Leo Young – The Unreleased Projects Of Pronto Recordings (New Interplanetary Melodies)

Leo Young - The Unreleased Projects Of Pronto RecordingsDegli esaltanti trascorsi di Leo Zagami alias Leo Young, protagonista prima della rave age romana ed istigatore poi della nu funk / nu cosmic disco in tempi assolutamente non sospetti, abbiamo già parlato qui nel 2016, occasione in cui l’artista annunciò un possibile ritorno in studio. Di inediti, ad oggi, purtroppo non se ne sono ancora visti e sentiti ma in compenso tra poche settimane uscirà un 12″ che romperà il silenzio discografico quasi ventennale del DJ/produttore capitolino. “The Unreleased Projects Of Pronto Recordings” lascia però intendere che il contenuto fosse destinato alla Pronto Recordings e, per qualche ragione, finito nel cassetto per un paio di decenni circa. L’attività dell’etichetta fondata dallo stesso Leo Young a Londra nel 1997, nonostante gli ottimi presupposti, va progressivamente scemando sino ad arenarsi del tutto nel 2003.

«Ai tempi si produceva parecchio ma non sempre si arrivava al traguardo della stampa su vinile che, già dalla seconda metà degli anni Novanta, entrò in crisi a causa dei CD e della pirateria legata a tale formato» spiega oggi Zagami. «L’intensificazione della crisi nel mondo discografico e del vinile portò all’inevitabile fallimento di svariate distribuzioni e, conseguentemente, alla chiusura di altrettante etichette che non furono più pagate nei tempi prestabiliti dai relativi distributori. Esistono diverse produzioni ancora inedite della Pronto Recordings tra cui una realizzata con Petar Zivkovic, ex tastierista dei Block 16 ai tempi attivi su Nuphonic, ed un’altra con Philippe Lussan e Rhythm Doctor della Mama Records. Magari in futuro potranno essere pubblicate pure quelle, anche se il recupero e il trasferimento dai DAT non è sempre facile».

I pezzi tratti dall’archivio Pronto Recordings e finiti sul disco sono due: “The Frascati Project” (possibile rimando al “The Subiaco Project” del 1997?), un estatico trip in crescendo tra rovente funk e serpeggiante jazz mantrico e tantrico, immerso in salsa house per circa quattordici minuti d’inarrestabile groove, ed una versione inedita di “4 The Emperor” (l’originale era in “The Magickal Childe” del 2001), afrobeat del nuovo millennio in balia di ipnosi ed onirismo. A questi si aggiunge la reinterpretazione di “4 The Emperor” realizzata nel 2019 da Daniele Tomassini alias Feel Fly, promettente DJ nostrano che squarcia l’atmosfera nebbiosa di partenza con un tappeto strumentale da cui si levano retaggi italo house. «”The Frascati Project” nacque quasi per gioco dopo una serata in discoteca a Frascati, vicino Roma, con alcuni musicisti di grande spessore e l’amico Massimo Spaziani alias DJ Space» prosegue Zagami. «Tecnicamente lo realizzai con l’aiuto del purtroppo scomparso Luigi Pulcinelli dei Tiromancino, e si configurava come progetto di scambio con la citata Nuphonic di Londra, leggendaria etichetta con cui stava nascendo un’intensa e proficua collaborazione anche in relazione ai miei DJ set tenuti in giro per il mondo. “4 The Emperor” invece sbocciò ad Oslo, in Norvegia, come bonus track di “The Magickal Childe” che uscì sulla Tummy Touch di Tim “Love” Lee.

Leo Young - Cosmic Land

La copertina di “Cosmic Land”, il primo album di Leo Young edito nel 1997 dalla KTM, etichetta “sorella” della più nota Tresor

