Voyager – Hypnotribe (Discomagic Records)

Voyager - HypnotribeLe carriere di numerosi personaggi legati agli anni Novanta iniziano già nel decennio precedente, quando in Italia la musica dance è praticamente tutta ascrivibile ad un unico genere, l’italodisco. Il discorso vale anche per Sergio Datta, DJ dal 1981 ed artista discografico dal 1984, anno in cui debutta con “You Must Dance” di System Band, a cui l’anno dopo segue “El Gringo” di Anticamera. «Quando “You Must Dance” venne pubblicato in Italia dalla Babalú Records il nome era S.S. Band, la doppia S stava per Sandro e Sergio, ma i nostri discografici sostennero che qualcuno avrebbe potuto equivocare attribuendo ad esso un significato nazista e quindi ostacolare le vendite (migliaia di copie ai tempi). Così, quando il disco fu ripubblicato all’estero, optammo per System Band» oggi chiarisce Datta.

«Sia S.S. Band che Anticamera nacquero da idee mie e di Sandro Pitzalis, col contributo di un musicista, Maurizio Leone, che tra l’altro venne immortalato con noi su entrambe le copertine, e di Stefano Roletti, il nostro tecnico e factotum, che non figurava nell’artistico ma che era a tutti gli effetti il quarto componente di S.S. Band ed Anticamera, anche sul piano finanziario. Inoltre nella pubblicazione di S.S. Band furono coinvolti pure Mario Bernardi, fonico dello studio A dei G7 Recordings Studios di Torino, e Gualtiero Gatto, proprietario di quegli studi nonché editore del brano. In Anticamera invece presero parte diverse ragazze immagine. Il mio approdo alla discografia fu una naturale evoluzione all’attività del DJ, nonostante le difficoltà e i rilevanti costi che la tecnologia di allora imponeva, tra affitto degli studi di registrazione, fonici, turnisti, nastri, trasferte ed altro. Dai primi anni Novanta in poi, con la rivoluzione digitale, tutto divenne più semplice e soprattutto economico».

Dopo qualche anno di pausa, Datta si riaffaccia quindi sul mercato discografico attraverso nuovi progetti come Niño Nero ed Orkestra ma soprattutto Voyager, del 1993, connesso alla progressive trance. «Facevo già coppia in studio con Maurizio De Stefani ed attraverso Voyager ampliammo la collaborazione facendo entrare un nuovo elemento nel team, Gigi D’Agostino, conosciuto qualche mese prima in occasione del remix di una nostra produzione, “Sexo Sexo” di Wendy Garcia. A Gigi, che all’epoca era un promettente DJ con cui condividevamo la consolle del Due di Cigliano ed instaurammo un rapporto di amicizia anche al di fuori dell’attività in discoteca, piaceva molto la versione originale, quella che ebbe parecchio successo nel Regno Unito e che rimase per diversi mesi nella classifica di Italia Network, subito dietro a “Yerba Del Diablo” dei Datura. Ci chiese di poter fare un remix ed accettammo. La sua versione, firmata Noisemaker, finì su PLM Records insieme a quelle di Mr. Marvin e di Le.B alias Lello B., oltre ad una nostra rivisitazione. Per Gigi e Lello fu l’esordio discografico. Successivamente creammo Voyager che gravitava intorno a quattro presenze. Oltre a me, Maurizio e Gigi c’era anche Michele Generale, musicista e proprietario del Mik Studio, a San Giorgio Canavese, dove videro luce tutte le nostre produzioni uscite dal 1991 al 2002. Non ricordo esattamente le ragioni che ci spinsero ad optare per Voyager ma credo che ad ispirarci fu la passione comune per la fantascienza. In studio Michele metteva in pratica ciò che noi DJ cercavamo di trasmettergli. Certo, era un po’ una “lotta” perché la formazione musicale di un DJ è radicalmente differente da quella di un musicista, ma comunque il nostro era un vero lavoro di team, a partire dalla scelta dei campioni da usare sino all’immagine da apporre in copertina. Trascorrevamo giorni interi (e soprattutto notti) sull’elaborazione di un suono, di un loop, di una melodia. Poi talvolta capitava di perdere tutto il lavoro svolto a causa di un black out improvviso (lo studio era in aperta campagna) o di una distrazione per la stanchezza».

