La discollezione di Gino Woody Bianchi

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Parte della collezione di dischi di Gino Woody Bianchi: in mano regge “Get On The Good Foot”, album di James Brown del 1972

Qual è stato il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
Alla fine degli anni Sessanta andava di moda il cosiddetto mangiadischi per cui casa mia, come del resto tante altre, era letteralmente invasa da dischi. Il mio primo vero disco comunque, un 7″ che allora si chiamava gergalmente 45 giri, è stato “Sex Machine” di James Brown. Lo comprai nel 1970 dopo averlo ascoltato in una delle prime puntate di Alto Gradimento, un programma radiofonico di grande successo con Renzo Arbore e Gianni Boncompagni.

L’ultimo invece?
Pochissimi giorni fa mi è arrivato il 12″ promozionale del remix di “I Thought It Was You” di Herbie Hancock. Inoltre ho appena acquistato un rarissimo 7″ pubblicato dalla Sugar Hill Records nel 1981, “Stronger Than Before” di Just Friends che sul lato b annovera il pezzo disco boogie “Mutsie”.

Quanti dischi ci sono nella tua collezione?
Non li ho mai contati ma credo realistica una stima tra i ventimila e i venticinquemila. Faccio il disc jockey da quarantacinque anni ed ho sempre comprato dischi. Posseggo inoltre dai quattromila ai cinquemila CD, supporto che amo in particolar modo per le edizioni rimasterizzate, quelle con tracce extra, con versioni inedite o con informazioni e testi nei booklet. Ho reinvestito gran parte del denaro guadagnato facendo il DJ proprio nell’acquisto di musica. Ho comprato dischi ovunque, anche all’estero ovviamente, affrontando molteplici viaggi. Senza accorgermene ho costruito una bella collezione. Non so quanto abbia speso per essa e francamente non ci voglio neanche pensare perché mi spaventerei, ma non nutro assolutamente alcun rimpianto.

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Bianchi e una piccola parte della sua collezione. Dall’omogeneità cromatica delle costole delle copertine si evince l’ordine scrupoloso con cui il DJ romano ha sistemato i suoi dischi

Come è organizzata?
Sono una persona ordinata sia mentalmente che praticamente quindi ho suddiviso i 12″ per etichette, generi ed anno a seconda delle esigenze. Quelli con copertine uguali delle label ad esempio, tipo Salsoul, Prelude, West End, Columbia, Epic, AVI, Casablanca, TK etc, sono tutti allocati in alcuni scaffali mentre la house music la ho incasellata per annate. Gli album invece sono divisi per generi: disco, funk, soul, r&b, jazz, latin, soundtracks, elettronica e rock. I War, James Brown, Roy Ayers, B.T. Express e Charles Earland, di cui ho quasi tutta la discografia, si trovano nello stesso scompartimento. Insomma, ho seguito una logica personale che facilita la ricerca.

Segui particolari procedure per la conservazione?
Nella mia collezione “accetto” solo dischi in ottime condizioni. Ogni tanto pulisco alcuni con un liquido tedesco per togliere le ditate. Utilizzo inoltre le foderine in plastica per salvaguardare le copertine. Laddove il disco sia troppo usurato invece lo riacquisto.

Ti hanno mai rubato un disco?
Nel 1994, dopo aver completato il set in occasione del live degli Incognito, mi recai in un altro locale lasciando incautamente una borsa con circa trenta/quaranta dischi nel portabagagli della mia auto. Al ritorno purtroppo quella borsa non c’era più. Persi cose abbastanza rare che nel corso del tempo ho fortunatamente ritrovato, forse tre/quattro dovrei ancora ricomprarle ma comunque non sono titoli fondamentali. Ad alcuni amici invece ho prestato qualche disco che non mi è stato più restituito ma va bene ugualmente, il piacere della musica va condiviso e a volte regalato.

Qual è il disco a cui tieni di più?
È difficile rispondere. Tengo tantissimo ad ogni disco che posseggo perché rappresenta un suo momento e una sua storia. Uno di quelli che mi emoziona sempre quando lo riascolto è “Universal Love” degli MFSB ma provo sensazioni analoghe anche col capolavoro di Stevie Wonder, “Songs In The Key Of Life”, con “Shaft” di Isaac Hayes o con “Gratitude” degli Earth, Wind & Fire. Insomma, non saprei proprio indicarne solo uno. Ad ogni disco sono legati aneddoti, attimi, ricordi, emozioni…una vita intera.

Quello che ti sei pentito di aver comprato?
Sono diversi i dischi acquistati erroneamente nella mia carriera da disc jockey, magari importanti solo per la gestione di una serata (si pensi, ad esempio, ai successi del momento). Qualche esempio? “Live Is Life” degli Opus o “Yes Sir, I Can Boogie” delle Baccara. Grazie ad essi però ho riempito i dancefloor e questo non lo nascondo, quindi alla fine sono stati comunque acquisti utili. Un disco “serio” che ha deluso le mie aspettative invece è stato “Electric Universe” degli Earth, Wind & Fire, uscito nel 1983.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
Sono davvero tanti i dischi della mia wantlist, non riesco mai a saziare del tutto l’ego del desiderio. Uno di questi è “Le Roc “Move Your Body”” di Le Cop, un 12″ del 1979 molto ricercato che rincorro ormai da anni. Purtroppo è difficile trovarlo in buone condizioni e soprattutto ad un prezzo abbordabile (nel 2016 una copia è stata venduta su Discogs per poco meno di 1500 €, nda). Un altro invece è “Introducing – The Brief Encounter” dei Brief Encounter, un LP del 1977 venduto a prezzi impossibili e fuori da ogni logica, ma la lista che potrei stilare è davvero infinita.

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“A Tribute To Muhammad Ali (We Crown The King)” di Le Stim (Nacnudah International Records, 1980) è il disco per cui Bianchi, ad oggi, ha speso la cifra più alta

Quello per cui hai speso la somma più alta?
Non ritengo giusto investire somme esagerate. Sono riuscito ad accaparrarmi molti dischi che hanno acquisito valore ed importanza nella mia lunga ricerca in giro per il mondo attraverso mercatini, negozietti e fiere, ma devo ammettere che a volte il desiderio ha superato il buon senso e quindi sono cascato nella rete dei prezzi importanti. In merito a ciò cito “A Tribute To Muhammad Ali (We Crown The King)” di Le Stim, un 12″ del 1980 ristampato recentemente dalla Melodies International per cui ho speso circa seicento dollari. Il disco e la copertina erano in buone condizioni e credo di essere uno dei pochi possessori al mondo di questo cimelio.

Quello con la copertina più bella?
Una delle copertine che ho sempre ammirato è quella di “Slave To The Rhythm” di Grace Jones, realizzata dal francese Jean-Paul Goude, ma mentirei se non citassi pure quella di “Aladdin Sane” di David Bowie, a firma Brian Duffy e Celia Philo, e quella di “I Want You” di Marvin Gaye, illustrata da Ernie Barnes ricordato per altre splendide cover di Donald Byrd, Rose Royce, Curtis Mayfield e The Crusaders.

Come e cosa ricordi dei primi negozi di dischi che hai iniziato a frequentare?
Nel periodo adolescenziale sono stato l’incubo di molti negozietti. Erano gli anni in cui venivano pubblicati tantissimi 7″ che però non potevo acquistare visto il budget limitato della mia paghetta settimanale, per cui trascorrevo interi pomeriggi ad ascoltare le nuove uscite col fine di essere informato. A volte cercavo di convincere mia madre a sovvenzionare qualche acquisto extra. In particolare ricordo un mega negozio a Roma che si chiamava Consorti, nei pressi del Vaticano, non molto distante da casa mia. Almeno un paio di volte alla settimana prendevo la bici ed andavo lì ad ascoltare e comprare due/tre dischi tra le novità. Correva il 1973 e non avevo nemmeno dodici anni. Un altro negozio che frequentavo era La Cicala, a circa un chilometro da casa. La figlia del proprietario era compagna di scuola di mia sorella. Lì dentro ho trascorso davvero tanto tempo ed ho comprato un mucchio di dischi come i primi album della Love Unlimited Orchestra e le novità della serie Soul Explosion affiliata alla RCA. Nel ’76 a Roma aprì i battenti il primo negozio di dischi d’importazione, Sam Goody poi trasformato in Goody Music, che cambiò la mia visione nello scegliere i dischi. Lì dentro era possibile imbattersi in cose uniche che non si ascoltavano in radio o che sarebbero state pubblicate in Italia solo a distanza di diversi mesi. Lavoravo da circa un anno in un piccolo locale, il Clash Club, nel cuore della città, e ciò mi garantì un discreto budget per comprare i dischi che mi piacevano.

Continui a preferire i negozi classici all’e-commerce?
Sì, senza dubbio. Acquistare nei negozi tradizionali contribuisce a tenere vive l’emozione, l’ansia e l’adrenalina che provavo da ragazzo. Quando sapevo che nei miei negozi preferiti, come Sam Goody/Goody Music, Best Record e Città 2000, avrei potuto trovare certi dischi provavo gioia già per strada. Talvolta però quella gioia si trasformava in delusione, laddove non fossero ancora arrivati o già terminati. Nei negozi inoltre incontravo colleghi coi quali condividere idee e parlare di musica, cosa per me importantissima visto che mi piace il contatto fisico. Ad alimentare la mia passione è ancora la ricerca e la valutazione, sia del disco che della copertina. Un aneddoto? A maggio del 1982 partii da Roma insieme ad un amico per cercare titoli introvabili in stile Baia Degli Angeli. Andammo da Disco Fantasia, il negozio a Falconara Marittima che il disc jockey Kruger Agostinelli aprì l’anno prima. Di quel posto me ne parlò Marco Trani, suggerendomelo perché pieno di dischi particolari e difficili da trovare altrove. Arrivammo intorno all’ora di pranzo e trascorremmo almeno tre/quattro ore alla ricerca spasmodica del disco impossibile, della bella musica e delle rarità. Tornammo a casa esausti, messi a dura prova da un viaggio nauseante viste le tante curve dell’itinerario, ma contenti e soddisfatti per il bottino che ci eravamo assicurati. Reperire copie sigillate uscite qualche anno prima fu un’autentica goduria.

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Un’altra foto di Bianchi, questa volta con “Man-Child” di Herbie Hancock (1975)

Quali sono i primi tre dischi che ti vengono in mente ripercorrendo la tua carriera da DJ?
Il remix di “Let No Man Put Asunder” delle First Choice realizzato da Shep Pettibone nel 1983 (l’originale risale al ’77, sempre su Salsoul Records). Sul lato b dello stesso 12″, peraltro, era incisa la versione di Frankie Knuckles, alla sua prima esperienza come remixer. Fu un disco importante che continuo a riproporre nelle mie serate e che considero precursore di ciò che sarebbe diventata la house music qualche anno più tardi, e non a caso Steve “Silk” Hurley utilizzò la stessa partitura di basso per la sua “Jack Your Body” nel 1985;
“I Am”, l’album del 1979 degli Earth, Wind & Fire, la mia band preferita di sempre. Un disco che sancì la fine della disco con “Boogie Wonderland”, provvisto di arrangiamenti pazzeschi e ballads emozionanti. L’ho ascoltato migliaia di volte senza mai stancarmi;
“Man-Child” di Herbie Hancock, album risalente al 1975 dal sound innovativo e sperimentale che contava sulla partecipazione di artisti del calibro di Stevie Wonder, Harvey Mason, Wayne Shorter e Louis Johnson, per citarne alcuni. Un LP pazzesco che mi ha fatto conoscere ed apprezzare il mix tra funk e jazz.
A questi tre ne aggiungerei tanti altri come “Curtis” di Curtis Mayfield, “Masterpiece” dei Temptations, “Back Stabbers” degli O’Jays, “The Man-Machine” dei Kraftwerk, gli album prodotti dai fratelli Larry e Fonce Mizell e poi tutto di Marvin Gaye, Patrice Rushen, Michael Jackson e Stevie Wonder, oltre all’infinito mondo dell’house music.

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Gino Woody Bianchi con un paio di 12″ targati Salsoul Records

Più di qualche DJ ha affermato di prestare particolare attenzione al primo e all’ultimo disco del proprio set, perché sono quelli che il pubblico potrebbe ricordare di più. Se dovessi esibirti domani in un club, quali brani sceglieresti per aprire e chiudere la tua selezione?
Il primo pezzo determina le “intenzioni” e in un certo senso preannuncia la direzione che si prenderà. Uno che mi viene subito in mente è “Life On Mars” di Dexter Wansel, del 1976, con una partenza mistica, un intro magico che poi si trasforma in un incalzante jazz funk solare ed energico. Per chiudere la serata invece opterei per un disco importante, da “baldoria”, come ad esempio il “II° Coro Delle Lavandaie” del Maestro Roberto De Simone con la Nuova Compagnia Di Canto Popolare, o più semplicemente un anthem della disco come “Don’t You Want My Love” di Debbie Jacobs.

Oltre ad aver fatto girare migliaia di dischi come disc jockey, ne hai realizzati tantissimi come produttore sin dagli anni Ottanta. Cosa significava incidere musica per un DJ quando la house era alle battute iniziali?
Le mie prime esperienze discografiche sono state particolarmente precoci. Già nel 1980, insieme agli amici Corrado Rizza ed Emilio Bonelli, mi cimentai in un medley missato ed editato contenente le cose più belle di quel periodo, ovviamente autoprodotto in maniera clandestina. Impiegammo un paio di settimane per provare i missaggi e poi registrammo tutto in uno studio professionale con l’aiuto dell’amico fraterno Paolo Micioni e Gary Low che invece suonò le percussioni nel multitraccia. Il titolo del progetto era “Boneribian 1”. Desideravo entrare nel mondo della discografia e negli studi di registrazione, così imparai a fare l’editing su nastro e a modificare le versioni dei brani, inizialmente per uso personale e in seguito per varie compagnie discografiche. Intorno alla metà degli anni Ottanta iniziarono a spuntare i primi dischi house ma, in tutta franchezza, trovai improponibile la maggior parte di essi. Il sound era troppo scarno e nonostante molti pezzi contenessero chiari riferimenti alla disco, risultavano poco efficaci in pista, fatte alcune eccezioni come “Can You Feel It” dei Fingers Inc. o “Move Your Body” di Marshall Jefferson. Tuttavia restai affascinato da quel nuovo modo di fare musica e cominciai a lavorare con diversi produttori e musicisti importanti del circuito romano partecipando ad arrangiamenti, missaggi e realizzando editing per stesure di vari brani (come raccontato in questo reportage, nda). Fu una scuola importante perché approcciai alla programmazione ritmica, alla scelta dei suoni e capii come sviluppare una versione. Fui molto fortunato a collaborare con un’etichetta come la X-Energy Records. Alvaro Ugolini, co-proprietario insieme a Dario Raimondi Cominesi, mi diede fiducia e così potei sperimentare e pubblicare le mie idee, remix, edit e produzioni usando i primi campionatori. Provai una sensazione unica ed impareggiabile nel creare musica moderna ma intrisa del mio passato e da ascolti maniacali del philly sound e della disco.

Woody nello studio blue della Wax Production (1996)

Gino Woody Bianchi nello studio blue della Wax Production (Roma, 1996)

Nel ’94, insieme a Corrado Rizza e Dom Scuteri, fondi la Wax Production al cui interno operano due etichette, la Lemon Records, su cui esce la fortunata “Rhythm” di Black Connection poi diventata “Give Me Rhythm” di cui parliamo qui, e la Evidence. Come e cosa ricordi di quel periodo?
Il team della Wax Production nasce già alla fine del 1990 per la realizzazione di remix e produzioni destinate ad etichette come la Flying Records e la X-Energy tra cui “Colour Me” di Paradise Orchestra e “Tomorrow” di Daybreak. Dopo quattro anni di lavoro volevamo dare una svolta al progetto, intenzionati a sperimentare di più e desiderosi di quella libertà che ci avrebbe permesso di pubblicare ciò che ritenevamo più opportuno senza attendere giudizi e consensi altrui. Aprimmo quindi due studi di registrazione (il blue e il green) in una nuova location dotata anche di ufficio, e varammo la Lemon Records col supporto della Flying Records in veste di distributore. L’aspetto economico non ci ha mai condizionato perché io e Corrado lavoravamo come DJ e ciò ci mise nella condizione di realizzare dischi di qualità senza subordinarci ad aspetti commerciali. Vennero fuori tanti brani tra cui successi di alto profilo proprio come Black Connection, nato per utilizzare un sample del philly sound che mi “tormentava” da molti anni abbinato ad un cantato ispirato da un pezzo dei Basement Boys. In tal senso il featuring vocale di Orlando Johnson risultò fondamentale e grazie al tocco magico di Victor Simonelli e dei Full Intention divenne un anthem dei dancefloor entrando in poco tempo nella classifica nazionale britannica. Ricordo la Wax Production con molto piacere, ci divertimmo confrontandoci e collaborando con varie etichette discografiche di rilievo oltre ad incontrare i produttori e i remixer più blasonati al mondo, soprattutto in occasioni speciali come il Midem di Cannes. Fu un sogno che divenne realtà con ottimi riscontri economici.

Per circa un quindicennio vendere dischi è stata la mission principale delle label indipendenti legate alla musica dance. La “liquefazione” dei formati dopo il Duemila però ha stravolto la metodologia di lavoro quasi azzerando, di fatto, gli introiti. In tantissimi hanno chiuso battenti, altri hanno proseguito cercando di barcamenarsi nelle nuove dinamiche di un “mercato” forse non più tale (download prima, streaming poi). Ritieni che la perdita di un comparto come il disco in vinile, un tempo determinante, abbia contribuito ad alimentare quel processo di narcosi creativa in cui oggi versano house, techno e derivati? Sapere di non poter vendere più di trecento o cinquecento copie, per chi investe ancora in questa attività – che sia un artista o un produttore -, ha smorzato la passione e la voglia di fare che invece fu particolarmente accesa negli anni Novanta?
Il passaggio al CD ha innescato un mutamento irreversibile. Il resto è avvenuto col download e streaming che hanno sancito quasi del tutto la scomparsa del vinile. Nel decennio 2000-2010 le produzioni potevano contare ancora sul supporto delle compilation in CD con vendite importanti in tutto il mondo. Per i produttori c’era ancora la possibilità di guadagnare bene e realizzare cose nuove. Col cambio dei tre formati però (vinile, CD e digitale) è emerso un numero sempre più rilevante di chi si è letteralmente improvvisato DJ senza investire denaro in musica come si faceva invece ai tempi dei dischi, e ciò ha determinato il calo dei cachet per i resident e degli investimenti dei club. Con la sensibile riduzione del mercato del vinile, dovuta al progresso e alla tecnologia incalzante, le entrate economiche dei produttori sono diminuite ma, innegabilmente, anche i costi. Qualche decennio fa per realizzare una produzione era necessario avere uno studio quindi disporre e stanziare somme importanti, adesso invece è tutto molto più semplice ed economico. Chi realizza produzioni, la maggior parte delle volte lo fa a basso costo anche perché è difficile investire su qualcosa che non garantisce alcun ritorno economico. Qualcuno lo fa per alimentare la propria immagine e quindi aumentare il numero delle serate come DJ. Probabilmente ciò influisce anche sulla creatività. Nel mio repertorio da produttore ci sono dischi che hanno venduto molto bene come ad esempio il già citato “Give Me Rhythm” di Black Connection, che ha totalizzato circa cinquantamila copie del 12″ e tre milioni di compilation su CD. La soglia si abbassò leggermente col follow-up “I’m Gonna Get Ya’ Baby” ma conquistando ugualmente prestigiosi riconoscimenti come l’ingresso nella classifica di Billboard, allora considerata il top per la musica. Ottimi risultati sono legati pure a produzioni che realizzai successivamente, come “Music” di Disconnection Featuring Sabrynaah Pope e “Stand Up (If You’re Ready)” di Electroluv. Tra singoli, compilation e licenze nel mondo non posso proprio lamentarmi. Continuo ancora oggi a realizzare remix e produzioni con la stessa passione di sempre, divertendomi ed ottenendo buoni risultati, sia in vinile che digitale, ma ovviamente il vinile resta il mio formato preferito, continuo a comprarlo fedelmente e a fare serate coi dischi.

