Marco Passarani – W.O.W. (Offen Music)

Marco Passarani - W.O.W.Nonostante sia stato tra i primi italiani a creare connessioni con Detroit (il suo 12″ di debutto, “Roma Meets Detroit” realizzato con Matteo Monteduro, esce nel ’93 proprio su una etichetta della motor city, la Generator di Alan Oldham), il nome di Marco Passarani è rimasto per anni fuori dall’orbita di molti media nostrani che hanno maldestramente e senza consapevolezza tentato di cavalcare il fenomeno techno. Sostenitore in tempi non sospetti (anche con la distribuzione Final Frontier gestita insieme all’amico Andrea Benedetti) di artisti ed etichette diventati fari di integrità stilistica ma allora supportati nel nostro Paese da poche decine di eletti, il DJ capitolino si è meritatamente costruito una solida carriera internazionale dimostrando di essere versatile al punto da poter spaziare, con dimestichezza e padronanza, dalla techno all’IDM rephlexiana passando per l’electro e rivisitazioni house/disco.

Gli ultimi anni lo vedono attivissimo in Tiger & Woods, insieme a Valerio ‘Delphi’ Del Prete, ma un album a suo nome non lo si ascolta sin dai tempi di “Sullen Look” (Peacefrog Records, 2005). Una scelta piuttosto strana considerando che l’uso di nomi fantasiosi si sia intensificato proprio quando il DJing è esploso a livello mediatico. «La decisione di creare un alias con Valerio è nata per gioco, avevamo due tracce con dei campioni destinate ad un disco one-off e poiché c’erano un paio di sample non “puliti”, ci serviva un nome per marchiare quel bootleg ma non avevamo affatto intenzione di aprire un capitolo vero e proprio legato a quel progetto» rivela oggi Passarani. «Da lì a poco però le cose cambiarono e si presentò l’occasione di incidere un nuovo disco senza essere pirati del campionamento. Iniziammo a divertirci da morire, perché non insistere come Tiger & Woods? Il resto, come si suol dire, è storia. Per quanto riguarda i miei lavori in solitaria, è vero che non incido album dal 2005 ma è altrettanto vero che accenni del mio ritorno c’erano già stati con una manciata di 12″ su Numbers. e Cin Cin (e, ancor prima, su Running Back e Desolat, nda).

Sullen Look

La copertina di “Sullen Look”, l’album di Marco Passarani uscito nel 2005 su Peacefrog Records

È stato difficile gestire la quantità di lavoro che Tiger & Woods ha generato, specialmente a causa del costante tour che ci ha allontanato fin troppo dallo studio. Inoltre da quasi quattro anni abbiamo lasciato la nostra storica postazione al Pigneto e ciò non ha affatto semplificato la produzione. Solo adesso posso dire di aver finalmente messo le radici nella nuova location riuscendo ad essere più produttivo su progetti paralleli. Fino a poco tempo fa il multitasking non è stata un’opzione insomma. Il futuro quindi vedrà non solo tante cose nuove a mio nome ma altrettante in coppia con Valerio per Tiger & Woods, sino a numerosi progetti pronti a partire sui quali non ci sarà né la firma di Passarani, né quella di Tiger. Il flusso sarà costante su livelli multipli».

Il nuovo album di Passarani, in uscita a breve sulla tedesca Offen Music di Vladimir Ivkovic, è un itinerario multiverso che depone a favore della sua spiccata versatilità mai sbiadita nel corso del tempo. Si transita dall’electro su canovacci ambientali (“Cold Rain”) a ruderie chicagoane 2.0 (“Get Down”), da vigorosi beat sospinti da profondi sub-bass (“Minerals”) al patchwork tra luci ed ombre (“Cydonia Rocks”). Altri passaggi meritano di essere presi in considerazione: in “Drumy Dream” rigagnoli aciduli si intersecano a paradisiaci pad e a successioni melodiche che paiono sottili rimandi a “Clear” dei Cybotron, “Talk To Me” riporta nuovamente ai suoni delle scatole argentate della Roland con pattern che sfilano veloci insieme ad un arpeggio ed una linea assassina di bassline che si gonfia lungo la stesura, “Innowave” è un crescendo in botta italodisco che sembra provenire dal catalogo Pigna dei primi anni Duemila, “Strings Fair” è house scandita da lead romantici ed un basso che canta. Insomma, un Passarani policromo che fa la summa delle sue molteplici avventure soniche vissute in venticinque anni e che prende le giuste distanze da chi oggi riempie i dischi con brani che si differenziano l’uno dall’altro solo per i titoli.