L’eccentrico Tim era un amico intimo e compaesano di DJ Harvey che, col musicista Thomas Bullock, altro conoscente di vecchia data, ha creato i Map Of Africa. Con lui ho condotto in qualche occasione il programma radiofonico House Machine. Una sua foto appare pure nel collage fotografico del mio album “Cosmic Land” edito nel 1997 dalla KTM, etichetta “sorella” della Tresor. Tutti facevano parte di un nutrito gruppo di artisti provenienti da Cambridge molto influenti nella scena londinese di quegli anni e successivamente anche in quella statunitense. I tre infatti, tempo dopo, si trasferirono negli States per cercare ulteriori stimoli culturali e musicali. Il loro ruolo nell’abbracciare la mia causa “cosmica” e poi promuoverla fin dall’inizio è stato sicuramente molto importante. Di quegli anni ricordo con piacere anche gli Idjut Boys e Laj con quali lavorai in studio a lungo e il cui ruolo fu centrale nel farmi scoprire da Marshall Jefferson che mi fece poi ottenere il ruolo di DJ resident al Tresor e il contratto discografico con la label house del gruppo Interfisch, la citata KTM. In tutto questo non posso non spendere qualche parola anche sul mio carissimo amico Chris Long alias Rhythm Doctor che conobbi grazie a Marco Funari, nipote del presentatore televisivo Gianfranco Funari, che in quegli anni fu un improbabile mecenate delle nostre aspirazioni discografiche. Con Chris nacque subito un’amicizia ed una collaborazione artistica molto forte, dovuta anche alla sua storia che inizia nei lontani anni Settanta e che lo vede creare nel 1980 il famoso Rhythm Clinic. Credo possa essere considerato una sorta di Daniele Baldelli inglese, molto bravo anche tecnicamente. Intuendo il mio potenziale artistico, mi aiutò da subito a trovare lavoro come DJ e ad affermarmi a livello internazionale. Senza Chris, a cui sono tuttora legato da una fraterna amicizia, forse non avrei potuto lanciare il mio “cosmic sound” nel mondo.

Pasta Party 1995

Due scatti del 1995 che immortalano i pasta party domestici londinesi di Zagami: in alto Leo Young e Danny “Buddha” Morales, in basso Leo Young e DJ Harvey con l’assistente di quest’ultimo al centro.

In quegli anni creai anche i leggendari “pasta party” con cui ospitavo nel mio modesto appartamento londinese di appena sessanta metri quadrati fino a quaranta persone per cucinare i miei (altrettanto leggendari) piatti di pasta. Quasi tutti gli ospiti erano DJ e produttori discografici, troppi per nominarli tutti. Da Luca Colombo al compianto David Camacho passando per Danny “Buddha” Morales, il quasi sempre presente Harvey e l’amico Sauro del Red Zone di Perugia, ma senza dimenticare i Faze Action, i DJ del Cream, i Prodigy e molti altri che sarebbe davvero impossibile ricordare. Insomma, l’arte culinaria mista alla buona musica aiutarono parecchio il mio processo creativo tanto che ad un certo punto alcuni DJ e produttori giunsero persino dal Giappone, armati di macchina fotografica per immortalare cosa stessimo facendo. La consolle storica usata in quelle occasioni era custodita in un armadio di proprietà della mia famiglia, costruito nel lontano 1777 e che mi fu donato al mio arrivo a Londra dopo la morte di un lontano cugino omosessuale ucciso dall’AIDS. Ricordo ancora la faccia di Claudio Coccoluto quando gli mostrai per la prima volta l’appartamento in cui si tenevano queste feste. Lui viveva in Italia e dati i numerosi impegni non poteva partecipare ai miei eventi musical-culinari come avrebbe voluto, ma ne aveva sentito parlare da molti amici ed una sera volle venire a vedere di persona quel posto così tanto chiacchierato. Salimmo le scale per giungere al secondo piano, al 18 di Church Street, a pochi passi da Abbey Road, e dopo essersi girato intorno mi disse, quasi sbigottito: “Leo, ma come fai ad ospitarli tutti qui? È un buco, questi inglesi sono tutti pazzi!” Cominciai a ridere e gli risposi, in romanesco: “A Clà, ricordati che qui è tutta “gran fragranza”. E lui: “Geniale Leo, davvero geniale”.

