Bismark – DJ chart luglio 1997

Bismark, Disco Mix luglio 1997
DJ: Bismark
Fonte: Disco Mix
Data: luglio 1997

1) Dimitri Gelders – Smoke Sign
Discograficamente attivo nella seconda metà degli anni Novanta, Gelders incide un album e vari singoli per la Zolex Records. Tra questi si rinviene “Smoke Sign” contenente quattro brani di trance/progressive dalle caratteristiche canoniche per il genere che diventa popolare in tutto il mondo proprio a fine decennio. Tra planate melodiche e groove scalpitanti, l’artista bilancia con perizia ritmo e melodia. Corre voce che il belga abbia accantonato l’attività musicale per dedicarsi al triathlon ma ad oggi non si rinvengono fonti ufficiali che acclarino tale ipotesi.

2) Marco Bailey – Global Warning
Dopo “Planet Goa” su Dance Opera nel 1995, Marco Bailey incide il secondo album, questa volta per la granitica Bonzai Records di Fly (di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui). Sulla linea di mezzeria tra (hard) trance e techno, genere a cui si dedica con regolarità da lì a breve, il DJ belga dà libero sfogo alla sua creatività plasmando ipnotismi lisergici (“Cyberlab”, in coppia con Dirk ‘M.I.K.E.’ Dierickx, “Spacecake”), calibrando l’acid (“Bassremover”, “Mr Kandinsky”, “Scan Fortress”), comprimendo ritmi (“Behaving Forward”, “N.Y. Times (Remix)”) e calandosi in territori non prettamente “dance” come avviene in “The Shining”, tool ambient realizzato con Mauro Mirisola, e in “Global Warning”, feroce breakbeat ascrivibile al segmento ai tempi ribattezzato “chemical beat” in cui rientrano band come Chemical Brothers, Fluke e Propellerheads. Il disco viene pubblicato anche in Italia dalla Bonzai Records Italy del gruppo Arsenic Sound capitanato da Paolino Nobile, intervistato su queste pagine qualche tempo fa.

3) Tone King – Pneu
Estratto dal “Micheline Tracks EP” sulla Cyberfugu la cui attività pare circoscritta proprio a questa pubblicazione, “Pneu” è un mosaico di elementi ritmici che l’autore, Daniel Neeven alias Tone King, combina utilizzando l’effettistica come modulo di raccordo. Progressione e moto ascensionale danno energia alla stesura colorita dall’incrocio tra phaser, flanger e distorsore applicati ad un drumkit di quella che pare essere una TR-808. Il brano viene ripescato nel 2000 dalla Clockwork Recordings che lo ripubblica abbinandolo a vari remix realizzati da noti esponenti della scena belga, Insider, Housetrap, Zzino vs. Accelerator e la coppia Marco Bailey/Redhead.

4) Ricky Le Roy – Tunnel
Esaurita la spinta commerciale di “First Mission” che cavalca con successo l’onda della mediterranean progressive, Ricky Le Roy incide un secondo singolo ma non seguendo lo schema del classico follow-up. “Tunnel” infatti non trova appigli nel mondo mainstream probabilmente per l’assenza di una vena melodica subito riconoscibile e che un certo tipo di pubblico necessita per mostrare apprezzamento ed approvazione. Più vicina a “First Mission” potrebbe risultare “Ensamble”, uscita nello stesso periodo su Underground ma che l’artista firma con uno pseudonimo diverso, Sonar, e che quindi non gode della stessa attenzione. L’Extended Mix di “Tunnel” mostra comunque più di qualche legame col mondo progressive trance dei bassi in levare, delle pause centrali e degli arpeggi di casa BXR ma è insufficiente a ingolosire gli avventori dei locali e delle radio più pop(olari). La Le Roy Mix e la simile Megamind Mix, col rintocco di una campana e col suono prolungato del choir (sfruttato nel remix di Mauro Picotto uscito nel 1999) risultano le più incisive del disco. Seguono gli avvitamenti pseudo acidi della Club-Club Mix, anch’essa destinata a quella fascia di pubblico che acclama Le Roy ogni weekend chiamandolo affettuosamente “l’angelo biondo”.

5) Aton – Voyager
“Voyager”, inciso sul 12″ di debutto dell’elvetica Mo Records, è un sognante brano di trance onirica, ricco di armoniche contrapposte ad un ritmo deciso e rasoiate acide che fanno ingresso insieme a sobbalzi breakbeat. Immancabile un breve messaggio vocale, “welcome to infinity, the voyage may begin”, affine all’immaginario collettivo che ai tempi anima il movimento trance e che fa leva su un mix tra racconti fiabeschi e viaggi interspaziali. Non filtra alcuna indiscrezione sulla paternità autoriale.

6) Sergio C – Texture / Planar Tilling
Attivo artisticamente dal 1990, Sergio Crestini aderisce alla scena rave e matura il giusto know-how per realizzare dischi, vera ambizione per i DJ degli anni Novanta. Dopo alcune esperienze in team con Stefano Di Carlo e lo stesso Bismark (Human Imagination, Oblivion) inizia ad incidere come Sergio C e fonda una personale etichetta, la Vinylife Recordings, inaugurata proprio coi due brani in questione. Se “Texture” si avvicina alla goa col suo incessante bassline e martellio ritmico, l’architettura di “Planar Tilling” si muove invece entro partiture più canonicamente prog trance, con ricami melodici, break e ripartenze.

7) DJ Arabesque – I Don’t Know
Trincerato dietro DJ Arabesque, ma con un margine di mistero prossimo allo zero visti i crediti rivelatori disponibili sul disco, Mario Più incide “I Don’t Know” per la Underground ripartita nell’autunno del 1996 con un nuovo layout grafico e sonoro. Pure un orecchio poco allenato riconoscerebbe il sample preso da “Firestarter” dei Prodigy ma l’intero pezzo è sostanzialmente una cover di un brano proveniente dalla Germania, “Peggy” di The Visitor, particolarmente noto al pubblico dei locali progressive toscani di allora che va in visibilio per quel particolare e funzionale “stop and go”. Il titolo stesso “I Don’t Know” è il riadattamento fonetico di ciò che parrebbe dire il vocal della traccia di riferimento. A licenziare in Italia “Peggy” è la Non Plus Ultra Records del gruppo Hitland (ex Discomagic) che commissiona anche un paio di remix a Frank Vanoli ed Alex Voghi. Mario Più continua ad utilizzare con regolarità lo pseudonimo DJ Arabesque centrando il successo internazionale nel 2000 grazie a “The Vision”.

8) The Auranaut – Calm Your Mind
A metà strada tra trance e progressive house, “Calm Your Mind” muove le corde emozionali dell’ascoltatore mediante suggestive armonie intrecciate alla voce cristallina di Sirah Vitesse. Il brano viene pubblicato nel 1997 dalla Excession di Sasha ma circola sin dal 1995 su un 12″ promozionale della Disruptive Pattern, etichetta per cui Graham Dear alias The Auranaut quell’anno incide “Hear The Rich Boy (Just Passing Through)” entrato proprio nelle grazie del citato Sasha.

