Il pezzo più famoso degli Underworld non è “Born Slippy”

Underworld - Born SlippyNel 1995 la band britannica degli Underworld, nata dalle ceneri dei Freur (quelli di “Doot-Doot” del 1983) e ai tempi formata da Rick Smith, Karl Hyde e Darren Emerson, incide un singolo per la Junior Boy’s Own intitolato “Born Slippy”, contraddistinto da una copertina che ritrae quello che pare un piccolo trattore tosaerba. Sul lato A c’è la traccia omonima, interamente strumentale e trainata da un reticolo breakbeat sul quale si innesta una stratificazione melodica che progressivamente sale di tonalità e cresce insieme alle tessiture ritmiche, assolute co-protagoniste. A spopolare, a distanza di oltre un anno, è invece il brano destinato al lato B di quel 12″, “Born Slippy .NUXX”, composto diversi mesi dopo e completamente differente rispetto a “Born Slippy”, seppur il titolo lasci pensare ad una versione derivativa. Il pezzo, della durata di quasi dodici minuti, si muove su elementi nuovi e collegati tra loro in modo assai semplice. L’euforico stomping beat di matrice techno e i due accordi sembrano carpiti da un brano a cui gli inglesi potrebbero essersi ispirati, “Trance Dance” dei Mediteria risalente al 1992. A ciò viene sovrapposta una parte vocale scritta e cantata da Karl Hyde che non segue lo schema della classica canzone con la formula strofa-ponte-ritornello. La Junior Boy’s Own pubblica “Born Slippy” anche su CD singolo, formato a cui destina una terza versione, “Born Slippy .TELEMATIC”, stilisticamente affine a “Born Slippy” a metà strada tra techno e breakbeat. Sul 12″ invece, con la copertina occupata questa volta dalla foto di una pala meccanica, “Born Slippy .TELEMATIC” viene abbinata alla Winjer Mix di “Cowgirl”, un brano edito nel ’93 sul lato B di “Rez” e che troverà una seconda vita nel 2000 coi remix dei Bedrock (John Digweed e Nick Muir) e dei Futureshock.

Prima di “Born Slippy” gli Underworld danno alle stampe, nel 1994, “Dubnobasswithmyheadman”, il terzo album inciso con quella ragione sociale ma il primo a mettere piede nella techno ed affini, dopo i più rockeggianti “Underneath The Radar” e “Change The Weather” editi dalla Sire tra 1988 e 1989. Lì dentro ci sono diversi pezzi come “Dirty Epic”, “Mmm Skyscraper I Love You”, il menzionato “Cowgirl” e “Dark & Long”, quest’ultimo sino a quel momento il più fortunato del repertorio, entrato nelle grazie di Sven Väth (come si può vedere qui) e che li (ri)lancia in una scena musicale totalmente diversa rispetto a quella degli inizi. “Born Slippy” giunge in un periodo di transizione, quando Smith, Hyde ed Emerson stanno elaborando le idee per l’album successivo che la Junior Boy’s Own pubblica a marzo del 1996, “Second Toughest In The Infants”, in cui però “Born Slippy” e “Born Slippy .NUXX” non ci sono. Pare infatti che gli autori non fossero convinti appieno e riponessero scarse aspettative in quei brani al punto da escluderli dalla tracklist dell’album (“Born Slippy .NUXX” apparirà solo su stampe successive). In effetti le reazioni, almeno nei primi tempi, sono particolarmente tiepide. “Born Slippy” (e non “Born Slippy .NUXX”!) si piazza alla 52esima posizione della classifica britannica dei singoli, entra in pochissime compilation e conta appena una licenza, sulla TVT Records di New York. Tutto però cambia quando il regista Danny Boyle ascolta, pare in un negozio di dischi, “Born Slippy .NUXX”, a suo parere perfetto per scandire le scene di un film a cui sta lavorando in quei mesi, “Trainspotting”.