«Il processo creativo dietro “W.O.W.” è stato estremamente naturale» spiega l’artista. «Dopo tanti anni trovo difficoltà a non mischiare ciò che ho vissuto da quando ho iniziato, e questo accade anche nei miei DJ set. La monotematicità non mi appartiene, anzi mi annoia. Questo disco è la prova tangibile di cosa succede quando mi lascio andare, mischio tutto, ma non era mia intenzione rappresentare un punto celebrativo. “W.O.W.” è solamente un modo bello per ricominciare a parlare anche altri linguaggi che con Tiger & Woods non potevo più esprimere vista la diversa natura del concept, anche se i pezzi di futura pubblicazione saranno radicalmente diversi. “W.O.W.” inoltre è nato in un periodo particolare. A novembre 2017 io e Valerio ci siamo chiusi in studio ma per la prima volta abbiamo deciso spontaneamente di creare un nuovo spazio per suonare in contemporanea, senza dover più fare i turni. Così abbiamo invaso il salottino, solitamente destinato a lavori burocratici o a divertenti sessioni di Playstation. Con la creazione di quel nuovo angolo ho fatto una sorta di esercizio di “stress test”, cercando di scrivere quante più cose possibili con un numero limitato di macchine. Nell’arco di poco tempo mi sono ritrovato con più di cinquanta sketch che attraversavano praticamente tutti gli stili di musica che mi piacciono. Una sorta di riassunto del “dove eravamo rimasti?” prima di iniziare l’avventura di Tiger & Woods. Per quanto riguarda gli strumenti adoperati, c’è parecchio Novation Peak e molti plugin come il gratuito PG8X, OP-X e U-he Repro-5, oltre all’eeprom reader Vlinn Pro, a mio parere la migliore emulazione virtuale della storica Linn LM-1. Parte dell’esercizio era utilizzare solamente Push 2 come piattaforma di scrittura, con monitor del computer spento. La ragione del titolo? Ogni volta che finisco dei brani, Vladimir Ivkovic è sempre tra le prime persone a ricevere degli sketches ma questa volta non mi sono limitato a mandargli un pezzo o due ma almeno una trentina. Nell’arco di mezzora mi ha risposto che bisognava fare subito un album con quelle cose. Ed io, a quel punto, gli ho scritto “wow!”».

Tiger & Woods (Tokyo, 2016)

Tiger & Woods (Valerio “Delphi” del Prete e Marco Passarani) in una foto scattata a Tokyo nel 2016

Come anticipato, il disco uscirà su una label tedesca ma sarebbe bello ipotizzare un ritorno del gruppo Final Frontier che all’interno abbracciava etichette come Balance (di cui abbiamo parlato qui), Nature Records, Plasmek e la citata Pigna. A tal proposito Passarani è categorico: «Non ho mai pensato di “resuscitare” Final Frontier, quello ormai è un capitolo chiuso. Inoltre sono successe delle cose, legate proprio al racconto di quei giorni, che mi hanno ferito profondamente, forse dovute alla mia decisione di sparire dal mondo della comunicazione più tradizionale nascondendomi dietro il nuovo alias. Di questi tempi se non comunichi bene vieni distrutto dalla quantità di informazioni fuori controllo diffuse ad arte attraverso i social network, i blog ed internet in generale. È un gioco che non mi piace ma a cui provo a partecipare ogni tanto e goffamente, perché sono cosciente della sua necessità. Idealmente vorrei lasciare il capitolo Final Frontier alla riscoperta spontanea da parte degli ascoltatori più giovani».