9) Bismark – Space Is The Place
Marco ‘Bismark’ Bisegna è uno dei primi artisti coinvolti dalla Media Records nel rilancio della BXR come “casa discografica dei DJ”. Nel ’96 escono “Double Pleasure” e “My World” (quest’ultimo remixato anche dal belga Jan Vervloet dei Fiocco) di impostazione mediterranean progressive ma il costante desiderio di sondare nuovi territori stilistici lo porta ad evolvere la propria matrice sonora. Con tale intento nel ’97 incide “Project 696” «omonimo del programma radiofonico in onda su Power Station che conducevo ai tempi con Luca Cucchetti, il mio mentore» racconta oggi il disc jockey. Il doppio mix si apre proprio con “Space Is The Place” (che niente divide con l’omonimo di Sun Ra), una marcetta che un po’ ricorda “Chrome” di un paio di anni prima, in cui figura un sample vocale dell’artista stesso e una lunga pausa con tanto di countdown della NASA a scandire la fase finale. Il taglio di “Project 696” è eterogeneo specialmente se rapportato ad altri dischi del catalogo BXR, e ben simboleggia le sfaccettature artistiche del DJ capitolino. Da “Trance Sensation”, intreccio melodico/armonico con un piglio epico à la Sunbeam, a “Shadow” e “Female Vox” che incarnano propriamente lo stile mediterraneo della BXR di quel periodo (R.A.F. By Picotto, Gigi D’Agostino, Mario Più, Saccoman, Ricky Le Roy) con spirali di synth acidi, bassi in levare e break melodici. In “Synthesis” si accentuano elementi techno ma è con “Give Yourself 2 Me” che l’artista stupisce di più: mettendo da parte la cassa in 4/4, inforca il drum n bass ed un basso speed garage e rammenta il boom hardcore del periodo rave. «Venivo da una serie di avventure europee e secondo Gianfranco Bortolotti, sempre presente a convention e meeting internazionali, il mio nome cominciava a girare con un certo interesse» prosegue Bisegna. «Scegliemmo quindi di ampliare un po’ la visione musicale senza legarmi unicamente al mio genere predominante ovvero la trance, e il risultato fu quel doppio mix».

L'Unità, Street Festival del 21 giugno 1998

L’articolo apparso su L’Unità dedicato allo Street Festival svoltosi a Roma il 21 giugno 1998

A “Project 696” segue “Street Festival”, omonimo dell’evento organizzato per la seconda volta a Roma nel giugno 1998 di cui Bismark, soprannominato “Il Principe”, è tra i principali promotori. “La risposta romana alla Love Parade di Berlino e alla Street Parade di Zurigo”, come viene descritta ai tempi in un articolo apparso su L’Unità, con mastodontici sound system e carri tra cui ovviamente quello della BXR animato da Mauro Picotto, Joy Kitikonti, Tony H e lo stesso Bismark. «Francesco e Stefano, all’epoca organizzatori degli eventi Unica Tribù (come il rave di beneficienza The Bomb, raccontato in questo articolo dal compianto Dino D’Arcangelo, nda), decisero di realizzare questa manifestazione musicale sul modello di quelle estere. In virtù dell’importante ruolo storico di Roma, provammo a dare vita ad un evento dal respiro europeo, anche sotto il profilo musicale, ma scontrandoci con non poche difficoltà sorte col Comune. Purtroppo il diffuso scetticismo di vari personaggi ancorati all’avanzata età, poco propensi a dare spazio ad una novità assoluta di quel periodo, ci ostacolò ma per fortuna grazie a giornalisti di spessore e all’assessore ai tempi in carica battemmo la diffidenza. Le autorità ci permisero di organizzare lo Street Festival per due anni consecutivi, nel 1997 e nel 1998, totalizzando rispettivamente 50.000 e 70.000 presenze».

Bismark diventa uno degli alfieri della squadra BXR e vede crescere stabilmente le proprie quotazioni sulla piazza internazionale. «Quell’avventura iniziò per gioco. A contattarmi fu Gigi D’Agostino che mi propose di entrare a far parte della Media Records. All’inizio mostrai un certo scetticismo perché l’etichetta di Bortolotti batteva generi molto commerciali in cui mi rivedevo poco, ma Gigi mi rassicurò spiegandomi che da lì a breve sarebbe nata una label espressamente destinata ai lavori dei DJ maggiormente rappresentativi di quel periodo. Ci misi sei mesi per metabolizzare la cosa ma alla fine mi trasferii a Brescia e cominciò tutto. A colpirmi subito fu la professionalità e la serietà della Media Records, reduce di svariati riconoscimenti a livello mondiale. Ogni disco che ho inciso per l’etichetta di Bortolotti ha avuto un suo perché, oltre ad essere supportato da DJ di caratura internazionale, su tutti Paul van Dyk ed Armin van Buuren. I più fortunati? “Project 696”, “Street Festival”, “Make A Dream”, “Just A Moment” e “The Theme Of Sphere”, in coppia con lo svizzero Philippe Rochard. Furono oggetto di ottimi riscontri di vendita ed inseriti in moltissime compilation».

10) Pablo Gargano – Senza Volto – An Eve Collection
L’album di Pablo Gargano, italiano trapiantato nel Regno Unito, parla la lingua dell’hardtrance. È sufficiente ascoltare “Organ-Ic” per rendersi conto di quale miscellanea venga generata attraverso l’uso di melodia, ritmo e deviazioni acide. Velocità di crociera sostenute hanno la meglio in “One Time” e “Grand Hall”, mentre in “On A Deep Tip (Follow The Rimshot Remix)” torna a farsi sentire, selvaggiamente, la TB-303. Poi c’è il remix di “Definiton Of A Track” firmato da David Craig e Gargano ricambia realizzando il The Moving Remix di “Lord Of The Universe”, brano suonatissimo da Giorgio Prezioso su Radio DeeJay. Da anni circola voce che Gargano e Craig siano la stessa persona ma la notizia non è mai stata ufficializzata. Nessun dubbio invece sul remix che Gargano realizza per “My World” di Bismark, quando il pezzo viene licenziato oltremanica dalla sua Telica.

(Giosuè Impellizzeri)

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Alessandro Tognetti – Naked (UMM)

Alessandro Tognetti - NakedLa UMM dei primi anni di attività resta memorabile per diverse ragioni. Da un lato l’assoluta competenza e lungimiranza da parte dei direttori artistici nel rilevare licenze di pregio (Underground Resistance, Blake Baxter, Lionrock, Nightmares On Wax, Jovonn, Rejuvination, Pfantasia, Masters At Work, Hardrive, Motorbass, Speedy J, Todd Terry e Daft Punk, giusto per citarne alcune), dall’altro la voglia di tutelare il made in Italy garantendo il supporto ad una schiera di produttori con valide idee ed accesa creatività.

