Tiger & Woods – A.O.D. (Running Back)

Tiger & Woods - A.O.D.Il fil rouge dell’avventura ormai decennale di Tiger & Woods è senza dubbio l’ironia. Iniziano nel 2009, con un nome che rimanda parodisticamente al celeberrimo golfista statunitense, attraverso una serie di EP white label su Editainment, etichetta fittizia su cui appaiono anche altri arcani artisti sotto spassose sembianze (Cleo & Patra, Pop & Eye, River & Phoenix, Det & Ari, Boe & Zak, Shangri & La) a rimarcare ancora la voglia di non prendersi troppo sul serio contrastando la mania di protagonismo innescata da lì a breve dai social network. Già perché di Tiger & Woods, per un bel po’, si è saputo davvero poco e nulla, seppur entrambi avessero maturato anni di esperienza, mai usati come grimaldello per aprire nuove porte. Un sodalizio con cui Marco Passarani e Valerio Del Prete sono ripartiti da zero assumendo una nuova identità. «Tutto nacque a Barcellona, insieme a Gerd Janson, prendendoci amichevolmente gioco di un’etichetta di New York, la Golf Channel Recordings, della quale non riuscivamo a trovare un disco fondamentale, “R+B Drunkie” di Mark E» raccontano oggi. Insomma, niente di pianificato a tavolino e precostruito, in netta antitesi con quanto ora avviene troppo spesso nel mondo discografico, dove di spontaneo pare non essere rimasto praticamente nulla.

Tiger & Woods dimostrano presto di essere degli assi nel sampling creativo e di saper far rivivere musica dispersa nei meandri della memoria, condendo il tutto con l’immancabile dose di humor. Con questi presupposti edificano il terzo album, “A.O.D.”, parodia dell’AOR – Adult Oriented Radio / Adult Oriented Rock, che questa volta è un acronimo vero e non apparente come il “W.O.W.” di Passarani (di cui abbiamo parlato qui). Il divertissement fonetico vuole quindi veicolare un preciso messaggio? «Già da un po’ di tempo stavamo cercando nuove soluzioni per celebrare, ma soprattutto rinnovare, la formula che ci ha accompagnato per i dieci anni del progetto Tiger & Woods» spiegano. «Nonostante viviamo poco di ricordi e vediamo sempre la contemporaneità delle cose, ci siamo accorti che nell’arco di questo decennio è successo davvero di tutto, ed alcuni dei giovanissimi che ci seguivano nel 2009 sono diventati adulti. Senza soffermarci sulle nostre esperienze ed età (facciamo sempre finta di essere adolescenti!), intendevamo rappresentare la lunga militanza con un disco speciale godibile anche per questi “nuovi adulti”, magari in forma diversa rispetto a quella legata al clubbing più tradizionale. Eravamo alla costante ricerca di nuove soluzioni, e quale migliore occasione se non quella di incidere un disco differente, che mettesse in risalto la parte più emozionale del nostro messaggio? In una scena che ormai si ciba di novità all’esasperazione e in cui qualcosa di sei mesi fa viene vissuta come se fosse accaduta sei anni prima, abbiamo cercato di creare un contenuto più profondo e maggiormente legato alla “maturità” ed alla stabilità. Ciò equivale ad un suono più “adulto” e disconnesso dall’isteria del nuovo a tutti costi. Così come la definizione AOR indicava una scelta diversa dalla musica programmata nelle radio convenzionali americane che imponevano certi standard stilistici e di durata, la trovata A.O.D., ovvero Adult Oriented Dance, vuole porsi come acronimo per simboleggiare un atteggiamento diverso, legato più all’intensità del messaggio e meno alla funzionalità del suono».

primi due album T&W

Le copertine dei precedenti album di Tiger & Woods, “Through The Green” (2011) e “On The Green Again” ( 2016)

Alla luce di questi concetti pare chiaro che tra “A.O.D.” e i precedenti due album, “Through The Green” (del 2011) e “On The Green Again” (del 2016), annodati uno all’altro dal titolo che rimanda al mondo golfistico, corrano sostanziali differenze. «Entrambi erano frutto di collezioni di brani, legati ancora all’immaginario divertente e giocoso creato intorno al mondo del golf» proseguono Passarani e Del Prete. «Di sicuro non si trattava di album veri e propri ma di raccolte di lavori di studio legati alle performance live. “A.O.D.” invece è il nostro primo vero album, un disco nato con un’idea facilmente leggibile attraverso tutte le tracce, il cui filo conduttore emozionale è lo stesso in ogni brano. Un viaggio attraverso memorie vissute (e non) di un percorso alla ricerca di un mega club che esiste (o forse no?) in un contesto totalmente italiano di provincia. Campagna, mare e montagna, sempre per trovare un mega edificio dove ballare». “A.O.D.” rivela inequivocabili richiami e rimandi al colorato mondo degli anni Ottanta, periodo seminale per il clubbing odierno e per la stessa dance elettronica. Dal synth pop cinematografico in stile Jan Hammer ed Harold Faltermeyer (“Kelly McGillis”, che prende il nome dall’attrice che affianca Tom Cruise in “Top Gun”) ad impronte italo disco (“1:00 AM”, “Salsaro Ete”) ulteriormente evidenziate in “The Bad Boys” con un sample quasi irriconoscibile preso da “When I Let You Down” di M&G. Uno scenario balearico si delina in “A Lovely Change” ad introduzione della parentesi slow motion con “Night Quake” e “Warning Fails”, il primo in chiave synthwave, il secondo una sorta di Carpenter sorridente, meno severo ed arcigno. Pelle d’oca poi quando suona “Forever Summer”, ma il titolo potrebbe essere fuorviante. Non aspettatevi una canzone da juke box in spiaggia bensì retrowave intrecciato al funk elettronico, con striature melodiche fascinosamente oniriche.

«L’intero disco è stato sviluppato in due posti diversi. La prima parte, ovvero la scrittura degli sketch di base, è avvenuta molto velocemente nel nostro studio. Abbiamo cercato di scrivere quante più idee nel più breve tempo possibile per assicurarci di avere un tessuto sonoro molto simile in tutto l’album. La seconda parte invece, quella dello sviluppo ed arrangiamento, l’abbiamo fatta nelle Marche in una fantastica villa di una nostra parente, nel bel mezzo della campagna maceratese, nel silenzio più assoluto, lavorando diciotto ore al dì per circa dieci giorni. Poi abbiamo ultimato missaggi e dettagli nel nostro studio, nuovamente a Roma. Oltre al solito Ableton che ci accompagna sempre insieme ai plugin della u-he, un ruolo importante in “A.O.D.” lo ha ricoperto il Novation Peak. Probabilmente a restare escluse dal disco sono state appena un paio di idee che potrebbero comunque tornarci utili per il live. Gerd Janson della Running Back, che pubblica il disco, è stato sempre dalla nostra parte. Gli avevamo anticipato che avremmo voluto fare un album diverso dai precedenti ed è stato molto contento del risultato ottenuto».

“A.O.D.” è, come detto prima, permeato di una atmosfera retrò, riscontrabile in più punti. L’info sheet attesta che sia pieno di citazioni tratte dal catalogo Full Time/Goody Music, e questa non è certamente una sorpresa visto che Tiger & Woods sono legati a doppio filo con suoni e soluzioni ritmico, melodiche ed armoniche desunte dal passato (e il remix di “Get Closer” di Valerie Dore, del 2017, ne è ulteriore conferma). «Ci è sempre piaciuto lavorare con matrici sonore appartenenti alle nostre radici» dicono a tal proposito. «In virtù di ciò però, purtroppo, siamo caduti spesso in un fastidioso malinteso che porta a limitare la nostra attività al solo edit di brani del passato. Stavolta quindi ci siamo andati giù pesante, pescando sette brani di un collettivo che amiamo e che fa parte della nostra identità territoriale, per poi decontestualizzarli del tutto all’interno del viaggio sonoro completamente diverso ed estremamente sintetico. Cosa potevamo fare per campionare qualcosa di vecchio ma evitare di finire nei crate delle edits? Abbiamo smontato la sorgente ancora più di prima, rallentandola di 15 BPM e mettendoci sopra una vagonata di romanticismo melodico sintetico. Il nostro rapporto con l’italo disco? I musicisti dance nostrani del passato sono stati contemporaneamente geniali e naïf, innovativi e conservatori, stilosi e grossolani. Insomma, quel fantastico contrasto italiano che descrive la nostra storia, non solo musicale. Più ascoltiamo quei dischi e più sentiamo la responsabilità di rappresentare questa arte nel miglior modo possibile».

