Gianni Parrini – DJ chart agosto 1994

Gianni Parrini, TuttoDiscoteca Dance, agosto 1994

DJ: Gianni Parrini
Fonte: TuttoDiscoteca Dance
Data: agosto 1994

1) Suntory – Brain Ticket
È curioso quanto inusuale che un personaggio come Bruno Santori, con un passato e presente legato ad esperienze e musiche molto poco affini all’elettronica (Daniel Sentacruz Ensemble, Omnia Symphony Orchestra), non abbia avuto riserve nell’approcciare alla machine music/computer music, sia promuovendola sulle etichette della sua DB One Music, sia producendola in prima persona. “Brain Ticket” è il primo dei tre singoli che il Maestro firma inglesizzando il proprio cognome anagrafico in Suntory. Le venature etniche vengono rimarcate nella Progressive Mix di MC Hair (il futuro Andrea Doria di cui si parla qui) e nella Trance Mix di Gianni Parrini e Roland Brant, che aumentano la velocità di crociera. Spazio anche al remix di “Brain Trip” realizzato da Claudio Diva, una sorta di afro dub rischiarata dal suono del pan flute. In scia a “Brain Ticket” Santori incide “Õm” e “Cybernetic Voyager”, sempre in bilico tra atmosfere etniche ed eruzioni progressive trance.

2) Dharma Bums – Dharma Means Truth
Un buon combo techno trance quello sviluppato nel disco d’esordio dai Dharma Bums in un pezzo da cui si levano bassline seghettati, melodie zigzaganti e brevi messaggi vocali. Nel break centrale fa capolino un pianoforte che pare eseguire, probabilmente con intento citazionista, un frammento di “Loops & Tings” dei Jens, esploso in Europa proprio in quel periodo e giunto in Italia attraverso la Downtown del gruppo bresciano Time Records. Sul 12″, edito dalla Zoom Records di Billy Nasty e David Wesson allestita nell’omonimo negozio di dischi londinese, ci sono altre due versioni, la Dharma Means Trance e la Dharma Means Dub, derivate dalla stessa idea ma elaborate in modo diverso in fase di mixaggio. I Dharma Bums (Jason Hayward e Martin Tyrell) incideranno altri dischi, tra ’95 e ’96, prima di sciogliersi. Hayward, ribattezzatosi DJ Phats, si dedica poi alla housizzazione della disco e del funk e si afferma a livello internazionale quando forma, con Russell Small, il duo Phats & Small, incidendo hit come “Turn Around” e “Feel Good” ascritte al cosiddetto french touch.

3) Vanny Valoy – Sound Of Subterranea
Dietro Valoy c’è Valentino Loi, artista sardo dedito alla progressive trance e alla dream, stili battuti fieramente dal fratello Giancarlo alias JK Lloyd (intervistato qui) e che peraltro cura un remix inciso sul lato b. Il disco in questione è edito dalla Metrotraxx, una delle svariate etichette raccolte sotto l’ombrello della Discomagic di Severo Lombardoni e spesso ricordata per aver pubblicato “Creative Nature Vol. 2” di Gigi D’Agostino & Daniele Gas (di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui) ma soprattutto per aver tenuto discograficamente a battesimo il compianto Roberto Concina alias Roberto Milani, poco prima di trasformarsi in Robert Miles.

Gianni Parrini (1994)

Gianni Parrini in una foto del 1994

4) Roland Brant – The Kiss Of Medusa (Cosmic Dreams Remix)
I remix del brano di Brant preservano la melodia ma scomodano anche citazioni sinfoniche in modo analogo a quanto fatto, quello stesso anno e sulla stessa etichetta, la Désastre, in “Opera Prima” del progetto omonimo. Spazio, a mo’ di bonus track, al Mystic Remix che Parrini realizza per “Nuclear Sun”. A campeggiare in copertina invece resta la celeberrima “Medusa” di Caravaggio, per rimarcare il titolo.

5) Killing Joke – The Pandemonium Single
“Pandemonium” è l’album con cui nel 1994 i Killing Joke si ripresentano ai fan dopo quattro anni di silenzio, varie peripezie e cambi di formazione. I remix del brano omonimo non disperdono del tutto le matrici originali industrial rock ma le spingono in nuovi contesti. Cybersank è quello che preferisce restare saldamente ancorato al mondo delle chitarre mentre i Waxworth Industries, ai tempi pupilli del compianto Andrew Weatherall, destrutturano tutto ricavandone un downtempo graffiato da quello che pare essere proprio un TB-303 in slow motion. La versione più vicina al mondo di Parrini tuttavia pare essere la Dragonfly Mix a firma Man With No Name, protesa verso la goa trance.

6) Max 404 – Not If I See You First (For Maximum Power)
Trattasi di un brano estratto dall’EP intitolato “RE” edito dall’etichetta Prime ma inserito già l’anno prima, nel 1993, nella compilation “Agenda 21” sulla Eevo Lute Muzique di Stefan Robbers e Wladimir M. I suoni e l’impianto ritmico scelti da Erwin van Moll alias Max 404 sono a metà strada tra house e techno, e a fare da collante è la presenza melodica con cui l’artista dei Paesi Bassi permea la materia, ma senza riff a presa rapida o motivi da fischiettare. La componente trance qui si riverbera mediante lead prima nebbiosi e poi man mano paradisiaci, sino a sfilare in cinguettii aciduli. Sul disco presenzia pure il remix a firma del citato Robbers, tra i nomi granitici della techno prodotta nel Paese dei tulipani, meglio noto come Terrace e ricordato per essere uno degli Acid Junkies col connazionale Harold De Kinderen.

7) Deep Piece – Torwart
Stampato dalla Limbo Records di Glasgow considerata una delle culle della progressive house, “Torwart” dei Deep Piece gira intorno ad un conturbante disegno di basso annodato ad una spirale di evoluzioni armoniche che sfociano in una pausa dove fa capolino un riff di chitarra, protagonista quando il beat ritmico torna in modalità on. Oltre alla Dub, c’è una Backroom Mix che gioca con synth line filo acidi. “Torwart” è l’ultimo dei tre singoli che Michael Kilkie e Stuart Crichton firmano come Deep Piece. Nel 1995 coniano infatti un nuovo progetto con cui stuzzicano l’appetito della Positiva (gruppo EMI), e riescono a fare il giro del mondo intero ossia Umboza e la hit “Cry India”, costruita su un sample tratto da “All Night Long” di Lionel Richie.

8) Transglobal Underground – Protean
I Transglobal Underground sono artefici di un sound di arduo incasellamento. Attingono elementi dalla world music, dal dub, dal funk, dall’ambient, dall’hip hop e da filoni sperimentali e riescono a renderli acrobaticamente ballabili in una miscellanea più unica che rara. In “Protean”, nello specifico, sovrappongono il suono del glockenspiel a pulsazioni ritmiche in 4/4, con deviazioni vocali provenienti da musica araba ed avvitamenti trancey, quelli che probabilmente hanno spinto Parrini ad inserirlo nella sua top ten.

9) Gianni Parrini Present Active P. 40 & DJ Pierre Jr. – Dream Voice
Introdotti dallo stesso Parrini, gli Active P. 40 e DJ Pierre Jr. incidono questo disco per la Désastre del citato gruppo DB One Productions di Bruno Santori, un paio di anni più tardi finito nei circuiti generalisti grazie ai successi trasversali di Roland Brant. “Dream Voice” è canonica trance progressive, di quella che ai tempi funziona particolarmente nelle discoteche piemontesi e toscane, con ricami melodici, tappeti armonici ed un assolo di pianoforte a guidare la fantasia dell’ascoltatore. Tra gli ingredienti anche uno spoken word in lingua italiana, a strizzare l’occhio allo stile narrativo dei vocalist che avrebbero conosciuto massima popolarità quando la progressive si trasforma in popgressive, tra 1995 e 1997.

10) Rich Jones & Matthew Merrett – Allegiance
Prima (ed unica?) pubblicazione della Emblem Records, “Allegiance” ritmicamente pare quasi un retaggio hi nrg ma, dopo circa due minuti, entrano un paio di lead che si parlano e si alleano, lasciando salire una terza “voce” melodica, piuttosto orchestrale, a sancire la vicinanza al mondo trance. L’effetto finale ricorda lo stile Platipus con un leggero retrogusto à la Faithless che però, è bene ricordarlo, quando esce questo disco non si sono ancora formati.

(Giosuè Impellizzeri)

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Various – Kimera Mendax EP (New Interplanetary Melodies/Kuro Jam Recordings)

Various - Kimera Mendax EPIl fumetto “Kimera Mendax” narra la storia di un gruppo di ribelli che, dai sotterranei di Roma, lottano per neutralizzare KX, sistema bio-operativo con cui, nel prossimo futuro, si tenterà di affermare un’irreversibile tecnodittatura. “Kimera Mendax” è anche il titolo di un’ambiziosa proposta di imminente pubblicazione curata in tandem da New Interplanetary Melodies e Kuro Jam Recordings, unite in una joint venture disco-grafica: da un lato musica, dall’altro un fumetto. Appare subito chiaro che per concretizzare tale sinergia sia stata fatta leva su elementi di vicendevole compenetrazione.

«La storia del fumetto ruota intorno a misteriosi dischi in vinile (rotti, abbandonati, trafugati, regalati, mixati, manipolati) e quasi in ogni tavola ci sono riferimenti palesi o nascosti alla club culture di inizio anni Novanta, con particolare riferimento alla scena londinese» spiega Gianluca Pernafelli, sceneggiatore e membro del collettivo Kuro Jam. «I primi teaser dei nostri esperimenti grafici erano accompagnati da pezzi inediti che avevo realizzato ispirandomi a quel mondo e a quelle atmosfere. I disegni che compaiono all’inizio di ogni capitolo sono pensati come adesivi attaccati su un’ipotetica valigetta porta dischi. Il ritmo dell’intera narrazione è stato dettato spesso da brani dei “maestri” che ascoltavamo durante la scrittura e il disegno del progetto. Sulla pagina Facebook del collettivo abbiamo condiviso di volta in volta i nostri “consigli d’ascolto” relativi ai capitoli in lavorazione, accogliendone altrettanti dagli amici che interagivano sui post. Ne verrebbe fuori una compilation delle meraviglie che va dagli LFO ai Future Sound Of London, da Aphex Twin a Plastikman, da Lory D a Joey Beltram. Insomma, la musica è il vero sottotesto, il motore invisibile di “Kimera Mendax” ed era, in fieri, la sua naturale evoluzione. In vinile, ovviamente. Quando, nell’autunno del 2018, è uscito su New Interplanetary Melodies “Escape From The Arkana Galaxy” dei 291outer Space, accompagnato da una veste “fumettosa” retrofuturistica di Simone Antonucci, era chiaro che ci fossero tutte le premesse per unire le due esperienze. Non ricordo neanche se ci sia effettivamente stato un momento in cui Simona mi abbia chiesto “se”. La domanda è stata piuttosto “quando partiamo?”».

«Nel momento in cui ho fondato la mia etichetta ho sempre pensato ad un progetto più ampio che si estendesse dalla musica ad altre “visioni” come le arti grafiche» prosegue Simona Faraone, DJ e titolare della New Interplanetary Melodies. «Essendo un’appassionata di fumetti di fantascienza, mi sono lanciata con entusiasmo nella collaborazione con Luca “Presence” Carini dei 291out e il disegnatore Simone “Mega” Antonucci, coi quali abbiamo dato vita, insieme ad Ivan Cibien, al progetto della Galassia Arkana, una vera e propria space-opera raccontata in musica ed immagini che prossimamente vedrà un sequel. Il passo successivo è stato partire da un fumetto di fantascienza come “Kimera Mendax” con una forte componente musicale al suo interno e creare una soundtrack apposita, giocando coi tanti elementi contenuti nella storia. Sono molto soddisfatta della perfetta sinergia creata tra New Interplanetary Melodies e il collettivo Kuro Jam».

i quattro inlay

I quattro inlay allegati al disco realizzati dai disegnatori del collettivo Kuro Jam

Il disco in vinile è stato il supporto musicale ad aver offerto maggiore spazio per elaborazioni grafiche che, decenni addietro, hanno toccato punte di genialità probabilmente ineguagliabile (si pensi, ad esempio, ai lavori degli Hipgnosis, di George Hardie, di Milton Glaser, di Roger Dean o di Tony Lane). Dai primi anni Duemila però, con la progressiva smaterializzazione dei supporti, pare che tutto quel mondo artistico sia stato polverizzato con presunzione e disinteresse, dimenticando come la copertina abbia spesso implementato il valore del prodotto finale assumendo la forma di una sorta di mise en place. Gran parte della musica liquida oggi in circolazione punta essenzialmente sul contenuto video mentre quello grafico è ridotto a copertine grandi come francobolli o poco più. Il graphic design è quindi in via d’estinzione? Tra venti o trent’anni ci sarà ancora qualcuno che darà peso a questa attività artistica? «Credo che nessuno nato nel secolo scorso abbia dimenticato le proprie emozioni, a volte vere e proprie esperienze oniriche, a contatto con queste immagini stampate su cartoncino di formato 30×30, quasi sfacciate per la loro dimensione se paragonate ai francobolli in pixel di oggi» risponde a tal proposito Pernafelli. «Non a caso parlo di “contatto” perché questi oggetti magnifici li prendevi in mano, li aprivi, li esploravi anche a livello epidermico. Non compravi solo musica ma un sogno, un’identità, un bel quadretto da appoggiare sulla mensola della cameretta, un biglietto di viaggio senza scadenza che dovevi proteggere dalle aggressioni del tempo, un’esperienza che coinvolgeva più sensi. Oggi invece ci stiamo privando sempre di più di un senso fondamentale, per il nostro corpo ancora fortunatamente primitivo, quello del tatto. È anche un po’ ironico, pensando all’etimologia della parola, che la nuova umanità digitale stia lentamente rinunciando all’uso delle dita. Ci basta chiedere e con la sola voce attiviamo i device per fare una chiamata telefonica, accendere i termosifoni o cercare una canzone. In “Kimera Mendax” gli uomini hanno sostituito dita e mani con surrogati robotici, hanno incorporato quei device, sono diventati quegli strumenti e corrono il rischio di ritrovarsi in balia del sistema. Il graphic design legato alla musica non sparirà e sono convinto che saprà stupirci molto più spesso del suo contenuto, la musica appunto, ma sarà sempre più evanescente, racconterà meno quel contenuto, sarà solo appiccicato sopra, proprio come un francobollo. Se penso a “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd ho subito davanti agli occhi il prisma su fondo nero e i colori dell’arcobaleno (artwork realizzato dal britannico George Hardie, nda), se penso all’ultimo lavoro dei miei musicisti preferiti invece non vedo niente, su quel fondo nero emerge solo un elenco di titoli bianchi. E così, ogni volta, ho l’impressione di non aver fatto un’esperienza profonda e completa di quelle opere, perché non le ho… toccate».

La parola passa alla Faraone che prosegue: «sono una grande sostenitrice della musica stampata su dischi in vinile. Per me rimane il supporto ideale e anche il più completo, proprio perché c’è qualcosa di tangibile ed esteticamente affascinante in una bella copertina illustrata. New Interplanetary Melodies nasce come label con uscite unicamente in vinile abbinate ad un packaging molto curato. Col primo disco di Mayo Soulomon abbiamo riportato alla luce un suo progetto registrato su cassetta negli anni Novanta trasferendolo su disco nel 2016. Il 12″ era corredato da un inlay illustrato nel quale si spiegava tutta la storia delle mitiche cassettine di Mayo. Se questa release fosse stata solo digitale non avrebbe avuto il medesimo appeal. Essendo musica che proveniva da un’era analogica, la sua veste migliore non poteva che essere solo su vinile. Ogni disco della label ha una veste grafica precisa, curata da Andrea Guardiani del Budai Studio col quale è nata una bella collaborazione. Non potrei mai immaginare una nostra uscita accompagnata da una copertina banale. Ogni release viene curata nei minimi dettagli, dal sound all’artwork. Con “Kimera Mendax EP”, nello specifico, abbiamo dato vita ad un progetto unico in edizione limitatissima, un prodotto nato per essere un oggetto da collezione. All’interno del disco ci saranno quattro preziosi inlay illustrati dai disegnatori del collettivo Kuro Jam, Mattia De Iulis, Giulia D’Ottavi, Stefano Garau ed Enrico Carnevale. Abbiamo realizzato anche quattro teaser video, uno per ogni traccia, nei quali si potranno ammirare alcune tavole contenute nel primo e nel secondo volume del fumetto. Le illustrazioni della copertina, infine, recano una firma importante, quella dell’artista Elena Casagrande».

Kimera Mendax Vol.1

La copertina del primo volume del fumetto “Kimera Mendax” intitolato “System” ed uscito nel 2018

Il primo volume di “Kimera Mendax”, uscito nel 2018 ed intitolato “System” (disponibile per l’acquisto qui) , narra una storia ambientata nella Roma del 2048, un futuro non poi così tanto lontano in cui «l’umanità ha scelto di potenziarsi con appendici robotiche, integrando in sé le nuove tecnologie della comunicazione e dell’intrattenimento. […] A governare una società docile e funzionante ci pensa il sistema bio-operativo KX. Perdendo gradualmente il contatto con se stessa, drogata di futuro, la gente vive in morbosa attesa delle nuove “release”, nell’illusione di progressiva completezza e felicità». Seppur manchino quasi trent’anni al 2048, possiamo già parlare di una popolazione “drogata di futuro”, perennemente connessa in Rete ed apparentemente incapace di condurre più una vita senza smartphone e social network. Insomma, la realtà non pare poi così tanto diversa dall’immaginazione. «La genesi dell’idea è stata un esperimento» illustra Pernafelli. «Ognuno dei quattro disegnatori di Kuro Jam ha creato un personaggio, lo ha disegnato e caratterizzato dandogli un accenno di biografia. Insieme abbiamo stabilito il genere nel quale muoverci ed io avrei dovuto tessere la storia mettendo insieme altri elementi concordati come il futuro, l’ambientazione romana e l’atmosfera generale. Pensavamo di far uscire più albi ma alla fine abbiamo optato per un piano editoriale snello e il mio ulteriore salto ad ostacoli è stato comprimere tanto materiale narrativo in sole ottanta tavole. Questo, in fondo, ha dato al fumetto la sua cifra di densità: le pagine invitano ad una rilettura, alla ricerca dei tanti “easter egg” che ci siamo divertiti a disseminare qua e là, quasi come fossero sample musicali dei quali indovinare la provenienza. C’è una continua variazione di colori, ambienti, tagli, luci, ma credo che la DJ Xtal di Stefano, il Decimo di Mattia, il vecchio rigattiere di Enrico e la “strega” di Giulia abbiano trovato la loro giusta dimensione tra le pagine di un fumetto nato con l’idea di realizzare qualcosa di bello e di cui essere contenti. Non c’è stato nessun evento particolare ad ispirare la storia se non lo stupefacente sviluppo tecnologico in sé e l’uso maldestro, e a volte pericoloso, che gran parte dell’umanità fa dei tanti strumenti potenti, quasi magici, oggi a sua disposizione. Il disco uscirà in contemporanea col secondo volume di “Kimera Mendax”. A differenza del primo che conteneva molto “setting”, nel secondo c’è azione e movimento, si sciolgono molti nodi e si svelano i piccoli segreti di ogni personaggio, ma soprattutto diventa imprescindibile la presenza monumentale di Roma. In “System” c’erano scorci della periferia capitolina, il Lungotevere e qualche ponte riconoscibile mentre qui la battaglia finale a colpi di Technics SL-1200 avviene tra il Colosseo, immaginato come un gigantesco subwoofer, e l’Altare della Patria con le sue linee spigolose, proprio nel cuore della Città Eterna. Insomma, da un certo momento in poi ci siamo presi tutta la libertà che un’autoproduzione può garantire e ci siamo detti “ok, scoattiamo alla grande, let’s party!” Sono sicuro che, prima delle tante allegorie e dei numerosi riferimenti, si coglierà la voglia di divertirsi e di divertire che abbiamo messo dentro».

vignette vol 2

Due vignette tratte dal secondo volume di “Kimera Mendax” di imminente pubblicazione: nella prima, in bianco e nero, si scorge il logo della Sounds Never Seen, etichetta fondata da Lory D nel 1991, nella seconda invece, a colori, lo spettrogramma sullo sfondo cita il video di “Come To Daddy” di Aphex Twin, diretto da Chris Cunningham nel 1997

In “System” figurano inoltre una serie di parole chiave come Digital Battle – Analogue Resistance (terzo capitolo) ma pure una ricca serie di “campionamenti visuali” tratti dal mondo del DJing e della musica elettronica, su tutti le tavole di apertura del quarto capitolo dove viene mostrato l’indimenticato Black Market Records, un tempo al 25 di D’Arblay Street, nella capitale britannica. Il celebre negozio di dischi, meta per migliaia di DJ, è cristallizzato nell’anno 1991, con la vetrina riccamente allestita (in cui si scorgono, tra le altre, le copertine di “The Man-Machine” dei Kraftwerk, “Violator” dei Depeche Mode e “Tubular Bells” di Mike Oldfield) e un disc jockey che ascoltando un test pressing, privo di qualsiasi informazione riconducibile all’autore, esclama a gran voce: «c’è qualcosa di magico, sembra roba arrivata da un’altra galassia». Ai tempi si avverte per davvero quella sensazione unica di sentire cose autenticamente nuove che aiutano a mettere un piede nel futuro. Paradossalmente però, a circa trent’anni di distanza, si ha l’impressione che il futuro fosse ieri, musicalmente parlando, e che all’innovazione tecnologica (è forse essa la chimera mendace?) non sia seguita un’altrettanto sorprendente innovazione artistico-creativa. «Quando avevo vent’anni lavoricchiavo come DJ e speaker, ho respirato e vissuto quell’aria, ho frequentato studi di registrazione ed ho avuto la fortuna di conoscere gente importante» prosegue ancora Pernafelli. «Tra 1994 e 1995, inoltre, ho vissuto a Londra con alcuni amici tra cui il carissimo Nico De Ceglia, oggi affermato DJ e produttore ancora di casa nella capitale britannica, e Black Market Records era il nostro vero “social”. Pensammo persino di trasferirci all’ultimo piano del palazzo che ospitava il negozio, in un piccolo appartamento che si era appena liberato proprio accanto agli uffici della Azuli Records, ma alla fine preferimmo rimanere nel nostro quartiere. Ci guadagnavamo da vivere scovando e spedendo test pressing, per lo più di musica house, ad alcuni negozi di Roma, Rimini e Milano. In quel periodo i più famosi DJ italiani avevano “fame” di novità e di dischi esclusivi ed erano disposti a spendere cifre importanti per proporre nelle proprie serate roba nuova. Quando il materiale scarseggiava c’era sempre un piano B per pagare l’affitto: si stampavano tracce nate in poche ore di sessioni notturne in studio e si spedivano in Italia col centrino bianco spacciandole per materiale inglese di produttori ancora ignoti. Nessuno si è mai lamentato, anzi! Ecco, le tavole a cui si faceva prima riferimento hanno una componente nostalgica, sono l’omaggio ad un mondo che non esiste più. Ci tenevo che fossero ben fatte, Giulia è stata bravissima nella ricostruzione degli ambienti. Il venditore del negozio poi ha i tratti di Steve Jervier, uno dei due fondatori dello stesso store. Quanto al 1991 invece, è l’anno in cui una label ancora semisconosciuta di nome Warp pubblica “Frequencies” degli LFO e in cui escono anche altre “cosucce” come “Papua New Guinea” dei Future Sound Of London ed “Analogue Bubblebath” di Aphex Twin (in “Digital Battle – Analogue Resistance”, titolo sopraccitato di uno dei capitoli del fumetto, echeggia un po’ quel nome). Sì, chi trent’anni fa si è trovato tra le mani quei dischi, ha messo la puntina sopra ed ha alzato il volume, ha sicuramente avuto l’impressione di sbirciare nel futuro, di essere parte di una rivoluzione. Ma il bello è proprio questo: è difficile prevedere una rivoluzione, e di sicuro è impossibile tornare ad avere vent’anni». Simona Faraone invece sostiene che il futuro della musica sia stato già scritto: «a mio avviso difficilmente potrà ripetersi il cambiamento epocale che si attuò alla fine degli anni Ottanta con l’house music e la techno. Una nuova rivoluzione potrà verificarsi in futuro quando i tempi saranno maturi per la nascita di nuovi linguaggi musicali. New Interplanetary Melodies si propone come un tramite temporale tra passato e futuro e nel nostro piccolo con “Kimera Mendax EP” abbiamo dato qualche spunto per una visione di un futuro abbastanza vicino».

vignette vol 1

Una serie di tavole tratte dal primo volume di “Kimera Mendax”: in alto il negozio londinese Black Market Records, in basso ciò che avviene al suo interno con altre due citazioni rivolte ad Aphex Twin (lo sguardo terrificante che appare nel televisore del video di “Come To Daddy”) e Lory D (il “mai visto niente del genere” nel balloon ammicca ancora alla Sounds Never Seen)

Il disco, stampato in edizione limitata di 150 copie e numerata a mano, muove i passi su quattro tracce realizzate da altrettanti artisti: Soulomon, Peter Blackfish, Francesco Cianella alias E.L.F. (acronimo di Extreme Low Frequencies) ed Andrea Benedetti. Ognuno di loro esplora i meandri della “machine music” a proprio modo, chi prediligendo la cassa in quattro, chi poggiandosi sulle sincopi, chi fluttuando su nubi ambientali. Insomma, sembra di fronteggiare con quattro visioni nate su un registro grafico/narrativo finalizzato alla sonorizzazione della storia ma, come rivela la Faraone, le tracce in realtà sono state abbinate alle immagini del fumetto solo in corso d’opera. «È come se le illustrazioni uscissero dalle tavole per indossare una nuova veste in quelle degli inlay. “Kimera Stun” di Soulomon e il robot che pubblicizza il sistema bio-operativo KX, “KTO Xcite” di Peter Blackfish e la strega visionaria Falena, “Extreme Low Frequency” di E.L.F. e la DJ Xtal ed infine “Secret Algorithm” di Andrea Benedetti e Talamo, l’anziano rigattiere custode di alcuni “strani” oggetti del passato.

gli artisti di Kimera Mendax

I quattro artisti coinvolti nell’EP: sopra Mayo Soulomon e Peter Blackfish, sotto E.L.F. ed Andrea Benedetti

Avendo stampato un numero limitatissimo di copie, con questa uscita ci rivolgiamo innanzitutto ai fan del graphic novel “Kimera Mendax” e ai supporter della New Interplanetary Melodies e comunque a tutti coloro in cerca di qualità che ci auguriamo di aver realizzato. Si tratta del primo disco di una serie parallela del catalogo New Interplanetary Melodies in collaborazione con Kuro Jam Recordings, label del collettivo fondata da Gianluca Pernafelli, che è co-produttore esecutivo insieme a me. Sarà una serie di EP con cui coinvolgeremo altre figure rappresentative della scena elettronica e techno. Il disco è già in pre-order su Bandcamp ed uscirà ufficialmente il prossimo 27 marzo» conclude Simona Faraone. (Giosuè Impellizzeri)

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La discollezione di Gaetano Parisio

Gaetano Parisio 2

Gaetano Parisio e i suoi dischi. In mano regge “The Preface”, il doppio con cui nel 2000 inaugura una delle sue etichette, la Southsoul

Qual è il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
Avevo tredici anni, si trattava di un’edizione limitata contenente sei picture disc di Michael Jackson. “Bad” era appena uscito ed io ero un gran fan di quel genio indiscusso.