I Novanta sono iniziati da poco, un numero crescente di DJ inizia ad armeggiare negli studi di registrazione avviando le proprie carriere da compositori. È quanto accade pure ad Alessandro Tognetti, da lì a breve scritturato da UMM, che racconta: «Nel 1991 ero resident al Duplè e mi venne proposto di collaborare con Leo Rosi che stava allestendo uno studio di registrazione ad appena cinque minuti dal locale. Lui era un musicista ed io un DJ, pertanto c’era molta differenza di vedute. Dopo diversi giorni finalmente riuscimmo a mixare le tracce finite in “Last Day”, su Technology, una delle tante etichette della Discomagic. Il titolo non era casuale, ci serviva a ricordare che, dopo tanti sforzi, eravamo arrivati al fatidico “ultimo giorno” in cui avremmo dovuto consegnare il master. Fu davvero una bella emozione vedere il mio nome su un disco in vinile!»

L’anno seguente Tognetti incide un secondo disco, questa volta sulla campana UMM appartenente al gruppo Flying Records. Insieme a lui questa volta c’è Marco Baroni, partner di Alex Neri in progetti come Korda, Green Baize ed Agua Re e futuro artefice di Kamasutra e Planet Funk. «Registrammo “Naked” nello studio di Neri e Baroni, poco distante da casa mia. Marco lo conoscevo bene perché correvo in bici col fratello, Alex invece in quel periodo stava svolgendo il servizio militare. Portai diversi campioni “rubati” da vari dischi, come groove, bassi e voci. Marco suonò praticamente tutto quello che c’è nel disco. Alla UMM giunsi tramite l’altro socio dello studio, Pietro Peretti, che aveva un negozio di dischi a La Spezia, Muzak, e che insieme al genovese Good Music mi riforniva costantemente di vinili. Presero “Naked” a primo colpo e senza chiedere di apportare modifiche, ma ebbi l’impressione che la UMM volesse puntare più ad altri artisti che a me e il disco finì con l’essere snobbato in Italia».

A spiccare è la Carol Version, scandita da un sax, qualche occhiata alla ambient house particolarmente vicina al mondo UMM, ed una suadente voce femminile che qualcuno ipotizza possa essere quella di Carolina Damas, la venezuelana diventata nota qualche anno prima per aver prestato la voce a “Sueño Latino”. «In realtà questo è un equivoco che si protrae ormai da troppo tempo. Sul disco non c’era scritto il nome della Damas come invece riportato erroneamente da Discogs. La voce era tratta da un’acappella inglese. Optammo per Carol Version perché in quel periodo la mia fidanzata si chiamava Carol. Francamente non capisco neanche come sia sorto questo errore visto che la Damas cantava in spagnolo mentre “Naked” è in inglese madrelingua. Dai rendiconti che mi mandò la Flying Records risultò che “Naked” vendette solo 1200 copie seppur entrò nelle top chart inglesi e in varie classifiche del Nord Europa. Una volta al mese andavo a Londra per comprare i dischi e dopo la pubblicazione su UMM, in compagnia di Gianni Bini e Fulvio Perniola ossia i Fathers Of Sound, tutti i venditori mi fecero i complimenti per la produzione. Da Quaff Records, Catch A Groove e Zoom (dove lavoravano i Leftfield) avevo persino accesso ai magazzini dove custodivano i promo più ricercati».

Nel 1993 Tognetti lascia UMM e Flying Records per la più piccola Interactive Test di Franco Falsini, ed incide “Different Places” di Man Myth Magic insieme allo stesso Falsini e a Mario Più, con cui condivide per qualche tempo la consolle all’Insomnia di Ponsacco. È l’ultimo a ruotare sulla house prima della virata techno. «Negli anni Novanta eri figo solo se facevi i dischi house, mentre la progressive era considerata da riviste e radio musica di serie B. Conoscevo Mario Più da diversi anni, suonavamo insieme ed eravamo molto in sintonia. Falsini invece era il “magic” in grado di realizzare al meglio il nostro disco. Anche questa volta portai dei campioni ai quali Mario aggiunse il giro di basso tratto da “One Day” dei Tyrrel Corporation, e il pezzo prese forma. Entrò in classifica su Italia Network, in Future Trax, dove rimase per ben dieci settimane. Tramite Karen Goldie, una manager italo canadese che vendeva artisti americani e britannici (come Lil’ Louis, Robert Owens, e Roger Sanchez) all’Insomnia e ad altri locali, contattammo gli Underworld proponendogli di realizzare un remix. Il prezzo fu fissato ad una cifra simbolica, 500 mila lire o un milione, non ricordo bene, ma la Goldie pretendeva (giustamente) una commissione per la trattativa. Purtroppo non avevamo altri soldi da investire e quindi non se ne fece più niente. Questo resta l’unico rammarico della mia carriera».

Negli anni a seguire Tognetti sposta del tutto l’attenzione verso la techno/progressive con diversi progetti su Subway in collaborazione con Davide Calì e Fabio Kinky. Ciò coincide con lo sdoganamento e l’affermazione commerciale della cosiddetta progressive, che perde i connotati originari e ne prende altri derivati in primis da “Children” di Robert Miles. «In quel periodo suonavo all’Insomnia e all’Imperiale e la mia musica andava innegabilmente verso la progressive. Calì lo conobbi tramite Checco Sassarini, un DJ che suonava all’Alhambra di Sarzana, discoteca di proprietà dei tre fratelli Neri, ovvero il papà e gli zii di Alex. Calì ascoltava Radio Mare Imperiale News dove io e Kinky curavamo la programmazione. Ci dimostrò di conoscere tutti i dischi che passavamo e così ci mettemmo poco per simpatizzare e realizzare diverse uscite per la Subway. Il feeling tra noi è rimasto immutato negli anni».

Nel 1997 invece Tognetti approda alla Media Records incidendo, per Underground, “Omanipatmeum” in coppia con Adriano Dodici, pezzo che sigla un avvicinamento ancora più marcato alla techno e fa sembrare i tempi della UMM davvero lontani. «Mauro Picotto, con cui suonavo al Palace, mi disse che avrebbe voluto pubblicare su Underground tracce di Farfa, Kitikonti, mie e di altri DJ meno commerciali rispetto a quelli della BXR. Adriano Dodici fu fantastico, come sempre, ma il tocco finale ad “Omanipatmeum” glielo diede Max Mason, un mio caro amico DJ che riuscì a plasmare tutti gli elementi. Non nascondo che mi sarebbe piaciuto uscire anche su BXR ma in quel periodo facevo le cose per amore e non temevo di avere solo un pubblico di nicchia. Qualche mese dopo portai altre tracce a Picotto ma non c’era più feeling con le idee che perseguiva la Media Records e così interruppi la mia carriera da produttore».

