Supercar – Tonite (Rise)

Supercar - ToniteQuando le radio iniziano a trasmettere “Tonite”, alla fine del 1998, il nome del gruppo fa tornare alla memoria un classico dei telefilm americani del decennio precedente. Si tratta solo di un’assonanza fonetica però, visto che i Supercar non dividono nulla con Michael Knight e l’auto parlante KITT della serie “Knight Rider”, Supercar in Italia, anche se il mondo della televisione copre un ruolo non certo marginale nella loro genesi. A celarsi dietro il progetto sono Alberto Pizzarelli e Riccardo ‘Ricky’ Pagano, già da qualche tempo attivi in ambito discografico. «Ci conosciamo da tantissimi anni, da molto prima rispetto a quando nacque “Tonite” che non fu, come qualcuno potrebbe pensare, la nostra prima avventura musicale» racconta oggi Pagano.

Come preannunciato, il loro primo successo affonda le radici nel piccolo schermo visto che “Tonite” è il riadattamento della sigla del cartone animato nipponico “Supercar Gattiger” realizzata dal compianto Alessandro Centofanti e dalla moglie Gloria Martino, a sua volta derivata da “Dance On”, brano composto da Ennio Morricone per il film “Così Come Sei”, diretto nel 1978 da Alberto Lattuada e riutilizzato in altre due celebri pellicole di Carlo Verdone, “Un Sacco Bello” del 1980 e “Bianco, Rosso E Verdone” del 1981 (rispettivamente nelle scene all’ospedale e nel supermarket dell’autogrill). «L’idea di riprendere quel pezzo fu di Riccardo» ricorda Alberto Pizzarelli. «Avevamo allestito un piccolo spazio per dare vita alle nostre sperimentazioni sonore e passavamo molto tempo ad ascoltare pezzi nuovi e vecchi. Un giorno, per puro caso, portai un CD contenente sigle di cartoni animati, parecchi tratti dal Progetto Prometeo, ed ascoltando quella di “Supercar Gattiger” Riccardo mi fece notare che le sue sonorità potevano essere facilmente adattabili ad un pezzo dance contemporaneo. Lo realizzammo insieme, ognuno mise il suo e tirammo fuori dal nostro Alpa Studio di Pontecagnano un demo strumentale ed una parte vocale acappella, anche se la scelta di farlo cantare fu presa solo in un secondo momento».

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Ricky Pagano insieme ad Alex Gaudino e Molella negli studi di Radio DeeJay (199x)

A pubblicare il disco è la Time Records che lo convoglia su Rise, etichetta house nata un anno prima e curata artisticamente da Alex Gaudino. «La mossa vincente fu affidarsi ad un professionista come Gaudino, amico d’infanzia di Riccardo, giacché noi non avevamo proprio idea di ciò che avevamo prodotto» prosegue Pizzarelli. «Fu lui quindi a portarci alla Time Records di Giacomo Maiolini che apprezzò subito la nostra creazione non chiedendoci alcuna modifica. “Tonite” era perfetto, girava su un’idea fantastica e possedeva il giusto timbro, insomma pronto per la stampa. A gestire il tutto fu proprio Gaudino, parte integrante del progetto tanto da finire meritatamente nei crediti come autore. La Rise poi commissionò due remix, quello dei Constipated Monkeys (Harry “Choo Choo” Romero e Jose Nuñez, nda) e di Kawala, entrambi favolosi».