L’ultimo invece?
Purtroppo è un bel po’ di tempo che non compro dischi. Probabilmente l’ultimo è stato “La Gatta Cenerentola” del grande Roberto De Simone, recuperato in un mercatino. Rappresenta benissimo la Napoli più viscerale e poetica del secolo passato. Adoro le origini artistiche della mia città, ne vado orgoglioso.

Quanti dischi conta la tua collezione?
È difficile quantificare il numero esatto ma credo ci siano almeno duemila pezzi. Impossibile stabilire anche il denaro speso ma non moltissimo poiché un’enormità di dischi mi è stata inviata gratuitamente dalle varie distribuzioni in formato promozionale. Non sono un collezionista tradizionale anzi, non mi ritengo proprio un collezionista. Il collezionista di dischi, per definizione, li colleziona mentre io invece li utilizzo per lavoro e molto spesso più di uno e su più piatti alla volta.

Come è organizzata?
Non è organizzata affatto o meglio, non in modo definitivo ma solo per sommi capi raggruppando autori, etichette e white label, oltre ai miei e quelli delle mie etichette ovviamente. Una sezione è occupata invece da tutti quelli che non riguardano il mondo da DJ e produttore. Da non molto mi sono trasferito a Barcellona e i miei dischi mi hanno raggiunto solo in un secondo momento, attraverso una spedizione aerea. Sinora ho aperto solo la metà delle scatole, è un’operazione lunga che richiede molto tempo e che per motivi di lavoro tendo sempre a posticipare. Conto comunque di procedere al più presto al fine di mettere finalmente un po’ di ordine.

Hai mai seguito particolari procedure per la conservazione?
No, mai. Utilizzo la maggior parte dei dischi per i miei DJ set quindi pulisco quelli selezionati nel momento in cui ne ho bisogno. Ammetto candidamente di non essere la persona più ordinata al mondo e a confermarlo potrebbe essere la mia compagna di vita, costretta a sopportarmi quotidianamente. La regola numero uno comunque è quella di tenerli lontani dall’umidità e da forti fonti di calore. Proprio in queste settimane sto pulendo gran parte dei miei dischi: credevo fosse noioso ed invece mi sono divertito perché ho riscoperto meraviglie ormai dimenticate.

Ti hanno mai rubato un disco?
Per fortuna no. Credo che rubare un disco sia un gesto veramente becero. Mi auguro di non subire mai questo tipo di furto.

Kraftwerk - TEE

“Trans-Europe Express” dei Kraftwerk, del 1977, è uno dei dischi a cui Gaetano Parisio è maggiormente legato

Qual è il disco a cui tieni di più?
“Trans-Europe Express” dei Kraftwerk. L’ho sempre avuto di fronte a me nel mio studio, insieme a “Last Night A D.J. Saved My Life” degli Indeep. La ragione è abbastanza intuibile: i Kraftwerk hanno avuto una sensibile influenza sulla mia vita e, di riflesso, sul mio modo di essere DJ e produttore. Averli costantemente davanti agli occhi mi ricorda che quando le cose vengono realizzate con qualità resistono bene al passar del tempo, e questo è esattamente il mio fine nel momento in cui mi chiudo in studio per comporre musica.

Quello che ti sei pentito di aver comprato?
Non mi sono mai pentito di aver acquistato un disco. Al massimo resta un oggetto bello da vedere, con cui si è dato il proprio contributo al settore. Quando si investe in musica non si commettono mai errori.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
Non essendo un collezionista nel senso più puro del termine, non sono alla ricerca di un titolo in particolare. Quando capita di trovare qualcosa di interessante la compro. Tuttavia mi piacerebbe essere un “ricercatore seriale” ma forse non è ancora giunto il momento.

Pink Floyd - LP

“The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd, uscito nel 1973, è l’album per cui Parisio spenderebbe una somma considerevole

Quello per cui saresti disposto a spendere una somma importante?
Una copia incellofanata della prima edizione di “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd, un autentico capolavoro.

Quello con la copertina più bella?
Proprio “The Dark Side Of The Moon”.

Che negozi di dischi frequentavi da adolescente e quando hai iniziato la carriera da DJ?
A Napoli, tra gli anni Ottanta e i primi Novanta, c’erano diverse opzioni. Il negozio più famoso era Flying Records, che al tempo stesso era anche distribuzione ed etichetta però, per la tipologia di musica che cercavo, non era il massimo. Esistevano per fortuna realtà molto più piccole che importavano dischi da distributori minori e che spesso mi aiutavano nella ricerca. Ai tempi non era assolutamente facile trovare certa musica, il numero di copie a disposizione era assai limitato (appena un paio o addirittura una sola) e se non conoscevi chi stava dietro al bancone non riuscivi a portare niente a casa, se non gli scarti di altri DJ giunti prima di te.

Quando hai iniziato invece a comprare per corrispondenza?
Ho avuto la grande fortuna di ricevere, dal 1996 al 2006, la maggior parte delle produzioni techno. Tutte le distribuzioni che rientravano nei miei interessi mi spedivano settimanalmente quantità incredibili di dischi al punto da non sentire mai la necessità di acquistare cose extra. Insomma, avevo il problema opposto di chi desiderava avere più novità. Il 90% di quel materiale era composto da white label, prive di copertina e grafica definitiva, cosa che peraltro non mi dispiaceva affatto. Non essere influenzato graficamente da niente mi permetteva di ascoltare musica senza alcun pregiudizio. A tal proposito menzionerei “Listen Without Prejudice” di George Michael, trovo sia il titolo più educativo di sempre.

Ritieni che l’e-commerce abbia ridotto sino ad annullare del tutto il rapporto diretto, per molti fondamentale, tra venditore ed acquirente?
Decisamente sì, ma oggi vale un po’ per tutto. La legge del mercato è “pesce grande mangia pesce piccolo” e in questo caso il ruolo del pesce grande è ricoperto dalle compagnie online che, avendo prezzi di gestione inferiori ed una visibilità globale attraverso il web, non temono competizione. La possibilità di selezionare musica standosene seduti comodamente sul divano di casa fa il resto. Inoltre anche il catalogo degli e-store, praticamente infinito, non lascia scampo a quei negozi che eroicamente scommettono ancora sul contatto diretto col cliente. Nonostante tutto però continuano ad esistere piccole realtà in cui è possibile respirare persino l’odore del vinile una volta varcata la porta d’ingresso. A gestirle è solitamente chi ha dedicato la vita intera alla divulgazione di cultura, perché alla fine di cultura si tratta e non di banali oggetti di ordinario consumo.

Conservi almeno una copia di ogni tuo lavoro discografico, remix inclusi?
Sì, fortunatamente. Hanno un valore affettivo diverso dagli altri dischi in mio possesso.

Gaetano Parisio 1

Un’altra foto di Gaetano Parisio insieme ai suoi dischi. Il 12″ che stringe tra le mani è “Java EP” di Jeff Mills, il primo ad essere uscito su Purpose Maker nel 1996

Nel corso della tua carriera hai varato, sin dalla seconda metà degli anni Novanta, molteplici etichette come Conform, ART, Southsoul, Southsoul Appendix e, ultima in ordine di apparizione, Adagio. Come era il mercato discografico circa vent’anni fa?
Avere delle etichette era essenziale per divulgare la mia visione musicale, senza quelle mi sarei sentito monco. Ognuna di esse ha rappresentato un’idea diversa dalle altre. Ho sempre amato fare delle serie poiché credo fortemente che sia l’unico modo per trasmettere ciò che ho in mente. Al contrario, non ho mai creduto in album né tantomeno nei singoli EP come mezzo migliore per esprimermi. In linea generale è quello che oggi avviene per le serie televisive. Ci si appassiona e si vuole arrivare alla fine. Chi le realizza però ha la possibilità di sviluppare le idee in decine di ore di pellicola anziché in novanta o centoventi minuti come in un film. Per me avviene una cosa analoga nelle serie musicali, dove ogni nuova release aggiunge qualcosa di nuovo alla storia ma nel contempo è “sorella” della precedente, dando così coerenza al racconto. Ai tempi delle mie label il mercato discografico era immensamente più grande rispetto a quello odierno. Si viveva la golden age del vinile, almeno in riferimento al mondo del DJing. Si vendevano decine di migliaia di copie per ogni singola uscita ed era un’attività che si autososteneva e che poteva essere pure molto remunerativa. Attraverso le mie etichette ho avuto la fortuna di raccogliere tante soddisfazioni. L’impatto delle mie produzioni è stato importante nel circuito techno e il lavoro svolto, ormai tanti anni fa, continua a vivere e ad essere ricordato. Vedo continuamente postare sui social, anche per mano di giovanissimi, miei pezzi realizzati anche oltre venti anni addietro. Ciò significa che le nuove generazioni sono andate a “studiare” il passato e ciò fa onore a loro e piacere a me. Questo inoltre dimostra che comporre musica per puro spirito creativo e senza pensare di fare la hit del momento può produrre risultati capaci di resistere più che bene al trascorrere del tempo.

Come mai, tra 2005 e 2006, “congelasti” tutte le tue label? La chiusura del distributore tedesco ELP fu determinante in tale scelta?
Furono diversi fattori a sancire il mio distacco dalla scena musicale col conseguente “congelamento” delle etichette. Sicuramente la chiusura di ELP mi spinse verso quella decisione ma la realtà è che la mia energia, sia creativa che mentale, subì un’importante flessione a causa di episodi, perdite personali e scelte di vita. Il troppo amore per la musica e l’estrema gratitudine nei suoi confronti però non mi hanno permesso di mentire a me stesso e a tutti quelli che amavano ciò che facevo. Per me quella con la musica è stata sempre una relazione estremamente intima. Oggi, a distanza di quasi quindici anni, mi sento molto bene. Sono motivato come non mai e soprattutto mi è molto chiaro ciò che devo fare. La vita ti sorprende sempre, tutto è in divenire e questo mi diverte da morire.

Con Adagio, inaugurata nel 2007, intendevi coprire un segmento stilistico differente rispetto a quello delle altre tue etichette? Quanto era cambiato il mercato del 12″ destinato ai DJ rispetto a dieci anni prima?
Adagio nacque quasi per gioco. Ritiratomi dalla vita da DJ, mi divertivo a fare cose correlate con la techno e così nacque questa serie di uscite. Ai tempi diverse grandi distribuzioni chiusero i battenti, il comparto del vinile era in netta flessione. Nel contempo Beatport la faceva da padrone creando i presupposti per la situazione che viviamo oggi, con un mercato saturo di produzioni con migliaia e migliaia di release che riempiono i server in tutto il mondo. Si è creata una gigantesca bolla in cui non si produce quasi più nulla di materiale ma solo virtuale, “cose” fatte di dati insomma. Si potrebbe fare un paragone col mondo finanziario dove i più imponenti disastri sono stati causati dallo scambio virtuale di denaro infinitamente più grande rispetto a quello reale. Prima o poi però le bolle generate dagli scambi virtuali scoppieranno tutte. Con l’avvento del web inoltre è diventato troppo semplice avviare un’attività imprenditoriale, come ad esempio un’etichetta discografica digitale, slegata dal peso e dalla competenza di decidere se investire denaro per produrre un determinato disco o un CD. Così facendo il mercato si è saturato di mediocrità e i “genitori” di tutto ciò sono proprio le decisioni prese a cuor leggero, in quanto prive di rischio d’investimento, proprio come può essere una release digitale.

Da un tuo post di qualche mese fa si presume che stia pensando di riattivare la ART, riprendendo lì dove avevi interrotto nel 2005, ossia al tredicesimo dei preventivati venti capitoli. È così?
Confermo: ci sono tante cose che bollono in pentola. A partire dalla ripresa della serie personale ART, con l’ART 14/20 e l’intenzione di chiudere il secondo ciclo al ventesimo numero, ART 20/20 per l’appunto. Continuo quella serie perché la visione di oggi è esattamente la stessa dell’epoca ed ho voglia di finire quel discorso rimasto in sospeso. Tutti i numeri, sino al venti, sono già pronti così come lo erano quando decisi di fermare bruscamente l’etichetta. Sarò assolutamente fedele in tutto e per tutto al progetto di partenza. Ma non finisce qui. Da pochi giorni ho mandato al pressing plant i master del Conform 025, a quindici anni di distanza dal precedente. Farà parte di una miniserie di dieci tracce tratte dal catalogo ed editate da artisti che ritengo possano essere presi ad esempio per il loro modo di rapportarsi con la musica e con tutto ciò che le gira attorno, carriera compresa. Conform Re-Touched Series Vol.1 sarà il primo di quattro uscite (per ora), disponibile in vinile e digitale. A curare gli edit saranno Ben Sims, James Ruskin, Mark Broom e Truncate a cui seguiranno The Advent, Sterac, Oscar Mulero, Steve Bicknell, Ken Ishii, Jonas Kopp, Alexander Kowalski, Danilo Vigorito, Deetron, Matrixxman ed altri ancora tra cui Dave Clarke che mi ha confermato la disponibilità ma chiedendomi più tempo perché attualmente impegnato a ricostruire il suo studio. Non è però, come qualcuno potrebbe pensare, un tributo alla musica della mia etichetta, ma piuttosto un tributo agli artisti stessi per i motivi che ho già spiegato qualche riga fa. Oggi abbiamo bisogno più che mai di esempi che ci possano illuminare e non farci risucchiare da quel mostro che è il circo della scena mainstream e dei DJ-influencer. La scelta dei nomi è stata ponderata e la loro pronta risposta, nonostante i miei tanti anni di assenza, mi ha riempito il cuore di gioia.

Nell’ultimo decennio circa è mutata la percezione che il pubblico e una parte di DJ nutre per il disco. Come reazione alla sempre più incisiva e capillare digitalizzazione infatti, il disco ha finito con l’essere totemizzato, rivelando spesso un fanatismo smodato alimentato anche da chi, anagraficamente, non ha nemmeno vissuto l’epoca in cui la musica non poteva che essere incisa su un supporto tattile per essere fruita. Nel contempo per il grande pubblico il disco si è trasformato in un oggetto di puro modernariato, da esporre alla stregua di un simbolo-icona di un mondo che non esiste più. Prevedi che il disco possa resistere, al di là di banali quanto effimere tendenze modaiole? Il DJing del prossimo futuro rappresenterà ancora un bacino di riferimento per esso?
Credo che il supporto in vinile sia molto importante per diverse ragioni ma sicuramente tra queste non rientra la creazione di alcun “totem”. Esistono, seppur molti meno rispetto al passato, DJ che sono davvero in cerca di musica techno da suonare con due Technics SL-1200. Il presente che viviamo purtroppo si basa sull’apparire e anche il vinile non sfugge da questa triste regola. Esisteranno sempre quelli che non sono ciò che dicono di essere, ma la bella notizia è che in circolazione ci sono tanti appassionati, veri. Io penso solo a loro. Gli altri giocano uno sport differente dal mio. Per tale ragione continuerò a rivolgermi a coloro che comprano dischi per amore e non per esibizionismo, quelli che vogliono suonarli per creare qualcosa di unico, che sia davanti a un dancefloor o semplicemente tra le mura domestiche.

Estrai dalla tua collezione/raccolta almeno dieci dischi a cui sei particolarmente legato motivandone le ragioni.

The Subjective - TremmerCriticalThe Subjective – Tremmer / Critical
Un 12″ che mi fu regalato nel 1997 da Cisco Ferreira e Colin McBean, nel loro studio londinese. Un disco che ho praticamente distrutto per quante volte l’abbia suonato.

Jeff Mills - Kat Moda EPJeff Mills – Kat Moda EP
Impossibile non menzionarlo. Ho scelto quello che secondo me è il più rappresentativo della fine degli anni Novanta, un’autentica pietra miliare specialmente in relazione alla A1, “The Bells”. Non lo suono mai per “vincere facile”, non è proprio nelle mie corde, ma perché lo trovo un capolavoro assoluto.

Dire Straits - Brothers In ArmsDire Straits – Brothers In Arms
È un disco che comprò mio fratello quando avevo appena dodici anni. Lo amavo e lo amo tuttora, anche per la sua copertina celeste con quella chitarra protesa verso il cielo. Da lì arriva il riff della celebre “Money For Nothing”. Un LP incredibile e la maniera di suonare la chitarra di Mark Knopfler è unica.

Lucio Dalla - Lucio DallaLucio Dalla – Lucio Dalla
Uno dei dischi che ho ascoltato di più da piccolo. Dalla per me era e resta “il cantautore”. Grazie ai miei cugini Luca ed Ugo, Dalla, De Gregori e Bennato entrarono a far parte della mia vita, quando ero poco più di un bambino. La mia trap era quella. In particolare questo disco lo lego ad una crociera in barca che facemmo tutti insieme. La cornice perfetta di ricordi indimenticabili ed esperienze formative per un quattordicenne.

Cameo - Word Up!Cameo – Word Up!
Ricordo ancora il momento in cui andai a comprare il 45 giri da Flying Records. Impazzivo per la voce singolarissima di Larry Blackmon e per il suo modo di vestirsi. Il video che passava su MTV poi era veramente travolgente. Mi capita spesso di riascoltarlo ancora oggi.

Gaetano Parisio - Gaetek EPGaetano Parisio – Gaetek EP
Si tratta della prima release marchiata col mio nome anagrafico, visto che sino a quel momento avevo usato solo lo pseudonimo Gaetek, ma anche del primo disco su Conform (contenente quattro tracce, “Mother”, “Minimal Act”, “Maastricht” e “Main Wave”, nda). Insomma, mi stavo presentando per la prima volta col mio nome reale ed un progetto tutto mio che ha segnato una svolta nel percorso della mia carriera.

Daft Punk - The New WaveDaft Punk – The New Wave
“The New Wave” è il disco, preso in licenza per l’Italia dalla UMM, che mi fece conoscere il duo francese nel 1994. Rammento bene la reazione quando lo ascoltai per la prima volta, intuii di avere a che fare con qualcosa di diverso dal solito, sia per suono che qualità, ma avrei afferrato la ragione solo qualche tempo più tardi.

Orbital - In SidesOrbital – In Sides
Un album che ho ascoltato in tantissimi after hour, a casa prima di andare a dormire e in svariate altre occasioni. Negli anni Novanta ammiravo profondamente le produzioni dei fratelli Hartnoll. Questo è un disco super raffinato che troverà sempre spazio nel mio cuore.

Leftfield - LeftismLeftfield – Leftism
Un altro LP che entra di diritto in questa lista. L’impatto di “Leftism” sulla scena napoletana fu veramente enorme. Ogni DJ ne possedeva una copia e chi non lo aveva lo cercava. Tutto bellissimo, inclusa la copertina. Masterpiece!

Michael Jackson - Off The WallMichael Jackson – Off The Wall
L’album che sancì la prima collaborazione tra Michael Jackson e Quincy Jones. Due mostri sacri all’opera nello stesso studio. L’ho ascoltato e riascoltato centinaia di volte. Per me era come vedere Maradona a vent’anni, solo talento esplosivo. Il resto della storia lo si conosce già.

Pino Daniele - Nero A MetàPino Daniele – Nero A Metà
Nella mia selezione non poteva mancare colui che ha scandito i ritmi delle giornate quando ero piccolo. Pino Daniele aveva tanto da dire, sia musicalmente che socialmente. Senza ombra di dubbio è stata la massima espressione musicale napoletana ed italiana di quegli anni, unico ed indimenticabile. Ho scelto questo disco in rappresentanza di tutti quelli da lui incisi in quel periodo. Provo profonda gratitudine nei suoi confronti.

(Giosuè Impellizzeri)

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Max Durante – DJ chart marzo 1994

Max Durante, Tunnel, marzo 1994

DJ: Max Durante
Fonte: Tunnel
Data: marzo 1994

1) Biochip C. – Limited Edition
Edizione chiaramente limitata (e il titolo fuga ogni dubbio) quella che Martin Damm affida alla Force Inc. Limited, “sorella” della Force Inc. Music Works di Achim Szepanski. Quattro i brani incisi sul 12″, tutti untitled, in cui l’artista leviga la sua techno sperimentalista dalla filigrana intenzionalmente low-fi, alternando sapientemente beat spezzati (A2) a canoniche misure in 4/4 (B1), toccando in alcuni punti ambientazioni trancey (B2) e gorghi di forsennata acidcore.

2) ADSX – Introducing DSL
Andre Fischer alias Audiosex, qui ulteriormente trincerato dietro l’acronimo ADSX, è uno dei primi in Germania a dedicarsi alle diverse sfumature che assume la dance elettronica negli anni Novanta. La sua serrata attività produttiva contrassegnata da una copiosa lista di alias abbraccia techno, trance ed acid ma talvolta si spinge sino a lambire sponde braindance, proprio come accade in questo 12″ autoprodotto sulla propria Injection Records tornata recentemente in attività sul fronte digitale. “DSL 25” e “DSL 26” si sviluppano sul medesimo costrutto: una linea melodica ambientale graffiata da un battente broken beat dalle venature distorte, con un effetto finale che potrebbe ricordare l’Aphex Twin di quel periodo (e l’uso dell’acronimo ADSX ammiccherebbe coerentemente a quello usato da James, AFX). Sul disco, oltre a brevi interludi, si rinviene anche il remix di “DSL 25” a firma di un decano dell’acid techno teutonica, Rob Acid.

3) Drexciya – Molecular Enhancement
In perpetuo bilico tra electro e techno, il suono di Drexciya è tra i più peculiari e distintivi che la scena underground americana abbia mai generato. “Molecular Enhancement”, terzo disco del misterioso progetto le cui coordinate biografiche diventano più nitide solo nel 2002 quando uno dei due componenti, James Stinson, muore prematuramente, si muove su matrici soniche letteralmente stranianti. “Intensified Magnetron” ed “Hydro Cubes”, con abrasivi bassline ben piantati in trainanti telai ritmici, sembrano continuare il discorso lasciato in sospeso da un EP uscito un paio di anni prima ma firmato con uno pseudonimo diverso, L.A.M., (“Balance Of Terror”, 1992) mentre “Antivapor Waves” ed “Aquatic Bata Particles” aggiungono ulteriori dettagli genomici alla mitologica produzione drexciyana diventata punto di partenza per un numero indefinito di epigoni sparsi in tutto il globo e a cui è stato meritatamente dedicato un libro illustrato da Abu Qadim Haqq, presentato in anteprima in Italia un paio di mesi addietro. Il disco viene pubblicato nel 1994 dalla Rephlex su licenza della Underground Resistance ma riappare l’anno seguente su Submerge con due ulteriori tracce, “Anti-Beats” e “Bata-Pumps”.

4) Mike Dearborn – ? / Storm – Storm
Sembra un pari merito quello che Durante piazza al quarto posto della sua classifica. Entrambi gli artisti vengono d’oltreoceano (Mike Dearborn, uno dei protagonisti della seconda ondata di Chicago, e Steve Stoll sotto uno dei numerosi pseudonimi, Storm) e ad accomunarli è il logo della Djax-Up-Beats di Miss Djax. Purtroppo non aver specificato il titolo del primo non permette l’identificazione certa ma solo l’avanzamento di congetture. Potrebbe trattarsi di “Chaotic State” o forse del più agitato “Unpredictable”. Altrettanto tagliente è la musica di Stoll, che prima concede spazio alle sincopi (“Cloud Fall”) e poi si immerge nel turbinio minimalista di “Halo”, pigiando il pedale dell’acceleratore con “Carbon Fury” e chiudendo con un’acid techno lambiccante (“Radio Dust”), trademark dell’etichetta olandese della bella Saskia Slegers ricordata anche per gli eccelsi artwork a firma Alan Oldham.

