Twenty 4 Seven – I Can’t Stand It (Freaky Records)

Twenty 4 Seven - I Can't Stand ItAlla fine degli anni Ottanta c’è un gran fermento: la house music proveniente dagli Stati Uniti inizia ad essere “trapiantata” in Europa configurandosi a tutti gli effetti come il genere più adatto per sostituire italodisco ed eurodisco che hanno retto per quasi l’intero decennio. Da Chicago, inoltre, arriva anche la hip house che, come suggerisce il nome stesso, incrocia hip hop ed house aprendo nuove parentesi creative. È un momento epocale, moltissimi compositori si lanciano a capofitto nella nuova scena dance che promette un apporto costante di novità.

Tra questi anche Ruud van Rijen, nato in Belgio ma cresciuto in Olanda, che nel 1988 incide “Rock This World” firmandolo come Drivin’ Force, un puzzle in cui incastra decine di sample (tra cui lo strausato ‘Woo! Yeah!’ ed un frammento vocale di “Bad Girls” di Donna Summer) con una metodologia analoga a quella dei M.A.R.R.S. ma con un risultato che suona più vicino all’electro/hip hop dei primi anni Ottanta di Afrika Bambaataa, Hashim, Jonzun Crew o Egyptian Lover. «Fu il primo disco che realizzai. Prima di quello mi limitai a fare solo qualche remix per varie etichette» racconta oggi van Rijen. «Avevo un campionatore Akai S612 con cui potevo suonare solo un sample alla volta e registrare appena pochi secondi. La drum machine era la Roland TR-505 e ricorrevo al registratore a bobine Revox B77 per creare loop di più suoni. Non avendo ancora il computer, registravo con l’aiuto di uno Steinberg SMP 24».

Quello di Drivin’ Force è un pezzo discreto ma nulla di epocale. Nel 1989 però avviene qualcosa che, in modo del tutto inconsapevole, porta van Rijen a risultati ben diversi. Ispirato in modo complementare dall’hip house di Chicago e dalla piano house proveniente dall’Italia, compone un brano destinato a restare negli annali e soprattutto a diventare un prototipo dell’eurodance. «La prima versione demo di “I Can’t Stand It” che realizzai era di stampo hip hop con una parte vocale da me eseguita al vocoder. In quel periodo in cima alla dance chart olandese c’era “Get Busy” di Mr. Lee che adoravo. Decisi così di campionarne un pezzetto e sovrapporlo ad un riff di pianoforte per renderlo orecchiabile, al rap di Ricardo e al ritornello di Nance. Registrammo la parte di quest’ultima per oltre quaranta volte perché usavamo un microfono non professionale. Continuavo a non essere soddisfatto del risultato e ad un certo punto lei cominciò a piangere, esausta. A quel punto decisi di campionare le parti che mi sembravano meglio riuscite ed ottenni il ritornello (“stimolato” da quello di “The Party Just Began” di Sydney Fresh, nda). L’ispirazione del testo invece venne pensando a tutte le guerre che attanagliavano il mondo, al Sud Africa, a Nelson Mandela e al razzismo. Ecco perché il ritornello recitava “I can’t stand it no more” (non posso più sopportare). Il brano divenne un buon successo in Olanda e i DJ che lavoravano nella radio nazionale lo passavano spesso nei loro programmi».

Ruud van Rijen Studio (1991)

Ruud van Rijen nel suo studio, nel 1991

Per questa nuova avventura discografica van Rijen sceglie due amici, il rapper Ricardo Overman alias MC Fixx It (pochi anni dopo coinvolto dalla Media Records in alcuni brani dei Cappella ed Anticappella), e la cantante Nancy Coolen, la sopracitata Nance. «Il sabato e la domenica facevo il DJ al Freebird, una discoteca di Asten, in Olanda. I miei gusti erano prevalentemente legati all’hip hop e tecnicamente, a livello di mixaggi e scratch, mi difendevo piuttosto bene, vinsi anche alcuni concorsi nazionali. Ricardo e Nancy li incontrai proprio in quel locale. Ai tempi trascorrevo l’intera giornata a mixare, scratchare e produrre, era la mia passione. Sentivo di lavorare 24 ore al giorno per 7 giorni alla settimana e per questa ragione scelsi Twenty 4 Seven come nome di quel nuovo progetto».