“Tonite” mostra subito le sue potenzialità grazie ad una house venata di funk trainata dal ritornello del cartoon, ottimamente incastrato nella stesura e che crea l’effetto amarcord per i più grandicelli. Particolarmente azzeccata anche la voce di Mikaela che interpreta vocalmente il brano, ma pare fosse ancora minorenne e quindi si rese necessario sostituirla con una modella nel video. «È vero, Michela, che per l’avventura nei Supercar scelse di chiamarsi Mikaela, fu rimpiazzata» svela Pagano. «Non nascondo che fu una scelta difficile e, ancora oggi, particolarmente sofferta ma vista la sua tenera età la Time consigliò caldamente l’uso di un personaggio immagine, pratica che peraltro all’epoca era piuttosto diffusa come ad esempio nel caso di Corona (e in merito a ciò si veda questo ampio reportage, nda)». Qualcuno nell’ambiente parla anche di una versione mai pubblicata di “Tonite” cantata dalla catanese Giovanna Bersola alias Jenny B, proprio l’interprete di “The Rhythm Of The Night” della citata Corona. «Ad onor del vero esiste più di una versione con la voce della Bersola ma rimasero tutte nel cassetto» rivelano gli autori senza però specificarne le ragioni.

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Un’immagine tratta dal book fotografico promozionale dei Supercar (1999)

Il follow-up di “Tonite” esce nella primavera inoltrata del 1999, si intitola “Computer Love” e viene remixato dall’olandese Olav Basoski e dall’inglese Tim ‘Love’ Lee, boss della Tummy Touch. La formula stilistica resta prevedibilmente invariata ma non i risultati. «Non andò bene come il primo anche perché la produzione fu frettolosa visto che l’etichetta ci chiese di realizzarlo in tempi brevi, ma nonostante tutto possiamo ritenerci soddisfatti». Pizzarelli e Pagano tornano su Rise nel 2000 ma come Daf Fader col brano “Da Bridge” che cavalca il trend del cosiddetto “french touch”, affermatosi commercialmente soprattutto grazie ai produttori francesi seppur non ne fossero gli unici artefici. Alla belga ARS Club affidano il poco noto “If You Wanna Dance” di Missy Moss mentre come Big Flower incidono “Fever” e remixano “Just Leave Me” di Box Office licenziato dalla Strictly Rhythm e prodotto da Roger Sanchez. Il progetto Supercar, che gli ha portato fortuna poco tempo prima, resta attivo solo per un remix realizzato per Wordclock.

«Il nostro non fu esattamente un abbandono. Decidemmo di non utilizzare più il nome Supercar perché ritenevamo che i nuovi brani non fossero all’altezza dei precedenti e perché seguivano uno stile piuttosto diverso da quello di “Tonite”, quindi di comune accordo preferimmo coniare nuovi pseudonimi artistici». Nel 2001, in scia agli ultimi colpi di coda dell’italodance, il duo salernitano cede alla Planet Records di Roberto Ferrante “Run Run Baby” di Supercop che, almeno nel nome, sembra voler citare Supercar. «Supercop nacque da una mia idea», svela Pizzarelli. «Non avevo alcuna intenzione di richiamare il progetto Supercar però, bensì rimandare al mio lavoro quotidiano, quello del poliziotto».

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Uno scorcio dell’Alpa Studio a Pontecagnano

Il successo dei Supercar giunge poco prima che l’Italia finisca impantanata in una formula che si rivela poco propizia sulla piazza internazionale (eccetto per qualcuno, come Benny Benassi o Andrea Doria). Il nostro Paese smette progressivamente di essere un solido punto di riferimento in ambito pop dance, probabilmente a causa sia di un livello creativo latente e sempre più assente, sia di incapacità manageriali di confrontarsi con un mercato che avanza speditamente verso la globalizzazione. «Crediamo che il crollo del segmento della dance sia stato causato da molteplici fattori, in primis l’introduzione degli MP3 e la forte ascesa della tecnologia a basso costo che hanno favorito l’accessibilità a chiunque avesse in mente “qualcosa da realizzare”. Di conseguenza tutti hanno avuto facoltà di esprimersi saturando presto il limite di ascolto delle etichette che, a loro volta, si sono ritrovate a fronteggiare con un notevole incremento di produzioni da valutare. Il grosso flusso di musica in circolazione ha reso più difficile anche il compito delle radio, impossibilitate a far ascoltare tutto in una scaletta di poche ore. Morale? Chissà quanti pezzi sono stati cestinati in questi anni, magari anche quelli meritevoli dell’attenzione della massa che purtroppo non è riuscita mai a conoscere. Restiamo del parere però che la creatività non si sia mai esaurita». (Giosuè Impellizzeri)

