KK – Talkin’ About (Wicked & Wild Records)

KK - Talkin' AboutCome si legge in un advertising della MPI Electronic risalente al 1995, “il 13 ottobre 1992, alle porte di Bologna, con una esibizione passata alla storia, i KK conquistano il loro primo titolo italiano DMC. A marzo 1993 a Londra, durante la finale mondiale, conquistano il terzo gradino del podio con una velocità, una scelta musicale ed una innovativa coreografia a quattro mani da lasciare increduli tutti i presenti”. Ai tempi Giuseppe ‘Kikko’ Palumbo e Marko ‘Kenneth’ Rossetti sono tra i più agguerriti scratcher italiani, considerati papabili vincitori del titolo.

«Ci conoscemmo ai tempi della scuola, abitavamo nello stesso quartiere di Salerno, il Pastena. Per caso un giorno ci ritrovammo dietro i giradischi ed iniziammo a scratchare quasi contemporaneamente. L’effetto della sincronizzazione fu strabiliante e decidemmo di perfezionare il tutto studiando un programma dettagliato» racconta Palumbo. «Col tempo aggiungemmo tecniche nuove che ci permisero di vincere le finali italiane del DMC nell’autunno del 1992 ed assicurarci il terzo posto a Londra pochi mesi dopo. Fu un’esperienza tanto memorabile quanto impegnativa, per preparare quella famosa esibizione furono necessarie molte ore al giorno di prove ed esercizi. Era richiesto un vero e proprio allenamento fisico per sostenere i movimenti coordinati alla perfezione».

KK (1995)

La pagina pubblicitaria della MPI Electronic (1995). I KK sono testimonial per la Gemini

Come avvenuto precedentemente con altri assi del turntablism nostrano patrocinato dal DMC (Andrea Gemolotto, Francesco Zappalà, Giorgio Prezioso o Daniele Mondello, giusto per citarne alcuni), anche i KK intraprendono la carriera discografica. Nell’autunno del 1993 esce il loro primo disco, “Talkin’ About”, fatto di eurohouse trainata da una porzione vocale tratta da “Ain’t Nobody Better” degli Inner City di Kevin Saunderson. Il disco, dedicato al DJ salernitano prematuramente scomparso Ugo Schettini, viene pubblicato dalla Wicked & Wild Records, una delle etichette gestite dal noto negozio di dischi di Modena, il Disco Inn di Fabietto Carniel. «A suggerirci di approntare un lavoro discografico subito dopo il campionato DMC fu il nostro manager dell’epoca, Antonio Germinario dell’agenzia Top Agency. Stavamo già elaborando alcuni sample e scegliemmo quello degli Inner City campionando la voce della cantante Paris Grey. Ai tempi in studio il campionatore era fondamentale, il vero fulcro dell’ideazione di brani dance. Non vi era un pezzo in cui non fosse possibile riconoscere un sample estrapolato attraverso questo strumento e poi risuonato in un nuovo contesto. In tal maniera si ridava vita al brano originale facendolo conoscere anche ai più giovani. “Talkin’ About” fu totalmente ideato ed arrangiato da noi, solo successivamente DJ Herbie ci aiutò a mixarlo a Modena ed aggiunse la sua versione, la Club Mix. Per realizzarlo usammo un computer Atari ST-1040 su cui era installato Cubase, un campionatore Akai S950, una tastiera Roland Alpha-Juno 1 ed una workstation Korg 01/W. Per completarlo impiegammo un mesetto. Il singolo vendette all’incirca trentamila copie ma calcolando tutte le compilation in cui venne racchiuso superammo le duecentomila».