“I Can’t Stand It”, inizialmente pubblicato dalla Freaky Records di Eindhoven, scavalca presto i confini olandesi per diventare un successo internazionale e lanciare una formula stilistica che diventerà lo standard per l’eurodance prodotta nel successivo quinquennio. «Fu il primo disco in cui figuravano insieme un rapper e una ragazza. Sino a quel momento invece il rap era riservato esclusivamente a voci maschili, come ad esempio avveniva nei pezzi di Kurtis Blow o in “Rapper’s Delight” della Sugarhill Gang. Quel mix tra uomo e donna fu copiato da un numero incredibile di artisti noti degli anni Novanta, e sono veramente orgoglioso di ciò. Il disco vendette più di un milione di copie ricevendo riconoscimenti in tantissimi Paesi europei. Purtroppo non ricordo bene quali strumenti utilizzai ma qui ho raccolto ordinatamente molte fotografie scattate in tutti i miei studi di registrazione, incluso il primo». Nonostante l’enorme ed inaspettato successo però, pare che qualcosa all’interno dei Twenty 4 Seven vacilli, almeno secondo la percezione che si prova dall’esterno. Il rapper di colore Ricardo Overman abbandona improvvisamente lasciando disorientati i fan. «Firmammo un accordo con la BCM Records, una casa discografica tedesca intenzionata a gestire il progetto su scala mondiale, e fummo costretti a registrare nuovamente il tutto nei loro studi, in Germania. Al direttore e fondatore della BCM Records, l’inglese Brian Carter, però non piaceva il rap di MC Fixx It, a suo avviso la pronuncia non era all’altezza della situazione. Così lo congedò offrendogli un mucchio di soldi e lui accettò di buon grado. A sostituirlo fu un altro rapper, Tony Dawson-Harrison, meglio noto come Captain Hollywood. Lo incontrai una mattina e gli chiesi di scrivere il nuovo testo da rappare e dopo solo poche ore eravamo già pronti per registrare il pezzo».

La nuova versione di “I Can’t Stand It” (per cui viene girato un nuovo videoclip, simile al precedente) finisce nel primo LP dei Twenty 4 Seven intitolato “Street Moves”, licenziato in molti Paesi europei ma anche in Canada, Argentina, Brasile, Australia e Venezuela. Il singolo viene pubblicato pure negli States dalla Arista ma col nome variato in Twenty 4th Street ad insaputa dell’autore: «Non so spiegare il motivo di quella modifica, ad oggi è ancora un mistero. Non mi dissero nulla e probabilmente la ragione è legata ad una questione di diritti: il nome Twenty 4 Seven era di mia proprietà e quindi cercarono un escamotage per gabbarmi». In Italia invece, dove “I Can’t Stand It” viene inserita nella colonna sonora del cinepanettone “Vacanze Di Natale ’90”, l’album arriva attraverso la Five del gruppo Fininvest di Silvio Berlusconi. «Non ho mai avuto alcun contatto con chi prendeva in licenza la mia musica, la casa discografica mi trattava come uno stupido ed adesso capisco più che bene le ragioni. Ho sempre amato la musica italiana, soprattutto l’italodisco e l’italodance, sono un fan di Whigfield e di Eros Ramazzotti, senza dimenticare Al Bano & Romina Power».

Da “Street Moves” viene estratto il singolo “Are You Dreaming?” rappato ancora da Captain Hollywood che però da lì a breve lascia il gruppo di van Rijen. Questo secondo abbandono decreta un biennio (1991-1993) di quasi totale inattività per i Twenty 4 Seven. «La BCM Records fece firmare a Tony Dawson-Harrison un contratto che valeva solo per un album. Dopo l’uscita di “Street Moves” mi riferirono che lui preferiva concentrarsi sulla propria carriera da solista (nel 1992, con la produzione dei Cyborg DMP, nasce Captain Hollywood Project e la hit “More And More”, nda) e questa scelta mi rammaricò non poco. Ebbi l’impressione che il lavoro svolto sino a quel momento stesse per finire in fumo e che dovessi ricominciare tutto da capo. Tempo dopo seppi però che il suo abbandono fu causato da varie truffe perpetrate dalla casa discografica e non dalla voglia di prendere le distanze da me. Anche io, proprio come lui, ero vittima di quel sistema ma non lo sapevo ancora. Eravamo molto giovani e lasciammo che ciò avvenisse senza farci troppe domande. Un vero peccato».