Nell’intervista di Alex Godfrey apparsa su Noisey il 24 marzo 2017 Rick Smith dichiara che in un primo momento lui e soci furono titubanti ad accettare la proposta di Boyle. «Ai tempi ricevevamo frequentemente richieste per l’utilizzo della nostra musica nei film o in tv, ma finire in una pellicola cinematografica ci parve esattamente l’opposto di ciò che stavamo facendo in quel momento, ossia suonare nei club. La prima risposta quindi fu un secco no ma Danny, saggiamente, ci invitò a guardare qualche passaggio del film. Seguimmo il suo consiglio e dopo circa quindici minuti gli dicemmo che avrebbe potuto fare ciò che voleva con la nostra musica». Gli Underworld cambiano idea ma sono ancora totalmente ignari di quel che sarebbe accaduto da lì a breve. Presentato fuori concorso al 49º Festival di Cannes e tratto dal romanzo omonimo di Irvine Welsh del 1993, “Trainspotting” viene definito una sorta di “Arancia Meccanica degli anni Novanta” e suscita un mix tra clamore ed accese polemiche. Come scrive la giornalista/critico cinematografico Eleonora Saracino in un articolo del novembre 1996, «È un film che fotografa uno spaccato cinico, ironico e violento della gioventù inglese, ma che in senso più ampio rappresenta un certo delirante universo giovanile attraverso la storia di un gruppo di perdenti, tossicomani, psicopatici amici e della progressiva disintegrazione della loro amicizia, man mano che le loro vite procedono verso l’inevitabile autodistruzione [..]. Un gruppo “ben assortito”, le cui vicende si snodano sullo sfondo di ambienti fatiscenti, cessi disgustosi, tra risse, sesso e la “corsa al buco”».

Trainspotting, un frame del film

Una scena di “Trainspotting”

“Trainspotting” diventa presto un cult, lancia l’attore protagonista Ewan McGregor e traghetta gli Underworld verso un pubblico che sino a quel momento non aveva mai sentito parlare di loro neanche per sbaglio. “Born Slippy .NUXX” fa il giro d’Europa e del mondo, multinazionali come Sony e Capitol Records se lo contendono insieme alla Logic Records tedesca, fondata dagli Snap! e proprio quell’anno, il 1996, ceduta alla BMG. Fioccano centinaia di richieste per l’inserimento in compilation ma sono poche quelle a riportare la dicitura esatta del brano. La maggior parte delle tracklist infatti reca il titolo errato “Born Slippy” e ciò favorisce ulteriormente l’erronea convinzione che il brano in questione sia proprio “Born Slippy” o, ancora peggio, che tra “Born Slippy” e “Born Slippy .NUXX” non corra alcuna differenza. Viene approntato anche un videoclip trasmesso in high rotation dalle tv musicali sparse in tutto il pianeta. Il regista è Graham Wood, tra gli artefici di Tomato, un collettivo creato nel 1991 per raccogliere artisti a tutto tondo dediti alla musica, all’arte e al design. Co-fondatori insieme a Wood sono Steve Baker, Dirk van Dooren, Simon Taylor e John Warwicker, a cui si aggiungono proprio Hyde e Smith.