5) Automatic Sound Unlimited – Tu*4*Bx/0 = E.P.01 + Tu*4*Bx/2 = E.P.02
Edito dalla Hot Trax, sublabel della più nota ACV, questo doppio EP mette ulteriormente in risalto le doti compositive degli Automatic Sound Unlimited, terzetto formato da Max Durante e dai gemelli Fabrizio e Marco D’Arcangelo, di cui abbiamo già parlato dettagliatamente qui qualche anno fa. Facendo tesoro della lezione del futurista Luigi Russolo, il team capitolino esalta il rumorismo intrecciandolo con maestria ad una techno dura, scarnificata e ai confini col noise hardcorizzato (“Reflection”, “Index System”, “Psychout”, “Damaging Of A 303”, “Synthetic Material”). I sobbalzi della cassa incorniciano atmosfere tetre, demoniache e plumbee (“Logout”, “Daemons Init”) e rivoli acidi (“Tu*4*Bx”, “Workmen”, “Matrix A.S.U.”). Un disco-macigno, rimasto insieme ad altri di quel periodo a testimonianza di quanto fosse profondo e viscerale il rapporto tra Roma e la techno.

6) Biochip C. – Freedom 7 / Jammin’ Unit & Walker – Rudolph Valentino
Un secondo pari merito: da un lato “Freedom 7” del già menzionato Biochip C., alle prese con l’acid selvaggia di “The Mindclearer” e con l’altrettanto animalesco “Untitled” inciso sul lato b, dall’altro Jammin’ Unit & Walker, che ritroveremo poco più avanti come Air Liquide, con altri due pezzi senza titolo a rappresentare vigorose e sfibranti spirali acid techno. Entrambi i dischi sono editi dalla Propulsion 285, piccola etichetta fondata da Ingmar Koch rimasta attiva per appena cinque uscite, tutte del 1993.

7) 303 Nation – ?
L’assenza del titolo impedisce di stabilire con esattezza a quale disco Max Durante qui si riferisca, ma in base al periodo è fattibile ipotizzare che fosse “Strobe Jams II” o “Strobe Jams III”, entrambi editi dalla Dance Ecstasy 2001. Il duo, di stanza a Francoforte e formato da Fernando Sanchez e Patrick Vuillaume, rientra tra i grandi virtuosi del “303 sound” ma a causa della scarsa operatività (appena cinque i dischi incisi, tra 1992 e 1994) finisce immeritatamente nell’oblio. Val la pena rimarcare la presenza dei 303 Nation nel primo volume della “Outer Space Communications”, indimenticata serie di compilation della barese Disturbance (gruppo Minus Habens) di Ivan Iusco, intervistato qui.

8) Mono Junk – Mono Junk
Kim Rapatti è uno dei personaggi-chiave della scena techno finlandese. Autosostenutosi attraverso la sua Dum Records, si ritaglia meritevolmente un posto nel frenetico mercato europeo catalizzando pian piano l’attenzione di altre etichette come la Trope Recordings di Thomas P. Heckmann, a Magonza, che assembla un EP di inediti e qualche traccia ripescata proprio dal catalogo Dum. I brani di Rapatti riflettono un’estetica minimalista, con pochi suoni, stesure alternate tra 4/4 e ritmi spezzati ed intrusioni acide. Qui si passa dai beat battaglieri di “Psycho Kick” ai geometrismi di “I’m Okey”, dai gorghi tranceggianti di “Beyond The Darkness” ed “Osaka House” per finire alle spavalderie acide compresse in “Sweet Bassline” ed “Another Acid”. Una gallery audio di quelle che sono le principali ispirazioni dell’artista finnico, tuttora attivo e ricordato anche per l’avventura New York City Survivors condivisa con Irwin Berg.

9) Kinesthesia – German
“German” è uno dei brani inclusi nel primo volume che Chris Jeffs realizza come Kinesthesia affidandolo ad un’etichetta d’eccezione, la Rephlex. A neanche diciotto anni il britannico si rivela capace di costruire una techno dalle tinte astrattiste, dai rintocchi industriali e virata IDM nelle restanti tracce dell’EP (“Kobal”, “4J” e “Church Of Pain”, quest’ultima con febbricitanti vampate ravey). Dopo qualche anno ed un’altra manciata di pubblicazioni, Jeffs archivia il progetto Kinesthesia rimpiazzandolo con un altro con cui continuerà la proficua collaborazione con Rephlex, Cylob.

10) Air Liquide – Nephology – The New Religion
Dopo una serie di EP gli Air Liquide (Cem Oral ed Ingmar Koch, da Francoforte sul Meno) incidono i primi album. “Nephology – The New Religion” è il secondo, dopo “Air Liquide”, e sviscera in toto l’abilità dei due nell’assemblare una techno mischiata a fluttuazioni ambient/IDM: è sufficiente ascoltare “Kymnea”, “Stratus Static”, “Semwave” o l’inquietante “Nephology”, da vero girone dantesco, per comprendere quanto la scrittura qui rifugga ogni semplice definizione. Immancabili le svirgolate acide (“THX Is On”), peculiarità fortemente caratterizzante del duo scioltosi nel 2004.

(Giosuè Impellizzeri)

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Joy Kitikonti – Joyenergizer (BXR)

Joy Kitikonti - JoyenergizerQuando negli anni Ottanta la soglia d’accesso alla tecnologia per la composizione musicale si abbassa, si innesca un processo creativo che sfida le convenzioni. La nascita dell’electro, della new wave e dell’italo disco prima, della house e della techno poi, decreta una nuova era. Queste ultime due, in particolare, sono musiche che mandano in frantumi tutte le norme e generano una nuova figura professionale che prima non esisteva, quella del DJ-produttore, un attento conoscitore di musica, bravo a captare nuove tendenze e nel contempo capace di mettersi alla prova sul piano compositivo senza dover necessariamente chiedere sostegno ai musicisti ma soprattutto senza che l’inabilità di leggere il pentagramma e suonare uno strumento tradizionale sia più un limite oggettivo.

La musica che nasce sul crocevia tra sintetizzatori, batterie elettroniche e campionatori, è (s)travolgente. Può essere terribilmente banale o esageratamente efficace, ma al di là della resa il fattore a renderla unica è il poter essere approntata anche tra le mura domestiche. Paradossalmente molti suoni che lasciano scorgere il futuro non provengono affatto da studi di incisione iper milionari bensì da meno affascinanti home studio allestiti in camere da letto, cantine o persino polverosi garage. Sono tantissimi quindi i DJ che si cimentano in produzioni, allestendo alla meno peggio studi casalinghi fatti di pochissime cose, l’essenziale da cui tirare fuori il meglio. A provarci è anche Massimo Chiti Conti, meglio noto come Joy Kitikonti, che oggi racconta: «Quello sì che era un bel periodo. Era tutto in fermento. Facevo il DJ già da qualche anno, dal 1984 per l’esattezza, e nei primi Novanta decisi di creare un home studio per avere tutto a portata di mano e buttare giù le continue idee che mi venivano in mente. Ai tempi andare negli studi super professionali costava un occhio della testa quindi chi era motivato e non aveva denaro a sufficienza doveva arrangiarsi in qualche modo. C’era voglia di cambiare, di sperimentare, e non importava affatto essere musicisti diplomati al conservatorio. Ciò che contava, invece, erano la fantasia e la passione. Il mio primo studio si trovava a casa dei miei genitori, in un seminterrato. Tolsi i tavoli per le cene coi parenti e aggiunsi mixer, tastiere, monitor e il caro e vecchio Atari 1040ST con Cubase. Sento ancora l’odore di tutte quelle macchine. Molti dei primi dischi, realizzati sia come solista che in collaborazione con l’amico Francesco Farfa, furono fatti lì, mentre approfittavamo dei pranzi e delle cene preparate da mia madre Lia e in compagnia di mio padre Gino, colui che mi ha iniziato al mondo della musica spronandomi a suonare batteria e percussioni».

Joy Kitikonti 1976-1986

Due foto di un giovanissimo Chiti Conti: in alto strimpella la batteria del padre, nel 1976, in basso suona invece un Tama Drums, nel 1986

Dal 1992 Chiti Conti inizia ad incidere dischi, prima in modo saltuario e via via con più costanza sino a creare l’Area Records col citato Francesco Farfa (intervistato qui), col quale fa coppia in diversi progetti come Hoyos Corya, Ziet-O, X-Simble, Farmakit, Terre Forti e, successivamente, Miss Message. Pur non avendo maturato particolari formazioni accademiche, i due si rivelano piuttosto prolifici. «Non volevamo dimostrare di essere musicisti professionisti, stavamo semplicemente esprimendo ciò che sentivamo in precisi istanti della giornata o di un certo periodo» spiega Chiti Conti. «A volte bastava vedere una situazione particolare per strada, piuttosto che un volto o un quadro, per essere ispirati. Questo ci ha portati a creare vari pseudonimi in base al tipo di messaggio che intendevano lanciare. Sono state tutte esperienze bellissime e piene di creatività. Riguardo la formazione accademica, penso sia fantastico conoscere i meandri della musica ma l’importante, poi, è saper andare anche oltre i canoni. Charlie Parker disse: “impara tutto dalla musica, poi dimenticala e suona come ti detta l’anima”».

Jakyro UND 1996

Il primo disco che Chiti Conti realizza per la Media Records, uscito nel 1996 su Undeground e firmato con lo pseudonimo Jakyro

Nel 1996 per Chiti Conti si prospetta la svolta. Entra a far parte del roster artistico della Media Records intenta a creare la squadra dei DJ che animeranno per anni la BXR, rilanciata da poco. Il primo EP edito dall’etichetta capitanata da Gianfranco Bortolotti esce però sulla sublabel Underground ed è firmato Jakyro. A trainarlo è “The End”, remake di “Assault On Precinct 13” di John Carpenter. «Fu l’amico e collega Mario Più ad introdurmi alla Media Records» rammenta l’artista. «A Roncadelle conoscevano già le mie precedenti produzioni e da quel momento partì la collaborazione, inizialmente come Jakyro, Veru Monburu e P.I.N. Factory». Il primo disco edito dall’etichetta bresciana come Joy Kitikonti (per approfondire sulla genesi di questo pseudonimo si rimanda a questa videointervista a cura di Enrico Marchi) è “Etno Unite” ancora su Underground, etichetta che successivamente pubblicherà la fortunata “Raggattak” edificata sul sample preso da “A Who Seh Me Dun” di Cutty Ranks e che Chiti Conti firma Joman. Seguono “Pacific Unplugged” (GFB, 1998) ed “A Century Of Beatz” (Audio Esperanto, 1999) oltre a produzioni parallele e brani finiti nella compilation “The Very Best Of Trip Hop”.

con i dischi di Russ Meyers (1997)

Kitikonti coi dischi di Russ Meyer (1997)

«Ritengo che se una persona abbia molte idee, anche diverse tra di loro, dovrebbe provare a svilupparle. Per questa ragione ho creato, nel corso del tempo, vari pseudonimi, proprio per poter dare libero sfogo alla mia fantasia» dichiara. «Ho partecipato inoltre a molti progetti di altri artisti della BXR come Mario Più, Mauro Picotto (la citata “Pacific Unplugged” e “Deep Blue” finiscono nel pluridecorato “The Album”, nda), Sandro Vibot, Zicky, Ricky Le Roy, Stephan Krus, l’amico DJ Moss (manager del tour colombiano) ed altri ancora. Una delle più belle soddisfazioni è legata alla composizione di “The Very Best Of Trip Hop” per cui rimasi chiuso in casa per circa un mese, senza orari ma con la massima libertà di espressione. Altrettanto avvenne per “A Century Of Beatz”, finita sulla Audio Esperanto diretta da Farfa». Rispetto ad altri artisti che militano tra le fila della scuderia bortolottiana però, Kitikonti è tra quelli che non cercano sfacciatamente il successo discografico di grosse dimensioni, facendo leva su suoni iperrodati e schemi facilmente assimilabili dalle radio. «Non mi è mai piaciuta l’idea di avere un “marchio” stampato sulla pelle» afferma concisamente. «Ho sempre fatto le cose di pancia e di cuore piuttosto che pianificarle per soddisfare le esigenze commerciali. È la mia natura. Non nego tuttavia che sia ancora meglio quando la spontaneità viene premiata e riesce a raccogliere riconoscimenti e risultati economici».

Sebbene in Media Records dal 1996, Kitikonti inizia ad incidere per la BXR, ai tempi l’etichetta più rilevante del gruppo discografico con sede a Roncadelle e che in quel periodo è all’apice della popolarità, soltanto nel 2000. Il pezzo, uscito in primavera, si intitola “Agrimonyzer” ed è destinato ai club. Tutto cambia però l’anno seguente quando la stessa label pubblica “Joyenergizer” per cui viene persino girato un videoclip. Ad accorgersi di Kitikonti e della sua musica ora non sono più soltanto i DJ e il pubblico che frequenta un certo tipo di discoteche. «Sono particolarmente legato a quel periodo fatto di sorprese e soddisfazioni» dice l’artista in merito. «Con “Agrimonyzer” raccolsi riscontri molto positivi ma “Joyenergizer” ebbe l’effetto di un fulmine a ciel sereno. Fu realizzato negli studi BXR insieme al mitico Riccardo Ferri, uno dei miei produttori preferiti nell’ambito della musica elettronica. Iniziò tutto da una sorta di kick fatta con il sintetizzatore Access Virus A, poi lavorata con LFO e processata attraverso vari plugin durante la costruzione su Logic. Non impiegammo moltissimo tempo ma furono necessari vari test audio prima di ufficializzarla. A volte mi domando se saremmo ancora capaci di rifarla identica partendo da zero, ma credo proprio di no. Certi plugin non esistono più ma a mancare sarebbero anche la situazione e l’atmosfera. Riguardo il video, ricordo che mi trovavo a casa di Sandro Vibot per una cena tra amici quando ricevetti una telefonata da Picotto il quale mi disse che “Joyenergizer” fosse entrato in classifica, direttamente al primo posto. Aggiunse che il giorno dopo sarei dovuto partire per Ibiza per realizzare il video. Venendo da un mondo più underground, rimasi letteralmente stupito da quelle notizie, anche perché il disco era uscito da pochissimi giorni. “Joyenergizer” generò vendite consistenti seppur non rammenti il numero esatto di copie. Entrò in oltre 150 compilation. Non potrò mai dimenticare cosa avvenne durante una serata al Winter Music Conference, a Miami, quando Picotto (che remixa il brano con un vibe più technoide, nda) iniziò il suo set proprio col promo di “Joyenergizer”. Judge Jules, che lo aveva preceduto, rimase in consolle con lui e gli chiese “what’s this?” con una strana espressione sul volto. Mauro indicò me, che ero in pista, e dopo averlo mixato col successivo gli regalò la copia. La settimana seguente eravamo già in classifica su BBC».

a Buenos Aires (dicembre 2001)

Joy Kitikonti alla consolle di una discoteca a Buenos Aires, a dicembre del 2001, nel periodo in cui impazza la sua “Joyenergizer”

Il follow-up di “Joyenergizer” esce nel 2002, sempre su BXR. Si intitola “Joydontstop”, viene accompagnato da un nuovo videoclip e mostra qualche (ovvio) gancio col precedente, offerto intenzionalmente per creare un naturale continuum. «Anche “Joydontstop” fu realizzato con Ferri ed andò molto bene» ricorda Chiti Conti. «Dovevamo fare il follow-up di una hit, le aspettative erano molto alte e per questa ragione dovemmo optare per una soluzione più “commerciabile”. Personalmente preferisco di gran lunga “Joyenergizer”». L’effetto “Joyenergizer” si palesa presto: nel 2002 Kitikonti fa ingresso al 91esimo posto della Top 100 DJs del magazine britannico DJ Mag. Insieme a lui quell’anno, nella stessa classifica, ci sono due colleghi della BXR, Mauro Picotto e Mario Più. «La Top 100 DJs mi ha dato una discreta spinta ma alla fine ad aprirmi le porte in tutto il mondo fu proprio “Joyenergizer”» chiarisce. «Lo suonavano in molti, dai DJ techno ai trance, e grazie a quel successo iniziai a fare tantissime serate in varie parti del pianeta, tra Europa, Stati Uniti, Australia, Sud America e soprattutto in Colombia, dove sono stato innumerevoli volte e dove ho portato tutti i DJ del gruppo Metempsicosi ed anche altri colleghi italiani. Ho dei bellissimi ricordi dei giorni trascorsi insieme a DJ Moss e a Mirko Rispoli, amico e regista col quale realizzavamo foto e video di tutte le nostre serate. Prima del successo di “Joyenergizer” comunque lavoravo già tutti i weekend ma soprattutto in Italia. Mi capitava spesso però di fare serate sia in Francia con Tom Pooks, con cui collaboro ancora attraverso il progetto Family Piknik e la label Family Piknik Music, sia in Spagna al Florida 135 insieme a nomi importanti della scena techno internazionale».

con DJ moss nel vecchio studio (2001)

DJ Moss nello studio di Kitikonti, nel 2001: insieme realizzano diversi dischi come “Bogotà Experiences”, “Mossaic” ed “Ultramar EP”

A chiudere la trilogia, partita con “Joyenergizer” e proseguita con “Joydontstop”, è “Pornojoy”, del 2003, ma con risultati inferiori rispetto ai precedenti. A dirla tutta la sbornia di successo della BXR ormai era in fase calante, trend che progressivamente coinvolge in modo generalizzato l’intero panorama italiano con etichette e distributori che chiudono battenti ed artisti che spariscono letteralmente dalla scena. «Effettivamente “Pornojoy” non andò bene come gli altri due, ma raccogliemmo ugualmente molte soddisfazioni sul fronte compilation e col videoclip che fu censurato durante la fascia oraria protetta» prosegue Chiti Conti. «Stava prendendo sempre più piede l’era del digital download pirata, i software peer-to-peer erano in via di sensibile affermazione mentre i supporti fisici, vinile in primis, iniziavano a perdere quote consistenti di mercato. Di conseguenza diminuivano i guadagni per tutti».

Kitikonti comunque prosegue portando avanti sia la carriera da DJ che quella da produttore incidendo nuovi brani ancora per la BXR, etichetta per cui diventa A&R insieme a Mario Più dopo l’abbandono di Picotto nel 2002, e per altre giunte in seguito, quando la Media Records smette di essere operativa. Nel frattempo la generazione dei clubgoer cambia, il mondo della musica e della discoteca viene radicalmente trasformato e quella che era contemporaneità, d’un tratto, smette di essere tale diventando già materiale pseudo vintage da riportare in auge per un pubblico più giovane che la considera inedita. È quanto avviene a “Joyenergizer” che nel 2013 viene riproposta attraverso una cover da Sander van Doorn. «Mi ha fatto piacere che il DJ olandese abbia deciso di rifare il pezzo più noto della mia discografia, seppur il suo genere musicale non rientri affatto nelle mie corde» chiarisce Kitikonti. «A quella versione però è connessa anche una spiacevole vicenda che mi fece arrabbiare parecchio. Inizialmente van Doorn e il suo team volevano intitolare il pezzo “Energizer” rimuovendo il “Joy”, con l’intenzione di farlo passare per un pezzo nuovo ed ideato da loro. Discussi a lungo, sia con la Spinnin’ Records che lo pubblicava, sia con la ZYX, titolare dei diritti, in quanto nessuno mi aveva avvisato di ciò. Dopo un forte e pesante dibattito sono riuscito a spuntarla, obbligando l’olandese ad usare il titolo originale. Se decidi di fare una cover alla fine non puoi arbitrariamente cambiarne il titolo. Da quando si è aperta l’era digitale sono spuntate migliaia di etichette, migliaia di web radio e migliaia di produttori. La situazione è ancora un po’ caotica e credo ci vorrà del tempo per trovare il giusto equilibrio. Tuttavia trovo positivo il facile approccio odierno alla musica e sono contento del fatto che chiunque ormai possa avvicinarsi alla composizione senza dover spendere un patrimonio come avveniva in passato. Quando si tratta di arte e creatività c’è spazio per tutti e la musica, in modo particolare, scalda l’anima». (Giosuè Impellizzeri)

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Bosconi Gang Band – Big Mob At Manifattura Tabacchi (Bosconi Records)

Bosconi Gang Band - Big Mob At Manifattura TabacchiViviamo anni in cui si è perso letteralmente il conto delle collaborazioni tra artisti. I featuring cadono dal cielo come se fosse pioggia monsonica ma troppo spesso tali sinergie rivelano intenti scarsamente alimentati da fini artistici ma solo da strategiche mire promozionali. Non è però il caso di questo ambizioso progetto con cui la Bosconi Records apre il 2020, supportando l’idea di compenetrazione creativa tra molteplici performer coinvolti nello stesso posto ma soprattutto nello stesso momento.

«Da tanto tempo avevo nel cassetto l’idea di organizzare una jam session con tutto il nucleo fiorentino degli artisti di Bosconi Records, gli amici con cui sono cresciuto musicalmente» racconta Fabio Della Torre, fondatore dell’etichetta nonché ideatore di Bosconi Gang Band. «L’occasione si è finalmente presentata con un progetto portato avanti collateralmente con Manifattura Tabacchi, location di Firenze (un ex polo industriale costruito negli anni Trenta, nda) che sta vivendo un bellissimo momento di riqualificazione urbana e con cui abbiamo programmato l’evento annuale Bosconi Fest tenutosi il 29 giugno 2019. L’idea di partenza era lasciare una tangibile testimonianza di questa collaborazione. Da qui la mia proposta di sviluppare una jam session e registrare un disco all’interno dello stesso ambiente il giorno prima di Bosconi Fest, occasione in cui gran parte degli artisti della label erano coinvolti, incluso Gerald Simpson alias A Guy Called Gerald. La realizzazione del disco quindi era implicita ma tengo a sottolineare che non abbiamo preparato o provato nulla prima di ritrovarci tutti insieme. Il risultato è il frutto di una classica jam, senza davvero alcun artificio. L’unica accortezza (tecnica) è stata registrare tutti i canali separatamente, in modo da lavorare sul mixaggio e sugli arrangiamenti anche in un secondo momento ma cercando comunque di rimanere quanto più fedele possibile alla stessa jam».

Quel che emerge da “Big Mob At Manifattura Tabacchi” è un mix eterogeneo di influenze e sensibilità che fanno capo ad un collettivo artistico mosso tanto da spontaneità quanto estemporaneità, svincolate entrambe da qualsiasi linea direttiva che ne inficerebbe la genuinità. “Tuning” fa già capire che tipo di itinerario si sta per percorrere con un groviglio ritmico e continui interventi sulla materia percussiva che rivelano intrusioni jazzy insieme a microschegge passate nel distorsore e synth ad onda quadra. In “Gang Up” il telaio delle drum si fa più lineare e composto e lascia affiorare accenni funk intrecciati ad una vena psichedelica che dichiara ancora apertamente viva improvvisazione. Con “Swinging” la battuta si spezza ma il mood funky resta intatto, mostrandosi come una sorta di variazione del tema precedente con l’aggiunta di cristalli di sintetizzatore sminuzzati fatti volare in aria come tessere di un puzzle messo vicino ad un ventilatore acceso al massimo. In “Snappy” la velocità di crociera aumenta e l’avvicinamento a temi di cervellotica IDM di casa Warp si sente bene, congiuntamente a slanci ritmici booty. L’astrazione da sound convenzionali è palese e si fa ancora più nitida in “Blowing”, dove si toccano i 180 bpm con vampate jungle e liquefazioni soniche. Dopo la tempesta torna però il sereno ed infatti con “Offhand” si assiste ad una placida chiusura ambientale con voci destrutturate e quella costante patina di IDM astrattista che cola sopra in maniera incontrollata come se fosse vernice in un’opera di Jackson Pollock. A permeare la Bosconi Gang Band, dunque, è uno spiccato senso di interazione tra più individui che si riflette attraverso la stratificazione e sovrapposizione di tante matrici stilistiche, a testimonianza della spontaneità a cui si faceva prima riferimento.

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Una foto di Giovanni Savi che immortala la jam session della Bosconi Gang Bang prssso Manifattura Tabacchi di Firenze (giugno 2019)

«A suonare eravamo in dieci, tutti gli strumenti erano syncati tra loro ad eccezione del basso e del Roland Juno-106 che abbiamo usato per dare sfogo ad un po’ di improvvisazione offgrid» spiega ancora Della Torre. E continua scendendo nei dettagli: «Andrea ‘G Key’ Giachetti era al basso, Antonio Pecori al Moog Minimoog ed Elektron Octatrack, Ennio Colaci all’Akai MPC 1000 ed Akai MFC42, Hervè Atsè Corti ad un secondo Akai MPC 1000, Marco D’Aquino alla Roland TR-8S e al Juno-106, Martino Marini al Clavia Nord Rack 2, al Boss SP-303, al CataRT e al Roli Blocks, Niccoló Daniel Rufo alla Yamaha DX200, ad un terzo Akai MPC 1000 e ad una Yamaha TG33, Stefano Meucci al Roland Juno-106. Infine Gerald Simpson si è occupato di Reason (precisamente in “Snappy” e “Blowing”). Io, invece, posizionato in mezzo ad un semicerchio a mo’ di golfo mistico, ero al Behringer X32 per controllare tutti i volumi in uscita. Questo mixer motorizzato di nuova generazione è stato mappato anche per registrare automazioni di volume con lo scopo di ottenere una qualità di ascolto più ottimale possibile e valorizzare sul momento quelle che mi sembravano le idee migliori. Nella maggior parte dei casi gli artisti non avevano un preascolto in cuffia quindi dovevano necessariamente tirare fuori i suoni per capire bene cosa stessero facendo. Abbiamo pian piano preso le misure ed affinato progressivamente l’interazione in un crescendo di bpm ed intensità sonora. È stato parecchio divertente e in certi casi alcuni artisti sono arrivati persino a scambiarsi gli strumenti. Ciò ha contribuito a rendere la jam session ancora più diversificata e mutevole».