La curiosità per ciò che avverrà nel 2019 iniziato da pochissimi giorni è tanta, e Passarani promette parecchie cose: «Il nuovo anno vedrà la nascita di una nuova etichetta che debutterà a breve con due dischi. Ho già pronto un altro album che uscirà su una label nordeuropea con versioni rimasterizzate dei lavori che firmai come Analog Fingerprints. Poi sto lavorando ad un remix di un progetto di una produttrice di Montreal a me molto cara, ma ne parlerò nel dettaglio quando l’uscita sarà più vicina. A tutto questo si aggiungerà ovviamente Tiger & Woods: abbiamo già l’arsenale pronto in occasione del decennale, l’appuntamento è fissato per marzo». (Giosuè Impellizzeri)

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RSF – RSF (Closing The Circle)

RSF - RSFRoland Sebastian Faber è un veterano della scena discografica. Attivo da quasi trent’anni e stretto collaboratore di Boy George dei Culture Club, ha prodotto decine di dischi adoperando una moltitudine di pseudonimi (Kinky Roland è tra i più noti) ed aderendo a più correnti musicali, dalla techno alla house, dalla trance all’acid sino all’electroclash a cui si accosta nei primi Duemila come Replicant attuando sinergie con Princess Julia per la cover di “The Passenger” di Iggy Pop, con Glenn Gregory degli Heaven 17 per “X-Posed”, e con Marc Almond dei Soft Cell che invece ricanta “Self Control” del nostro Raf.

Dopo il collasso dell’electroclash, Faber non molla la presa da quel periodo storico e prende parte a nuovi act dall’impeto revivalista (Alba, Starcluster, entrambi col berlinese Keen K) ed inizia ad usare il nome anagrafico come artista, supportato dalla Aube. La sua produzione va arricchendosi sempre più di riferimenti retrò e citazioni ad opere e strumenti vintage. L’album in questione, pubblicato da una delle etichette sussidiarie della Private Records di Janis Nowacki, non si sposta di un millimetro da tali coordinate e rafforza la convinzione che per un corposissimo numero di compositori sparsi per il mondo il futuro della musica elettronica risieda (ancora) nel passato.

Roland Sebastian Faber e Marc Almond

Roland Sebastian Faber insieme a Marc Almond dei Soft Cell

«Ritengo che creatività ed originalità fossero molto più spiccate e forti negli anni Settanta, Ottanta e in buona parte dei Novanta» dice Faber. «È anche vero però che oggi risulta particolarmente difficile creare qualcosa di mai sentito prima, pertanto non me la sento di biasimare e giudicare gli artisti contemporanei. Alla fine è anche una questione di gusti. L’obiettivo del mio disco comunque, realizzato in circa due anni, era tornare ai tempi della prog synth music berlinese e al primo synth pop, e per rendere quanto più autentico possibile questo viaggio a ritroso nel tempo ho adoperato esclusivamente drum machine e sintetizzatori hardware di aziende come Moog, Roland, Korg, Yamaha, Solton, Waldorf, Ensoniq, Sequential Circuits, Linn, Farfisa, Solina e forse altri ancora che sto dimenticando. Le mie radici affondano a Berlino, la città dove sono nato e cresciuto e che mi ha fortemente influenzato a livello musicale, prima del trasferimento a Londra. I miei eroi restano Kraftwerk, Tangerine Dream, Vangelis, Jean-Michel Jarre, Pink Floyd, John Carpenter, Isao Tomita, Vince Clarke e Wendy Carlos, tuttavia non disdegno altri generi musicali, come electro ed italo disco».

È sufficiente ascoltare brani come “Valentino” o “Gegenstrom” (già incrociato nel “Gegen Den Strom EP” del 2011, tra i più apprezzati e quindi ora ricollocato nell’album) per rendersi conto di quanto Faber voglia tributare la synth disco in voga tra fine degli anni Settanta ed inizio Ottanta, genere battuto e sdoganato, anche con un certo successo, da artisti e band come Droids, Charlie Mike Sierra, Space, Arpadys, Milkways, Ganymed, Grand Prix, Frederic Mercier, Nova o dai più popolari Rockets, tutti ossessionati dallo spazio, dai viaggi interstellari e più in generale dal mondo del futuro. La filigrana che ne deriva è proprio quella, con melodie diligentemente punteggiate su suoni di sintetizzatori analogici ed armonie melanconiche, a tratti struggenti. Operativo anche come compositore di colonne sonore nel mondo cinematografico, Faber sfodera un paio di pezzi particolarmente adatti alle sonorizzazioni: “Michael”, coi suoi poco più di quattro minuti di synthmania orgasmica in modalità beatless, e “Beduine” con qualche sconfinamento ritmico a fare da cornice ad una ouverture jarriana. A mo’ di b-side strumentali di qualche (ipotetica) hit single di trentacinque anni fa sono invece “Chez Konrad”, con divagazioni eurodisco, e “Urban Frost”, più connessa a memorie italo disco. Non mancano conturbanti pieghe funky (nella cosmica “Loeffelkinder”, con la chitarra di Andy Marlow e tratta dal “Gropiusstadt EP” del 2010), ed un sontuoso epilogo moroderiano, “Midnight Runner”. Su Bandcamp viene messa a disposizione pure una bonus track, il remix di “Molecular” a firma del citato Keen K.