Le due copertine del disco edito da Do It Yourself

Le due copertine del 12″ edito in Italia dalla Do It Yourself

Nel frattempo la Junior Boy’s Own ripubblica il brano con nuove versioni, la Deep Pan e il remix di Darren Price. In Italia, dove il film arriva nelle sale ad ottobre, ad accaparrarsi la licenza è la milanese Do It Yourself diretta da Max Moroldo che lo commercializza in formato 12″ con due artwork differenti. Nonostante il titolo in copertina sia “Born Slippy” ad essere inciso sul disco è solo “Born Slippy .NUXX”, in versione extended e short a cui si somma il citato remix di Darren Price. «Di quel mix ne vendemmo più di 25.000 copie» racconta oggi Moroldo, che illustra anche le ragioni delle copertine differenti: «la prima venne realizzata sulla base della grafica standard che Do It Yourself usava in quel periodo per i progetti emergenti. Quando firmammo la licenza con BMG Italia (il prodotto era gestito da Carlo Martelli), non vi era ancora nessuna informazione circa l’utilizzo del brano in “Trainspotting”. Io lo ascoltai su Radio Italia Network e mi informai subito per sapere di chi fosse quella traccia con un suono diverso da tutto quello che circolava all’epoca. La seconda copertina invece (sulla quale vi è uno strillo in cui si legge “n. 1 Italian top sales chart, nda) fu fatta per celebrare non solo il primo posto raggiunto nella classifica di vendita italiana ma anche il riconoscimento di Musica&Dischi (e di un pool di talent e trendsetter) che decretò “Born Slippy .NUXX” disco dell’anno». La Do It Yourself pubblica l’Original Instrumental Mix di “Born Slippy” solo ad inizio ’97, inserendola sul lato B del singolo “Pearl’s Girl” insieme a “Cherry Pie”. A tal proposito Moroldo spiega che Do It Yourself dovette seguire le direttive della casa madre inglese: «non c’era alcuna possibilità di cambiare la tracklist. Per loro quel disco e quel progetto erano una priorità assoluta. Ricordo che in un primo momento il brano venne trasmesso alla radio appena tre volte. Inizialmente, come dicevo prima, lo suonò Radio Italia Network, la prima in assoluto a spingerlo, poi si accodò Marco Ravelli di Discoradio e Molella di Radio DeeJay. La programmazione diurna invece, quella che faceva la differenza, tardò parecchio ad arrivare e in alcuni casi non giunse proprio, almeno in riferimento a due network. A seguito nel nostro successo raccolto col vinile e con la promozione nelle radio e nelle discoteche, BMG si convinse a stampare anche il CD singolo che, se la memoria non mi inganna, si aggiudicò il disco d’oro» conclude Moroldo. Il merito di aver parlato prima di tutti di “Born Slippy” nel nostro Paese però probabilmente spetta a Vincenzo Viceversa (intervistato qui) che lo inserisce nella sua rubrica “Electro Voices” sul magazine di informazione discografica DiscoiD, a giugno 1995, descrivendolo come “attitudine punk da scaricare nella testa e nelle gambe del pubblico”.

PF Project

La copertina di “Choose Life” dei PF Project, un altro brano che cavalca il successo di “Trainspotting”

Quello degli Underworld è un successo travolgente quanto inaspettato che copre tutta la stagione autunnale e si protrae sino ai primi mesi del 1997, quando sia “Born Slippy” che “Born Slippy .NUXX” sono sul mercato ormai da due anni. L’interesse generato da “Trainspotting” è fortissimo e commercialmente allettante tanto che “Born Slippy .NUXX” viene sincronizzato sullo spot della Opel Astra col calciatore Paolo Maldini. Se ne innamora pure Leonardo Pieraccioni che lo vuole ne “Il Ciclone” ma, come spiega qui lo stesso regista, a causa di problemi di liquidità “Born Slippy .NUXX” viene usata solo nella proiezione al cinema, sostituita in seguito da un tema simile eseguito da Claudio Guidetti. «Avevamo già speso cento milioni di lire per avere “2 The Night” di Ottmar Liebert, non potevamo permetterci di pagare anche gli Underworld». Cercano di trarne vantaggio, in qualche modo, pure Jamie White e Moussa Clarke che inventano PF Project (dove PF sta per Party Faithful) e nell’autunno del 1997 incidono “Choose Life”, scandito dal monologo iniziale tratto dal film. A pubblicarlo è la Positiva, importante etichetta dance oriented del gruppo EMI, che riesce ad ufficializzare il featuring di Ewan McGregor, il Mark ‘Rent Boy’ Renton della pellicola di Boyle, e persino ad usare una sua fotografia per la copertina. L’unica connessione tra i PF Project e gli Underworld però è rappresentata solo ed esclusivamente da “Trainspotting”. “Choose Life” gira su una progressive house inacidita, virata in chiave speed garage e progressive trance rispettivamente dai JDS e dai Tour De Force. Confinato per motivi mai chiariti su due white label di colore giallo e rosa è invece il remix realizzato da Ferry Corsten come Moonman, con suoni simili a quelli usati l’anno dopo per “Gouryella” del progetto omonimo condiviso inizialmente con Tiësto.

Ma torniamo agli Underworld. “Born Slippy .NUXX”, con oltre un milione di copie vendute, diventa uno degli inni legati alla cultura dance degli anni Novanta e, come spesso accade, è oggetto di rifacimenti. Nel 2003 escono la 2003 12″ Version, poco più di un re-edit realizzato da Rick Smith che inserisce melodie eseguite al pianoforte sulla struttura originale, e il remix di Paul Oakenfold che rimette tutto in discussione optando per una ricostruzione trance. Ai confini tra breakbeat e big beat è il rework degli Atomic Hooligan, spassionatamente drum n bass invece quello di London Elektricity. Altre versioni, come quella house di Robbie Rivera, quella euro trance di CJ Stone e quella trance di Paul van Dyk sono destinate, per ragioni oscure, a pubblicazioni non ufficiali.

