X-Form – X-Form (Vertikal Records)

X-Form - X-FormArrivare al successo non è semplice e non sempre si può pianificare a tavolino. Può accadere che un artista impieghi mesi o addirittura anni prima di centrare l’obiettivo, proprio come capita a Fabio Cataneo, Fabietto per gli amici, che incide il primo disco nel 1992. Si intitola “Crazy For Your Love”, lo firma come K.F. ed è ricamato sul tema di “Chase” di Giorgio Moroder.

«Approcciai alla produzione discografica nel 1991 collaborando con un collega torinese che muoveva i primi passi con Severo Lombardoni della Discomagic. Stava realizzando un pezzo e gli diedi qualche dritta sui campioni da usare. Mi ringraziò attraverso i crediti del disco ma niente di più» ricorda oggi Cataneo. E continua: «La mia prima produzione “ufficiale” fu invece “Crazy For Your Love” di K.F. (una sorta di acronimo di Kataneo Fabio), che feci in uno studio genovese in cui realizzai anche il primo X-Plora nel ’95, “Flow”. A dirla tutta, quando misi piede nel Nonsense Studio, dove già incidevano colleghi come Mario Scalambrin e Paolo Kighine aka Unity 3, non avevo tante idee o perlomeno non erano sufficientemente chiare. Il buon setup mi aiutò ad ottenere un discreto risultato che offrii alla Wicked & Wild di Fabio Carniel del Disco Inn di Modena, dove acquistavo regolarmente i dischi. Gliela feci sentire, gli piacque e ne stampò un migliaio di copie che andarono esaurite ma a cui non seguì alcuna ristampa. A creare il contatto con Carniel fu un amico comune, Daniele Mad. Già qualche anno prima partecipai alle competizioni del DMC organizzate in Italia proprio dal Disco Inn, e ciò creò l’occasione per andare a Londra e supportare gli italiani che disputavano la finale. Con noi c’erano anche Claudio Coccoluto e Steve Mantovani. Una cosa tira l’altra e Carniel mi segnalò per partecipare alla Walky Cup Competition, organizzata da Radio DeeJay all’Aquafan di Riccione. Quella volta, nel 1989, fui costretto a “scontrarmi” con Mauro Picotto che era un “mostro sacro” e le buscai, ma rimase comunque una bella esperienza».

Walky Cup Riccione 1989

Fabietto Cataneo durante l’esibizione alla Walky Cup Competition, nel 1989. A presentarlo, accanto a lui, è Fiorello

A “Crazy For Your Love” non segue più nulla sino al 1995, un tempo irragionevole se si pensa alla velocità con cui oggi viene consumata la musica, ma Cataneo chiarisce: «continuai regolarmente a lavorare come DJ in discoteca, ai tempi non c’era la necessità di pubblicare brani come oggi ed inoltre non avevo uno studio personale, quindi per buttare giù qualche idea ero costretto ad andare a Genova al citato Nonsense Studio. A darmi lo stimolo per ricominciare a produrre fu l’amico Fabio Piazzai che riceveva dischi da Londra e mi faceva sentire cose veramente innovative. Una sera del ’94 incidemmo in mansarda dei provini casalinghi mettendo insieme quel poco che avevamo, un Mac G3 ed una tastiera, ma senza particolari velleità. Dopo qualche mese volevamo riascoltare quei vecchi file ma il computer non ne voleva sapere, c’era qualche problema. Fortunatamente alcuni di quei demo li avevo precedentemente passati su cassetta e proprio tra quelli c’era la prima versione di “Pleasure Voyage” che peraltro ebbi modo di usare anche in qualche mia serata in discoteca. Quel pezzo mi piaceva ed iniziai a pensare di rifarlo ma in modo professionale. Così trovammo uno studio, più vicino rispetto a quello di Genova, il Magic Room (il nome glielo diedi io) ad Albenga, dove nacque la “Pleasure Voyage” che tutti conoscono. Feci ascoltare il demo su cassetta al proprietario dello studio nonché musicista e lui lo rifece praticamente identico utilizzando un sequencer Voyetra. Tra le funzioni di quel software ce n’era una che si chiamava X-Form da dove presi ispirazione per il nome».