Ma torniamo al disco. Purtroppo sono trascorsi troppi anni per poter ricordare tutti i dettagli che animarono quelle due produzioni di cui ricordo, in particolare, gli input creativi da parte di coloro che ne furono coinvolti, anche se la direzione finale del progetto spettava sempre a me giacché dovevo rendere il prodotto appetibile per eventuali distributori o etichette interessate ad una eventuale coproduzione. Alla stesura del brano, quindi, potevano partecipare più persone ma l’editing e la produzione finale erano sempre frutto delle mie mani. Oggi sarebbe davvero arduo realizzare un prodotto del genere per i notevoli investimenti che feci sia nello studio di Oslo che in quello di Roma, in via Gradoli, per l’affitto di alcuni strumenti e il contributo dei turnisti. C’erano strumenti base che non mancavano quasi mai durante le mie session di registrazione come il sintetizzatore analogico Prophet-5, uno dei miei preferiti in assoluto, o il Roland Juno-106, senza dimenticare le mitiche drum machine Roland TR-808 e TR-909. Ma in questi due inediti c’è molto di più. In “4 The Emperor”, ad esempio, figurano alcuni elementi percussivi provenienti da una batteria di seconda mano appartenuta a Stewart Copeland dei Police, acquistata per l’occasione dal mio batterista di Oslo, oltre al Minimoog e l’organo Hammond che prendemmo a nolo ed usammo nel menzionato album uscito su Tummy Touch. Senza dubbio “The Frascati Project” intendeva creare, nel nome, un ideale collegamento col “The Subiaco Project”, ma mi preme sottolineare anche la presenza di un’intera sezione di fiati all’interno ispirata a Fela Kuti, eseguita con grande passione e cura da musicisti di spiccato talento. Ci divertimmo un sacco e non lo facevamo affatto per i soldi visto che allora questa musica era davvero per pochi appassionati. A volte gli anticipi ricevuti da etichette o distributori venivano interamente investiti in musicisti e studi di registrazione di alta qualità, senza pensare al profitto che sarebbe eventualmente giunto tramite le serate e il lavoro da DJ e di certo non con la vendita dei dischi, seppur in quel periodo il vinile fosse un formato che poteva economicamente rendere ancora parecchio».

artwork folder Leo Young

Il folder illustrato di quattro pagine all’interno della copertina di “The Unreleased Projects Of Pronto Recordings”. A realizzarlo è Andrea Guardiani del Budai Studio.

A pubblicare “The Unreleased Projects Of Pronto Recordings” è la New Interplanetary Melodies di Simona Faraone, un’etichetta «dall’impronta sonora sperimentale, libera, trasversale e contaminata, affidata ad artisti non convenzionali e dalle differenti sensibilità capaci di creare una dimensione parallela nel mondo dei suoni indipendenti moderni» come spiegava la stessa Faraone qui qualche tempo fa. «Stima ed amicizia che durano dall’ormai lontano 1987 mi hanno portato ad affidare la mia musica a Simona» spiega in merito Zagami. «La incontrai per la prima volta mentre lavoravo occasionalmente da Goody Music, a Roma, attività che svolgevo quando facevo “sega” a scuola. Scoprimmo immediatamente di avere alcuni amici in comune in Toscana dove iniziai professionalmente la carriera da DJ e produttore con l’aiuto di Franco Presta, fratello del noto Agostino Presta alias Ago – tra i principali fautori dell’italo disco – che conobbi a Londra mentre, ancora giovanissimo, lavoravo al famoso Legends. La collaborazione con Simona, dunque, dura da oltre trent’anni. È una persona splendida che considero quasi una sorella ma nel contempo una grande professionista del settore, sempre in cerca di qualità ed innovazione e che non si ferma mai alle apparenze».