Marabù, 1978 ed oggi

Immagini a confronto: in alto il Marabù nel 1978, in basso una recente foto che mostra le condizioni di totale abbandono in cui la discoteca versa da anni

Oltre al suono, anche la copertina di “A.O.D.” rimanda ad un periodo storico ben preciso. La foto mostra infatti uno scorcio del Marabù, la megadiscoteca di Cella, in provincia di Reggio Emilia, di cui restano solo le rovine (come si può vedere in tanti video online, come questo, questo o questo), analogamente a moltissimi altri locali italiani in auge tra anni Settanta, Ottanta e Novanta. Un’immagine commemorativa che intende ricordare un passato ormai dissoltosi? «La fotografia in questione fu scattata da Antonio La Grotta e pubblicata nel suo libro “Paradise Discotheque”. L’abbiamo utilizzata col suo permesso per rappresentare, simbolicamente, la memoria di quel mondo di club enormi ed autoritari che imperavano durante la nostra adolescenza. Un mondo fatto di megalocali nascosti nella campagna, in attività quando anche il solo viaggio per raggiungerli diventava un’esperienza vera e propria ed un rituale quasi religioso. La foto del Marabù e del suo interno allo stato attuale ci ha colpiti particolarmente e crediamo sia un’ottima rappresentazione di tale ricordo e memoria. Quelle macerie nascondono segreti, storie, sorrisi, pianti, battaglie, balli, sogni e delusioni. Troppa roba per essere abbandonata così e non raccontata».

Un disco evocativo dunque, sia nei suoni che nelle immagini, quello edificato da Passarani e Del Prete, seriamente intenzionati a fondere passato e presente ma senza eccedere in malinconia e nostalgia per tempi e cose che, per ovvie ragioni, non esistono più. La contemporaneità va vissuta e, è bene rimarcarlo, può riservare anche emozioni elettrizzanti. «Di momenti fantastici ne abbiamo vissuti tantissimi nel decennio di Tiger & Woods, su tutti l’aver messo i dischi alla festa privata degli All Blacks, in Nuova Zelanda, la sera dopo la vittoria della coppa del mondo di rugby. Bere birra dalla Rugby World Cup insieme a Dan Carter, che cercava di metterci al suolo in tutti i modi e che fino a due ore prima non sapevamo neanche chi fosse, è stato uno dei picchi assoluti della nostra carriera di … golfisti. Per il 2019 abbiamo pianificato moltissimi progetti e diversi dischi solisti. Con Tiger & Woods, dopo l’uscita dell’album prevista per il prossimo 12 aprile, ripartiremo con il live show che diventerà nuovamente la performance principale del nostro duo». (Giosuè Impellizzeri)

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Steve Murphy – Mira Electronics (Lobster Theremin)

Steve Murphy - Mira ElectronicsQuello di Steve Murphy è un nome relativamente recente per la scena discografica. Il 12″ che apre la sua carriera da produttore è “Windy City EP”, edito da Chiwax nel 2011, e da quel momento in poi non si è più fermato. Nonostante l’alias anglofono però, dietro Steve Murphy c’è un italiano, Mattia Favaretto, veneto, appassionato di dischi e musica da ballo ovviamente. «Mi sono avvicinato alla dance elettronica, principalmente techno ed electro, intorno al 1998» racconta oggi l’artista. «Vivo nella provincia di Venezia e all’epoca in zona c’erano numerosi club di “tendenza” che proponevano quei generi, Aida, Area City, Movida, Teatro La Scala, Stargame, Alter Ego, giusto per fare i nomi dei più noti. Allora però ero troppo giovane per frequentarli il sabato sera ma fortunatamente esistevano gli after tea, le famose “domeniche pomeriggio”, che mi diedero la possibilità di scoprire meglio quel mondo. Vista l’abbondante quantità di DJ resident, in circolazione c’erano moltissime cassette con le registrazioni delle serate o semplicemente set mixati in studio o in casa. Nastri come quelli di Carlo Di Roma, tra 1998 e 2001, mi spinsero a frequentare i negozi di dischi e ad intraprendere la carriera da DJ. Deejay Studios a Mestre e l’Impero Del Disco a Noale sono stati i negozi che mi hanno aiutato maggiormente a crescere anche se, col passare degli anni, spostai le mie “ricerche” verso l’Emilia Romagna.

Steve Murphy in consolle

Steve Murphy intento a selezionare musica per il programma trasmesso da Rocket Radio

Nel 2001 iniziai a praticare il DJing col nome Mattia Effe ma senza pensare affatto all’eventuale ruolo di produttore. Solo quasi dieci anni più tardi, nel 2010, e dopo aver allargato i miei interessi a sonorità house, approcciai alla produzione componendo alcuni brani insieme a DJ Octopus, Sagats e Madi Grein. Con loro finalizzai il primo EP e mettemmo su il collettivo dei Die Roh. In seguito, grazie all’aiuto degli Analogue Cops (Domenico Cipriani alias Lucretio ed Alberto Marini alias Marieu, pure loro veneti, nda), che mi hanno permesso di accedere al loro studio dove ho carpito qualche utile “segreto”, ho via via migliorato lo standard delle produzioni. Nati in provincia di Padova ma ormai berlinesi d’adozione, Domenico ed Alberto stanno lavorando molto bene in ambito europeo, esibendosi in live e DJ set nei club più importanti della scena techno. Con Marco Zanin aka DJ Octopus invece condivido spesso la consolle nei club, lo studio, un’etichetta (la Metal Position) e un programma radiofonico (Metal Position Kicks) in onda sulla veronese Rocket Radio ogni primo venerdì del mese dalle 21:00 alle 23:00. Insieme ai già menzionati Sagats, Madi Grein, Octopus e Lucretio ho creato anche la Muscle Records che manteniamo in vita portando avanti il progetto nell’ambito di party nella provincia di Padova e Venezia col nome The Sound Of Brenta. Con la conferma di Robert Drewek della Rawax e di Giulio Montanaro della Vae Victis Records che avrebbero pubblicato i primi dischi, giunse l’esigenza di trovare un nuovo nome artistico che potesse identificarmi ed optai per Steve Murphy, pseudonimo che si sposava bene con lo stile delle tracce. DJ Octopus e Sagats continuarono ad usare Die Roh per altre produzioni mentre per me Steve Murphy ha rappresentato praticamente un nuovo inizio»

Dal 2011 ad oggi Favaretto incide molti dischi su altrettante etichette. Filo conduttore della sua vena creativa è un suono che tributa in modo chiaro riferimenti old school, soprattutto quelli della house chicagoana e della deep house newyorkese, in netta antitesi con costrutti modaioli e tendenzialmente legati a fenomenologie stilistiche contemporanee. «Come anticipavo prima, ho ridotto la distanza tra me e la house intorno al 2009. Sino a quel momento avevo proposto essenzialmente techno. Condividere spesso la consolle con DJ fossilizzati sulla tech house ha fatto crescere in me la voglia di cambiamento e di differenziarmi. Ciò mi ha portato a scoprire un genere che non avevo mai apprezzato realmente. Quella svolta mi ha fatto provare anche il desiderio di cimentarmi nella produzione, creare da zero qualcosa che riprendesse quelle sonorità ma che continuasse comunque a rappresentarmi».

Steve Murphy

Steve Murphy in una recente foto

Dopo tanti singoli per Steve Murphy è giunto tempo di un album, un passaggio importante nella carriera di ogni artista. “Mira Electronics” rompe però la tradizione filo house che l’autore ha tenuto in vita durante questi anni e che lo ha portato sulla londinese Lobster Theremin tempo fa (si sentano “Relax EP” del 2014 e “UK Treatment” del 2015). Il concentrato che qui salta fuori è a base di electro e techno, fuse e trattate così come si usava fare tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, quando la corrente electroclash ha la meglio e finisce col contagiare persino il pop e, non certamente a caso, pure quando scocca la scintilla tra Favaretto e il mondo dei DJ e la club culture. Riavvolgere il nastro e ripartire dal principio? «Sì, esattamente» afferma. «L’idea è proprio quella di ricominciare con questo album-tributo ispirato al genere che più mi ha contagiato e regalato emozioni, anche se nel corso del tempo è stato messo da parte o sottovalutato con l’avvento di altri filoni. Non credo che il mix tra electro e techno possa comunque riaffermarsi come avvenuto in precedenza, ma ritengo che nel suo piccolo abbia ancora qualcosa da dire».