“Pleasure Voyage” finisce su un doppio mix omonimo del progetto che apre il catalogo della Vertikal Records. Due le versioni, la strumentale Lunar Mix e la più nota Apollo Mix, alle quali si somma la dub rallentata a 100 BPM di “O-Zone (Space Dub)” e la più canonica progressive trance declinata in “Oise (Hardware Mix)”. Produttori esecutivi sono Bruno Cardamone e Giuseppe Devito, quelli di Humanize di cui abbiamo parlato qui. A fare la fortuna di “Pleasure Voyage” è probabilmente l’idea di “decorare” il brano con le voci che raccontano un evento storico, la missione dell’Apollo 8 partita il 21 dicembre 1968 (sebbene in tanti, ai tempi, la confondano erroneamente con la più nota Apollo 11 del 16 luglio 1969 commentata per l’Italia da Tito Stagno) con cui per la prima volta l’uomo lascia l’orbita terrestre per arrivare nei pressi della Luna ma senza sbarcare su essa. Su un riuscito mosaico tra spoken word in lingua originale americana e in italiano si innesta la traccia, un crescendo rossiniano che arriva a toccare i circa dieci minuti di durata e che nella parte centrale vede inglobato il vagito di un bambino.

«Feci ascoltare il demo finale al citato Cardamone che gestiva un negozio di dischi ed aveva contatti con case discografiche milanesi. Mi suggerì la neonata Zac Music e prendemmo appuntamento col manager Emilio Lanotte. Sentì il demo ma a colpirlo in particolar modo non fu “Pleasure Voyage” bensì “O-Zone (Space Dub)”, in battuta rallentata. Il responso comunque fu positivo, il disco poteva essere pubblicato. Per realizzare quei brani utilizzammo un equipment base per l’epoca, un Roland JD-800, un E-mu Morpheus per i pad ed una Novation Bass Station Rack, tra gli strumenti più in voga per realizzare i synth che davano molto movimento alle tracce. Relativamente a “Pleasure Voyage” invece, nacque prima la versione strumentale, la Lunar Mix. Qualche settimana dopo volli farne una seconda inserendo voci atoniche che recuperai attraverso un disco probabilmente allegato come omaggio a qualche rivista. A ciò aggiunsi il “we are the future” preso dalla In Dub Mix che Jam & Spoon realizzarono per “Go” di Moby, e il vagito di un bambino. L’idea dell’uomo che raggiungeva la Luna per me rappresentava un nuovo inizio ed una nuova vita, il pianto di un bimbo mi parve adatto per raccontare la nascita di una nuova era. Il risultato mi convinse ma il mio collega non fu dello stesso parere. Comunque a conti fatti restava solo una versione in più quindi decidemmo di tenerla.

Il disco iniziò a circolare nella seconda metà di luglio del ’95 ma visto che ad agosto le case discografiche sono chiuse per ferie l’uscita slittò a settembre. Per diverse settimane non avvenne praticamente niente. L’ufficio promozione della Zac, diretto da Paolo Caputo, funzionava bene ma nonostante la buona volontà non riuscimmo a vendere più di 1000/1500 copie. La situazione cambiò in autunno quando Molella ascoltò “Pleasure Voyage” in una discoteca torinese dove era ospite. Chiese ragguagli al DJ che l’aveva passata e il giorno dopo contattò la Zac domandando la ragione per cui il disco non gli fosse stato inviato. Caputo gli rispose che il doppio di X-Form lo aveva mandato eccome ma forse passò inosservato in mezzo ai tanti promo che riceveva. Molella se ne innamorò ed iniziò a programmarlo con frequenza nel suo programma, Molly 4 DeeJay (a cui abbiamo dedicato un reportage qui, nda). Poi finì nella DeeJay Parade, nella classifica di 105 e persino in quella di Tv Sorrisi E Canzoni. A ciò si aggiunse l’inserimento in numerose compilation e varie licenze all’estero. Insomma, pur non vendendo di botto un grande numero di copie e tenendo conto che fosse un doppio mix, il risultato non fu affatto deludente».