Bosconi Gang Band (2)

Fabio Della Torre, fotografato ancora da Giovanni Savi, al lavoro davanti al mixer Behringer X32

Un plauso è rivolto anche all’autore della copertina, duplicata su un allegato cartaceo informativo annesso al disco, che ha creato una sorta di effetto Arcimboldo ma usando (ovviamente) strumenti musicali. «A realizzarla è stato lo street artist romano Mister Thoms che ho contattato personalmente in quanto fan delle sue opere» prosegue Della Torre. «L’idea iniziale prevedeva un lavoro più caricaturale ma essendo in tanti abbiamo capito, all’unanimità, che sarebbe stato arduo caratterizzare ogni singolo personaggio. Abbiamo quindi optato per un automa unico che, nel suo insieme, ha reso bene l’idea dell’orgia sonora che è stata la Bosconi Gang Band in Manifattura Tabacchi».

La Bosconi Records è ormai una realtà discografica ben consolidata con oltre cinquanta pubblicazioni all’attivo, includendo quelle delle sublabel Bosconi Extra Virgin e Bosconi Squirts, risultato decisamente ammirevole specialmente se si pensa che sia nata nel 2008, periodo in cui le piccole etichette indipendenti ancora legate al disco in vinile stavano soccombendo inesorabilmente sotto l’invasione massiccia dei formati e tecnologie digitali. A distanza di oltre dieci anni l’etichetta fiorentina, su cui sono “atterrati” anche artisti del calibro di Paul Johnson, Dan Curtin e Gari Romalis, continua regolarmente a pubblicare musica su 12″ seppur ubicata in un Paese come l’Italia, ormai orfano di strutture distributive adeguate. «Conteggiando le uscite su CD, credo che Bosconi Records abbia in catalogo circa un’ottantina di pubblicazioni» afferma a tal proposito Della Torre. «Operare dall’Italia probabilmente è stato un po’ penalizzante, non solo per la mancanza di distribuzioni ma anche per l’assenza di media locali affermati a livello internazionale, specialmente a confronto con nazioni come Germania, Regno Unito o Paesi Bassi. Dovremmo fare più sistema e squadra, sento la mancanza di festival o meeting destinati alle etichette di settore in cui ci si possa confrontare e supportare a vicenda. Bisognerebbe tornare a valorizzare ciò che c’è di buono nel nostro Paese ma purtroppo restiamo sempre troppo arenati sui media stranieri. Per il 2020 iniziato da pochi giorni abbiamo in serbo diverse novità, a parte l’uscita imminente di Bosconi Gang Band. Stiamo lavorando a nuovo materiale come Minimono destinato a Bosconi Records ma non solo. In programma c’è un disco dei Nas1 per la sublabel Bosconi Extra Virgin ed altre cose bollono in pentola. Non sono in cerca di nomi altisonanti o remix illustri però ma solo di buona musica fatta in casa. Riguardo Bosconi Gang Band invece, contiamo di ripetere l’esperienza in futuro magari davanti ad un pubblico. Il nuovo materiale che ne deriverà sarà a disposizione per un potenziale secondo disco. Bosconi Gang Band è un progetto che potrebbe facilmente autoalimentarsi e, perché no, arricchirsi e diversificarsi nella formazione».

Via Dei Bosconi

Il cartello stradale di Via Dei Bosconi, a Fiesole, situato nella zona da cui prende il nome l’etichetta Bosconi Records

Il futuro imminente di Bosconi Records promette quindi intriganti novità non perdendo mai di vista la personalità e il legame col territorio, rimarcato dal nome tratto dall’area I Bosconi, sulle colline fiesolane a nord di Firenze, e non come qualcuno potrebbe pensare dal brano “Bosconi” di Moodymann, uscito nel 1997 su Planet E. «Rivelai questo retroscena a Carl Craig quando venne a suonare al Viper Theatre in occasione del Nextech Festival, nel 2013, ma stentava a crederci. Fui costretto a mostrargli la foto del cartello stradale di Via Dei Bosconi per convincerlo! Poi, confrontandomi con Moodymann e Mike Banks, ho scoperto che gli Sconies erano una gang italiana a Detroit attiva negli anni Ottanta, nota anche come Bosconi» conclude Della Torre. (Giosuè Impellizzeri)

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La discollezione di Andrea Benedetti

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Andrea Benedetti insieme ai suoi dischi. A sinistra, in particolare, si scorge il box set “Time Capsule” edito nel 2018 dalla spagnola Fundamental Records. All’interno anche uno dei suoi brani, “Last Warning”

Qual è il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
Essendo nato nel 1967, appartengo all’epoca in cui si vendevano molto i 45 giri che oggi molti chiamano 7″. I miei primi acquisti, pertanto, sono stati quelli. Ai tempi inoltre c’era l’abitudine/tradizione di regalare quei dischi anche alle feste di scuola o di compleanno: a ripensarci oggi era una autentica figata regalare musica! Il primo 45 giri che ricordo di aver acquistato di persona comunque è stato “Magic Fly” degli Space, nel 1977. Il primo 12″ (a quel tempo si chiamavano gergalmente “mix”) lo comprai invece nel 1979, “Goodnight Tonight” dei Wings.

L’ultimo invece?
“Exodus EP” di The Exaltics. Sul magnifico picture disc c’è anche un pezzo col featuring di Egyptian Lover, “I Want You”.

Quanti dischi sono presenti nella tua collezione?
Non ne ho idea, non li ho mai contati. Sfrutto questa intervista per fare il punto della situazione e credo di averne circa tremila, tra 12″ ed LP, e intorno ai duecento in formato 7″. Non è una grandissima raccolta ma ultimamente sono diventato molto critico quindi tendo a conservare solo la musica che mi fa venire la pelle d’oca quando la sento. Niente cose extra, tipo pezzi di cui mi piace un minuto e basta. Per tale ragione ogni tanto raduno un po’ di roba che mi ha stufato o che non mi emoziona più e la metto in vendita. Non saprei quantificare neanche quanto denaro abbia speso anche perché tra promo, copie prese quando avevo la distribuzione, usato e nuovo, è veramente impossibile fare un conto. Tuttavia credo che, avendo iniziato a comprare musica all’età di dieci anni, avrò investito decine di migliaia di euro, analogamente a coloro che come me amano la musica da un periodo medio lungo.

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Uno sguardo d’insieme della collezione di dischi di Andrea Benedetti

Come è dove è organizzata?
Si trova nella mia casa. Appena entri, a destra, c’è un mobile tipo consolle da vecchio club, con una libreria/discoteca costruita alle spalle dello stesso mobile. Ho tutto a portata di mano, basta girarmi. Un sogno insomma. I dischi sono incasellati per genere e non in ordine alfabetico. Direi in ordine emotivo, in base ad una collocazione personale che mi ha portato a metterli all’interno di un determinato box piuttosto che in un altro. L’unico metro di catalogazione adottato, soprattutto per la parte funk, electrofunk e wave, è quello dei BPM, seppur non in modo rigidissimo. Vanno dal più lento al più veloce.

Segui particolari procedure per la conservazione?
Nonostante sia molto ordinato, non sono maniacale. Nessuna busta di plastica o lavaggi insomma. Un disco me lo vivo e se si rovina lo ricompro. L’unico dettaglio a cui presto attenzione sono le “mutande” interne: se c’è spazio nella copertina, le metto sempre.

Ti hanno mai rubato un disco?
Questo è un tasto dolente. Nel 1992 finii una serata tornando alle quattro del mattino. Ero stanco ed incautamente non scaricai le due valigie di dischi che avevo con me. La macchina era parcheggiata esattamente sotto casa, abitavo al primo piano. Mi rubarono l’auto con dentro ovviamente tutti i dischi. Per me fu un vero choc. Ero talmente incazzato da mettermi a girare per tutto il quartiere andando pure in posti piuttosto pericolosi, da solo con la macchina di mia madre. Ero letteralmente fuori di me. Non avevo mai lasciato i dischi in auto e fu veramente assurdo che l’unica volta che ciò accadde la sorte mi punì così. Ovviamente da quel momento non ho più commesso lo stesso errore. Credo di aver recuperato quasi tutto quello che persi ma non lo saprò mai con certezza perché non ricordo nel dettaglio ciò che avevo in quei due flight case, o forse l’ho rimosso.

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Uno dei dischi a cui Benedetti tiene di più, “I’m The One” dei Material, del 1982

C’è un disco a cui tieni maggiormente?
Ho una fissazione per “I’m The One” dei Material. Sul lato b c’è “Don’t Lose Control” che adoro alla follia. Ne ho già tre copie ma ogni volta che ne trovo una in giro la prendo. Per me rappresenta il culmine fra elettronica, sperimentazione, funk e musica etnica. Quella musica universale che mi manda fuori di testa.

Quello che ti sei pentito di aver comprato?
L’ho già dimenticato perché, se non mi è piaciuto, l’ho venduto.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
“Drive Me Insane” di Airplay, su Silver Spur Records. Un pezzo electrofunk del 1982 che mi ha fatto conoscere il mio “fratellino” hip hop Federico “DJ Stile” Ferretti, ma non scucirò mai la somma che chiedono ora su Discogs.

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La copertina di “Discovers The Rings Of Saturn” di X-102 (Tresor, 1992), una delle più belle secondo Benedetti

Quello con la copertina più bella?
Sicuramente “Discovers The Rings Of Saturn” di X-102, su Tresor, del 1992. La scelta del font, l’immagine e il montaggio grafico sono incredibili anche oggi.

C’è uno che, più di altri, evoca in te precisi ricordi?
Uno su tutti, “The Final Frontier” di Underground Resistance perché sopra c’è una dedica di Mike Banks che scrisse quando ci conoscemmo, nel 1993. Fu una giornata complicata per loro, vennero a Roma per un rave ma sorsero problemi tecnici ed economici con gli organizzatori. Noi gli demmo una grande mano per risolvere tutto al meglio e a quel punto lui decise di regalarmelo con una dedica speciale. Da quel giorno siamo rimasti molto amici, non ha dimenticato quanto fatto quel giorno. Tempo dopo io e Marco Passarani decidemmo di chiamare la distribuzione Finalfrontier proprio in omaggio a Mike Banks, Underground Resistance, Star Trek (da cui proveniva il titolo nonché pellicola che adoravamo pure noi) e Submerge.

Che negozi di dischi frequentavi quando iniziasti ad appassionarti di musica?
A parte quello vicino casa dove compravo i primi 45 giri quando ero piccolo e di cui non ricordo più il nome, per anni il mio negozio preferito è stato Best Record, a Roma. Il titolare era Claudio Casalini, noto DJ della capitale, proprietario dell’omonima etichetta discografica e di una catena di negozi con lo stesso nome. Il punto vendita in Via di Sant’Andrea delle Fratte, tra Via del Tritone e Piazza di Spagna, lo adoravo. A gestirlo erano due DJ romani, Stefano Carletti e Giorgio Sgarbi, che avevano un gusto più americano che europeo. Lì trovai tantissimo materiale electro ed electrofunk nel periodo 1982-1984. Nella mia mente era un piccolo scorcio di New York a Roma. In quel negozio ho acquistato roba veramente particolare, come “Get Streetwise” dei Messinger Service o “Funky Soul Makossa” dei Nairobi, senza contare i dischi su Prelude Records, Streetwise e Profile. Contribuì molto a forgiare il mio gusto perché trovavo ciò che cercavo e in più avevo proposte musicali che, in assenza di blog, webzine e riviste di settore, difficilmente avrei potuto recuperare in altro modo.

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Un altro dei dischi essenziali di Andrea Benedetti, l’album “Planet Rock” di Afrika Bambaataa & Soulsonic Force (Tommy Boy, 1986)

Per quanto riguarda invece gli e-shop, quando hai iniziato ad acquistare via internet? Ritieni che l’e-commerce abbia stravolto più positivamente o negativamente gli equilibri del settore discografico?
Ho comprato solo qualche volta copie fisiche da negozi online, solitamente da Clone o Rubadub, o in alternativa direttamente dagli artisti o dalle label attraverso Bandcamp. Per l’usato invece, quando serve, mi affido a Discogs ma senza farmi prendere per il collo. Direi che l’e-commerce abbia fatto saltare il passaggio intermedio dei distributori che infatti hanno chiuso praticamente tutti. Non credo però sia stato l’e-commerce a creare la crisi del mercato discografico anzi, forse quella è stata l’ultima chance per negozi e distributori di vendere qualche copia in più visto che la gente comprava sempre meno dischi in seguito all’arrivo del CD prima e dei formati digitali poi. Era un grido di dolore e sopravvivenza più che di cupidigia o speculazione.

Compri musica anche in formato liquido? In caso affermativo, come fai a destreggiarti nel mare magnum delle pubblicazioni digitali?
Amici ed etichette mi mandano tanti file così tre anni fa ho comprato due lettori Pioneer XDJ per poter finalmente suonare quella musica ed organizzarla attraverso il software Rekordbox. A quel punto ho iniziato anche ad acquistare musica liquida e mi sono subito trovato a mio agio con Bandcamp, piattaforma con cui posso seguire direttamente gli artisti e le label che mi piacciono e trovare praticamente tutto su di loro. Per scoprire e scovare nuova musica uso i social network e i consigli degli amici. La condivisione musicale è tutto in questo senso però apprezzo anche la casualità dei suggerimenti automatici di Bandcamp o YouTube da cui possono emergere scoperte eccezionali.

Nella tua vita hai comprato tanti dischi ma altrettanti li hai venduti. Come scrivi in “Mondo Techno”, «nel 1993 Sandro di Remix voleva espandere la propria attività aprendo una sezione di import diretto di dischi. Mi contattò e mi propose la cosa che mi sembrò subito interessante. Iniziai in un piccolo ufficio, separato dal negozio, dove c’erano solo un telefono, un fax ed una scrivania». Come si svolgeva quel tipo di attività quando tutte le ovvietà tecnologiche del presente dominato dal web non esistevano ancora?
Era un periodo veramente pionieristico della distribuzione perché, in assenza di internet, le uniche vie di comunicazione e condivisione erano il fax e il telefono. L’unico modo per vendere a persone che stavano a chilometri di distanza era, piuttosto banalmente, mettere la cuffia sul microfono della cornetta del telefono e far sentire all’interlocutore cosa volevi proporre. Prima si mandava il fax con la lista del materiale disponibile, poi si prendeva un appuntamento telefonico in cui, per l’appunto, si suonavano i pezzi che il commerciante chiedeva e cercando, nel contempo, di suggerire altro. Noi stessi seguivamo il medesimo iter quando acquistavamo dall’estero. Io e Marco Passarani, mio socio in quegli anni, ci mettevano seduti ed ascoltavamo le proposte dalle casse collegate al nostro telefono. Su tale procedura insisteva una evidente problematica della qualità audio molto low-fi, per cui dovevi in qualche modo “immaginarti” la musica da acquistare, però era una cosa talmente diffusa che praticamente tutti erano avvezzi a quel tipo di ascolti e difficilmente facevi errori di valutazione sulla qualità del disco che stavi acquistando. A ripensarci ora è interessante a livello cognitivo su come l’essere umano si possa adeguare a tutto, specialmente a livello sensoriale.

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Un altro disco estratto dalla collezione di Benedetti, “Revolution For Change” di Underground Resistance (Network Records, 1992)

Sempre in “Mondo Techno” scrivi che «nessuno dei grandi distributori di Milano (Discomagic, Dig-It International, New Music International) era interessato alla musica che importavamo noi. Erano tutti attratti da cose più commerciali e soprattutto a vendere la loro musica, pseudo house e techno, realizzata quasi esclusivamente seguendo la richiesta del mercato con dinamiche promozionali e distributive obsolete e miopi. […]. Agganciammo alcuni distributori tedeschi e soprattutto con la Neuton di Offenbach, vicino Francoforte sul Meno, si creò un rapporto di fiducia e rispetto. Da loro avemmo in esclusiva alcune etichette, allora sconosciute, come Fax, Kompakt, Cheap, Mego, Trope, Kanzleramt, Perlon, Playhouse e Klang Elektronik più molte altre venute successivamente. Inoltre contattammo direttamente etichette che ci piacevano importandole in Italia praticamente per primi come nel caso della Skam di Manchester, della Interdimensional Transmissions di Detroit e delle olandesi Viewlexx e Clone. In più curammo anche il catalogo, cosa rara in quegli anni, di etichette come Underground Resistance, Plus 8 Records e Rephlex». Quanti negozi, in Italia, acquistavano il materiale che importavate dall’estero? Notasti una maggiore richiesta ed interesse in determinate aree nazionali? Che tipo di dinamiche promozionali seguivate per differenziarvi dai grossisti milanesi?
Non ricordo più con esattezza quanti negozi rifornivamo ma credo fossero all’incirca una quarantina. Alcuni cercavano di comprare da noi solo la musica che non trovavano a Milano per soddisfare i clienti più esigenti, altri invece puntavano di più sulle nostre proposte. Fra questi sicuramente Ice Age di Nino La Loggia e KZ Sound di Francesco Zappalà e Killer Faber, entrambi a Milano, Mandragora Dischi di Gianpiero Pacetti alias JP Energy, a Brescia, Mixopiù di Piero Zeta, a Faenza, e Zero Gravity di Fabrice, Leo Mas ed Andrea Gemolotto, ad Udine (negozi ampiamente trattati, con relative interviste, in Decadance Extra, nda). Oltre ovviamente a ReMix di Sandro Nasonte, a Roma. Il nord Italia era più attivo rispetto al centro sud ma questo dipendeva soprattutto dal fatto che ci fossero più locali e DJ. A Roma le cose sono cambiate con l’avvento dei rave, nel 1990. Da quel momento in poi molta più gente iniziò a comprare dischi, soprattutto techno europea ed americana nonché IDM ed ambient. Prima invece il mercato della capitale era legato quasi esclusivamente ai DJ dei tantissimi locali sparsi in città. Con l’arrivo dei rave il mercato si è espanso sensibilmente abbracciando anche coloro che non erano disc jockey ma semplicemente appassionati, e oggi ciò fa riflettere: tante persone investivano denaro in musica non pensando necessariamente a suonare e ad esibirsi come artisti. Per quanto concerne la sfera promozionale invece, puntavamo essenzialmente sul passaparola, limitando le inserzioni pubblicitarie e mirando sull’unicità della nostra proposta perché non c’era davvero nessun’altro, in Italia, ad avere la musica che trattavamo noi.

Oggi avrebbe senso creare, nel nostro Paese, un distributore come era il vostro?
Ritengo che un distributore puro, come lo si intendeva in passato, non possa più esistere. Non è certamente un caso che non ne siano rimasti praticamente più nel mondo. Ci sono invece negozi che fanno tutto: vendita al dettaglio, vendita online, pubblicazione di musica attraverso etichette interne, stampa per conto terzi di altre etichette e, infine, distribuzione. Credo che l’ulteriore evoluzione di queste realtà sia creare ancora più offerta, includendo spazi per mostre e talk, sale di registrazione (mobili e fisse) e, se possibile, un mini club. Uno spazio modulare insomma, magari gestito da più persone/artisti, per creare una sorta di piccolo universo omni inclusivo ma nel contempo aperto a collaborazioni esterne.

Come e cosa vedi nel futuro del disco? Ormai, per il grande pubblico, pare sia solo un oggetto di modernariato.
Il disco può rappresentare una parte del tutto ma non è più il centro come un tempo. Non ha senso oggi. È un formato come un altro che ha le proprie peculiarità in termini di unicità e riproducibilità ma che va affiancato al digitale. Comunque vedo molto più in difficoltà il CD, un formato che adoravo e che credo sia ancora parecchio utile in termini di ascolto e qualità ma che, per via del digitale, sta praticamente sparendo dalla circolazione.

Oltre ad essere DJ, produttore discografico, conduttore radiofonico, autore di un riuscito libro e, praticamente da sempre, divulgatore culturale, hai scritto anche per diverse riviste come Tunnel, la fanzine che tu stesso hai fondato nel 1993, SuperFly ed Orbeat. Ritieni che il giornalismo musicale italiano contemporaneo, legato alla scena house/techno, stia adeguatamente colmando le lacune create nei decenni passati? Il web sta dando i suoi frutti o l’enorme potenziale della Rete è stato smorzato rispetto alle galvanizzanti aspettative? Un confronto con le bibliografie e fonti documentaristiche estere purtroppo rivela ancora una terribile inerzia del nostro Paese e, come se non bastasse, capita troppo spesso di imbattersi, sia sul web che attraverso la radio, in casi di mera appropriazione culturale da parte di chi vorrebbe passare per storico della materia ma si limita a diffondere banale nozionismo wikipediano per giunta farcito di errori marchiani.
Credo che di improvvisati ce ne siano dappertutto, anche all’estero. La vera differenza sta nella controproposta. La nostra c’è ma non è forte come in altri Paesi dove si parla in maniera storicamente più accurata di disco, electro, house e techno. Se lo si fosse fatto dagli inizi magari si sarebbe creata una cultura di base più solida, non necessariamente fatta di nerd collezionisti ma di persone più consce dei fatti e quindi capaci di reagire autonomamente alla superficialità ed alle falsità che gireranno sempre in ogni ambiente. Inoltre, non essendo stato fatto dal principio, si tratta di una cultura piena di nozioni contrastanti che creano più confusione che informazione. E, infine, non è così forte a livello di impatto anche solo numerico e di infiltrazione nei media perché di base in Italia la musica di cui parliamo viene troppo spesso relegata nel calderone della “dance”. Quasi mai vengono messi in evidenza altri valori fondanti come lo spirito di uguaglianza, di rapporto umanista con la tecnologia e di visione del futuro. Si parla di sballo, di edonismo, al massimo di divertimento e poco altro per cui tutte le sfaccettature si perdono e diventa fondamentalmente tutto uguale.

Estrai dalla tua collezione almeno dieci dischi a cui sei particolarmente legato per varie ragioni.

Pink Floyd - KraftwerkPink Floyd – The Dark Side Of The Moon / Kraftwerk – The Man Machine
Mia madre ha divorziato ufficialmente nel 1977 ma già da anni mio padre non c’era a casa, nonostante ci vedessimo ogni tanto. Quando iniziò a lavorare nuovamente, visto che per un po’ di tempo aveva lasciato l’occupazione per dedicarsi alla famiglia (il classico errore storico/sociale che si commetteva di frequente in quegli anni) fu costretta ad affidarmi per qualche ora ad una vicina il cui figlio aveva circa diciotto anni ed era un patito di musica. Possedeva una collezione di dischi pazzesca e mentre stavo lì metteva sempre musica di vario genere. A sconvolgermi furono due dischi: “The Dark Side Of The Moon” e “The Man Machine”. Ricordo ancora esattamente la posizione nella sua stanza quando li ho sentiti. Avevo solo dieci anni e quei due album sono rimasti lì, impressi fra cuore e cervello, e non se ne andranno mai.

Beatmaster - LipserviceBeatmaster – Lipservice
Ho sempre amato l’hip hop fin dagli inizi e la svolta elettronica di “The Message” di Grandmaster Flash mi colpì tantissimo. Poi arrivò Larry Smith coi Whodini e i Mantronix che fecero salire ulteriormente il livello qualitativo in quella direzione, ma “Lipservice” dei Beatmaster, che si muove fra electro e wave funk, saldamente radicato nell’hip hop, mi dà i brividi ancora oggi. Lo presi ai tempi dell’uscita, nel 1984, dal citato Best Record, e mi fece scoprire sia il produttore, Keith LeBlanc, ex batterista della Sugarhill Gang Band che ho successivamente amato per i suoi progetti con Mark Stewart e i Tackhead, sia l’etichetta Celluloid e i menzionati Material di Bill Laswell che adoro. A tutto questo arrivai leggendo i crediti sui centrini dei dischi e facendo intersezioni ed incastri. Gli stessi che oggi si possono fare con un semplice clic su Discogs, un sistema rivoluzionario in questo senso. “Lipservice” è stato un ponte verso nuovi ascolti per me fondamentali.

John Carpenter & Alan Howarth - Escape From New YorkJohn Carpenter & Alan Howarth – Escape From New York (Original Motion Picture Soundtrack)
Probabilmente uno dei dischi che ho ascoltato più volte in vita mia, da quando ho visto il film. Un autentico tripudio di synth e sequencer che mi hanno influenzato in maniera incredibile. Praticamente la colonna sonora della mia vita. Non riesco davvero ad aggiungere altro.

Herbie Hancock - Future ShockHerbie Hancock – Future Shock
Dopo tanti anni non sono riuscito ancora a trovare una cosa sbagliata in questo album del 1983: il mix fra elettronica, funk, jazz, hip hop e musica africana è visionario ma allo stesso tempo assolutamente intellegibile da tutti. Grandmixer D.St. che scratcha sulle percussioni di Daniel Ponce, Hancock che improvvisa sulle drum machine di Michael Beinhorn, Bill Laswell che duetta con Sly Dunbar… Fu la prima musica universale che ho sentito, doppiata l’anno dopo dal meno conosciuto, ma altrettanto meraviglioso, “Sound-System”. Ho sempre cercato questo approccio aperto nella musica trovandolo, seppur in forma diversa ma ugualmente significativa, nell’electro, nell’house e nella techno.

Yello - You Gotta Say Yes To Another ExcessYello – You Gotta Say Yes To Another Excess
Sono un fan assoluto del duo svizzero, soprattutto dei primi album. Questo, del 1983, non ha neppure un pezzo che non mi piaccia. Epici, teatrali, malinconici, ironici: con l’LP in questione gli Yello rompono la barriera dei generi ed entrano nell’assoluto dei classici senza tempo.