Il disco è autenticamente intriso di quella pasta sonora che diede carattere ed unicità agli ultimi anni Novanta, quando iniziò ad affermarsi il ripescaggio di suoni, ritmiche e mood in bilico tra l’electro dei giorni migliori della breakdance, l’italo disco e il synth pop glitterato. Senza dimenticare frequenti richiami al retrogaming, sia grafici che sonori. “Connessione Europa” (un velato rimando fonetico al Netzwerk Europa di Max Durante ed Anthony Rother?) avanza con un basso in ottava ed una beat che pare veramente uscito dagli anni in cui cominciò la fissa della musica retroelettronica e della cultura retropop, “Disappointed”, “The Truth” ed “Android” proseguono con ritmi spezzati punteggiati da pad sinistri e trafitti da bassline arpeggiati così come tramanda la ricetta dell’electro post Drexciya o Aux 88, “Space Train” ed “Again” fotografano il momento in cui la new wave e il synth pop incrociano la techno con The Hacker, il primo Alek Stark e David Carretta presi come potenziali riferimenti. Poi è la volta dello scoppiettante electro beat di “Ray Gun (Bonus Beat)” in stile Miss Kittin & The Hacker pre hit, e della title track “Mira Electronics” ancora in botta EBM / new wave con lo sprint del Kiko su Hot Banana. Tra le meglio riuscite si segnala “Digital Fix Today” che concede spazio alla vocalità, un sorta di mix tra Fischerspooner, Hong Kong Counterfeit e la violenza di Tommie Sunshine.

Se da un lato Favaretto tributa un preciso passaggio stilistico (verso cui aveva già aperto spiragli attraverso recenti uscite su Domina Trxxx, Hot Haus Recs, Metal Position e Wilson Records), dall’altro si preoccupa di intrecciare il disco al luogo natio. «Mira è la città in provincia di Venezia in cui sono nato e dove è cresciuta la mia passione per la musica elettronica è cresciuta» spiega. «Ogni traccia dell’album è stata realizzata nello studio che ho creato e che condivido con DJ Octopus, Sagats e Madi Grein, a Fiesso d’Artico. Ho usato principalmente un campionatore Akai S3000, diversi sintetizzatori (tra cui Nord Rack 2 di Nordlead, MoPho di Dave Smith Instruments, Alpha Juno-1 di Roland), un vocoder MAM VF-11, batterie elettroniche Roland TR-707 e Novation Drum Station e vari effetti. Come sequencer invece mi sono avvalso esclusivamente della groovebox Roland MC-505. Il computer mi è tornato utile solo in fase di registrazione: visto il set-up, tutti i pezzi sono frutto di una modalità esecutiva live. Nell’arco di quattordici mesi ho realizzato circa diciassette brani, poi ho creato una playlist soddisfacente da mandare a Jimmy Asquith, il fondatore della Lobster Theremin che conobbi a Londra nel 2012 e con cui lavoro da tempo. Quando mi confermò di voler incidere un doppio 12″ con ben nove dei pezzi che gli avevo mandato fui entusiasta e allo stesso tempo piacevolmente sorpreso visto che l’etichetta tratta principalmente deep techno e non electroclash. Ringrazio quindi Asquith per la fiducia riposta nei miei confronti».

Steve Murphy in studio

Steve Murphy nel suo studio

Favaretto è tra coloro che crescono tra due epoche radicalmente diverse, sia dal punto di vista tecnologico che culturale. Il DJing, in questo passaggio, è mutato come non mai, guadagnando e perdendo qualcosa in virtù della democratizzazione tecnologica e della globalizzazione che, in certi casi, lo ha tristemente trasportato su sponde clownesche. «Con l’avvento della tecnologia a basso costo il DJing e la produzione di musica dance sono andati incontro ad un appiattimento e standardizzazione che hanno irrimediabilmente fatto perdere quell’alone di magia che c’era dietro queste due attività sino ai primi anni Duemila» dice. «Spezzo comunque una lancia a favore della tecnologia applicata nel campo della comunicazione. Chiunque, me compreso, oggi può sfruttare i moderni mezzi per farsi conoscere in tempi molto brevi, cosa quasi irrealizzabile quando internet non esisteva».

“Mira Electronics” si presenta come l’istantanea di una particolare transizione stilistica della dance contemporanea, forse l’ultimo grande guizzo creativo prima della definitiva consacrazione del DJing nello star system e delle semplificazioni poi rivelatesi sterili (la minimal hawtiniana, la fraintendibile EDM etc), “quell’input che coinvolse non solo i discotecomani più incalliti ma anche i rocker meno stereotipati e più open minded che apprezzavano chitarre elettriche, sintetizzatori e batterie elettroniche e che non disdegnavano l’idea di sentirsi ostaggio degli 80s, a patto che non fossero quelli rivangati dalle “One Shot” compilation” (da Gigolography). Una finestra che omaggia il lavoro e l’approccio selettivo fatto per anni da etichette come Viewlexx, Crème Organization, Pocketgame, Disko B, Memory Boy, Star Whores, Erkrankung Durch Musique ed ovviamente l’International Deejay Gigolo di Hell, che di quel movimento ha rappresentato il faro. «Uno dei personaggi che mi ha sempre ispirato è proprio DJ Hell grazie ai numerosissimi dischi della sua label che tengo sempre in borsa» conclude Favaretto.

L’album uscirà il prossimo 22 marzo e sarà racchiuso in una copertina con una foto di Martina Zilio, già coinvolta in passato dallo stesso autore. (Giosuè Impellizzeri)

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Frame – The Journey (Glacial Movements)

frame - the journeySono trascorsi oltre venti anni dall’ultimo avvistamento dei Frame. A dirla tutta la loro non è mai stata una presenza regolare, almeno in ambito discografico: si contano appena una manciata di presenze, tra ’97 e ’98, su Plasmek, etichetta appartenente al reticolo Final Frontier, e dopo oltre venti anni sembrava scontato considerarlo un progetto ormai sepolto. Però ad Andrea Benedetti ed Eugenio Vatta, da Roma, evidentemente la voglia di ricreare l’atmosfera cinematografica attraverso sequenze musicali non è mai passata del tutto.

«Frame è un progetto elettronico di respiro orchestrale in cui ogni elemento ha il suo ruolo e viene diretto in una partitura perlopiù aperta» spiega Vatta. «Lo creammo nel 1991 ma lo portammo in scena solo due anni dopo al Circolo Degli Artisti con una formazione composta da ben sei musicisti. Il suono è sempre stato concepito in quadrifonia come commento ad immagini che spaziano dalla realtà virtuale alla suspense. La difficoltà nel mettere in stereo ciò che nasce dalla spazializzazione però ha finito col rendere difficile l’uscita dei nostri pezzi in CD o vinile, e questo spiega la ragione della lunga assenza. Il fatto di lavorare spesso come tecnico del suono per la realizzazione audio delle musiche orchestrali o del mixage finale per film di vari registi (Marco Bellocchio, Daniele Luchetti, Paolo Virzì, il compianto Tonino Zangardi, Ficarra & Picone) ha sicuramente risvegliato in me la voglia di incidere un CD come se fosse un ideale viaggio cinematografico».

primo live come the experience

Il flyer del primo live che Andrea Benedetti ed Eugenio Vatta tengono come The Experience, al Circolo Degli Artisti di Roma, nel 1993

«Per il live che facemmo a Roma nel ’93 di cui parla Eugenio ci chiamavamo The Experience» precisa Benedetti. «Eravamo fissati con gli spettacoli quadrifonici dei Pink Floyd, col cinema di un certo tipo (David Cronenberg, Stanley Kubrick, John Carpenter) e con l’elettronica, sia quella storica (Kraftwerk, Brian Eno, Yello, i Tangerine Dream di “Phaedra”) che quella moderna (electro e techno) e così pensammo di mettere tutto assieme. Andammo dai gestori del posto e prendemmo una serata, rischiandocela. Erano gli anni della realtà virtuale e grazie a Biagio Pagano, che ci ospitò nello studio di registrazione della Via Veneto Jazz, recuperammo alcuni VHS di film introvabili. Venne proiettato anche l’occhio di Eugenio, ripreso con un’apposita telecamera, creando una cornice in stile Pink Floyd. Non mancarono immagini tratte da pellicole come “2001: Odissea Nello Spazio”, “Videodrome”, “Tron”, “Shining” e “Viaggio Allucinante”. Montai il video con due videoregistratori ed Eugenio pensò alla quadrifonia. Poi mettemmo insieme il gruppo che contava sulle presenze di Flaviano Pizzardi e Massimiliano Cafaro ai synth, sampler e segreterie telefoniche, Mauro Tiberi alle percussioni e Paolo Gaetano all’EWI. Io mi occupavo della parte ritmica con tutto l’armamentario base della Roland in sync (TR-808, TR-606, TB-303 ed SH-101), Eugenio invece di campionamenti, synth e spazializzazione del suono in tempo reale. L’intero progetto, del resto, si basava proprio sull’improvvisazione. Avevamo un canovaccio di base in relazione ad immagini e ritmiche che scandivano il tempo e poi gli altri improvvisavano. Insomma, un mix fra Air Liquide e Tangerine Dream con un tocco jazz a livello tecnico armonico. Venne un sacco di gente a sentirci, anche fuori dal giro dell’elettronica, e il live piacque molto proprio per questa connessione tra musica in quadrifonia ed immagini. In seguito facemmo altri concerti con diversi musicisti tra cui Alessandro “Amptek” Marenga ma poi, anche per motivi puramente logistici, rimanemmo solo io ed Eugenio.

the experience - tubes

“Tubes” è l’unico 12″ firmato Experience, uscito nel ’92 sulla Mystic Records

Nel ’92 incidemmo pure un 12″ a nome The Experience intitolato “Tubes”, pubblicato dalla Mystic Records e recentemente ristampato da Flash Forward. Col tempo però decidemmo di cambiare nome ed optammo per Frame col fine di rimarcare il rapporto con la pellicola e il video, nonché per differenziare questo progetto dagli altri visto che era concepito per essere solo live. Con Eugenio coniai anche The Noisy Project che usammo solo per un brano intitolato “Percezioni” e destinato ad una compilation su Sysmo, ma a livello concettuale non aveva alcuna connessione né con The Experience, né tantomeno con Frame».