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Tutto Matto – Funkulo (Tummy Touch)

Tuttomatto - FunkuloNel 1998, anno in cui il cosiddetto french touch conosce l’affermazione commerciale, l’etichetta Tummy Touch pubblica il primo 12″ dei Tutto Matto, “Marble Room”, che si inserisce a pieno titolo in quel filone che fa dialogare disco, funk ed house. Dietro il curioso nome, omonimo di un pezzo di Lorella Cuccarini del 1986 (usato come sigla del programma televisivo “Fantastico 7”) e di quello meno noto della fantomatica Lella del 1987, ci sono due italiani, Jurij Prette e Paolo Guglielmino.

«Ci incontrammo all’inizio degli anni Novanta ad una festa che organizzavo al Cezanne, una discoteca genovese» racconta oggi Prette. «Paolo, eccellente DJ hip hop, r&b e funk, salì in consolle mentre suonavo perché incuriosito dalle sonorità disco, garage e tribali che mettevo all’epoca. Era l’inizio di quel movimento e quei dischi non si sentivano ancora molto in giro. Mi raccontò della sua gigantesca collezione di vinili soul, funk, jazz e disco e del suo bedroom studio, e diventammo subito amici tanto che un paio di giorni dopo ero già in studio da lui. Tutto Matto lo creammo però diversi anni più tardi, quando firmammo il contratto con la Tummy Touch. Ci serviva un nome per identificare quella formula nata dal clash tra le influenze disco, funk ed italo di Paolo (DJ sin dal 1979) e le mie più orientate alla house di fine anni Ottanta. Optammo per Tutto Matto perché siamo due pazzi ma non conoscevamo affatto la canzone della Cuccarini. Per le nostre prime produzioni su etichette italiane invece preferimmo usare altri nomi come Rhythm Heritage o Candy Black». Guglielmino prosegue: «Adoravamo la sperimentazione musicale, ci piaceva mettere insieme il nostro background. Io ero influenzato anche dai break dei Block Party sviluppati nel Bronx, a Genova circolavano parecchie cassettine con su incise sequenze di parti percussive e breaks. “Marble Room”, non a caso, è proprio in quello stile, una celebrazione del break come parte seminale di un brano».

Tuttomatto

I Tutto Matto nei primi anni Duemila

La storia dei Tutto Matto dunque poggia su un poderoso background musicale creato in anni di viva passione e ricerca, una formazione culturale che riesce a fare la differenza e prende le distanze dai classici cliché della discografia destinata a soddisfare il gusto delle grandi masse. È il periodo che consacra un suono a metà strada tra il contemporaneo e il retrò e in cui i compositori francesi del citato french touch si ritrovano ad essere eletti dalla stampa come “padrini” di un movimento che però affonda le radici in periodi e soprattutto luoghi diversi (a tal proposito si vedano le recensioni di Daniel Wang e Leo Young). «Nonostante abiti a Parigi da ormai quindici anni, non penso che i responsabili del fenomeno disco house siano quelli del french touch. Quel tipo di influenze cominciarono anni prima con artisti come Todd Terry, Idjut Boys (con cui abbiamo collaborato spesso e che si sono rivelati molto influenti per noi), Tony Humphries, DJ Sneak e Armand Van Helden, giusto per fare qualche nome, o con pezzi come “Disco’s Revenge” di Gusto, in circolazione sin dal 1995. Ai francesi forse spetta il merito di aver fatto diventare la house un movimento più commerciale a livello mondiale, soprattutto grazie all’enorme successo dei Daft Punk» afferma Prette. E continua: «Abitavo a Londra e compravo spesso i dischi da Soul Jazz Records, a Soho, dove trovai i primi 12″ della Tummy Touch di Tim “Love” Lee che mi piacquero immediatamente. Paolo era ancora a Genova col suo studiolo e la collezione di dischi, quindi ero costretto a tornare in Italia per finire le tracce e fare, di volta in volta, il punto della situazione. Andammo avanti così sino a quando si trasferì oltremanica pure lui. Poi capitò che un amico e collega, Nico De Ceglia, ascoltò i nostri demo e ci consigliò di rivolgerci alla Tummy Touch perché a suo avviso le sonorità dell’etichetta corrispondevano esattamente alle nostre. Qualche mese più tardi, camminando per caso a Shoreditch, passai davanti ad un loft che recava il logo Tummy Touch sulla porta. Decisi di suonare e fu proprio Tim in persona ad aprirmi, con un aspirapolvere acceso in mano. Mi fece entrare a bere un tè, ascoltò i demo e un’ora dopo mi propose di incidere un singolo per la sua etichetta».