Model 500 - No UFO'sModel 500 – No UFO’s
Appena l’ho sentito ho capito che ci fosse qualcosa di diverso. Sembrava EBM ma nel contempo era anche funk. Non sapevo fosse techno. Da quando l’ho capito tutto ha avuto un senso e non ho mai smesso di dirlo a chiunque avesse voglia di sentirmi.

Major Malfunction - Gives You Central HouseMajor Malfunction – Gives You Central House
La Djax-Up-Beats di Miss Djax è stata una delle etichette europee che mi hanno influenzato di più. Mi piacevano soprattutto gli artisti fuori dagli schemi, come Stefan Robbers alias Terrace, di cui adoravo anche la sua label Eevo Lute Muzique, e soprattutto Maarten van der Vleuten ovvero Major Malfunction, in questa occasione in coppia con Marius Kuilenberg. Sono diversi gli EP usciti con tale pseudonimo ma questo resta il mio preferito. Contiene cinque brani (“House Shield”, “Positive Nuisance”, “Tronsanic”, “Mushroom Memories” e “Magnetism”) di techno europea perfetta, che partono dalla lezione di Detroit per sviluppare un suono originale, futuristico e sperimentale ma assolutamente ballabile.

Underground Resistance - World 2 WorldUnderground Resistance – World 2 World
Un disco che rappresenta l’essenza dell’universalità della techno di Detroit. Uno dei quattro brani racchiusi al suo interno, “Jupiter Jazz”, si può suonare sia nel club da duecento persone che nelle big room ottenendo sempre lo stesso effetto di pace universale, orgoglio, felicità, consapevolezza del presente e visione del futuro. Mike Banks è immortale.

Afrika Bambaataa & Soulsonic Force - Renegades Of Funk!Afrika Bambaataa & Soulsonic Force – Renegades Of Funk!
“Planet Rock” è stato il battesimo per l’electro che è una parte fondamentale della mia vita musicale, ma “Renegades Of Funk!” ha rappresentato il passo in avanti del gruppo, che era anch’esso un meraviglioso messaggio di collaborazione multirazziale con la presenza dei produttori Arthur Baker e John Robie. Impegno politico, suoni quasi wave misti alla tradizione africana. Ballavi e pensavi sentendoti parte del tutto e di qualcosa che poteva essere, di un futuro che diventava presente mentre lo vivevi in tempo reale.

(Giosuè Impellizzeri)

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La discollezione di Lele Sacchi

Lele Sacchi 1

Lele Sacchi e la cassetta promozionale di “Introducing…..Endtroducing” di DJ Shadow

Qual è stato il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
Escludendo i 7″ di cartoni animati e quelli de “Le Fiabe Sonore” che sono stati sicuramente i primi che ho ascoltato, il primo fu “Misfits”, la raccolta degli statunitensi Misfits uscita nel 1986.

L’ultimo invece?
L’album “The Mauskovic Dance Band” della band omonima.

Quanti dischi puoi contare nella tua collezione? Riusciresti a quantificare il denaro speso per essa?
Intorno ai diecimila pezzi, tra LP, mix e CD. È difficile però fare un calcolo di spesa perché purtroppo non sono ancora riuscito a caricare la discografia su Discogs che comunque fornirebbe un valore di mercato medio del momento e non quello equivalente alla spesa iniziale. Alcuni anni fa ho subito l’allagamento di una cantina che fortunatamente ha intaccato solo una parte dei miei dischi lì depositata temporaneamente ma che mi ha comunque costretto a buttarne duecento/trecento con copertine distrutte e “mutande” interne ormai fuse col vinile. Poi, durante un trasloco, ho venduto un migliaio di 12″ che reputavo solo ingombranti (di qualcuno, probabilmente, un giorno me ne pentirò). Qualche altro centinaio di 12″ di dance elettronica varia non l’ho pagata sia poiché, tra 1998 e 2004, lavoravo come import label manager presso White & Black, sia in virtù della carriera da DJ nei club e in radio che mi garantiva copie promozionali. Ad ogni modo ho speso una cifra assolutamente considerevole. Da adolescente investivo in dischi praticamente tutti i soldi che mi capitavano tra le mani e quando iniziai a lavorare nel settore musicale mi sembrò normale avere dei conti mensili aperti nei negozi e presso gli importatori, visto che da lì mi guadagnavo da vivere.

Lele Sacchi 3

Una parte della collezione di Sacchi. In evidenza si scorgono le copertine di “Discomusic” di The Soundwork-Shoppers, “Headz Ain’t Ready” di DJ Vadim e la compilation “Italo Funk”

Come è organizzata la tua raccolta?
Secondo una suddivisione sommaria. Gli LP sono riposti abbastanza ordinatamente per genere, cercando di tenere vicini gli autori (cosa che però, periodicamente, viene scombinata), i 12″ invece vanno per macroaree tendenzialmente regionali (tedeschi, americani, britannici etc). Di tanto in tanto tento di accostare anche i cataloghi delle etichette. Sotto questo profilo non sono molto ordinato. Poi, quando ripesco singoli che non ascolto da tempo, faccio una piccola selezione di quelli risuonabili tenendoli in un unico posto. I “classic” che mi capita spesso di usare invece sono tutti assieme.

Segui particolari procedure per la conservazione?
Non ho mai ricorso ai lavaggi e solo una parte di dischi è racchiusa in copertine plastificate. Un collezionista purista non faticherebbe molto a considerarmi un punkabbestia.

Ti hanno mai rubato un disco?
Una volta mi hanno rubato due flightcase su un’auto. Dormii a casa di un amico, non lontano dal club dove avevo appena finito di lavorare, e stupidamente ed incautamente li lasciai nel bagagliaio. La mattina seguente trovai l’auto aperta, avevano ripulito tutto ciò che era dentro, incluse le borse dei dischi. Penso siano stati dei ladri casuali attratti da una giacca e da un sacchetto che si trovavano sul sedile posteriore, ma a quel punto presero anche i dischi. Il 90% del contenuto era fatto di 12″ di musica house. Quelli che reputavo fondamentali li ho ricomprati dopo aver fatto il giro dei mercatini dell’usato nelle settimane successive, purtroppo senza esito. Un’altra volta invece, tornando da una serata fuori città, avevo aperto il bagagliaio a notte fonda ad un incrocio in centro a Milano per ridare la borsa ad un’amica che aveva viaggiato con me. Mentre eravamo fermi a chiacchierare e comprare le sigarette al distributore automatico lì di fianco, si fermò un’auto di giovani completamente fatti. Scesero dal veicolo e, approfittando della nostra poca attenzione, tentarono di rubare due dei miei flightcase. Mi girai saltando sul cofano della macchina e fortunatamente la scena da pazzo li fece ridere. Mi ridiedero tutto dopo che spiegai che lì dentro ci fossero solo dischi e non materiale di valore. Ebbi mezzo infarto e mi resi conto di aver rischiato quantomeno una rissa in cui le avrei anche prese.

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Lele Sacchi con due dei dischi a cui è legato per particolari ragioni: a sinistra l’EP dei Fugazi, a destra “Dubnobasswithmyheadman” degli Underworld

Qual è il disco a cui tieni di più?
Il primo EP dei Fugazi, “Fugazi”, del 1988. Ne ho tre copie ma nella prima che comprai un paio di anni dopo la pubblicazione continuo a conservare il foglio A4 da cui fotocopiavo la locandina della mia primissima trasmissione radiofonica che riprendeva proprio quella copertina. La considero musicalmente una delle migliori pubblicazioni post punk e di musica in generale, oltre a ricoprire un significato affettivo che non svanirà mai.

Quello di cui ti sei pentito di aver comprato?
Se parliamo di 12″ di dance elettronica ne ho davvero tantissimi. Quando entravi nei negozi di fiducia ti passavano cinquanta/sessanta dischi, li ascoltavi non sempre con la dovuta attenzione e spesso compravi più sulla fiducia del produttore o della label o perché ti sembrava buono un groove di una B2 che poi alla fine non suonavi neppure e il disco rimaneva lì a marcire. Lo stesso vale per i pomeriggi trascorsi nei magazzini dei distributori, tra montagne di dischi ed ascolti distratti. Ma in un modo o nell’altro non sento di essere davvero pentito. Quei dischi rappresentano comunque un momento di un sound che suonavo o che mi piaceva, seppur parzialmente. Per quanto riguarda gli album invece, credo di aver comprato sempre o per l’effettiva qualità sonora o per fanatismo, soprattutto quando ero molto giovane. Tuttavia ho sicuramente qualche LP ascoltato pochissimo e acquistato solo con l’idea che l’effettivo valore economico fosse maggiore di quello speso o che, più banalmente, facesse “discografia”.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
Forse “SXM” dei Sangue Misto, del 1994 (ristampato recentemente dalla veronese Tannen Records, nda). Per me e i miei amici fu un disco amatissimo e gran parte di quelli della mia “compa” dell’epoca lo comprarono ai tempi dell’uscita. Io acquistai il CD, che prestai allora e non mi fu restituito, ma non il vinile. Su 12″ ho i due singoli, “Senti Come Suona” del 1994 e “Cani Sciolti” del 1995, ma mi spiace che uno dei dischi più importanti della discografia indipendente italiana che ho vissuto in prima linea non sia presente nella mia collezione. Mi piacerebbe molto averlo ma non ho alcuna intenzione di pagarlo le cifre a cui si vende adesso.

Quello di cui potresti disfarti senza troppe remore?
Due dischi di Albert Ayler su stampa giapponese che comprai online ad un’asta. Il web talvolta porta ad acquisti compulsivi.

Quello con la copertina più bella?
È difficilissimo rispondere. I primi che mi vengono in mente sono molto banali, “Unknown Pleasures” dei Joy Division accompagnato dal cartone zigrinato, “Paul’s Boutique” dei Beastie Boys e il 7″ “Salad Days” dei Minor Threat, ma forse quella che ho tenuto in mano, studiato e vissuto di più è “Dubnobasswithmyheadman” degli Underworld. Il lavoro grafico di Tomato, collettivo artistico guidato dagli stessi Karl Hyde e Rick Smith, cosa che per me lo rese ancora più figo, era basato sul puro lettering in bianco e nero e mi lasciò a bocca aperta col suo minimalismo massimalista. Ascoltavo ininterrottamente il disco con la copertina in mano! Menzionerei anche le inner sleeve dei Public Enemy coi testi stampati, anche quelle generavano ascolti a ripetizione. Cercavo di stare dietro alle lettere battute in font piccolissimi mentre Chuck D sparava rime a cento all’ora.

Che negozi di dischi frequentavi da adolescente e all’inizio della carriera da DJ?
Abitavo a Pavia ed andavo da Maximum Records che era uno dei tanti negozi di provincia fornitissimi di dischi d’importazione. Pubblicava annunci pubblicitari anche su riviste nazionali come Rockerilla o Il Mucchio. Ovviamente ogni “bigiata” da scuola era buona per andare a Milano, distante soli venticinque minuti di treno, da Supporti Fonografici, New Zabriskie Point, Merak e Psycho. Quando iniziai a frequentare Milano in modo più assiduo, intorno ai diciotto/diciannove anni, cominciai a comprare direttamente anche dai vari distributori, importatori e grossisti come Venus, Dig It International, Family Affair e Flying Records. Da lì a breve ebbi l’opportunità di collaborare con riviste musicali e proporre DJ set nei locali e ciò rese possibile entrare sia negli uffici delle major, sia andare regolarmente a Londra, da dove tornavo con valigiate di dischi, promo recuperati direttamente dalle label e dai giri in negozi ormai scomparsi come Atlas, Black Market Records, Sister Ray, Mr. Bongo ed altri. Ai tempi, comunque, si trovava quasi tutto anche a Milano ma le visite londinesi mi permisero di essere continuamente aggiornato su generi più alternativi come breakbeat, drum n bass o trip hop, che poi furono quelli ad avermi fatto guadagnare le prime date come DJ professionista. Per avere le novità di questi filoni stilistici era necessario essere in contatto con Londra e di fatto quando iniziai a lavorare nella distribuzione discografica avevo già le strade aperte per importare materiale che in Italia non si trovava facilmente.

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Un’altra parte della collezione di Sacchi

Quando hai iniziato ad acquistare per corrispondenza o via internet invece?
Non ho mai cominciato “seriamente” a comprare via internet perché non mi piace. Lo trovo estremamente omologante o per i collezionisti “fissati”, una categoria che con lo studio, l’analisi della musica e l’amore per il suono non ha davvero niente a che fare. Online mi limito ad acquisti mirati, a volte ad alcune aste quando, ad esempio, trovo dei lotti che reputo convenienti. Una o due volte all’anno, inoltre, mi capita di ricevere qualche lista direttamente da rivenditori ed acquisto, al massimo, un collo.

L’e-commerce ha, per ovvie ragioni, azzerato il rapporto che un tempo esisteva tra negoziante ed acquirente. Rimpiangi quindi quel filo comunicativo che poteva crearsi tra gestore e cliente?
È proprio il motivo per cui non apprezzo il commercio online di musica. Il negozio di dischi era anche una scuola: rapportarsi non solo col commerciante ma anche e soprattutto con altri clienti, rappresentava un elemento di confronto culturale costante. Anche la semplice emozione di studiare il catalogo di una label che si trovava all’interno degli album forniva più spunti rispetto alla ricerca attuale online. Certo spesso, soprattutto da giovane, rischiavi di essere raggirato. Non ho un aneddoto specifico in tal senso ma capitava, se non eri un cliente abituale, che il commerciante ti rifilasse una crosta invenduta da mesi, incensandoti quel qualcosa che non conoscevi e che ti sentivi costretto a comprare per non fare la figura dell’ignorante. Allo stesso tempo però non avrei scoperto incredibili dischi o artisti senza esserne forzato, a volte magari facendomi prendere per il culo (il nonnismo vigeva fortissimo nei negozi di dischi di una volta!). Lo studio si sta perdendo per la metodologia di comunicazione del web, non per le opportunità che invece il web dà a chi ha veramente voglia di andare a fondo nei fatti di musica. Non mi stancherò mai di ripeterlo ai miei studenti dello IED: non fermatevi alla superficialità che internet fornisce orizzontalmente, andate sotto, create collegamenti e studiate. Avete l’opportunità di ascoltare e trovare tutto, o quasi.

Nel 2000 hai fondato la Soundplant, etichetta che in catalogo annovera le presenze, tra gli altri, di Harley & Muscle, Ciudad Feliz, Freestyle Man e Julian Sanza. Le pubblicazioni, tutte su 12″ fatta eccezione per la compilation su CD “House Emotions” da te curata, però si interrompono nel 2007, periodo in cui molti distributori falliscono e vari pressing plant chiudono battenti per mancanza di lavoro. Quali ragioni portarono allo stop di Soundplant? C’era un nesso con la perdita di appeal e valenza economica del disco in quel particolare periodo storico? Hai mai valutato l’ipotesi di riportarla in vita?
Come dicevo all’inizio, per circa sei/sette anni ho lavorato da White & Black, un distributore di Alessandria che alla fine degli anni Novanta aprì a Milano ed esplose proprio grazie all’attenzione che i tanti dipendenti molto giovani davano all’import di prodotti di nicchia. Abbiamo trascorso degli anni fondamentali in cui il mercato di suoni elettronici particolari e nuovi, soprattutto quello su CD e compilation, si era espanso tantissimo. Firmai le esclusive per l’Italia dei Gotan Project (disco d’oro di vendite), delle raccolte “Café Del Mar” e “Buddha-Bar”, vendutissime all’epoca, ma anche di label come Versatile, Lo Recordings, Moving Shadow ed altre davvero all’avanguardia. Inoltre eravamo fra i pochissimi ad importare dozzine di titoli per DJ non devoti alla house, dal breakbeat in giù. Le cose andavano bene per la società e contemporaneamente per me come DJ (approdai nel ruolo di resident e booker ai Magazzini Generali e giravo i locali più interessanti d’Italia) perciò, dopo aver pubblicato una compilation mixata che vendette molto nel circuito internazionale, “The Next Tribes Of House Music”, grazie ad una sponsorizzazione di un marchio di vestiti, pensai di dare vita ad una piccola etichetta visto che ero già all’interno di un ufficio attrezzato di tutto ciò di cui c’era bisogno, oltre ad avere canali aperti con altri distributori e label estere. La prima uscita di Soundplant fu proprio la compilation su CD “House Emotions”, anche questa oggetto di ottimi riscontri di vendita e con licenze importanti, e il singolo “Oceano Tribale” di Polo Project. Seguirono nove 12″, sino al 2007. Prendevo in licenza brani di amici produttori che stimavo fatta eccezione per “Zardoz” di Boogie Drama, un mio progetto dell’epoca che condividevo con Diego Montinaro alias Sandiego. Non ho mai avuto abbastanza tempo per pubblicazioni più regolari e quando White & Black chiuse i battenti e il mercato iniziò ad arenarsi, pensai che avesse più senso concentrarsi a licenziare le nostre produzioni ad altre label. Non so se ricomincerei, discorsi su un’eventuale ritorno di Soundplant se ne sono fatti ma è più probabile che continui, come sto facendo, a registrare musica per altri o a dare una mano affinché si realizzino progetti importanti e di livello mondiale, come ad esempio la compilation “Italo Funk” pubblicata dall’americana Soul Clap Records ad inizio 2019.

Complice una serie di fattori, il disco si è riappropriato di una nicchia di mercato seppur infinitamente più piccola e risibile rispetto a quella di quattro/cinque decenni addietro. Per le piccole indipendenti si è creato un nuovo standard fatto in media di trecento/cinquecento copie ad uscita, ma si è risvegliato pure l’interesse delle multinazionali che si sono lanciate a capofitto nell’affare convinte di poter fare cassa col minimo sforzo, ossia ristampando a nastro classici dei propri cataloghi o solcando per la prima volta brani che si preferì convogliare solo su CD e cassetta ai tempi della pubblicazione originaria. Ciò ha innescato un autentico profluvio di uscite che però sembrano puntare principalmente a soddisfare il desiderio feticistico del possesso dell’oggetto. Come ti poni in merito a questa tendenza che ha finito con l’inglobare il disco in vinile tra gli oggetti di modernariato? Pensi sia destinata a ridimensionarsi o esaurirsi in un prossimo futuro?
Risulta sempre estremamente arduo prevedere il futuro di un mercato che si basa moltissimo su mode, amori e pulsioni impulsive. Il vinile resta e resterà per sempre il simbolo della musica. Continua, soprattutto visivamente, ad essere la rappresentazione stessa del prodotto musicale, analogamente a quanto avviene per identificare una fotografia usando il simbolo/emoji di una macchina fotografica seppur quasi nessuno ormai la usi più. Alla luce di ciò è indubbio che il disco rimarrà un oggetto immortale. Non ho idea su che numeri potrebbe stanziarsi il mercato di domani ma credo si arriverà ad un range stabile in cui cambieranno i generi a seconda delle mode del momento ma le vendite delle nuove produzioni rimarranno sostanzialmente dentro quelle cifre di cui si parlava prima. Per quanto riguarda invece le stampe di dischi usciti quando esisteva solo il vinile come supporto, non ho dubbi nell’affermare che il valore economico non crollerà mai perché non è possibile pensare ad un LP degli anni Sessanta o Settanta o ad un 12″ di house/techno degli anni Novanta se non in vinile. Un vero appassionato lo vorrà possedere in quel determinato formato, laddove se lo possa permettere. Anche in questo caso le mode di artisti o generi continueranno a fluttuare. In merito ai DJ set infine, penso che l’equilibrio definitivo sia stato già raggiunto, ovvero una nicchia molto ristretta. Io stesso propongo in vinile solo dischi vecchi ed esclusivamente in situazioni in cui sono certo di poter contare su un DJ booth perfettamente settato. Per le novità o i club/festival dove non sono certo della resa preferisco optare per sessioni in formato digitale.

Estrai dalla tua collezione dieci dischi a cui sei particolarmente legato per varie ragioni.

White LabelUn white label della Happy Records
Questo white label mi ricorda la mia prima volta a Detroit. Accompagnato nel quartier generale di Submerge dal carissimo amico Tim Baker e da Mike Grant, passai metà pomeriggio con Mike ‘Mad Mike’ Banks che, col suo entusiasmo unico, mi fece visitare la prima sede della casa/sede/ufficio/magazzino raccontandomi tutta la storia di Underground Resistance, partendo dal loro impegno per la comunità. Grazie all’introduzione da parte di personaggi così credibili nella scena, si creò un’atmosfera rilassata e per nulla scontata. Alla domanda «qual è il disco che ami di più del nostro catalogo?» risposi “Don’t You Want It” di Davina. E lui: «ah, sei un deep house head, aspetta qui!». Uscì dalla stanza e dopo qualche minuto tornò con un white label della Happy Records mai pubblicato. Un disco garage soulful (in verità non indimenticabile in quanto a qualità assoluta) che non poterono commercializzare per beghe contrattuali sorte col cantante che lo aveva inciso. «Se lo metti in una session che finisce in pubblico o se lo vendi ad un collezionista però mi incazzo seriamente» aggiunse Banks. Per questa ragione non lo ho mai suonato o rivelato il titolo. La promessa è mantenuta e lo conservo gelosamente.

DJ Q - Optimum ThinkingDJ Q – Optimum Thinking
Un disco che ho sempre considerato un “bullet”, ovvero uno di quelli che non sono veri e propri classici riconosciuti ma che ho suonato almeno un centinaio di volte. Disperato perché non trovavo più la copia originale, sulla britannica Filter, l’ho ricomprato immediatamente di seconda mano. In seguito l’ho ritrovato e così ora ne ho due copie di cui una, appunto, usata con una nota in copertina del DJ che lo aveva prima: c’è scritto “ok”.

Gotan Project - Vuelvo Al SurGotan Project – Vuelvo Al Sur
Lavoravo già da qualche tempo coi distributori francesi che avrebbero messo sotto contratto la label dei Gotan Project. Mi presentarono il giovane label manager della parigina ¡Ya Basta! che stava per pubblicare l’album della band e mi diede questo 10″ white label dicendomi di ascoltarlo e riferirgli se fossi interessato a distribuirlo in Italia. L’anno successivo, nel 2001, al Midem di Cannes ero sul palco del salone d’onore del Palais des Festivals a ritirare dalle loro mani il disco d’oro per le vendite in Italia dell’album “La Revancha Del Tango” con cui sfiorammo il platino. Difficile da dimenticare.

Felix Da Housecat - Silver Screen Shower SceneFelix Da Housecat Feat. Miss Kittin – Silver Screen Shower Scene
Ero a Londra a casa di Damian Lazarus a bere e cazzeggiare prima di andare ad una serata. Mi raccontò di aver messo sotto contratto per la City Rockers, all’epoca sublabel di Sony per cui ricopriva ruolo di A&R e label manager, un nuovo disco di Felix Da Housecat che dovevo assolutamente ascoltare. Mentre gli dico di essere un grande fan delle produzioni di Felix uscite sotto i suoi svariati alias, lo suona ma resto molto perplesso. Quel revival un po’ wave ed un po’ electro non mi convinceva affatto, per me non poteva essere una hit. Mi regalò ugualmente il promo sostenendo che mi sbagliassi. “Silver Screen Shower Scene” divenne uno dei successi che in quel periodo cambiò il gusto dell’elettronica ed io fui uno stupido a non accorgermene. Ecco, quel disco resta lì a guardarmi e a ricordarmi di come a volte ci si può sbagliare alla grande.

The Soundwork-Shoppers - DiscomusicThe Soundwork-Shoppers – Discomusic
Nel 1997 ho lavorato per la Right Tempo e poi ho continuato a collaborarci. Ero part time in quegli uffici quando Rocco Pandiani ottenne i diritti di ristampa di parte del catalogo di Piero Umiliani. Più che altro davo una mano alla pubblicazione dei remix. In quell’occasione ebbi in regalo alcuni clamorosi album del suo catalogo di library music. Inoltre, quando il Maestro ritornò sul palco per alcuni concerti, mi fu concessa l’opportunità di fare un DJ set al suo show di Milano. Ho ri-editato “Discomania” due anni fa per XLR8R con l’approvazione delle figlie di Umiliani e giusto pochi giorni addietro gli ho dedicato uno speciale su NTS Radio.

Faze Action - In The TreesFaze Action – In The Trees
Un altro dei dischi che ho suonato di più nella mia carriera da DJ. Ricordo il momento in cui me lo passò Max, mitico importatore prima da Dig It International e poi a Family Affair, dicendomi che fosse una mina. Lo era e lo sarà sempre.

Blue Boy - Scattered Emotions EPBlue Boy – Scattered Emotions EP
Mi trovavo da Atlas Records a Soho, come avveniva puntualmente quando andavo a Londra negli anni Novanta. Keiron e Pete (Herbert) ricevettero una scatola di dischi ed aprendola tirarono fuori un EP della Guidance Recordings chiedendo a tutti i presenti di tacere ed ascoltare il pezzo, la A2 del disco per la precisione. Tutti ci aspettavamo un brano deep house vista l’etichetta ma invece partì uno stravolgente midtempo con un colossale sample preso da “Woman Of The Ghetto” di Marlena Shaw. Tutte le copie di quella scatola furono vendute in appena cinque minuti. Si trattava di “Remember Me” che nel giro di pochi mesi divenne una hit mondiale.

Trentemøller - Polar ShiftTrentemøller – Polar Shift
Steve Bug rimane uno dei DJ/producer che rispetto di più nella scena elettronica, per la sua integrità e visione indipendente. Siamo ancora amici e in quegli anni, tra la fine dei Novanta e i primi Duemila, quando la sua Poker Flat Recordings era all’apice, ci capitava spessissimo di dividere la consolle. Non dimenticherò mai il momento in cui ai Magazzini Generali mi disse: «Ho appena preso un nuovo brano di Trentemøller, senti qui!». Nel momento in cui cambiava la linea di basso, il locale (nel 2005 sempre murato con più di 1500 persone) esplose e mi venne la pelle d’oca per l’emozione. Un brano epocale che ho suonato in ogni mio DJ set nei successivi due anni.