Nel Magic Room Studio, 1995

Fabietto Cataneo nel Magic Room Studio, in una foto scattata nel 1995

Il follow-up di “Pleasure Voyage” si intitola “Hiroshima”, esce nella primavera del 1996 e mantiene la stessa linea stilistica gravitando intorno ad un altro evento epocale della storia contemporanea, l’esplosione della bomba atomica in Giappone nel ’45. Anche qui si ritrova incastonato un messaggio, di pace vista la tematica, “no more Hiroshima”. «Di demo e provini ne avevo tanti, tutti realizzati presso il Magic Room Studio. Alla Zac scelsero “Hiroshima” visto che continuava a battere il filone “storico”, ma nonostante la forte somiglianza con “Pleasure Voyage” vendette appena la metà del primo X-Form. Probabilmente il follow-up più adatto sarebbe stato “Escape From Planet X” che firmammo come Suoni Futuri. Ai tempi producevo parecchi brani ma quelli di taglio più techno li convogliavo sotto il nome X-Plora che era il progetto parallelo ad X-Form».

La trilogia di X-Form si chiude nell’autunno del 1996 attraverso “Space Allert / Apollo 13 (We Have A Problem)“, con cui torna protagonista la tematica spaziale, la missione dell’Apollo 13 del 1970, tormentata da problemi tecnici che ne impedirono l’allunaggio e complicarono il rientro sulla Terra. L’interesse del grande pubblico però è assai ridimensionato rispetto a quanto avvenuto appena un anno prima con “Pleasure Voyage”. «Il fenomeno dream progressive subì un calo già alla fine del ’96, da genere “commerciale” supportato dalle varie radio tornò, nell’arco di pochi mesi, ad essere un fenomeno di nicchia. Le voci in “Space Allert” erano di Fabio Arboit, ai tempi speaker di Radio Capital, mentre “Apollo 13 (We Have A Problem)” proseguiva nel solco dei due precedenti».

Nel 1997 Cataneo continua l’avventura da solo incidendo un nuovo doppio LP intitolato “X-Form” ma firmandolo col proprio nome e cognome anagrafico. All’interno un nuovo riferimento storico, “Radio Praga”. Le matrici sono ancorate in prevalenza alla progressive trance, le stesse portate avanti in X-Plora, ma disseminati ci sono indizi che riportano ad altri scenari, su tutti gli echi funky di “Funk Train”. In parallelo realizza “The Persuaders”, risuonando l’omonimo di John Barry del ’71 in chiave chemical beat, probabilmente per iniziare a scrollarsi di dosso quella monotematicità progressive che alla lunga poteva diventare una zavorra. «Il contratto con la Zac prevedeva la pubblicazione di un album che fu “Work In Progressive” pubblicato ad inizio ’97. In quello stesso anno però la Zac stessa chiuse. Visto che avevo un bel po’ di materiale a disposizione, pensai che fosse giunto il momento di creare la mia etichetta personale e così nacque la Fab Records distribuita dalla Level One, fondata da Emilio Lanotte e Joe T. Vannelli. Decisi di non usare più il nome artistico X-Form poiché legato alla Zac e non volevo che sorgessero malintesi e problemi di sorta. Lo stile era ancora di stampo progressive ma non mancavano contaminazioni funky che derivavano dai miei esordi da DJ nei primi anni Ottanta, oltre a riferimenti a Chemical Brothers, Fluke e Prodigy che ascoltavo spessissimo in quel periodo. Avevo voglia di sperimentare cose nuove e provai a stampare pezzi un po’ diversi per testare la risposta del pubblico. Quel genere però, commercialmente parlando, era al tramonto e si vendeva sempre meno, non più di cinquecento/mille copie ad uscita e senza poter ambire a fare la differenza. Praticamente riuscivo solo a coprire le spese e così, dopo undici pubblicazioni in due anni, la Fab Records giunse al capolinea».

Nel nuovo millennio Cataneo continua a produrre musica per la Epic (gruppo Sony) e la Adaptor Recordings, e nel 2009 ripesca “Pleasure Voyage” attualizzandola in chiave electro house. «Rispetto agli anni Novanta credo che oggi prevalga l’immagine a scapito del contenuto. Scarso bagaglio culturale e poca esperienza non aiutano di certo, ma nonostante ciò c’è chi riesce ad arrivare a palchi prestigiosi in tempi brevissimi. Chiaramente non basta salire sulla consolle del Tomorrowland o di altri eventi simili per trasformarsi automaticamente in DJ, a certi risultati si dovrebbe giungere per gradi maturando la giusta esperienza. Oggi tutti vogliono arrivare in cima alla montagna nel più breve tempo possibile ed usando ogni mezzo. In Italia ci sono validi DJ e produttori ma probabilmente non in grado di creare fenomeni musicali come in passato e per questo motivo sono costretti ad adeguarsi a ciò che funziona di più». (Giosuè Impellizzeri)