In relazione a “Tubes” Vatta aggiunge: «Quel 12″ fu il frutto delle sperimentazioni in studio sia con la Sounds Never Seen di Lory D, sia con alcuni musicisti esterni. Allora frequentavamo il percussionista Paolo Dieni ed Andrea spesso mischiava dischi creando atmosfere speciali. Il principio di “Tubes” furono le poesie di John Keats lette dai Tuxedomoon a cui si sommarono infiniti campionamenti fatti ad hoc e veramente creativi. L’uso dei sample lo avevamo già sperimentato in “Industrial Overflow”, un brano edito dalla Sounds Never Seen nel ’91 (compreso in “We Were In The Future”, nda) che voleva essere un vero tributo ai Kraftwerk. “Tubes”, inoltre, fu eseguito live in studio. Per la prima volta ci sentimmo effettivi proprietari di quello spazio che però, poco tempo dopo, avremmo dovuto lasciare. Preferivamo improvvisare usando il video come direttore d’orchestra e solo qualche schema preparato in precedenza. Insomma, come se un DJ mettesse una compilation fatta il giorno prima e non mixasse dal vivo i dischi».

frame live

Un’immagine tratta dal primo live del 1993 di The Experience: ad essere proiettato sullo schermo è l’occhio di Eugenio Vatta

Torniamo ad oggi: i titoli dei nove brani racchiusi nell’album rimandano ai pianeti del nostro Sistema Solare, il decimo invece è “The Arrival”, la naturale conclusione di un viaggio spaziale. Lo spazio sembra essere quindi il concept e l’ispirazione primaria per i due compositori. «”The Journey” possiede un suono che porta verso spazi aperti e poco identificati. Pur essendo solo in stereo, il suono è molto “spaziale” e di conseguenza ciò ci ha portato ad immaginare qualcosa di sconosciuto ma da sempre esistito» prosegue Vatta. «Ogni pianeta ha la sua caratteristica quindi nove quadri musicali e un arrivo».  «Nei video che montavo per il live anni addietro lo spazio era sempre presente e cercavamo di farne un’ideale colonna sonora. Personalmente sono fissato con lo spazio ed altrettanto lo è Eugenio, anche se in modo diverso. Se potessi, partirei domani in esplorazione di tutto quello che c’è fuori dal nostro mondo. La musica, in fondo, è una mimesi di questo viaggio» illustra Benedetti.

Nell’info-sheet che accompagna l’uscita gli autori parlano di un elemento di raccordo tra i brani, il silenzio, sia quello spaziale che quello degli ambienti glaciali. In contrapposizione con quanto avviene nel mondo odierno, dominato da un baccano eterno, il silenzio è qualcosa che pare veramente in via d’estinzione e sembra strano che possa ispirare qualcosa di musicale, perché la musica stessa azzera il silenzio. «Le matrici sonore spaziano dai suoni ambientali ai cigolii, dai soffi allo struscio di pietre. Trattate e dilatate riescono a rallentare il suono fino a renderlo immobile. Il ghiaccio, nei suoi ambienti, rende tutto più ovattato e quella coesione solida di acqua e quindi di fluido in movimento, per me rappresenta il suono immobile, la quiete» dice Vatta a tal proposito. «Lo spazio, del resto, ha un suo suono che è veramente immobile. Viviamo nel caos sonoro tutti i giorni e il silenzio è quella sensazione che si ha nel chiudere improvvisamente una finestra che dà sulla strada per poi assaporarne, un po’ alla volta, le poche matrici sonore rimaste». Prosegue Benedetti: «Quando abbiamo discusso del concept dell’album con Alessandro Tedeschi siamo giunti alla conclusione di dover mantenere il concetto di glacialità dell’etichetta. Abbiamo quindi pensato di rappresentarlo tramite lo spazio extraterrestre che non è solo freddo ma anche silenzioso e meditativo, proprio come la musica scaturita dal nostro progetto». Gli ambienti glaciali, non certamente a caso, vengono ulteriormente valorizzati dalla copertina su cui finisce una suggestiva foto di Tero Marin. «Tedeschi ci ha fornito alcune foto ed abbiamo scelto quella con uno spazio molto ampio, in cui presenzia il sole in lontananza ma anche una casa che, in qualche modo, riporta l’osservatore/ascoltatore ad un punto fermo, l’arrivo – The Arrival» chiarisce Vatta.

rassegna roma

La locandina di una rassegna tenuta al Cinema Teatro Sala Umberto di Roma, tra 1993 e 1994. Tra gli artisti che prendono parte, oltre ai Frame, si segnala anche Ivan Iusco alias IT della Minus Habens Records (Bari) e Giovanotti Mondano Meccanici, collettivo fiorentino attivo sin dal 1984 e in cui figura Maurizio Dami alias Alexander Robotnick

La musica ambient, qui unica protagonista, rivela una totale astrazione compositiva rispetto a brani in cui la stesura risponde ad un disegno preciso e, spesso, rodato. Mancano gli appigli tipici ai quali l’ascoltatore fa solitamente riferimento per giudicare un qualsiasi brano, un riff, un suono, un ritornello, un ritmo. Insomma, astrazione completa ed incondizionata ad appannaggio di una stratificazione di elementi “liquidi” e “gassosi” che non equivalgono al timbro di alcuno strumento noto. In “The Journey”, inoltre, pare di fronteggiare in più punti con tipici esempi di field recording. «Abbiamo voluto usare le medesime matrici sonore degli anni Novanta» descrive Vatta. «Sono dei campionamenti realizzati con l’Emulator III e con l’Emax II e nascono spesso da matrici acustiche registrate. Il suono di un aeratore, ad esempio, diventa un tappeto, il rumore della flangia di una bobina imita il vento e un motore trattato diventa uno spazio. Il suono di un proiettore filtrato e mandato in feedback crea un movimento sonoro evocativo dell’immagine, le frequenze di cerchioni metallici percossi mandati in riverbero si trasformano in una ventata sonora, un’arcata di violino riletta con un pitch basso diventa una sorta di raglio, il movimento lento dell’acqua dilatato genera cicli ritmici fuori dagli schemi, dei corrugati girati nell’aria somigliano ad un vento flautato. Per gli archi presenti in “The Arrival” mi sono avvalso di un suono storico di archi elettronici tratto dal citato Emulator III. In alcune parti il Roland Super JX ha creato alcune sequenze molto basse sia di volume che di tonalità. Il Marion della Oberheim invece troneggia coi suoi suoni chiaramente ispirati al Vangelis di “Blade Runner”. Molte delle matrici adoperate derivano da campionamenti di masse sonore di nostri stessi live, una specie di riciclo attivo insomma. A differenza di quanto accadeva negli anni passati però, il materiale è stato assemblato con Pro Tools. Abbiamo svolto un lavoro di entrata ed uscita dei suoni e pensato alla giusta sequenza, e in questo caso l’esperienza di Andrea si sente davvero. Qualche plugin applicato direttamente sul suono ci ha permesso inoltre di creare nuove matrici. Durante uno dei brani si possono sentire delle voci in lontananza, siamo proprio noi due, e questo mi riporta alla memoria un aneddoto. Parecchi anni fa incidemmo un CD intitolato “Ambienti Sonori” che uscì per la Ricordi/Via Veneto Jazz, una raccolta di fondi ed ambienti sonori per l’appunto destinati ad un pubblico di soli addetti ai lavori (internet non era ancora di uso comune) ed infatti furono usati per un programma di tarocchi in tv, per una pubblicità progresso e da alcuni registi di teatro. Mentre lo registravamo mettemmo in rec i microfoni in sala di ripresa e lasciando aperti gli speaker in regia innescammo il suono. Tramite l’apertura e la chiusura delle porte moderavamo il larsen e poi, improvvisamente, iniziammo ad emettere con la bocca dei suoni angelici che con il feedback e il riverbero divennero una sorta di canto di sirene in lontananza. Ci guardavamo ma non ci sentivamo affatto in imbarazzo. Oggi rimpiango parecchio quei giorni di pura creatività e divertimento».

