzarli del tutto all’interno del viaggio sonoro completamente diverso ed estremamente sintetico. Cosa potevamo fare per campionare qualcosa di vecchio ma evitare di finire nei crate delle edits? Abbiamo smontato la sorgente ancora più di prima, rallentandola di 15 BPM e mettendoci sopra una vagonata di romanticismo melodico sintetico. Il nostro rapporto con l’italo disco? I musicisti dance nostrani del passato sono stati contemporaneamente geniali e naïf, innovativi e conservatori, stilosi e grossolani. Insomma, quel fantastico contrasto italiano che descrive la nostra storia, non solo musicale. Più ascoltiamo quei dischi e più sentiamo la responsabilità di rappresentare questa arte nel miglior modo possibile».

Marabù, 1978 ed oggi

Immagini a confronto: in alto il Marabù nel 1978, in basso una recente foto che mostra le condizioni di totale abbandono in cui la discoteca versa da anni

Oltre al suono, anche la copertina di “A.O.D.” rimanda ad un periodo storico ben preciso. La foto mostra infatti uno scorcio del Marabù, la megadiscoteca di Cella, in provincia di Reggio Emilia, di cui restano solo le rovine (come si può vedere in tanti video online, come questo, questo o questo), analogamente a moltissimi altri locali italiani in auge tra anni Settanta, Ottanta e Novanta. Un’immagine commemorativa che intende ricordare un passato ormai dissoltosi? «La fotografia in questione fu scattata da Antonio La Grotta e pubblicata nel suo libro “Paradise Discotheque”. L’abbiamo utilizzata col suo permesso per rappresentare, simbolicamente, la memoria di quel mondo di club enormi ed autoritari che imperavano durante la nostra adolescenza. Un mondo fatto di megalocali nascosti nella campagna, in attività quando anche il solo viaggio per raggiungerli diventava un’esperienza vera e propria ed un rituale quasi religioso. La foto del Marabù e del suo interno allo stato attuale ci ha colpiti particolarmente e crediamo sia un’ottima rappresentazione di tale ricordo e memoria. Quelle macerie nascondono segreti, storie, sorrisi, pianti, battaglie, balli, sogni e delusioni. Troppa roba per essere abbandonata così e non raccontata».

Un disco evocativo dunque, sia nei suoni che nelle immagini, quello edificato da Passarani e Del Prete, seriamente intenzionati a fondere passato e presente ma senza eccedere in malinconia e nostalgia per tempi e cose che, per ovvie ragioni, non esistono più. La contemporaneità va vissuta e, è bene rimarcarlo, può riservare anche emozioni elettrizzanti. «Di momenti fantastici ne abbiamo vissuti tantissimi nel decennio di Tiger & Woods, su tutti l’aver messo i dischi alla festa privata degli All Blacks, in Nuova Zelanda, la sera dopo la vittoria della coppa del mondo di rugby. Bere birra dalla Rugby World Cup insieme a Dan Carter, che cercava di metterci al suolo in tutti i modi e che fino a due ore prima non sapevamo neanche chi fosse, è stato uno dei picchi assoluti della nostra carriera di … golfisti. Per il 2019 abbiamo pianificato moltissimi progetti e diversi dischi solisti. Con Tiger & Woods, dopo l’uscita dell’album prevista per il prossimo 12 aprile, ripartiremo con il live show che diventerà nuovamente la performance principale del nostro duo». (Giosuè Impellizzeri)

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Marco Passarani – W.O.W. (Offen Music)

Marco Passarani - W.O.W.Nonostante sia stato tra i primi italiani a creare connessioni con Detroit (il suo 12″ di debutto, “Roma Meets Detroit” realizzato con Matteo Monteduro, esce nel ’93 proprio su una etichetta della motor city, la Generator di Alan Oldham), il nome di Marco Passarani è rimasto per anni fuori dall’orbita di molti media nostrani che hanno maldestramente e senza consapevolezza tentato di cavalcare il fenomeno techno. Sostenitore in tempi non sospetti (anche con la distribuzione Final Frontier gestita insieme all’amico Andrea Benedetti) di artisti ed etichette diventati fari di integrità stilistica ma allora supportati nel nostro Paese da poche decine di eletti, il DJ capitolino si è meritatamente costruito una solida carriera internazionale dimostrando di essere versatile al punto da poter spaziare, con dimestichezza e padronanza, dalla techno all’IDM rephlexiana passando per l’electro e rivisitazioni house/disco.