Per praticamente tutti gli anni Novanta Tognetti lavora in locali rimasti impressi nella memoria di un’intera generazione, dal Duplè all’Insomnia, dal Deskò all’Imperiale, dall’Echoes al Kama Kama passando per l’Ultimo Impero e la Barcaccina. Giudizio comune è quello di attribuire a tale epoca il ruolo di “golden age” del clubbing italiano. «I DJ nostrani, per lo più col sound “toscano”, andavano davvero forte in quegli anni, solitamente lavoravamo dal venerdì alla domenica e il vero protagonista era il pubblico. Poi, dal 1995 circa, i gestori iniziarono a chiedere musica meno “asfissiante” ed arrivarono vagonate di maranzate. La bella musica non era più un’esigenza e pian piano la qualità delle produzioni andò scemando. Solo un paio di locali continuarono a proporre sound di qualità. Ovviamente anche allora c’erano gli incompetenti ma per un po’ di tempo gli effetti vennero mascherati dal pubblico, disposto a pagare comunque cifre importanti (dalle 30 alle 50 mila lire dell’Imperiale ad esempio) per ascoltare i propri idoli. Quando la gente cominciò a non andare più a ballare, i gestori improvvisati non seppero che pesci prendere e molti locali chiusero. Ero convinto che il fenomeno sviluppatosi in quegli anni non sarebbe mai finito ma nel 1998, soprattutto per me, giunse un brutto momento. Facevo poche serate e non avevo più voglia di produrre musica».

Tognetti ritorna esattamente dieci anni più tardi (e “Ten Years After”, Model, 2008, lo rimarca), siglando un nuovo riavvicinamento alla house seppur declinata secondo ottiche moderne. Qualche soddisfazione se la toglie anche con “Positive Education”. «Lo realizzai con Calì, l’uscita era prevista sull’ormai defunto DJ Download ma a nostra insaputa lo distribuirono su Beatport e lo diedero in licenza a molte compilation. Credo che l’album “The Little Big Man”, del 2011, rappresenti la chiusura del cerchio iniziata nel 1991 con “Last Day”. Ultimamente mi sono dedicato alla scrittura di un romanzo storico che uscirà a ridosso del Natale 2017: amici DJ, PR e discotecari, non temete perché è ambientato nel 1944. Però nel frattempo ne sto scrivendo un altro che parla proprio del mondo della notte. Dunque, cominciate a preoccuparvi!». (Giosuè Impellizzeri)

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Tony H – DJ chart luglio 1997

Tony H , TuttoDance luglio 1997
DJ: Tony H

Fonte: Tutto Dance
Data: luglio 1997

1) CJ Bolland – The Prophet
“The Prophet”, scandito dalla voce dell’attore Willem Dafoe campionata dalla pellicola “L’Ultima Tentazione Di Cristo” diretta da Martin Scorsese, è uno dei brani più noti della discografia di CJ Bolland. Prodotto con Kris ‘Insider’ Vanderheyden nel post R&S ed estratto dall’album “The Analogue Theatre” destinato alla FFRR, il brano diventa un inno dei rave grazie ad un ritmo serrato ed una ipnotica linea melodica. A licenziarlo ufficialmente in Italia è la ZAC Records ma parallelamente la Dangerous, etichetta del gruppo Dig It International, mette in circolazione la cover del fantomatico B.A.D. (forse Luciano Albanese?) a cui l’autore rivolge parole di disprezzo in un’intervista dei tempi: «Qualche stronzo italiano ha fatto una versione di merda di “The Prophet” e la gente si è lamentata pensando che fosse un mio prodotto. Io non c’entro niente invece!». In quello stesso periodo esce un altro pezzo ispirato in modo abbastanza chiaro dal successo di CJ Bolland, “Psychoway” di Mauro Picotto.

2) Carbine – Psycho Thrill
Dietro Carbine si nascondono due tra i produttori britannici più prolifici degli anni Novanta in ambito acid techno, Chris Liberator & Guy McAffer. Devoti ad un suono rude, abbastanza grezzo e pulsante di energia, incidono “Psycho Thrill” ricorrendo a strumenti indispensabili per il genere in questione, Roland TR-909 e Roland TB-303. È proprio quest’ultima a ricoprire un ruolo primario coi suoi ghirigori ciclici che, abbinati ai cimbali lasciati in balia del pitch, creano un effetto dirompente. Sul 12″ edito dalla nota Stay Up Forever c’è anche “Cost Of Living” in cui viene esaltato il ruolo del ritmo a scapito delle venature acide.

3) Hypno Tek – You Make Me Feel (So Good)
Mantenere lo stretto riserbo sulla propria identità è piuttosto facile negli anni Novanta, basta adoperare crediti fittizi per evitare di essere riconosciuti. Oggi invece le cose sono nettamente cambiate, soprattutto perché pare che la massima aspirazione di gran parte degli attori nel mondo della musica sia esattamente la popolarità, pertanto sono pochi gli autori disposti a non riconoscere pubblicamente le proprie creazioni. Non è il caso però del misterioso Hypno Tek, su cui non sono mai filtrate indiscrezioni. A distanza di venti anni così non si sa chi fu l’artista che, con un mix tra acid, house e techno, aprì il catalogo della Kubik, una mini etichetta nata sotto la britannica Extatique e rimasta in attività sino al 1999.

4) Tony H – Hard Spice
Nella discografia ufficiale di Tony H non c’è nessun brano intitolato “Hard Spice”. Raggiunto poche settimane fa, l’artista spiega che a comparire nella chart fu una sorta di bootleg, mai pubblicato, realizzato con l’acapella di un brano delle Spice Girls. «Lo feci per scherzo, non conservo neanche l’audio» aggiunge. Tognacca, artefice con Molella di Molly 4 DeeJay (a cui abbiamo già dedicato un ampio reportage che potete leggere qui), lancia un nuovo programma radiofonico giusto un paio di mesi dopo la pubblicazione della classifica in questione, “From Disco To Disco”, che sino al 2000 caratterizza il sabato notte di Radio DeeJay. «A Linus piacque l’idea di far ascoltare le voci di chi era in giro il sabato notte, il genere musicale affrontato invece direi proprio di no. Ciononostante mi lasciò libertà musicale totale per due anni». Discograficamente invece Tony H torna, dopo “Enough Of Your Love” del 1994, nel 1998 quando Mauro Picotto lo invita ad unirsi alla squadra della BXR. Il primo dei tre dischi incisi per l’etichetta di Roncadelle (quattro se si considera anche il brano “Year 2000” destinato alla compilation “Maximal FM”) è “Zoo Future”, reinterpretazione di “Get The Balance Right!” dei Depeche Mode che considera i suoi mentori.

5) Green Velvet – The Stalker
Tra gli uomini-chiave della seconda generazione di artisti di Chicago, Curtis Alan Jones veste i panni di Green Velvet dal 1993, dopo essersi fatto conoscere come Cajmere (“Brighter Days” del 1992 fu un successo di dimensioni internazionali). Come Green Velvet punta ad un suono più nervoso, spesso lambendo la techno come nella fortunata “Flash” del 1995. “The Stalker” gira su un basso sbilenco e su uno spoken word cantilenante parecchio caratteristico che nel 2001 gli permette di raggiungere il mainstream con “La La Land” e “Genedefekt”, brani rispetto a cui “The Stalker” potrebbe essere considerata una specie di prodromo.