andrea benedetti al grey planet (zurigo)

Andrea Benedetti intento a programmare le macchine durante un live al Grey Planet di Zurigo, nel 1998

L’album dei Frame (acquistabile qui sia in CD che nei formati digitali) è uscito lo scorso 30 gennaio sulla Glacial Movements impegnata ormai da oltre un decennio nella difficile e coraggiosa diffusione di musica ambient. «Vorrei che l’ascoltatore possa trovare in esso un buon momento di relax e magari paragonarlo ai lavori di artisti come Brian Eno, Pink Floyd, Vangelis e Pan Sonic. Mi farebbe piacere, inoltre, che qualche brano possa diventare la colonna sonora di una bella immagine e magari arrivare a Roger Waters, musicista che mi ha sempre affascinato» chiosa Vatta a cui segue l’amico e collega Benedetti che conclude: «Spero che chi acquisti l’album lo possa utilizzare come un vero momento di astrazione dal quotidiano. Un posto in cui perdersi e gestire le proprie emozioni, qualsiasi esse siano». (Giosuè Impellizzeri)

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Marco Passarani – W.O.W. (Offen Music)

Marco Passarani - W.O.W.Nonostante sia stato tra i primi italiani a creare connessioni con Detroit (il suo 12″ di debutto, “Roma Meets Detroit” realizzato con Matteo Monteduro, esce nel ’93 proprio su una etichetta della motor city, la Generator di Alan Oldham), il nome di Marco Passarani è rimasto per anni fuori dall’orbita di molti media nostrani che hanno maldestramente e senza consapevolezza tentato di cavalcare il fenomeno techno. Sostenitore in tempi non sospetti (anche con la distribuzione Final Frontier gestita insieme all’amico Andrea Benedetti) di artisti ed etichette diventati fari di integrità stilistica ma allora supportati nel nostro Paese da poche decine di eletti, il DJ capitolino si è meritatamente costruito una solida carriera internazionale dimostrando di essere versatile al punto da poter spaziare, con dimestichezza e padronanza, dalla techno all’IDM rephlexiana passando per l’electro e rivisitazioni house/disco.

Gli ultimi anni lo vedono attivissimo in Tiger & Woods, insieme a Valerio ‘Delphi’ Del Prete, ma un album a suo nome non lo si ascolta sin dai tempi di “Sullen Look” (Peacefrog Records, 2005). Una scelta piuttosto strana considerando che l’uso di nomi fantasiosi si sia intensificato proprio quando il DJing è esploso a livello mediatico. «La decisione di creare un alias con Valerio è nata per gioco, avevamo due tracce con dei campioni destinate ad un disco one-off e poiché c’erano un paio di sample non “puliti”, ci serviva un nome per marchiare quel bootleg ma non avevamo affatto intenzione di aprire un capitolo vero e proprio legato a quel progetto» rivela oggi Passarani. «Da lì a poco però le cose cambiarono e si presentò l’occasione di incidere un nuovo disco senza essere pirati del campionamento. Iniziammo a divertirci da morire, perché non insistere come Tiger & Woods? Il resto, come si suol dire, è storia. Per quanto riguarda i miei lavori in solitaria, è vero che non incido album dal 2005 ma è altrettanto vero che accenni del mio ritorno c’erano già stati con una manciata di 12″ su Numbers. e Cin Cin (e, ancor prima, su Running Back e Desolat, nda).

Sullen Look

La copertina di “Sullen Look”, l’album di Marco Passarani uscito nel 2005 su Peacefrog Records

È stato difficile gestire la quantità di lavoro che Tiger & Woods ha generato, specialmente a causa del costante tour che ci ha allontanato fin troppo dallo studio. Inoltre da quasi quattro anni abbiamo lasciato la nostra storica postazione al Pigneto e ciò non ha affatto semplificato la produzione. Solo adesso posso dire di aver finalmente messo le radici nella nuova location riuscendo ad essere più produttivo su progetti paralleli. Fino a poco tempo fa il multitasking non è stata un’opzione insomma. Il futuro quindi vedrà non solo tante cose nuove a mio nome ma altrettante in coppia con Valerio per Tiger & Woods, sino a numerosi progetti pronti a partire sui quali non ci sarà né la firma di Passarani, né quella di Tiger. Il flusso sarà costante su livelli multipli».

Il nuovo album di Passarani, in uscita a breve sulla tedesca Offen Music di Vladimir Ivkovic, è un itinerario multiverso che depone a favore della sua spiccata versatilità mai sbiadita nel corso del tempo. Si transita dall’electro su canovacci ambientali (“Cold Rain”) a ruderie chicagoane 2.0 (“Get Down”), da vigorosi beat sospinti da profondi sub-bass (“Minerals”) al patchwork tra luci ed ombre (“Cydonia Rocks”). Altri passaggi meritano di essere presi in considerazione: in “Drumy Dream” rigagnoli aciduli si intersecano a paradisiaci pad e a successioni melodiche che paiono sottili rimandi a “Clear” dei Cybotron, “Talk To Me” riporta nuovamente ai suoni delle scatole argentate della Roland con pattern che sfilano veloci insieme ad un arpeggio ed una linea assassina di bassline che si gonfia lungo la stesura, “Innowave” è un crescendo in botta italodisco che sembra provenire dal catalogo Pigna dei primi anni Duemila, “Strings Fair” è house scandita da lead romantici ed un basso che canta. Insomma, un Passarani policromo che fa la summa delle sue molteplici avventure soniche vissute in venticinque anni e che prende le giuste distanze da chi oggi riempie i dischi con brani che si differenziano l’uno dall’altro solo per i titoli.

«Il processo creativo dietro “W.O.W.” è stato estremamente naturale» spiega l’artista. «Dopo tanti anni trovo difficoltà a non mischiare ciò che ho vissuto da quando ho iniziato, e questo accade anche nei miei DJ set. La monotematicità non mi appartiene, anzi mi annoia. Questo disco è la prova tangibile di cosa succede quando mi lascio andare, mischio tutto, ma non era mia intenzione rappresentare un punto celebrativo. “W.O.W.” è solamente un modo bello per ricominciare a parlare anche altri linguaggi che con Tiger & Woods non potevo più esprimere vista la diversa natura del concept, anche se i pezzi di futura pubblicazione saranno radicalmente diversi. “W.O.W.” inoltre è nato in un periodo particolare. A novembre 2017 io e Valerio ci siamo chiusi in studio ma per la prima volta abbiamo deciso spontaneamente di creare un nuovo spazio per suonare in contemporanea, senza dover più fare i turni. Così abbiamo invaso il salottino, solitamente destinato a lavori burocratici o a divertenti sessioni di Playstation. Con la creazione di quel nuovo angolo ho fatto una sorta di esercizio di “stress test”, cercando di scrivere quante più cose possibili con un numero limitato di macchine. Nell’arco di poco tempo mi sono ritrovato con più di cinquanta sketch che attraversavano praticamente tutti gli stili di musica che mi piacciono. Una sorta di riassunto del “dove eravamo rimasti?” prima di iniziare l’avventura di Tiger & Woods. Per quanto riguarda gli strumenti adoperati, c’è parecchio Novation Peak e molti plugin come il gratuito PG8X, OP-X e U-he Repro-5, oltre all’eeprom reader Vlinn Pro, a mio parere la migliore emulazione virtuale della storica Linn LM-1. Parte dell’esercizio era utilizzare solamente Push 2 come piattaforma di scrittura, con monitor del computer spento. La ragione del titolo? Ogni volta che finisco dei brani, Vladimir Ivkovic è sempre tra le prime persone a ricevere degli sketches ma questa volta non mi sono limitato a mandargli un pezzo o due ma almeno una trentina. Nell’arco di mezzora mi ha risposto che bisognava fare subito un album con quelle cose. Ed io, a quel punto, gli ho scritto “wow!”».