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Max Kelly – M.K.O.K. (Wicked & Wild Records)

Max Kelly - MKOKPrima partecipa alle gare del DMC (conquistando la terza posizione del podio italiano per tre anni consecutivi) e poi alla Walky Cup Competition che nel 1989 lo vede al secondo posto grazie ad una performance che mischia tecniche di turntablism ad inserti di sampling. Sarà proprio il campionatore a scandire le fasi cruciali della carriera di Massimo Mazzoli già ribattezzatosi Max Kelly omaggiando sua mamma che di cognome fa Rustichelli. Nel 1991 debutta col singolo “M.K.O.K.” pubblicato dalla Wicked & Wild Records (legata al noto negozio modenese Disco Inn) e prodotto da Fabio Carniel e Mr. Marvin.

«Fabio era il mio “fornitore di dischi”, quindi per me fu naturale proporre a lui le idee, frutto dell’istinto e della creatività che avevo accumulato negli anni del DMC, fatti di allenamenti in cameretta, eccitazione e mancanza di consapevolezza che quel periodo fosse l’inizio della mia avventura da DJ. Fu proprio Fabio a suggerirmi il titolo “M.K.O.K.” ossia Max Kelly Okay» racconta oggi Mazzoli.

Il brano cavalca la italo house tipica del periodo con ampie sezioni di pianoforte a scandire la stesura, ma presenta anche un elemento distintivo, la voce delle colonnine Viacard. «L’idea fu avanzata da Silvestro Puglia alias Silver, il DJ che vinse la prima edizione italiana del DMC (e che partecipa alla finale del 9 marzo 1987 alla Royal Albert Hall di Londra, nda) nonché resident del Picchio Rosso di Formigine. Fabio pensò che io fossi la persona più adatta per realizzarla. Per campionarla mi recai presso il casello dell’autostrada con un registratore multitraccia appeso al collo ed un microfono collegato ad esso (tutto viene immortalato con una foto finita in copertina, nda). Ai tempi il mio ABC Studio era ancora agli albori e ruotava intorno ai campionatori Akai e al computer Apple. Avevo un mixer Tascam poi sostituito con un fantastico Mackie, una serie di effetti come compressori, delay e riverberi Lexicon ed audio monitor della JBL. Un setup minimale se paragonato ai grandi studi dell’epoca, ma potevo vantare qualcosa che non aveva praticamente nessuno, il Sound Designer II, padre dell’attuale Pro Tools. In Italia ero davvero tra i pochissimi ad averlo, importato dagli Stati Uniti grazie al mio maestro, il musicista e programmatore Serse Mai, col quale realizzavo editing e mastering in digitale quando nel mondo tutti lo facevano ancora coi nastri a bobina. “M.K.O.K.” fu il frutto quasi esclusivo del campionatore Akai S1000 (immortalato sul retrocopertina insieme al registratore digitale Akai DD1000, nda) che possiedo ancora, insieme a quasi tutto l’armamentario di quegli anni. La parte melodica invece la curò il grande Alex Bagnoli nel suo studio».

Max Kelly e sampler (primi anni Novanta)

Max Kelly intento a programmare i suoi campionatori in una foto scattata nei primissimi anni Novanta

Nel 1993 Mazzoli realizza, proprio insieme a Bagnoli e Sabino Contartese (che qualche anno più tardi inciderà “Lararari…(Canzone Felice)” con Santos) il brano “Alphabet Mode” per il progetto Alphabet, che campiona “It Gets No Rougher” di LL Cool J e finisce nel catalogo della bresciana Italian Style Production (gruppo Time Records): «Maiolini volle quel pezzo perché molto simile allo stile U.S.U.R.A., ma la collaborazione finì lì. Andare alla Time e firmare un contratto con un’azienda così nota fu comunque una grande soddisfazione».