Roland Sebastian Faber

Roland Sebastian Faber in una recente fotografia

Roland Sebastian Faber, per l’occasione celato dietro la sigla acronomizzata di tre lettere, presta estrema attenzione a particolari e dettagli e partorisce un disco poco ballabile ma intensamente emozionale, più mentale che fisico. Un album, a cui ne seguirà presto un altro «contraddistinto da un concept leggermente diverso», anticipa l’artista, che scatta una foto ai primordi del suono post kraut da cui germogliarono synth pop, new wave, italo disco, hi NRG e tutto il resto a venire. Un vero omaggio alla synth culture immerso nella space age. A curare la copertina, come ormai avviene puntualmente dal 2007 per Faber, è Emil Schult, collaboratore dei Kraftwerk sin dai tempi di “Ralf & Florian” ed “Autobahn”. (Giosuè Impellizzeri)

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Adriano Canzian – Damned (Icon Series)

Adriano Canzian - DamnedSembra incredibile ma sono già trascorsi ben quindici anni dal debutto discografico di Adriano Canzian. È stato il primo italiano a pubblicare musica sulla label di DJ Hell, quando International Deejay Gigolo generava entusiasmi al diapason ed era una zattera in grado di traghettare, quasi con puntale regolarità, artisti dall’underground al mainstream (Zombie Nation, Fischerspooner, Tiga, Miss Kittin & The Hacker, Vitalic, giusto per citarne alcuni). Poi le strade di Canzian e la Gigolo si dividono (tutti i dettagli sono in Gigolography) ma per l’artista nativo di Pieve di Soligo quel “divorzio” non si rivela affatto infausto. Dopo “Pornography”, contrassegnato dall’artwork-parodia di “Slave To The Rhythm” di Grace Jones, la sua cifra stilistica è rimasta intatta e svariate pubblicazioni tra cui altri due album (“Metamorphosis” su Space Factory, 2008, e “Zombies” su I-Traxx Red Edition, 2015) dimostrano che il suo successo non fu affatto casuale o studiato a tavolino, come invece qualcuno asserì dopo l’uscita di “Macho Boy”.

“Damned” continua ad alimentare il filone della techno EBM ma non lo fa riproducendo su carta carbone gli schemi dei dischi precedenti. «Nei primi tre album, ma specialmente in “Pornography”, non mi interessava che i suoni fossero puliti, limpidi e perfettamente equalizzati, anzi optai volutamente per un approccio punk/industrial durante la produzione. Non seguii nessuna regola e non mi premeva il giudizio altrui, creavo ciò che piaceva a me senza minimamente seguire trend o mode del momento» racconta oggi Canzian. «”Damned” suona bene ed è più “pulito”. Ogni suono di ogni singolo pezzo è ben equalizzato e mixato, ho usato voci e suoni distorti che ho inserito qua e là per rendere il risultato un po’ più “malato” e darkeggiante. Sono molto contento per gli ottimi feedback ricevuti da parte di big della scena. Dave Clarke, ad esempio, per tre settimane di seguito ha suonato le mie tracce nel suo famoso radio show, “White Noise”. Vorrei che l’ascoltatore riuscisse a cogliere la mia capacità di armonizzare due stili musicali differenti mantenendo però la mia identità. Non è stato facile, ho dovuto dosare sapientemente gli “ingredienti” ma il risultato è qualcosa di cui vado fiero. Un esempio calzante è rappresentato da “The Ones”, realizzato con l’amica Yasmin Gate che ha scritto e prestato la voce. La definirei “new sexy EBM”, in cui la cattiveria dei suoni si sposa con una sensuale voce. Credo di essere riuscito ad equilibrare al meglio queste due forze».