Sul 12″ di “Talkin’ About”, ben supportato dalle emittenti radiofoniche italiane, è inciso anche DMC Scratch Beats, un inserto in cui, in poco meno di una manciata di minuti, i due scratcher dimostrano le loro abilità turntablistiche a chi non ha avuto la fortuna di assistere alle performance del DMC. In assenza di internet, di YouTube e delle dirette sui social network, l’operazione risulta più che fondata. «Non fu affatto semplice emergere a livello discografico. Eravamo noti per l’abilità in consolle ma non come produttori e per evidenziare di essere proprio gli stessi KK del DMC inserimmo una “versione” a mo’ di performance in tutti i nostri dischi (cosa che viene replicata, in parallelo, anche da Giorgio Prezioso, nda). Divenne il nostro marchio di fabbrica, una sorta di “firma sonora”».

Circa un anno dopo i KK abbandonano la modenese Wicked & Wild Records per approdare alla Drohm, neonata etichetta inaugurata dalla napoletana Flying Records proprio con la loro “I Let U Go” interpretata da Kay Bianco. Sebbene stilisticamente simile al precedente, il brano non raggiunge i medesimi risultati. «Non ebbe lo stesso successo del primo ma lo si poteva ascoltare su gran parte delle radio italiane e in tutti i locali era un apprezzato riempipista. Erano i tempi in cui Radio DeeJay dettava i numeri di vendita dei supporti in vinile, e poiché l’emittente di Via Massena non gli diede una programmazione continua purtroppo non riuscì ad imporsi come “Talkin’ About”. In quel periodo vivere a Salerno, lontano dai centri nevralgici della discografia di allora come Milano o Brescia, comportò vari problemi. L’assenza dei veloci mezzi di comunicazione odierni imponeva una lentezza inimmaginabile e così nel 1994 passammo alla Flying Records. Fu una scelta dettata anche dall’ideale dell’Ostrica di Verga, avevamo difficoltà nel distaccarci dai luoghi dove eravamo nati e cresciuti e per risolvere i problemi di distanza decidemmo di restare in zona, legandoci ad una casa discografica campana peraltro in crescita esponenziale a livello internazionale. Ci parve davvero la cosa più ovvia da fare ma col senno di poi si rivelò una scelta del tutto sbagliata».

KK (1994)

I KK in un advertising pubblicitario del 1994, quando sono testimonial della World Tribe Productions distribuita in Italia dall’Interga di Bressanone

Col supporto della Gig Promotion, Palumbo e Rossetti iniziano ad esibirsi come performer sia in Italia che in Europa, coproducono “All Night Long” di Mr. Polon per la Discoid Corporation e stringono contatti con svariati artisti che ruotano intorno al mondo della dance tra cui la cantante Carol Bailey che nel 1995 interpreta il loro terzo singolo “I Can’t Stand (Paria)” anche se il featuring non viene ufficializzato pare per motivazioni legate a vincoli contrattuali. Il disco è pubblicato ancora dalla Drohm e nel team di produzione compaiono anche Graziano Fanelli, Pieradis Rossini ed Alessandro Carino della bresciana DJ Movement. Nonostante siano diventati testimonial ed endorser di marchi di abbigliamento popolari in ambito musicale (SPX, Apollo e World Tribe Productions, tutti distribuiti nel nostro Paese dall’Interga di Bressanone), e di celebri brand della tecnologia (Gemini, Akai), i KK abbandonano progressivamente la scena con la fine della prima ondata di musica eurodance/italodance. «Scelte non più condivise e il fallimento della Flying Records comportarono il declino e la fine dei KK» rivela oggi Palumbo.

Il loro però non è un addio definitivo alla musica visto che dal 1998 in poi riappaiono in diversi progetti. Rossetti sembra il più attivo e figura nella produzione di diversi dischi tra cui si ricordano “I Wanna Fly” di Nach, “Get On Up” di Unknowledge Presents Love Juice, “Fiesta” di DJ Gee MP ed “I’ll Be There” di The Spymasters. Palumbo diventa invece A&R della Planet Records fondata da Roberto Ferrante (FR Connection) per la quale firma diverse uscite come “You Should Be Dancing” di Discofever, “Funkytown” di The Tribe (col contributo di Rossetti), i due singoli di Diskorrida e “You Make Me Feel (So Good)” di La Nuit. Ricompattano il duo KK solo nel 2003 affidando “Where Do We Go” alla D:vision Records incapace però di risvegliare l’interesse mostrato dal pubblico esattamente dieci anni prima. «Eravamo convinti che il nostro sound dovesse evolversi e provammo a considerare un target meno commerciale rispetto a quello degli anni Novanta, ma quel tentativo si rivelò solo un vero fallimento». (Giosuè Impellizzeri)