Voyager in consolle

I Voyager in consolle al Due di Cigliano (Vercelli) nel 1993: da sinistra Sergio Datta, Gigi D’Agostino e Maurizio De Stefani

Il lato a ospita “Hypnotribe” rivista in due versioni: la Noisemaker Mix realizzata da Gigi D’Agostino punta a soluzioni minimaliste, analoghe a quelle che avrebbe battuto da lì a breve il citato Lello B. ma con totale assenza di melodia, e la Batucante, prevedibilmente connessa a percussioni batucada che l’anno prima sono protagoniste in pezzi di successo come “Give It Up” di The Good Men e “Batucada” di DJ Dero. Il lato b invece, con le due versioni (Extended Mix e Progressive Mix) di “Baseball Furies”, guarda in modo diretto verso la dream progressive che sarebbe scoppiata commercialmente un paio di anni più tardi. Entrambe anticipano quanto D’Agostino promuove su BXR nel biennio 1996-1997 e suonano come prodromi della futura mediterranean progressive. «Volevamo pubblicare un disco che contenesse due idee distinte in linea con le tendenze di allora. “Hypnotribe” era più essenziale e “dritta”, “Baseball Furies” tipicamente progressive. Sul disco i pezzi li firmò solo D’Agostino perché, molto intelligentemente, si era già iscritto alla SIAE contrariamente a noi, ma i pezzi furono creati in modo corale. La cosiddetta “mediterranean progressive” ha radici profondissime a San Giorgio Canavese. Dallo studio di Generale passarono davvero in tanti, da Gianni Parrini a Giacomo Orlando, dal sopracitato Lello B. a Daniele Gas e molti altri. Anche Luca Noise è nato discograficamente al Mik Studio, qualche anno dopo. Gli strumenti che adoperavamo erano essenzialmente una tastiera collegata in MIDI con banchi di suoni, una drum machine Roland TR-808, una Roland Bassline TB-303 ed un campionatore Akai S1000 con cui capitava di “catturare” suoni dall’ambiente reale e poi fonderli nella ritmica. Una volta, ad esempio, usammo il rumore delle forbici come elemento percussivo. Registravamo su nastro multipista e poi realizzavamo il master su DAT. Tempistiche? A volte “partorivamo” la traccia in appena una notte, in altre occorrevano quindici giorni o un mese. Le ispirazioni erano diverse ma non essendo un musicista non era nel mio DNA creare melodie dal nulla. Il DJ, in consolle e in studio, rielabora, trasforma, unisce, taglia, mischia, rivolta e stravolge cose già sentite creando dell’altro, magari inedito. Proprio in questo risiede l’arte del DJ. “Baseball Furies” si intitola così perché contiene un campione vocale femminile tratto dal film “I Guerreri Della Notte” estrapolato dalla versione originale in lingua inglese che si chiamava “The Warriors”. Il frame ritraeva la bocca della speaker radiofonica mentre esclamava “baseball furies dropped the ball, made an error, our friends are on second base and tryin’ to make it all the way home”. Adesso la si può trovare in un secondo su YouTube ma ai tempi non era così facile, ed infatti campionammo la frase da una mia videocassetta originale del film. In quel momento la progressive era molto diversa dalla house classica, dall’acid, dalla new beat, dalla techno, dall’hip house e dall’eurodance tradizionale, rappresentava un movimento avanguardista, una club culture, e la suonavano solo nei locali “di tendenza” e nelle serate “più avanti”. Diede vita a concetti e figure professionali che avrebbero segnato profondamente il mondo delle discoteche da lì in poi. I PR ed art director nacquero proprio con queste serate, le grafiche promozionali iniziarono ad essere sempre più curate ed emersero grandi coreografie con imponenti e spettacolari scenografie. Partirono eventi che riuscivano a muovere migliaia di persone da ogni parte d’Italia, con orari prolungati e line up importanti. Basta guardare qui, qui, qui e qui per farsi un’idea di cosa intendo. Tornando a parlare del disco di Voyager, non ricordo esattamente quante copie vendette ma siamo nell’ordine di qualche migliaio. In assenza di internet potevi ipotizzare qualcosa, relativamente al mercato italiano, in base alle ristampe o ai passaggi radiofonici ma non conoscemmo mai il numero esatto di copie vendute, né dei singoli e né tantomeno delle compilation in cui quei pezzi finirono. Su licenze e vendita all’estero poi il buio più totale. Di buono c’era che al momento della stipula del contratto, Lombardoni pagava sempre un cospicuo acconto». La Discomagic Records ripubblica “Baseball Furies” annoverando alcune nuove versioni tra cui i remix di Gianni Parrini e di Gigi D’Agostino. Marginali variazioni riguardano la copertina. «A realizzarla fu il grafico che lavorava alla Discomagic, a Milano, ma l’immagine fu fornita personalmente da me».