6) Thomas Schumacher – Ficken?
La Bush mette in circolazione il 12″ di “Ficken?” nel 1996 ma pare che si tratti solo di un formato promozionale. In realtà, come spiega oggi l’autore, quello di scrivere sopra “for promotional use only” «fu solo uno stratagemma che l’etichetta sfruttò per evitare di pagare una gabella nel Regno Unito». Delle tre versioni Tony H (come gran parte dei DJ di quel periodo) preferisce la #3 che suona più volte nelle prime puntate del sopraccitato programma “From Disco To Disco”, la stessa versione che figurerà poi sul CD di “Electric Ballroom”, il primo album del tedesco nativo di Brema.

7) Cominotto – Mother Sensation
“Mother Sensation” avvia la collaborazione tra Massimo Cominotto e la Media Records di Gianfranco Bortolotti. Il brano viene stampato su etichetta Underground, rilanciata giusto pochi mesi prima con una nuova veste grafica ed un nuovo “abito” stilistico. La Megamind Mix è hard trance vivacizzata da due celebri sample, la Global Mix punta ad un trattamento più minimale ed infine la Message Mix, ispirata da “Time Actor” di Richard Wahnfried, lancia occhiate a “Paint It Black” che Cominotto destina quello stesso anno alla Sound Of Rome.

8) Daft Punk – Rollin’ & Scratchin’
Presente nella tracklist di “Homework”, la bizzarra “Rollin’ & Scratchin'” mette in seria difficoltà chi ai tempi è abituato a parlare di house e di techno come due entità distinte e antitetiche. Con una particolare miscellanea i due parigini ottengono un risultato spiazzante da cui emerge una vena noise che sembra una citazione, abbastanza chiara, di “The Garden Of Linmiri”, un brano che Richard James firma nel ’93 come Caustic Window e che qualche tempo dopo finisce nello spot televisivo degli pneumatici Pirelli con Carl Lewis. “Rollin’ & Scratchin'” ispirerà altri artisti che la campionano riproponendola in disparate salse, come Gigi D’Agostino in “Terapia” (1997) e Mirko Milano in “Stopp & Go” (2001).

9) Alfredo Zanca – The Gheodrome Project EP
Tra 1996 e 1999 l’American Records di Roberto ‘Bob One’ Attarantato lancia una serie di etichette che accolgono nel proprio catalogo musica di DJ piuttosto noti nelle discoteche italiane. Tra queste la Tomahawk che, dopo Simona Faraone, Ivo Morini, Claudio Diva, Daniele Baldelli & T.B.C. e Kristian Caggiano, ospita Alfredo Zanca, resident del Gheodrome (sotto la direzione artistica di Steve Gandini), locale a cui dedica l’EP in questione. Il disco, che tocca sonorità afrobeat (“Fist Of Iron (Remix)”) sovrapposte a movenze progressive / hard trance (“Pitfall”) secondo la linea guida della stessa Tomahawk, si trasforma in un classico per il pubblico della discoteca di San Mauro Mare che da lì a breve diventa uno dei punti di riferimento italiani per la musica hardcore. La popolarità però non la salva da un futuro infausto comune a quello di molti altri locali sparsi per la penisola, e viene rasa al suolo nel 2014.

10) DJ Max V. – Technological Dream
Un EP in bilico tra trance e progressive quello del mantovano Massimo Vanoni alias DJ Max V., attivo discograficamente sin dai primi anni Novanta attraverso vari pseudonimi con cui si cimenta in diversi generi. Fa perdere le sue tracce a fine decennio quando abbandona l’attività da DJ, per poi tornare a pieno regime nel 2012 attraverso la sua Atop Records su cui pubblica nuovo materiale.

(Giosuè Impellizzeri)

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Blast – Crayzy Man (UMM)

Blast - Crayzy ManÈ il 1993 quando la napoletana UMM, etichetta di punta del gruppo Flying Records, pubblica il primo singolo dei Blast. “Take You Right” si inserisce perfettamente nel filone stilistico della label campana, quella house fascinosa per gli housers d’elite che odiano profondamente la techno di allora e la cosiddetta “commerciale”. La chiamavano “underground”, probabilmente omaggiando la stessa UMM (acronimo di Underground Music Movement) che fu tra le prime, in Italia, a seguire un percorso di quel tipo ma che, è bene ricordarlo, non ha certamente disdegnato deviazioni mainstream.

Dietro il nome Blast si celano Fabio Fiorentino e Roberto Masi affiancati dal cantante V.D.C. alias Vito De Canzio che fornisce anche l’immagine al progetto. «Blast fu il frutto della “convergenza” di tre realtà diverse, relativamente vicine tra loro ma che non si erano mai incontrate» racconta oggi De Canzio. «Masi lavorava come DJ e producer ed era l’unico ad aver stretto rapporti con quella che poi divenne la nostra casa discografica, la mitica Flying Records. Fiorentino invece era un enfant prodige della tecnologia applicata alla produzione musicale, ossia i primi campionatori e gli archetipi di quelli che adesso sono i software per creare musica. Io ero e rimarrò sempre un “animale da palcoscenico”, ai tempi presente sulla scena live di Palermo come cantante e vocalist nei club. Roberto e Fabio facevano già team (nel 1991 incidono per la Palmares “Body Motion” di Sadomasy & DJ One, nda), notarono i miei lavori realizzati coi cugini Dario e Mario Caminita come “Everybody’s Got To Learn Sometimes” di Concept, cover dell’omonimo dei Korgis, e mi “rapirono”. L’impronta stilistica fu subito molto personale e ben bilanciata fra le tre identità: Roberto portava il suo gusto house, io il mio soul e rhythm and blues, mentre Fabio si preoccupava di rendere tutto quanto più omogeneo possibile. Grazie a Roberto, che aveva già rapporti lavorativi con la Flying, godemmo di un’attenzione speciale, quantomeno nella presentazione. I manager dell’etichetta ci diedero una chance in breve tempo e poi giunse il secondo colpo di fortuna. Ralf, il famoso DJ house, si innamorò letteralmente di “Take You Right” e lo inserì nelle sue playlist che venivano pubblicate sui vari magazine tenuti in altissima considerazione ai tempi».

“Take You Right” è un brano destinato ai club a cui fa seguito, nel 1994, “Crayzy Man”, licenziato dalla MCA nel Regno Unito e in America. La tiepida accoglienza riservata al precedente ora viene controbilanciata da un successo internazionale che valica abbondantemente i confini patri. «”Crayzy Man”, scritto volutamente così da me per via del modo in cui pronunciai la parola, nacque come tutti i brani dei Blast, in pochi minuti. Se ben motivato da una base interessante, riuscivo a scrivere facilmente e velocemente le linee del cantato e i testi. Fu ispirato dal mio primo impatto col mondo delle discoteche internazionali, luoghi in cui potevi assistere a momenti di meravigliosa espressione artistica, culturale, musicale e visuale, ma anche posti in cui si vivevano gli eccessi più sfrenati che alle volte portavano tristemente all’autodistruzione. Buona parte del merito nel successo di “Crayzy Man” va riconosciuto ai Fathers Of Sound (Gianni Bini e Fulvio Perniola), che con la loro versione F.O.S. In Progress stravolsero l’originale dotandola di sonorità più aperte e tipiche della house internazionale. Riuscirono a valorizzare ulteriormente le nostre idee portando il brano ad un livello superiore, facendolo uscire dai confini della house da club traghettandolo nel mondo commerciale (nel senso positivo del termine), con un appeal vendibile e radiofonico. Girammo il video al cretto di Burri, vicino ai ruderi di Gibellina, in una caldissima giornata. Era un paesaggio lunare reso ancor più alieno dalla fotografia del regista Emanuele Mascioni e dalle idee visionarie di Patrizio Squeglia. Poi ci fu la trovata della palla (forse un richiamo artistico alle sfere di Arnaldo Pomodoro?, nda), un grosso globo dipinto di argento che molti ipotizzarono fosse stato inserito digitalmente in post produzione seppur in quel periodo di digitale c’era ancora ben poco. In realtà si trattò solo di una palla gonfiata spinta dal vento che soffiava quel giorno».