Nel 2004 è la volta della cover hard trance di Yves Deruyter mentre del 2007 è quella electro house del brasiliano DJ Joe K. Nel 2017 esce “Long Slow Slippy”, versione rallentata finita nella soundtrack di “T2 Trainspotting” (sequel di “Trainspotting”) insieme ad “Eventually But”, incisa sul lato B. L’operazione più intrigante però è del 2015, anno in cui “Born Slippy .NUXX” viene ristampata su vinile 7″ in cento copie numerate, tutte provviste di copertine diverse e realizzate da designer ed artisti di tutto il mondo. Il progetto, nato per interfacciare musica ed arte, è promosso dalla Secret 7″ che devolve gli introiti in beneficienza. Il modo migliore per celebrare il ventennale di un brano ormai entrato nella storia. (Giosuè Impellizzeri)

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Fly racconta la storia della sua label, la Bonzai Records

FlyIl belga Christian Pieters, noto come Fly, inizia a fare il DJ negli anni Ottanta. Nel 1990 apre un negozio di dischi a Deurne, alle porte di Anversa, che in breve diventa un punto di ritrovo per numerosi DJ e compositori. È proprio la loro presenza a suggerirgli l’idea di creare una etichetta discografica, la Bonzai Records, destinata a diventare un faro per un’intera generazione che ama techno ed hard trance nella rave age. Un vero fiume in piena, Bonzai fa breccia con la musica di artisti come Jones & Stephenson, Yves Deruyter, Cherry Moon Trax, DJ Looney Tune, Marco Bailey, Gary D., Quadran e Dirk Dierickx. Nel 1995 accoglie anche degli italiani, gli Shadow Dancers ossia Zenith e Biagio Lana alias Baby B (di cui abbiamo parlato qui) con la loro “Silicium Head”, a cui seguono, su Bonzai Trance Progressive, Mr. Bruno Togni e Giorgio Prezioso rispettivamente con “After Hour” e “Raise Your Power”. Fly, dal canto suo, continua il percorso da DJ prendendo parte a prestigiosi festival come MayDay, Love Parade, Street Parade, Future Shock, Mysteryland, Dance Valley e Tribal Gathering, oltre a toccare le consolle di circa 500 club, tra cui l’E-Werk di Berlino, il Technoclub di Francoforte e il Cocoricò di Riccione.

Come scopristi la musica elettronica e il mondo dei DJ?
Quando avevo circa dieci anni mi divertivo a registrare canzoni dalla radio e cercavo di abbinarle in una sorta di sequenza da me ideata. Credo che la musica si sia evoluta dentro me in modo del tutto naturale. Ricordo bene quando i miei genitori mi comprarono un mixer e due giradischi come regalo per il compleanno. I piatti però non erano dotati di pitch e questo limite mi costrinse, per un po’ di tempo, ad ingegnarmi particolarmente per passare da un brano all’altro. Intorno ai sedici anni iniziai a lavorare in una discoteca come cameriere e barista. La mia occasione giunse quando una sera, al La Scala di Blankenberge, il DJ resident non si presentò ed io fui interpellato per sostituirlo. Da quel momento cominciò tutto.

Come ricordi il periodo della musica new beat?
Ero ancora un ragazzino e disertavo spesso la scuola per trascorrere la maggior parte delle mattinate nei negozi di dischi di Anversa, tentando di individuare i brani che il DJ aveva suonato durante il weekend precedente. Ai tempi praticamente tutto era new beat e molti DJ di Anversa divennero veri e propri trendsetter perché suonavano brani a velocità differenti o col pitch aumentato o diminuito al massimo. Fu un periodo molto intrigante. Nel tempo sono riuscito ad entrare in contatto con molti pionieri di quell’epoca tra cui Marc Grouls e il compianto Dirk T’Seyen alias DJ TeeCee. Senza dubbio la musica new beat rappresentò la base della dance elettronica nell’Europa occidentale.