“Damned” poggia su una particolarità essenziale: ognuno dei dodici pezzi inclusi al suo interno è stato realizzato insieme ad altri artisti. Una modalità non nuova per Canzian visto che in passato aveva già stretto alleanze con colleghi con cui condividere idee ed emozioni (Dirty Princess, Atomizer, Terence Fixmer, David Carretta, Gigi Succes, Anna Patrini, Equitant) ma in questo caso il featuring ripetuto per ogni brano offre maggiori spunti e fusioni esperienziali. Snodo nevralgico dell’intero lavoro è senza dubbio lo scambio, continuo, tra techno ed EBM. Insieme a Canzian ad irrorare di energia i beat ci sono Millimetric (“B To B”, con stab di memoria rave), Romance Disaster (“Schwebend”), Delectro (“I Wanna Kill You”), Furfriend (“Beasts”) e le citate Anna Patrini e Yasmin Gate, rispettivamente con “Wild Strawberries” e “The Ones”.

Adriano Canzian (foto di Noemi Pulvirenti)

Adriano Canzian in una foto di Noemi Pulvirenti

Tra le prove più convincenti si segnala “The Poison Key”, coi vocalizzi del (techno) punk newyorkese The Horrorist, “It’s My Shout”, insieme a David Carretta che riagguanta l’energia dei tempi di “Shocktreatment” o “Kill Your Radio”, “Inside Of Me”, coi Khan Of Finland, in cui riappare il suono spezzettato che intrigò Hell nel 2003, ed “80’s Bitch”, con Christian Lacroix, una sorta di nuova “Macho Boy” con testo scabroso e piglio electro iper battagliero. Da rimarcare anche la presenza di Al Ferox, co-produttore di “Come With Me” che pare davvero saltato fuori dal catalogo Dancefloor Killer o Kobayashi Recordings col suo carico di hardcore techno di taglio 90s (Manu Le Malin docet), e di Federico Leocata, un fan, menzionato tra i ringraziamenti sulla copertina di “Pornography”, che nel frattempo si è affermato con merito nel circuito electro, rivelandosi un più che valido discepolo di Gerald Donald. In “Fear Of Yourself” le due visioni si compensano a vicenda, ibridandosi tra atmosfere noir e pulsazioni techno.

«Sentivo l’esigenza di creare qualcosa di diverso rispetto ai precedenti album, di “contaminare” il mio stile con altri e così ho stilato una lista molto lunga di artisti che apprezzo e stimo ed ho scritto a tutti, immaginando che almeno la metà di essi non mi avrebbe neanche risposto» spiega Canzian. «Alcuni di loro mi hanno chiesto molti soldi per collaborare, ma ho ricevuto anche tante email, alcune assolutamente inaspettate, con risposte entusiasmanti. Da quel momento è iniziato un lavoro molto complesso durato circa un anno e mezzo. Non è stato affatto semplice fare un disco con dodici artisti differenti, tutti dotati di forti personalità e stili ben precisi, era una vera sfida che però, secondo me, sono riuscito a vincere. Il processo creativo è variato in base all’artista: ad alcuni ho mandato dei file con cui hanno cominciato ad impostare la traccia per poi rimandarmela coi suoni separati in modo da metterci il mio tocco sino alla conclusione, in altri casi è avvenuto l’esatto opposto. C’è anche chi ha contribuito solo con la voce o testi. Gli arrangiamenti e i mixaggi finali li ho fatti tutti io tranne per la traccia con Al Ferox, accompagnata da un videoclip dai contenuti piuttosto forti, in cui ho partecipato con testi e voce. Il resto lo ha fatto lui, master compreso. C’è anche un aneddoto che vorrei svelare: un artista molto noto aveva accettato la collaborazione ma una volta saputa l’identità degli altri che avrebbero preso parte al disco mi ha dato un ultimatum: per averlo nell’album avrei dovuto rinunciare ad altri due con cui non andava d’accordo e che non avrebbe voluto vedere accanto al suo nome. Alla fine ho preferito tagliare fuori lui.