Per i dischi di Max Kelly invece l’etichetta di riferimento resta la Wicked & Wild, sulla quale finiscono “Everybody Up…” e “So Good”, entrambi del 1993 e gli ultimi firmati con quello pseudonimo. «Pubblicavo a mio nome solo i brani a cui tenevo di più e che quindi avrei voluto presentare in prima persona. Non davo molto peso ai nomi, mi bastava raggiungere il mercato e sentire il mio brano alla radio e suonato dai DJ in discoteca. Poi la Wicked & Wild svolgeva bene il suo lavoro e per questo non ebbi la necessità di guardarmi intorno alla ricerca di eventuali altre etichette interessate alla mia musica».

Max Kelly manifesto 1990

Il manifesto pubblicitario del 1990 in cui Max Kelly viene presentato come “primo DJ al mondo ad usare esclusivamente la tecnologia digitale”

Nel 1990 un manifesto pubblicitario presenta Max Kelly come “il primo DJ al mondo ad usare esclusivamente la tecnologia digitale”: ma come nasce la collaborazione con Akai, che in quegli anni rivoluziona radicalmente il settore della house music? «La mia sete di tecnologia per realizzare ciò che avevo in mente, ovvero un DJ set totalmente in digitale, senza vinili, alternato al remixaggio in diretta dei brani, mi portò a fare una ricerca a livello europeo attraverso riviste del settore, telefonate ai negozi di strumenti musicali e distributori. Spiegai a tutti le mie necessità ma non ottenni mai risposte soddisfacenti. Il campionatore era ancora uno strumento che permetteva pochissimi secondi di registrazione, perlopiù adatto a suoni percussivi e di batteria. Sapevo della sua esistenza ma non era sufficiente per ciò che volevo fare. Mi suggerirono il computer Atari col software AS Sound Sampler della G-Data in grado di registrare ben venti secondi di suono ma volevo di più e non lo presi neanche in considerazione in quanto monofonico e poco compatibile con le mie esigenze. Da qualche anno era in circolazione il campionatore Casio FZ-1 che espanso dava al massimo trenta secondi di registrazione, anche di buona qualità. Decisi di acquistarlo e campionai il mio primo brano, “Bad” di Michael Jackson. Col Casio mi feci le ossa ma divenne presto insufficiente. Nel frattempo Akai maturò con l’S1000 e fu lì che mi illuminai. Mi recai direttamente alla Grisby Music che distribuiva Akai in Italia, illustrai le mie esigenze come DJ ed avanzai la proposta di affidarmi le dimostrazioni nel loro stand presso il SIB di Rimini. Avremmo potuto trarre giovamento entrambi, io mi sarei fatto conoscere da un pubblico più vasto, loro avrebbero abbracciato il mondo dei DJ. Purtroppo non accettarono, ritenevano il campionatore uno strumento usato per fare musica e destinato solo ai musicisti. Comunque comprai l’S1000 e grazie ad alcuni amici che avevano lo stand al SIB, tra cui il Disco Inn, feci quelle esibizioni. La Grisby Music notò un certo interesse e mi propose di continuare le performance nel loro stand dall’anno successivo. Akai si aprì al mercato dei DJ ed io divenni il primo testimonial italiano».

Max Kelly - DJ DISK 1993

Trend Discotec annuncia in un trafiletto l’iniziativa DJ Disk nel 1993

Da lì a breve Mazzoli inventa i DJ Disk prodotti da Reference/Grisby Music, una libreria di floppy disk per campionatori Akai con sample di brani dance messi a disposizione dalle etichette discografiche che aderivano al progetto. «Arrivammo a quell’idea con sommo anticipo rispetto alla Native Instruments e il suo “Remix Pack”. Feci accordi con le etichette discografiche affinché mi spedissero i loro promo in modo da campionarli creando vari loop di intro, strofa, ritornello, riff ed outro. Confezionati in due floppy disk e caricabili in tutti i campionatori Akai, chi li acquistava aveva in anteprima il brano già campionato da poter usare in serata col sampler rendendo unico il proprio set. Naturalmente tutto ufficiale, con tanto di vidimazione SIAE». Un progetto ambizioso e lungimirante, tra quelli che resero l’Italia la culla per idee d’avanguardia.