Bonzai Records nasce nel 1992: come iniziò quella straordinaria avventura?
Nel 1990 apro un negozio di dischi specializzato per DJ, il Blitz, frequentato da Yves Deruyter, CJ Bolland, Franky Jones, Bountyhunter, DJ Ghost e molti altri. Confrontarmi quotidianamente con loro mi fece venire l’idea di allestire un piccolo studio di registrazione nel retro dello stesso negozio. Il nome Bonzai fu partorito dalla mia immaginazione e fantasia e poi, con l’aiuto di un amico grafico professionista, Alec, misi a punto il logo.

Il piccolo studio nel retrobottega di cui parli era forse il The Cockpit?
Si, esattamente, quello fu il primo studio realizzato nel retro del negozio. Circa un anno più tardi approntammo un secondo studio, il The Basement, che come si può facilmente immaginare dal nome era in un seminterrato, per poi passare, dopo un altro anno ancora, al The Vault, allestito in un enorme caveau lasciato in disuso da una banca che si era trasferita altrove. Col passar del tempo prendemmo in fitto un intero stabile per collocare gli uffici, gli studi e il negozio di dischi. Sembrava un alveare, ogni stanza era riservata ad un uso specifico. Destinavamo un budget annuale allo studio, pertanto implementavamo con frequenza il parco strumenti con le novità che il mercato metteva a disposizione. Non mancavano le classiche Roland (le varie TR e la TB-303, gli Jupiter, i JP), poi i Korg analogici, i Nord Lead, gli E-Mu, gli Oberheim … oltre ad un immenso banco mixer Allen & Heath e molto altro. Alcuni dei giovani artisti oggi attivi su Bonzai adoperano esattamente quegli strumenti recuperati dal nostro deposito.

Quanto era complicato avviare una casa discografica nei primi anni Novanta?
Quando partì Bonzai non sapevo assolutamente nulla su come gestire una label. Ero circondato da ragazzi che componevano musica e così iniziai a scavare nella materia, in modo del tutto autonomo ed intuitivo. Sono da sempre un tipo pragmatico, quindi iniziai cercando subito di individuare le cose essenziali per quell’attività. Il successo invece è una cosa completamente differente e che dipende da svariati fattori, ma spesso capita di vederselo arrivare all’improvviso, senza alcuna pianificazione, proprio come avvenne a me. Trovarsi al posto giusto e nel momento giusto fa tanto. In tutta sincerità, non avevo mai pensato che Bonzai Records potesse diventare così grande in breve tempo: dopo aver stampato i primi cinque dischi abbiamo avuto talmente tante richieste da creare un flusso ininterrotto di pubblicazioni andato avanti per circa dieci anni.

Ricordi quante copie stampavi per ogni uscita?
Per i primi due dischi, “E-Mission” di Stockhousen e “Black Hole” di Earth Odyssee, ci limitammo alle 1000 copie, ma per i successivi tre, “Bountyhunter” di DJ Bountyhunter, “… Animals” di Yves Deruyter e “Reality” di Phrenetic System, capimmo che le 1000 non sarebbero più state assolutamente sufficienti. Con dischi tipo “The First Rebirth” di Jones & Stephenson, del 1993, arrivammo a stamparne dalle 30.000 alle 40.000 copie. Purtroppo sono trascorsi molti anni e non posso essere più preciso e dettagliato. Abbiamo toccato soglie ancor più ragguardevoli tanto che, dal 1995 in poi circa, cominciammo a pubblicare sia su 12″ che su CD singolo. Erano tempi propizi per la discografia. Importanti risultati giungevano pure da quei brani inseriti nelle compilation. Alcuni pezzi del nostro repertorio contavano presenze in oltre 500 raccolte! Letteralmente incredibile se pensiamo allo stato attuale del mercato discografico.

Quando la Bonzai Records toccò l’apice della popolarità?
Credo ci sia stato più di un momento clou. Il primo risale al periodo di inizio attività, tra 1993 e 1994, quando pubblicavamo prevalentemente hard dance. Poi un nuovo picco si registrò nel 1995, con la nascita della Bonzai Trance Progressive e il successo internazionale dei Quadran. Ritengo che tale exploit dipendesse sia dal nostro modo di gestire l’etichetta, sia dalla presenza fissa dei nostri artisti come headliner nei top rave e party. Esisteva uno scambio promozionale vicendevole tra la label e i DJ che ne facevano parte. Da non sottovalutare fu anche il lavoro svolto dai nostri affiliati in Inghilterra, Germania, Italia, Spagna, Francia, Israele, Giappone e Stati Uniti che si occupavano di promuovere e vendere i nostri prodotti nei rispettivi territori. Ai tempi il prodotto fisico (disco, CD) era ancora necessario, oggi invece, nel mondo digitale, si è configurato un modello di business completamente differente.