Tiger & Woods (Tokyo, 2016)

Tiger & Woods (Valerio “Delphi” del Prete e Marco Passarani) in una foto scattata a Tokyo nel 2016

Come anticipato, il disco uscirà su una label tedesca ma sarebbe bello ipotizzare un ritorno del gruppo Final Frontier che all’interno abbracciava etichette come Balance (di cui abbiamo parlato qui), Nature Records, Plasmek e la citata Pigna. A tal proposito Passarani è categorico: «Non ho mai pensato di “resuscitare” Final Frontier, quello ormai è un capitolo chiuso. Inoltre sono successe delle cose, legate proprio al racconto di quei giorni, che mi hanno ferito profondamente, forse dovute alla mia decisione di sparire dal mondo della comunicazione più tradizionale nascondendomi dietro il nuovo alias. Di questi tempi se non comunichi bene vieni distrutto dalla quantità di informazioni fuori controllo diffuse ad arte attraverso i social network, i blog ed internet in generale. È un gioco che non mi piace ma a cui provo a partecipare ogni tanto e goffamente, perché sono cosciente della sua necessità. Idealmente vorrei lasciare il capitolo Final Frontier alla riscoperta spontanea da parte degli ascoltatori più giovani».

La curiosità per ciò che avverrà nel 2019 iniziato da pochissimi giorni è tanta, e Passarani promette parecchie cose: «Il nuovo anno vedrà la nascita di una nuova etichetta che debutterà a breve con due dischi. Ho già pronto un altro album che uscirà su una label nordeuropea con versioni rimasterizzate dei lavori che firmai come Analog Fingerprints. Poi sto lavorando ad un remix di un progetto di una produttrice di Montreal a me molto cara, ma ne parlerò nel dettaglio quando l’uscita sarà più vicina. A tutto questo si aggiungerà ovviamente Tiger & Woods: abbiamo già l’arsenale pronto in occasione del decennale, l’appuntamento è fissato per marzo». (Giosuè Impellizzeri)

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RSF – RSF (Closing The Circle)

RSF - RSFRoland Sebastian Faber è un veterano della scena discografica. Attivo da quasi trent’anni e stretto collaboratore di Boy George dei Culture Club, ha prodotto decine di dischi adoperando una moltitudine di pseudonimi (Kinky Roland è tra i più noti) ed aderendo a più correnti musicali, dalla techno alla house, dalla trance all’acid sino all’electroclash a cui si accosta nei primi Duemila come Replicant attuando sinergie con Princess Julia per la cover di “The Passenger” di Iggy Pop, con Glenn Gregory degli Heaven 17 per “X-Posed”, e con Marc Almond dei Soft Cell che invece ricanta “Self Control” del nostro Raf.

Dopo il collasso dell’electroclash, Faber non molla la presa da quel periodo storico e prende parte a nuovi act dall’impeto revivalista (Alba, Starcluster, entrambi col berlinese Keen K) ed inizia ad usare il nome anagrafico come artista, supportato dalla Aube. La sua produzione va arricchendosi sempre più di riferimenti retrò e citazioni ad opere e strumenti vintage. L’album in questione, pubblicato da una delle etichette sussidiarie della Private Records di Janis Nowacki, non si sposta di un millimetro da tali coordinate e rafforza la convinzione che per un corposissimo numero di compositori sparsi per il mondo il futuro della musica elettronica risieda (ancora) nel passato.

Roland Sebastian Faber e Marc Almond

Roland Sebastian Faber insieme a Marc Almond dei Soft Cell

«Ritengo che creatività ed originalità fossero molto più spiccate e forti negli anni Settanta, Ottanta e in buona parte dei Novanta» dice Faber. «È anche vero però che oggi risulta particolarmente difficile creare qualcosa di mai sentito prima, pertanto non me la sento di biasimare e giudicare gli artisti contemporanei. Alla fine è anche una questione di gusti. L’obiettivo del mio disco comunque, realizzato in circa due anni, era tornare ai tempi della prog synth music berlinese e al primo synth pop, e per rendere quanto più autentico possibile questo viaggio a ritroso nel tempo ho adoperato esclusivamente drum machine e sintetizzatori hardware di aziende come Moog, Roland, Korg, Yamaha, Solton, Waldorf, Ensoniq, Sequential Circuits, Linn, Farfisa, Solina e forse altri ancora che sto dimenticando. Le mie radici affondano a Berlino, la città dove sono nato e cresciuto e che mi ha fortemente influenzato a livello musicale, prima del trasferimento a Londra. I miei eroi restano Kraftwerk, Tangerine Dream, Vangelis, Jean-Michel Jarre, Pink Floyd, John Carpenter, Isao Tomita, Vince Clarke e Wendy Carlos, tuttavia non disdegno altri generi musicali, come electro ed italo disco».

È sufficiente ascoltare brani come “Valentino” o “Gegenstrom” (già incrociato nel “Gegen Den Strom EP” del 2011, tra i più apprezzati e quindi ora ricollocato nell’album) per rendersi conto di quanto Faber voglia tributare la synth disco in voga tra fine degli anni Settanta ed inizio Ottanta, genere battuto e sdoganato, anche con un certo successo, da artisti e band come Droids, Charlie Mike Sierra, Space, Arpadys, Milkways, Ganymed, Grand Prix, Frederic Mercier, Nova o dai più popolari Rockets, tutti ossessionati dallo spazio, dai viaggi interstellari e più in generale dal mondo del futuro. La filigrana che ne deriva è proprio quella, con melodie diligentemente punteggiate su suoni di sintetizzatori analogici ed armonie melanconiche, a tratti struggenti. Operativo anche come compositore di colonne sonore nel mondo cinematografico, Faber sfodera un paio di pezzi particolarmente adatti alle sonorizzazioni: “Michael”, coi suoi poco più di quattro minuti di synthmania orgasmica in modalità beatless, e “Beduine” con qualche sconfinamento ritmico a fare da cornice ad una ouverture jarriana. A mo’ di b-side strumentali di qualche (ipotetica) hit single di trentacinque anni fa sono invece “Chez Konrad”, con divagazioni eurodisco, e “Urban Frost”, più connessa a memorie italo disco. Non mancano conturbanti pieghe funky (nella cosmica “Loeffelkinder”, con la chitarra di Andy Marlow e tratta dal “Gropiusstadt EP” del 2010), ed un sontuoso epilogo moroderiano, “Midnight Runner”. Su Bandcamp viene messa a disposizione pure una bonus track, il remix di “Molecular” a firma del citato Keen K.

Roland Sebastian Faber

Roland Sebastian Faber in una recente fotografia

Roland Sebastian Faber, per l’occasione celato dietro la sigla acronomizzata di tre lettere, presta estrema attenzione a particolari e dettagli e partorisce un disco poco ballabile ma intensamente emozionale, più mentale che fisico. Un album, a cui ne seguirà presto un altro «contraddistinto da un concept leggermente diverso», anticipa l’artista, che scatta una foto ai primordi del suono post kraut da cui germogliarono synth pop, new wave, italo disco, hi NRG e tutto il resto a venire. Un vero omaggio alla synth culture immerso nella space age. A curare la copertina, come ormai avviene puntualmente dal 2007 per Faber, è Emil Schult, collaboratore dei Kraftwerk sin dai tempi di “Ralf & Florian” ed “Autobahn”. (Giosuè Impellizzeri)

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Adriano Canzian – Damned (Icon Series)

Adriano Canzian - DamnedSembra incredibile ma sono già trascorsi ben quindici anni dal debutto discografico di Adriano Canzian. È stato il primo italiano a pubblicare musica sulla label di DJ Hell, quando International Deejay Gigolo generava entusiasmi al diapason ed era una zattera in grado di traghettare, quasi con puntale regolarità, artisti dall’underground al mainstream (Zombie Nation, Fischerspooner, Tiga, Miss Kittin & The Hacker, Vitalic, giusto per citarne alcuni). Poi le strade di Canzian e la Gigolo si dividono (tutti i dettagli sono in Gigolography) ma per l’artista nativo di Pieve di Soligo quel “divorzio” non si rivela affatto infausto. Dopo “Pornography”, contrassegnato dall’artwork-parodia di “Slave To The Rhythm” di Grace Jones, la sua cifra stilistica è rimasta intatta e svariate pubblicazioni tra cui altri due album (“Metamorphosis” su Space Factory, 2008, e “Zombies” su I-Traxx Red Edition, 2015) dimostrano che il suo successo non fu affatto casuale o studiato a tavolino, come invece qualcuno asserì dopo l’uscita di “Macho Boy”.