Per quanto concerne invece il mio modus operandi compositivo, di solito lavoro contemporaneamente ad una ventina di arrangiamenti, e questo mi permette di non entrare mai in paranoia. Dopo aver lavorato per tante ore sulla stessa traccia non capisci più cosa tenere e cosa eliminare, quindi per ovviare a ciò dedico circa un’ora a pezzo, non di più. Talvolta mi capita di partire dal basso, altre da una voce, da un suono o da un effetto. In “80’s Bitch”, ad esempio, ho chiesto all’amico di vecchia data Christian Lacroix, che adoro, di mandarmi dei vocal con un testo a suo piacimento, dandogli completamente carta bianca. Una volta ricevuti li ho tagliati e messi a tempo con una cassa in sottofondo, pitchati, distorti ed equalizzati. Poi ho costruito intorno tutto il resto. Mi piaceva l’idea della musica electro dark con casse sincopate ed un testo hard/porno, scandito da una voce suadente ed ambigua. Avevo proprio bisogno di un pezzo che rappresentasse la naturale evoluzione di “Macho Boy”».

Come detto prima, il lavoro di Canzian presenta nuove prospettive ma nel contempo tutela dettagli in una sorta di trademark audio capace di identificare l’autore in mezzo ad altri artisti paragonabili per percorso stilistico. Non vi è alcuna voglia di allontanarsi dalle radici fatte di electronic body music, industrial, dark, techno, punk. Il range d’azione resta quello. Tuttavia il compositore rivela che nel corso degli anni ha lavorato con pittori e scultori creando, per le loro mostre, musica del tutto diversa da quella confluita nella discografia ufficiale. «Ho avuto anche il piacere di comporre per spettacoli teatrali sperimentali, e senza dubbio sono state esperienze interessanti ma economicamente non convenienti» afferma. «Sono stato e sono un artista underground. Non seguo mode, non ho software moderni, lavoro con poche cose e programmi vecchissimi. Credo che per fare buona musica non sia affatto necessario possedere tutte le macchine del mondo, specialmente le tanto decantate analogiche, anzi, spesso più ci sono strumenti analogici e più i brani suonano banali alle mie orecchie. In tutto quello che ho fatto e che continuo a fare c’è sempre un’influenza dark, a volte dirompente, in altre solo strisciante. Tutti noi abbiamo un lato oscuro ma spesso lo temiamo e ci spaventa. Per me non è così, anzi ne traggo beneficio per le mie composizioni, lo faccio vivere, sfogare, non posso impedirlo né tantomeno ignorarlo. Non è presente costantemente nella mia via ma decido io dove recintarlo, anche se questo non basta a renderlo mansueto. È una dannazione ma ormai ho imparato a conviverci. Penso che tutti gli artisti, compresi quelli coinvolti in “Damned”, talvolta provino sensazioni simili. Non posso smettere di trasformare il mio lato oscuro in qualcosa di creativo, per me è terapeutico e comunque non avrei altra scelta».

Adriano Canzian (foto di Matteo Colombo)

Adriano Canzian in uno scatto di Matteo Colombo

“Damned” è uscito da poche settimane sulla londinese Icon Series, ricordata per una serie di uscite in formato 7″ risalenti ai tempi dell’apice dell’electroclash, ovviamente in digitale ed anche in una edizione limitata su CD di quattrocento copie. Per il momento resta esclusa la stampa su vinile. «Di comune accordo con la casa discografica, abbiamo pensato di pubblicarlo in CD e digitale ed attendere qualche settimana per fare il punto della situazione e capire quali sono i cinque/sei pezzi maggiormente acquistati e quindi riversarli su vinile. Far uscire l’intero album su disco è molto costoso e poco redditizio, inoltre la label è piccola e sta investendo tanto su di me, prima con l’EP “Seeking Bad Boys” (su CD e digitale) ed adesso con l’album abbinato ad una t-shirt. Come succede ogni volta che esce un mio disco, mi sento svuotato, come se avessi partorito. Ora voglio godermi i frutti di quello che ho seminato ma so che ben presto la voglia di produrre tornerà più forte che mai. Sto già lavorando ad un nuovo EP estratto dall’album che includerà due brani e svariati remix realizzati da vari artisti». (Giosuè Impellizzeri)