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La copertina dell’ottavo volume di “Under The Influence”, la raccolta recentemente pubblicata dalla Z Records di Joey Negro e curata da Bianchi

Da poche settimane è uscito, sulla prestigiosa Z Records di Joey Negro, l’ottavo volume della serie “Under The Influence” per l’occasione affidato a te. La compilation rivela quanto sia consistente e poderoso il tuo background mentre la copertina promette una “collezione di boogie e disco rara”: puoi raccontare il lavoro svolto per concretizzare questa ambiziosa pubblicazione, mettendo in evidenza i contenuti, le problematiche e le tempistiche necessarie per la finalizzazione?
Tutto è nato casualmente in virtù della bella amicizia di lunga data con Dave Lee alias Joey Negro, uno dei miei producer e music selector preferiti. Ogni tanto mi diverto a postare su Facebook foto di dischi rari quanto introvabili, aggiungendo rispettive info. Una di quelle foto ha incuriosito Dave che un giorno mi manda un messaggio chiedendomi se mi andasse di curare un nuovo capitolo di “Under The Influence”. Quell’invito mi ha reso molto contento ma sapevo già che sarebbe stato un lavoro arduo e particolarmente lungo perché nel corso degli anni sono uscite moltissime compilation di quel genere che hanno saccheggiato le rarità, quindi avrei dovuto selezionare molte tracce considerando che la politica della Z Records è pubblicare brani mai inseriti in raccolte già edite da altri. Dopo una prima cernita, abbiamo selezionato venti tracce tratte dalla mia collezione di dischi (ed alcune di esse consigliate dallo stesso Dave) per valutarne la reperibilità e la fattibilità della licenza. Spesso è difficile se non impossibile rintracciare il produttore originale di un disco uscito negli anni Settanta e altrettanto frequente è non ricevere alcuna risposta oppure richieste economiche esagerate. Nell’attesa che giungessero eventuali responsi, ho sottoposto all’attenzione di Dave altre venti rarità di cui prendere in esame, allo stesso modo, la disponibilità. Su quaranta pezzi totali abbiamo avuto l’ok solo per quindici pertanto avevo bisogno di altro e la ricerca è proseguita. Alla fine siamo riusciti nell’impresa di raccogliere venticinque brani (per la versione su CD) di cui quattordici solcati sul doppio vinile. Tra i tanti segnalo una meravigliosa versione di “Mexico” di Sammy Barbot, parecchio ricercata, l’introvabile “Come On, Everybody” di Coco York, dall’Australia, e la rara “Springtime” di Arlana. In questo “Under The Influence” figurano inoltre un paio di miei edit, per “Rio De Janeiro” di Ipanema Brothers (divisa in due parti sul 7″ originale edito dalla Barclay nel 1978), e “Disco Break” dei Circle che invece era troppo corta. A tutto si aggiungono importanti liner notes con informazioni in merito ad artisti di cui non si conosce davvero niente ed aneddoti legati a come io sia riuscito ad entrare in possesso di quei dischi. Per effettuare il mastering finale ho portato personalmente tutto il materiale a Londra. Insomma, parliamo di almeno un anno di lavoro, coronato da una grafica meravigliosa. È stata una esperienza strepitosa, un sogno che si è realizzato e che mi ha dato la possibilità di far conoscere e rendere reperibili per altri DJ e selector cose introvabili senza spendere cifre proibitive. Alla base di tutto c’è la condivisione di musica.

Estrai dalla tua collezione almeno dieci dischi a cui sei particolarmente legato spiegandone le ragioni.

Lil Louis - French KissLil Louis – French Kiss
Un disco che ha cambiato il mio modo di vedere l’house music e non solo. Lo scoprii a New York nel 1989, durante una serata al Sound Factory dove c’era Junior Vasquez come resident. Andai lì insieme a Wendy Puff, segretaria della Criminal Records di Arthur Baker, e fummo ospiti della mega consolle del locale. Ad un certo punto Vasquez tirò fuori dal cilindro questo capolavoro incastrandolo in un’acappella di Gloria Gaynor perfettamente in tonalità. Il sound mi lasciò senza fiato, è un pezzo talmente avanti che, a distanza di oltre un trentennio, riesce ancora ad infiammare qualsiasi dancefloor. Un plauso quindi al DJ producer di Chicago.

Loose Joints - Tell You (Today)Loose Joints – Tell You (Today)
Ho sempre amato le cose di Arthur Russell, un genio sregolato sin dai tempi di “Kiss Me Again” di Dinosaur (1978). La sorpresa giunse già col primo Loose Joints, “Is It All Over My Face? / Pop Your Funk” del 1980 e “Tell You (Today)” fu una conferma. Le due versioni incise sul lato b, (New Shoes) Part I e (New Shoes) Part II, sono incredibili, ipnotiche e molto dub, con trombette in stile Jamaica, percussioni à la “I Love Music” degli O’Jays e un basso simile a quello di “Jazz Carnival” degli Azymuth. La produzione di Steve D’Acquisto, infine, fa di questo 4th & Broadway uscito nel 1983 un autentico must, impreziosito ulteriormente dalla perfetta registrazione. Il raro 12″ è una chicca che continuo a proporre nelle mie serate.

Family Tree - Skye - Family Tree - Aint No NeedFamily Tree / Skye – Family Tree / Ain’t No Need
Un meraviglioso 12″ double face (ovvero con due tracce di artisti differenti) pubblicato dalla Anada Records nel 1976. Mi aggiudicai il promo white label su eBay una quindicina di anni fa per circa duecento euro, ma oggi il suo valore è più che raddoppiato. Scoprii “Family Tree” in una cassetta della Baia Degli Angeli di Bob e Tom e ne rimasi ammaliato. Il pezzo, con un bel tiro funk e spunti disco, era cantato da una giovanissima Sharon Brown. Il lato b invece, con “Ain’t No Need” di Skye, è altrettanto coinvolgente e raffinato, disco funk in stile Paradise Garage.

Giorgio Farina - DiscocrossGiorgio Farina – Discocross
Un LP che comprai ai tempi dell’uscita ossia nel 1978 visto che ero un fan di Farina, DJ che l’anno prima curava il programma Discocross mandato in onda da una delle prime televisioni private laziali, S.P.Q.R. (Società Produzioni Quotidiane Radiotelevisive), presentando le novità disco d’importazione. A colpirmi in modo particolare fu la lunga traccia sul lato a, “Farina’s Suite” della durata di circa quindici minuti in stile Moroder, arrangiata egregiamente dai Goblin che la resero un capolavoro della disco underground nostrana. Il grande Simonetti alle tastiere strizzava l’occhiolino alle produzioni francesi di Cerrone e Don Ray mentre una voce richiamava “I Feel Love” di Donna Summer. Il disco suona molto bene e gode di un’ottima dinamica. Venne registrato negli studi della RCA e riproporlo oggi garantisce l’ottima resa anche nei dancefloor più esigenti. Al momento è abbastanza quotato ma sconsiglio la ristampa non ufficiale che circolava qualche anno fa, è davvero una pessima incisione.

Moodymann - I Can't Kick This Feelin When It HitsMoodymann – I Can’t Kick This Feelin When It Hits
Un altro artista che amo e stimo molto è Kenneth Dixon Jr. alias Moodymann. Riesce sempre a sorprendermi con le sue produzioni bizzarre ed originali mischiando funk, disco, jazz, gospel ed house in una miscela unica. Sono tante le cose che prediligo del suo repertorio ma questo pezzo su KDJ è decisamente speciale, tra quelli a conservare un tiro unico sebbene faccia leva su ingredienti piuttosto semplici come una ritmica, un basso ipnotico ed un sample vocale, tratto da “I Want Your Love” degli Chic, che fa veramente infiammare la pista. Risale al 1996 ma sembra prodotto oggi. Il disco è piuttosto facile da reperire, tempo fa ho comprato la seconda copia su Discogs che trova sempre spazio nel mio flightcase.

Charles Earland - Coming To You LiveCharles Earland – Coming To You Live
Earland è stato un grande organista soul-jazz di Philadelphia. Comprai l’LP “Coming To You Live” nell’ottobre del 1980 da Goody Music proprio per la traccia omonima scandita da un potente arrangiamento di fiati a firma Tom ‘Tom Tom 84’ Washington (Earth, Wind & Fire, The Dells, The Jacksons, Rodney Franklin, Phil Collins, giusto per citarne alcuni coi quali ha collaborato) ed un bel groove di chitarra di Doc Powell e Melvin Sparks. Alla versione dell’album, che non suona un granché, preferisco però quella incisa sul 12″ promozionale che trovai in uno dei miei viaggi a New York a metà degli anni Novanta. Earland resta tra i miei musicisti preferiti e a tal proposito citerei anche il suo “Perceptions” del ’78, prodotto da Randy Muller e contenente tre bombe come “Let The Music Play”, “Over And Over” ed “I Like It”.

Harvey - The Light (Harvey Version)Harvey – The Light (Harvey Version)
Da molti anni cerco il raro “Find Your Light” di Claude Jay del 1983 ma purtroppo senza esito così nel 2019 ho dovuto accontentarmi di un bootleg editato comunque ottimamente da DJ Harvey. In pratica ha esteso l’intro ed ha valorizzato la parte cantata ripetendo l’inciso di un formidabile disco boogie della durata di quasi quindici minuti. Piuttosto veloce a livello di bpm, il brano dà molta energia quando lo propongo e sprigiona allegria e felicità nel pubblico. Merito anche di un’ottima incisione e dinamica sonora.

Various - Philadelphia ClassicsVarious – Philadelphia Classics
Diversi motivi mi legano moltissimo a questa doppia compilation, forse perché possiedo tutta la collezione della Philadelphia International Records insieme alla TSOP ed etichette derivanti da questo sound. Nella primavera del ’77 un amico mi regalò una cassetta Stereo 8 con su incisa una serie di meravigliose tracce (un suo conoscente possedeva un registratore adatto a quel formato, un’autentica rarità nonché un lusso per l’epoca). Tra quelle anche un paio di long version tratte proprio dalla compilation in questione. Qualche giorno dopo andai dal sopracitato Consorti per cercarla e la trovai. Consultando i crediti di copertina capii che il tutto fosse stato remissato da Tom Moulton ovvero colui che inventò l’extended version. La traccia che cercavo era “I Love Music” degli O’Jays, poco meno di dieci minuti di goduria arrangiata da Norman Harris che continuo a proporre ininterrottamente nei miei set, ma sul doppio vinile c’erano altre sette autentiche mine come “Bad Luck” di Harold Melvin And The Blue Notes o “I’ll Always Love My Mama” degli Intruders in cui si possono ascoltare i breakdown e parti mai adoperate nella versione contenuta nell’album “Save The Children” del ’73. Conservo gelosamente due copie di “Philadelphia Classics” ed anche la ristampa in CD visto che è incisa molto bene.

Clyde Alexander & Sanction - Got To Get Your LoveClyde Alexander & Sanction – Got To Get Your Love
Ho conosciuto questo disco grazie alla compilation britannica “Boogie Tunes 2″ del 1988 che acquistai in un negozio a Novara. In quel periodo partivo da Roma il giovedì per lavorare al Diva, un locale della città piemontese, e tornare la domenica. Molti anni più tardi invece ho comprato il 12” del 1980 su eBay. Il sound è molto “grezzo”, poco curato come la maggior parte delle produzioni di Peter Brown che, essendo anche un imprenditore discografico, stampava su diverse etichette a basso costo e questo lo si può notare nelle numerose uscite P&P condivise con Patrick Adams. Tuttavia “Got To Get Your Love” è un pezzo allegro e che fa ballare, nei suoi dieci minuti non molla mai il tiro, sempre in continuo cambiamento melodico con una voce sensuale ed un bel groove incalzante. Chi non può permettersi la stampa originale può tranquillamente optare per la ristampa del 2016, sempre su Heavenly Star Records, che suona discretamente bene.

James Brown - Get On The Good FootJames Brown – Get On The Good Foot
Non è sicuramente il miglior album di James Brown ma per me rappresenta l’inizio di un percorso che mi ha fatto capire cosa fosse il funky di un certo tipo e soprattutto comprendere la grandezza di questo artista. Nel 1972 i miei genitori mi portarono in un paesino vicino Roma, Segni, in un negozio dove avrebbero dovuto acquistare dei mobili da mettere nell’appartamento ristrutturato da poco. Oltre ai mobili però quel negozio vendeva un po’ di dischi sistemati in un paio di scaffali. Quel giorno la noia mi fece stare così buono che alla fine, per premiarmi, i miei mi invitarono a scegliere un album come regalo. Presi il doppio “Get On The Good Foot”, memore della folgorazione avvenuta tempo prima con “Sex Machine”. Lo consumai letteralmente, imparando un inglese ciancicato e farfugliando parole inesistenti. Lo conoscevo a memoria, tutto, ma la traccia che amavo di più era proprio “Get On The Good Foot”, coi suoi circa sei minuti di energia ed urletti, seguita da “My Part / Make It Funky (Parts 3 & 4)” ed “I Got A Bag My Own”. Avevo da poco compiuto undici anni e questo disco cambiò radicalmente la mia visione musicale e mi aprì la mente spronandomi a cercare musica di artisti come Rufus Thomas, Joe Tex e Stevie Wonder e comprendere il soul e la musica afroamericana che mi ha accompagnato per tutta la vita.

The Blackbyrds - Happy MusicThe Blackbyrds – Happy Music
Ho iniziato la mia avventura nel mondo della musica come disc jockey nel marzo del 1975 proprio grazie a questo disco. Comprai la stampa italiana (a cui in seguito ho aggiunto pure quella americana) di “City Life”, il terzo album dei Blackbyrds, in un negozio nel centro di Roma. Amavo già i precedenti LP di questa band prodotti da Donald Byrd e “Flying Start” del ’74, in particolare, segnò insieme a “Do It (‘Til You’re Satisfied)” dei B.T. Express, le mie future scelte musicali. Tempo dopo trovai il 12″ promozionale in versione remix con un intro di chitarra più lungo e magico, supportato da una dinamica pazzesca perché girava a 45 giri. Ogni volta che lo propongo il risultato è sempre brillante: fedele al titolo, “Happy Music” riesce a mettere il sorriso al dancefloor.

(Giosuè Impellizzeri)

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La discollezione di Massimo Cominotto

Cominotto 1

Un piccolo scorcio della collezione di dischi di Massimo Cominotto

Qual è stato il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
“Jesus Christ Superstar” di Andrew Lloyd Webber & Tim Rice: era il 1973 e costava 5000 lire, l’equivalente di un paio di scarpe da montagna. Faticai parecchio per convincere la mamma a finanziarmi. A dire il vero quell’album non aveva molte connessioni coi miei gusti di allora che oscillavano tra gli Oliver Onions di “Dune Buggy” e le LaBelle di “Lady Marmalade” passando da Ike & Tina Turner con l’insuperata “Nutbush City Limits”. Ai tempi la mia fonte di ispirazione erano le giostre alla festa di piazza e quello che passava la radio, quando riuscivo a sentirla.

L’ultimo invece?
Se parliamo di dischi in vinile, qualche settimana fa ho preso alcuni bootleg dei Cure. In riferimento a pezzi da club invece, non me lo ricordo proprio. Quando iniziai a lavorare come DJ avevo già la consapevolezza che prima o poi avrei acquistato “l’ultimo”, cosa che effettivamente si è verificata 20.000 dischi dopo.

Quanti dischi possiedi?
Come anticipavo, sono circa 20.000. Una follia se penso al denaro speso. Ho dovuto prendere in fitto un piccolo magazzino dove tenere tutto quel materiale. Da qualche anno però ho cominciato a venderlo, senza rimpianti. I dischi sono come tante stelle luminose che brillano lontanissime. Li trovo così struggenti. Dobbiamo solo trovare il coraggio di affrontarli e di pensare che ormai i momenti legati a quei ricordi non esistono più. Sono come i corpi celesti: quello che noi contempliamo ora è solo l’effetto della luce che hanno emanato e del ritardo che impiega, vista la distanza, per essere a noi visibile. In fondo è tutta una grande illusione. Pensiamo ci siano ancora ma sono spente da milioni di anni. Per me così è la musica. Riascoltarla non mi darà mai lo stesso calore del momento giusto.

Cominotto 2

Altri dischi della raccolta di Cominotto

Usi un metodo per indicizzare la tua collezione?
No, assolutamente. Adoro il caos, la musica è caos ed io ci sono dentro sino al collo. A causa della pigrizia mi è capitato di ricomprare un disco per non cercarlo in mezzo a tutti quanti. Risultato? Oggi quando sfoglio la collezione, o quel che ne rimane, posso trovare sino a cinque copie dello stesso titolo.

In che stato versa?
Ho conservato maniacalmente i miei dischi nel corso del tempo, con la copertina e la cosiddetta “mutanda”. Mai un graffio. Ho sempre odiato sentir “friggere” il vinile.

Ti hanno mai rubato un disco?
Purtroppo è successo molte volte, in modo particolare durante il periodo “afro”. Allora quei dischi erano difficili da recuperare e costavano parecchio. Non esistevano ancora le valigette e si mettevano nelle ceste da panettiere, pesantissime, che si esibivano alla stregua di uno status symbol. Capitava di portarsi dietro sino a 500 mix per fare una sola serata e purtroppo qualche infame era sempre nei paraggi.

C’è un disco a cui tieni di più?
Nasco con la musica funk/disco ascoltata dalle cassette di mia sorella Patrizia che, negli anni Settanta, frequentava la Baia Degli Angeli (discoteca di cui parliamo qui, nda). Il pezzo che mi fa sognare ancora è un 12″ su Columbia di Gladys Knight And The Pips, “Bourgie’, Bourgie'”. Quando lo riascolto mi viene da piangere, è come tornare indietro nel tempo e ritrovarmi in pista a ballare a sedici anni.

Quello che ti sei pentito di aver comprato?
Sono tantissimi. C’è stato un periodo in cui acquistavo anche quaranta o cinquanta dischi a settimana e molti di quelli si sono rivelati flop per la pista o semplicemente inascoltabili. Però non è successo spesso perché ho sempre dato un gran peso al valore del denaro e quindi ci andavo piano. Talvolta capitava di trovarmi di fronte ad una pila di settanta dischi selezionati e dicevo a me stesso: «è impossibile che questa settimana sia uscita così tanta bella musica!». A quel punto li riascoltavo da capo sino ad eliminarne almeno la metà.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
Per lungo tempo ho rincorso un album di prog rock tedesca, “Tarot” di Walter Wegmüller, ma le quotazioni sul mercato dell’usato erano pazzesche. Alla fine l’ho “piratato” in Rete e dopo averlo riascoltato più volte mi sono arreso. È finito il tempo per queste emozioni quindi non mi importa più averlo.

Cominotto 3

Un’altra porzione dei dischi di Massimo Cominotto

Quello di cui potresti (e vorresti) disfarti senza troppe remore?
Tutta la roba latin jazz che ho suonato al Tutti Frutti di Milano tra gli anni Ottanta e Novanta.

Quello con la copertina più bella?
Quelli con belle donne seminude: negli anni Settanta era diventata praticamente una regola.

Quello più strambo, per forma o declinazione grafica?
Mi piacevano quelli a forma di sega. Ne uscirono parecchi nei primi anni Novanta e rendevano molto bene l’idea del genere musicale inciso sopra.

In diverse interviste hai dichiarato di essere stato un cliente di negozi come Zero Gravity, ad Udine, di cui parliamo dettagliatamente in Decadance Extra, e del celebre Hard Wax, a Berlino, a cui abbiamo dedicato qui un episodio di “Dentro Le Chart”. Che clima si respirava all’interno di quegli store specializzatissimi?
Chi non ha mai messo piede dentro Zero Gravity non potrà capire. Vantava l’assortimento più improbabile del mondo ed era frequentato da personaggi stranissimi. In quel posto provavo un timore reverenziale. Purtroppo tra quelle mura si registrarono anche episodi che erano degradi al limite della decenza e che alla fine ne decretarono la chiusura. Lo store più divertente era invece KZ Sound di Killer Faber e Francesco Zappalà, a Milano (di cui parliamo pure in Decadance Extra con la testimonianza dello stesso Zappalà, nda): le esibizioni di Fabio (Killer Faber) erano imperdibili, a base di set mixati con dischi che volavano letteralmente per il negozio. Rammento anche Ultrasuoni a Torino col mitico Claudio Bocca e le furenti litigate con la sua compagna di allora. Spesso dovevo uscire in strada per dividerli! Che periodo pazzesco. In Germania invece era tutta un’altra cosa, gelidi e senza un’anima. Se penso che poi i DJ tedeschi siano venuti qui a fare i “galli” sul terreno che gli abbiamo preparato…Meglio Black Market Records a Londra allora, dove nel ’93 c’era una gran figa dietro il bancone, insieme al mitico Dave Piccioni. Comprare dischi lì era davvero un piacere.

Quanto spendevi mediamente in dischi negli anni Novanta? Godevi di particolari trattamenti vista la tua popolarità?
Il budget variava da due a tre milioni di lire al mese. La popolarità mi garantiva la priorità sul materiale promozionale che ai tempi era carissimo. In particolare ricordo il promo di “Lemon” degli U2 remixato da David Morales che arrivò a costare oltre 200.000 lire.