Questi problemi minano la serenità di van Rijen che riesce ad incidere un nuovo album solo nel 1993. Per “Slave To The Music”, edito dalla Indisc/CNR, si avvale delle voci di Nance e di un nuovo rapper, Stacey ‘Stay-C’ Seedorf, entrambi immortalati in copertina anche per il seguente “I Wanna Show You” del ’94. “Slave To The Music” è anche il titolo del singolo che funziona bene in Germania e nei Paesi nord europei ma che passa totalmente inosservato da noi. Il quarto (ed ultimo) album è “Twenty 4 Hours A Day, Seven Days A Week”, del ’97, in cui Nance viene rimpiazzata da Stella, ma per Twenty 4 Seven il tempo del successo globale ormai è solo un lontano ricordo.

Ruud van Rijen Studio (1996)

Ruud van Rijen ancora nel suo studio, nel 1996

«Porterò sempre nel cuore gli anni Novanta, ed ammetto che ritrovare “I Can’t Stand It” nella colonna sonora del film “Dying Young” (“Scelta d’amore – La storia di Hilary e Victor” da noi, nda) con Julia Roberts fu veramente entusiasmante. Vedere il mio nome tra i titoli di coda di un film di quella portata era qualcosa che potevo solamente sognare. Gli anni Novanta inoltre mi hanno insegnato che credere in un progetto e seguire il proprio cuore può portare a risultati inimmaginabili. Se senti di voler fare qualcosa nella tua vita devi farla senza dare peso a ciò che dicono gli altri. Non importa se sarà dura raggiungere la meta, gli eventi faranno il resto. Quando iniziai a produrre musica non pensavo affatto di trasformare quella passione in una professione, ma ciò invece accadde. Il film/documentario “The Secret”, recentemente trasmesso da Netflix, descrive esattamente cosa è accaduto a me. Sono felice che altri artisti/compositori eurodance abbiano preso spunto o copiato le mie idee. Ciò significa che quello che avevo fatto poteva piacere anche ad altri, e quindi lo considero come un autentico complimento. Nei primi tempi trascorsi in studio riuscivo a strimpellare su una tastiera usando un solo dito. Per suonare la parte di pianoforte di “I Can’t Stand It” ci misi più di tre ore e non so quante altre per trovare i relativi accordi. Non sapevo davvero nulla di musica ma avevo un buon orecchio e come DJ sapevo di cosa avesse bisogno il pubblico e quindi provai a fare un brano con quelle caratteristiche. Adesso ho 53 anni e mi esibisco ancora ogni settimana come DJ oltre a lavorare quotidianamente in studio. Ogni giorno, da ormai una quindicina d’anni a questa parte, imparo qualcosa in più sulla produzione musicale e sulla tecnologia. Ora il mio desiderio è incidere un nuovo grandioso album e spero di vincere anche l’Eurovision Song Contest un giorno. Insomma, ho ancora dei sogni che vorrei vedere trasformati in realtà». (Giosuè Impellizzeri)

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Follow-up, croce e delizia dei produttori dance

FORTUNE-IS-IN-THE-FOLLOW-UPIn un mondo costellato di mix e remix, uno dei compiti più ardui per i produttori dance negli anni Novanta è realizzare i cosiddetti follow-up. Ma cosa è precisamente un follow-up? Nella maggior parte dei casi, nel panorama mainstream, si tratta del brano che segue la hit realizzata dallo stesso artista. Alcuni dicevano (e dicono ancora) che arrivare al successo con un disco può essere facile, il difficile è mantenerlo. Verissimo. E il follow-up, croce e delizia di tanti produttori, diventa un elemento cardine di questo processo. Tanti azzeccati, altrettanti sfortunati per tutta una serie di motivi, o perché non forti come il disco precedente, o perché troppo simili. Il successo, d’altronde, può cogliere impreparato chiunque, musicalmente parlando. Nella dance gli esempi sono tantissimi, anche troppi, e in questo articolo ne andrò a citare alcuni che non hanno avuto il riscontro sperato.

Twenty 4 Seven “Are You Dreaming?” (1990)
Il classico follow-up basato sulle “fondamenta” della hit precedente. Dopo essere stati tra i protagonisti dell’annata discografica con “I Can’t Stand It” (sesto singolo più venduto dell’anno in Italia), gli olandesi Twenty 4 Seven producono un brano che non riesce proprio a svettare nelle classifiche, come anche i successivi. Una vera e propria meteora del panorama dance.