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X-Form – X-Form (Vertikal Records)

X-Form - X-FormArrivare al successo non è semplice e non sempre si può pianificare a tavolino. Può accadere che un artista impieghi mesi o addirittura anni prima di centrare l’obiettivo, proprio come capita a Fabio Cataneo, Fabietto per gli amici, che incide il primo disco nel 1992. Si intitola “Crazy For Your Love”, lo firma come K.F. ed è ricamato sul tema di “Chase” di Giorgio Moroder.

«Approcciai alla produzione discografica nel 1991 collaborando con un collega torinese che muoveva i primi passi con Severo Lombardoni della Discomagic. Stava realizzando un pezzo e gli diedi qualche dritta sui campioni da usare. Mi ringraziò attraverso i crediti del disco ma niente di più» ricorda oggi Cataneo. E continua: «La mia prima produzione “ufficiale” fu invece “Crazy For Your Love” di K.F. (una sorta di acronimo di Kataneo Fabio), che feci in uno studio genovese in cui realizzai anche il primo X-Plora nel ’95, “Flow”. A dirla tutta, quando misi piede nel Nonsense Studio, dove già incidevano colleghi come Mario Scalambrin e Paolo Kighine aka Unity 3, non avevo tante idee o perlomeno non erano sufficientemente chiare. Il buon setup mi aiutò ad ottenere un discreto risultato che offrii alla Wicked & Wild di Fabio Carniel del Disco Inn di Modena, dove acquistavo regolarmente i dischi. Gliela feci sentire, gli piacque e ne stampò un migliaio di copie che andarono esaurite ma a cui non seguì alcuna ristampa. A creare il contatto con Carniel fu un amico comune, Daniele Mad. Già qualche anno prima partecipai alle competizioni del DMC organizzate in Italia proprio dal Disco Inn, e ciò creò l’occasione per andare a Londra e supportare gli italiani che disputavano la finale. Con noi c’erano anche Claudio Coccoluto e Steve Mantovani. Una cosa tira l’altra e Carniel mi segnalò per partecipare alla Walky Cup Competition, organizzata da Radio DeeJay all’Aquafan di Riccione. Quella volta, nel 1989, fui costretto a “scontrarmi” con Mauro Picotto che era un “mostro sacro” e le buscai, ma rimase comunque una bella esperienza».

Walky Cup Riccione 1989

Fabietto Cataneo durante l’esibizione alla Walky Cup Competition, nel 1989. A presentarlo, accanto a lui, è Fiorello

A “Crazy For Your Love” non segue più nulla sino al 1995, un tempo irragionevole se si pensa alla velocità con cui oggi viene consumata la musica, ma Cataneo chiarisce: «continuai regolarmente a lavorare come DJ in discoteca, ai tempi non c’era la necessità di pubblicare brani come oggi ed inoltre non avevo uno studio personale, quindi per buttare giù qualche idea ero costretto ad andare a Genova al citato Nonsense Studio. A darmi lo stimolo per ricominciare a produrre fu l’amico Fabio Piazzai che riceveva dischi da Londra e mi faceva sentire cose veramente innovative. Una sera del ’94 incidemmo in mansarda dei provini casalinghi mettendo insieme quel poco che avevamo, un Mac G3 ed una tastiera, ma senza particolari velleità. Dopo qualche mese volevamo riascoltare quei vecchi file ma il computer non ne voleva sapere, c’era qualche problema. Fortunatamente alcuni di quei demo li avevo precedentemente passati su cassetta e proprio tra quelli c’era la prima versione di “Pleasure Voyage” che peraltro ebbi modo di usare anche in qualche mia serata in discoteca. Quel pezzo mi piaceva ed iniziai a pensare di rifarlo ma in modo professionale. Così trovammo uno studio, più vicino rispetto a quello di Genova, il Magic Room (il nome glielo diedi io) ad Albenga, dove nacque la “Pleasure Voyage” che tutti conoscono. Feci ascoltare il demo su cassetta al proprietario dello studio nonché musicista e lui lo rifece praticamente identico utilizzando un sequencer Voyetra. Tra le funzioni di quel software ce n’era una che si chiamava X-Form da dove presi ispirazione per il nome».