Sempre negli anni Novanta il DJ si è liberato dal ruolo di “jukebox umano” iniziando a diventare un idolo per le giovani generazioni. Un elemento fortemente caratterizzante, e che peraltro ha sancito la fortuna di molti, era l’esclusività di certa musica. Vantare nel flight case alcuni dischi, specialmente prima di altri, era un dettaglio non certo marginale, oltre ad essere anche uno dei principali parametri di giudizio con cui il pubblico attribuiva un valore ed una “tag audio” di riconoscimento ad un disc jockey piuttosto che ad un altro. Oggi invece tutti possono avere tutto, col minimo sforzo. Non conta più frequentare negozi specializzati o sobbarcarsi onerosi viaggi all’estero per procurarsi materiale, lo si può avere standosene seduti comodamente nella propria casa. Anche per scoprire titoli di brani sconosciuti non occorre più impegnare molte energie, basta un clic su un’app installata sul proprio telefono cellulare. Insomma, per avere tutto ciò che una volta implicitava pazienza, tenacia, tempo, denaro e, soprattutto, passione, oggi basta veramente poco, forse troppo poco. In relazione a ciò estrapolo una parte di un’intervista che ti feci anni fa e che finì in Decadance Appendix nel 2012, in cui dicevi: «Non si avverte più alcuna differenza tra un DJ professionista ed un semplice dilettante. Ormai viviamo in un mondo in cui il software mixa quasi da solo musica che viene, nella maggior parte dei casi, “rubata” dalla Rete. Una volta si andava a ballare in discoteca ma oggi mi sembra che si preferisca ballare il DJ e nemmeno la sua musica, visto che la stessa è a disposizione di chiunque attraverso internet. Insomma, si balla la faccia e il nome del DJ». È fuor di dubbio che questa facilitazione esponenziale abbia finito col banalizzare e rendere meno attrattivo un po’ tutto, ma chi è il DJ del 2020? C’è ancora spessore artistico dietro questa professione la cui popolarità è stata ingigantita sino a raggiungere numeri un tempo inimmaginabili? Esiste ancora l’attività di ricerca o è stata irrimediabilmente polverizzata?
I DJ sono finiti con la morte del disco in vinile, e insieme a loro pure i club. Da quel momento in poi c’è stata una mutazione che ha introdotto svariate novità, come il tramonto dei musicisti, il trionfo dei programmatori, l’eclissi della radio e l’apoteosi dei “liquid store”. L’inflazione della musica e la sua conseguente svalutazione è stata la breve fiammata che si è portata via tutto. Questo è un mondo che ormai non mi appartiene più. Adesso i DJ sono personaggi gestiti come rock star (provo ribrezzo nell’utilizzare questo paragone!) e i loro compensi sono giustificati da follower digitali e like sui profili social. I festival hanno ucciso i club che, per sopravvivere, adesso devono proporre dalla trap alla techno. Non saprei dire però se sia meglio o peggio rispetto a ieri, dovrei avere venti anni per dare una risposta.

Ti sei esibito in centinaia di club e in decine di after hour, dall’Exogroove al Syncopate, dal The West a Il Gatto E La Volpe, dal Cocoricò al Momà passando per il Mazoom e l’Area City: al netto della nostalgia, credi che, venti/venticinque anni fa, gli avventori di questi luoghi fossero radicalmente diversi dai giovani di oggi? È vero che ieri si andava a ballare per passione ed oggi per esibizionismo, o si tratta solo di uno dei tanti luoghi comuni?
Oggi non si va più a ballare, si sta semplicemente davanti ad una consolle fermi col telefonino in mano. Noi eravamo altro, non certo migliori, ma la nostra socialità e il nostro gusto erano evidentemente molto diversi da quelli attuali.

Scegli tre locali in cui hai lavorato e ad ognuno di essi collega il titolo di un brano lì proposto che ti riporta immediatamente alla memoria una “fotografia” di quel luogo.
Area City, Mestre – “Flash” di Green Velvet. Credo che il clima che si respirava lì dentro se lo sognassero ad Ibiza. Persino quando ho suonato all’Amnesia non ho mai rivisto la stessa energia;
Alter Ego, Verona – “Stay With Me” di Dakar & Grinser, (la versione inclusa nell’album). Avevo il promo della Disko B che suonato lì faceva letteralmente crollare la sala. Ad emergere erano emozioni irripetibili in un mix di tempi e persone che creavano realmente il club;
Cellophane, Rimini – “Born Slippy .NUXX” degli Underworld (a cui abbiamo dedicato un approfondimento qui, nda). Una traccia che mi ricorda le serate con Tony Bruno al quale, a fine stagione, regalai il promo comprato al Disco Inn per cinquantamila lire. Un sogno da cui è stato difficile svegliarsi.

Discotec 1992

La copertina di un numero della rivista Discotec (1992)

Hai fatto parte della redazione di una delle prime testate italiane dedicate al mondo della discoteca, Discotec, partita a giugno del 1989 sotto la direzione di Enrico Cammarota. Quello della club culture era un settore tutto da scoprire e costruire, e ai tempi la carta stampata rappresentava uno dei media più importanti per veicolare informazioni. Come rammenti i primi anni di attività di quel giornale?
Prima di Discotec c’era Disco & Dancing, rivista del SILB che si occupava dei locali da ballo. Ricordo in particolare un giornalista, il dottor Spezia, che era il corrispondente per le discoteche. Conoscerlo significava automaticamente ricavare immediata notorietà in un ambito dove essere famosi aveva il suo peso. Discotec nacque essenzialmente per colmare un vuoto di mercato, qualcosa che non esisteva ancora. Mi accorsi di avere qualche abilità giornalistica durante gli anni universitari collaborando a fanzine politiche e quindi, in virtù di ciò, mi proposi al mitico Cammarota per realizzare dei servizi, ma il vero ringraziamento lo rivolgo a Philippe Renault Jr. che mi diede la possibilità di firmare, insieme a lui, alcuni articoli legati alla storia di etichette discografiche americane degli anni Sessanta e Settanta. A darmi una certa credibilità fu pure la collaborazione con Claudio Cecchetto a Radio Capital. I primi anni di Discotec furono fantastici. Per me è un onore aver fatto parte di una rivista in cui sono finiti nomi di DJ, PR, gestori, fotografie di locali, moda, classifiche. Roba dal valore inestimabile, che narra la storia e l’evoluzione della migliore espressione disco italiana. Tolto Discotec, non esiste alcun testimone del periodo.

Di cosa ti occupavi nello specifico?
Iniziai come semplice recensore, poi passai al clubbing trattando locali ed architetture, intervistando DJ, produttori ed altri che gravitavano in quel mondo.

In assenza di internet,  quali erano le maggiori problematiche e criticità per un giornale di quel tipo?
La difficoltà di avere conferma delle informazioni. Oggi basta un clic su Google per ottenere una marea di notizie, prima era necessario telefonare e spesso a numeri fissi perché il cellulare se lo potevano permettere in pochi con la conseguente problematica di non reperire sempre e subito le persone interessate. Insomma, un lavoro per cui oggi si impiegano cinque minuti rischiava di diventare un impegno che si protraeva per una giornata intera.

Quanto contavano le classifiche stilate mensilmente (a cui prima facevi cenno) dei DJ, delle discoteche, dei PR e degli art director che trovavano posto tra le pagine di Discotec?
Contavano molto, come del resto foto e servizi. Roberto Piccinelli, che se ne occupava nello specifico, era l’uomo più ricercato ed odiato della nightlife italiana. Poi si sparse la voce che fossi io a redigerle: seppur fosse una notizia infondata, ricevevo almeno cinquanta telefonate al giorno da “amici fraterni e disinteressati” che chiudevano la chiacchierata con un «dai, mettimi in classifica!». La vera forza del periodo, comunque, era rappresentata dai gestori, che capivano ancora qualcosa del proprio locale, e da alcuni direttori artistici. Eravamo ancora lontani da quel circo di bestie che è poi diventato questo ambiente.

Nel corso del tempo Discotec cambia nome (Trend), direttore responsabile (Raffaele D’Argenzio) ed anche contenuti che, tra la fine degli anni Novanta e i Duemila prediligono via via tematiche più connesse al lifestyle che alla musica, queste ultime “deviate” per qualche tempo sulla testata “sorella” Tutto Disco/Tutto Discoteca Dance. Perché ad un certo punto avvenne ciò? Era forse il presagio di quello che sarebbero diventate da lì a breve le discoteche?
Il vero periodo dorato per i locali italiani va dal 1988 al 2000. Il passaggio a Trend nacque per tentare di adeguarci al mercato: le discoteche e il cosiddetto “mondo della notte” cominciavano a sgretolarsi e l’immagine non era più quella affascinante di un tempo. Aleggiavano pesantemente le ombre della droga e delle stragi del sabato sera, per gli inserzionisti non era certamente quello il modello ideale a cui affiancare il proprio marchio. La spallata definitiva giunse con l’avvento di internet ma non riguardò solo Trend. Già intorno alla fine degli anni Novanta, storiche testate britanniche iniziarono a fallire. Consigliai al mio editore di acquisire Mixmag ma purtroppo non fui ascoltato. Quella operazione avrebbe potuto ridare sprint e credibilità al gruppo, abbattendo il senso di inferiorità che da sempre pervade questo settore in Italia, ma nel contempo avremmo corso il rischio di perdere l’interesse generale nel “sistema notte”, alimentando esclusivamente le tasche dei DJ e dei produttori. L’impresa vera, solida ed autentica, non è rappresentata dal club fatto da avventurieri bensì da aziende che veicolano prodotti attraverso l’informazione o i contenuti della rivista. Questo si traduce in utili e quindi in stipendi per chi ci lavora. Arrivati ad un certo punto ciò mancò, nonostante lo sforzo di trasformare Trend in un contenitore unisex destinato al loisir. Quando la rivista chiuse i battenti mi proposi come collaboratore ad altri magazine ma con scarsi risultati perché nel corso degli anni mi ero fatto molti nemici ma pure perché non potevo reggere il confronto con improvvisati e minus habens che giocavano a fare gli spavaldi. In quel periodo maturai una certa nausea per l’ambiente e per gli straccioni che lo hanno rovinato, così iniziai a dedicarmi ad altro, a cose più serie ed economicamente più soddisfacenti e redditizie.

Oltre a Discotec e Trend, quali riviste musicali sulla club culture leggevi con maggior interesse?
Leggevo davvero di tutto, dalle fanzine tedesche ciclostilate alle testate britanniche più patinate. Allora erano quelli i mezzi di informazione, tutti accomunati da notizie offerte in ritardo di almeno trenta giorni rispetto a quando erano avvenute.

produzioni Cominotto

Alcune delle produzioni discografiche di Cominotto: in alto “Mother Sensation” e “Minimalistix”, incisi rispettivamente per la Underground e la BXR, in basso il “Waves EP” su Sound Of Rome e “1st World Dance Convention” su Steel Wheel

Contestualmente all’attività da DJ e giornalista hai portato avanti quella di produttore discografico siglando numerose collaborazioni con etichette come la Spectra curata da Cirillo (per il progetto Racket Knight di cui parliamo qui), la Sushi del gruppo American Records (la cui monografia è disponibile qui), la Steel Wheel e la Sound Of Rome, ma a fornirti il supporto più continuativo e duraturo è stata la Media Records per cui hai inciso dal 1997 al 2002, prima su Underground e poi su BXR che ai tempi era davvero all’apice del successo. Dai tuoi dischi filtrava costantemente un gusto “scarsamente italiano”, poco propenso ad accontentare gli irriducibili delle rullate interminabili e dei bassi in levare che, dal 2000 circa, divennero invece banali stereotipi di quella che fu considerata la techno dal pubblico più vasto nel Bel Paese. Questo approccio influì negativamente sulle vendite? C’è mai stata qualche forzatura nella tua carriera discografica?
Il mio grande errore fu quello di amare profondamente il lavoro che facevo e di essere puro sino in fondo. Questo mi fece credere che tutti mi somigliassero ed invece non era affatto così. Il tempo mi ha restituito solo carogne putrefatte di quelli che pensavo fossero amici. Ho cercato sempre di anticipare senza accorgermi che ad un certo punto la gente non avesse più voglia di scoprire niente o meglio, che non fosse più disposta a fare lo sforzo per imparare a conoscere cose nuove. Da lì fu una corsa a chi faceva canzonette orecchiabili ma io non ne sono stato capace oppure, più semplicemente, non mi interessava comporle.

Massimo Cominotto - Eroi Di Carta

“Eroi Di Carta” è l’ultimo disco inciso da Massimo Cominotto nel 2003

Il tuo ultimo disco, edito dalla Alchemy di Mauro Picotto ed intitolato “Eroi Di Carta”, risale al 2003. Perché mollasti la produzione? Chi erano gli eroi di carta a cui alludevi?
Abbandonai perché per la prima volta mi sentii solo, e forse lo ero per davvero. Non c’era più un team di lavoro ma soprattutto non mi sentivo più parte di una squadra. In quel periodo tutto cominciò a crollare e la mia generazione stava evaporando nel settore club. Dovevo ricominciare la competizione misurandomi con ragazzini cocainomani ed organizzatori che potevano essere per età (e solo per età) i miei figli. Avvertii inoltre una totale mancanza di professionalità unita al disprezzo assoluto per la musica. Un abisso culturale che non riuscivo a colmare. Ecco, gli eroi di carta erano rappresentati da questi soggetti di cui avvertivo già l’odore acre della necrosi. In compenso il disco piacque molto al mercato europeo ed americano.

Poco meno di venti anni fa in un’intervista mi dicesti che il terreno più fertile per avanzare nuove proposte al pubblico non fosse più quello techno, storicamente ricordato come il genere più adatto alle sperimentazioni, bensì quello house. Ritieni che la techno, in Italia, sia stata periodicamente oggetto di erronee interpretazioni che la hanno trasformata in un contenitore di cose che, techno, non lo erano affatto? La colpa è di qualcuno o qualcosa in particolare?
Non esistono colpe ma in virtù di ciò che dici posso ammettere di aver visto lungo. Quello che sentiamo oggi nei club è più simile all’house che alla techno dura e scura che allora sembrava essere il gotha della sperimentazione. La musica non è che l’espressione di un tempo, di un vissuto. Per chi non è stato contemporaneo al funk negli anni Settanta a volte è incomprensibile capire come le disco fossero piene con quel suono. Talvolta invece capita il contrario: io che ho vissuto di musica non capisco il successo di certi DJ o artisti perché non afferro il loro tempo pur vivendolo insieme. Ma va bene così.

Cominotto 4

Un ultimo scatto sui dischi di Cominotto

Estrai dalla tua collezione dieci dischi a cui sei particolarmente legato illustrandone le ragioni.

Tuxedomoon - No Tears (Adult. Remix)Tuxedomoon – No Tears (Adult. Remix)
Eravamo al Centralino di Torino, durante la onenight The Plug. Gli Adult. si presentano per il live ed io, che suonavo prima, ero onorato solo di poterli vedere. Erano fatti come un copertone. Ad un certo punto uno di loro, credo Adam Lee Miller, prende un PC tenuto insieme con nastro da imballo ma dopo svariati tentativi non si accende. Messi alle strette, rinunciano all’esibizione.

Adam Beyer & Henrik B - Vocal ImageAdam Beyer & Henrik B – Vocal Image
2002, Bolgia di Bergamo. Beyer è troppo simpatico. Di quella nottata in cui passò questo brano, estratto dal doppio “Sound Identification” su Drumcode, ricordo le battitacco da camionista sulle ragazze non proprio in forma che si ostinavano a ballare sui cubi.

Winx - Don't LaughWinx – Don’t Laugh
Il disco della risata. Una volta chiesi a Josh Wink se fosse davvero lui a ridere nel brano: suonavo al The Cross, a Londra, e guardandomi stupito mi rispose ridendo allo stesso modo.

Laurent Garnier - Crispy BaconLaurent Garnier – Crispy Bacon
Non sono mai riuscito a parlare con Garnier nonostante i numerosi set condivisi. Non saprei indicarne la ragione precisa, forse perché è troppo cupo.

Joey Beltram - Energy FlashJoey Beltram – Energy Flash
Uno dei miei cavalli di battaglia all’Aida. Dovrei conservare delle foto scattate con Beltram ad Amsterdam dove c’era un club in cui mi capitò di suonare spesso in quegli anni ma di cui non rammento più il nome. Gran disco, gran personaggio.

Capricorn - 20 HzCapricorn – 20 Hz
Era davvero esaltante suonare questo brano nel 1993. Non ho particolari ricordi legati ad esso tranne il “disastro” che puntualmente succedeva quando lo mettevo al Cellophane.

Moby - Natural BluesMoby – Natural Blues
8 luglio 2000, percorrevo l’autostrada in macchina, era un sabato e all’altezza di Bologna squilla il telefono: era Stefano Noferini e mi diceva che gli erano giunte voci su Ricci e sulla sua presunta morte. Purtroppo era vero. Quella sera, davanti ad un pubblico che ancora non sapeva nulla, misi questo pezzo con le lacrime che mi rigavano il viso. La gente fischiava, non capiva, voleva ballare. Credo di aver odiato il mio pubblico quella sera.

Robert Miles - ChildrenRobert Miles – Children
Roberto era una grandissima persona. Lo raggiungevo spesso ad Ibiza per un saluto. Mi diede personalmente la copia promozionale di “Children” (di cui parliamo dettagliatamente qui, nda), il più bel disco dream che sia mai stato inciso.

Daft Punk - Da FunkDaft Punk – Da Funk
All’Alter Ego di Verona questo pezzo era diventato una sorta di inno nazionale. La prima volta che lo misi erano le sette del mattino. Ero riuscito ad avere il promo da Fabietto Carniel del Disco Inn, pagandolo a peso d’oro. La pista era un completo delirio e vidi la gente rientrare a forza nel locale pur di ballarlo.

Simple Minds - Themes For Great CitiesSimple Minds – Theme For Great Cities
Ero un ragazzino e suonavo il brano in questione nel circuito elettronico alternativo. Portavo i capelli molto lunghi e la sera mi piaceva entrare nel mondo della mia musica. Mi si avvicina un tipo sventolando una stagnola e dicendomi «l’hai mai provata? Se vuoi te la regalo e ti aiuto a fartela». Ringrazio ancora Dio per non aver creduto a quello schifo di uomo che, spero, abbia pagato per il male che ha causato a ragazzi meno fortunati di me.

(Giosuè Impellizzeri)

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La discollezione di DJ Rocca

DJ Rocca 1

DJ Rocca e parte della sua collezione di dischi

Qual è stato il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
Il primissimo, tutto per me, lo ebbi a circa nove/dieci anni ed era il 7″ con la sigla dello sceneggiato televisivo Sandokan con Kabir Bedi, ma essendo un regalo di mia madre non fu un acquisto fatto con consapevolezza. Considero invece il primo “vero” disco della mia vita da collezionista un altro 7″, “Beyond” di Herb Alpert che comprai quando avevo quindici anni, in occasione della prima gita al mare con gli amici, senza genitori. Ricordo ancora che tornammo a Reggio Emilia da Riccione in treno ed avevo il sacchetto, con dentro il disco, legato al passante dei pantaloni.

L’ultimo invece?
La ristampa del singolo “Look Into My Eyes” del gruppo brit funk 52nd Street. Un bel disco boogie jazzato, uscito sulla mitica Factory di Manchester nel 1982.

Quanti dischi conta la tua collezione? Riusciresti a quantificare il denaro speso per essa?
Non li ho mai contati ma la stima a spanne mi porta intorno ai dodicimila, cento più, cento meno. La quantificazione di quello che ho speso invece mi spaventa parecchio ma in aiuto viene Discogs in cui ho inserito almeno la metà di quelli che posseggo. Il valore emerso mi fa capire che è meglio non pensarci.

Come è organizzata?
È sistemata in due stanze. Nella prima ci sono tutti i dischi accumulati nel periodo della mia residenza al Maffia, quindi drum n bass, breakbeat e trip hop, a cui si aggiungono tre scomparti per la raccolta di dischi jazz classici (John Coltrane, Charlie Parker, Miles Davis, Bill Evans, Charles Mingus, Thelonious Monk etc), quelli MPB (musica popolare brasiliana), quelli italo disco e quelli jazz funk. Il grosso della collezione è nella seconda stanza dove accumulo i dischi che considero dance e da cui attingo quando faccio la valigia per i miei DJ set. In questo luogo ho azzardato la catalogazione: dischi suddivisi per autore, per genere o per etichetta, quindi tutti quelli di James Brown, Roy Ayers, Herbie Hancock, Fela Kuti, Azymuth, Gil Scott-Heron, Kraftwerk…o tutti quelli usciti su T.K. Disco, AVI Records o 99 Records e così via. Ho tenuto uno scomparto per le colonne sonore, uno per il dub e reggae ed uno per il krautrock. Sostanzialmente c’è una parvenza di ordine ma non riguarda la totalità dei miei dischi. Direi che un 50% sia riposto con un senso, il resto, purtroppo, è ancora alla rinfusa.

DJ Rocca 2

Un paio di scatti che rendono l’idea dell’entità della raccolta di Roccatagliati

Segui particolari procedure per la conservazione?
Certamente. Ho la fortuna di vantare nel mio quartiere un favoloso negozio di dischi usati, Planet Music, gestito da un caro amico che dispone di una macchina lavadischi professionale. È lui a fornirmi anche le migliori buste in plastica trasparente. Il 70% dei miei dischi è custodito nella busta protettiva e lavato all’occorrenza.

Ti hanno mai rubato un disco?
No, mai. Per fortuna o forse perché sono un maniaco della sicurezza. I pochissimi che non trovo più, giusto un paio, sono spariti per mia colpa, smarriti nel buio di chissà quale consolle e in chissà quale club.

DJ Rocca 3

DJ Rocca con “Brown Rice” di Don Cherry, il disco a cui tiene maggiormente

Qual è il disco a cui tieni di più?
Senza dubbio “Brown Rice” di Don Cherry. Lo acquistai circa trentacinque anni fa ma mi sorprende ancora, dandomi le stesse emozioni di quando posai la puntina sui solchi per la prima volta. Ne possiedo diverse copie in vari formati.

Quello che ti sei pentito di aver comprato?
Sono diversi ma fortunatamente già spariti. Il negozio del mio amico di cui parlavo prima ha “ritagliato” una sezione coi titoli di cui mi voglio disfare e sembra che un acquirente lo trovino sempre.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
La wantlist è molto lunga nonostante non mi sia quasi mai fatto mancare nulla. C’è però un 12″ del periodo disco funk super raro che costa troppo e che nessuno ha ancora ristampato ufficialmente, “Come On And Rock” di Needa. Sono almeno quindici anni che staziona nella wantlist ed è una cosa piuttosto insolita.