Ai tempi la tecnologia digitale veniva vista con molta più ammirazione rispetto ad oggi, quasi denigrata in virtù del vintage analogico. «Era considerata simbolo del futuro, non era per tutti ma tutti l’avrebbero voluta. Oggi invece è alla portata di tutti, anche dei bambini, ecco perché ha perso così tanto appeal, contrariamente al vintage analogico che è diventato l’oggetto del desiderio, costoso e in alcuni casi molto raro, quindi per pochi ed ambito da molti». Con la tecnologia diffusa ai massimi livelli però, anche il sampling pare essersi arenato in una landa di banalità che rivela lo scarso spessore culturale di chi “saccheggia” brani altrui, limitandosi spesso a cose già campionate con successo da altri senza neanche conoscere le fonti originali. «Purtroppo è la realtà, ora manca la creatività e molti giovani produttori del nuovo millennio non fanno altro che riciclare quanto messo in circolo da noi nei decenni passati».

Nel corso degli anni Novanta Mazzoli incide altra musica, da solo e in sinergia con colleghi, marchiandola come Key eM, Amyna And The DJ’s e The Beat-Alls, ma il suo più importante successo resta senza dubbio “Smiling People” del progetto omonimo, prodotto nel 2002 in tandem con Jody e Mauro Corrini e in scia alla house pianistica post millennio di Gianni Coletti, Praise Cats, Tutto Matto ed Holy Ghost. (Giosuè Impellizzeri)

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Mauro Picotto – Vita Da DJ – From Heart To Techno

Mauro Picotto - Vita Da DJEra inevitabile che uno come Picotto, prima o poi, scrivesse un libro. Chi come lui può vantare una carriera pluriventennale alle spalle e migliaia di aneddoti, se lo può permettere. Di Vita Da DJ (col sottotitolo From Heart To Techno, omonimo del nuovo album uscito da pochi giorni e qui presente col CD sampler allegato) vale la pena subito evidenziare una caratteristica: non è pedante o lagnoso, l’autore dimostra di non essere affetto da kainotetofobia, non snocciola soliti luoghi comuni, frasi demagogiche e sterili apologie del passato ai danni di tecnologia demoralizzatrice e cose simili. O meglio, Picotto non manca di chiarire la sua posizione in più punti, come quando dice «sono fiero di essere nato e cresciuto col vinile ma non disdegno la comodità di usare il Traktor perché mi alleggerisce il bagaglio da viaggio» ma pone l’accento anche su questioni che probabilmente meritano più rilievo, soprattutto oggi, come quella dei «soliti intrallazzi di organizzatori, DJ e promoter influenti che decretano il talento sulla carta dei nuovi arrivi». Motivo per cui, talvolta, si fatica davvero tanto a scorgere le qualità e i meriti che rendono “top” certi “DJ”.

Essendo un’autobiografia, è ovvio che l’autore apra l’album dei ricordi tratteggiando la sua infanzia trascorsa a Cavour, un paesino di circa seimila abitanti nella provincia di Torino, e le fasi del suo avvicinamento alla musica elettronica, al clubbing e al DJing. La gavetta (indispensabile, lo rimarca bene) con un mixer Amtron a tre canali in kit di montaggio ed un piatto privo di pitch, le prime serate in compagnia del fratello Valter che si occupa delle luci, i tempi in cui fare il DJ è considerata un’attività senza futuro ed alla stregua di un passatempo. Poi la passione per lo scratch, la vittoria della Walky Cup Competition nel 1989 (in questa clip c’è Linus che intervista Mauro e Fabietto Cataneo, il futuro X-Form), i primi strumenti dell’home studio (Roland S-330, Roland S-550, Akai S1100, pilotati dal Notator installato su computer Atari) e l’avventura con la Media Records di Gianfranco Bortolotti che lo introduce ufficialmente alla produzione discografica.

Ad onor del vero il primo disco Picotto lo incide per la Discomagic di Severo Lombardoni nel 1990, all’indomani della vittoria della citata Walky Cup. Si intitola “Pump The Scratch” ed è firmato D.J. Pic 8 ma, come ci rivela ai tempi di Decadance Appendix, «di mio, in “Pump The Scratch”, c’erano solo gli scratch, il lavoro fu curato interamente da Francesco Caudullo (Madaski) degli Africa Unite ma fu utilizzato il mio nome visto che poco tempo prima avevo vinto la Walky Cup su Italia 1, e quindi si pensò di sfruttare la pubblicità derivata. Per tale motivo non lo considero un mio brano, al contrario di “We Gonna Get” scelto dalla Media Records come follow-up del progetto R.A.F., l’anno seguente, nel 1991».