“Pleasure Voyage” finisce su un doppio mix omonimo del progetto che apre il catalogo della Vertikal Records. Due le versioni, la strumentale Lunar Mix e la più nota Apollo Mix, alle quali si somma la dub rallentata a 100 BPM di “O-Zone (Space Dub)” e la più canonica progressive trance declinata in “Oise (Hardware Mix)”. Produttori esecutivi sono Bruno Cardamone e Giuseppe Devito, quelli di Humanize di cui abbiamo parlato qui. A fare la fortuna di “Pleasure Voyage” è probabilmente l’idea di “decorare” il brano con le voci che raccontano un evento storico, la missione dell’Apollo 8 partita il 21 dicembre 1968 (sebbene in tanti, ai tempi, la confondano erroneamente con la più nota Apollo 11 del 16 luglio 1969 commentata per l’Italia da Tito Stagno) con cui per la prima volta l’uomo lascia l’orbita terrestre per arrivare nei pressi della Luna ma senza sbarcare su essa. Su un riuscito mosaico tra spoken word in lingua originale americana e in italiano si innesta la traccia, un crescendo rossiniano che arriva a toccare i circa dieci minuti di durata e che nella parte centrale vede inglobato il vagito di un bambino.

«Feci ascoltare il demo finale al citato Cardamone che gestiva un negozio di dischi ed aveva contatti con case discografiche milanesi. Mi suggerì la neonata Zac Music e prendemmo appuntamento col manager Emilio Lanotte. Sentì il demo ma a colpirlo in particolar modo non fu “Pleasure Voyage” bensì “O-Zone (Space Dub)”, in battuta rallentata. Il responso comunque fu positivo, il disco poteva essere pubblicato. Per realizzare quei brani utilizzammo un equipment base per l’epoca, un Roland JD-800, un E-mu Morpheus per i pad ed una Novation Bass Station Rack, tra gli strumenti più in voga per realizzare i synth che davano molto movimento alle tracce. Relativamente a “Pleasure Voyage” invece, nacque prima la versione strumentale, la Lunar Mix. Qualche settimana dopo volli farne una seconda inserendo voci atoniche che recuperai attraverso un disco probabilmente allegato come omaggio a qualche rivista. A ciò aggiunsi il “we are the future” preso dalla In Dub Mix che Jam & Spoon realizzarono per “Go” di Moby, e il vagito di un bambino. L’idea dell’uomo che raggiungeva la Luna per me rappresentava un nuovo inizio ed una nuova vita, il pianto di un bimbo mi parve adatto per raccontare la nascita di una nuova era. Il risultato mi convinse ma il mio collega non fu dello stesso parere. Comunque a conti fatti restava solo una versione in più quindi decidemmo di tenerla.