Moodymann - Shades Of JaeMoodymann – Shades Of Jae
Uno di quei dischi spuntati nelle tonnellate che mi passavano settimanalmente tra le mani in White & Black e di cui mi accorsi immediatamente della portata devastante. I mix americani arrivavano il venerdì, la maggior parte di essi volava via direttamente nei carrelli dei preordini dei vari negozi anche perché erano altri i grandi venditori di house americana, per noi era solo un servizio aggiuntivo. Un ascolto approfondito (oltre a quello precedente, spesso solo telefonico per piazzare l’ordine) cercavamo però di darlo a tutto. Beh, conoscevamo già Moodymann ma questa canzone, incisa su KDJ, veniva veramente da un altro pianeta. La suonavo tutti i weekend ma la ascoltavamo a ripetizione anche in ufficio durante la settimana.

DJ Shadow - Introducing.....EndtroducingDJ Shadow – Introducing…..Endtroducing
Sono parecchio affezionato a questa cassetta perché mi ricorda un’epoca che è effettivamente ed aritmeticamente di un altro secolo. Nonostante fossi appena ventenne collaboravo con alcune riviste musicali, principalmente Rumore, e la Mo Wax mi inviò il promo su cassetta di questo album rivoluzionario. All’epoca si usava fare così perché costava molto meno che spedire un disco, ma in questo caso la cassetta non conteneva neanche i brani interi ma solo degli estratti di un paio di minuti ciascuno. Scrissi ugualmente la recensione, tutti noi appassionati aspettavamo “Endtroducing…..” con trepidazione e ricordo che nella prima bozza del pezzo scrissi il titolo proprio come appariva sulla cassetta, “Introducing…..Endtroducing”.

(Giosuè Impellizzeri)

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I mash-up non sono nati negli anni Novanta

Le origini: teorie messe a confronto
“Un mash-up è una canzone o composizione realizzata unendo fra loro due o più brani preregistrati, spesso sovrapponendo la parte vocale di una traccia a quella strumentale di un’altra mediante l’uso di campionatori o giradischi” (da Wikipedia). Oggi questa tecnica è diventata di pubblico accesso grazie alla capillare diffusione della tecnologia con cui realizzarla nonché alla facilità con cui procurarsi gli elementi principali, come versioni acappella e basi strumentali. Chiunque, con un minimo di conoscenza tecnica in materia, è messo nelle condizioni di abbinare due (o più) brani in una sorta di mixaggio prolungato con cui far emergere un pezzo “nuovo”, che contenga gli elementi dei precedenti ma fusi tra loro melodicamente ed armonicamente in modo più o meno intrigante. A livello storico non è facile individuare con precisione quando e soprattutto chi abbia dato avvio a tale procedimento artistico. Più fonti concordano nell’attribuire ai musicisti statunitensi Bill Buchanan e Dickie Goodman il merito di aver mescolato per primi spezzoni di vari brani per originare un fantasioso programma radiofonico narrante l’invasione extraterrestre del pianeta Terra (un chiaro rimando a quanto fece in radio il giovane Orson Welles il 30 ottobre 1938). Questo avviene in “The Flying Saucer” del 1956, ma probabilmente il contesto più pertinente in cui annoverare tale esempio è quello del sampling, giacché Buchanan e Goodman non sovrappongono ma mettono in fila una sequenza di proto campionamenti non autorizzati, cosa che peraltro procura loro beghe legali costringendoli a reincidere la traccia dopo averne sostituito alcune parti. Un’altra teoria riconduce la genesi del mash up alla xenocronia di Frank Zappa, «una tecnica di straniamento musicale volta a produrre continuità dal discontinuo, pur volendolo fortemente sottolineare; il “sincronismo altro” è un modo di ridicolizzare il formalismo musicale per dimostrare che due parti totalmente estranee l’una dall’altra per tempo, tonalità e metro possano suonare insieme e produrre musica, rientrando a pieno titolo in quella categoria di pensiero definito “postmoderno” che l’arte ancora fatica a superare», come scrive qui Alberto Ciafardoni. In tale ambito potrebbero rientrare gli esperimenti “plunderfonici” (si sentano “The Mercy Bit (MTTHBTLS)”, “Psychophonia” o “The Free Skoo Bit (MTTHRSDTS)”) che l’artista e critico musicale Vittore Baroni firma come Lieutenant Murnau tra 1980 e 1984. Come lo stesso Baroni spiega dettagliatamente in un post su Facebook il 2 settembre 2016, «i concetti alla base del progetto Lieutenant Murnau erano quelli di riciclo ed ecologia sonora (ossia produrre composizioni rielaborando musica preesistente) conseguentemente di implicita critica-satira-commento della scena musicale e discografica (da parte soprattutto di non-musicisti come me). Dato che il progetto si muoveva nell’alveo del “tape network” degli anni Ottanta, c’era anche una contaminazione con la scena e l’immaginario dei circuiti sperimentali industrial e post-punk in genere. […] Lieutenant Murnau poi è stato anche uno dei primi aderenti alla organizzazione internazionale M.A.C.O.S. (Musicians Against Copyrighting of Samples), quindi c’era pure un’adesione alle campagne del no copyright e in genere la volontà di sovvertire ludicamente alcuni stereotipi e vezzi del “divismo” pop e dell’industria musicale. Forse è difficile comprendere completamente oggi, in epoca di smaterializzazione del prodotto musicale e di download gratuito di tutto e il contrario di tutto, la valenza liberatoria di allora, nel tagliare/cucire vinile o inventare il “mash up” vent’anni prima, con processi casalinghi fai-da-te e tecnologie poverissime di riciclo». Una terza teoria rimanda invece a quanto avvenuto tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, quando si avvia la storia del sampling in seno all’hip hop con “Rapper’s Delight” di Sugarhill Gang, “Planet Rock” di Afrika Bambaataa & Soulsonic Force, “The Adventures Of Grandmaster Flash On The Wheels Of Steel” di Grandmaster Flash, “Buffalo Gals” di Malcolm McLaren o i collage di Double Dee & Steinski, ma sebbene tutti paiano ottimi esempi per rappresentare quanto teorizzato da Zappa, non incarnano esattamente la struttura e l’essenza del mash-up che invece è un’altra.

Mach e Jesse Saunders

“On And On” di Mach (1980) e “On And On” di Jesse Saunders (1984): sono questi, rispettivamente, il primo mash-up e il primo brano house della storia?

House music in debito coi mash-up?
Più vicino alla tecnica del mash-up risulta essere un pezzo intitolato “On And On” attribuito ad un tal Mach, stampato nel 1980 su un 12″ non ufficiale sulla fittizia Remix Records. La traccia nasce dalla sovrapposizione tra la base di “Space Invaders” degli australiani Player [1] e i brevi vocalizzi di Donna Summer tratti da “Bad Girls”. C’è spazio pure per i fiati provenienti da “Funky Town” dei Lipps, Inc. e per l’intro tratto da “Get On The Funk Train” dei Munich Machine di Giorgio Moroder. Insomma, un vero mash-up ante litteram, altresì ricordato per essere stato uno dei cavalli di battaglia di Jesse Saunders, DJ di Chicago che ai tempi lo usa a mo’ di sigla musicale in tutte le sue serate. «Quando il disco gli venne rubato promise solennemente che ne avrebbe ricreato lo spirito» si legge in “Last Night A DJ Saved My Life” di Bill Brewster e Frank Broughton. Nel 1983 Saunders inizia a realizzare qualche traccia con una drum machine Roland TR-808, una tastiera Korg Poly-61, un Roland Bassline TB-303 e un registratore a quattro piste. Il primo brano che completa è “Fantasy”, il secondo invece, scritto con Vince Lawrence, è intitolato “On And On” proprio in omaggio al disco sottrattogli qualche tempo prima. Simon Reynolds, in “Energy Flash”, scrive che «i due si rivolsero a Larry Sherman, un imprenditore locale che aveva rilevato l’unico impianto con la pressa di dischi esistente a Chicago in quel periodo, chiedendogli di stampare a credito cinquecento copie del brano in formato 12″, con la promessa di tornare entro venti minuti e pagarlo quattro dollari a disco. Non solo tornarono e saldarono completamente il debito, ma ordinarono altre mille copie».

Jesse Saunders alla presentazione di On And On (1984)

Jesse Saunders alla presentazione di “On And On”, da lui considerato primo brano di house music ad essere prodotto

“On And On” esce a gennaio del 1984 su Jes Say Records e Saunders lo definisce il primo brano house della storia. Se tale interpretazione fosse vera, in un certo senso la house music risulterebbe debitrice a quel proto mash-up del 1980, la cui paternità autoriale, fatta eccezione per il nomignolo Mach apposto sulla label copy, resta sinora sconosciuta.

Italia, 1982: nasce la medley mania
È vero che “On And On”, uno dei primi presunti mash-up, sia frutto dell’estro di un produttore residente negli Stati Uniti, ma è altrettanto vero che l’Italia abbia svolto un ruolo tutt’altro che secondario nella genesi ed evoluzione di tale tecnica. Mentre dall’altra parte dell’Atlantico Jesse Saunders passa senza mai stancarsi la traccia di Mach, da noi prende piede la moda dei medley, un termine che nel linguaggio musicale indica la presenza di due (o più) brani eseguiti senza interruzioni, solitamente dalla durata più breve rispetto alla stesura originale. Nel 1982 però avviene qualcosa che stravolge la concezione classica del medley. La milanese Zanza Records, una delle etichette appartenenti alla Gong Records di Salvatore Annunziata che proprio quell’anno pubblica “Dirty Talk” di Klein & MBO, mette sul mercato “Disco Project” di Pink Project, spacciato per medley sul disco stesso ma che propriamente medley non è. Il brano infatti mescola, in una riuscita sovrapposizione, “Mammagamma” e “Sirius” degli Alan Parsons Project ed “Another Brick In The Wall” dei Pink Floyd. I pezzi non sono messi in sequenza come la ricetta del medley vuole ma letteralmente incastrati e fusi uno nell’altro, esattamente secondo i dettami del mash-up. Il nome stesso Pink Project omaggia quello delle band rispettivamente coinvolte, i Pink Floyd e gli Alan Parsons Project. A differenza di quanto avvenga in tempi più recenti però, in cui l’autore si limita a tagliare il nastro o a manipolare digitalmente due o più registrazioni, pare che i Pink Project abbiano risuonato integralmente le parti in studio e fatto ricantare le sezioni vocali. Qualora fosse andata così, comunque, non deve essere stato certamente un problema insormontabile per gli artefici, due musicisti e compositori attivi già da diversi anni in ambito cantautorale, Luciano Ninzatti e Stefano Pulga, che in quel periodo si cimentano in pezzi esplicitamente dance (da “Plastic Doll” di Dharma a “Dance Forever” di Gaucho passando per le celebri “It’s A War” ed “Another Life” di Kano, giusto per citarne alcuni). “Disco Project” è nella top 30 dei singoli più venduti in Italia nel 1982, e lo strepitoso successo raccolto spinge la Baby Records di Freddy Naggiar, che nel frattempo rileva i diritti del brano licenziandolo in tutto il mondo, ad inventare un misterioso gruppo per far fronte alle esibizioni nei locali e in televisione. In realtà è tutto palesemente finto e sotto il cappuccio a punta dei presunti membri, come scrivono Carlo Antonelli e Fabio De Luca in “Discoinferno”, «finiscono i magazzinieri dell’azienda nel ruolo di prestanome e doppelganger, controfigure al posto degli artisti e cyborg al posto dei cantanti». Nello stesso libro si rinviene un’intervista a Carlo Freccero, autore e dirigente televisivo, che sinteticamente spiega cosa avviene alla musica di quegli anni che «diventa performativa e deve essere uno spettacolo, tutta travestimenti e maquillages». Ciò chiarisce bene le ragioni per cui gran parte dell’italo disco venga rappresentata da personaggi immagine e cantanti-mimi, come già illustrato in questo ampio reportage.

Pink Project album

Le copertine dei due album dei Pink Project

La riuscita di “Disco Project” convince ad incidere un intero album fatto di brani-collage in cui le rispettive partiture diventano tessere di un puzzle sonoro da spostare per creare nuove alchimie. Il titolo? “Domino”. La copertina? Un gatefold su cui campeggia il simbolo araldico dell’Occhio della Provvidenza. Lo stile? Un mix tra l’italodisco più classica e la space disco influenzata dalla synth music cinematografica. All’interno “Der Da Da Da” (“Der Kommissar” di Falco + “Da Da Da” dei Trio), “Hyper Gamma Oxygene” (“Hyper-Gamma-Spaces” degli Alan Parsons Project + “Oxygene (Part 4)” di Jean-Michel Jarre), “Voices Of Independence” (“Voices Inside My Head” dei Police + “State Of Independence” di Jon & Vangelis), “Smoke Like A Man” (“Smoke On The Water” dei Deep Purple + “Love Like A Man” dei Ten Years After) e “Magic Flight” (“Magic Fly” degli Space + “Connecting Flight” di Roland Romanelli). Oltre a “Disco Project” ovviamente, ed “Amama”, a quanto pare l’unica a non seguire il trattamento medley. Insieme a Pulga e Ninzatti, in studio, ci sono anche vari musicisti (il bassista Pier Michelatti, i batteristi Bruno Bergonzi ed Ellade Bandini, il percussionista Maurizio Preti, il sassofonista Claudio Pascoli) nonché una serie di vocalist tra cui Linda Wesley, Naimy Hackett, Rossana Casale e Silver Pozzoli. In scia a “Domino” nel 1983 viene dato alle stampe il secondo (ed ultimo) album dei Pink Project, “Split”, in cui viene assoldato, nel ruolo di scratch consultant, Afrika Bambaataa. All’interno nuove fusioni, forse meno riuscite, come “Scratchin’ Superstition” (“Rockit” di Herbie Hancock + “Superstition” di Stevie Wonder), “Stand By Every Breath” (“Stand By Me” di Ben E. King + “Every Breath You Take” dei Police) e il più noto “B-Project” (“Jeopardy” di Greg Kihn Band + “Billie Jean” di Michael Jackson). Con quest’ultimo i Pink Project mostrano un aggiornamento della loro enigmatica immagine, anticipato dalla copertina del singolo: maschere di gomma dalle mostruose fattezze (ispirate forse da quelle utilizzate qualche anno prima dai colleghi esteri Ganymed?) prendono il posto dei cappucci di ku klux klaniana memoria.

Pink Project live

In alto i Pink Project coi cappucci a punta ai tempi di “Disco Project”, nel 1982, in basso invece la formazione indossa maschere di gomma presentando il brano “B-Project”, nel 1983

Battere il ferro finché è caldo
Il successo dei Pink Project apre letteralmente un filone che le etichette iniziano a seguire con prevedibile regolarità ed insistenza. Nel 1983 la stessa Zanza Records, “culla” del progetto di Pulga e Ninzatti, prova a replicarne i risultati attraverso “Tubular Affair” di Samoa Park, uno studio project la cui immagine pubblica viene affidata alla cantante Loretta Ferrarato alias Barbarella. A produrre invece, in incognito perché celati dai fantasiosi pseudonimi Kandinsky e Multiplay Back, sono Franco Rago e Gigi Farina che hanno già inciso varie cose per Discomagic e Durium (‘Lectric Workers, Atelier Folie, Expansives e Wanexa) diventate veri cult per i collezionisti a distanza di qualche decennio. Ad essere sovrapposti sono due pezzi dello stesso autore, “Tubular Bells” e “Foreign Affair” di Mike Oldfield. Ne segue subito un altro, “Monkey Latino” (“Monkey Chop” di Dan-I + “Paris Latino” dei Bandolero) per poi concludere nel 1985, ma sulla Many Records di Stefano Scalera, con “One Night In Bangkok Medley With Midnight Man”, prodotto da Tony Carrasco che costruisce tutto sposando “One Night In Bangkok” di Murray Head con “Midnight Man” dei Flash & The Pan. Scalera non è nuovo ad operazioni di questo tipo. Già nel 1983 infatti pubblica sulla sua etichetta il primo singolo di Club House intitolato “Do It Again (Medley With Billie Jean)”. Di fatto è un mash-up tra “Do It Again” degli Steely Dan e “Billie Jean” di Michael Jackson. Pochi mesi dopo ne segue un altro, “Superstition Medley With Good Times”, che incrocia “Superstition” di Stevie Wonder e “Good Times” degli Chic. Artefice di entrambi è il musicista Luca Orioli. A chiudere la tripletta è “I’m A Man / Yé Ké Yé Ké”, del 1987, fortunato combo nato dalla collisione tra “I’m A Man” degli Spencer Davis Group (già coverizzato nel ’78 in chiave dance da Macho con la produzione di Mauro Malavasi) e “Yé Ké Yé Ké” di Mory Kanté. Questa volta a produrre è Gianfranco Bortolotti per la Media Record, prossima a trasformarsi in Media Records. L’imprenditore bresciano rileva i diritti del marchio Club House per poi rilanciarlo con “I’m Alone” del 1989 (di cui abbiamo parlato qui), seguito da una serie di brani che faranno breccia nel cuore dei fan dell’eurodance, soprattutto quando l’italoamericano Carl Fanini, intervistato qui, diventa voce ed immagine del progetto. Nel frattempo Orioli, sempre per la Many Records di Scalera, realizza “Thriller Medley With Owner Of A Lonely Heart” di Local Boy (la base è di “Thriller” di Michael Jackson, ovviamente risuonata, mentre le parti vocali di “Owner Of A Lonely Heart” degli Yes). Ad affiancare Orioli, particolarmente prolifico allora in ambito dance, sono Mario Flores e Romano Bais.

Tra 1983 e 1985 altri medley/mash-up raggiungono il mercato discografico come “Every Breath You Take Medley With Moonlight Shadow” di Green Lights (“Every Breath You Take” dei Police + “Moonlight Shadow” di Mike Oldfield), arrangiato da Maurizio Sangineto dei Firefly di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui e registrato presso il Sandy’s Recording Studio di Sandy Dian, “Affair A Gogo (Foreign Affair Medley With Giddyap A Gogo)” di Cruisin’ Gang (“Foreign Affair” di Mike Oldfield + “Giddyap A Gogo” di Ad Visser & Daniel Sahuleka), “What Is Love Medley With Big In Japan” di More Or Less (“What Is Love?” di Howard Jones + “Big In Japan” degli Alphaville), “Incantations” di G.A.N.G. (“Incantations” + “Foreign Affair” di Mike Oldfield) realizzato da Roberto ‘Savage’ Zanetti e Giorgio Dolce dei Primadonna con l’ausilio della cantante Stefania Dal Pino, e “Coming Up Medley Walk Away” di F. Monieri, in cui la base inedita approntata da Fulvio Monieri e Manlio Cangelli abbraccia il testo di “Walk Away” dei James Gang. Ed ancora: “Medley: Odyssey – Dance Hall Days” di Maquillage (“Odyssey” di Johnny Harris + “Dance Hall Days” dei Wang Chung), “Medley “19” “Rock It”” di J.J. Young (“19” di Paul Hardcastle + “Rock It” di Herbie Hancock) e “Shine On You Crazy Diamond (Medley Of Pink Floyd)” di Floyd Parson, in cui Sergio Zuccotti riassembla, in chiave italo disco, il celebre brano della band britannica di David Gilmour, Roger Waters, Nick Mason e Richard Wright con qualche passaggio che pare citare “Relax” dei Frankie Goes To Hollywood. Quest’ultimo viene ripreso in modo più esplicito nel 1986 in “P. Machinery Medley With Relax”, abbinato a “P: Machinery” dei Propaganda. A produrre il collage sono Marco Sabiu e Massimo Carpani che si firmano P4F, acronimo di Propaganda For Frankie, scelto a suggellare l’incrocio sonoro anglo-tedesco. A credere nell’operazione è Claudio Cecchetto che pubblica il pezzo sulla sua Ibiza Records e riesce ad esportarlo con successo sia in Europa (Germania, Francia, Belgio, Regno Unito), sia oltreoceano (Stati Uniti, Canada, Messico). Sabiu e Carpani ci riprovano l’anno seguente con “Notorious Medley With Le Freak” (“Notorious” dei Duran Duran + “Le Freak” degli Chic) ma con risultati più contenuti. Si rifaranno, sempre nel 1987, con “Winner”, incluso nell’album “Hustle & Bustle” e scelto come sigla del concorso lanciato dall’Algida legato all’omonimo gelato (ma, secondo quanto riportato nel libro “Sentimento Espresso”, recensito qui, in quel caso «Claudio Cecchetto acquistò i diritti di “Winner” di tali Roncuzzi & Crazy e ne cambiò il nome artistico in P4F»). “Winner” viene registrato e mixato presso il Factory Sound Studio di Mauro Farina e Giuliano Crivellente, da dove proviene “Dancer Medley Try It Out” di Macho Gang che interseca due classici della discografia di Gino Soccio, “Dancer” e “Try It Out” per l’appunto. A pubblicarlo è la Macho Records, distribuita da Discomagic, che a ruota fa uscire “Funkytown Medley Let’s All Chant” di Stars in cui Farina e Crivellente accavallano “Funkytown” dei Lipps, Inc. e “Let’s All Chant” di Michael Zager Band. Sempre del 1987 è “Stone Fox Chase & In Zaire” di Rhythm From Zaire, arrangiato da Raff Todesco e registrato nello studio di Sandy Dian, che mette insieme “Stone Fox Chase” degli Area Code 615 e “In Zaire” di Johnny Wakelin per un risultato che vorrebbe ammiccare all’afro sound in voga una decina di anni prima in locali come Cosmic e Baia Degli Angeli. Per esso Severo Lombardoni, sempre pronto a cavalcare ogni possibile trend, crea persino un’etichetta ad hoc, la Afro Records. Su latitudini stilistiche pressappoco simili si muovono gli Off Limits che nel 1988 realizzano per la citata Many Records “Africano Medley With Soweto”, frullando “Africano” di Timmy Thomas con un non identificato “Soweto”.

Del 1989 si segnalano sia “Moments In Soul” di J.T. And The Big Family, prodotto da Christian Hornbostel col supporto tecnico di Max Artusi intrecciando la base di “Moments In Love” degli Art Of Noise ai vocal di “Keep On Movin” dei Soul II Soul ma non esimendosi dal tirare dentro altri sample tra cui “For The Love Of Money” degli O’Jays ed “Hot Pants – I’m Coming, Coming, I’m Coming” di Bobby Byrd, sia “You Used To Salsa” con cui qualcuno (pare il DJ britannico Eddie Richards) interseca “Salsa House” di Richie Rich a “You Used To Hold Me” di Ralphi Rosario. Citazione a parte invece per un altro personaggio d’oltremanica, John Rush alias John Truelove che, sempre nel 1989, pubblica “Love / Rock”, un 12″ su Truelove Electronic Communications comprendente ben cinque mash-up tra cui spicca quello realizzato dal DJ Eren Abdullah costruito su “Your Love” di Jamie Principle/Frankie Knuckles e “You Got The Love” di The Source Feat. Candy Staton. Quando la traccia viene pubblicata ufficialmente raccogliendo grande successo nel 1991, Rush adotta curiosamente lo stesso pseudonimo del trio (formato da Anthony Stephens, Arnecia Michelle Harris e John Bellamy) che nel 1986 realizza “You Got The Love”, The Source, creando comprensibilmente più di qualche equivoco. Si narra che coi proventi delle oltre 200.000 copie vendute Rush abbia fondato il gruppo Truelove Label Collective, “ombrello” sotto cui si collocano etichette come Stay Up Forever, Boscaland, TeC e Phoenix Uprising. Tutti questi esempi, a cui se ne potrebbero aggiungere altri, proiettano l’immagine di un’ideale staffetta a cui musicisti, arrangiatori, cantanti, DJ e produttori partecipano, ignari di alimentare una tecnica che sarebbe diventata popolare a livello mondiale soltanto molti anni più tardi. Per lungo tempo però la pratica di fondere brani diversi non risponde ad una nomenclatura identificativa precisa. Negli anni Ottanta si definisce, per convenzione, medley, nei Novanta invece, come si vedrà più avanti, si preferirà annoverarla in modo ancora più sommario nell’enorme calderone dei bootleg privi di ogni tipo di riconoscimento autoriale, e questo avviene per evitare procedimenti legali giacché la maggior parte di quelle incisioni non è legittimata né dagli artisti né tantomeno dalle case discografiche o dagli editori titolari dei diritti. Per parlare propriamente di mash-up bisognerà attendere i primi anni Duemila.