Oggi viviamo un’epoca di continui contrasti. Se da un lato persone come la Faraone non se ne stanno con le mani in mano adoperandosi per contrastare il dilagante pressapochismo nella sfera musicale, dall’altro molti DJ e produttori che in passato hanno fatto epoca e scuola sono fermi al palo e vivono praticamente di rendita, contando solo sulla popolarità acquisita e capitalizzandola con moderni ed efficaci espedienti di marketing. Come se non bastasse tanti newcomer, illusi di poterne replicare il successo, ne emulano le gesta alimentando senza sosta la retromania teorizzata da Simon Reynolds e segnando di fatto una fase creativa quasi del tutto stagnante. Ci si domanda quindi se esistano ancora i presupposti per generare una stagione autenticamente nuova, in grado di spingere in avanti house e techno, o se la sbornia tecnologica democratizzante finirà davvero con l’omologare tutto in modo irreversibile. «Ci troviamo in un momento in cui quasi tutto è statico per colpa della cultura attuale» afferma Zagami. «La musica è da sempre il frutto di un milieu culturale, ma se un artista, che sia visivo o musicale, non trova più spunti reali per alimentare la propria arte, non ci potrà mai essere un’evoluzione dell’espressione, e questo non dipende solo dalla cosiddetta sbornia tecnologica. La creatività può essere effettivamente incentivata dalle nuove soluzioni tecnologiche ma dovrebbe andare di pari passo con un movimento culturale di più ampio respiro per arrivare al pubblico. In un corposo documento presentato giovedì 4 aprile 2019 alla Galleria Nazionale di Roma, i due gruppi oggetto dell’indagine (i millennials, dai 18 ai 32 anni, e i centennials, dai 15 ai 17 anni) hanno mostrato di avere un rapporto molto più articolato con la cultura. Mentre i primi mostrano di essere soprattutto “custodi” di supposti valori tradizionali (la famiglia, la salute, l’amore e non certo musica elettronica o discoteche) i secondo sono più affini a pilastri come l’amicizia e soprattutto a categorie della trasformazione come la curiosità e la creatività. Spero quindi che questa creatività li porti ad osare e a combattere negli anni a venire, perché senza un briciolo di sofferenza ed incoscienza non potrà mai nascere una nuova fase creativa che, a mio avviso, arriverà tra qualche anno come rivolta analogica alla digitalizzazione e al transumanesimo. L’arte fine a se stessa non porta da nessuna parte».

Restringendo il discorso alla sola l’Italia invece, le cose sono mutate in meglio o in peggio negli ultimi venticinque/trent’anni? «Oggi la scena nostrana è molto più variegata e ricca rispetto agli anni Ottanta e Novanta» afferma Zagami. «In tanti si stanno imponendo con la loro spasmodica ricerca musicale e meritevoli di citazione sono le numerose etichette che si dedicano costantemente alla ristampa di vecchie chicche ormai dimenticate. Però, purtroppo, non ci sono più i locali di un tempo, dove suonare tutta questa bella musica che viene sempre più spesso apprezzata più all’estero che in Italia, dove di base si è rimasti esterofili provinciali e dove le leggi draconiane dei vari governi che si sono succeduti hanno completamente distrutto un’industria incentivata in posti come Barcellona o Berlino. L’italiano dovrebbe vantare un orgoglio maggiore per la sua identità musicale che ha dato vita a fenomeni come l’italo disco o il cosmic sound e ai suoi DJ che sono tra i migliori al mondo. Si progredirà solo quando la discoteca ritornerà ad essere, come un tempo, il principale luogo di aggregazione dei giovani, in maniera molto più significativa degli stadi, dei teatri, dei cinema e dei centri commerciali. Ma questo potrà accadere soltanto quando ritornerà ad essere l’emanazione di un movimento culturale ben più ampio, capace di rinunciare all’uso continuo degli smartphone e all’appiattimento voluto con essi dalla civiltà moderna governata da forze malvagie e senza scrupoli. I giornalisti di una volta erano pronti a scendere in campo e a fare del vero giornalismo investigativo alla ricerca del nuovo e diventando, a volte, partecipi della rivoluzione musicale in atto e non semplici spettatori. Ricorderò sempre con piacere le tante giornate trascorse col compianto Dino D’Arcangelo de La Repubblica o Riccardo Luna, che mi insegnarono le basi del vero giornalismo investigativo. Non vorrei però essere scambiato per un nostalgico. Con la mia attuale carriera di scrittore e giornalista sono sempre proiettato in avanti e non mi guardo mai indietro, convinto che il meglio debba ancora venire. Ho iniziato a muovere i primi passi da DJ all’età di dieci anni, nel 1980, con l’acquisto di un boombox provvisto di doppio lettore di cassette. Era un oggetto meraviglioso che mi permise di creare le prime compilation grazie all’inserimento di effetti speciali tra un brano e l’altro. Nel dicembre del 1983 iniziai DJ Music, il mio primo programma radiofonico trasmesso da Radio Valle Dell’Aniene, grazie al noto prete mediatico Monsignor Mario Pieracci. Due anni dopo cominciai in discoteca, alla Lucciola di Marano Equo, in provincia di Roma. Insomma, è necessario fare la gavetta e chi sostiene il contrario è solo un cialtrone».