A supporto delle pubblicazioni estere vengono realizzate altre versioni di “Crayzy Man” dai Loveland, Junior Vasquez e Nick Hussey ma a fare la differenza resta quella dei Fathers Of Sound, riconfermati come remixer per il singolo successivo, “The Princes Of The Night”, ancora pubblicato da UMM nel 1994, anno in cui il team siciliano viene coinvolto da Radio DeeJay in “Song For You”, progetto benefico che devolve i proventi derivati dalla vendita del disco alla ricostruzione della scuola elementare Giovanni Bovio di Alessandria gravemente danneggiata da un’alluvione autunnale.

«L’identità dei Blast e dei remixer a noi associati era ormai ben definita e “The Princes Of The Night” ebbe un’ottima risposta soprattutto sulla piazza europea, forte di quanto costruimmo in precedenza. Fu il periodo dei tour in cui girammo senza sosta da una città all’altra in Italia e in Europa». L’interesse dell’estero, supportato ancora dalla MCA, viene aiutato da nuovi remix realizzati oltralpe da JX (quello di “Son Of A Gun” e “There’s Nothing I Won’t Do”) e Red Jerry della Hooj Choons, già dietro al successo di Felix. Le cose però cambiano nel 1995 con l’uscita del quarto singolo dei Blast, “Sex And Infidelity”. Questa volta la main version viene realizzata dagli svedesi StoneBridge & Nick Nice seguendo uno schema già abbondantemente rodato dai tempi del remix per “Show Me Love” di Robin S.

«Penso che in quel momento la musica stesse cambiando. StoneBridge riportò l’identità dei Blast alla house in un momento in cui iniziò a prendere piede l’elettronica con suoni ed atmosfere più “fredde”. Credo che la versione degli svedesi, seppur meravigliosa, abbia sortito l’effetto clone di “Show Me Love”, col consequenziale calo di interesse». Con “Sex And Infidelity” quindi si chiude la carriera dei Blast, durata appena un biennio. Nel ’96 la UMM sfodera nuove versioni di “Crayzy Man” a firma Alex Neri e Kamasutra che però non sortiscono alcun effetto. A più riprese ci riprovano anche altri (come Stefano Gamma, i Drive Red 5 in cui presenzia Masi, Nicola Fasano, Housellers, Riccardo Piparo) con risultati che non aggiungono nulla di diverso dal mero ripescaggio nostalgico.

De Canzio riappare qualche anno più tardi in nuovi progetti come Soulmate e The Cop. Poi, da solista, firma “Special Baby”, “The Dancer” e “Take The Moon”, questi ultimi due pubblicati dalla Rise del gruppo bresciano Time. Per V.D.C. è un vero e proprio rilancio artistico. «Mi stavo spostando velocemente verso l’attività di autore sempre più consapevole che il panorama musicale si stesse orientando più sull’immagine che sui contenuti. Ho avuto grandi soddisfazioni ricoprendo questo ruolo ma ho scelto comunque di allontanarmi da un mondo in cui si componevano brani in un determinato modo solo perché il trend era quello e non perché si avesse voglia di raccontare qualcosa, osando e sperimentando nuove sonorità. Il business tendeva più alla realizzazione di progetti a colpo sicuro piuttosto che investire su un artista costruendo la sua carriera ed evolvendola dalla dance al pop».

Nonostante la mancanza di strutture discografiche nella loro regione, la Sicilia, in quegli anni i Blast sdoganano insieme ai conterranei Ti.Pi.Cal. un suono che parte dalle discoteche e dai DJ e finisce col conquistare le classifiche di vendita anche in virtù di una pronuncia inglese all’altezza, fattore determinante per la credibilità nel mercato globale. «Fummo dei pionieri, le nostre soluzioni spesso erano improvvisate, frutto di notti insonni o lunghi viaggi in auto per suonare o confrontarci coi citati Ti.Pi.Cal. con cui instaurammo un’amicizia sincera (ed anche qualche collaborazione discografica, si vedano i remix di “Illusion” e “Sex And Infidelity”, nda) che ci permise di gioire dei successi ottenuti reciprocamente. Quella sinergia portò una ventata di aria fresca nella musica siciliana».

Nel corso dell’ultimo decennio V.D.C. interpreta altri brani, come quelli dei Clam e Vincenzo Callea & Get Far, ma in modo discontinuo. «La dance ormai non è più il mio obiettivo principale ma se un progetto fosse ben strutturato lo prenderei in seria considerazione. Recentemente apprezzo artisti come Swedish House Mafia, Röyksopp e Skrillex, ognuno riesce ad essere innovatore nel proprio genere anche se la matrice dei suoni ha origini ben chiare nel decennio precedente. Raffrontando la dance attuale con quella prodotta negli anni Novanta credo che a latitare sia la costanza nel mantenere vivi i progetti. È tutto sempre più dinamico e in costante mutazione, oserei dire “usa & getta”. Per il resto sono quasi tutti dei pro, dalla maggiore visibilità e divulgazione grazie ai canali commerciali audio e video alla rilevante considerazione in ambito mondiale. Ormai di fatto la dance non è più un genere isolato ma si è riversata nelle radio e nei supporti multimediali diventando pop». (Giosuè Impellizzeri)

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Jaydee – Plastic Dreams (R&S Records)

Jaydee - Plastic DreamsL’olandese Robin Albers alias Jaydee è diventato uno dei simboli della dance degli anni Novanta grazie a “Plastic Dreams”, partito dai club e finito nelle classifiche di vendita e radiofoniche. Per la serie “tutto può diventare commerciale”, la hit in questione confluisce in quella schiera di brani che sono riusciti a raccogliere successo in ambito generalista pur senza ricorrere agli elementi usuali del pop, come accade, tra gli altri, a “The House Of God” di DHS, “20 Hz” di Capricorn, “Don’t Laugh” di Winx, “Novelty Waves” di Biosphere, “Seven Days And One Week” di B.B.E., “Meet Her At The Love Parade” di Da Hool e “Kernkraft 400” di Zombie Nation. Non è una canzone, non esiste un ritornello da canticchiare o fischiettare. È più vicino al concetto di traccia, di quelle che i DJ ai tempi usano per galvanizzare il proprio pubblico nei locali più “trendy”. In Italia la chiamavano “underground”, probabilmente sull’onda della UMM (Underground Music Movement) che spingeva molti brani di questo tipo. Col suo carico di ipnotismo marchiato da un organo hammond e virtuosismi jazzy, “Plastic Dreams” conquista davvero tutti.