Il disco iniziò a circolare nella seconda metà di luglio del ’95 ma visto che ad agosto le case discografiche sono chiuse per ferie l’uscita slittò a settembre. Per diverse settimane non avvenne praticamente niente. L’ufficio promozione della Zac, diretto da Paolo Caputo, funzionava bene ma nonostante la buona volontà non riuscimmo a vendere più di 1000/1500 copie. La situazione cambiò in autunno quando Molella ascoltò “Pleasure Voyage” in una discoteca torinese dove era ospite. Chiese ragguagli al DJ che l’aveva passata e il giorno dopo contattò la Zac domandando la ragione per cui il disco non gli fosse stato inviato. Caputo gli rispose che il doppio di X-Form lo aveva mandato eccome ma forse passò inosservato in mezzo ai tanti promo che riceveva. Molella se ne innamorò ed iniziò a programmarlo con frequenza nel suo programma, Molly 4 DeeJay (a cui abbiamo dedicato un reportage qui, nda). Poi finì nella DeeJay Parade, nella classifica di 105 e persino in quella di Tv Sorrisi E Canzoni. A ciò si aggiunse l’inserimento in numerose compilation e varie licenze all’estero. Insomma, pur non vendendo di botto un grande numero di copie e tenendo conto che fosse un doppio mix, il risultato non fu affatto deludente».

Nel Magic Room Studio, 1995

Fabietto Cataneo nel Magic Room Studio, in una foto scattata nel 1995

Il follow-up di “Pleasure Voyage” si intitola “Hiroshima”, esce nella primavera del 1996 e mantiene la stessa linea stilistica gravitando intorno ad un altro evento epocale della storia contemporanea, l’esplosione della bomba atomica in Giappone nel ’45. Anche qui si ritrova incastonato un messaggio, di pace vista la tematica, “no more Hiroshima”. «Di demo e provini ne avevo tanti, tutti realizzati presso il Magic Room Studio. Alla Zac scelsero “Hiroshima” visto che continuava a battere il filone “storico”, ma nonostante la forte somiglianza con “Pleasure Voyage” vendette appena la metà del primo X-Form. Probabilmente il follow-up più adatto sarebbe stato “Escape From Planet X” che firmammo come Suoni Futuri. Ai tempi producevo parecchi brani ma quelli di taglio più techno li convogliavo sotto il nome X-Plora che era il progetto parallelo ad X-Form».

X-form (singoli)

In alto la copertina di “Hiroshima”, in basso quella di “Space Allert/Apollo 13 (We Have A Problem)”. Sono i dischi che chiudono la trilogia di X-Form nel 1996

La trilogia di X-Form si chiude nell’autunno del 1996 attraverso “Space Allert / Apollo 13 (We Have A Problem)“, con cui torna protagonista la tematica spaziale, la missione dell’Apollo 13 del 1970, tormentata da problemi tecnici che ne impedirono l’allunaggio e complicarono il rientro sulla Terra. L’interesse del grande pubblico però è assai ridimensionato rispetto a quanto avvenuto appena un anno prima con “Pleasure Voyage”. «Il fenomeno dream progressive subì un calo già alla fine del ’96, da genere “commerciale” supportato dalle varie radio tornò, nell’arco di pochi mesi, ad essere un fenomeno di nicchia. Le voci in “Space Allert” erano di Fabio Arboit, ai tempi speaker di Radio Capital, mentre “Apollo 13 (We Have A Problem)” proseguiva nel solco dei due precedenti».