Altra tematica affrontata nel libro è quella del ghost producer che, contrariamente a ciò che molti oggi pensano, è un ruolo inventato decenni fa. Infatti Picotto, proprio in relazione alle sue prime esperienze da produttore, ricorda che «ai tempi i dischi si facevano per gli altri. Quando firmai il contratto come R.A.F. la cosa mi disturbava ma mi ero fatto convincere che i produttori stavano da una parte e l’immagine artistica dall’altra. Produrre un brano dove tu raccogli frutti ma sarà un altro a goderne la gloria lasciava un vuoto». A Picotto, è evidente, il ruolo di ghost producer stava piuttosto stretto, ed infatti dopo qualche anno, periodo in cui affina la tecnica e le conoscenze in studio di registrazione, debutta col suo vero nome, prima “customizzando” il vecchio R.A.F. in R.A.F. by Picotto e poi lanciandosi con le coordinate anagrafiche verso risultati incredibili, soprattutto in relazione al fatto che non ci fosse internet e tutta la guerrilla marketing odierna. Picotto è ad oggi l’italiano che ha raggiunto la posizione più alta nella Top 100 DJs di DJ Mag: ottavo, nel 2001 (quando non esistevano ancora i social network).

Il “lizard man” prosegue il racconto, parlando di BXR, un’etichetta che ha lasciato il segno perché riuscì nella difficile impresa di creare uno standard a cui in tantissimi si ispirarono spesso dimostrandosi solo ordinari epigoni, imponendo prima la Mediterranean Progressive e poi la SuperTechno. Quando parla del post BXR invece, rivela vicissitudini che portarono qualche intoppo, come il fallimento della Prime Distribution che vanificò gli sforzi profusi con “Alchemist EP” («vendette oltre dodicimila copie e fece numerose licenze ma perdemmo tutto, oltre quarantamila sterline»). Il destino vuole che anche per Alchemy, etichetta che Picotto fonda in quel periodo con Riccardo Ferri, qualcosa non giri subito per il verso giusto, giacché la CPL Distribution chiude battenti pochi mesi dopo la firma del contratto. Ma trovano la forza di ripartire, sempre e comunque.

Il racconto del DJ non è mai appesantito da troppi dettagli tecnici che potrebbero rivelarsi noiosi. La sua è una storia che si legge con piacere, in modo scorrevole e lineare, tanto che in certi momenti pare quasi di averlo accanto, soprattutto quando narra le disavventure aeree e le avventure all’estero, ai quattro angoli del pianeta, non tralasciando neanche dettagli personali sulla famiglia. Insomma, un Picotto a tutto tondo che si rivela non solo come DJ ed artista ma anche come uomo, con un cuore che palpita per gli affetti e che poi accelera le pulsazioni per seguire i BPM della Techno. (Giosuè Impellizzeri)

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Mauro Picotto – The Test (Underground)

Mauro Picotto - The TestRoncadelle, autunno 1996: analogamente a quanto accade con la BXR circa un anno prima, alla Media Records decidono di riportare in vita un’etichetta finita “in letargo” per qualche tempo, la Underground, sino a quel momento nota per Anticappella, Pagany e Mars Plastic, varie licenze (Frequency 4, Praga Khan, 2 Unlimited, Kid ‘N’ Play, Freefall, Utah Saints, Bass Is Base, PKA, T-Ram) ma anche per aver aperto la carriera discografica di Molella (“Je Vois” del 1990).

Il nuovo corso è segnato sia dalla nuova numerazione del catalogo, sia dal restyling grafico. Il logo della metropolitana londinese viene rimpiazzato da un altro legato ancora al tube della capitale inglese ma ispirato dalla mappa con tanto di fermate (design che comunque dura poco visto che nell’autunno del 1997 tutto si minimalizza fondandosi sull’alternanza tra bianco e nero, penultima declinazione grafica dell’etichetta). A varare la “seconda vita” della Underground è Mauro Picotto, da anni nella scuderia di Bortolotti ma sino a quel momento mai espostosi discograficamente col suo nome anagrafico, fatta eccezione per il progetto R.A.F. by Picotto ed altri timidi tentativi come l’inglesizzazione M-Peak-8 per “I Can’t Bear” e l’acronimizzato MP8 per “Progressive Trip” (contenente “My House”, una sorta di “Bakerloo Symphony”), che tanto ricorda il DJ Pic 8 degli esordi sulla Discomagic di Severo Lombardoni.