La testimonianza di un esperto, Ben Liebrand
Nato a Nijmegen nel 1960, Ben Liebrand è tra i DJ olandesi più noti negli anni Ottanta. Assiduo sostenitore del megamix, diventa uno dei beniamini di futuri idoli della consolle come Armin van Buuren e Tiësto che seguono con costanza e passione i suoi programmi radiofonici mixati. Alla serrata attività da remixer (mette le mani, tra gli altri, su “Happy Station” delle Fun Fun, “It Only Takes A Minute” dei Tavares e “The Night” di Valerie Dore), e produttore (si sentano “Rock The Boat” di Forrest, “Night Of The Full Moon” di Gaby Lang ma soprattutto “Holiday Rap”, la hit del 1986 di MC Miker G. & DJ Sven nata sull’incrocio tra “Holiday” di Madonna e un’interpolazione di “Summer Holiday” di Cliff Richard & The Shadows), Liebrand affianca quella di “mashuppatore”. Tra i suoi lavori meglio riusciti c’è quello che abbina “Bad” di Michael Jackson a “Pump Up The Volume” dei M.A.R.R.S. in merito a cui oggi racconta: «Realizzai quel mash-up il 25 settembre del 1987. Fu frutto di una sovrapposizione ottenuta probabilmente col solo ausilio di due giradischi. Mixai il tutto con un mixer Tascam ed infine feci l’edit mediante un Revox PR99. Quell’anno remixai “Bad” per il DMC che uscì ad ottobre ma il mash-up in questione non venne mai pubblicato, era destinato esclusivamente ai miei programmi radiofonici come parte del Minimix settimanale. Iniziai a sperimentare quel tipo di tecnica già diversi anni prima, intorno al 1980. Il mio primo mash-up ruotava intorno ad alcuni pezzi delle Andrews Sisters e il risultato finì nelle due versioni (Ballroom Big Band Version e Mega Be-Bop-Mix) che realizzai per “Sing Sing Sing” delle Broads, edite nel 1983. Non saprei indicare però chi abbia inciso per primo un mash-up, sono sempre stato impegnato a mixare e non mi sono preoccupato di studiare la storia di ciò che stesse avvenendo. La moderna tecnologia oggi permette di sfornare mash-up in continuazione. Io adopero questa tecnica sia per i miei programmi radiofonici, sia per i miei live set. In questi ultimi, in particolare, mixo per tre ore mischiando circa 120 tracce ed acappella. Ormai è diventato una sorta di trademark per me».

lo studio di Ben Liebrand negli anni Ottanta

Lo studio in cui Ben Liebrand realizza, nel 1987, il mash-up tra “Bad” di Michael Jackson e “Pump Up The Volume” dei M.A.R.R.S.

Anni Novanta, scoppia la bootleg mania
La tecnologia degli anni Novanta, seppur differente e meno intuitiva rispetto a quella odierna, permette di spingersi oltre i limiti e fare cose sempre più ardite e complesse. «Le incisioni casalinghe possono ormai suonare bene quanto quelle degli studi di grido e la minor pressione (e i costi ridotti) dell’ambiente domestico spesso favorisce la creatività» scrive David Byrne in “Come Funziona La Musica”. E continua: «L’idea è in qualche modo rivoluzionaria per la registrazione e la composizione della musica e le ripercussioni di questi primi passi saranno enormi in futuro. […] Si avvertiva l’inizio di un’era completamente nuova. Con l’avvento di apparecchiature relativamente economiche che offrivano una qualità sonora paragonabile a quella degli studi, la possibilità di fare un disco non si apriva soltanto a chiunque disponesse di due piatti ed un microfono ma anche a molti altri, con una incredibile varietà di stili ed approcci, ovunque e in qualunque momento. […] Con il crollo verticale dei costi di registrazione, gli artisti emergenti di tutto il mondo si trovavano su un piano di parità con i musicisti pop, alternativi e metropolitani dell’Occidente, professionisti e ben finanziati […], e un numero sempre maggiore ha avuto la possibilità di essere preso sul serio». Il vecchio medley, sinora realizzabile essenzialmente solo da musicisti in grado di eseguire o riarrangiare le parti originali coadiuvati da qualche ingegnere del suono che poi le avrebbe fuse insieme, adesso, come spiega Byrne, può essere approntato anche da chi non ha uno studio milionario ed alcuna conoscenza accademica, a patto che abbia qualche strumento elettronico e dei dischi-tool da cui prelevare le acappella (illegali nella maggior parte dei casi, ma pare che alcune major li mettessero intenzionalmente sul mercato per favorire il fenomeno dei remix da cui, eventualmente, trarre vantaggio, in una sorta di do ut des tattico). Oltre ad un buon orecchio ovviamente. A fare la differenza sono i DJ che, pian piano, si liberano della presenza (limitante o, secondo alcuni, persino ingombrante) dei musicisti ottenendo carta bianca e massima libertà espressiva proprio come avviene con i bootleg, un immenso segmento di registrazioni non ufficiali in cui rientrano anche le versioni “pirata” di brani, noti e non, ottenute intersecandone altri. La diffusione della house music inoltre sdogana in modo ancora più radicale l’uso del campionamento rispetto a quanto non avvenga nel decennio precedente, e ciò incrementa la proliferazione di brani-puzzle in scia al prototipo marssiano di “Pump Up The Volume” del 1987.

A metà strada tra il tradizionale medley, il megamix e il futuro mash-up è “Medley” dei New Beat Less, del 1990. Una base ritmica filohouse diventa la piattaforma per sequenziare alcuni brani dei Beatles, farciti con una serie di sample raccattati a destra e a manca e palesi citazioni di hit del periodo, dalla citata “Pump Up The Volume” a “Ride On Time” dei Black Box passando per “Pump Up The Jam” dei Technotronic e “French Kiss” di Lil’ Louis, con calo di BPM incluso. Artefici di tutto sono due vecchie conoscenze, Luciano Ninzatti e Stefano Pulga, affiancati per l’occasione da Matteo Bonsanto. Sempre nel ’90 la già nominata Truelove Electronic Communications mette sul mercato un paio di nuovi 12″ in scia a “Love / Rock”. Su entrambi, stampati pare in sole mille copie l’uno, sono incisi vari mash-up tra cui quello realizzato da Rhythm Doctor e ricavato dalla fusione tra “We Are Phuture” dei Phuture e “Moments In Love” degli Art Of Noise. Nel corso degli anni un numero sempre maggiore di artisti si dedica a questa tecnica, battuta con predilezione in ambito breakbeat/techno ad inizio decennio. Si possono menzionare “Let The Bass Kick” attribuito a Carl Cox, in cui confluiscono “Roll It Up (Bass Kickin Beats)” di Success – N – Effect, “I Like It” di Landlord Featuring Dex Danclair e “My House Is Your House” di Break Boys, o “Somebody Better Groove” nato invece dalla sovrapposizione tra “I Need Somebody” di Kechia Jenkins e “40 Miles” dei Congress. Entrambi, su white label ovviamente, risalgono al 1991. L’anno dopo arriva “Let The Passion Pump” (“Passion” di Gat Decor + “Let The Rhythm Pump” di Doug Lazy) e nel 1993 invece “Classified” di J.D.S., mix tra “Lock Up” dei Zero B e “Daydreaming” dei Baby D, e i primi quattro volumi di Naughty Naughty in cui si sente davvero di tutto, dai Korgis agli FPI Project passando per Liquid e Kaos.

We Will Rock You

Il 12″ su cui è inciso il “Techno Remix” di We Will Rock You dei Queen, attribuito erroneamente al fittizio Q-Inno nel 1995

Di titoli se ne potrebbero citare a iosa nonostante la ricerca sia complicata dal fatto che gran parte di questo materiale raramente rechi autori ed etichette, per motivi legali di cui si parlava qualche riga più sopra. È bene sottolineare però che la maggior parte degli artefici di tali versioni non sia mossa da intenti speculativi, almeno nei primi anni. Esemplificativo, a tal proposito, risulta il caso offerto dalla versione gabber/hardcore di “We Will Rock You” dei Queen, realizzata dall’americano di origini italiane Joey ‘Binky’ Sabella. Come minuziosamente descritto in Decadance Extra con le testimonianze inedite raccolte per l’occasione dallo stesso Sabella, all’acappella originale di Freddie Mercury, trovata sul lato B di un vecchio disco, viene aggiunta la parte strumentale di “Hyperdome” di George Vagas meets Mike D, campionandola dal 12″ promozionale preso in prestito da un amico. «Per fare ciò adoperai una strumentazione poco più che amatoriale, un registratore multitraccia Fostex X-28, un campionatore Roland DJ-70, un giradischi Technics SL-1200, un mixer Peavey ed un processore di effetti Boss SE-50» spiega Sabella. Passaggio degno di nota è quello relativo all’aspetto economico: «Decisi di stamparne solo un centinaio di copie, col centrino giallo e titoli in nero, nel modo più economico possibile e senza apporre alcun credito per paura di ripercussioni legali giacché l’operazione non contava su alcuna liberatoria degli autori. Il disco (su cui sono solcati altri due mash-up, nda) andò in stampa alla fine di gennaio 1995. Garantisco che dietro questa iniziativa non si celò alcuna velleità. Facevo il DJ dal 1988 e tutto quel che desideravo era produrre fisicamente un disco ma non per guadagnare denaro, per me rappresentava la concretizzazione di un sogno. Nell’estate di quell’anno il negozio di dischi a cui avevo dato alcune copie me ne chiese altre. Mi riferirono che la mia versione di “We Will Rock You” fosse finita nelle mani di alcuni DJ nei club underground e nei rave e che l’interesse stesse crescendo. Purtroppo non avevo più dischi a disposizione e non pensai nemmeno di ristamparlo, non mi sembrava corretto». Sabella, sino al momento in cui rilascia queste dichiarazioni (ottobre 2014) non immagina che quel mash-up realizzato per gioco in casa abbia oltrepassato il confine della sua città, New York, e persino dell’America. Nel corso del 1995 infatti, per soddisfare le crescenti richieste europee, sul mercato piombano nuove white label contenenti le stesse incisioni, alcune pare in versione edit. Non si sa chi le abbia commissionate ma pare che alcune giungessero dai Paesi Bassi lasciando presumere la nazionalità olandese dell’autore. Probabilmente su una di queste “nuove copie” qualcuno scrive Q-Inno, nomignolo con cui il disco viene segnalato da Max Moroldo nell’articolo Dance In The World apparso sul magazine Tutto Discoteca Dance ad ottobre ’95. Proprio in quel periodo il mash-up di Sabella, totalmente ignaro di quanto stesse accadendo oltre l’Atlantico, finisce in “Molly 4 DeeJay”, il programma di Molella a cui abbiamo dedicato un approfondimento qui. Vista l’influenza che ai tempi il network di via Massena esercita sul mercato discografico nazionale, le richieste aumentano ma le copie in circolazione pare siano davvero pochissime. La soluzione la trova in un batter d’occhio Severo Lombardoni che commissiona la cover del mash-up a qualcuno del suo entourage. A venirne fuori è una copia abbastanza fedele all’originale ma privata della voce femminile dell’intro e con la parte vocale di Mercury interamente ricantata. In compenso, sul lato B, è incisa un’inedita Jungle Mix. Lombardoni è in grado di licenziare questo mash-up “rifatto in casa” anche all’estero, Spagna, Francia e persino Australia, a testimonianza di quanto ai tempi il mercato fosse dinamico e consumasse davvero di tutto.

883 - Molella Remix

La copertina del remix di “Nella Notte” degli 883 realizzato da Molella nel 1993

Quasi esattamente un paio di anni prima che avvenga ciò esce il remix che il citato Molella realizza per “Nella Notte” degli 883. Facendo leva sulla tecnica del mash-up, Molella unisce l’acappella di Pezzali alla base della sua “Confusion”, un successo estivo che in tal modo gode di una seconda giovinezza. L’effetto è accattivante e la riuscita è incitata probabilmente dal fatto che il grande pubblico conosca già molto bene entrambi i pezzi e trovi strambo riascoltarli uno nell’altro. Quel remix di “Nella Notte” però è ben lontano dal poter essere considerato il primo esempio di mash-up, nonostante negli anni siano state diverse le voci ad aver irrobustito questo falso storico. L’ultima, in ordine di tempo, è inclusa nel documentario del 2017 “And The Heads Keep On Movin”, precisamente in questo passaggio: è comprensibile che Pezzali non ricordi altri esperimenti precedenti di mash-up giacché artista non vicino al mondo dei DJ e della musica dance, ma appare curioso che Molella sostenga che «Claudio Cecchetto e Max Pezzali impazzirono per questa cosa che non era mai successa prima». Cecchetto, come illustrato precedentemente, pubblica ben due di quegli esperimenti creativi sulla sua Ibiza Records, tra 1986 e 1987, ben sette anni prima rispetto al remix di Molella di “Nella Notte”. Pare bizzarro quindi che Cecchetto abbia mostrato meraviglia per qualcosa che avrebbe dovuto conoscere più che bene. Il DJ di Monza, che nel 2005 lancia il programma “Molly Mash Up” su Radio DeeJay e nel 2006 realizza la “Mash-Up Compilation” per la bresciana Time Records, quando ormai il trend è esploso su larga scala, resta comunque convinto che il suo sia un probabile primo mash-up della storia (come si legge nella biografia ufficiale qui) e il 9 agosto 2018 posta questa clip sulla propria Pagina Facebook continuando ad alimentare il falso storico tra i suoi numerosi fan.

Un esperimento simile a quello effettuato da Molella viene adottato nel 1992 per il remix di “Radio Rap” di Jovanotti a firma DJ Herbie ed Easy B. Ad essere utilizzati sono vocal ed una parte melodica velocizzata della loro “Think About.. “, primo successo del progetto DJ H. Feat. Stefy, del 1990. «Il “to the right, to the left” faceva sponda alla parte vocale “Jovanotti di qua, Jovanotti di là”» rammenta oggi Enrico Acerbi alias DJ Herbie che nella sua “A-Tomico”, del 1989, srotola una serie di sample sulla base di “Pump Up The Jam” dei Technotronic, in una specie di megamix. Lo stesso Jovanotti sonda le potenzialità della puzzle music nel 1988 prima in “Welcome” e “Yo” firmati Gino Latino, e poi nel suo album di debutto, “Jovanotti For President”, in cui brani come “The Rappers”, “Funk Lab” e “Jovanotti Sound” traboccano di sample mentre “Raggamuffin” è innestata sulla base di “Reckless” di Afrika Bambaataa Featuring UB40. Voliamo avanti di qualche anno: nel 1995 esce “Don’t Laugh But Lick It” in cui “Don’t Laugh” di Winx è incollato a “Lick It” dei 20 Fingers. A realizzarlo per la tedesca ZYX è Mario Aldini.  Provenienza teutonica anche per “Booyah (Here We Go)” di Sweetbox che Edward Louis alias Nique remixa con estro e fortuna: nella sua Hot Pants Club Mix i vocal di Tempest trovano alloggio nella base strumentale derivata da “We Are Family” delle Sister Sledge. Produzione totalmente italiana invece per “Feel My Body” di Frank ‘O’ Moiraghi Feat. Amnesia, uscito nello stesso anno su UMM ma mai presentato come mash-up seppur l’assemblaggio delle parti lo possa lasciar supporre (la base di “Utopia – Me Giorgio” di Giorgio Moroder sorregge i vocal tratti da “Feel My Body” di Talena Mix, da cui provengono altresì quelli del follow-up, “Baby Hold Me”). Una fortuita coincidenza, sempre nel 1995, porta alla creazione di “Computerliebe” dei Das Modul. In studio uno degli autori ascolta l’omonimo dei Paso Doble mentre echeggia un pezzo che il socio sta ultimando in una stanza attigua, “Expedition Zur O-Zone”. La sovrapposizione del tutto casuale in perfetto stile mash-up si trasforma in un lampo di genio, ma per i dettagli rimandiamo a questo articolo di qualche tempo fa.

La seconda metà degli anni Novanta vede un incremento dei bootleg/mash-up: il fittizio Bob Lacy unisce “Hideaway” dei De’Lacy a “Circus Bells” di Robert Armani ed ottiene “Hide The Bells” (1996), Hani e Jonathan Peters collegano “Born Slippy .NUXX” degli Underworld ad “Is There Anybody Out There?” dei Pink Floyd ricavando “Brown Acid” (1997) mentre un autore rimasto ignoto, nello stesso anno, poggia un po’ maldestramente i vocal di “Missing” degli Everything But The Girl sulla base di “Ultra Flava” di Heller & Farley Project rinominando il tutto “Missing The Flava”. Esperimento dal dubbio esito è pure quello effettuato da Mauro Picotto che per una delle versioni di “I Need Your Love” dei Cappella somma le voci del pezzo della band eurodance alla base della sua “Bakerloo Symphony” che poi dà il titolo al tutto, Bakerloo Symphony Mix. Più riuscita la sovrapposizione tra “People Hold On” dei Coldcut Feat. Lisa Stansfield e il remix di “Professional Widow” di Tori Amos a firma Armand Van Helden. Inizialmente pubblicato in white label, viene ufficializzato da una tiratura condivisa tra Arista e BMG su cui viene palesato il nome degli artefici, la coppia di DJ formata da Dan Bewick e Matt Frost nota come Dirty Rotten Scoundrels. Proprio loro, nel 1998, figurano come remixer di una hit italiana, “Feel It” dei Tamperer Feat. Maya, che per costruzione potrebbe perfettamente rientrare nella categoria mash-up analogamente a “Feel My Body” di Frank ‘O’ Moiraghi Feat. Amnesia. Abbinando la base di “Can You Feel It” dei Jacksons a parte della strofa e vocal di “Drop A House” degli Urban Discharge, Alex Farolfi e Mario Fargetta raccolgono un clamoroso successo che conquista due piazze fondamentali della discografia mondiale, il Regno Unito e gli Stati Uniti. A fare da collante tra i Jacksons e Urban Discharge, nella prima versione, è un hook vocale tratto da “Sex Or Love” di Danny Vitale And Family, campionato senza autorizzazione e quindi rimosso in seguito come spiega qui lo stesso autore. Fortunata, ma con risultati più modesti rispetto ai Tamperer, è l’operazione varata nel 1995 da Stefano Secchi con cui “Tieni Il Tempo” degli 883 rivive sulla base di “Quiero Volar” dei G.E.M., prodotta dallo stesso Secchi sulla falsariga del remix di “Nella Notte” di Molella risalente ad un paio di anni prima. Il mash-up, definito “Medley Remix” in copertina, viene assemblato presso il Gian Burrasca Studio di Marcello Catalano con l’ausilio di Roberto ‘Rob’ Borrelli e del trombettista Fabio Ciboldi. Va meglio a “Children / Voyage” che Secchi (e il coproduttore Oscar Berardinelli) pubblica nel ’96 sulla sua Propio Records, incrociando una delle maggiori hit di quell’anno, “Children” di Robert Miles a “Voyage Voyage” di Desireless, uscita esattamente dieci anni prima ed ora ricantata da Jolande Bolade. Una variante sul tema è rappresentata da “Mix It Yourself Vol.1”, un doppio mix di due single sided con cui la Propio Records spinge gli acquirenti a cimentarsi nel realizzare il proprio mash-up. Come opportunamente spiegato nelle note di copertina infatti, su un disco vi è la base di “Children”, sull’altro l’acappella di “Voyage”, «lasciandovi così la possibilità di fare il mixaggio come più vi piace». Gli incoraggianti risultati spingono Secchi a realizzare un secondo volume di “Mix It Yourself” che nel 1997, sempre su doppio mix, offre vari tool incentrati sull’acappella della sua “I Say Yeah” e la base di “Offshore” di Chicane. Secchi, va ricordato, non è nuovo a questo tipo di pratica artistica. Dalla sua discografia infatti affiorano “I Don’t Know Anybody Else (Medley With Ride On Time)” dei Black Box e “Monkey Wah (Medley With I Got Minze)”, in cui la base del pezzo prodotto per Max Baffa diventa il sostegno del rap preso da “I Git Minze” dei Too Nice. Oltre a “Bits And Pieces” (un tributo al “Beats + Pieces” dei Coldcut?) che potrebbe essere considerato il prodromo di “Mix It Yourself Vol. 2”. Tutti sono del 1990.

Sempre in Italia, nel 1997, Gabry Ponte e Domenico ‘MTJ’ Capuano realizzano, per il progetto Sangwara, la cover di “Don’t Speak” dei No Doubt, abbinandola al basso e alla ritmica di “Make The World Go Round” di Sandy B remixata dai Deep Dish. In autunno i due, in compagnia di Simone Pastore dei Da Blitz, firmano anche “Just Be Good To Me” di Karmah, remake dell’omonimo della S.O.S. Band sincronizzato sulla base di “Every Breath You Take” dei Police, quell’anno adoperata da Puff Daddy & Faith Evans Featuring 112 per “I’ll Be Missing You”. Il pezzo passa del tutto inosservato ma si rifarà con gli interessi nel 2005 quando diventa un successo in Germania, come dettagliatamente illustrato in Decadance Extra con le testimonianze inedite raccolte per l’occasione da Massimo Gabutti, boss della Bliss Corporation. Nel 1998 invece i Groovy 69 approntano “Stardust Medley With Dust”, licenziato in diversi Paesi europei e persino in Australia, Canada e Stati Uniti. Il pezzo lascia convivere al suo interno “Music Sounds Better With You” degli Stardust e sample vocali simili a quelli di Jane Fonda usati senza permesso in “Gym Tonic” di Bob Sinclar, ai tempi oggetto di una querelle con Thomas Bangalter dei Daft Punk, presunto autore del brano che, è bene rammentarlo, gira su una base già esistente, quella di “Bad Mouthin'” di Motown Sounds. Nel ’99 inizia a circolare un white label con l’acappella di “You See The Trouble With Me” di Barry White e la base di “The House Of God” di DHS. L’interesse è tale da spingere a trovare il modo per ufficializzarlo e creare, dopo aver risolto qualche inghippo burocratico, “You See The Trouble With Me” dei Black Legend, in cui la parte vocale viene ricantata dal britannico Elroy Powell alias Spoonface. Il brano conquista la vetta della classifica del Regno Unito. Costruiti in modo simile sono sia “Turn Around” dei Phats & Small che pare frutti oltre due milioni di copie, in cui la base è ricavata da un sample di “The Glow Of Love” dei Change e la parte vocale (che nel 1992 ispira gli italiani Alison Price per “It’s Gonna Be Alright”) ritagliata da “Reach Up” di Toney Lee ma ricantata da Ben Ofoedu, sia l’altrettanto fortunato remix approntato da Mousse T. per “Sex Bomb” di Tom Jones: la celeberrima Peppermint Disco Mix gira su una base desunta da “All American Girls” delle Sister Sledge, di quasi venti anni prima, in cui viene opportunamente incastrata l’acappella di Jones. Quasi parallela l’uscita di “Kathy Sits On Morales’ Face”, in cui un autore rimasto ignoto abbina sagacemente “Turn Me Out” di Praxis Feat. Kathy Brown a “Needin’ U” di David Morales Presents The Face (quest’ultimo, a sua volta, già sbocciato sull’incrocio tra “My First Mistake” dei Chi-Lites e “Let Me Down Easy” dei Rare Pleasure). Ma non è finita. Il modus operandi del mash-up, da lì a breve, conquisterà ancora più spazio e credibilità.

Anni Duemila, ufficializzazione e consacrazione
Incisi su migliaia di white label sparsi in tutto il pianeta, i bootleg ottenuti dalla sovrapposizione tra pezzi differenti si apprestano a conoscere una ufficializzazione e consacrazione nel mondo della musica. Ufficializzazione perché emerge il termine mash-up ad identificare quelle incisioni in modo chiaro e riconoscibile, consacrazione perché il mercato, non più solo quello delle realtà indipendenti con numeri risicati e destinati al solo mondo dei DJ, accoglie a braccia aperte questa pratica, cannibalizzandola. A favorire ciò è la tecnologia che incalza e permette di affinare la tecnica e sottrarre a quel tipo di creazioni l’effetto artigianale che in passato tradisce spesso imperfezioni. Come spiega Simon Reynolds in “Retromania”, «Il mash-up decolla quasi contemporaneamente al lancio dell’iPod, nell’autunno del 2001. Coincidenza? Sì e no. L’uno e l’altro sono prodotti della stessa rivoluzione tecnologica: la compressione dei dati musicali nell’MP3, l’aumento della banda larga per trasmettere rapidamente la musica sul web. Inoltre, in un certo senso, il mash-up è un mixtape o una playlist cortissima, così breve che i due brani vengono ascoltati simultaneamente e non in sequenza». E così ecco arrivare mega successi come quello di “Toca’s Miracle” che nel 2000 sbanca la chart di vendita britannica. L’idea di unire la base di “Toca Me” dei tedeschi Fragma ai vocal di “I Need A Miracle” di Susan Brice alias Coco, un brano house edito originariamente nel 1996 dalla statunitense Greenlight Recordings, viene ad un DJ di Nottingham, Vimto, che nel ’99 stampa il mash-up su una classica white label illegale. Le reazioni entusiastiche di DJ influenti come Pete Tong e Judge Jules spingono la Positiva, casa discografica del gruppo EMI che ha sotto contratto i Fragma e che nel ’97 ha preso in licenza, ri-registrandolo, il pezzo di Coco, a pubblicare in via ufficiale l’intuizione di Vimto, sottoponendola ad alcune migliorie apportate da Ramon Zenker. I risultati sono strabilianti, si parla di oltre tre milioni di copie, ma nel 2012 la Brice solleva un polverone dichiarando pubblicamente di non aver mai percepito denaro per nessuna delle versioni messe in commercio, inclusa quella del 2008 edita dalla tedesca Tiger Records. Un successo di dimensioni analoghe viene approntato pochi anni più tardi in Belgio: “Pump It Up!” di Danzel gira su una trascinante base col sample preso da “In The Mix” di Mix Masters Featuring MC Action a cui viene sommata la linea vocale di “Pump It Up” dei Black & White Brothers. Il risultato guadagna oltre tre milioni di copie. Particolarmente riuscito è pure “Doctor Pressure” in cui i Phil N’ Dog convogliano “Drop The Pressure” di Mylo e “Dr. Beat” dei Miami Sound Machine. La versione viene ufficializzata dalla Breastfed e licenziata in vari Paesi del mondo. Ricercati dai collezionisti sono “I Wanna Dance With Numbers” di Girls On Top, del 2001, in cui Whitney Houston canta insolitamente per i Kraftwerk (“I Wanna Dance With Somebody” + “Numbers”), e “Let Me Show Your Lizard” in cui qualcuno, nel 2002, mette insieme “Lizard” di Mauro Picotto e “Let Me Show You” di Camisra, quest’ultimo già derivato dall’accavallamento di sezioni tratte da dischi diversi come “Loose Caboose” degli Electroliners e il basso della citata “Make The World Go Round” di Sandy B remixata dai Deep Dish. Di Girls On Top (alias Richard X, di cui si riparlerà più avanti) si rinviene pure “Being Scrubbed” (“Being Boiled” degli Human League + “No Scrubs” delle TLC), racchiuso in una copertina parodistica dello stesso “Being Boiled”.