Tra 1998 e 1999 i Tutto Matto pubblicano tre 12″ per la Tummy Touch, il citato “Marble Room”, “Straight To You” e “Do What You Want” che include un remix di Claudio Coccoluto e Savino Martinez. Nel 2000 è tempo dell’album che per circa sessanta minuti tiene l’ascoltatore in balia di un sound in perenne bilico tra musica suonata con strumenti tradizionali e programmata con quelli elettronici. Il titolo è particolarmente ironico per gli italiani, “Funkulo”. «Giocando con la fonetica, pensammo che quello fosse il nome più adatto per sintetizzare sia la nostra nazionalità che le radici funk. Ad onor del vero era anche un vaffanculo ad un’Italia che all’epoca ci stava stretta e che non ci diede la possibilità di esprimerci artisticamente come invece stava facendo la capitale britannica. Per realizzare l’album impiegammo circa un anno, lavorando su Logic Audio ed usando un Ensoniq EPS 16+, un E-mu 6400 Ultra ed un mixer Makie a 32 piste. Lo producemmo in un modo ibrido giacché figurano tanti sample ma anche molte parti suonate da musicisti convocati in studio. Passavamo ore a tagliare le session di registrazione per usarle come se fossero state campionate da qualche disco ma, come ricorda anche Paolo, non quantizzando spesso. In questo modo non uccidevamo il groove».

La Tummy Touch pubblica “Funkulo” sia su doppio vinile che CD e fa incetta di recensioni positive un po’ ovunque. «Non ricordiamo esattamente quante copie vendette, ma siamo nell’ordine di qualche decina di migliaia. Fu un ottimo risultato per la scena underground di cui facevamo parte. I DJ che ci aiutarono di più a lanciare il disco furono Boy George, che incluse “Take My Hand” nella compilation mixata “Essential Mix” su FFRR, e Claudio Coccoluto che adoperò lo stesso brano per una storica chiusura al Sonar di Barcellona. Restammo senza parole anche quando entrammo da HMV, in Oxford Street, e trovammo l’album posizionato su uno stand centrale contrassegnato con un cartello su cui si leggeva “i dischi migliori scelti dallo staff” e c’erano diverse persone che lo ascoltavano. Ottime reazioni giunsero dall’Italia, contenta di vedere che due connazionali stessero raccogliendo successo nella capitale della dance music mondiale (analogamente a quanto avviene, nello stesso periodo, ai romani Jollymusic di cui abbiamo dettagliatamente parlato qui, nda). Persino Repubblica ci dedicò una pagina e grazie a “Take My Hand”, estratto come singolo nell’autunno del 2000, facemmo molte serate nel nostro Paese natale».