“Damned” continua ad alimentare il filone della techno EBM ma non lo fa riproducendo su carta carbone gli schemi dei dischi precedenti. «Nei primi tre album, ma specialmente in “Pornography”, non mi interessava che i suoni fossero puliti, limpidi e perfettamente equalizzati, anzi optai volutamente per un approccio punk/industrial durante la produzione. Non seguii nessuna regola e non mi premeva il giudizio altrui, creavo ciò che piaceva a me senza minimamente seguire trend o mode del momento» racconta oggi Canzian. «”Damned” suona bene ed è più “pulito”. Ogni suono di ogni singolo pezzo è ben equalizzato e mixato, ho usato voci e suoni distorti che ho inserito qua e là per rendere il risultato un po’ più “malato” e darkeggiante. Sono molto contento per gli ottimi feedback ricevuti da parte di big della scena. Dave Clarke, ad esempio, per tre settimane di seguito ha suonato le mie tracce nel suo famoso radio show, “White Noise”. Vorrei che l’ascoltatore riuscisse a cogliere la mia capacità di armonizzare due stili musicali differenti mantenendo però la mia identità. Non è stato facile, ho dovuto dosare sapientemente gli “ingredienti” ma il risultato è qualcosa di cui vado fiero. Un esempio calzante è rappresentato da “The Ones”, realizzato con l’amica Yasmin Gate che ha scritto e prestato la voce. La definirei “new sexy EBM”, in cui la cattiveria dei suoni si sposa con una sensuale voce. Credo di essere riuscito ad equilibrare al meglio queste due forze».

“Damned” poggia su una particolarità essenziale: ognuno dei dodici pezzi inclusi al suo interno è stato realizzato insieme ad altri artisti. Una modalità non nuova per Canzian visto che in passato aveva già stretto alleanze con colleghi con cui condividere idee ed emozioni (Dirty Princess, Atomizer, Terence Fixmer, David Carretta, Gigi Succes, Anna Patrini, Equitant) ma in questo caso il featuring ripetuto per ogni brano offre maggiori spunti e fusioni esperienziali. Snodo nevralgico dell’intero lavoro è senza dubbio lo scambio, continuo, tra techno ed EBM. Insieme a Canzian ad irrorare di energia i beat ci sono Millimetric (“B To B”, con stab di memoria rave), Romance Disaster (“Schwebend”), Delectro (“I Wanna Kill You”), Furfriend (“Beasts”) e le citate Anna Patrini e Yasmin Gate, rispettivamente con “Wild Strawberries” e “The Ones”.

Adriano Canzian (foto di Noemi Pulvirenti)

Adriano Canzian in una foto di Noemi Pulvirenti

Tra le prove più convincenti si segnala “The Poison Key”, coi vocalizzi del (techno) punk newyorkese The Horrorist, “It’s My Shout”, insieme a David Carretta che riagguanta l’energia dei tempi di “Shocktreatment” o “Kill Your Radio”, “Inside Of Me”, coi Khan Of Finland, in cui riappare il suono spezzettato che intrigò Hell nel 2003, ed “80’s Bitch”, con Christian Lacroix, una sorta di nuova “Macho Boy” con testo scabroso e piglio electro iper battagliero. Da rimarcare anche la presenza di Al Ferox, co-produttore di “Come With Me” che pare davvero saltato fuori dal catalogo Dancefloor Killer o Kobayashi Recordings col suo carico di hardcore techno di taglio 90s (Manu Le Malin docet), e di Federico Leocata, un fan, menzionato tra i ringraziamenti sulla copertina di “Pornography”, che nel frattempo si è affermato con merito nel circuito electro, rivelandosi un più che valido discepolo di Gerald Donald. In “Fear Of Yourself” le due visioni si compensano a vicenda, ibridandosi tra atmosfere noir e pulsazioni techno.

«Sentivo l’esigenza di creare qualcosa di diverso rispetto ai precedenti album, di “contaminare” il mio stile con altri e così ho stilato una lista molto lunga di artisti che apprezzo e stimo ed ho scritto a tutti, immaginando che almeno la metà di essi non mi avrebbe neanche risposto» spiega Canzian. «Alcuni di loro mi hanno chiesto molti soldi per collaborare, ma ho ricevuto anche tante email, alcune assolutamente inaspettate, con risposte entusiasmanti. Da quel momento è iniziato un lavoro molto complesso durato circa un anno e mezzo. Non è stato affatto semplice fare un disco con dodici artisti differenti, tutti dotati di forti personalità e stili ben precisi, era una vera sfida che però, secondo me, sono riuscito a vincere. Il processo creativo è variato in base all’artista: ad alcuni ho mandato dei file con cui hanno cominciato ad impostare la traccia per poi rimandarmela coi suoni separati in modo da metterci il mio tocco sino alla conclusione, in altri casi è avvenuto l’esatto opposto. C’è anche chi ha contribuito solo con la voce o testi. Gli arrangiamenti e i mixaggi finali li ho fatti tutti io tranne per la traccia con Al Ferox, accompagnata da un videoclip dai contenuti piuttosto forti, in cui ho partecipato con testi e voce. Il resto lo ha fatto lui, master compreso. C’è anche un aneddoto che vorrei svelare: un artista molto noto aveva accettato la collaborazione ma una volta saputa l’identità degli altri che avrebbero preso parte al disco mi ha dato un ultimatum: per averlo nell’album avrei dovuto rinunciare ad altri due con cui non andava d’accordo e che non avrebbe voluto vedere accanto al suo nome. Alla fine ho preferito tagliare fuori lui.

Per quanto concerne invece il mio modus operandi compositivo, di solito lavoro contemporaneamente ad una ventina di arrangiamenti, e questo mi permette di non entrare mai in paranoia. Dopo aver lavorato per tante ore sulla stessa traccia non capisci più cosa tenere e cosa eliminare, quindi per ovviare a ciò dedico circa un’ora a pezzo, non di più. Talvolta mi capita di partire dal basso, altre da una voce, da un suono o da un effetto. In “80’s Bitch”, ad esempio, ho chiesto all’amico di vecchia data Christian Lacroix, che adoro, di mandarmi dei vocal con un testo a suo piacimento, dandogli completamente carta bianca. Una volta ricevuti li ho tagliati e messi a tempo con una cassa in sottofondo, pitchati, distorti ed equalizzati. Poi ho costruito intorno tutto il resto. Mi piaceva l’idea della musica electro dark con casse sincopate ed un testo hard/porno, scandito da una voce suadente ed ambigua. Avevo proprio bisogno di un pezzo che rappresentasse la naturale evoluzione di “Macho Boy”».

Come detto prima, il lavoro di Canzian presenta nuove prospettive ma nel contempo tutela dettagli in una sorta di trademark audio capace di identificare l’autore in mezzo ad altri artisti paragonabili per percorso stilistico. Non vi è alcuna voglia di allontanarsi dalle radici fatte di electronic body music, industrial, dark, techno, punk. Il range d’azione resta quello. Tuttavia il compositore rivela che nel corso degli anni ha lavorato con pittori e scultori creando, per le loro mostre, musica del tutto diversa da quella confluita nella discografia ufficiale. «Ho avuto anche il piacere di comporre per spettacoli teatrali sperimentali, e senza dubbio sono state esperienze interessanti ma economicamente non convenienti» afferma. «Sono stato e sono un artista underground. Non seguo mode, non ho software moderni, lavoro con poche cose e programmi vecchissimi. Credo che per fare buona musica non sia affatto necessario possedere tutte le macchine del mondo, specialmente le tanto decantate analogiche, anzi, spesso più ci sono strumenti analogici e più i brani suonano banali alle mie orecchie. In tutto quello che ho fatto e che continuo a fare c’è sempre un’influenza dark, a volte dirompente, in altre solo strisciante. Tutti noi abbiamo un lato oscuro ma spesso lo temiamo e ci spaventa. Per me non è così, anzi ne traggo beneficio per le mie composizioni, lo faccio vivere, sfogare, non posso impedirlo né tantomeno ignorarlo. Non è presente costantemente nella mia via ma decido io dove recintarlo, anche se questo non basta a renderlo mansueto. È una dannazione ma ormai ho imparato a conviverci. Penso che tutti gli artisti, compresi quelli coinvolti in “Damned”, talvolta provino sensazioni simili. Non posso smettere di trasformare il mio lato oscuro in qualcosa di creativo, per me è terapeutico e comunque non avrei altra scelta».