Quello di cui potresti o vorresti disfarti senza troppe remore?
Per fortuna Planet Music smaltisce le “scorie” della mia collezione. Per entrare nel particolare, ho approfittato di questo lusso per vendere buona parte dei singoli drum n bass e breakbeat senza alcuno spessore musicale ricevuti anni addietro in copia promozionale.

DJ Rocca 4

DJ Rocca considera “Life On Mars” di Dexter Wansel il disco con la copertina più bella

Quello con la copertina più bella?
Senza ombra di dubbio “Life On Mars” di Dexter Wansel: quel corridoio illuminato da neon azzurri su sfondo blu, che genera una piacevole sensazione di retrofuturismo, mi riporta alla mente un immaginario sci-fi fluttuante di suoni emozionali, come del resto avviene col contenuto dello stesso album. Ogni volta che riguardo quella copertina mi risale la stessa eccitazione. Esistono ovviamente altre magnifiche cover ma non hanno quel potere.

Che negozi di dischi frequentavi quando hai iniziato ad appassionarti di musica?
I negozi di dischi sono sempre stati un luogo un po’ particolare, specialmente quando si è adolescenti e si incomincia ad affacciarsi nel mondo degli adulti “che sanno”. La maggior parte dei negozi che frequentavo erano quelli della mia città, Reggio Emilia, e tutti noi clienti facevamo affidamento al commesso più anziano il quale, quasi sempre, si considerava un semidio. Potevi incontrare quello con atteggiamenti paternalistici, quello con l’aura del vero esperto o quello con la faccia da schiaffi che poi amavi per tutta la vita. Il rapporto commesso/cliente è una costante obbligatoria che mi è sempre saltata all’occhio e che ha avvolto di fascino il luogo stesso. I negozi di dischi erano come un tempio in cui potevi abbeverarti al sapere ma il Gran Maestro Shaolin capiva, tramite il suo atteggiamento severo, se meritavi di avere accesso ad una porta o ad un’altra. Nel momento in cui ti si apriva quella giusta, il Maestro Shaolin diventava il tuo educatore musicale per sempre, consigliere dei migliori dischi per i tuoi gusti o per farti scoprire nuove religioni sonore. Con l’età e la patente della Vespa, mi spingevo in negozi sempre più grandi come i Magazzini Nannucci a Bologna, Peecker Sound a Formigine o Dimar Dischi a Rimini, veri e propri antesignani degli attuali megastore, dove il rapporto morboso commesso/cliente si diluiva ma, di contro, potevi lanciarti nel rischio di scelte personali visto che riuscivi ad ascoltare in autonomia i dischi scelti e i prezzi erano convenienti. Sarò un malato o un nostalgico ma i pochi negozi che frequento, sia in Italia che all’estero, sono quelli che hanno mantenuto la stessa austera suggestione e che mi danno l’impressione di entrare ancora nel tempio del sapere dove, con deferenza, mi lascio guidare dal Gran Maestro dei Vinili.

Sei tra coloro che apprezzano o che demonizzano l’e-commerce?
Sono favorevole. Se non fosse stato per l’allargamento di offerta su scala mondiale, non avrei mai potuto mettere le mani su articoli che cercavo da sempre. In più l’e-commerce ha dato la possibilità di essere venditori, quindi trovare potenziali acquirenti in ogni dove. Ovviamente il calore e la seduzione del negozio fisico non potranno mai essere sostituiti da quelli virtuali ma un giusto equilibrio tra le due situazioni è ciò che mi auguro. Suppongo occorra un’educazione differente per chi compra.

I negozi di dischi che riescono a sopravvivere alla globalizzazione sono sempre meno (giusto poche settimane fa ha abbassato definitivamente la saracinesca anche Mariposa, a Milano) e le prospettive future non sono delle più rosee. Il “colpevole” è l’e-commerce o la disaffezione che il grande pubblico nutre ormai per la musica, un “bene” da ascoltare e consumare online e non più da possedere materialmente?
Ho la sensazione che si stia affrontando ogni cosa, tra cui la musica, con crescente approssimazione. Io per primo ho maggiore difficoltà a concentrarmi, meno voglia di approfondire, di finire un libro o di ascoltare un intero album. Sento la smania di accumulare materiale come se equivalesse ad interiorizzarlo. L’ascolto streaming è molto più agevole e meno vincolante. Chi si spinge a comprare un disco va controcorrente, decide di possedere una cosa impegnativa che va ascoltata per intero, un oggetto che dura per molto tempo e che va preservato. La debacle dei negozi di dischi è relegata a quelli che non si specializzano. Garantisco che gli amici gestori di negozi di dischi usati hanno visto, al contrario, un’impennata delle loro vendite.

Sei tra coloro che continuano ad incidere dischi senza sosta: per gli artisti e le etichette che scommettono ancora sul prodotto fisico, che sia un 12″ o LP, un CD e talvolta una cassetta, esiste ancora un, seppur minimo, riconoscimento economico o il motore di questa attività è unicamente alimentato dalla passione?
Il riconoscimento economico sopravvive. Il disco è come un libro, un’opera che incomincia dal contenitore e si allarga fino al contenuto. La copertina, l’artwork, il formato, la carta… ancora prima di ascoltare il suono che uscirà da quel pezzo di plastica o nastro, tra le mani si stringe un’opera artistica che offre emozioni e lancia un messaggio. Più che una scelta di business, oggi stampare un disco è un’espressione corale, un’opera d’ingegno che coinvolge il musicista, il grafico e il proprietario della stessa etichetta. Tutti insieme fanno arte, aggregando idee che portano ad un risultato. L’abilità e la passione di questo team fa si che il riconoscimento economico sia soddisfacente. In altri termini: i dischi buoni vendono ancora.

Seppur attivo come DJ, hai iniziato ad armeggiare in studio di registrazione relativamente tardi, intorno al 1998 nel progetto/collettivo Maffia Sound System. Come mai non provasti prima a “buttarti” nella discografia?
Effettivamente sono stato “tardivo” per svariate ragioni. Prima tra tutte la discordanza indotta tra il musicista che esercita con uno strumento convenzionale e il musicista che utilizza invece attrezzature elettroniche per creare suoni. Nascendo come flautista e poi come aspirante jazzista, al conservatorio mi hanno (male) educato a considerare merda tutte le altre forme di espressione musicale definendole inferiori. Figuriamoci quella del DJ, che produce musica da ballo. Poi, nei primi anni Novanta, l’apertura mentale mi ha permesso di percepire qualche indizio nel cambiamento e, al contrario di quello che pensavo sino a poco tempo prima, scoprii che con le apparecchiature elettroniche si potesse essere non solo un flautista ma anche un pianista, un batterista, un arrangiatore, un fonico e, in linea generale, uno sperimentatore. Le possibilità di espressione diventavano infinite. Già gli anni Ottanta furono ricchi di autorità elettroniche ma la tecnologia sempre più accessibile ad un prezzo progressivamente più umano mi ha fatto avvicinare a quel mondo fino a quando, grazie al Maffia, ho capito in modo chiaro che il futuro della musica sarebbe stato proprio quello. Finalmente mi sentivo bene e senza più sensi di colpa. I primi tempi furono senza dubbio naïf, con produzioni generate da un PC scassato ed un sampler Akai. Campioni su campioni e suoni mixati male ma con la consapevolezza di trattare una materia grezza che più avrei plasmato e più sarebbe diventata duttile. Sebbene mai contento delle prime creazioni, alcune coraggiose etichette iniziarono a stampare i miei brani. Da quel momento, come quando mi convinsi a prendere lezioni di improvvisazione jazz dopo lo studio della musica classica, decisi che mi sarei dovuto istruire di più andando negli studi dei miei produttori preferiti. Così, con armi e bagagli, mi trasferivo per settimane intere in Gran Bretagna nelle sale di registrazione degli amici Pressure Drop, Zed Bias e Ian Simmonds, per comprendere bene la nuova “forma” di musicista che sarei voluto diventare.

Quali sono i primi tre brani che ti tornano in mente ripensando al Maffia?
“Higher State Of Consciousness” di Josh Wink, un pezzo che ci travolse completamente. Ritmi spezzati, una bassline Roland e tanta attitudine punk quanto techno. Una formula che ogni volta creava sulla pista un clima da rito sciamanico. Il titolo mi fu suggerito da un amico che frequentava la scena londinese nel 1995 e diventò il super classico del Maffia per tutti gli anni a venire, fino alla chiusura nel 2009; “Brown Paper Bag” di Roni Size / Reprazent, una traccia che, come la prima serata al Maffia con DJ Krust nel 1996, ci fece arrivare in modo chiaro e limpido il messaggio che la musica stesse cambiando per una nuova era. Non è un caso che l’album “New Forms”, in cui quel pezzo era contenuto, sia stato premiato col Mercury Prize nel ’97, soffiato a musicisti militanti in scene più tradizionali. Quando la band eseguì il brano, live, nel concerto del ’98 al Vox di Nonantola, noi del Maffia eravamo gli italiani con cui i componenti del gruppo erano in confidenza perché fummo il primo club a dare la residenza alla label di Roni Size, la Full Cycle. Non dimenticherò mai quando Krust, Die e Suv scesero dal palco e vennero subito ad abbracciarci, entusiasti come noi e certi di essere nel futuro; “138 Trek” di DJ Zinc, ossia il prodromo del genere UK garage, l’anello di congiunzione tra il breakbeat, il drum n bass e quello che sarà il dubstep. Quando Zinc veniva al Maffia solitamente suonava drum n bass ma la sera che, come Maffia Sound System, aprimmo il suo set decidendo di passare quel brano, ci fu il black out in tutta Italia (era la notte tra il 27 e il 28 settembre 2003, nda).

Conservi tutti i dischi/CD incisi nella tua carriera?
Certo. Ho sia l’archivio dei CD (anche quelli con un solo mio brano, che ho mixato oppure che ho masterizzato per terzi) fino alla doppia o tripla copia di una mia uscita su vinile. Mi mancano giusto un paio di compilation su CD che contengono mie tracce, una giapponese curata da Dimitri From Paris ed una balearica della Stereo De Luxe. Ma prima o poi le comprerò su Discogs.

C’è un disco (o un brano) nella tua discografia che ritieni possa rappresentare in toto il tuo stile e la tua attitudine?
Io stesso non conosco il mio stile e la mia attitudine, sono tuttora alla scoperta di tanti infiniti linguaggi musicali interessanti e di conseguenza non riesco ad individuare nel mio repertorio un’opera tale da racchiudere tutto ciò che avrei voluto dire. Se dividiamo per generi, la mia attitudine krautrock mi fa amare “Prospective”, il primo album di Crimea X, in merito alla disco invece citerei “Erodiscotique”, l’album prodotto con Dimitri From Paris. Per l’attitudine balearic invece i due album condivisi con Daniele Baldelli, “Podalirius” e “Quagga”, per quella jazz i dischi realizzati con Franco D’Andrea, e potrei andare avanti. Forse però c’è un album particolarmente identificativo che mi riporta agli esordi e mi fa sembrare che fosse già tutto lì: si tratta di “Light Transmission” del progetto creato con l’amico Enrico Marani alias Samora (quello de Le Forbici Di Manitù) ossia 2Blue, che autoproducemmo nel 2003 con la label legata al Maffia, la Kom-Fut Manifesto Records. È possibile ascoltarlo su Spotify cliccando qui.

DJ Rocca @ Maffia (tra 1998 e 2000)

DJ Rocca in consolle al Maffia di Reggio Emilia, in una foto scattata tra 1998 e 2000

Nelle righe precedenti è stato citato più volte il Maffia, club a Reggio Emilia che pionieristicamente smosse le acque in una zona musicalmente dominata dal rock. Come tu stesso dichiari in questa intervista di Robert Baravelli pubblicata il 19 agosto 2015, cercaste di portare un pizzico di quella «musica suonata che incontrava linguaggi moderni più vicini all’elettronica e alle esperienze dei rave e dei club che in Gran Bretagna, Germania e Olanda erano frequentatissimi». La vostra proposta fu interessante quanto coraggiosa, degna del migliore “intrattenimento illuminato” con ospitate di vero pregio, da Ed Rush a Keith Tenniswood, da Les Rythmes Digitales ai Plaid, da Nitin Sawhney a Will White dei Propellerheads passando per Grooverider e Photek, giusto per citarne solo alcuni. Ritieni ci siano ancora i presupposti per fare cultura con l’intrattenimento in Italia? In tanti lamentano una scena ormai allo sbando, con pochissime realtà degne di competere con quelle di venticinque/trent’anni fa rimaste impresse a fuoco nella memoria di un’intera generazione, forse non solo per banale nostalgia. Cosa è cambiato, in negativo, in questo ambiente e quali potrebbero essere le soluzioni? Lo stop forzato dalla pandemia sarà, come più di qualcuno sostiene e si augura, lo stimolo per ripartire con nuove progettualità ed intenti?
È una domanda molto impegnativa, solo un team di sociologi, promoter, storici e musicisti riuscirebbe a dare una risposta adeguata. Io posso cercare di muovermi tra alcune sensazioni personali. Non sono un reazionario ma la prima cosa da tenere presente è il periodo storico incompatibile. Il decennio 1990-2000 è stato denso di cose, di avvenimenti, di progressi, di modi di vivere completamente discordi dai due decenni che oggi ci distanziano da quell’era. La curiosità e la qualità, ad esempio, erano imperativi che oggi stanno evaporando e creano un assoluto divario di approccio se vuoi occuparti di cultura. Altro fattore importante è la distribuzione della ricchezza: vuoi mettere la condizione economica di un medio cittadino tra i venti e i quarant’anni nel 2020, pandemia a parte, e del suo omologo di venti/venticinque anni fa? Di conseguenza la società di oggi non può sostenere modelli obsoleti di intrattenimento. Sta di fatto che è veramente cambiato molto, ma non solo in negativo. Per la mia esperienza, al di là di tutti i fattori temporali, sociali ed economici, mi sento di dire che la testardaggine, la conoscenza approfondita di quello che fai, la volontà di proporre cose interessanti e un pizzico di positività mista ad entusiasmo, possono fare miracoli in tutte le epoche, qualsiasi portafoglio si abbia a disposizione. Magari negli anni Novanta l’intrattenimento culturale innovativo passava per ciò che definiamo club culture ed oggi si affaccia con differenti forme espressive. Non dimentichiamoci che la musica dance oggi è adulta tanto quanto il rock o il jazz, e non offre ottimi segni di celere rinnovamento come invece avvenne nel suo periodo “adolescenziale”. Mi astengo infine dal lanciare ipotesi su ciò che avverrà dopo la pandemia. È già diventato uno sport nazionale fare previsioni, preferisco avere elementi di giudizio certi che, ad oggi, ancora non disponiamo.

Estrai dalla tua collezione dieci dischi a cui sei particolarmente legato spiegandone le ragioni.

Project Democracy Feat. China - Is This Dream For RealProject Democracy Feat. China – Is This Dream For Real?
Quando compro un disco cerco sempre di scegliere un’opera particolare. Questo è il singolo house della mia collezione che più esprime l’urgenza creativa e la voglia di sperimentare con un linguaggio agli albori. Ho rincorso il vinile per mesi, poi finalmente me lo sono potuto permettere ad un prezzo ancora nei limiti. Non sempre ci sono i presupposti per utilizzarlo nei miei set ma quando arrivo a suonarlo il pezzo sprigiona tutta la malinconia intrisa di ritmo e piacevole alterazione. Ovviamente uso la Psychedub.

Expansives - Life With You ....Expansives – Life With You ….
Anche questo è stato un salasso ma comprare certi dischi è come investire nell’oro. Possiedo la copia promozionale col titolo scritto in modo sbagliato, dove You si trasforma in Jou. Un articolo come questo avrà sempre valore per i collezionisti e per chi, come me, è un appassionato dell’italo disco più ingenua e primitiva. Resta un must. Cerco di proporlo sempre, è un pezzo che sembra fatto ieri, veramente posizionabile in qualsiasi contesto. La registrazione era perfetta e tutte le ristampe giunte negli ultimi anni non ne hanno mai eguagliato la qualità.

Phill & Friends Band - This ManPhill & Friends Band – This Man
Trattasi di un retaggio “baldelliano”, un pezzo che ascoltavo sempre nelle cassette del Cosmic o del Chicago. Naturalmente possiedo la tiratura originale, su Rio Records, perché le ristampe di qualsiasi disco raro ne alterano in negativo la registrazione. “This Man” è una traccia magnifica in bilico tra punk, new wave, disco e funk, che tengo sempre in valigia quando devo suonare in contesti diurni o in particolari notturni. Uno di quei dischi che si ricollega alla domanda sui vantaggi dell’e-commerce e di come il mercato allargato oggi permetta di avvicinarsi a chicche peculiari.

Jiraffe - Out'A The BoxJiraffe – Out’A The Box
Un disco che ho scoperto tramite un caro amico, Marco Febbraro, che mi diede la possibilità di ascoltare un DJ che passò questa gemma nel suo set. Una traccia esemplificativa dello stile che ho studiato con Dimitri From Paris per il nostro repertorio ossia quella post disco/boogie che si stava trasformando in altro, in una specie di genere che definirei proto house. Forse è uno dei dischi a generare maggiore interesse nel pubblico che viene puntualmente a domandarmi il titolo. Lo comprai su eBay da un commerciante che sicuramente non sapeva cosa stesse vendendo: lo pagai meno di cinquanta euro, in copia originale e nuova (a ristamparlo, nel 2016, è proprio il citato Febbraro sulla sua etichetta specializzata in reissue, la Omaggio, nda)

Peshay - Piano TunePeshay – Piano Tune
Un artista indiscusso ed una traccia dirompente. Acquistavo praticamente tutto ciò che usciva per la label di LTJ Bukem, la Good Looking Records, e quasi tutti i singoli pubblicati nei primi anni di attività restano magici. “Piano Tune” però ha quel quid in più: la perfezione della jungle malinconica con un sapiente utilizzo dell’amen break. Ogni volta che lo suono la pista si immerge nel clima che voglio ottenere. Ho conosciuto personalmente Paul Pesce alias Peshay, figlio di immigrati italiani in terra d’Albione, sono stato anche a casa sua. Insieme realizzammo un singolo in tandem utilizzando uno studio allestito per l’occasione al Maffia. Ora che c’è il recupero del drum n bass della prima ora noto che il 12″, risalente al 1995, si piazza tra i più desiderati, e non è certamente un caso.

Frak - Börft EPFrak – Börft EP
A pubblicare questo EP è una label a dir poco bizzarra, la norvegese Sex Tags Mania, che osa sempre nella ricerca di prodotti unici. “Börft” mi ha introdotto al progetto Frak, al loro lessico sincero, privo di fronzoli, diretto e primitivo. In “Synthfrilla” una drum machine, un arpeggio ed una bassline vengono utilizzate da qualcuno che ha da dire la sua. Un fantastico tool per infiammare la pista, rimanendo su un suono moderno quanto antico. Purtroppo scoprii l’esistenza di questo disco in ritardo e quindi fui costretto a pagarlo un prezzo più alto rispetto a quando giunse nei negozi, nel 2012.

Clara Mondshine - Luna AfricanaClara Mondshine – Luna Africana
Sono particolarmente legato a questo album del 1981, uno dei primi di musica elettronica su cui misi le mani in età adolescenziale. L’etichetta che lo stampò, la Innovative Communication di Klaus Schulze, fu una manna dal cielo, con un repertorio di titoli strabilianti di elettronica ritmata e di ricerca. “Die Drachentrommler” lo suonava DJ Pery in un club che segnò il mio gusto musicale dell’epoca, il Melodj Mecca. Inimmaginabile pensare di far ballare il pubblico di oggi con un brano come questo a velocità rallentata ma per un set in particolari luoghi, o un warm up ambient, la sua presenza è assicurata.

Patrice Rushen - What's The Story (Disco Version)Patrice Rushen – What’s The Story (Disco Version)
Ammetto di essere un fan sfegatato della Rushen che considero la versione femminile di Herbie Hancock, il mio idolo assoluto. Nel suo periodo da enfant prodige le permisero di registrare due album sulla Prestige, etichetta su cui incisero capolavori sia John Coltrane che Miles Davis. Le formazioni di questi LP sono stellari e in “What’s The Story” la nostra Patrice si esibisce, oltre che al piano elettrico, anche alla voce sperimentando la formula che in seguito le diede le maggiori soddisfazioni. Il 12″ estratto a cui faccio riferimento rappresenta una mezza rivoluzione, pensando che una label tradizionalmente jazz sfornasse un singolo per le discoteche nel 1976. Come ogni DJ saprà, il 12″ suona molto più “forte” e la versione è quindi indicata per la pista da ballo. La Prestige aveva visto bene ed anche molto lontano: quello di “What’s The Story” è un funk senza tempo, potente, venato di jazz, che strizza l’occhio al broken beat corredato di clap e hats in levare, tanto da avere una grammatica che rimanda alla house music ma con un groove decisamente primordiale ed irresistibile.

La Funk Mob - Casse Les Frontières, Fou Les Têtes En L'AirLa Funk Mob – Casse Les Frontières, Fou Les Têtes En L’Air
L’apertura mentale di James Lavelle e la sua operazione Mo Wax rimarranno nella storia della discografia dance. In questo doppio in formato 10″ edito nel 1994 si stava cavalcando l’onda del trip hop ma con la voglia di rompere i suoi stessi confini, infatti Carl Craig e Richie Hawtin si prodigano per abbattere anche i propri firmando due remix, rispettivamente per “Ravers Suck Our Sound” e “Motor Bass Get Phunked Up”. È proprio l’Electrofunk Remix di quest’ultima, ad opera di Hawtin, il mio preferito, suonato allo sfinimento ed ancora oggi nella valigia dei dischi. Probabilmente arriverò a comprare una seconda copia, rigorosamente su Mo Wax. Un must anche per le favolose grafiche che fecero scuola.