Se la Pronto Recordings si è, seppur temporaneamente, rimaterializzata grazie a questo 12″ di imminente uscita, la LY Recordings, nata nel 2017 col reissue di Angela Werner in collaborazione con Marco Salvatori e Claudio Casalini, pare non possa conoscere più alcuno sviluppo. «Purtroppo sono sorti problemi con Salvatori che è molto bravo nel settore dei reissue ma non abbastanza ferrato nella creazione di nuovi prodotti e a volte combina veri e propri disastri contrattuali, proprio come nel caso di Angela Werner. Salvatori aveva preparato un contratto con un sedicente rappresentante legale della Werner che poi si è dimostrato non essere tale, quindi il progetto è stato immediatamente abbandonato per evitare ulteriori problemi. Salvatori è giovane e a volte tradisce inesperienza, quindi ho preferito interrompere ogni collaborazione con la Best Record. Tuttavia nutro molta stima per il mio vecchio amico e collega Claudio Casalini che conosco da una vita e considero il vero padre dell’italo disco. Nel frattempo mi sono trasferito in California dove ho messo su un ottimo team di musicisti sia a Los Angeles che a Sacramento, coi quali sto creando un progetto culturale/musicale. Probabilmente verrà pubblicato ancora dalla New Interplanetary Melodies nei mesi a venire». (Giosuè Impellizzeri)

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Tutto Matto – Funkulo (Tummy Touch)

Tuttomatto - FunkuloNel 1998, anno in cui il cosiddetto french touch conosce l’affermazione commerciale, l’etichetta Tummy Touch pubblica il primo 12″ dei Tutto Matto, “Marble Room”, che si inserisce a pieno titolo in quel filone che fa dialogare disco, funk ed house. Dietro il curioso nome, omonimo di un pezzo di Lorella Cuccarini del 1986 (usato come sigla del programma televisivo “Fantastico 7”) e di quello meno noto della fantomatica Lella del 1987, ci sono due italiani, Jurij Prette e Paolo Guglielmino.

«Ci incontrammo all’inizio degli anni Novanta ad una festa che organizzavo al Cezanne, una discoteca genovese» racconta oggi Prette. «Paolo, eccellente DJ hip hop, r&b e funk, salì in consolle mentre suonavo perché incuriosito dalle sonorità disco, garage e tribali che mettevo all’epoca. Era l’inizio di quel movimento e quei dischi non si sentivano ancora molto in giro. Mi raccontò della sua gigantesca collezione di vinili soul, funk, jazz e disco e del suo bedroom studio, e diventammo subito amici tanto che un paio di giorni dopo ero già in studio da lui. Tutto Matto lo creammo però diversi anni più tardi, quando firmammo il contratto con la Tummy Touch. Ci serviva un nome per identificare quella formula nata dal clash tra le influenze disco, funk ed italo di Paolo (DJ sin dal 1979) e le mie più orientate alla house di fine anni Ottanta. Optammo per Tutto Matto perché siamo due pazzi ma non conoscevamo affatto la canzone della Cuccarini. Per le nostre prime produzioni su etichette italiane invece preferimmo usare altri nomi come Rhythm Heritage o Candy Black». Guglielmino prosegue: «Adoravamo la sperimentazione musicale, ci piaceva mettere insieme il nostro background. Io ero influenzato anche dai break dei Block Party sviluppati nel Bronx, a Genova circolavano parecchie cassettine con su incise sequenze di parti percussive e breaks. “Marble Room”, non a caso, è proprio in quello stile, una celebrazione del break come parte seminale di un brano».