I Tuttomatto in una foto scattata ad Hong Kong nel 2001

I Tutto Matto in una foto scattata ad Hong Kong nel 2001

Il secondo album dei Tutto Matto, ancora pubblicato dalla Tummy Touch, arriva dopo due anni e si intitola “Hot Spot”. Lo stile resta pressoché invariato, quindi un disco che viaggia sulle scudisciate di percussioni afrobeat e sui virtuosismi che provengono dalla scuola della musica nera ma ricontestualizzata secondo ottiche bianche. «Paragonato a “Funkulo”, “Hot Spot” vendette un po’ meglio soprattutto grazie al brano “Peace” che si ritrovò nelle classifiche di vendita di diversi Paesi, e di “You”, suonato da moltissimi DJ di rilevanza internazionale come Tiga, Trevor Jackson ed Erol Alkan. In termini di scrittura usammo meno sample e componemmo di più, suonando il basso su alcuni pezzi ad esempio».

Brano-traino di “Hot Spot” è proprio “Peace” che, anche in Italia, conquista i consensi delle radio, probabilmente attratte da forti analogie coi brani di Praise Cats, Holy Ghost, Gianni Coletti e Smiling People. «L’idea fu di Paolo, desideroso di fare un disco con influenze gospel e i clap in controtempo. Scrivemmo la canzone con Tatiana, la cantante, e poi la arrangiammo. Se ben ricordo la finimmo in appena un paio di giorni. Quando producemmo “Peace” però “Shined On Me” di Praise Cats non era ancora uscito, fu un puro caso che i due brani giunsero sul mercato praticamente in contemporanea». Guglielmino precisa: «Ai tempi ascoltavo molta gospel-house americana che arrivava a Londra per essere suonata nei club per la comunità nera. Erano dischi eccezionali, ibridi fatti da musicisti con casse e hihat molto morbidi ma ben bilanciati, col suono e le voci tipicamente gospel».

Flyer Tuttomatto

Un paio di flyer risalenti ai primi anni Duemila

Nonostante i confortanti riscontri, il 2002 tira il sipario sui Tutto Matto. «Non abbiamo mai veramente interrotto la nostra collaborazione, ancora oggi facciamo pezzi insieme. Erano trascorsi oltre dieci anni da quando lavoravamo side by side ed entrambi cercammo altri centri di interesse da esplorare. In ogni caso, intorno al 2001, la scena iniziava a mutare e sentimmo che fosse giunto il momento di cambiare, ma non escludiamo il possibile ritorno dei Tutto Matto in futuro. Nei nostri computer ci sono diversi pezzi al vaglio su cui stiamo lavorando. Dobbiamo ancora essere completamente soddisfatti e ci impegniamo a fare qualcosa di davvero speciale perché ora il panorama affollatissimo di produttori ha ormai saturato il mercato con cose seriali. Prendiamo però le distanze dai bootleg. Certi artisti soul, disco e funk hanno già sofferto abbastanza la speculazione negli anni Sessanta e Settanta, quindi non ci sembra onesto vendere materiale non proprio. Non dimenticherò mai quando nell’inverno 2002 incontrammo al Jazz Café di Camden Town un nostro idolo, il pianista Weldon Irvine. Poche settimane dopo si suicidò davanti alla sede della EMI a New York, in segno di protesta per i vari sample che nel corso degli anni la label vendette ai rapper ma senza mai pagargli un centesimo di royalties. Proprio quest’anno uscirà un documentario su di lui. Le nuove tecnologie permettono di fare cose che avrei apprezzato per i nostri DJ set dell’epoca, come gli edit o i remix di brani da usare esclusivamente per le serate. Lo facevo già ma occorrevano tre giorni in studio e la stampa di un dubplate» conclude Prette. E Guglielmino chiosa: «Tra le altre cose sto scrivendo un libro sulla musica afroamericana in cui tratto estensivamente il concetto di appropriazione indebita, e l’esempio che fa Jurij, con Weldon Irvine, è senza dubbio tra quelli più pregnanti». (Giosuè Impellizzeri)

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Leo Young – From Russia With Funk (Pronto Recordings)

LeoYoungLeo Zagami alias Leo Young è uno dei prime mover della rave age romana nei primi anni Novanta: è tra gli organizzatori de L’Impero Dei Sensi, nel luglio 1989, ritenuto il primo rave in assoluto ad essersi svolto in Italia (il The Rose Rave che si tenne ad Aprilia, a cui solitamente si fa riferimento nelle ricostruzioni storiche, è datato giugno 1990, quasi un anno più tardi). Esaurita quella incredibile fase creativa Zagami inizia a prendere le distanze dall’Italia, flirtando prima con l’Inghilterra e poi con la Germania, ed allontanandosi dalla techno che marchiò i rave capitolini. Particolarmente emblematico risulta a tal proposito “From Russia With Funk”, un 12″ con cui l’artista inaugura il catalogo della sua etichetta, la Pronto Recordings, col quartier generale fissato a Londra.