Pressure Drop - UnifyPressure Drop – Unify
Un disco senza tempo, un altro titolo che mi vengono tuttora a domandare quando lo propongo. Pure questo ha un valore affettivo perché mi fu regalato dagli stessi artefici, anche loro amici fraterni e maestri della mia educazione alla produzione. Dave Henley e Justin Langlands si stavano emancipando dal periodo acid jazz utilizzando linguaggi percussivi ed arrangiamenti più vicini alla grammatica house e techno ma orchestrando e mantenendo l’attenzione alla pista da ballo con un piglio dub. Ne uscì un classico che per me rimarrà sempre fondamentale. Nei miei set la Rip Up Instrumental porta la situazione latina senza sfacciatamente “sbragare” ma rimanendo su quel confine che offre facoltà di proseguire in ogni genere.

(Giosuè Impellizzeri)

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Ralf – DJ chart febbraio 1998

Ralf, Disco Mix, febbraio 1998
DJ: Ralf
Fonte: Disco Mix
Data: febbraio 1998

1) Barbara Tucker – ?
La voce di Barbara Tucker ha scandito inni house/garage passati alla storia, da “Beautiful People” ad “I Get Lifted” e “Stay Together” passando per “Deep Inside” degli Hardrive e “Most Precious Love” dei Blaze. Difficile, o forse impossibile, per qualsiasi DJ house sulla Terra che si rispetti non aver passato almeno uno dei suoi brani. Di questa “Romantic Song” menzionata da Ralf nella chart però non vi è traccia nella sua discografia. È ipotizzabile che si tratti di un errore e che il DJ umbro facesse invece riferimento ad “Everybody Dance (The Horn Song)”, riadattamento di “The Horn Song” che DJ Pierre firma come The Don proprio nel 1998.

Precisazione: dopo aver letto l’articolo, Ralf ci fa sapere che il brano in questione esisteva. Prodotto dai Pastaboys con la voce di Barbara Tucker, si intitolava “Romantic Dancer” ma, probabilmente a causa di un errore di trascrizione, divenne “Romantic Song” nella chart pubblicata da Disco Mix. Solcato su un acetato che ha suonato per anni durante le sue serate, il pezzo è, ad oggi, unreleased. «Possiedo ancora la traccia in formato WAV, ben custodita nel mio archivio digitale» aggiunge Ralf.
Contattato per l’occasione, Davide Santandrea alias Rame, membro dei citati Pastaboys, rammenta che quello in realtà era un remix: «sarebbe dovuto uscire su Strictly Rhythm ma credo che sorsero problemi tra la Tucker e l’editore e quindi non se ne fece più nulla. In seguito le proponemmo di stamparlo noi ma pare non l’avesse scritto lei, così il progetto si arenò. A procacciarci il remix fu Mauro Ferrucci».

2) Ziggy Marley And The Melody Makers – Everyone Wants To Be
Figlio dell’indimenticato Bob, Ziggy viene traghettato (insieme ai Melody Makers) nella house music a più riprese. Già nel 1991 Nellee Hooper ritocca “Good Time” in chiave ballabile ma è E-Smoove, quattro anni più tardi, a firmare il remix che trasforma “Power To Move Ya” in un successo dalle proporzioni mondiali. Non a caso alla Elektra pensano nuovamente a lui quando bisogna riadattare “Everyone Wants To Be”, uno dei singoli estratti dall’album “Fallen Is Babylon”. La versione di punta è la Generator Mix, costruita su un mosaico di suoni funk e jazz egregiamente stesi su un telaio ritmico che non lascia scampo. A completamento sul lato b la Edge Dub e la Beat Down, in cui le presenze vocali sono ridotte o rimosse del tutto. Sul 12″ figura pure una Radio Mix in battuta downtempo, ma in circolazione la Elektra mette pure un doppio mix su cui finiscono altre versioni come quelle di Midfield General e Gods Of Prophet.

3) Native Soul Featuring Trey Washington – A New Day
Singolo di debutto del progetto Native Soul, “A New Day” è un brano che alterna vocalità a soluzioni tipicamente dub. Gli autori, Dave Jarvis e Greg Belson, ricorrono ai vocalizzi di Trey Washington per incorniciare un magnifico pezzo rigato di funk e tribalismi ritmici. Il remix di Ashley Beedle e Black Science Orchestra livella tutto su scenari diversi, preservando la voce di Washington ma collocandola in un ambiente sonoro più ombroso e dominato dal ritmo. A pubblicare il disco è la Jus’ Trax, sublabel della Junior Boy’s Own che termina la corsa proprio nel 1998: dopo “A New Day” infatti escono appena altri due 12″ prima di tirare il sipario.

4) Eddie Amador – House Music
Negli anni Novanta accade spesso che brani destinati ad una ristretta cerchia di ascoltatori e frequentatori di locali specializzati finiscano, per varie ragioni, nelle classifiche radiofoniche e di vendita. È il caso di “House Music” di Eddie Amador, pubblicato inizialmente dalla Yoshitoshi Recordings dei Deep Dish e nell’arco di pochi mesi diffusosi praticamente in tutti i continenti (a prenderlo in licenza da noi ci pensa la Rise del gruppo Time Records). Diventato un inno remixato a più riprese nel corso degli anni, “House Music” gira su un breve spoken word ed un sample tratto da “Together Forever” degli Exodus, risalente al 1982 e già ripreso nel 1989 da Joey Negro nel brano “Forever Together” firmato come Raven Maize ma con meno fortuna rispetto ad Amador, sebbene più di qualcuno ipotizzi che quest’ultimo ne sia stato direttamente ispirato.

5) Joe Montana – Doctor Disco
Lasciandosi alle spalle “Black Theology”, Joe Montana ritorna sull’etichetta di un Joe più popolare per il grande pubblico, Joe T. Vannelli. Il DJ triestino incide il suo secondo Dream Beat accavallando canonici canovacci ritmici house a sinuosità funky e ondeggiamenti afrobeat. In circolazione c’è anche un doppio mix con sette tracce trainate da “La Movida”, scelta e mixata da DJ Pippi nella compilation “Pacha Ibiza 1998”. Montana inciderà altri singoli per la nota label vannelliana ma vale la pena ricordare pure la serie colorata firmata col compianto Robert Livesu (su Made In Hong Kong) e l’etichetta che egli stesso lancia nel 1996, la Disco 12 Records, sulla quale ospita, tra gli altri, un paio di 12″ di Vincenzo Viceversa (intervistato qui) tra cui l’indimenticato “Rebel Without A Mouse”.

6) Da Mob Featuring Jocelyn Brown – Fun
Debutto esplosivo per Da Mob, progetto messo su nel 1997 da DJ Sneak, Erick Morillo e Jose Nuñez supportati da un featuring vocale d’eccezione, quello di Jocelyn Brown. “Fun”, house/garage di pregevole fattura, non fatica a trovare supporto da parte dei DJ non solo innamorati di tool da usare esclusivamente in discoteca. Diversi i remix approntati per l’occasione tra cui spiccano quelli dei Basement Jaxx, M.A.S. Collective & Uovo e Todd Edwards, ma degne di menzione sono pure le reinterpretazioni di DJ Krust (inclusa nel doppio su Subliminal), Booker T e degli italiani T&F Vs. Walterino. A pubblicare il disco nel nostro Paese è proprio la Airplane! Records fondata da Frankie Tamburo e Mauro Ferrucci.

7) The Voices Of Life – The Word Is Love (Remix)
Gli ultimi mesi del 1997 vedono riemergere due granitici nomi della scena house di Chicago, Ralphi Rosario e Steve “Silk” Hurley, affiancati rispettivamente dalla compianta Donna Blakely, per “Take Me Up (Gotta Get Up)”, e da Sharon Pass per “The Word Is Love”. Hurley, per quest’ultima, conia un progetto ex novo chiamato The Voices Of Life, lanciato dalla sua Silk Entertainment e diventato un clamoroso successo mondiale che abbraccia il primo semestre del ’98. Diversi i remixer interpellati, da Mousse T. ai Mood II Swing e Kelly G ma purtroppo nella chart non è specificato a quale facesse riferimento Ralf. Quell’indovinato combo tra house e funk con basso simil ottavato diventa, prevedibilmente, il trademark con cui Hurley firma vari remix tra cui quelli di “Where You Are” di Rahsaan Patterson, “Special Love” dei Jestofunk Featuring Jocelyn Brown, “Dha Dha Tune” di Dhany, “Nobody Else” di Ce Ce Peniston, “Ready Or Not” di DJ Dado & Simone Jay ed “If We Try” di Karen Ramirez, artista di cui si parla dettagliatamente più sotto.

8) Department Of Soul – ?
Sebbene il titolo venga omesso, è presumibile che Ralf si riferisca al secondo (ed ultimo) singolo dei Department Of Soul, “Love Will Find You”, uscito intorno alla fine del 1997 sulla Narcotic fondata da Roger Sanchez e dal prematuramente scomparso Marts Andrups. A cantare il brano è sempre Toney Jones, già interprete del precedente “Stand Tall” di cui Eric Wikman e James Donaldson, meglio noti come Deep Swing, tendono a preservare le atmosfere. Sul 12″ è solcato anche un remix di Bernard Badie.

9) D. Funk Era – Spring
“Spring” è una piccola club hit messa in circolazione dalla Hole di Ivan Iacobucci a cui ai tempi in pochi, tra i DJ house specializzati, riescono a resistere. A cedere è anche Little Louie Vega che la incastra in un set a Miami, durante il Winter Music Conference. Nato da un campionamento di “Off Broadway” di George Benson, il brano reca la firma dei fratelli Danny e Diego Vitale che giocano coi filtri bilanciando house da un lato e funk/disco dall’altro, divertendosi a mixare il tutto in modo estemporaneo, senza seguire alcun disegno prestabilito. Probabilmente la magia di “Spring” risiede proprio in quella vivacità espressiva che permea i loop abilmente creati con un Akai S5000. Per approfondire si rimanda all’intervista con Danny Vitale disponibile qui.

10) Karen Ramirez – Troubled Girl (Remix)
“Troubled Girl” è il singolo d’esordio di Karen Ramirez, cantante britannica per cui ai tempi si prospetta una sfavillante carriera. La versione originale del pezzo è un delizioso gioiellino soul incorniciato da ritmi bossa nova ed atmosfere jazz. A scriverlo la stessa Ramirez affiancata da Alessandro Sommella, Domenico Canu e il compianto Sergio Della Monica, membri dei Souled Out da cui qualche anno dopo nascono i Planet Funk. Letteralmente strabiliante la parata di remixer a cui fa riferimento Ralf seppur non specificandone uno in particolare, e che la Bustin’ Loose Recordings coinvolge su più supporti e formati tra cui un mix quintuplo: dai Masters At Work alle coppie Boris Dlugosch/Michi Lange e Claudio Coccoluto/Savino Martinez, da Don Carlos ai Full Intention passando dai Way Out West. Le versioni di DJ Pierre e dei Mindspell restano invece confinate, per ragioni non chiarite, al CD promozionale destinato alle radio dalla Mercury. È proprio un’etichetta del gruppo Mercury, la Manifesto, a prendere in licenza il brano e i (fortunati) successivi singoli, “Looking For Love” (cover di “I Didn’t Know I Was Looking For Love” degli Everything But The Girl), “If We Try” e “Lies”, tutti estratti dall’album “Distant Dreams”.

(Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

La discollezione di Gaetano Parisio

Gaetano Parisio 2

Gaetano Parisio e i suoi dischi. In mano regge “The Preface”, il doppio con cui nel 2000 inaugura una delle sue etichette, la Southsoul

Qual è il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
Avevo tredici anni, si trattava di un’edizione limitata contenente sei picture disc di Michael Jackson. “Bad” era appena uscito ed io ero un gran fan di quel genio indiscusso.

L’ultimo invece?
Purtroppo è un bel po’ di tempo che non compro dischi. Probabilmente l’ultimo è stato “La Gatta Cenerentola” del grande Roberto De Simone, recuperato in un mercatino. Rappresenta benissimo la Napoli più viscerale e poetica del secolo passato. Adoro le origini artistiche della mia città, ne vado orgoglioso.

Quanti dischi conta la tua collezione?
È difficile quantificare il numero esatto ma credo ci siano almeno duemila pezzi. Impossibile stabilire anche il denaro speso ma non moltissimo poiché un’enormità di dischi mi è stata inviata gratuitamente dalle varie distribuzioni in formato promozionale. Non sono un collezionista tradizionale anzi, non mi ritengo proprio un collezionista. Il collezionista di dischi, per definizione, li colleziona mentre io invece li utilizzo per lavoro e molto spesso più di uno e su più piatti alla volta.

Come è organizzata?
Non è organizzata affatto o meglio, non in modo definitivo ma solo per sommi capi raggruppando autori, etichette e white label, oltre ai miei e quelli delle mie etichette ovviamente. Una sezione è occupata invece da tutti quelli che non riguardano il mondo da DJ e produttore. Da non molto mi sono trasferito a Barcellona e i miei dischi mi hanno raggiunto solo in un secondo momento, attraverso una spedizione aerea. Sinora ho aperto solo la metà delle scatole, è un’operazione lunga che richiede molto tempo e che per motivi di lavoro tendo sempre a posticipare. Conto comunque di procedere al più presto al fine di mettere finalmente un po’ di ordine.

Hai mai seguito particolari procedure per la conservazione?
No, mai. Utilizzo la maggior parte dei dischi per i miei DJ set quindi pulisco quelli selezionati nel momento in cui ne ho bisogno. Ammetto candidamente di non essere la persona più ordinata al mondo e a confermarlo potrebbe essere la mia compagna di vita, costretta a sopportarmi quotidianamente. La regola numero uno comunque è quella di tenerli lontani dall’umidità e da forti fonti di calore. Proprio in queste settimane sto pulendo gran parte dei miei dischi: credevo fosse noioso ed invece mi sono divertito perché ho riscoperto meraviglie ormai dimenticate.

Ti hanno mai rubato un disco?
Per fortuna no. Credo che rubare un disco sia un gesto veramente becero. Mi auguro di non subire mai questo tipo di furto.

Kraftwerk - TEE

“Trans-Europe Express” dei Kraftwerk, del 1977, è uno dei dischi a cui Gaetano Parisio è maggiormente legato

Qual è il disco a cui tieni di più?
“Trans-Europe Express” dei Kraftwerk. L’ho sempre avuto di fronte a me nel mio studio, insieme a “Last Night A D.J. Saved My Life” degli Indeep. La ragione è abbastanza intuibile: i Kraftwerk hanno avuto una sensibile influenza sulla mia vita e, di riflesso, sul mio modo di essere DJ e produttore. Averli costantemente davanti agli occhi mi ricorda che quando le cose vengono realizzate con qualità resistono bene al passar del tempo, e questo è esattamente il mio fine nel momento in cui mi chiudo in studio per comporre musica.

Quello che ti sei pentito di aver comprato?
Non mi sono mai pentito di aver acquistato un disco. Al massimo resta un oggetto bello da vedere, con cui si è dato il proprio contributo al settore. Quando si investe in musica non si commettono mai errori.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
Non essendo un collezionista nel senso più puro del termine, non sono alla ricerca di un titolo in particolare. Quando capita di trovare qualcosa di interessante la compro. Tuttavia mi piacerebbe essere un “ricercatore seriale” ma forse non è ancora giunto il momento.

Pink Floyd - LP

“The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd, uscito nel 1973, è l’album per cui Parisio spenderebbe una somma considerevole

Quello per cui saresti disposto a spendere una somma importante?
Una copia incellofanata della prima edizione di “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd, un autentico capolavoro.

Quello con la copertina più bella?
Proprio “The Dark Side Of The Moon”.

Che negozi di dischi frequentavi da adolescente e quando hai iniziato la carriera da DJ?
A Napoli, tra gli anni Ottanta e i primi Novanta, c’erano diverse opzioni. Il negozio più famoso era Flying Records, che al tempo stesso era anche distribuzione ed etichetta però, per la tipologia di musica che cercavo, non era il massimo. Esistevano per fortuna realtà molto più piccole che importavano dischi da distributori minori e che spesso mi aiutavano nella ricerca. Ai tempi non era assolutamente facile trovare certa musica, il numero di copie a disposizione era assai limitato (appena un paio o addirittura una sola) e se non conoscevi chi stava dietro al bancone non riuscivi a portare niente a casa, se non gli scarti di altri DJ giunti prima di te.

Quando hai iniziato invece a comprare per corrispondenza?
Ho avuto la grande fortuna di ricevere, dal 1996 al 2006, la maggior parte delle produzioni techno. Tutte le distribuzioni che rientravano nei miei interessi mi spedivano settimanalmente quantità incredibili di dischi al punto da non sentire mai la necessità di acquistare cose extra. Insomma, avevo il problema opposto di chi desiderava avere più novità. Il 90% di quel materiale era composto da white label, prive di copertina e grafica definitiva, cosa che peraltro non mi dispiaceva affatto. Non essere influenzato graficamente da niente mi permetteva di ascoltare musica senza alcun pregiudizio. A tal proposito menzionerei “Listen Without Prejudice” di George Michael, trovo sia il titolo più educativo di sempre.

Ritieni che l’e-commerce abbia ridotto sino ad annullare del tutto il rapporto diretto, per molti fondamentale, tra venditore ed acquirente?
Decisamente sì, ma oggi vale un po’ per tutto. La legge del mercato è “pesce grande mangia pesce piccolo” e in questo caso il ruolo del pesce grande è ricoperto dalle compagnie online che, avendo prezzi di gestione inferiori ed una visibilità globale attraverso il web, non temono competizione. La possibilità di selezionare musica standosene seduti comodamente sul divano di casa fa il resto. Inoltre anche il catalogo degli e-store, praticamente infinito, non lascia scampo a quei negozi che eroicamente scommettono ancora sul contatto diretto col cliente. Nonostante tutto però continuano ad esistere piccole realtà in cui è possibile respirare persino l’odore del vinile una volta varcata la porta d’ingresso. A gestirle è solitamente chi ha dedicato la vita intera alla divulgazione di cultura, perché alla fine di cultura si tratta e non di banali oggetti di ordinario consumo.

Conservi almeno una copia di ogni tuo lavoro discografico, remix inclusi?
Sì, fortunatamente. Hanno un valore affettivo diverso dagli altri dischi in mio possesso.

Gaetano Parisio 1

Un’altra foto di Gaetano Parisio insieme ai suoi dischi. Il 12″ che stringe tra le mani è “Java EP” di Jeff Mills, il primo ad essere uscito su Purpose Maker nel 1996

Nel corso della tua carriera hai varato, sin dalla seconda metà degli anni Novanta, molteplici etichette come Conform, ART, Southsoul, Southsoul Appendix e, ultima in ordine di apparizione, Adagio. Come era il mercato discografico circa vent’anni fa?
Avere delle etichette era essenziale per divulgare la mia visione musicale, senza quelle mi sarei sentito monco. Ognuna di esse ha rappresentato un’idea diversa dalle altre. Ho sempre amato fare delle serie poiché credo fortemente che sia l’unico modo per trasmettere ciò che ho in mente. Al contrario, non ho mai creduto in album né tantomeno nei singoli EP come mezzo migliore per esprimermi. In linea generale è quello che oggi avviene per le serie televisive. Ci si appassiona e si vuole arrivare alla fine. Chi le realizza però ha la possibilità di sviluppare le idee in decine di ore di pellicola anziché in novanta o centoventi minuti come in un film. Per me avviene una cosa analoga nelle serie musicali, dove ogni nuova release aggiunge qualcosa di nuovo alla storia ma nel contempo è “sorella” della precedente, dando così coerenza al racconto. Ai tempi delle mie label il mercato discografico era immensamente più grande rispetto a quello odierno. Si viveva la golden age del vinile, almeno in riferimento al mondo del DJing. Si vendevano decine di migliaia di copie per ogni singola uscita ed era un’attività che si autososteneva e che poteva essere pure molto remunerativa. Attraverso le mie etichette ho avuto la fortuna di raccogliere tante soddisfazioni. L’impatto delle mie produzioni è stato importante nel circuito techno e il lavoro svolto, ormai tanti anni fa, continua a vivere e ad essere ricordato. Vedo continuamente postare sui social, anche per mano di giovanissimi, miei pezzi realizzati anche oltre venti anni addietro. Ciò significa che le nuove generazioni sono andate a “studiare” il passato e ciò fa onore a loro e piacere a me. Questo inoltre dimostra che comporre musica per puro spirito creativo e senza pensare di fare la hit del momento può produrre risultati capaci di resistere più che bene al trascorrere del tempo.