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Blastromen – Cyberia (Dominance Electricity)

Blastromen - CyberiaI Blastromen, dalla gelida Finlandia, non hanno inventato nulla di nuovo ma stanno portando l’electro ad un nuovo livello, somigliante a quella delle origini ma non passivamente replicante. Insieme ufficialmente dal 2004, anno in cui la piccola X0X Records pubblica “Robot Aggression”, il loro EP di debutto, Mika Rosenberg e Sami Koskivaara dimostrano di aver imparato bene la lezione impartita dai Kraftwerk, tra i loro principali mentori ed ispiratori. «Iniziammo a creare le prime tracce electro tra 2002 e 2004 ed alcune di esse finirono in quell’EP» racconta Koskivaara. «Quando l’etichetta ci diede l’ok si presentò la necessità di coniare un (nuovo) nome d’arte che riflettesse concetti legati al futurismo e allo spazio. Ne cercammo uno incisivo e naturalmente mai usato prima di quel momento, ed optammo per Blastromen che avrebbe così rappresentato la nostra nuova avventura musicale dopo l’esperienza nella techno e nell’ambient sperimentale, generi a cui ci accostammo come AM». Segue Rosenberg: «Ci conosciamo sin da bambini, lavorare insieme è stata una cosa quasi naturale. Non abbiamo mai sentito il bisogno di scendere a compromessi per connettere le rispettive prospettive artistiche. Intorno al 2002 c’erano un mucchio di artisti che nel nome includevano il suffisso “tron” o “tronic”, quindi cercammo di escogitare qualcosa che potesse rappresentarci bene e non farci rischiare di essere confusi in quel marasma. Non nascondo che per arrivare a Blastromen ci mettemmo un bel po’ ma alla fine fummo totalmente soddisfatti della scelta. Stilisticamente invece, la strada maestra era la tradizionale electro ma l’intento, sin dall’inizio, è stato evolverla. A quasi un quindicennio di distanza, direi che siamo riusciti a generare un sound crossover di influenze plurime, seppur localizzato ancora nell’electro».

Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila l’electro vive un momento di grande rivalutazione, trainata dall’ondata electroclash che infiamma gli animi dei nostalgici e dei più giovani. In tantissimi si buttano a capofitto in quel genere, dimenticato dopo i fasti nei primi anni Ottanta con Afrika Bambaataa, Hashim, Newcleus, The Jonzun Crew, Egyptian Lover o Man Parrish, e lo rivitalizzano, alcuni con risultati particolarmente intriganti ed ammirevoli. «Ho sempre apprezzato la musica nella globalità, spaziando dalla classica alle moderne avanguardie, dal synth pop al jazz e al progressive rock. In ambito prettamente electro, Anthony Rother, Mr. Velcro Fastener, I-F ed Imatran Voima mi hanno influenzato in maniera più netta rispetto ad altri» dice Koskivaara. Background simile quello di Rosenberg che ammette di avere un debole per il nu metal e persino per il rap e il pop mainstream. «Oltre agli artisti già citati da Sami, menzionerei anche il breakbeat e il big beat di artisti affermati negli anni Novanta, come i Prodigy. Abbozzammo i primi demo tra 1994 e 1995 coi tracker installati sull’Amiga 500, OctaMED per comporre e ProTracker per campionare. Fu un periodo veramente entusiasmante, pieno di esperimenti stilistici di ogni tipo ed applicati anche alla musica pop, ma per noi le priorità restavano electro e techno. Non nascondo che sogno di dedicarmi ancora alla techno e il giorno in cui accadrà potrebbe non essere neanche così lontano».