Snap! “Exterminate” (1992)
Francamente il compito è davvero difficile, ossia emulare il successo di “Rhythm Is A Dancer”,che ha davvero fatto la storia della eurodance anni Novanta con milioni di copie vendute. Un follow-up atipico visto il cambio di sonorità (più vicine a “The Power”) che lascia spiazzati gli addetti ai lavori.

Felix “It Will Make Me Crazy” (1992)
“Don’t You Want Me” è un disco fortissimo: costruito su un campione vocale delle Jomanda (“Don’t You Want My Love”, del 1989), riesce a catalizzare l’attenzione generale nel 1992 e diventare uno dei brani più belli di tutto il decennio. Il seguito, uscito nello stesso anno, ne riprende gli elementi principali risultando semplicemente un buon disco ma nulla di più.

Whigfield “Another Day” (1994)
Gloria anche per le produzioni dance italiane, nel 1994. “Saturday Night” (pubblicato già nel 1993 ma senza ottenere riscontri) vende ben 1 milione di copie solo nel Regno Unito nell’autunno dello stesso anno ma il follow-up viene forse rilasciato troppo a ridosso del precedente (e, a dire il vero, è anche troppo simile), tanto da passare inosservato nelle classifiche. Va meglio invece, dopo qualche mese (estate 1995), a “Think Of You”.

Quadran “Free Your Mind” (1996)
Il 1996 è un anno fortunato per i brani strumentali, ma già a fine 1995 i pezzi di tale genere iniziano a fare capolino nelle classifiche, come “Eternally” dei Quadran, parecchio programmato anche in Italia. Il duo di stanza in Belgio non perde tempo e dopo pochissimo tempo prova a cavalcare l’onda del successo con “Free Your Mind”, pezzo molto d’atmosfera che però presenta poco appeal radiofonico rispetto al precedente.

B.B.E. “Flash” (1997)
Arrivati inaspettatamente al grande successo nelle classifiche europee nel 1996 con la strumentale “Seven Days And One Week”, il trio francese formato da Bruno Sanchioni, Bruno Quartier ed Emmanuel Top produce un follow-up di ottima qualità che però si (dis)perde dopo un buon inizio, calando il sipario sul successo commerciale del progetto.

Paradisio “Vamos A La Discoteca” (1997)
Alcuni progetti dance degli anni Novanta sono perfetti per il periodo estivo, non solo per i brani, decisamente allegri, ma anche per l’aspetto delle cantanti. In questo caso Marisa, vocalist del progetto belga Paradisio, appare sempre con parrucche colorate. “Bailando” infiamma l’estate del 1997 ma non fa altrettanto il follow-up, uscito nell’autunno dello stesso anno.

Whirlpool Productions “The Cold Song” (1997)
“From: Disco To: Disco” nasce davvero per caso, in studio di registrazione, mentre uno dei componenti del progetto, Eric D. Clark, intona un motivetto orecchiabile in uno stato fisico non molto sobrio. Diventa uno dei grandi successi del 1997. Il disco successivo non ottiene gli stessi riscontri, rispedendo i tedeschi nell’ambito della musica house da club.

Bacon Popper “Rejoice In Love” (1998)
Tra i dischi-rivelazione dell’estate 1998 c’è “Free” degli italiani Bacon Popper, incentrato sul riff di “New Year’s Day” degli U2 e su una ritmica parecchio efficace, che ottiene un ottimo successo anche all’estero, in particolare in Francia. Non va però bene al secondo singolo, che ripesca “Bette Davis Eyes” di Kim Carnes. «Odio fare i follow-up» afferma qualche tempo dopo Paola Peroni, DJ e responsabile del progetto.

ATB “Don’t Stop!” (1999)
Dopo essere stato parte integrante del progetto Sequential One (insieme a Thomas Kukula alias General Base), il giovane André Tanneberger prova, alla fine del 1998, ad uscire allo scoperto con lo pseudonimo ATB e il brano “9 PM (Till I Come)”. Successo europeo ma follow-up davvero troppo simile. Non un flop ma nemmeno un disco da ricordare come il primo.

(Luca Giampetruzzi)

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