Come mai, tra 2005 e 2006, “congelasti” tutte le tue label? La chiusura del distributore tedesco ELP fu determinante in tale scelta?
Furono diversi fattori a sancire il mio distacco dalla scena musicale col conseguente “congelamento” delle etichette. Sicuramente la chiusura di ELP mi spinse verso quella decisione ma la realtà è che la mia energia, sia creativa che mentale, subì un’importante flessione a causa di episodi, perdite personali e scelte di vita. Il troppo amore per la musica e l’estrema gratitudine nei suoi confronti però non mi hanno permesso di mentire a me stesso e a tutti quelli che amavano ciò che facevo. Per me quella con la musica è stata sempre una relazione estremamente intima. Oggi, a distanza di quasi quindici anni, mi sento molto bene. Sono motivato come non mai e soprattutto mi è molto chiaro ciò che devo fare. La vita ti sorprende sempre, tutto è in divenire e questo mi diverte da morire.

Con Adagio, inaugurata nel 2007, intendevi coprire un segmento stilistico differente rispetto a quello delle altre tue etichette? Quanto era cambiato il mercato del 12″ destinato ai DJ rispetto a dieci anni prima?
Adagio nacque quasi per gioco. Ritiratomi dalla vita da DJ, mi divertivo a fare cose correlate con la techno e così nacque questa serie di uscite. Ai tempi diverse grandi distribuzioni chiusero i battenti, il comparto del vinile era in netta flessione. Nel contempo Beatport la faceva da padrone creando i presupposti per la situazione che viviamo oggi, con un mercato saturo di produzioni con migliaia e migliaia di release che riempiono i server in tutto il mondo. Si è creata una gigantesca bolla in cui non si produce quasi più nulla di materiale ma solo virtuale, “cose” fatte di dati insomma. Si potrebbe fare un paragone col mondo finanziario dove i più imponenti disastri sono stati causati dallo scambio virtuale di denaro infinitamente più grande rispetto a quello reale. Prima o poi però le bolle generate dagli scambi virtuali scoppieranno tutte. Con l’avvento del web inoltre è diventato troppo semplice avviare un’attività imprenditoriale, come ad esempio un’etichetta discografica digitale, slegata dal peso e dalla competenza di decidere se investire denaro per produrre un determinato disco o un CD. Così facendo il mercato si è saturato di mediocrità e i “genitori” di tutto ciò sono proprio le decisioni prese a cuor leggero, in quanto prive di rischio d’investimento, proprio come può essere una release digitale.

Da un tuo post di qualche mese fa si presume che stia pensando di riattivare la ART, riprendendo lì dove avevi interrotto nel 2005, ossia al tredicesimo dei preventivati venti capitoli. È così?
Confermo: ci sono tante cose che bollono in pentola. A partire dalla ripresa della serie personale ART, con l’ART 14/20 e l’intenzione di chiudere il secondo ciclo al ventesimo numero, ART 20/20 per l’appunto. Continuo quella serie perché la visione di oggi è esattamente la stessa dell’epoca ed ho voglia di finire quel discorso rimasto in sospeso. Tutti i numeri, sino al venti, sono già pronti così come lo erano quando decisi di fermare bruscamente l’etichetta. Sarò assolutamente fedele in tutto e per tutto al progetto di partenza. Ma non finisce qui. Da pochi giorni ho mandato al pressing plant i master del Conform 025, a quindici anni di distanza dal precedente. Farà parte di una miniserie di dieci tracce tratte dal catalogo ed editate da artisti che ritengo possano essere presi ad esempio per il loro modo di rapportarsi con la musica e con tutto ciò che le gira attorno, carriera compresa. Conform Re-Touched Series Vol.1 sarà il primo di quattro uscite (per ora), disponibile in vinile e digitale. A curare gli edit saranno Ben Sims, James Ruskin, Mark Broom e Truncate a cui seguiranno The Advent, Sterac, Oscar Mulero, Steve Bicknell, Ken Ishii, Jonas Kopp, Alexander Kowalski, Danilo Vigorito, Deetron, Matrixxman ed altri ancora tra cui Dave Clarke che mi ha confermato la disponibilità ma chiedendomi più tempo perché attualmente impegnato a ricostruire il suo studio. Non è però, come qualcuno potrebbe pensare, un tributo alla musica della mia etichetta, ma piuttosto un tributo agli artisti stessi per i motivi che ho già spiegato qualche riga fa. Oggi abbiamo bisogno più che mai di esempi che ci possano illuminare e non farci risucchiare da quel mostro che è il circo della scena mainstream e dei DJ-influencer. La scelta dei nomi è stata ponderata e la loro pronta risposta, nonostante i miei tanti anni di assenza, mi ha riempito il cuore di gioia.

Nell’ultimo decennio circa è mutata la percezione che il pubblico e una parte di DJ nutre per il disco. Come reazione alla sempre più incisiva e capillare digitalizzazione infatti, il disco ha finito con l’essere totemizzato, rivelando spesso un fanatismo smodato alimentato anche da chi, anagraficamente, non ha nemmeno vissuto l’epoca in cui la musica non poteva che essere incisa su un supporto tattile per essere fruita. Nel contempo per il grande pubblico il disco si è trasformato in un oggetto di puro modernariato, da esporre alla stregua di un simbolo-icona di un mondo che non esiste più. Prevedi che il disco possa resistere, al di là di banali quanto effimere tendenze modaiole? Il DJing del prossimo futuro rappresenterà ancora un bacino di riferimento per esso?
Credo che il supporto in vinile sia molto importante per diverse ragioni ma sicuramente tra queste non rientra la creazione di alcun “totem”. Esistono, seppur molti meno rispetto al passato, DJ che sono davvero in cerca di musica techno da suonare con due Technics SL-1200. Il presente che viviamo purtroppo si basa sull’apparire e anche il vinile non sfugge da questa triste regola. Esisteranno sempre quelli che non sono ciò che dicono di essere, ma la bella notizia è che in circolazione ci sono tanti appassionati, veri. Io penso solo a loro. Gli altri giocano uno sport differente dal mio. Per tale ragione continuerò a rivolgermi a coloro che comprano dischi per amore e non per esibizionismo, quelli che vogliono suonarli per creare qualcosa di unico, che sia davanti a un dancefloor o semplicemente tra le mura domestiche.

Estrai dalla tua collezione/raccolta almeno dieci dischi a cui sei particolarmente legato motivandone le ragioni.

The Subjective - TremmerCriticalThe Subjective – Tremmer / Critical
Un 12″ che mi fu regalato nel 1997 da Cisco Ferreira e Colin McBean, nel loro studio londinese. Un disco che ho praticamente distrutto per quante volte l’abbia suonato.

Jeff Mills - Kat Moda EPJeff Mills – Kat Moda EP
Impossibile non menzionarlo. Ho scelto quello che secondo me è il più rappresentativo della fine degli anni Novanta, un’autentica pietra miliare specialmente in relazione alla A1, “The Bells”. Non lo suono mai per “vincere facile”, non è proprio nelle mie corde, ma perché lo trovo un capolavoro assoluto.

Dire Straits - Brothers In ArmsDire Straits – Brothers In Arms
È un disco che comprò mio fratello quando avevo appena dodici anni. Lo amavo e lo amo tuttora, anche per la sua copertina celeste con quella chitarra protesa verso il cielo. Da lì arriva il riff della celebre “Money For Nothing”. Un LP incredibile e la maniera di suonare la chitarra di Mark Knopfler è unica.

Lucio Dalla - Lucio DallaLucio Dalla – Lucio Dalla
Uno dei dischi che ho ascoltato di più da piccolo. Dalla per me era e resta “il cantautore”. Grazie ai miei cugini Luca ed Ugo, Dalla, De Gregori e Bennato entrarono a far parte della mia vita, quando ero poco più di un bambino. La mia trap era quella. In particolare questo disco lo lego ad una crociera in barca che facemmo tutti insieme. La cornice perfetta di ricordi indimenticabili ed esperienze formative per un quattordicenne.

Cameo - Word Up!Cameo – Word Up!
Ricordo ancora il momento in cui andai a comprare il 45 giri da Flying Records. Impazzivo per la voce singolarissima di Larry Blackmon e per il suo modo di vestirsi. Il video che passava su MTV poi era veramente travolgente. Mi capita spesso di riascoltarlo ancora oggi.

Gaetano Parisio - Gaetek EPGaetano Parisio – Gaetek EP
Si tratta della prima release marchiata col mio nome anagrafico, visto che sino a quel momento avevo usato solo lo pseudonimo Gaetek, ma anche del primo disco su Conform (contenente quattro tracce, “Mother”, “Minimal Act”, “Maastricht” e “Main Wave”, nda). Insomma, mi stavo presentando per la prima volta col mio nome reale ed un progetto tutto mio che ha segnato una svolta nel percorso della mia carriera.

Daft Punk - The New WaveDaft Punk – The New Wave
“The New Wave” è il disco, preso in licenza per l’Italia dalla UMM, che mi fece conoscere il duo francese nel 1994. Rammento bene la reazione quando lo ascoltai per la prima volta, intuii di avere a che fare con qualcosa di diverso dal solito, sia per suono che qualità, ma avrei afferrato la ragione solo qualche tempo più tardi.

Orbital - In SidesOrbital – In Sides
Un album che ho ascoltato in tantissimi after hour, a casa prima di andare a dormire e in svariate altre occasioni. Negli anni Novanta ammiravo profondamente le produzioni dei fratelli Hartnoll. Questo è un disco super raffinato che troverà sempre spazio nel mio cuore.

Leftfield - LeftismLeftfield – Leftism
Un altro LP che entra di diritto in questa lista. L’impatto di “Leftism” sulla scena napoletana fu veramente enorme. Ogni DJ ne possedeva una copia e chi non lo aveva lo cercava. Tutto bellissimo, inclusa la copertina. Masterpiece!

Michael Jackson - Off The WallMichael Jackson – Off The Wall
L’album che sancì la prima collaborazione tra Michael Jackson e Quincy Jones. Due mostri sacri all’opera nello stesso studio. L’ho ascoltato e riascoltato centinaia di volte. Per me era come vedere Maradona a vent’anni, solo talento esplosivo. Il resto della storia lo si conosce già.

Pino Daniele - Nero A MetàPino Daniele – Nero A Metà
Nella mia selezione non poteva mancare colui che ha scandito i ritmi delle giornate quando ero piccolo. Pino Daniele aveva tanto da dire, sia musicalmente che socialmente. Senza ombra di dubbio è stata la massima espressione musicale napoletana ed italiana di quegli anni, unico ed indimenticabile. Ho scelto questo disco in rappresentanza di tutti quelli da lui incisi in quel periodo. Provo profonda gratitudine nei suoi confronti.

(Giosuè Impellizzeri)

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Bosconi Gang Band – Big Mob At Manifattura Tabacchi (Bosconi Records)

Bosconi Gang Band - Big Mob At Manifattura TabacchiViviamo anni in cui si è perso letteralmente il conto delle collaborazioni tra artisti. I featuring cadono dal cielo come se fosse pioggia monsonica ma troppo spesso tali sinergie rivelano intenti scarsamente alimentati da fini artistici ma solo da strategiche mire promozionali. Non è però il caso di questo ambizioso progetto con cui la Bosconi Records apre il 2020, supportando l’idea di compenetrazione creativa tra molteplici performer coinvolti nello stesso posto ma soprattutto nello stesso momento.

«Da tanto tempo avevo nel cassetto l’idea di organizzare una jam session con tutto il nucleo fiorentino degli artisti di Bosconi Records, gli amici con cui sono cresciuto musicalmente» racconta Fabio Della Torre, fondatore dell’etichetta nonché ideatore di Bosconi Gang Band. «L’occasione si è finalmente presentata con un progetto portato avanti collateralmente con Manifattura Tabacchi, location di Firenze (un ex polo industriale costruito negli anni Trenta, nda) che sta vivendo un bellissimo momento di riqualificazione urbana e con cui abbiamo programmato l’evento annuale Bosconi Fest tenutosi il 29 giugno 2019. L’idea di partenza era lasciare una tangibile testimonianza di questa collaborazione. Da qui la mia proposta di sviluppare una jam session e registrare un disco all’interno dello stesso ambiente il giorno prima di Bosconi Fest, occasione in cui gran parte degli artisti della label erano coinvolti, incluso Gerald Simpson alias A Guy Called Gerald. La realizzazione del disco quindi era implicita ma tengo a sottolineare che non abbiamo preparato o provato nulla prima di ritrovarci tutti insieme. Il risultato è il frutto di una classica jam, senza davvero alcun artificio. L’unica accortezza (tecnica) è stata registrare tutti i canali separatamente, in modo da lavorare sul mixaggio e sugli arrangiamenti anche in un secondo momento ma cercando comunque di rimanere quanto più fedele possibile alla stessa jam».

Quel che emerge da “Big Mob At Manifattura Tabacchi” è un mix eterogeneo di influenze e sensibilità che fanno capo ad un collettivo artistico mosso tanto da spontaneità quanto estemporaneità, svincolate entrambe da qualsiasi linea direttiva che ne inficerebbe la genuinità. “Tuning” fa già capire che tipo di itinerario si sta per percorrere con un groviglio ritmico e continui interventi sulla materia percussiva che rivelano intrusioni jazzy insieme a microschegge passate nel distorsore e synth ad onda quadra. In “Gang Up” il telaio delle drum si fa più lineare e composto e lascia affiorare accenni funk intrecciati ad una vena psichedelica che dichiara ancora apertamente viva improvvisazione. Con “Swinging” la battuta si spezza ma il mood funky resta intatto, mostrandosi come una sorta di variazione del tema precedente con l’aggiunta di cristalli di sintetizzatore sminuzzati fatti volare in aria come tessere di un puzzle messo vicino ad un ventilatore acceso al massimo. In “Snappy” la velocità di crociera aumenta e l’avvicinamento a temi di cervellotica IDM di casa Warp si sente bene, congiuntamente a slanci ritmici booty. L’astrazione da sound convenzionali è palese e si fa ancora più nitida in “Blowing”, dove si toccano i 180 bpm con vampate jungle e liquefazioni soniche. Dopo la tempesta torna però il sereno ed infatti con “Offhand” si assiste ad una placida chiusura ambientale con voci destrutturate e quella costante patina di IDM astrattista che cola sopra in maniera incontrollata come se fosse vernice in un’opera di Jackson Pollock. A permeare la Bosconi Gang Band, dunque, è uno spiccato senso di interazione tra più individui che si riflette attraverso la stratificazione e sovrapposizione di tante matrici stilistiche, a testimonianza della spontaneità a cui si faceva prima riferimento.

Bosconi Gang Band (1)

Una foto di Giovanni Savi che immortala la jam session della Bosconi Gang Bang prssso Manifattura Tabacchi di Firenze (giugno 2019)

«A suonare eravamo in dieci, tutti gli strumenti erano syncati tra loro ad eccezione del basso e del Roland Juno-106 che abbiamo usato per dare sfogo ad un po’ di improvvisazione offgrid» spiega ancora Della Torre. E continua scendendo nei dettagli: «Andrea ‘G Key’ Giachetti era al basso, Antonio Pecori al Moog Minimoog ed Elektron Octatrack, Ennio Colaci all’Akai MPC 1000 ed Akai MFC42, Hervè Atsè Corti ad un secondo Akai MPC 1000, Marco D’Aquino alla Roland TR-8S e al Juno-106, Martino Marini al Clavia Nord Rack 2, al Boss SP-303, al CataRT e al Roli Blocks, Niccoló Daniel Rufo alla Yamaha DX200, ad un terzo Akai MPC 1000 e ad una Yamaha TG33, Stefano Meucci al Roland Juno-106. Infine Gerald Simpson si è occupato di Reason (precisamente in “Snappy” e “Blowing”). Io, invece, posizionato in mezzo ad un semicerchio a mo’ di golfo mistico, ero al Behringer X32 per controllare tutti i volumi in uscita. Questo mixer motorizzato di nuova generazione è stato mappato anche per registrare automazioni di volume con lo scopo di ottenere una qualità di ascolto più ottimale possibile e valorizzare sul momento quelle che mi sembravano le idee migliori. Nella maggior parte dei casi gli artisti non avevano un preascolto in cuffia quindi dovevano necessariamente tirare fuori i suoni per capire bene cosa stessero facendo. Abbiamo pian piano preso le misure ed affinato progressivamente l’interazione in un crescendo di bpm ed intensità sonora. È stato parecchio divertente e in certi casi alcuni artisti sono arrivati persino a scambiarsi gli strumenti. Ciò ha contribuito a rendere la jam session ancora più diversificata e mutevole».

Bosconi Gang Band (2)

Fabio Della Torre, fotografato ancora da Giovanni Savi, al lavoro davanti al mixer Behringer X32

Un plauso è rivolto anche all’autore della copertina, duplicata su un allegato cartaceo informativo annesso al disco, che ha creato una sorta di effetto Arcimboldo ma usando (ovviamente) strumenti musicali. «A realizzarla è stato lo street artist romano Mister Thoms che ho contattato personalmente in quanto fan delle sue opere» prosegue Della Torre. «L’idea iniziale prevedeva un lavoro più caricaturale ma essendo in tanti abbiamo capito, all’unanimità, che sarebbe stato arduo caratterizzare ogni singolo personaggio. Abbiamo quindi optato per un automa unico che, nel suo insieme, ha reso bene l’idea dell’orgia sonora che è stata la Bosconi Gang Band in Manifattura Tabacchi».

La Bosconi Records è ormai una realtà discografica ben consolidata con oltre cinquanta pubblicazioni all’attivo, includendo quelle delle sublabel Bosconi Extra Virgin e Bosconi Squirts, risultato decisamente ammirevole specialmente se si pensa che sia nata nel 2008, periodo in cui le piccole etichette indipendenti ancora legate al disco in vinile stavano soccombendo inesorabilmente sotto l’invasione massiccia dei formati e tecnologie digitali. A distanza di oltre dieci anni l’etichetta fiorentina, su cui sono “atterrati” anche artisti del calibro di Paul Johnson, Dan Curtin e Gari Romalis, continua regolarmente a pubblicare musica su 12″ seppur ubicata in un Paese come l’Italia, ormai orfano di strutture distributive adeguate. «Conteggiando le uscite su CD, credo che Bosconi Records abbia in catalogo circa un’ottantina di pubblicazioni» afferma a tal proposito Della Torre. «Operare dall’Italia probabilmente è stato un po’ penalizzante, non solo per la mancanza di distribuzioni ma anche per l’assenza di media locali affermati a livello internazionale, specialmente a confronto con nazioni come Germania, Regno Unito o Paesi Bassi. Dovremmo fare più sistema e squadra, sento la mancanza di festival o meeting destinati alle etichette di settore in cui ci si possa confrontare e supportare a vicenda. Bisognerebbe tornare a valorizzare ciò che c’è di buono nel nostro Paese ma purtroppo restiamo sempre troppo arenati sui media stranieri. Per il 2020 iniziato da pochi giorni abbiamo in serbo diverse novità, a parte l’uscita imminente di Bosconi Gang Band. Stiamo lavorando a nuovo materiale come Minimono destinato a Bosconi Records ma non solo. In programma c’è un disco dei Nas1 per la sublabel Bosconi Extra Virgin ed altre cose bollono in pentola. Non sono in cerca di nomi altisonanti o remix illustri però ma solo di buona musica fatta in casa. Riguardo Bosconi Gang Band invece, contiamo di ripetere l’esperienza in futuro magari davanti ad un pubblico. Il nuovo materiale che ne deriverà sarà a disposizione per un potenziale secondo disco. Bosconi Gang Band è un progetto che potrebbe facilmente autoalimentarsi e, perché no, arricchirsi e diversificarsi nella formazione».

Via Dei Bosconi

Il cartello stradale di Via Dei Bosconi, a Fiesole, situato nella zona da cui prende il nome l’etichetta Bosconi Records

Il futuro imminente di Bosconi Records promette quindi intriganti novità non perdendo mai di vista la personalità e il legame col territorio, rimarcato dal nome tratto dall’area I Bosconi, sulle colline fiesolane a nord di Firenze, e non come qualcuno potrebbe pensare dal brano “Bosconi” di Moodymann, uscito nel 1997 su Planet E. «Rivelai questo retroscena a Carl Craig quando venne a suonare al Viper Theatre in occasione del Nextech Festival, nel 2013, ma stentava a crederci. Fui costretto a mostrargli la foto del cartello stradale di Via Dei Bosconi per convincerlo! Poi, confrontandomi con Moodymann e Mike Banks, ho scoperto che gli Sconies erano una gang italiana a Detroit attiva negli anni Ottanta, nota anche come Bosconi» conclude Della Torre. (Giosuè Impellizzeri)

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La discollezione di Andrea Benedetti

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Andrea Benedetti insieme ai suoi dischi. A sinistra, in particolare, si scorge il box set “Time Capsule” edito nel 2018 dalla spagnola Fundamental Records. All’interno anche uno dei suoi brani, “Last Warning”

Qual è il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
Essendo nato nel 1967, appartengo all’epoca in cui si vendevano molto i 45 giri che oggi molti chiamano 7″. I miei primi acquisti, pertanto, sono stati quelli. Ai tempi inoltre c’era l’abitudine/tradizione di regalare quei dischi anche alle feste di scuola o di compleanno: a ripensarci oggi era una autentica figata regalare musica! Il primo 45 giri che ricordo di aver acquistato di persona comunque è stato “Magic Fly” degli Space, nel 1977. Il primo 12″ (a quel tempo si chiamavano gergalmente “mix”) lo comprai invece nel 1979, “Goodnight Tonight” dei Wings.

L’ultimo invece?
“Exodus EP” di The Exaltics. Sul magnifico picture disc c’è anche un pezzo col featuring di Egyptian Lover, “I Want You”.