Il passato di Albers intreccia sport e musica: nella nazionale olandese di baseball e campione di wrestling, ascolta jazz, rock e classica sin da quando è piccolissimo. «Mio padre invitava a casa altri appassionati di musica come lui per ascoltare dischi e discuterne insieme. Fui colpito molto da quelle “riunioni” domestiche. Il resto lo fecero mia mamma, scomparsa nel 2011, i programmi del leggendario Ferry Maat che portarono il soul e il funk sulle frequenze radiofoniche nazionali olandesi, e i brani di Quincy Jones, Roberta Flack, Judy Cheeks, Donny Hathaway, Teddy Pendergrass, Earth, Wind & Fire, Led Zeppelin, Deep Purple, Santana, James Brown, Prince ed Howard Jones» rivela oggi Albers.

«Realizzai “Plastic Dreams” durante una calda notte d’agosto del 1992, dopo aver fumato uno spinello sul balcone di casa pensando alla vita e a quanto dolore provocano gli esseri umani. Il batterista che mi raggiunse in studio poco dopo mi trovò in uno stato di trance mentre creavo il brano. Iniziai a suonarlo in una discoteca olandese chiamata Goldfinger, proponendolo ogni domenica per otto settimane consecutive, testandone di volta in volta piccole variazioni nella stesura e nel mixaggio. Dopo due mesi giunsi alla versione definitiva ed iniziai a cercare un’etichetta interessata ma nessuno lo capì ad eccezione della scena gay che invece mostrò di adorarlo durante le serate in discoteca. Non finirò mai di ringraziare la comunità omosessuale che mi supportò sin dal primo momento».

“Plastic Dreams” raggiunge il successo quando viene pubblicato dalla belga R&S, l’etichetta-icona nata dalle ceneri della Milos Music e fondata da Renaat Vandepapeliere e sua moglie Sabine Maes, che ha contribuito in modo significativo allo sviluppo della techno ed house di quel periodo. «Visto che non si fece avanti nessuno, stampai poche copie in formato white label attraverso la mia piccola etichetta, la First Impression. Per qualche tempo non accadde nulla. Poi un giorno Renaat era in macchina in compagnia del noto DJ Frank De Wulf ed insieme ascoltarono la compilation su CD “Natural Elements 2” in cui c’era anche “Plastic Dreams”. Rimasero fortemente colpiti ed iniziarono a domandarsi chi fosse il fantomatico Jaydee. Vi lascio immaginare l’emozione e la contentezza quando Vandepapeliere mi propose di stampare il brano su R&S. Finalmente qualcuno credeva nella mia idea. Nel frattempo quelle copie white label divennero rare ed ambite e i DJ iniziarono a contendersele nei negozi di dischi specializzati. Io stesso non ne conservo neanche una. Il resto è storia: “Plastic Dreams”, che ha venduto quasi due milioni di copie, mi diede l’opportunità di esibirmi nei locali di tutto il mondo. Fui il primo DJ olandese a suonare in Russia».

Il successo di proporzioni colossali fa della R&S non più solo un’etichetta di culto per il mondo dei club, e ciò avviene anche grazie ai risultati ottenuti con DHS, Second Phase, Human Resource, Outlander, Capricorn e, un paio di anni dopo, Biosphere. Sul disco sono incisi altri due brani: “Single Minded People”, dallo spirito più techno, con vigorose partiture percussive ad incorniciare il sample vocale preso dall’omonimo di Nicolette uscito nel 1990, e “Try To Find The Rhythm”, dove si ritrovano echi trance, beat techno, cunei house ed un bassline che un po’ ricorda quello di “Problèmes D’Amour” di Alexander Robotnick. Un bel puzzle che ai tempi doveva essere piuttosto difficile inquadrare in un genere preciso.

Il successo di “Plastic Dreams” coinvolge presto anche l’Italia dove viene licenziato attraverso la Downtown, etichetta della bresciana Time. «Ricordo molto bene l’Italia, feci un tour dal nord al sud con così tante date da riuscire a parlare piuttosto bene l’italiano. In particolare rammento le serate nel meridione dove ho trascorso esperienze indimenticabili, conoscendo nuovi amici e mangiando la bistecca più buona del mondo. Mi innamorai persino di una bellissima ragazza italiana con cui trascorsi momenti stupendi. Mi invitarono come special guest anche in un party a Roma ma fu una pessima esperienza visto che l’organizzatore non mi pagò e fui costretto a scucire di tasca mia il denaro per l’hotel, per il taxi e per il volo di ritorno. Dopo quell’esperienza l’Italia era solo un posto da evitare, e ad oggi il debito di 100.000 euro non è stato ancora saldato».

Come spesso accade per i classici, anche “Plastic Dreams” viene sottoposto a numerosi “trattamenti di lifting”, sin dal 1995. A metterci le mani, tra i tanti, David Morales, Pascal F.E.O.S. e l’italiano Andrea Doria. «Credo sia piuttosto complesso remixare “Plastic Dreams”. Ho chiesto all’amico Armin van Buuren di provare a realizzare una sua versione ma mi ha risposto che è meglio lasciarla così, senza alterare nulla, perché nessuno potrà mai superare la magia dell’originale. Tra i tanti remix usciti in oltre venti anni ho apprezzato quello di Andrea Doria, molto energico anche se nel complesso poteva essere migliorato. Altri invece mi hanno completamente deluso».

Il follow-up di “Plastic Dreams” arriva nel 1994 e si intitola “Music Is So Special” ma il successo non viene replicato. «Non è semplice “doppiare” un inno del genere. La magia degli anthem è unica. Magici, del resto, furono anche gli anni Novanta, di cui ricordo la libertà, le poche preoccupazioni, il suonare continuamente in diverse nazioni, incontrare ogni tipo di persona e godersi la vita al massimo. Ho avuto la fortuna di assistere alla nascita di una nuova rivoluzione musicale con la house, e mi sento fiero di aver preso parte alla sua storia. La house non morirà mai».

Per Albers gli anni novanta scorrono felici, tra molte produzioni firmate anche con vari pseudonimi (come Chemistry, Karnak e Graylock) e il prestigio infinito che deriva da “Plastic Dreams”. Torna al successo nel 1997 quando inventa, insieme a Dieter Kranenburg e Michel Rozenbroek, il progetto The Sunclub che si fa sentire anche da noi con “Fiesta De Los Tamborileros”. (Giosuè Impellizzeri)

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Mauro Picotto – The Test (Underground)

Mauro Picotto - The TestRoncadelle, autunno 1996: analogamente a quanto accade con la BXR circa un anno prima, alla Media Records decidono di riportare in vita un’etichetta finita “in letargo” per qualche tempo, la Underground, sino a quel momento nota per Anticappella, Pagany e Mars Plastic, varie licenze (Frequency 4, Praga Khan, 2 Unlimited, Kid ‘N’ Play, Freefall, Utah Saints, Bass Is Base, PKA, T-Ram) ma anche per aver aperto la carriera discografica di Molella (“Je Vois” del 1990).