«L’Italia non mi meritava, in ballo c’erano troppi compromessi che non avevano nulla da spartire con la musica ma solo con l’opportunismo ed interessi economici di gente che oggi sicuramente si ritrova lauti conti in banca ma che artisticamente non ha mai contato nulla, soprattutto a livello internazionale» spiega Zagami. «Ricordo bene le facce di certi DJ italiani che a metà degli anni Novanta mi davano per spacciato e fallito, ma dopo appena tre anni mi rividero in tutte le migliori discoteche del nord Europa. Alcuni di loro mettono ancora i dischi ma altri (la maggior parte) sono disoccupati o fanno gli elettricisti o i baristi, con tutto il rispetto per queste due categorie ovviamente. La Pronto Recordings nacque da un’idea condivisa con l’amico Toni Rossano degli Stryker, inizialmente impegnato con la Phuture Trax di Nicky Trax, che a metà degli anni Novanta curava la promozione del Tresor e di importanti artisti del panorama house e techno. Tutto fu molto naturale ed idealistico: andai in uno studio di amici e partimmo, senza fare troppi calcoli. Dopo il terzo disco però Toni abbandonò per via del suo nuovo lavoro con la Strut, ma siamo rimasti sempre grandi amici. La Pronto Recordings nacque in un momento per me particolarmente produttivo dal punto di vista musicale. Finalmente riuscii ad affermarmi in Inghilterra, dopo tre anni di sforzi e sacrifici per aprire le porte del difficilissimo mondo della musica. Farcela a Londra, allora più che mai al centro della scena musicale, significava farcela nel mondo. Ero andato via dall’Italia nel 1994, dopo essere stato sabotato in ogni modo possibile ed immaginabile sia dai miei colleghi DJ che dai vari PR delle discoteche con cui non andavo sempre d’accordo per via delle loro scellerate scelte musicali e non solo. Fui uno degli istigatori della scena rave romana, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, oltre ad essere uno dei primi resident all’Imperiale di Tirrenia ed uno dei promotori di quella scena underground romana che coi venerdì del Uonna lanciò un modo diverso di fare clubbing house in Italia, non più esclusiva della solita “lobby gay” capitolina e riccionese a cui si affidavano quelli che divennero i grandi nomi della scena nostrana. Ma, come già detto prima, i compromessi non facevano per me, soprattutto quelli di natura sessuale. Preferisco non dire altro per evitare di sputtanare più di qualcuno.