Tuttomatto

I Tutto Matto nei primi anni Duemila

La storia dei Tutto Matto dunque poggia su un poderoso background musicale creato in anni di viva passione e ricerca, una formazione culturale che riesce a fare la differenza e prende le distanze dai classici cliché della discografia destinata a soddisfare il gusto delle grandi masse. È il periodo che consacra un suono a metà strada tra il contemporaneo e il retrò e in cui i compositori francesi del citato french touch si ritrovano ad essere eletti dalla stampa come “padrini” di un movimento che però affonda le radici in periodi e soprattutto luoghi diversi (a tal proposito si vedano le recensioni di Daniel Wang e Leo Young). «Nonostante abiti a Parigi da ormai quindici anni, non penso che i responsabili del fenomeno disco house siano quelli del french touch. Quel tipo di influenze cominciarono anni prima con artisti come Todd Terry, Idjut Boys (con cui abbiamo collaborato spesso e che si sono rivelati molto influenti per noi), Tony Humphries, DJ Sneak e Armand Van Helden, giusto per fare qualche nome, o con pezzi come “Disco’s Revenge” di Gusto, in circolazione sin dal 1995. Ai francesi forse spetta il merito di aver fatto diventare la house un movimento più commerciale a livello mondiale, soprattutto grazie all’enorme successo dei Daft Punk» afferma Prette. E continua: «Abitavo a Londra e compravo spesso i dischi da Soul Jazz Records, a Soho, dove trovai i primi 12″ della Tummy Touch di Tim “Love” Lee che mi piacquero immediatamente. Paolo era ancora a Genova col suo studiolo e la collezione di dischi, quindi ero costretto a tornare in Italia per finire le tracce e fare, di volta in volta, il punto della situazione. Andammo avanti così sino a quando si trasferì oltremanica pure lui. Poi capitò che un amico e collega, Nico De Ceglia, ascoltò i nostri demo e ci consigliò di rivolgerci alla Tummy Touch perché a suo avviso le sonorità dell’etichetta corrispondevano esattamente alle nostre. Qualche mese più tardi, camminando per caso a Shoreditch, passai davanti ad un loft che recava il logo Tummy Touch sulla porta. Decisi di suonare e fu proprio Tim in persona ad aprirmi, con un aspirapolvere acceso in mano. Mi fece entrare a bere un tè, ascoltò i demo e un’ora dopo mi propose di incidere un singolo per la sua etichetta».

Tra 1998 e 1999 i Tutto Matto pubblicano tre 12″ per la Tummy Touch, il citato “Marble Room”, “Straight To You” e “Do What You Want” che include un remix di Claudio Coccoluto e Savino Martinez. Nel 2000 è tempo dell’album che per circa sessanta minuti tiene l’ascoltatore in balia di un sound in perenne bilico tra musica suonata con strumenti tradizionali e programmata con quelli elettronici. Il titolo è particolarmente ironico per gli italiani, “Funkulo”. «Giocando con la fonetica, pensammo che quello fosse il nome più adatto per sintetizzare sia la nostra nazionalità che le radici funk. Ad onor del vero era anche un vaffanculo ad un’Italia che all’epoca ci stava stretta e che non ci diede la possibilità di esprimerci artisticamente come invece stava facendo la capitale britannica. Per realizzare l’album impiegammo circa un anno, lavorando su Logic Audio ed usando un Ensoniq EPS 16+, un E-mu 6400 Ultra ed un mixer Makie a 32 piste. Lo producemmo in un modo ibrido giacché figurano tanti sample ma anche molte parti suonate da musicisti convocati in studio. Passavamo ore a tagliare le session di registrazione per usarle come se fossero state campionate da qualche disco ma, come ricorda anche Paolo, non quantizzando spesso. In questo modo non uccidevamo il groove».

La Tummy Touch pubblica “Funkulo” sia su doppio vinile che CD e fa incetta di recensioni positive un po’ ovunque. «Non ricordiamo esattamente quante copie vendette, ma siamo nell’ordine di qualche decina di migliaia. Fu un ottimo risultato per la scena underground di cui facevamo parte. I DJ che ci aiutarono di più a lanciare il disco furono Boy George, che incluse “Take My Hand” nella compilation mixata “Essential Mix” su FFRR, e Claudio Coccoluto che adoperò lo stesso brano per una storica chiusura al Sonar di Barcellona. Restammo senza parole anche quando entrammo da HMV, in Oxford Street, e trovammo l’album posizionato su uno stand centrale contrassegnato con un cartello su cui si leggeva “i dischi migliori scelti dallo staff” e c’erano diverse persone che lo ascoltavano. Ottime reazioni giunsero dall’Italia, contenta di vedere che due connazionali stessero raccogliendo successo nella capitale della dance music mondiale (analogamente a quanto avviene, nello stesso periodo, ai romani Jollymusic di cui abbiamo dettagliatamente parlato qui, nda). Persino Repubblica ci dedicò una pagina e grazie a “Take My Hand”, estratto come singolo nell’autunno del 2000, facemmo molte serate nel nostro Paese natale».