Mauro Picotto 1

Mauro Picotto negli studi della Media Records in una foto scattata a fine anni Novanta

Il pezzo si chiama “The Test” e preannuncia la svolta stilistica che avrebbe presto riguardato il DJ piemontese, sempre meno Mediterranean Progressive e sempre più Techno. La Pacific Mix è la versione che meglio sottolinea le nuove inclinazioni artistiche di Picotto, con una velocità sostenuta di crociera, un essenziale sample vocale (recentemente ripreso da Alex Gray & Silvio Carrano nella loro “My Girlfriend Is Acid”) ed una corroborante acid line, ulteriormente sviluppata dall’autore, ma con divagazioni Trance, in “Magic Flight” (dal “Global Mixes EP”, sulla stessa etichetta).

«La mia metamorfosi stilistica era iniziata, la traccia simboleggiava chiaramente la direzione del sound che volevo intraprendere, decisamente più Techno» racconta oggi Picotto. Ed aggiunge: «Non fu però un brano di grande risalto, infatti rimase nell’underground. Più che altro era un test, proprio come attestò lo stesso titolo».

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Mauro Picotto in un’altra fotografia scattata nel 1998

Il disco è di colore bianco latte e non si rivela un caso isolato giacché la scelta riguarda altre pubblicazioni su Underground (“Le Plaisir” di Ricky Effe è verde, “To The Unknown Man” di Plasmaphobia è arancione, “Plastika” di Alberto Visi è giallo, l’EP di Jakyro è blu, “Cyber Frog” di DJ Ciro & Gianni Agrey è marmorizzato, “Madness” di Zicky Il Giullare è rosa, e sporadicamente ne escono altri ancora come “Elettronica” di Franchino – arancione – e “Tyson” di Cominotto – verde – ).

“The Test”, realizzato insieme a Riccardo Ferri, è infilato in una copertina di plastica trasparente (confezione tipica per i vinili colorati), e presenta le etichette centrali completamente bianche. Crediti e titoli si rinvengono su un allegato cartaceo posto tra la copertina e il disco. La scelta di apporre tali dati su un supporto diverso dal vinile viene adottata nel 1997 dalla BXR (a partire da “Music: An Echo Deep Inside” di Gigi D’Agostino), e nel 2000 dalla Sacrifice, ennesima etichetta della Media Records.

Mauro Picotto 2

Mauro Picotto nei corridoi della sede della Media Records (1999). La fotografia viene utilizzata l’anno dopo per la copertina di “Pegasus”

Per Picotto, che tende ad archiviare del tutto le trascorse esperienze con l’Eurodance (Club House, 49ers, Cappella, giusto per citare i più noti), si prospetta una carriera in ascesa, maturata ulteriormente in “Psychoway” (Underground, 1997, ispirato da “The Prophet” di CJ Bolland) e sfociata in “Lizard” (BXR, 1998), che apre la trilogia dei rettili e lo consacra a livello internazionale.

Contemporaneamente Underground affina la prospettiva stilistica e si configura come la “sorellina” di BXR, laboratorio in cui sperimentare senza lasciarsi influenzare da ciò che richiedono radio o classifiche di vendita. Oltre a vari progetti tenuti in piedi dagli artisti della stessa BXR (Mauro Picotto, Mario Più, Joy Kitikonti, Massimo Cominotto, Sandro Vibot, Ricky Effe, Gigi D’Agostino, Franchino, Fabio MC, talvolta “mascherati” con pseudonimi), Underground accoglie varie licenze tra cui “Rappelkiste” di Carsten Fietz, “Polly’s Pharmacy” dei Nüw Idol e la ricercata e ben quotata doppia a side “Please Don’t Rush / Mental Zone” firmata Agoria e DJ Twins. (Giosuè Impellizzeri)

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