Gli ultimi anni lo vedono attivissimo in Tiger & Woods, insieme a Valerio ‘Delphi’ Del Prete, ma un album a suo nome non lo si ascolta sin dai tempi di “Sullen Look” (Peacefrog Records, 2005). Una scelta piuttosto strana considerando che l’uso di nomi fantasiosi si sia intensificato proprio quando il DJing è esploso a livello mediatico. «La decisione di creare un alias con Valerio è nata per gioco, avevamo due tracce con dei campioni destinate ad un disco one-off e poiché c’erano un paio di sample non “puliti”, ci serviva un nome per marchiare quel bootleg ma non avevamo affatto intenzione di aprire un capitolo vero e proprio legato a quel progetto» rivela oggi Passarani. «Da lì a poco però le cose cambiarono e si presentò l’occasione di incidere un nuovo disco senza essere pirati del campionamento. Iniziammo a divertirci da morire, perché non insistere come Tiger & Woods? Il resto, come si suol dire, è storia. Per quanto riguarda i miei lavori in solitaria, è vero che non incido album dal 2005 ma è altrettanto vero che accenni del mio ritorno c’erano già stati con una manciata di 12″ su Numbers. e Cin Cin (e, ancor prima, su Running Back e Desolat, nda).

Sullen Look

La copertina di “Sullen Look”, l’album di Marco Passarani uscito nel 2005 su Peacefrog Records

È stato difficile gestire la quantità di lavoro che Tiger & Woods ha generato, specialmente a causa del costante tour che ci ha allontanato fin troppo dallo studio. Inoltre da quasi quattro anni abbiamo lasciato la nostra storica postazione al Pigneto e ciò non ha affatto semplificato la produzione. Solo adesso posso dire di aver finalmente messo le radici nella nuova location riuscendo ad essere più produttivo su progetti paralleli. Fino a poco tempo fa il multitasking non è stata un’opzione insomma. Il futuro quindi vedrà non solo tante cose nuove a mio nome ma altrettante in coppia con Valerio per Tiger & Woods, sino a numerosi progetti pronti a partire sui quali non ci sarà né la firma di Passarani, né quella di Tiger. Il flusso sarà costante su livelli multipli».

Il nuovo album di Passarani, in uscita a breve sulla tedesca Offen Music di Vladimir Ivkovic, è un itinerario multiverso che depone a favore della sua spiccata versatilità mai sbiadita nel corso del tempo. Si transita dall’electro su canovacci ambientali (“Cold Rain”) a ruderie chicagoane 2.0 (“Get Down”), da vigorosi beat sospinti da profondi sub-bass (“Minerals”) al patchwork tra luci ed ombre (“Cydonia Rocks”). Altri passaggi meritano di essere presi in considerazione: in “Drumy Dream” rigagnoli aciduli si intersecano a paradisiaci pad e a successioni melodiche che paiono sottili rimandi a “Clear” dei Cybotron, “Talk To Me” riporta nuovamente ai suoni delle scatole argentate della Roland con pattern che sfilano veloci insieme ad un arpeggio ed una linea assassina di bassline che si gonfia lungo la stesura, “Innowave” è un crescendo in botta italodisco che sembra provenire dal catalogo Pigna dei primi anni Duemila, “Strings Fair” è house scandita da lead romantici ed un basso che canta. Insomma, un Passarani policromo che fa la summa delle sue molteplici avventure soniche vissute in venticinque anni e che prende le giuste distanze da chi oggi riempie i dischi con brani che si differenziano l’uno dall’altro solo per i titoli.