“Cyberia” è il terzo LP che i finnici incidono per la tedesca Dominance Electricity, che lo commercializza su CD e doppio 12″, inclusa una Deluxe Edition su vinile rosso e con poster allegato, ma come detto prima a tenerli a battesimo è la X0X Records con base a Turku, ancora attiva ma piuttosto discontinua nelle pubblicazioni. «Nel 2010 inviammo il demo del nostro primo album, “Human Beyond”, alla Dominance Electricity che ci propose subito un contratto per la pubblicazione» spiega Koskivaara. E continua: «La X0X Records resta un’etichetta incredibile che in catalogo annovera molte uscite iconiche e che preferisce la qualità alla quantità». Rosenberg aggiunge: «Probabilmente ad influenzare la nostra decisione di proseguire con la Dominance Electricity derivò proprio dalla maggiore operatività dell’etichetta tedesca. Contare su una struttura che possa pubblicare musica in modo più veloce fornisce maggiori stimoli ma non abbiamo troncato i rapporti con la X0X Records, siamo ottimi amici col label manager Kalle Karvanen».

Blastromen

I Blastromen in versione live, con tute ed occhiali in puro stile sci-fi

Musicalmente “Cyberia” si inserisce nel percorso tracciato da “Human Beyond” del 2010 e proseguito con “Reality Opens” del 2013. Ingredienti principali restano suoni di matrice electro (bassline spezzettati, melodie ed arpeggi di derivazione synthwave, ambientazioni sci-fi), magistrali parti vocali al vocoder e ritmiche più complesse rispetto alla tipica programmazione di una TR-808, protese verso una forma di breakbeat ibridato con l’electro. Tra i punti di forza si evidenziano “Load Reload”, “Outsider”, “Unite Arise” e “Light Traveler”, a rappresentare bene una customizzazione electroide. «Rispetto ai due precedenti dischi, in “Cyberia” sono finiti brani realizzati parecchio tempo fa, rimasti nel cassetto e che avevamo quasi dimenticato, opportunamente rimaneggiati ed aggiornati come se fossero nati e concepiti nel 2018» rivela Koskivaara. «Abbiamo fatto leva pure su parecchia improvvisazione adoperando strumenti come Roland Jupiter-6, Oberheim Matrix 1000, Roland JX-3P, Access Virus, Novation Bass Station, registratori a cassetta ed altre diavolerie elettroniche. Acid Hausmeister, in “Outsider”, ha “incastrato” la nostra TB-303 nel suo synth hardware per ottenere qualcosa di unico. Il risultato è un mix di suoni e tecniche differenti ma sempre legate al nostro concept del futuro ignoto e dell’intelligenza artificiale». Rosenberg aggiunge: «Abbiamo dato spazio a brani più atmosferici (la title track “Cyberia”, “Eternity”, “Dream”, nda), non soffermandoci solo sul lato più banger. Questo album ci ha fornito lo spunto per recuperare alcuni elementi originariamente usati dalla radio nazionale finlandese (rielaborati ad hoc con un vecchio tape recorder) e persino una melodia che scrivemmo nel lontano 1996 finita in “Into The Void”. È difficile stabilire quindi quanto abbiamo impiegato per completarlo perché contiene cose ideate e composte parecchio tempo fa. Per riorganizzarle ci abbiamo messo circa quattro anni. La copertina è stata studiata appositamente, Falk Klemm del team The Zonders ha fatto un lavoro straordinario mettendo insieme numerose foto e trasformando graficamente il nostro messaggio sonoro».

L’attività dei Blastromen non si riduce a quella in studio di registrazione. I due finlandesi sono anche live performer e il loro approccio all’apparizione pubblica ricorda parecchio i Kraftwerk di fine anni Novanta, con tute ed occhiali fluorescenti, in linea con le classiche visioni fantascientifiche letterarie e cinematografiche. «Nei nostri live cerchiamo di trasmettere costantemente energia e i Kraftwerk sono tra i personaggi-chiave che ci hanno maggiormente influenzato anche a livello visivo. Il loro live in 3D è incredibile» dicono. Con un bagaglio sonoro multiforme e plurisfaccettato, i Blastromen si confermano quindi tra gli act europei più incisivi in ambito electro e conquistano con merito un posto di rilievo nella scena finlandese ben descritta da Tero Vuorinen nel documentario “Machine Soul” (analizzato qui), proprio di recente colpita purtroppo da un altro inaspettato lutto. Dopo Mika Vainio infatti è prematuramente scomparso pure Perttu Eino Häkkinen dei citati Imatran Voima, a cui i Blastromen hanno dedicato in sua memoria la loro versione di “Commando” poche settimane fa. (Giosuè Impellizzeri)

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