Nel 1997 Cataneo continua l’avventura da solo incidendo un nuovo doppio LP intitolato “X-Form” ma firmandolo col proprio nome e cognome anagrafico. All’interno un nuovo riferimento storico, “Radio Praga”. Le matrici sono ancorate in prevalenza alla progressive trance, le stesse portate avanti in X-Plora, ma disseminati ci sono indizi che riportano ad altri scenari, su tutti gli echi funky di “Funk Train”. In parallelo realizza “The Persuaders”, risuonando l’omonimo di John Barry del ’71 in chiave chemical beat, probabilmente per iniziare a scrollarsi di dosso quella monotematicità progressive che alla lunga poteva diventare una zavorra. «Il contratto con la Zac prevedeva la pubblicazione di un album che fu “Work In Progressive” pubblicato ad inizio ’97. In quello stesso anno però la Zac stessa chiuse. Visto che avevo un bel po’ di materiale a disposizione, pensai che fosse giunto il momento di creare la mia etichetta personale e così nacque la Fab Records distribuita dalla Level One, fondata da Emilio Lanotte e Joe T. Vannelli. Decisi di non usare più il nome artistico X-Form poiché legato alla Zac e non volevo che sorgessero malintesi e problemi di sorta. Lo stile era ancora di stampo progressive ma non mancavano contaminazioni funky che derivavano dai miei esordi da DJ nei primi anni Ottanta, oltre a riferimenti a Chemical Brothers, Fluke e Prodigy che ascoltavo spessissimo in quel periodo. Avevo voglia di sperimentare cose nuove e provai a stampare pezzi un po’ diversi per testare la risposta del pubblico. Quel genere però, commercialmente parlando, era al tramonto e si vendeva sempre meno, non più di cinquecento/mille copie ad uscita e senza poter ambire a fare la differenza. Praticamente riuscivo solo a coprire le spese e così, dopo undici pubblicazioni in due anni, la Fab Records giunse al capolinea».

Nel nuovo millennio Cataneo continua a produrre musica per la Epic (gruppo Sony) e la Adaptor Recordings, e nel 2009 ripesca “Pleasure Voyage” attualizzandola in chiave electro house. «Rispetto agli anni Novanta credo che oggi prevalga l’immagine a scapito del contenuto. Scarso bagaglio culturale e poca esperienza non aiutano di certo, ma nonostante ciò c’è chi riesce ad arrivare a palchi prestigiosi in tempi brevissimi. Chiaramente non basta salire sulla consolle del Tomorrowland o di altri eventi simili per trasformarsi automaticamente in DJ, a certi risultati si dovrebbe giungere per gradi maturando la giusta esperienza. Oggi tutti vogliono arrivare in cima alla montagna nel più breve tempo possibile ed usando ogni mezzo. In Italia ci sono validi DJ e produttori ma probabilmente non in grado di creare fenomeni musicali come in passato e per questo motivo sono costretti ad adeguarsi a ciò che funziona di più». (Giosuè Impellizzeri)

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Max Kelly – M.K.O.K. (Wicked & Wild Records)

Max Kelly - MKOKPrima partecipa alle gare del DMC (conquistando la terza posizione del podio italiano per tre anni consecutivi) e poi alla Walky Cup Competition che nel 1989 lo vede al secondo posto grazie ad una performance che mischia tecniche di turntablism ad inserti di sampling. Sarà proprio il campionatore a scandire le fasi cruciali della carriera di Massimo Mazzoli già ribattezzatosi Max Kelly omaggiando sua mamma che di cognome fa Rustichelli. Nel 1991 debutta col singolo “M.K.O.K.” pubblicato dalla Wicked & Wild Records (legata al noto negozio modenese Disco Inn) e prodotto da Fabio Carniel e Mr. Marvin.

«Fabio era il mio “fornitore di dischi”, quindi per me fu naturale proporre a lui le idee, frutto dell’istinto e della creatività che avevo accumulato negli anni del DMC, fatti di allenamenti in cameretta, eccitazione e mancanza di consapevolezza che quel periodo fosse l’inizio della mia avventura da DJ. Fu proprio Fabio a suggerirmi il titolo “M.K.O.K.” ossia Max Kelly Okay» racconta oggi Mazzoli.