Che tipo di marketing adoperavate?
La strategia primaria era cercare validi partner in tutti i territori di fondamentale importanza, assicurandoci così che il team Bonzai potesse prendere parte agli eventi internazionali più rilevanti. Ovviamente pensammo anche al merchandising, vitale per promuovere il brand. Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui ci consegnarono, per la prima volta, le t-shirt della Bonzai: era un sabato mattina e il fattorino lasciò le scatole con la merce nel negozio di dischi. In circa due ore vendemmo oltre 200 magliette! Realizzammo un vasto merchandising (t-shirt, felpe, cappelli, flight case, slipmat, adesivi) vendendo migliaia di oggetti. Per molti anni era praticamente impossibile andare in qualsiasi evento europeo senza vedere le magliette, cappelli o adesivi di Bonzai. Non c’è miglior promozione di ciò: la gente paga, comprando gadget col marchio, per promuovere il tuo brand. Mi rammarica quindi non aver avuto la possibilità di vendere il nostro merchandising online negli anni Novanta.

Per alcuni brani del catalogo Bonzai furono realizzati dei video, come tu stesso annunci in questa clip del 1996. Il video era parte integrante del marketing?
Si, assolutamente. Girammo moltissimi video ma credo che la maggior parte di essi siano andati irrimediabilmente perduti. I “superstiti” sono quelli che si trovano su YouTube. Potevamo contare sul supporto di MTV, Viva, TMF (The Music Factory), televisioni locali e nazionali (ma solo durante le ore notturne), tutto ciò che oggi, purtroppo, non esiste più per la dance underground. Adesso è più facile realizzare un video ed ancor più semplice è renderlo accessibile grazie ad internet ma il costo per promuoverlo, spesso, supera quello della stessa realizzazione.

Quali sono i best seller del catalogo?
Alcuni dei nostri dischi hanno venduto circa 2 milioni di copie. Tra i top ci sono “Bonzai Channel One” di Thunderball, il citato “The First Rebirth” di Jones & Stephenson, “The House Of House” di Cherry Moon Trax, “Café Del Mar” di Energy 52, “Meet Her At The Love Parade” di Da Hool, “Universal Nation” di Push, “The Rebel” di Yves Deruyter, “Eternally” di Quadran (realizzata dal mio caro amico Philippe Van Mullem che purtroppo ci ha prematuramente lasciati l’anno scorso) ed altri ancora che ora dimentico.

Dopo alcune apparizioni su Steel Wheel, nel 1996 Bonzai Records (e le “sorelle” Bonzai Jumps, Bonzai Trance Progressive and XTC) sbarca in Italia grazie alla joint-venture con la bolognese Arsenic Sound. Come ricordi quella esperienza?
Così come tutte le nostre collaborazioni di allora, la ricordo molto positivamente. Non si trattò solo di partner aziendali ma di amici, e Paolino Nobile di Arsenic Sound, che gestì Bonzai in Italia, fu bravissimo, un vero professionista.

Conosci altro della scena italiana oltre ad Arsenic Sound?
Ho suonato diverse volte in Italia ma sfortunatamente la mia memoria vacilla e non ricordo i nomi. Sono stato più volte al Cocoricò di Riccione dove mi sono sempre divertito in compagnia di Cirillo.