Adriano Canzian (foto di Matteo Colombo)

Adriano Canzian in uno scatto di Matteo Colombo

“Damned” è uscito da poche settimane sulla londinese Icon Series, ricordata per una serie di uscite in formato 7″ risalenti ai tempi dell’apice dell’electroclash, ovviamente in digitale ed anche in una edizione limitata su CD di quattrocento copie. Per il momento resta esclusa la stampa su vinile. «Di comune accordo con la casa discografica, abbiamo pensato di pubblicarlo in CD e digitale ed attendere qualche settimana per fare il punto della situazione e capire quali sono i cinque/sei pezzi maggiormente acquistati e quindi riversarli su vinile. Far uscire l’intero album su disco è molto costoso e poco redditizio, inoltre la label è piccola e sta investendo tanto su di me, prima con l’EP “Seeking Bad Boys” (su CD e digitale) ed adesso con l’album abbinato ad una t-shirt. Come succede ogni volta che esce un mio disco, mi sento svuotato, come se avessi partorito. Ora voglio godermi i frutti di quello che ho seminato ma so che ben presto la voglia di produrre tornerà più forte che mai. Sto già lavorando ad un nuovo EP estratto dall’album che includerà due brani e svariati remix realizzati da vari artisti». (Giosuè Impellizzeri)

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Blastromen – Cyberia (Dominance Electricity)

Blastromen - CyberiaI Blastromen, dalla gelida Finlandia, non hanno inventato nulla di nuovo ma stanno portando l’electro ad un nuovo livello, somigliante a quella delle origini ma non passivamente replicante. Insieme ufficialmente dal 2004, anno in cui la piccola X0X Records pubblica “Robot Aggression”, il loro EP di debutto, Mika Rosenberg e Sami Koskivaara dimostrano di aver imparato bene la lezione impartita dai Kraftwerk, tra i loro principali mentori ed ispiratori. «Iniziammo a creare le prime tracce electro tra 2002 e 2004 ed alcune di esse finirono in quell’EP» racconta Koskivaara. «Quando l’etichetta ci diede l’ok si presentò la necessità di coniare un (nuovo) nome d’arte che riflettesse concetti legati al futurismo e allo spazio. Ne cercammo uno incisivo e naturalmente mai usato prima di quel momento, ed optammo per Blastromen che avrebbe così rappresentato la nostra nuova avventura musicale dopo l’esperienza nella techno e nell’ambient sperimentale, generi a cui ci accostammo come AM». Segue Rosenberg: «Ci conosciamo sin da bambini, lavorare insieme è stata una cosa quasi naturale. Non abbiamo mai sentito il bisogno di scendere a compromessi per connettere le rispettive prospettive artistiche. Intorno al 2002 c’erano un mucchio di artisti che nel nome includevano il suffisso “tron” o “tronic”, quindi cercammo di escogitare qualcosa che potesse rappresentarci bene e non farci rischiare di essere confusi in quel marasma. Non nascondo che per arrivare a Blastromen ci mettemmo un bel po’ ma alla fine fummo totalmente soddisfatti della scelta. Stilisticamente invece, la strada maestra era la tradizionale electro ma l’intento, sin dall’inizio, è stato evolverla. A quasi un quindicennio di distanza, direi che siamo riusciti a generare un sound crossover di influenze plurime, seppur localizzato ancora nell’electro».

Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila l’electro vive un momento di grande rivalutazione, trainata dall’ondata electroclash che infiamma gli animi dei nostalgici e dei più giovani. In tantissimi si buttano a capofitto in quel genere, dimenticato dopo i fasti nei primi anni Ottanta con Afrika Bambaataa, Hashim, Newcleus, The Jonzun Crew, Egyptian Lover o Man Parrish, e lo rivitalizzano, alcuni con risultati particolarmente intriganti ed ammirevoli. «Ho sempre apprezzato la musica nella globalità, spaziando dalla classica alle moderne avanguardie, dal synth pop al jazz e al progressive rock. In ambito prettamente electro, Anthony Rother, Mr. Velcro Fastener, I-F ed Imatran Voima mi hanno influenzato in maniera più netta rispetto ad altri» dice Koskivaara. Background simile quello di Rosenberg che ammette di avere un debole per il nu metal e persino per il rap e il pop mainstream. «Oltre agli artisti già citati da Sami, menzionerei anche il breakbeat e il big beat di artisti affermati negli anni Novanta, come i Prodigy. Abbozzammo i primi demo tra 1994 e 1995 coi tracker installati sull’Amiga 500, OctaMED per comporre e ProTracker per campionare. Fu un periodo veramente entusiasmante, pieno di esperimenti stilistici di ogni tipo ed applicati anche alla musica pop, ma per noi le priorità restavano electro e techno. Non nascondo che sogno di dedicarmi ancora alla techno e il giorno in cui accadrà potrebbe non essere neanche così lontano».

“Cyberia” è il terzo LP che i finnici incidono per la tedesca Dominance Electricity, che lo commercializza su CD e doppio 12″, inclusa una Deluxe Edition su vinile rosso e con poster allegato, ma come detto prima a tenerli a battesimo è la X0X Records con base a Turku, ancora attiva ma piuttosto discontinua nelle pubblicazioni. «Nel 2010 inviammo il demo del nostro primo album, “Human Beyond”, alla Dominance Electricity che ci propose subito un contratto per la pubblicazione» spiega Koskivaara. E continua: «La X0X Records resta un’etichetta incredibile che in catalogo annovera molte uscite iconiche e che preferisce la qualità alla quantità». Rosenberg aggiunge: «Probabilmente ad influenzare la nostra decisione di proseguire con la Dominance Electricity derivò proprio dalla maggiore operatività dell’etichetta tedesca. Contare su una struttura che possa pubblicare musica in modo più veloce fornisce maggiori stimoli ma non abbiamo troncato i rapporti con la X0X Records, siamo ottimi amici col label manager Kalle Karvanen».

Blastromen

I Blastromen in versione live, con tute ed occhiali in puro stile sci-fi

Musicalmente “Cyberia” si inserisce nel percorso tracciato da “Human Beyond” del 2010 e proseguito con “Reality Opens” del 2013. Ingredienti principali restano suoni di matrice electro (bassline spezzettati, melodie ed arpeggi di derivazione synthwave, ambientazioni sci-fi), magistrali parti vocali al vocoder e ritmiche più complesse rispetto alla tipica programmazione di una TR-808, protese verso una forma di breakbeat ibridato con l’electro. Tra i punti di forza si evidenziano “Load Reload”, “Outsider”, “Unite Arise” e “Light Traveler”, a rappresentare bene una customizzazione electroide. «Rispetto ai due precedenti dischi, in “Cyberia” sono finiti brani realizzati parecchio tempo fa, rimasti nel cassetto e che avevamo quasi dimenticato, opportunamente rimaneggiati ed aggiornati come se fossero nati e concepiti nel 2018» rivela Koskivaara. «Abbiamo fatto leva pure su parecchia improvvisazione adoperando strumenti come Roland Jupiter-6, Oberheim Matrix 1000, Roland JX-3P, Access Virus, Novation Bass Station, registratori a cassetta ed altre diavolerie elettroniche. Acid Hausmeister, in “Outsider”, ha “incastrato” la nostra TB-303 nel suo synth hardware per ottenere qualcosa di unico. Il risultato è un mix di suoni e tecniche differenti ma sempre legate al nostro concept del futuro ignoto e dell’intelligenza artificiale». Rosenberg aggiunge: «Abbiamo dato spazio a brani più atmosferici (la title track “Cyberia”, “Eternity”, “Dream”, nda), non soffermandoci solo sul lato più banger. Questo album ci ha fornito lo spunto per recuperare alcuni elementi originariamente usati dalla radio nazionale finlandese (rielaborati ad hoc con un vecchio tape recorder) e persino una melodia che scrivemmo nel lontano 1996 finita in “Into The Void”. È difficile stabilire quindi quanto abbiamo impiegato per completarlo perché contiene cose ideate e composte parecchio tempo fa. Per riorganizzarle ci abbiamo messo circa quattro anni. La copertina è stata studiata appositamente, Falk Klemm del team The Zonders ha fatto un lavoro straordinario mettendo insieme numerose foto e trasformando graficamente il nostro messaggio sonoro».

L’attività dei Blastromen non si riduce a quella in studio di registrazione. I due finlandesi sono anche live performer e il loro approccio all’apparizione pubblica ricorda parecchio i Kraftwerk di fine anni Novanta, con tute ed occhiali fluorescenti, in linea con le classiche visioni fantascientifiche letterarie e cinematografiche. «Nei nostri live cerchiamo di trasmettere costantemente energia e i Kraftwerk sono tra i personaggi-chiave che ci hanno maggiormente influenzato anche a livello visivo. Il loro live in 3D è incredibile» dicono. Con un bagaglio sonoro multiforme e plurisfaccettato, i Blastromen si confermano quindi tra gli act europei più incisivi in ambito electro e conquistano con merito un posto di rilievo nella scena finlandese ben descritta da Tero Vuorinen nel documentario “Machine Soul” (analizzato qui), proprio di recente colpita purtroppo da un altro inaspettato lutto. Dopo Mika Vainio infatti è prematuramente scomparso pure Perttu Eino Häkkinen dei citati Imatran Voima, a cui i Blastromen hanno dedicato in sua memoria la loro versione di “Commando” poche settimane fa. (Giosuè Impellizzeri)

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