A Londra feci la gavetta e divenni il primo DJ della famosa chiesa sconsacrata di Brixton che prese il nome Mass. Le chiese sconsacrate sono la mia specialità: già a Roma organizzai un after hour presso una chiesa sconsacrata nella zona dei Castelli Romani (ma intervenne la polizia bloccandolo), e pure a Londra il mio primo after si tenne in una chiesa sconsacrata nelle Docklands. Giunsi al successo globale due anni dopo, grazie alla residenza al Tresor di Berlino, che iniziai nella notte tra sabato 22 e domenica 23 giugno 1996. Credo di essere stato uno dei pionieri italiani del clubbing berlinese, coi miei “set-maratona” di ben dodici ore che tenevo mentre Sven Väth suonava al piano interrato del mitico club. Il proprietario del locale, Dimitri Hegemann, che aveva anche un’importante etichetta discografica, la Interfisch Records (“mamma” della nota Tresor) investì molto nella promozione della mia figura e mi diede la possibilità di incidere un triplo album intitolato “Cosmic Land” sulla KTM, sublabel house gestita da sua figlia. Fui fortemente raccomandato ad Hegemann da uno dei fautori della house di Chicago, Marshall Jefferson, per cui avevo fatto precedentemente un disco. La figlia di Dimitri, tra l’altro, era fidanzata con un mio caro amico, il DJ Frankie Valentine. Dimitri amava portare i DJ di colore in Germania, come tutti quelli di Detroit ed anche Frankie, di cui si innamorò la figlia. Arrivai a Berlino in concomitanza della visita di Giovanni Paolo II e, finito il set, mi recai alla Porta di Brandeburgo dove il Papa stava facendo il suo discorso. Fu l’inizio di una grande avventura che negli anni successivi mi ha proiettato in Scandinavia e in Russia e che mi ha dato la possibilità di continuare il mio sogno, lavorare con la musica almeno fino a quando ho scelto di dedicarmi ad altro. A Londra però non me la passavo molto bene, in quegli anni riuscivo a stento a mettere insieme il pranzo con la cena se volevo comprare i dischi. I locali londinesi, è risaputo, pagano pochissimo e per arrivare con tutti quei dischi all’aeroporto per il mio primo “viaggio della speranza” in direzione Berlino nel lontano 1996 fui costretto a (s)vendere, per poche sterline, un campionatore al Music And Video Exchange di Notting Hill per potermi permettere un taxi. Però ne valse la pena e la mia vita cambiò per sempre quando DJ Mag, Mixmag e tutti gli altri giornali di settore cominciarono, da lì a poco, a parlare di me e della mia residenza al Tresor, oltre che delle mie produzioni discografiche».

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Tra i nomi presenti sulla copertina di DJ Mag c’è anche quello di Leo Young che approda al Tresor (aprile 1997)

“From Russia With Funk” è un fantastico mosaico di disco, funk ed house, ricco di percussioni afro e fiati “presi in prestito” dagli anni Settanta, oggi perfetto per una classica selezione nu disco ma ai tempi piuttosto anacronistico e quasi demodé (tra i primi a seguire tali commistioni ci fu Daniel Wang sulla sua Balihu Records, sin dal 1993). «Il 12″ vendette circa 1800 copie e forse avrebbe potuto raggiungere risultati migliori ma purtroppo il distributore, la Global Export, fallì improvvisamente e per questo motivo non vedemmo mai i soldi che ci spettavano. Era iniziata la crisi del vinile che negli anni successivi avrebbe decimato l’industria lasciando in piedi pochi fortunati. Comunque a supportare il disco furono Claudio Coccoluto e tutti quei DJ che avevo convertito al mio sound “cosmico” ispirato da Baldelli & co., come Faze Action, Idjut Boys ed ovviamente l’amico Harvey. Tra i locali italiani invece, solo il romano Goa ebbe il coraggio di promuovere la Pronto Recordings, ed infatti Giancarlino, in quel periodo, incise dei pezzi  finiti sul Pronto 005, “House In Motion Project EP”.

Lavorai con vari strumenti live incluse percussioni e basso, tutto rigorosamente vero, ma non posso aggiungere specifiche tecniche perché usai quello studio, lo Stonesthrow Recording Studio che si trovava nei pressi del vecchio Truman Brewery in Brick Lane, solo una volta, proprio in quella occasione. Ad affiancarmi nella produzione furono Richard WaterHouse e Steve “Bongo” Young, collaboratori occasionali che conobbi tramite un DJ londinese che si occupava di speed garage. Erano molto capaci ma non collaborai più con loro perché legati allo studio che non riuscii a pagare, visto il fallimento della distribuzione. A loro si aggiunse pure Giò Mari, chitarrista e bassista di grande talento, originario di Subiaco e trapiantato come me a Londra, molto amico di Cat Stevens. Purtroppo fu colto da un male improvviso e venne a mancare pochi anni dopo, lasciando moglie e figli. La sua musica però rimane immortale, come la chitarra nel Pronto 003, “The Subiaco Project”. Tornando a “From Russia With Funk”, all’interno del brano c’è un sample tratto da un rarissimo 33 giri di un’orchestra russa che suonava disco music ai tempi dell’Unione Sovietica. Me lo regalò l’amico Rhythm Doctor, che conosceva bene i miei gusti e la mia passione per la Russia».