«Il processo creativo dietro “W.O.W.” è stato estremamente naturale» spiega l’artista. «Dopo tanti anni trovo difficoltà a non mischiare ciò che ho vissuto da quando ho iniziato, e questo accade anche nei miei DJ set. La monotematicità non mi appartiene, anzi mi annoia. Questo disco è la prova tangibile di cosa succede quando mi lascio andare, mischio tutto, ma non era mia intenzione rappresentare un punto celebrativo. “W.O.W.” è solamente un modo bello per ricominciare a parlare anche altri linguaggi che con Tiger & Woods non potevo più esprimere vista la diversa natura del concept, anche se i pezzi di futura pubblicazione saranno radicalmente diversi. “W.O.W.” inoltre è nato in un periodo particolare. A novembre 2017 io e Valerio ci siamo chiusi in studio ma per la prima volta abbiamo deciso spontaneamente di creare un nuovo spazio per suonare in contemporanea, senza dover più fare i turni. Così abbiamo invaso il salottino, solitamente destinato a lavori burocratici o a divertenti sessioni di Playstation. Con la creazione di quel nuovo angolo ho fatto una sorta di esercizio di “stress test”, cercando di scrivere quante più cose possibili con un numero limitato di macchine. Nell’arco di poco tempo mi sono ritrovato con più di cinquanta sketch che attraversavano praticamente tutti gli stili di musica che mi piacciono. Una sorta di riassunto del “dove eravamo rimasti?” prima di iniziare l’avventura di Tiger & Woods. Per quanto riguarda gli strumenti adoperati, c’è parecchio Novation Peak e molti plugin come il gratuito PG8X, OP-X e U-he Repro-5, oltre all’eeprom reader Vlinn Pro, a mio parere la migliore emulazione virtuale della storica Linn LM-1. Parte dell’esercizio era utilizzare solamente Push 2 come piattaforma di scrittura, con monitor del computer spento. La ragione del titolo? Ogni volta che finisco dei brani, Vladimir Ivkovic è sempre tra le prime persone a ricevere degli sketches ma questa volta non mi sono limitato a mandargli un pezzo o due ma almeno una trentina. Nell’arco di mezzora mi ha risposto che bisognava fare subito un album con quelle cose. Ed io, a quel punto, gli ho scritto “wow!”».

Tiger & Woods (Tokyo, 2016)

Tiger & Woods (Valerio “Delphi” del Prete e Marco Passarani) in una foto scattata a Tokyo nel 2016

Come anticipato, il disco uscirà su una label tedesca ma sarebbe bello ipotizzare un ritorno del gruppo Final Frontier che all’interno abbracciava etichette come Balance (di cui abbiamo parlato qui), Nature Records, Plasmek e la citata Pigna. A tal proposito Passarani è categorico: «Non ho mai pensato di “resuscitare” Final Frontier, quello ormai è un capitolo chiuso. Inoltre sono successe delle cose, legate proprio al racconto di quei giorni, che mi hanno ferito profondamente, forse dovute alla mia decisione di sparire dal mondo della comunicazione più tradizionale nascondendomi dietro il nuovo alias. Di questi tempi se non comunichi bene vieni distrutto dalla quantità di informazioni fuori controllo diffuse ad arte attraverso i social network, i blog ed internet in generale. È un gioco che non mi piace ma a cui provo a partecipare ogni tanto e goffamente, perché sono cosciente della sua necessità. Idealmente vorrei lasciare il capitolo Final Frontier alla riscoperta spontanea da parte degli ascoltatori più giovani».

La curiosità per ciò che avverrà nel 2019 iniziato da pochissimi giorni è tanta, e Passarani promette parecchie cose: «Il nuovo anno vedrà la nascita di una nuova etichetta che debutterà a breve con due dischi. Ho già pronto un altro album che uscirà su una label nordeuropea con versioni rimasterizzate dei lavori che firmai come Analog Fingerprints. Poi sto lavorando ad un remix di un progetto di una produttrice di Montreal a me molto cara, ma ne parlerò nel dettaglio quando l’uscita sarà più vicina. A tutto questo si aggiungerà ovviamente Tiger & Woods: abbiamo già l’arsenale pronto in occasione del decennale, l’appuntamento è fissato per marzo». (Giosuè Impellizzeri)

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