Quanti dischi sono presenti nella tua collezione?
Non ne ho idea, non li ho mai contati. Sfrutto questa intervista per fare il punto della situazione e credo di averne circa tremila, tra 12″ ed LP, e intorno ai duecento in formato 7″. Non è una grandissima raccolta ma ultimamente sono diventato molto critico quindi tendo a conservare solo la musica che mi fa venire la pelle d’oca quando la sento. Niente cose extra, tipo pezzi di cui mi piace un minuto e basta. Per tale ragione ogni tanto raduno un po’ di roba che mi ha stufato o che non mi emoziona più e la metto in vendita. Non saprei quantificare neanche quanto denaro abbia speso anche perché tra promo, copie prese quando avevo la distribuzione, usato e nuovo, è veramente impossibile fare un conto. Tuttavia credo che, avendo iniziato a comprare musica all’età di dieci anni, avrò investito decine di migliaia di euro, analogamente a coloro che come me amano la musica da un periodo medio lungo.

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Uno sguardo d’insieme della collezione di dischi di Andrea Benedetti

Come è dove è organizzata?
Si trova nella mia casa. Appena entri, a destra, c’è un mobile tipo consolle da vecchio club, con una libreria/discoteca costruita alle spalle dello stesso mobile. Ho tutto a portata di mano, basta girarmi. Un sogno insomma. I dischi sono incasellati per genere e non in ordine alfabetico. Direi in ordine emotivo, in base ad una collocazione personale che mi ha portato a metterli all’interno di un determinato box piuttosto che in un altro. L’unico metro di catalogazione adottato, soprattutto per la parte funk, electrofunk e wave, è quello dei BPM, seppur non in modo rigidissimo. Vanno dal più lento al più veloce.

Segui particolari procedure per la conservazione?
Nonostante sia molto ordinato, non sono maniacale. Nessuna busta di plastica o lavaggi insomma. Un disco me lo vivo e se si rovina lo ricompro. L’unico dettaglio a cui presto attenzione sono le “mutande” interne: se c’è spazio nella copertina, le metto sempre.

Ti hanno mai rubato un disco?
Questo è un tasto dolente. Nel 1992 finii una serata tornando alle quattro del mattino. Ero stanco ed incautamente non scaricai le due valigie di dischi che avevo con me. La macchina era parcheggiata esattamente sotto casa, abitavo al primo piano. Mi rubarono l’auto con dentro ovviamente tutti i dischi. Per me fu un vero choc. Ero talmente incazzato da mettermi a girare per tutto il quartiere andando pure in posti piuttosto pericolosi, da solo con la macchina di mia madre. Ero letteralmente fuori di me. Non avevo mai lasciato i dischi in auto e fu veramente assurdo che l’unica volta che ciò accadde la sorte mi punì così. Ovviamente da quel momento non ho più commesso lo stesso errore. Credo di aver recuperato quasi tutto quello che persi ma non lo saprò mai con certezza perché non ricordo nel dettaglio ciò che avevo in quei due flight case, o forse l’ho rimosso.

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Uno dei dischi a cui Benedetti tiene di più, “I’m The One” dei Material, del 1982

C’è un disco a cui tieni maggiormente?
Ho una fissazione per “I’m The One” dei Material. Sul lato b c’è “Don’t Lose Control” che adoro alla follia. Ne ho già tre copie ma ogni volta che ne trovo una in giro la prendo. Per me rappresenta il culmine fra elettronica, sperimentazione, funk e musica etnica. Quella musica universale che mi manda fuori di testa.

Quello che ti sei pentito di aver comprato?
L’ho già dimenticato perché, se non mi è piaciuto, l’ho venduto.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
“Drive Me Insane” di Airplay, su Silver Spur Records. Un pezzo electrofunk del 1982 che mi ha fatto conoscere il mio “fratellino” hip hop Federico “DJ Stile” Ferretti, ma non scucirò mai la somma che chiedono ora su Discogs.

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La copertina di “Discovers The Rings Of Saturn” di X-102 (Tresor, 1992), una delle più belle secondo Benedetti

Quello con la copertina più bella?
Sicuramente “Discovers The Rings Of Saturn” di X-102, su Tresor, del 1992. La scelta del font, l’immagine e il montaggio grafico sono incredibili anche oggi.

C’è uno che, più di altri, evoca in te precisi ricordi?
Uno su tutti, “The Final Frontier” di Underground Resistance perché sopra c’è una dedica di Mike Banks che scrisse quando ci conoscemmo, nel 1993. Fu una giornata complicata per loro, vennero a Roma per un rave ma sorsero problemi tecnici ed economici con gli organizzatori. Noi gli demmo una grande mano per risolvere tutto al meglio e a quel punto lui decise di regalarmelo con una dedica speciale. Da quel giorno siamo rimasti molto amici, non ha dimenticato quanto fatto quel giorno. Tempo dopo io e Marco Passarani decidemmo di chiamare la distribuzione Finalfrontier proprio in omaggio a Mike Banks, Underground Resistance, Star Trek (da cui proveniva il titolo nonché pellicola che adoravamo pure noi) e Submerge.

Che negozi di dischi frequentavi quando iniziasti ad appassionarti di musica?
A parte quello vicino casa dove compravo i primi 45 giri quando ero piccolo e di cui non ricordo più il nome, per anni il mio negozio preferito è stato Best Record, a Roma. Il titolare era Claudio Casalini, noto DJ della capitale, proprietario dell’omonima etichetta discografica e di una catena di negozi con lo stesso nome. Il punto vendita in Via di Sant’Andrea delle Fratte, tra Via del Tritone e Piazza di Spagna, lo adoravo. A gestirlo erano due DJ romani, Stefano Carletti e Giorgio Sgarbi, che avevano un gusto più americano che europeo. Lì trovai tantissimo materiale electro ed electrofunk nel periodo 1982-1984. Nella mia mente era un piccolo scorcio di New York a Roma. In quel negozio ho acquistato roba veramente particolare, come “Get Streetwise” dei Messinger Service o “Funky Soul Makossa” dei Nairobi, senza contare i dischi su Prelude Records, Streetwise e Profile. Contribuì molto a forgiare il mio gusto perché trovavo ciò che cercavo e in più avevo proposte musicali che, in assenza di blog, webzine e riviste di settore, difficilmente avrei potuto recuperare in altro modo.

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Un altro dei dischi essenziali di Andrea Benedetti, l’album “Planet Rock” di Afrika Bambaataa & Soulsonic Force (Tommy Boy, 1986)

Per quanto riguarda invece gli e-shop, quando hai iniziato ad acquistare via internet? Ritieni che l’e-commerce abbia stravolto più positivamente o negativamente gli equilibri del settore discografico?
Ho comprato solo qualche volta copie fisiche da negozi online, solitamente da Clone o Rubadub, o in alternativa direttamente dagli artisti o dalle label attraverso Bandcamp. Per l’usato invece, quando serve, mi affido a Discogs ma senza farmi prendere per il collo. Direi che l’e-commerce abbia fatto saltare il passaggio intermedio dei distributori che infatti hanno chiuso praticamente tutti. Non credo però sia stato l’e-commerce a creare la crisi del mercato discografico anzi, forse quella è stata l’ultima chance per negozi e distributori di vendere qualche copia in più visto che la gente comprava sempre meno dischi in seguito all’arrivo del CD prima e dei formati digitali poi. Era un grido di dolore e sopravvivenza più che di cupidigia o speculazione.

Compri musica anche in formato liquido? In caso affermativo, come fai a destreggiarti nel mare magnum delle pubblicazioni digitali?
Amici ed etichette mi mandano tanti file così tre anni fa ho comprato due lettori Pioneer XDJ per poter finalmente suonare quella musica ed organizzarla attraverso il software Rekordbox. A quel punto ho iniziato anche ad acquistare musica liquida e mi sono subito trovato a mio agio con Bandcamp, piattaforma con cui posso seguire direttamente gli artisti e le label che mi piacciono e trovare praticamente tutto su di loro. Per scoprire e scovare nuova musica uso i social network e i consigli degli amici. La condivisione musicale è tutto in questo senso però apprezzo anche la casualità dei suggerimenti automatici di Bandcamp o YouTube da cui possono emergere scoperte eccezionali.

Nella tua vita hai comprato tanti dischi ma altrettanti li hai venduti. Come scrivi in “Mondo Techno”, «nel 1993 Sandro di Remix voleva espandere la propria attività aprendo una sezione di import diretto di dischi. Mi contattò e mi propose la cosa che mi sembrò subito interessante. Iniziai in un piccolo ufficio, separato dal negozio, dove c’erano solo un telefono, un fax ed una scrivania». Come si svolgeva quel tipo di attività quando tutte le ovvietà tecnologiche del presente dominato dal web non esistevano ancora?
Era un periodo veramente pionieristico della distribuzione perché, in assenza di internet, le uniche vie di comunicazione e condivisione erano il fax e il telefono. L’unico modo per vendere a persone che stavano a chilometri di distanza era, piuttosto banalmente, mettere la cuffia sul microfono della cornetta del telefono e far sentire all’interlocutore cosa volevi proporre. Prima si mandava il fax con la lista del materiale disponibile, poi si prendeva un appuntamento telefonico in cui, per l’appunto, si suonavano i pezzi che il commerciante chiedeva e cercando, nel contempo, di suggerire altro. Noi stessi seguivamo il medesimo iter quando acquistavamo dall’estero. Io e Marco Passarani, mio socio in quegli anni, ci mettevano seduti ed ascoltavamo le proposte dalle casse collegate al nostro telefono. Su tale procedura insisteva una evidente problematica della qualità audio molto low-fi, per cui dovevi in qualche modo “immaginarti” la musica da acquistare, però era una cosa talmente diffusa che praticamente tutti erano avvezzi a quel tipo di ascolti e difficilmente facevi errori di valutazione sulla qualità del disco che stavi acquistando. A ripensarci ora è interessante a livello cognitivo su come l’essere umano si possa adeguare a tutto, specialmente a livello sensoriale.

Benedetti 07

Un altro disco estratto dalla collezione di Benedetti, “Revolution For Change” di Underground Resistance (Network Records, 1992)

Sempre in “Mondo Techno” scrivi che «nessuno dei grandi distributori di Milano (Discomagic, Dig-It International, New Music International) era interessato alla musica che importavamo noi. Erano tutti attratti da cose più commerciali e soprattutto a vendere la loro musica, pseudo house e techno, realizzata quasi esclusivamente seguendo la richiesta del mercato con dinamiche promozionali e distributive obsolete e miopi. […]. Agganciammo alcuni distributori tedeschi e soprattutto con la Neuton di Offenbach, vicino Francoforte sul Meno, si creò un rapporto di fiducia e rispetto. Da loro avemmo in esclusiva alcune etichette, allora sconosciute, come Fax, Kompakt, Cheap, Mego, Trope, Kanzleramt, Perlon, Playhouse e Klang Elektronik più molte altre venute successivamente. Inoltre contattammo direttamente etichette che ci piacevano importandole in Italia praticamente per primi come nel caso della Skam di Manchester, della Interdimensional Transmissions di Detroit e delle olandesi Viewlexx e Clone. In più curammo anche il catalogo, cosa rara in quegli anni, di etichette come Underground Resistance, Plus 8 Records e Rephlex». Quanti negozi, in Italia, acquistavano il materiale che importavate dall’estero? Notasti una maggiore richiesta ed interesse in determinate aree nazionali? Che tipo di dinamiche promozionali seguivate per differenziarvi dai grossisti milanesi?
Non ricordo più con esattezza quanti negozi rifornivamo ma credo fossero all’incirca una quarantina. Alcuni cercavano di comprare da noi solo la musica che non trovavano a Milano per soddisfare i clienti più esigenti, altri invece puntavano di più sulle nostre proposte. Fra questi sicuramente Ice Age di Nino La Loggia e KZ Sound di Francesco Zappalà e Killer Faber, entrambi a Milano, Mandragora Dischi di Gianpiero Pacetti alias JP Energy, a Brescia, Mixopiù di Piero Zeta, a Faenza, e Zero Gravity di Fabrice, Leo Mas ed Andrea Gemolotto, ad Udine (negozi ampiamente trattati, con relative interviste, in Decadance Extra, nda). Oltre ovviamente a ReMix di Sandro Nasonte, a Roma. Il nord Italia era più attivo rispetto al centro sud ma questo dipendeva soprattutto dal fatto che ci fossero più locali e DJ. A Roma le cose sono cambiate con l’avvento dei rave, nel 1990. Da quel momento in poi molta più gente iniziò a comprare dischi, soprattutto techno europea ed americana nonché IDM ed ambient. Prima invece il mercato della capitale era legato quasi esclusivamente ai DJ dei tantissimi locali sparsi in città. Con l’arrivo dei rave il mercato si è espanso sensibilmente abbracciando anche coloro che non erano disc jockey ma semplicemente appassionati, e oggi ciò fa riflettere: tante persone investivano denaro in musica non pensando necessariamente a suonare e ad esibirsi come artisti. Per quanto concerne la sfera promozionale invece, puntavamo essenzialmente sul passaparola, limitando le inserzioni pubblicitarie e mirando sull’unicità della nostra proposta perché non c’era davvero nessun’altro, in Italia, ad avere la musica che trattavamo noi.

Oggi avrebbe senso creare, nel nostro Paese, un distributore come era il vostro?
Ritengo che un distributore puro, come lo si intendeva in passato, non possa più esistere. Non è certamente un caso che non ne siano rimasti praticamente più nel mondo. Ci sono invece negozi che fanno tutto: vendita al dettaglio, vendita online, pubblicazione di musica attraverso etichette interne, stampa per conto terzi di altre etichette e, infine, distribuzione. Credo che l’ulteriore evoluzione di queste realtà sia creare ancora più offerta, includendo spazi per mostre e talk, sale di registrazione (mobili e fisse) e, se possibile, un mini club. Uno spazio modulare insomma, magari gestito da più persone/artisti, per creare una sorta di piccolo universo omni inclusivo ma nel contempo aperto a collaborazioni esterne.

Come e cosa vedi nel futuro del disco? Ormai, per il grande pubblico, pare sia solo un oggetto di modernariato.
Il disco può rappresentare una parte del tutto ma non è più il centro come un tempo. Non ha senso oggi. È un formato come un altro che ha le proprie peculiarità in termini di unicità e riproducibilità ma che va affiancato al digitale. Comunque vedo molto più in difficoltà il CD, un formato che adoravo e che credo sia ancora parecchio utile in termini di ascolto e qualità ma che, per via del digitale, sta praticamente sparendo dalla circolazione.

Oltre ad essere DJ, produttore discografico, conduttore radiofonico, autore di un riuscito libro e, praticamente da sempre, divulgatore culturale, hai scritto anche per diverse riviste come Tunnel, la fanzine che tu stesso hai fondato nel 1993, SuperFly ed Orbeat. Ritieni che il giornalismo musicale italiano contemporaneo, legato alla scena house/techno, stia adeguatamente colmando le lacune create nei decenni passati? Il web sta dando i suoi frutti o l’enorme potenziale della Rete è stato smorzato rispetto alle galvanizzanti aspettative? Un confronto con le bibliografie e fonti documentaristiche estere purtroppo rivela ancora una terribile inerzia del nostro Paese e, come se non bastasse, capita troppo spesso di imbattersi, sia sul web che attraverso la radio, in casi di mera appropriazione culturale da parte di chi vorrebbe passare per storico della materia ma si limita a diffondere banale nozionismo wikipediano per giunta farcito di errori marchiani.
Credo che di improvvisati ce ne siano dappertutto, anche all’estero. La vera differenza sta nella controproposta. La nostra c’è ma non è forte come in altri Paesi dove si parla in maniera storicamente più accurata di disco, electro, house e techno. Se lo si fosse fatto dagli inizi magari si sarebbe creata una cultura di base più solida, non necessariamente fatta di nerd collezionisti ma di persone più consce dei fatti e quindi capaci di reagire autonomamente alla superficialità ed alle falsità che gireranno sempre in ogni ambiente. Inoltre, non essendo stato fatto dal principio, si tratta di una cultura piena di nozioni contrastanti che creano più confusione che informazione. E, infine, non è così forte a livello di impatto anche solo numerico e di infiltrazione nei media perché di base in Italia la musica di cui parliamo viene troppo spesso relegata nel calderone della “dance”. Quasi mai vengono messi in evidenza altri valori fondanti come lo spirito di uguaglianza, di rapporto umanista con la tecnologia e di visione del futuro. Si parla di sballo, di edonismo, al massimo di divertimento e poco altro per cui tutte le sfaccettature si perdono e diventa fondamentalmente tutto uguale.

Estrai dalla tua collezione almeno dieci dischi a cui sei particolarmente legato per varie ragioni.

Pink Floyd - KraftwerkPink Floyd – The Dark Side Of The Moon / Kraftwerk – The Man Machine
Mia madre ha divorziato ufficialmente nel 1977 ma già da anni mio padre non c’era a casa, nonostante ci vedessimo ogni tanto. Quando iniziò a lavorare nuovamente, visto che per un po’ di tempo aveva lasciato l’occupazione per dedicarsi alla famiglia (il classico errore storico/sociale che si commetteva di frequente in quegli anni) fu costretta ad affidarmi per qualche ora ad una vicina il cui figlio aveva circa diciotto anni ed era un patito di musica. Possedeva una collezione di dischi pazzesca e mentre stavo lì metteva sempre musica di vario genere. A sconvolgermi furono due dischi: “The Dark Side Of The Moon” e “The Man Machine”. Ricordo ancora esattamente la posizione nella sua stanza quando li ho sentiti. Avevo solo dieci anni e quei due album sono rimasti lì, impressi fra cuore e cervello, e non se ne andranno mai.

Beatmaster - LipserviceBeatmaster – Lipservice
Ho sempre amato l’hip hop fin dagli inizi e la svolta elettronica di “The Message” di Grandmaster Flash mi colpì tantissimo. Poi arrivò Larry Smith coi Whodini e i Mantronix che fecero salire ulteriormente il livello qualitativo in quella direzione, ma “Lipservice” dei Beatmaster, che si muove fra electro e wave funk, saldamente radicato nell’hip hop, mi dà i brividi ancora oggi. Lo presi ai tempi dell’uscita, nel 1984, dal citato Best Record, e mi fece scoprire sia il produttore, Keith LeBlanc, ex batterista della Sugarhill Gang Band che ho successivamente amato per i suoi progetti con Mark Stewart e i Tackhead, sia l’etichetta Celluloid e i menzionati Material di Bill Laswell che adoro. A tutto questo arrivai leggendo i crediti sui centrini dei dischi e facendo intersezioni ed incastri. Gli stessi che oggi si possono fare con un semplice clic su Discogs, un sistema rivoluzionario in questo senso. “Lipservice” è stato un ponte verso nuovi ascolti per me fondamentali.

John Carpenter & Alan Howarth - Escape From New YorkJohn Carpenter & Alan Howarth – Escape From New York (Original Motion Picture Soundtrack)
Probabilmente uno dei dischi che ho ascoltato più volte in vita mia, da quando ho visto il film. Un autentico tripudio di synth e sequencer che mi hanno influenzato in maniera incredibile. Praticamente la colonna sonora della mia vita. Non riesco davvero ad aggiungere altro.

Herbie Hancock - Future ShockHerbie Hancock – Future Shock
Dopo tanti anni non sono riuscito ancora a trovare una cosa sbagliata in questo album del 1983: il mix fra elettronica, funk, jazz, hip hop e musica africana è visionario ma allo stesso tempo assolutamente intellegibile da tutti. Grandmixer D.St. che scratcha sulle percussioni di Daniel Ponce, Hancock che improvvisa sulle drum machine di Michael Beinhorn, Bill Laswell che duetta con Sly Dunbar… Fu la prima musica universale che ho sentito, doppiata l’anno dopo dal meno conosciuto, ma altrettanto meraviglioso, “Sound-System”. Ho sempre cercato questo approccio aperto nella musica trovandolo, seppur in forma diversa ma ugualmente significativa, nell’electro, nell’house e nella techno.

Yello - You Gotta Say Yes To Another ExcessYello – You Gotta Say Yes To Another Excess
Sono un fan assoluto del duo svizzero, soprattutto dei primi album. Questo, del 1983, non ha neppure un pezzo che non mi piaccia. Epici, teatrali, malinconici, ironici: con l’LP in questione gli Yello rompono la barriera dei generi ed entrano nell’assoluto dei classici senza tempo.

Model 500 - No UFO'sModel 500 – No UFO’s
Appena l’ho sentito ho capito che ci fosse qualcosa di diverso. Sembrava EBM ma nel contempo era anche funk. Non sapevo fosse techno. Da quando l’ho capito tutto ha avuto un senso e non ho mai smesso di dirlo a chiunque avesse voglia di sentirmi.

Major Malfunction - Gives You Central HouseMajor Malfunction – Gives You Central House
La Djax-Up-Beats di Miss Djax è stata una delle etichette europee che mi hanno influenzato di più. Mi piacevano soprattutto gli artisti fuori dagli schemi, come Stefan Robbers alias Terrace, di cui adoravo anche la sua label Eevo Lute Muzique, e soprattutto Maarten van der Vleuten ovvero Major Malfunction, in questa occasione in coppia con Marius Kuilenberg. Sono diversi gli EP usciti con tale pseudonimo ma questo resta il mio preferito. Contiene cinque brani (“House Shield”, “Positive Nuisance”, “Tronsanic”, “Mushroom Memories” e “Magnetism”) di techno europea perfetta, che partono dalla lezione di Detroit per sviluppare un suono originale, futuristico e sperimentale ma assolutamente ballabile.