Dopo circa un decennio di successo, a marzo del 2003 la Lightning Records, società che raggruppava tutte le etichette del circuito Bonzai (ma anche Camouflage, Green Martian, Tripomatic, Scanner, Zounds, XTC, Tranceportation ed altre ancora), fallisce. Cosa accadde?
Presentammo istanza di fallimento a causa del crollo verticale delle vendite. Nell’arco di pochi mesi infatti perdemmo ben il 75% degli introiti provenienti dal comparto compilation. Erano anni in cui il mercato si ritrovò intasato di prodotti che, per la diffusione della musica in formato digitale, non riuscivano più ad essere venduti. La massa scoprì il download illegale e solo in pochi erano disposti a pagare per il download ufficiale. La Lightning Records era una “macchina” di dimensioni colossali che vantava importanti investimenti, una sede tutta propria, uno staff numeroso ed un calendario fitto di impegni e costose campagne promozionali. Il mercato però si afflosciò inesorabilmente come un budino andato a male, e ciò avvenne in un lasso di tempo talmente breve da coglierci alla sprovvista. Ci ritrovammo quindi del tutto impreparati di fronte ad un cambiamento di tale portata. Un esempio? Stipulammo con una tv nazionale una importante campagna promozionale per una nuova compilation, spendendo anche un mucchio di soldi per avere una tracklist di tutto rispetto. Il CD si intitolava “Boom” e la copertina ritraeva un’esplosione ed una torre che crollava. In magazzino c’erano già circa 35.000 CD pronti per essere distribuiti ma proprio la settimana prima dell’uscita ci fu l’attacco alle Torri Gemelle a New York, quindi non potemmo più procedere, per ovvi motivi. Qualcuno avrebbe potuto (legittimamente) pensare che stessimo lucrando su quel terribile atto di terrorismo. Situazioni di tale genere portarono alla chiusura obbligata della Lightning Records. I liquidatori ci chiesero di provare a saldare i debiti per poter ottenere almeno i diritti della nostra musica, cosa che fortunatamente riuscimmo a fare. Tecnicamente quindi non siamo mai finiti in bancarotta ma chiudemmo battenti dopo aver pagato tutti i debiti.

Appena un paio di mesi più tardi nasce invece la Banshee Worx.
Inizialmente eravamo in quattro, io, Marnix B, Yves Deruyter ed Airwave, ma questi ultimi due hanno preferito cederci le proprie quote perché non era più un business che trovavano soddisfacente. Hanno voluto dedicarsi solo alla carriera artistica ma tra di noi non è cambiato nulla, abbiamo lavorato insieme per oltre venti anni. Qui potete trovare tutte le informazioni sul nostro mondo.

E il Blitz invece? Sino a quando rimane in attività?
A metà degli anni Novanta, con l’esplosione della Bonzai Records, tutti iniziarono a chiamarlo Bonzai Store anche se ufficialmente il nome non è mai cambiato sino al 2000, quando traslocammo in un altro edificio, ad Anversa. Il nuovo negozio, situato nel piano interrato di uno stabile, si chiamava Rebel Grooves ed era gestito da me ed Yves Deruyter. Al piano terra invece c’era Game Mania, curato dalla mia fidanzata e destinato ai videogiochi e i LAN party. Al primo piano c’erano cinque studi, una grande cucina ed una zona relax con televisione e PlayStation, al secondo piano infine gli uffici. C’era sempre un mucchio di gente, sia nel Rebel Grooves che nel Game Mania. I nostri negozi sono sempre stati più di semplici esercizi commerciali, erano veri punti di incontro dove le persone venivano non solo per acquistare ma pure per confrontarsi con gli altri, apprendere nuove nozioni, chiacchierare, incontrare artisti. Però tutto ciò è solo un vecchio ricordo, sono lontani i tempi in cui si poteva guadagnare vendendo dischi.

Banshee Worx rende possibile la rinascita della Bonzai, sotto vari nomi ed abbracciando molte più sfumature stilistiche rispetto al passato, includendo tech house e progressive house. Quanto è cambiata la gestione di una casa discografica rispetto agli anni Novanta?
La vita di un label manager oggi si svolge quasi interamente davanti ad un computer. Per quanto mi riguarda, negli anni Novanta mi muovevo parecchio: mi recavo nello studio per i mastering, facevo una visita regolare in stamperia vinili, andavo periodicamente a pagare il grafico delle copertine, controllavo regolarmente il magazzino, frequentavo i negozi di dischi per ascoltare il nuovo materiale in circolazione… adesso invece difficilmente mi muovo dal mio ufficio. Internet però ha molti pro: ora praticamente tutti siamo rintracciabili, e per i produttori è un sollievo. Anche chi abita in zone più remote del pianeta può recapitare un demo in pochi istanti a qualsiasi etichetta del mondo e persino parlare in chat per prendere accordi col label manager dieci minuti più tardi. Però chi oggi decide di avviare un’etichetta discografica lo deve fare primariamente per passione. Guadagnare facilmente e rapidamente soldi con la musica ormai è solo un’illusione.

(Giosuè Impellizzeri)

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