Voyager - City Of Night

La copertina di “City Of Night”, edito da Discomagic nel 1994

Nel 1994, ancora sull’etichetta guidata dal compianto Severo Lombardoni, i Voyager pubblicano un nuovo 12″, “City Of Night”, cover dell’omonimo dei Rational Youth del 1982. «Fu una mia idea quella di riprendere quel pezzo perché, nel periodo “afro” nei primi anni Ottanta, lo suonavo spesso nei miei set». Successivamente il progetto Voyager viene portato avanti dai soli Datta e De Stefani che, tra 1995 e 1996, incidono altri due singoli, per la Metrotraxx e la Subway Records, entrambe etichette appartenenti al cosmo Discomagic. «C’era molto fermento e tante possibilità, si trattava essenzialmente di fare delle scelte. D’Agostino era artisticamente cresciuto, non aveva legami sentimentali ed essendo caratterialmente un “solista” poco incline alle collaborazioni, colse al volo l’opportunità che gli venne proposta ed entrò a far parte della Media Records. Io invece ero sposato, mia moglie era in dolce attesa e conducevo un’altra attività lavorativa di cui mi occupo tuttora. Fare il DJ a tempo pieno avrebbe significato stare lontano da casa e non poter vivere e curare gli affetti personali. Scelsi questi ultimi e in tutta franchezza non me ne sono mai pentito».

Nel 1996, anno di consacrazione mediatica della progressive, Datta, De Stefani e Generale incidono per la UMM il secondo volume di “Save The Planet” di Divine Dance Experience che contiene “To The Rhythm”, oggetto di un buon airplay radiofonico (entra persino nella DeeJay Parade). Per alcuni è un momento intramontabile ma per altri è più tristemente l’inizio della fine perché sancisce la disintegrazione di un movimento nato anni prima nell’oscurità delle discoteche specializzate e poi trascinato in contesti completamente diversi con una conseguente flessione creativa. «Senza dubbio quel periodo rappresentò l’apice del clubbing e dei festival italiani legati alla musica progressive. Il “Save The Planet ’95”, a cui prima facevo riferimento, fu un evento epocale. Poi, come sempre accade, iniziò un lento decadimento del fenomeno che si esaurì del tutto tra 2002 e 2003. Dal ’98 inoltre tornò in voga la house cantata, soprattutto quella americana e francese sulla spinta di Daft Punk, Martin Solveig e Bob Sinclar. Tuttavia, se anche le nuove generazioni continuano a ballare ed apprezzare la musica prodotta negli anni Novanta, significa che facemmo un buon lavoro. Personalmente resto legato a tutti i dischi che ho prodotto, anche perché non ci siamo mai fossilizzati solo su un genere. Con Maurizio De Stefani, tra l’altro, continuo a collaborare ancora oggi, e a noi si è unito il musicista Andrea Demarchi». (Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

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