Sul lato b c’è invece “Frozen Youghurt” che riprende ancora classici suoni funk, con wha wha ed un piano rhodes: «quel brano fu realizzato coi campioni afro/cosmic che mi portò l’amico Severino Panzetta degli Horse Meat Disco, che ai tempi lavorava con Fabio Carniel del Disco Inn di Modena. Non mi ispirai a nessuno ma feci affidamento solo alla mia vasta cultura musicale che mi rese una delle massime autorità del settore a Londra, in un momento in cui in Italia si facevano solo canzonette e musica banale sperando in un remix di Frankie Knuckles. Io invece volevo andare oltre la house o la techno, dirigermi nella sperimentazione più assoluta, e lo feci grazie alle cene conviviali in cui invitavo tutti i produttori musicali del momento facendo ascoltare cose dell’altro mondo in nome della cultura e non dello sballo o della noia. Nacque così il movimento nu funk che poi sfociò per alcuni in nu disco e successivamente in cosmic/afro ancora oggi in auge e in parte farina del mio sacco. Sfido chiunque a dire il contrario anche perché ci sono fior fiore di articoli scritti in merito, a partire dal ’95, il primo su The Face».

La Pronto Recordings pubblica musica sino al 2000 mettendo in circolazione undici uscite, talvolta in formato white label, sempre a cavallo tra house, funk e disco, stemperando, come fanno i Daft Punk rivolgendosi ad un pubblico immensamente più grande, la rigida separazione a cui techno ed house erano soggette negli anni Novanta. Nel 2001 Leo Young incide il secondo album realizzato tra Roma ed Oslo, dove si trasferisce per un periodo e dove getta le basi di una nuova scena. “The Magickal Childe” esce sulla Tummy Touch di Tim “Love” Lee ed è ricolmo di infinite citazioni funk, soul e disco (provate ad ascoltare il brano “A True American Hero”, estratto come singolo). Le intuizioni erano giuste ma dopo qualche anno, anche grazie a campagne promozionali più efficaci e persuasive, giungono i nordici (Lindstrøm & Prins Thomas in primis) per raccogliere le idee ed essere additati da certa stampa, abbastanza distratta, come primi motori della nu disco.

Flyer (31 agosto 2001)

Il flyer di una serata in Norvegia in cui viene presentato l’album “The Magickal Childe”. Tra i DJ supporter Prins Thomas (agosto 2001)

«Per anni Lindstrøm & Prins Thomas lavorarono come miei secondi nei migliori locali norvegesi quindi furono musicalmente ispirati da me, ma ormai faccio altro, non ho bisogno di lodarmi per promuovere la mia attuale attività. Faccio lo scrittore di successo da diverso tempo ed ho smesso di lavorare professionalmente con la musica nel 2005. Ho sempre fatto cultura musicale ed è per questo che ero e sarò sempre avanti a tutti, fare cultura purtroppo significa non scendere mai a compromessi di nessun tipo. Compromessi che mi avrebbero sicuramente reso più ricco ma senza fare la storia, cosa che per me è fondamentale in qualsiasi campo si stia lavorando. Spero che un giorno certi DJ che in Italia mi sono “debitori” dal punto di vista artistico, mi riconoscano almeno questo merito, come hanno già fatto alcuni ex colleghi stranieri. A breve potrei ritornare in studio e vi garantisco che sarei un innovatore, ma questo, se Dio vuole, lo dimostrerò coi fatti e non con le chiacchiere, come ho sempre fatto in tutta la vita». (Giosuè Impellizzeri)

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