Autentici mattatori di quegli anni sono i 2 Many DJ’s (i fratelli belgi David e Stephen Dewaele) che con “As Heard On Radio Soulwax Pt. 2”, del 2002, impartiscono lezioni di stile attraverso una tracklist che fonde magistralmente mondi musicali plurimi, dimostrando non solo sapiente tecnica ma anche invidiabile background. Tra 2002 e 2003 escono “Like A Prayer” dei Mad’house (“Like A Prayer” di Madonna + “The House Of God” di DHS, che ha già portato tanta fortuna a Black Legend), “Begin To Spin Me Around” di Dannii Minogue Vs. Dead Or Alive (“I Begin To Wonder” di J.C.A. + “You Spin Me Round (Like A Record)” dei Dead Or Alive) e “Can’t Get Blue Monday Out Of My Head” (“Can’t Get You Out Of My Head” di Kylie Minogue + “Blue Monday” dei New Order). A realizzare quest’ultimo è Erol Alkan nascosto dietro lo pseudonimo Kurtis Rush con cui si diverte ad assemblarne altri come “George Gets His Freak On” (“Faith” di George Michael + “Get Ur Freak On” di Missy Elliott) e “Is There A Cure For The One Minute” (“The Lovecats” dei Cure + “One Minute Man” ancora di Missy Elliott). Negli anni a seguire invece: “Love Don’t Let Me Go (Walking Away)” di David Guetta vs. The Egg (“Love, Don’t Let Me Go” di David Guetta Featuring Chris Willis + “Walking Away” di The Egg), “Destination Calabria” di Alex Gaudino Ft. Crystal Waters (“Destination Unknown” dello stesso Gaudino + “Calabria” di Rune) ed “Horny As A Dandy” di Mousse T. vs. The Dandy Warhols (“Horny ’98” di Mousse T. + “Bohemian Like You” dei Dandy Warhols). Una sorta di mash-up è pure “Being_Nobody” di Richard X vs. Liberty X, ottenuto dall’incastro tra le liriche di “Ain’t Nobody” di Rufus & Chaka Khan ed elementi di “Being Boiled” degli Human League. Tra i meno noti invece “Stunt Alone” (“1$44” di Mr. Oizo + “Never Be Alone” dei Simian), “Police On Chemicals” (“Voices Inside My Head” dei Police + “Loops Of Fury” dei Chemical Brothers), “Want Control?” (“I Want You” dei Filur + “Keep Control” dei Sono) e “Work That Punk” (“Work It” di Missy Elliot + “Punk Or Funk” dei JDS), tutti del 2004.

Danger Mouse - The Grey Album

La copertina di “The Grey Album” di Danger Mouse, che nel 2004 crea forte interesse ma nel contempo problematiche legali mai risolte

Si potrebbe andare avanti a lungo col rischio di non coprire neanche un decimo dell’immensa produzione mash-uppistica degli ultimi vent’anni anche perché questa pratica entra, come si è già visto, a pieno titolo pure nel mainstream, talvolta col supporto e benestare delle grosse etichette discografiche che intravedono in essa un nuovo modo per lucrare. Non è però il caso di “The Grey Album” dello statunitense Danger Mouse, del 2004, un album geniale sin dal titolo creato sull’incrocio tra “The Black Album” di Jay-Z, da cui vengono tratte le parti vocali, e “The White Album” dei Beatles, dal quale provengono invece le sezioni strumentali. La disputa legale sorta con la EMI non creerà mai i presupposti per l’ufficializzazione ma ciò non impedisce la ripetuta stampa su vinile e CD, oltre alla capillare diffusione digitale via internet alimentata anche dall’organizzazione no-profit Downhill Battle. Insomma, tutto inizia a rientrare nel contesto “mash-uppabile”, anche l’hip hop, il pop e il rock, come illustrato qui. Emblematico il caso di “Numb/Encore” di Jay-Z e Linkin Park (“Numb” dei Linkin Park + “Encore” di Jay-Z), un successo che vende milioni di copie e che nel 2005 fa guadagnare agli autori persino un Grammy Award.

Quale sarà il futuro della puzzle music?
Prima che si scatenino robusti appetiti commerciali e la tecnologia a buon mercato lo renda accessibile davvero a tutti, neofiti inclusi, finendo irrimediabilmente col banalizzarlo, il mash-up è un modo con cui artisti di diversa provenienza ed estrazione stilistica riescono a dare una forma inedita alla propria creatività. Simile e parallelo all’arte del sampling, il mash-up attribuisce agli artefici un nuovo tipo di merito, senza dubbio differente rispetto a quello di chi crea da zero, ma pur sempre un merito, tanto più grande quanto il risultato finale spicchi per genialità e, soprattutto, imprevedibilità, che pare la qualità determinante per suscitare la massima approvazione del pubblico. Se il campionamento poteva già essere considerato una sorta di “riciclo creativo”, il mash-up amplifica ulteriormente tale concetto, soprattutto quando l’incalzante tecnologia incoraggia a spingersi oltre i limiti che un tempo sembrano invalicabili. I mash-up, inoltre, aprono commistioni strambe e a volte a dir poco improbabili, perché virtualizzano gli incontri tra autori che mai si troverebbero a collaborare nello stesso studio per ragioni di varia natura, età, stile, culture diametralmente opposte o, ancora più a monte, il passaggio a miglior vita. Come in una fiaba, il mash-up annulla distanze e diffidenze ed unisce pure chi non c’è più biologicamente sulla Terra. Lo slancio poi, in alcuni casi, diventa davvero forte e lascia emergere dagli intrecci sonori una nitida carica inventiva che smentisce il giudizio di chi liquida tutto frettolosamente e superficialmente come “una banale sovrapposizione che potrebbe fare chiunque”. Non che tutti i mash-up rivelino acutezza creativa però, sia ben inteso, anzi, e la caterva di materiale discutibile a cui poter accedere oggi attraverso piattaforme come YouTube o Soundcloud lo testimonia. Se da un lato, come si è detto poc’anzi, la tecnologia incita, dall’altro narcotizza la creatività perché rende tutto troppo facile, scontato ed immediato. «I produttori di mash-up hanno portato questo genere di sampledelia alle estreme conseguenze» scrive il citato Reynolds in “Retromania”. «L’obiettivo era aggiungere la minore dose di musica originale possibile, lo stretto indispensabile per incollare le due metà. Musicalmente parlando non c’è creazione di valore aggiunto, anche nel migliore dei casi equivale alla somma delle parti. Il sovrappiù è concettuale, l’intelligenza della giustapposizione incongrua, la capacità di far dialogare tra loro musicisti di estrazione completamente diversa. La moda del mash-up dà il via ad ogni sorta di interpretazioni sostanzialmente modellate sull’ideologia punk. La riscossa dei consumatori pop che si impadroniscono dei mezzi di produzione e fanno da soli, il mash-up come rigurgito di tutta la musica pop che ci hanno ficcato in gola a forza. In ultima analisi però non sembrava che una forma di pseudo creatività basata sul connubio di blanda irriverenza e semplice passione pop: amiamo questi dischi, proviamo a raddoppiarne il piacere incollandoli insieme». Col passare degli anni (e dei decenni) è diventato più arduo riuscire ad andare oltre la soglia del già fatto e del già sentito ma questa, è risaputo, è una situazione che interessa anche la musica inedita, accusata di essersi arenata e stereotipata. Il futuro però potrebbe riservare ancora gradite sorprese ed aprire inediti scenari per il mash-up. La speranza è (sempre) l’ultima a morire. (Giosuè Impellizzeri)

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Leo Young – The Unreleased Projects Of Pronto Recordings (New Interplanetary Melodies)

Leo Young - The Unreleased Projects Of Pronto RecordingsDegli esaltanti trascorsi di Leo Zagami alias Leo Young, protagonista prima della rave age romana ed istigatore poi della nu funk / nu cosmic disco in tempi assolutamente non sospetti, abbiamo già parlato qui nel 2016, occasione in cui l’artista annunciò un possibile ritorno in studio. Di inediti, ad oggi, purtroppo non se ne sono ancora visti e sentiti ma in compenso tra poche settimane uscirà un 12″ che romperà il silenzio discografico quasi ventennale del DJ/produttore capitolino. “The Unreleased Projects Of Pronto Recordings” lascia però intendere che il contenuto fosse destinato alla Pronto Recordings e, per qualche ragione, finito nel cassetto per un paio di decenni circa. L’attività dell’etichetta fondata dallo stesso Leo Young a Londra nel 1997, nonostante gli ottimi presupposti, va progressivamente scemando sino ad arenarsi del tutto nel 2003.

«Ai tempi si produceva parecchio ma non sempre si arrivava al traguardo della stampa su vinile che, già dalla seconda metà degli anni Novanta, entrò in crisi a causa dei CD e della pirateria legata a tale formato» spiega oggi Zagami. «L’intensificazione della crisi nel mondo discografico e del vinile portò all’inevitabile fallimento di svariate distribuzioni e, conseguentemente, alla chiusura di altrettante etichette che non furono più pagate nei tempi prestabiliti dai relativi distributori. Esistono diverse produzioni ancora inedite della Pronto Recordings tra cui una realizzata con Petar Zivkovic, ex tastierista dei Block 16 ai tempi attivi su Nuphonic, ed un’altra con Philippe Lussan e Rhythm Doctor della Mama Records. Magari in futuro potranno essere pubblicate pure quelle, anche se il recupero e il trasferimento dai DAT non è sempre facile».

I pezzi tratti dall’archivio Pronto Recordings e finiti sul disco sono due: “The Frascati Project” (possibile rimando al “The Subiaco Project” del 1997?), un estatico trip in crescendo tra rovente funk e serpeggiante jazz mantrico e tantrico, immerso in salsa house per circa quattordici minuti d’inarrestabile groove, ed una versione inedita di “4 The Emperor” (l’originale era in “The Magickal Childe” del 2001), afrobeat del nuovo millennio in balia di ipnosi ed onirismo. A questi si aggiunge la reinterpretazione di “4 The Emperor” realizzata nel 2019 da Daniele Tomassini alias Feel Fly, promettente DJ nostrano che squarcia l’atmosfera nebbiosa di partenza con un tappeto strumentale da cui si levano retaggi italo house. «”The Frascati Project” nacque quasi per gioco dopo una serata in discoteca a Frascati, vicino Roma, con alcuni musicisti di grande spessore e l’amico Massimo Spaziani alias DJ Space» prosegue Zagami. «Tecnicamente lo realizzai con l’aiuto del purtroppo scomparso Luigi Pulcinelli dei Tiromancino, e si configurava come progetto di scambio con la citata Nuphonic di Londra, leggendaria etichetta con cui stava nascendo un’intensa e proficua collaborazione anche in relazione ai miei DJ set tenuti in giro per il mondo. “4 The Emperor” invece sbocciò ad Oslo, in Norvegia, come bonus track di “The Magickal Childe” che uscì sulla Tummy Touch di Tim “Love” Lee.

Leo Young - Cosmic Land

La copertina di “Cosmic Land”, il primo album di Leo Young edito nel 1997 dalla KTM, etichetta “sorella” della più nota Tresor

L’eccentrico Tim era un amico intimo e compaesano di DJ Harvey che, col musicista Thomas Bullock, altro conoscente di vecchia data, ha creato i Map Of Africa. Con lui ho condotto in qualche occasione il programma radiofonico House Machine. Una sua foto appare pure nel collage fotografico del mio album “Cosmic Land” edito nel 1997 dalla KTM, etichetta “sorella” della Tresor. Tutti facevano parte di un nutrito gruppo di artisti provenienti da Cambridge molto influenti nella scena londinese di quegli anni e successivamente anche in quella statunitense. I tre infatti, tempo dopo, si trasferirono negli States per cercare ulteriori stimoli culturali e musicali. Il loro ruolo nell’abbracciare la mia causa “cosmica” e poi promuoverla fin dall’inizio è stato sicuramente molto importante. Di quegli anni ricordo con piacere anche gli Idjut Boys e Laj con quali lavorai in studio a lungo e il cui ruolo fu centrale nel farmi scoprire da Marshall Jefferson che mi fece poi ottenere il ruolo di DJ resident al Tresor e il contratto discografico con la label house del gruppo Interfisch, la citata KTM. In tutto questo non posso non spendere qualche parola anche sul mio carissimo amico Chris Long alias Rhythm Doctor che conobbi grazie a Marco Funari, nipote del presentatore televisivo Gianfranco Funari, che in quegli anni fu un improbabile mecenate delle nostre aspirazioni discografiche. Con Chris nacque subito un’amicizia ed una collaborazione artistica molto forte, dovuta anche alla sua storia che inizia nei lontani anni Settanta e che lo vede creare nel 1980 il famoso Rhythm Clinic. Credo possa essere considerato una sorta di Daniele Baldelli inglese, molto bravo anche tecnicamente. Intuendo il mio potenziale artistico, mi aiutò da subito a trovare lavoro come DJ e ad affermarmi a livello internazionale. Senza Chris, a cui sono tuttora legato da una fraterna amicizia, forse non avrei potuto lanciare il mio “cosmic sound” nel mondo.

Pasta Party 1995

Due scatti del 1995 che immortalano i pasta party domestici londinesi di Zagami: in alto Leo Young e Danny “Buddha” Morales, in basso Leo Young e DJ Harvey con l’assistente di quest’ultimo al centro.

In quegli anni creai anche i leggendari “pasta party” con cui ospitavo nel mio modesto appartamento londinese di appena sessanta metri quadrati fino a quaranta persone per cucinare i miei (altrettanto leggendari) piatti di pasta. Quasi tutti gli ospiti erano DJ e produttori discografici, troppi per nominarli tutti. Da Luca Colombo al compianto David Camacho passando per Danny “Buddha” Morales, il quasi sempre presente Harvey e l’amico Sauro del Red Zone di Perugia, ma senza dimenticare i Faze Action, i DJ del Cream, i Prodigy e molti altri che sarebbe davvero impossibile ricordare. Insomma, l’arte culinaria mista alla buona musica aiutarono parecchio il mio processo creativo tanto che ad un certo punto alcuni DJ e produttori giunsero persino dal Giappone, armati di macchina fotografica per immortalare cosa stessimo facendo. La consolle storica usata in quelle occasioni era custodita in un armadio di proprietà della mia famiglia, costruito nel lontano 1777 e che mi fu donato al mio arrivo a Londra dopo la morte di un lontano cugino omosessuale ucciso dall’AIDS. Ricordo ancora la faccia di Claudio Coccoluto quando gli mostrai per la prima volta l’appartamento in cui si tenevano queste feste. Lui viveva in Italia e dati i numerosi impegni non poteva partecipare ai miei eventi musical-culinari come avrebbe voluto, ma ne aveva sentito parlare da molti amici ed una sera volle venire a vedere di persona quel posto così tanto chiacchierato. Salimmo le scale per giungere al secondo piano, al 18 di Church Street, a pochi passi da Abbey Road, e dopo essersi girato intorno mi disse, quasi sbigottito: “Leo, ma come fai ad ospitarli tutti qui? È un buco, questi inglesi sono tutti pazzi!” Cominciai a ridere e gli risposi, in romanesco: “A Clà, ricordati che qui è tutta “gran fragranza”. E lui: “Geniale Leo, davvero geniale”.

Ma torniamo al disco. Purtroppo sono trascorsi troppi anni per poter ricordare tutti i dettagli che animarono quelle due produzioni di cui ricordo, in particolare, gli input creativi da parte di coloro che ne furono coinvolti, anche se la direzione finale del progetto spettava sempre a me giacché dovevo rendere il prodotto appetibile per eventuali distributori o etichette interessate ad una eventuale coproduzione. Alla stesura del brano, quindi, potevano partecipare più persone ma l’editing e la produzione finale erano sempre frutto delle mie mani. Oggi sarebbe davvero arduo realizzare un prodotto del genere per i notevoli investimenti che feci sia nello studio di Oslo che in quello di Roma, in via Gradoli, per l’affitto di alcuni strumenti e il contributo dei turnisti. C’erano strumenti base che non mancavano quasi mai durante le mie session di registrazione come il sintetizzatore analogico Prophet-5, uno dei miei preferiti in assoluto, o il Roland Juno-106, senza dimenticare le mitiche drum machine Roland TR-808 e TR-909. Ma in questi due inediti c’è molto di più. In “4 The Emperor”, ad esempio, figurano alcuni elementi percussivi provenienti da una batteria di seconda mano appartenuta a Stewart Copeland dei Police, acquistata per l’occasione dal mio batterista di Oslo, oltre al Minimoog e l’organo Hammond che prendemmo a nolo ed usammo nel menzionato album uscito su Tummy Touch. Senza dubbio “The Frascati Project” intendeva creare, nel nome, un ideale collegamento col “The Subiaco Project”, ma mi preme sottolineare anche la presenza di un’intera sezione di fiati all’interno ispirata a Fela Kuti, eseguita con grande passione e cura da musicisti di spiccato talento. Ci divertimmo un sacco e non lo facevamo affatto per i soldi visto che allora questa musica era davvero per pochi appassionati. A volte gli anticipi ricevuti da etichette o distributori venivano interamente investiti in musicisti e studi di registrazione di alta qualità, senza pensare al profitto che sarebbe eventualmente giunto tramite le serate e il lavoro da DJ e di certo non con la vendita dei dischi, seppur in quel periodo il vinile fosse un formato che poteva economicamente rendere ancora parecchio».

artwork folder Leo Young

Il folder illustrato di quattro pagine all’interno della copertina di “The Unreleased Projects Of Pronto Recordings”. A realizzarlo è Andrea Guardiani del Budai Studio.

A pubblicare “The Unreleased Projects Of Pronto Recordings” è la New Interplanetary Melodies di Simona Faraone, un’etichetta «dall’impronta sonora sperimentale, libera, trasversale e contaminata, affidata ad artisti non convenzionali e dalle differenti sensibilità capaci di creare una dimensione parallela nel mondo dei suoni indipendenti moderni» come spiegava la stessa Faraone qui qualche tempo fa. «Stima ed amicizia che durano dall’ormai lontano 1987 mi hanno portato ad affidare la mia musica a Simona» spiega in merito Zagami. «La incontrai per la prima volta mentre lavoravo occasionalmente da Goody Music, a Roma, attività che svolgevo quando facevo “sega” a scuola. Scoprimmo immediatamente di avere alcuni amici in comune in Toscana dove iniziai professionalmente la carriera da DJ e produttore con l’aiuto di Franco Presta, fratello del noto Agostino Presta alias Ago – tra i principali fautori dell’italo disco – che conobbi a Londra mentre, ancora giovanissimo, lavoravo al famoso Legends. La collaborazione con Simona, dunque, dura da oltre trent’anni. È una persona splendida che considero quasi una sorella ma nel contempo una grande professionista del settore, sempre in cerca di qualità ed innovazione e che non si ferma mai alle apparenze».

Oggi viviamo un’epoca di continui contrasti. Se da un lato persone come la Faraone non se ne stanno con le mani in mano adoperandosi per contrastare il dilagante pressapochismo nella sfera musicale, dall’altro molti DJ e produttori che in passato hanno fatto epoca e scuola sono fermi al palo e vivono praticamente di rendita, contando solo sulla popolarità acquisita e capitalizzandola con moderni ed efficaci espedienti di marketing. Come se non bastasse tanti newcomer, illusi di poterne replicare il successo, ne emulano le gesta alimentando senza sosta la retromania teorizzata da Simon Reynolds e segnando di fatto una fase creativa quasi del tutto stagnante. Ci si domanda quindi se esistano ancora i presupposti per generare una stagione autenticamente nuova, in grado di spingere in avanti house e techno, o se la sbornia tecnologica democratizzante finirà davvero con l’omologare tutto in modo irreversibile. «Ci troviamo in un momento in cui quasi tutto è statico per colpa della cultura attuale» afferma Zagami. «La musica è da sempre il frutto di un milieu culturale, ma se un artista, che sia visivo o musicale, non trova più spunti reali per alimentare la propria arte, non ci potrà mai essere un’evoluzione dell’espressione, e questo non dipende solo dalla cosiddetta sbornia tecnologica. La creatività può essere effettivamente incentivata dalle nuove soluzioni tecnologiche ma dovrebbe andare di pari passo con un movimento culturale di più ampio respiro per arrivare al pubblico. In un corposo documento presentato giovedì 4 aprile 2019 alla Galleria Nazionale di Roma, i due gruppi oggetto dell’indagine (i millennials, dai 18 ai 32 anni, e i centennials, dai 15 ai 17 anni) hanno mostrato di avere un rapporto molto più articolato con la cultura. Mentre i primi mostrano di essere soprattutto “custodi” di supposti valori tradizionali (la famiglia, la salute, l’amore e non certo musica elettronica o discoteche) i secondo sono più affini a pilastri come l’amicizia e soprattutto a categorie della trasformazione come la curiosità e la creatività. Spero quindi che questa creatività li porti ad osare e a combattere negli anni a venire, perché senza un briciolo di sofferenza ed incoscienza non potrà mai nascere una nuova fase creativa che, a mio avviso, arriverà tra qualche anno come rivolta analogica alla digitalizzazione e al transumanesimo. L’arte fine a se stessa non porta da nessuna parte».

Restringendo il discorso alla sola l’Italia invece, le cose sono mutate in meglio o in peggio negli ultimi venticinque/trent’anni? «Oggi la scena nostrana è molto più variegata e ricca rispetto agli anni Ottanta e Novanta» afferma Zagami. «In tanti si stanno imponendo con la loro spasmodica ricerca musicale e meritevoli di citazione sono le numerose etichette che si dedicano costantemente alla ristampa di vecchie chicche ormai dimenticate. Però, purtroppo, non ci sono più i locali di un tempo, dove suonare tutta questa bella musica che viene sempre più spesso apprezzata più all’estero che in Italia, dove di base si è rimasti esterofili provinciali e dove le leggi draconiane dei vari governi che si sono succeduti hanno completamente distrutto un’industria incentivata in posti come Barcellona o Berlino. L’italiano dovrebbe vantare un orgoglio maggiore per la sua identità musicale che ha dato vita a fenomeni come l’italo disco o il cosmic sound e ai suoi DJ che sono tra i migliori al mondo. Si progredirà solo quando la discoteca ritornerà ad essere, come un tempo, il principale luogo di aggregazione dei giovani, in maniera molto più significativa degli stadi, dei teatri, dei cinema e dei centri commerciali. Ma questo potrà accadere soltanto quando ritornerà ad essere l’emanazione di un movimento culturale ben più ampio, capace di rinunciare all’uso continuo degli smartphone e all’appiattimento voluto con essi dalla civiltà moderna governata da forze malvagie e senza scrupoli. I giornalisti di una volta erano pronti a scendere in campo e a fare del vero giornalismo investigativo alla ricerca del nuovo e diventando, a volte, partecipi della rivoluzione musicale in atto e non semplici spettatori. Ricorderò sempre con piacere le tante giornate trascorse col compianto Dino D’Arcangelo de La Repubblica o Riccardo Luna, che mi insegnarono le basi del vero giornalismo investigativo. Non vorrei però essere scambiato per un nostalgico. Con la mia attuale carriera di scrittore e giornalista sono sempre proiettato in avanti e non mi guardo mai indietro, convinto che il meglio debba ancora venire. Ho iniziato a muovere i primi passi da DJ all’età di dieci anni, nel 1980, con l’acquisto di un boombox provvisto di doppio lettore di cassette. Era un oggetto meraviglioso che mi permise di creare le prime compilation grazie all’inserimento di effetti speciali tra un brano e l’altro. Nel dicembre del 1983 iniziai DJ Music, il mio primo programma radiofonico trasmesso da Radio Valle Dell’Aniene, grazie al noto prete mediatico Monsignor Mario Pieracci. Due anni dopo cominciai in discoteca, alla Lucciola di Marano Equo, in provincia di Roma. Insomma, è necessario fare la gavetta e chi sostiene il contrario è solo un cialtrone».

Se la Pronto Recordings si è, seppur temporaneamente, rimaterializzata grazie a questo 12″ di imminente uscita, la LY Recordings, nata nel 2017 col reissue di Angela Werner in collaborazione con Marco Salvatori e Claudio Casalini, pare non possa conoscere più alcuno sviluppo. «Purtroppo sono sorti problemi con Salvatori che è molto bravo nel settore dei reissue ma non abbastanza ferrato nella creazione di nuovi prodotti e a volte combina veri e propri disastri contrattuali, proprio come nel caso di Angela Werner. Salvatori aveva preparato un contratto con un sedicente rappresentante legale della Werner che poi si è dimostrato non essere tale, quindi il progetto è stato immediatamente abbandonato per evitare ulteriori problemi. Salvatori è giovane e a volte tradisce inesperienza, quindi ho preferito interrompere ogni collaborazione con la Best Record. Tuttavia nutro molta stima per il mio vecchio amico e collega Claudio Casalini che conosco da una vita e considero il vero padre dell’italo disco. Nel frattempo mi sono trasferito in California dove ho messo su un ottimo team di musicisti sia a Los Angeles che a Sacramento, coi quali sto creando un progetto culturale/musicale. Probabilmente verrà pubblicato ancora dalla New Interplanetary Melodies nei mesi a venire». (Giosuè Impellizzeri)

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