Il brano cavalca la italo house tipica del periodo con ampie sezioni di pianoforte a scandire la stesura, ma presenta anche un elemento distintivo, la voce delle colonnine Viacard. «L’idea fu avanzata da Silvestro Puglia alias Silver, il DJ che vinse la prima edizione italiana del DMC (e che partecipa alla finale del 9 marzo 1987 alla Royal Albert Hall di Londra, nda) nonché resident del Picchio Rosso di Formigine. Fabio pensò che io fossi la persona più adatta per realizzarla. Per campionarla mi recai presso il casello dell’autostrada con un registratore multitraccia appeso al collo ed un microfono collegato ad esso (tutto viene immortalato con una foto finita in copertina, nda). Ai tempi il mio ABC Studio era ancora agli albori e ruotava intorno ai campionatori Akai e al computer Apple. Avevo un mixer Tascam poi sostituito con un fantastico Mackie, una serie di effetti come compressori, delay e riverberi Lexicon ed audio monitor della JBL. Un setup minimale se paragonato ai grandi studi dell’epoca, ma potevo vantare qualcosa che non aveva praticamente nessuno, il Sound Designer II, padre dell’attuale Pro Tools. In Italia ero davvero tra i pochissimi ad averlo, importato dagli Stati Uniti grazie al mio maestro, il musicista e programmatore Serse Mai, col quale realizzavo editing e mastering in digitale quando nel mondo tutti lo facevano ancora coi nastri a bobina. “M.K.O.K.” fu il frutto quasi esclusivo del campionatore Akai S1000 (immortalato sul retrocopertina insieme al registratore digitale Akai DD1000, nda) che possiedo ancora, insieme a quasi tutto l’armamentario di quegli anni. La parte melodica invece la curò il grande Alex Bagnoli nel suo studio».

Max Kelly e sampler (primi anni Novanta)

Max Kelly intento a programmare i suoi campionatori in una foto scattata nei primissimi anni Novanta

Nel 1993 Mazzoli realizza, proprio insieme a Bagnoli e Sabino Contartese (che qualche anno più tardi inciderà “Lararari…(Canzone Felice)” con Santos) il brano “Alphabet Mode” per il progetto Alphabet, che campiona “It Gets No Rougher” di LL Cool J e finisce nel catalogo della bresciana Italian Style Production (gruppo Time Records): «Maiolini volle quel pezzo perché molto simile allo stile U.S.U.R.A., ma la collaborazione finì lì. Andare alla Time e firmare un contratto con un’azienda così nota fu comunque una grande soddisfazione».

Per i dischi di Max Kelly invece l’etichetta di riferimento resta la Wicked & Wild, sulla quale finiscono “Everybody Up…” e “So Good”, entrambi del 1993 e gli ultimi firmati con quello pseudonimo. «Pubblicavo a mio nome solo i brani a cui tenevo di più e che quindi avrei voluto presentare in prima persona. Non davo molto peso ai nomi, mi bastava raggiungere il mercato e sentire il mio brano alla radio e suonato dai DJ in discoteca. Poi la Wicked & Wild svolgeva bene il suo lavoro e per questo non ebbi la necessità di guardarmi intorno alla ricerca di eventuali altre etichette interessate alla mia musica».

Max Kelly manifesto 1990

Il manifesto pubblicitario del 1990 in cui Max Kelly viene presentato come “primo DJ al mondo ad usare esclusivamente la tecnologia digitale”