I Tuttomatto in una foto scattata ad Hong Kong nel 2001

I Tutto Matto in una foto scattata ad Hong Kong nel 2001

Il secondo album dei Tutto Matto, ancora pubblicato dalla Tummy Touch, arriva dopo due anni e si intitola “Hot Spot”. Lo stile resta pressoché invariato, quindi un disco che viaggia sulle scudisciate di percussioni afrobeat e sui virtuosismi che provengono dalla scuola della musica nera ma ricontestualizzata secondo ottiche bianche. «Paragonato a “Funkulo”, “Hot Spot” vendette un po’ meglio soprattutto grazie al brano “Peace” che si ritrovò nelle classifiche di vendita di diversi Paesi, e di “You”, suonato da moltissimi DJ di rilevanza internazionale come Tiga, Trevor Jackson ed Erol Alkan. In termini di scrittura usammo meno sample e componemmo di più, suonando il basso su alcuni pezzi ad esempio».

Brano-traino di “Hot Spot” è proprio “Peace” che, anche in Italia, conquista i consensi delle radio, probabilmente attratte da forti analogie coi brani di Praise Cats, Holy Ghost, Gianni Coletti e Smiling People. «L’idea fu di Paolo, desideroso di fare un disco con influenze gospel e i clap in controtempo. Scrivemmo la canzone con Tatiana, la cantante, e poi la arrangiammo. Se ben ricordo la finimmo in appena un paio di giorni. Quando producemmo “Peace” però “Shined On Me” di Praise Cats non era ancora uscito, fu un puro caso che i due brani giunsero sul mercato praticamente in contemporanea». Guglielmino precisa: «Ai tempi ascoltavo molta gospel-house americana che arrivava a Londra per essere suonata nei club per la comunità nera. Erano dischi eccezionali, ibridi fatti da musicisti con casse e hihat molto morbidi ma ben bilanciati, col suono e le voci tipicamente gospel».

Flyer Tuttomatto

Un paio di flyer risalenti ai primi anni Duemila

Nonostante i confortanti riscontri, il 2002 tira il sipario sui Tutto Matto. «Non abbiamo mai veramente interrotto la nostra collaborazione, ancora oggi facciamo pezzi insieme. Erano trascorsi oltre dieci anni da quando lavoravamo side by side ed entrambi cercammo altri centri di interesse da esplorare. In ogni caso, intorno al 2001, la scena iniziava a mutare e sentimmo che fosse giunto il momento di cambiare, ma non escludiamo il possibile ritorno dei Tutto Matto in futuro. Nei nostri computer ci sono diversi pezzi al vaglio su cui stiamo lavorando. Dobbiamo ancora essere completamente soddisfatti e ci impegniamo a fare qualcosa di davvero speciale perché ora il panorama affollatissimo di produttori ha ormai saturato il mercato con cose seriali. Prendiamo però le distanze dai bootleg. Certi artisti soul, disco e funk hanno già sofferto abbastanza la speculazione negli anni Sessanta e Settanta, quindi non ci sembra onesto vendere materiale non proprio. Non dimenticherò mai quando nell’inverno 2002 incontrammo al Jazz Café di Camden Town un nostro idolo, il pianista Weldon Irvine. Poche settimane dopo si suicidò davanti alla sede della EMI a New York, in segno di protesta per i vari sample che nel corso degli anni la label vendette ai rapper ma senza mai pagargli un centesimo di royalties. Proprio quest’anno uscirà un documentario su di lui. Le nuove tecnologie permettono di fare cose che avrei apprezzato per i nostri DJ set dell’epoca, come gli edit o i remix di brani da usare esclusivamente per le serate. Lo facevo già ma occorrevano tre giorni in studio e la stampa di un dubplate» conclude Prette. E Guglielmino chiosa: «Tra le altre cose sto scrivendo un libro sulla musica afroamericana in cui tratto estensivamente il concetto di appropriazione indebita, e l’esempio che fa Jurij, con Weldon Irvine, è senza dubbio tra quelli più pregnanti». (Giosuè Impellizzeri)

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