Il nuovo corso è segnato sia dalla nuova numerazione del catalogo, sia dal restyling grafico. Il logo della metropolitana londinese viene rimpiazzato da un altro legato ancora al tube della capitale inglese ma ispirato dalla mappa con tanto di fermate (design che comunque dura poco visto che nell’autunno del 1997 tutto si minimalizza fondandosi sull’alternanza tra bianco e nero, penultima declinazione grafica dell’etichetta). A varare la “seconda vita” della Underground è Mauro Picotto, da anni nella scuderia di Bortolotti ma sino a quel momento mai espostosi discograficamente col suo nome anagrafico, fatta eccezione per il progetto R.A.F. by Picotto ed altri timidi tentativi come l’inglesizzazione M-Peak-8 per “I Can’t Bear” e l’acronimizzato MP8 per “Progressive Trip” (contenente “My House”, una sorta di “Bakerloo Symphony”), che tanto ricorda il DJ Pic 8 degli esordi sulla Discomagic di Severo Lombardoni.

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Mauro Picotto negli studi della Media Records in una foto scattata a fine anni Novanta

Il pezzo si chiama “The Test” e preannuncia la svolta stilistica che avrebbe presto riguardato il DJ piemontese, sempre meno Mediterranean Progressive e sempre più Techno. La Pacific Mix è la versione che meglio sottolinea le nuove inclinazioni artistiche di Picotto, con una velocità sostenuta di crociera, un essenziale sample vocale (recentemente ripreso da Alex Gray & Silvio Carrano nella loro “My Girlfriend Is Acid”) ed una corroborante acid line, ulteriormente sviluppata dall’autore, ma con divagazioni Trance, in “Magic Flight” (dal “Global Mixes EP”, sulla stessa etichetta).

«La mia metamorfosi stilistica era iniziata, la traccia simboleggiava chiaramente la direzione del sound che volevo intraprendere, decisamente più Techno» racconta oggi Picotto. Ed aggiunge: «Non fu però un brano di grande risalto, infatti rimase nell’underground. Più che altro era un test, proprio come attestò lo stesso titolo».

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Mauro Picotto in un’altra fotografia scattata nel 1998

Il disco è di colore bianco latte e non si rivela un caso isolato giacché la scelta riguarda altre pubblicazioni su Underground (“Le Plaisir” di Ricky Effe è verde, “To The Unknown Man” di Plasmaphobia è arancione, “Plastika” di Alberto Visi è giallo, l’EP di Jakyro è blu, “Cyber Frog” di DJ Ciro & Gianni Agrey è marmorizzato, “Madness” di Zicky Il Giullare è rosa, e sporadicamente ne escono altri ancora come “Elettronica” di Franchino – arancione – e “Tyson” di Cominotto – verde – ).

“The Test”, realizzato insieme a Riccardo Ferri, è infilato in una copertina di plastica trasparente (confezione tipica per i vinili colorati), e presenta le etichette centrali completamente bianche. Crediti e titoli si rinvengono su un allegato cartaceo posto tra la copertina e il disco. La scelta di apporre tali dati su un supporto diverso dal vinile viene adottata nel 1997 dalla BXR (a partire da “Music: An Echo Deep Inside” di Gigi D’Agostino), e nel 2000 dalla Sacrifice, ennesima etichetta della Media Records.

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Mauro Picotto nei corridoi della sede della Media Records (1999). La fotografia viene utilizzata l’anno dopo per la copertina di “Pegasus”

Per Picotto, che tende ad archiviare del tutto le trascorse esperienze con l’Eurodance (Club House, 49ers, Cappella, giusto per citare i più noti), si prospetta una carriera in ascesa, maturata ulteriormente in “Psychoway” (Underground, 1997, ispirato da “The Prophet” di CJ Bolland) e sfociata in “Lizard” (BXR, 1998), che apre la trilogia dei rettili e lo consacra a livello internazionale.

Contemporaneamente Underground affina la prospettiva stilistica e si configura come la “sorellina” di BXR, laboratorio in cui sperimentare senza lasciarsi influenzare da ciò che richiedono radio o classifiche di vendita. Oltre a vari progetti tenuti in piedi dagli artisti della stessa BXR (Mauro Picotto, Mario Più, Joy Kitikonti, Massimo Cominotto, Sandro Vibot, Ricky Effe, Gigi D’Agostino, Franchino, Fabio MC, talvolta “mascherati” con pseudonimi), Underground accoglie varie licenze tra cui “Rappelkiste” di Carsten Fietz, “Polly’s Pharmacy” dei Nüw Idol e la ricercata e ben quotata doppia a side “Please Don’t Rush / Mental Zone” firmata Agoria e DJ Twins. (Giosuè Impellizzeri)

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PKA – Let Me Hear You (Say Yeah) (Stress Records)

PKA - Let Me Hear You (Say Yeah)“Fisionomia di una hit negli anni Novanta”, si potrebbe recitare. Perché alcuni dischi, nonostante non siano diventati successi a livello mondiale, hanno comunque influenzato diverse produzioni dello stesso genere.
Nell’annata 1990 spicca il disco di un produttore inglese, Philip Kelsey, ai tempi apprezzato membro del DMC (Disco Mix Club), importante organizzazione britannica di DJ passata alla storia per aver dato vita alla famosa competizione che ha eletto come icona il turntablism. A pubblicarlo è la Stress Records capitanata da Dave Seaman, che negli anni successivi lancia anche Jon Pearn e Michael Gray sotto molteplici alias come Greed, Full Intention, Sex-O-Sonique ed Hustlers Convention.

Oltre a qualche suono sottratto al Rock, “Let Me Hear You (Say Yeah)” gira su un incisivo arpeggio e vari sample vocali prelevati da “Spread Love” dei Fatback Band e “Let The Rhythm Hit ‘Em” di Eric B. & Rakim. Sul lato b c’è “Blipsync” che ospita un altro campione, “Funkytown” dei Lipps, Inc.. Il singolo svetta nelle classifiche europee, Italia inclusa, Paese dove viene licenziato dalla Underground, etichetta appartenente al gruppo Media Records.

Pochi mesi dopo, su un’altra label della struttura bresciana di Gianfranco Bortolotti, appare “We Need Freedom” degli Antico, che si ispira proprio al brano di PKA riuscendo ad amplificare il successo, soprattutto in Italia dove è tuttora considerato un classico a tutti gli effetti.

L’exploit di Kelsey comunque resta un caso isolato, visto che i successivi singoli, “Temperature Rising” e “Powergen (Only Your Love)”, usciti tra 1991 e 1992, non riescono ad assicurare longevità a PKA. (Luca Giampetruzzi)

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