Nel 1990 un manifesto pubblicitario presenta Max Kelly come “il primo DJ al mondo ad usare esclusivamente la tecnologia digitale”: ma come nasce la collaborazione con Akai, che in quegli anni rivoluziona radicalmente il settore della house music? «La mia sete di tecnologia per realizzare ciò che avevo in mente, ovvero un DJ set totalmente in digitale, senza vinili, alternato al remixaggio in diretta dei brani, mi portò a fare una ricerca a livello europeo attraverso riviste del settore, telefonate ai negozi di strumenti musicali e distributori. Spiegai a tutti le mie necessità ma non ottenni mai risposte soddisfacenti. Il campionatore era ancora uno strumento che permetteva pochissimi secondi di registrazione, perlopiù adatto a suoni percussivi e di batteria. Sapevo della sua esistenza ma non era sufficiente per ciò che volevo fare. Mi suggerirono il computer Atari col software AS Sound Sampler della G-Data in grado di registrare ben venti secondi di suono ma volevo di più e non lo presi neanche in considerazione in quanto monofonico e poco compatibile con le mie esigenze. Da qualche anno era in circolazione il campionatore Casio FZ-1 che espanso dava al massimo trenta secondi di registrazione, anche di buona qualità. Decisi di acquistarlo e campionai il mio primo brano, “Bad” di Michael Jackson. Col Casio mi feci le ossa ma divenne presto insufficiente. Nel frattempo Akai maturò con l’S1000 e fu lì che mi illuminai. Mi recai direttamente alla Grisby Music che distribuiva Akai in Italia, illustrai le mie esigenze come DJ ed avanzai la proposta di affidarmi le dimostrazioni nel loro stand presso il SIB di Rimini. Avremmo potuto trarre giovamento entrambi, io mi sarei fatto conoscere da un pubblico più vasto, loro avrebbero abbracciato il mondo dei DJ. Purtroppo non accettarono, ritenevano il campionatore uno strumento usato per fare musica e destinato solo ai musicisti. Comunque comprai l’S1000 e grazie ad alcuni amici che avevano lo stand al SIB, tra cui il Disco Inn, feci quelle esibizioni. La Grisby Music notò un certo interesse e mi propose di continuare le performance nel loro stand dall’anno successivo. Akai si aprì al mercato dei DJ ed io divenni il primo testimonial italiano».

Max Kelly - DJ DISK 1993

Trend Discotec annuncia in un trafiletto l’iniziativa DJ Disk nel 1993

Da lì a breve Mazzoli inventa i DJ Disk prodotti da Reference/Grisby Music, una libreria di floppy disk per campionatori Akai con sample di brani dance messi a disposizione dalle etichette discografiche che aderivano al progetto. «Arrivammo a quell’idea con sommo anticipo rispetto alla Native Instruments e il suo “Remix Pack”. Feci accordi con le etichette discografiche affinché mi spedissero i loro promo in modo da campionarli creando vari loop di intro, strofa, ritornello, riff ed outro. Confezionati in due floppy disk e caricabili in tutti i campionatori Akai, chi li acquistava aveva in anteprima il brano già campionato da poter usare in serata col sampler rendendo unico il proprio set. Naturalmente tutto ufficiale, con tanto di vidimazione SIAE». Un progetto ambizioso e lungimirante, tra quelli che resero l’Italia la culla per idee d’avanguardia.

Ai tempi la tecnologia digitale veniva vista con molta più ammirazione rispetto ad oggi, quasi denigrata in virtù del vintage analogico. «Era considerata simbolo del futuro, non era per tutti ma tutti l’avrebbero voluta. Oggi invece è alla portata di tutti, anche dei bambini, ecco perché ha perso così tanto appeal, contrariamente al vintage analogico che è diventato l’oggetto del desiderio, costoso e in alcuni casi molto raro, quindi per pochi ed ambito da molti». Con la tecnologia diffusa ai massimi livelli però, anche il sampling pare essersi arenato in una landa di banalità che rivela lo scarso spessore culturale di chi “saccheggia” brani altrui, limitandosi spesso a cose già campionate con successo da altri senza neanche conoscere le fonti originali. «Purtroppo è la realtà, ora manca la creatività e molti giovani produttori del nuovo millennio non fanno altro che riciclare quanto messo in circolo da noi nei decenni passati».

Nel corso degli anni Novanta Mazzoli incide altra musica, da solo e in sinergia con colleghi, marchiandola come Key eM, Amyna And The DJ’s e The Beat-Alls, ma il suo più importante successo resta senza dubbio “Smiling People” del progetto omonimo, prodotto nel 2002 in tandem con Jody e Mauro Corrini e in scia alla house pianistica post millennio di Gianni Coletti, Praise Cats, Tutto Matto ed Holy Ghost. (Giosuè Impellizzeri)

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