Underground Resistance - World 2 WorldUnderground Resistance – World 2 World
Un disco che rappresenta l’essenza dell’universalità della techno di Detroit. Uno dei quattro brani racchiusi al suo interno, “Jupiter Jazz”, si può suonare sia nel club da duecento persone che nelle big room ottenendo sempre lo stesso effetto di pace universale, orgoglio, felicità, consapevolezza del presente e visione del futuro. Mike Banks è immortale.

Afrika Bambaataa & Soulsonic Force - Renegades Of Funk!Afrika Bambaataa & Soulsonic Force – Renegades Of Funk!
“Planet Rock” è stato il battesimo per l’electro che è una parte fondamentale della mia vita musicale, ma “Renegades Of Funk!” ha rappresentato il passo in avanti del gruppo, che era anch’esso un meraviglioso messaggio di collaborazione multirazziale con la presenza dei produttori Arthur Baker e John Robie. Impegno politico, suoni quasi wave misti alla tradizione africana. Ballavi e pensavi sentendoti parte del tutto e di qualcosa che poteva essere, di un futuro che diventava presente mentre lo vivevi in tempo reale.

(Giosuè Impellizzeri)

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Black Machine – How-Gee (PLM Records)

Black Machine - How-GeeSi è parlato più volte, su queste pagine e su quelle dei libri della trilogia di Decadance, del ruolo primario ricoperto dal campionatore tra la fine degli anni Ottanta e in buona parte dei Novanta. Un autentico motore creativo alimentato da un prodigioso carburante costituito da una serie, teoricamente infinita, di registrazioni rimaneggiate e ricontestualizzate in nuovi e fantasiosi ambiti. Seppur ciò susciti la disapprovazione dei titolari dei diritti che si sentono comprensibilmente defraudati e non faticano a sentenziare in modo pesante contro quel nuovo modo di comporre musica, le possibilità offerte dal campionatore paiono incredibili ed ispirano un’intera generazione affascinata dal fatto di poter usare porzioni di brani più o meno noti, magari appartenenti agli ascolti adolescenziali, in pezzi nuovi, destinati ad un pubblico che, per ovvi motivi anagrafici, non conosce proprio gli originali.

Tra le migliaia di act nati nei primissimi anni Novanta sul fenomeno dilagante del sampling c’è Black Machine che con “How-Gee” appiccica brandelli funk e soul su tessere ritmiche downtempo/hip hop, in quel periodo in grande risalto grazie a Snap!, Dimples D, Londonbeat o C+C Music Factory. «Un bel mattino in ufficio venne a trovarmi Ottorino Menardi, già noto in ambito discografico come Ottomix, dicendomi di aver realizzato un pezzo assai funkeggiante» ricorda oggi Pippo Landro, musicista nella formazione dei Gens e patron della New Music International che pubblica il brano nel 1991. «Ai tempi iniziò a diffondersi capillarmente la techno con la cassa marcata in quattro e quell’esperimento di matrice funky avrebbe rischiato seriamente di non trovare il giusto apprezzamento. A consigliare a Menardi di rivolgersi a me fu Ciso (Gianfranco Dolci, scomparso prematuramente nel marzo 2002, nda), DJ che proponeva black music molto conosciuto in Veneto, particolarmente al Palladium di Vicenza. A suo parere ero l’unico a poterlo valorizzare e così decise di portarmi la demo di quella che poi divenne “How-Gee”. Essendo un fan sfegatato del funk (per me James Brown era e resta il numero uno assoluto) impazzii letteralmente dopo averlo ascoltato la prima volta, era un sound troppo forte ed ero certo che avrebbe “spaccato”».

Non è difficile credere a Landro. “How-Gee” è un autentico puzzle di campionamenti di cui il principale è tratto da “Soul Power 74” di Maceo & The Macks del 1973 (già ripreso nel ’90, ma con poca fortuna, in “Do Your Dance” del britannico Maxi Jazz, futuro vocalist dei Faithless, e nel ’91 dagli italiani X-Sample in “Dreamin’ In Buristead Road”) a cui si aggiungono altri frammenti ed argute citazioni (“Sho Yuh Right” di Chuck Brown & The Soul Searchers, “Rock ‘N Roll Dude” di Chubb Rock And Domino, “Rich Man” di St. Paul). Per chi ha vissuto musicalmente gli anni Settanta, non limitandosi alle derive nazionalpopolari della discomusic de “La Febbre Del Sabato Sera”, quella “macedonia sonora” doveva essere una specie di toccasana perché combinava il suono umano degli strumenti a fiato e dei vocalizzi che già avevano stuzzicato l’interesse dei produttori hip hop d’oltreoceano, col suono ballabile destinato ai più giovani. «Il brano fu realizzato interamente da Menardi nel suo studio. Mario Percali diede un aiuto suonando vari strumenti ed io invece offrii consulenza per ciò che riguardava la stesura» prosegue Landro. «I molteplici campionamenti furono dosati alla perfezione e lavorati ad arte e quello fu, senza ombra di dubbio, il punto forte della produzione. I risultati non si fecero attendere: credo che nel mondo “How-Gee” abbia venduto oltre otto milioni di copie e vedere la gente, praticamente di tutte le nazioni, impazzire per quel pezzo mi faceva venire letteralmente i brividi. È ormai considerato un evergreen e dopo ventotto anni continua ad essere proposto con successo. Non c’è nessuno che non conosca quel riff di sax ed ho perso il conto dei dischi d’oro e di platino vinti. Il successo mondiale però ci colse di sorpresa e ci trovò piuttosto impreparati. A quegli otto milioni di copie infatti andrebbero aggiunte altre migliaia stampate a nostra insaputa come bootleg senza alcuna autorizzazione. Per non parlare poi delle compilation sparse in tutto il globo. Fummo molto ingenui a non cederlo in licenza per il mondo ad una grossa multinazionale, avremmo guadagnato almeno dieci volte di più. A fronte di ciò, comunque, posso tranquillamente annoverare “How-Gee” tra i bestseller della New Music International insieme a “Can’t Take My Eyes Off You” di Gloria Gaynor, “Restless” di Neja, “Inside To Outside” di Lady Violet, “The Colour Inside” dei Ti.Pi.Cal., “El Pam Pam” di Cecilia Gayle ed altri ancora».

Black Machine frontmen

I due ragazzi di colore diventati l’immagine pubblica del progetto Black Machine

Un successo di tale portata richiede una presenza fisica, un “corpo” a cui abbinare il pezzo in occasione delle apparizioni live. Black Machine si ritrova ad essere rappresentato pubblicamente da due ragazzi di colore che finiscono anche nel relativo videoclip, tutto secondo le regole consuetudinarie della discografia di allora a cui abbiamo dedicato un’ampia inchiesta qui. «Non ricordo più nemmeno i nomi di quei ragazzi e purtroppo, per una tragica fatalità, sono morti entrambi» spiega Landro a tal proposito. «Uno era una sorta di coreografo e inizialmente l’avevo interpellato proprio per occuparsi della coreografia del video ma alla fine decisi di tenerlo nel progetto insieme all’altro per le performance live. Non avevano alcuna voce in capitolo in studio ma sul palco erano forti e ci sapevano fare davvero. Con loro facemmo un tour mondiale che toccò tutti i continenti ad eccezione dell’Australia a causa di un infortunio che bloccò il ballerino».

Black Machine lp

Le copertine dei due album dei Black Machine, usciti nel 1992 e nel 1993, che consolidano il successo raccolto con “How-Gee”

“How-Gee” apre il catalogo della PLM Records, una delle etichette raccolte sotto l’ombrello della New Music International che in quel periodo continua a battere la strada del funk/downtempo con brani come “Sexo – Sexo” di Wendy Garcia, prodotto da Maurizio De Stefani e Sergio Datta prima di darsi alla progressive trance e di cui abbiamo parlato qui, “Jazz In Rapp” di Max Who, che è proprio uno dei due ragazzi a prestare l’immagine a Black Machine, “Afrikan Rhythm” di Afrikan Style, “Funky City” di Tender By Now, “Jay Blow” di Corporation 2 e “I Want” dei Power Fun, un team dedito a commistioni black, funky e jazzy in cui figurano, tra gli altri, Daniele Tignino e Vincenzo Callea, futuri membri dei citati Ti.Pi.Cal. insieme a Riccardo Piparo. Il filone aurifero dei Black Machine, insomma, contagia altri produttori ma non genera interessi altrettanto forti. Il successo di “How-Gee” viene invece riverberato da due album incisi tra 1992 e 1993, “The Album” e “Love ‘N’ Peace”, in cui si rintracciano altri brani estratti in formato singolo come “Funky Funky People”, “Jazz Machine”, “Get Funky” e “Love ‘N’ Peace”, costruiti con la stessa metodologia compositiva. Due dischi che definiscono in pieno la dimensione stilistico-creativa dei Black Machine. In “Tell Me”, in particolare, figura la voce di Glen White, ex Kano e da lì a breve riciclatosi nell’eurodance dei Deadly Sins.

promo Discotec

Il 7″ promozionale del 1993 su cui è incisa “Listen To The Tumbal” la cui base verrà ripresa l’anno seguente da DJ Flash in “Un Lorenzo C’è Già”

Una curiosità riguarda pure “Listen To The Tumbal”, rimasto confinato ad un 7″ promozionale allegato al numero 4 della rivista Trend Discotec nel 1993. La base del brano viene ripresa l’anno dopo da DJ Flash nella sua “Un Lorenzo C’è Già”, edita dalla Crime Squad del gruppo Flying Records diretto da Flavio Rossi, portata a Sanremo Giovani ed oggetto di una contesa giudiziaria («secondo il direttore dell’etichetta napoletana, DJ Flash, inizialmente inserito all’interno della rosa dei finalisti fu declassato ed escluso […]; il produttore della Flying Records tirò in ballo alcune dichiarazioni di un membro della commissione esaminatrice, la DJ Antonella Condorelli, che avrebbe parlato di procedure non troppo chiare e di uno strapotere di Pippo Baudo», da “L’Enciclopedia Di Sanremo – 55 Anni Di Storia Del Festival Dalla A Alla Z” di Marcello Giannotti, Gremese Editore, 2005). Sembra che altri problemi siano sorti tra New Music International e Flying Records ma in relazione a ciò Landro dichiara di conservare solo un vago ricordo. Archiviato il successo di “How-Gee”, i Black Machine, interpellati come remixer per “Libera L’Anima” di Jovanotti, tornano nel ’95 con la reggaeggiante “U Make Me Come A Life” a cui seguono altri singoli, sempre in bilico tra hip hop e funk (“Jump Up”, “Thinkin’ About You” – sulla base di “Private Number” di Judy Clay & William Bell ed entrambi col featuring di Ronny Money, “Funky Banana”). Nonostante i gradevoli spunti, l’interesse cala vistosamente. «La magia di quel sound rimase ancorata ai due album, anzi, a dirla tutta direi più al primo, assolutamente micidiale» sostiene Landro. «”Jazz Machine” finì nella colonna sonora di “Dance With Me”, un film del 1998 diretto da Randa Haines con Vanessa L. Williams».

Nel 2005 esce “Get Right” di Jennifer Lopez che riprende lo stesso sample di Maceo & The Macks, ed anche i tedeschi M.A.N.D.Y. realizzano una reinterpretazione. La New Music International non resta a guardare e pubblica una nuova versione chiamata “One, Two, Three, Four (How Gee)”. Nel 2008 ci pensano i coreani Big Bang a riconfezionarlo, nel 2016 tocca a Graziano Fanelli e Paola Peroni e al britannico Vanilla Ace ma tenere traccia di tutte le cover uscite nel corso degli anni è praticamente impossibile. A differenza di quanto affinato da Menardi nel 1991 però, centellinando dischi del passato anche sconosciuti ai più, incastrandoli uno nell’altro e trovando il giusto modo per accordarli, gran parte dei produttori odierni, specialmente nel frangente della dance mainstream, rimpasta formule già ampiamente rodate, limitandosi a sostituire suoni e ritmiche ma senza fare leva su alcuna idea anzi, banalizzando quelle iniziali. Si assiste così ad un profluvio incontrollato di tracce che rispolverano indovinati campionamenti passati alla storia ma di cui i nuovi autori spesso ne ignorano la fonte originaria, prediligendo alle incognite di uno scampolo melodico o ritmico ancora sconosciuto la facile accessibilità di qualcosa già pronto e noto al grande pubblico. Il risultato finale potrebbe essere paragonato ad un disegno generato dalla carta copiativa, a cui vengono aggiunti solo colori per renderlo più sgargiante. Insomma, da essere un punto di forza, il sampling si è via via trasformato in un procedimento passivo che rivela totale assenza di idee e sensibilità. Conseguentemente il processo creativo è andato degradandosi sempre di più e per molti la colpa è da attribuire alla tecnologia diventata troppo semplificatrice.

«In tanti hanno cercato di ricostruire lo stile di “How-Gee” ma senza eclatanti risultati. Il più suonato rimane ancora l’originale» afferma con convinzione Landro. «Oggi i giovani credono di poter fare tutto, sono autori, musicisti, produttori, tecnici del suono, cantanti, fotografi, grafici, e quindi pare non ci sia più bisogno del produttore discografico, ossia il vecchio direttore artistico che seguiva l’artista fin dai primi passi e lo indirizzava dispensandogli consigli preziosi. È sufficiente ascoltare la musica in circolazione per trarre le conclusioni. Ormai nella discografia odierna non esiste più fatturato legato alla vendita del prodotto e le classifiche sono basate solo sugli ascolti. Basta essere seguito sui social per raggiungere le vette delle chart, pur senza generare alcun guadagno per le case discografiche, specialmente quelle indipendenti. Non invidio per nulla i nuovi imprenditori discografici: il futuro che li attende non pare così roseo, le forze lavorative si sono più che dimezzate e si va avanti tagliando sempre più le spese a scapito della qualità della musica stessa. Io ormai ho una certa età e proseguo solo per la grande passione che mi anima, lungi da me l’idea di fare soldi o arricchirmi ancora con questo lavoro. Una ventina di anni fa circa, per girare i video degli artisti della New Music International come Neja, Lady Violet o Cecilia Gayle, andavamo a Miami, in Marocco, a Los Angeles o a Cuba con una troupe di quindici/venti persone e con un budget di minimo cinquanta milioni di lire. Oggi invece per un video si spendono al massimo duemila o tremila euro. Il periodo che ricordo con maggior piacere resta quello a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, quando giravo il globo coi miei artisti e le classifiche mondiali “parlavano” eccome italiano». (Giosuè Impellizzeri)

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N.O.I.A. – The Rule To Survive (Looking For Love) (Italian Records)

N.O.I.A. - The Rule To Survive (Looking For Love)Cervia, 1978. Bruno Magnani e Davide Piatto fondano i N.O.I.A., uno dei primi gruppi italiani a rivelarsi come punto di incontro e vicendevole scambio tra meccanicismo sintetico e vocalità new wave, capace di generare un suono-meticciato tra Kraftwerk e Devo. Insieme a loro, sino al 1983, quando la band è tendenzialmente attiva solo sul fronte live, ci sono Giorgio Giannini, Jacopo Bianchetti e Giorgio Facciani, ma nel momento in cui Oderso Rubini li mette sotto contratto con l’Italian Records cambia tutto. La propensione ad esibirsi dal vivo viene meno, sostituita dal lavoro in studio. La musica dei Talking Heads, Ultravox, Can e Neu! forgia il gusto dei romagnoli che si spingono avanti sino a lambire sponde no wave e proto house.

«Iniziammo nel ’78 quando non eravamo altro che punk diciassettenni» ricorda oggi Magnani. «La tecnica non era importante anzi, allora si scoprì che l’assenza di questa non precludeva il fatto di poter scrivere bei pezzi. Ciò che rammento principalmente dei primi tempi è che ad ogni nostra esibizione si scatenava una rissa nel pubblico, tra quelli che ci amavano e quelli che, al contrario, ci odiavano. Non esistevano mezze misure. Le spillette con su il messaggio “Energia nucleare? Sì grazie!” che tiravamo sulla gente contribuivano a far crescere quello strano mix tra amore ed odio. Come nome artistico optammo per la sigla N.O.I.A. che poteva rappresentare ben 125 significati diversi, ai tempi conosciuti ma tenuti segreti, oggi banalmente dimenticati. Ricordo però che in parecchie di quelle 125 permutazioni la “A” stava per “Automazione”. La formazione a cinque elementi era molto più efficace dal vivo, quando rimanemmo in tre (Magnani, Piatto e Giannini, nda) invece privilegiammo troppo il lavoro in studio e smettemmo quasi del tutto l’attività live. I due che uscirono, peraltro, erano quelli fisicamente più belli e che facevano la loro figura, quindi a posteriori direi che fu un errore ridimensionarci».

N.O.I.A. (2)

Una foto scattata presumibilmente nel 1979 in occasione di un’esibizione dei N.O.I.A. alla Nuite Blanche di Cesenatico. Da sinistra: la ballerina Sara, un amico che non faceva parte del gruppo, il chitarrista Jacopo Bianchetti, Giorgio Giannini, Marino Sutera in tuta blu con uno strumento autocostruito chiamato Noiatron, Davide Piatto e Bruno Magnani.

Nel 1981 i N.O.I.A. sono sul palco della rassegna “Electra1 – Festival Per I Fantasmi Del Futuro” organizzata a Bologna. Lì li vede (e sente) Oderso Rubini che li porta all’Italian Records, nata dalle ceneri della Harpo’s Music. Da quel momento le priorità cambiano, prima del suonare live c’è il voler incidere dischi, avvalendosi pure di strumenti elettronici che ai tempi sono spesso oggetto di demonizzazione negli ambienti del pop/rock tradizionale. «Ad onor del vero avremmo voluto incidere dischi anche prima ma preferimmo rifiutare le proposte di etichette microscopiche ed aspettare l’occasione giusta» spiega Magnani. «Ai tempi era tutto analogico, le autoproduzioni erano piuttosto scadenti e per allestire o prendere a nolo gli studi di registrazione professionali occorreva molto denaro. Ci voleva assolutamente una casa discografica. Per l’utente medio l’uso di apparecchiature elettroniche era qualcosa che riguardava nello specifico la musica disco. Il grande pubblico, soprattutto nelle esibizioni live, continuava ad aspettarsi batteristi tradizionali ed assoli di chitarra distorta».

N.O.I.A. (3)

Davide Piatto immortalato nel 1982 durante una delle session casalinghe di Klein & MBO mentre armeggia con un sintetizzatore Roland SH-1 ed una batteria elettronica Roland TR-808

È proprio con una chitarra ed una Roland TR-808 che Davide Piatto contribuisce significativamente alla realizzazione di uno dei brani considerati seminali per la house music di Chicago, “Dirty Talk” di Klein & MBO, seppur il suo lavoro non venga ufficialmente riconosciuto attraverso i credit in copertina, come già ampiamente descritto in questo reportage di qualche anno fa con la sua testimonianza esclusiva. «In quel periodo Davide era parecchio prolifico e scrisse moltissime basi» ricorda Magnani a tal proposito. «Su una cassetta che mi diede c’erano sia la base di quella che sarebbe diventata la nostra “The Rule To Survive (Looking For Love)”, sia quella che invece si sarebbe trasformata in “Dirty Talk”. A noi piacque di più la prima».

Il singolo di debutto dei N.O.I.A. è proprio “The Rule To Survive (Looking For Love)”, pubblicato nei primi mesi del 1983. Nonostante venga fatto confluire convenzionalmente nell’italo disco, il brano si muove in realtà lungo coordinate diverse, più aderenti alla new wave abbinate ad una carica ritmica definibile proto house, la stessa che caratterizza la citata “Dirty Talk” e un altro evergreen prodotto in Italia quello stesso anno, “Problèmes D’Amour” del toscano Alexander Robotnick (di cui abbiamo parlato qui) che coi N.O.I.A., peraltro, divide la passione per il rock alternativo, il punk ed una certa elettronica anti mainstream. Sul lato b trova invece spazio “Night Is Made For Love”, dall’impronta nettamente funk. I crediti rivelano che il disco viene registrato presso lo Studio T2 di Bologna ma mixato da Tony Carrasco al Regson Studio di Milano. Emergono inoltre altri nomi (Massimo Sutera al basso, Cesare Collina dei Key Tronics Ensemble alle percussioni, Luca Orioli al sintetizzatore, Joanna Maloney e Lita Munich come coriste) e ciò lascia pensare ad un lavoro di gruppo orchestrato da Oderso Rubini. Sulla copertina finiscono invece due ragazze, Alessandra e Carolina. «I nostri dischi hanno sempre avuto una realizzazione un po’ travagliata» spiega Magnani. «I demo erano piuttosto minimali a base di Roland TR-808 e Roland SH-1. Per avere un’idea di ciò basta ascoltare la prima versione di “The Rule To Survive (Looking For Love)” finita nella compilation “The Sound Of Love EP – Released & Unreleased Classics 1983-87” edita dalla Spittle Depandance nel 2012. Per l’incisione definitiva del pezzo andammo con Rubini allo studio T2 di Bologna. Fu proprio lo stesso Rubini a coinvolgere Luca Orioli come tastierista, visto che disponeva di parecchi sintetizzatori e sequencer che avrebbero reso le nostre sonorità meno minimali. Ai tempi Orioli lavorava già con sequencer MIDI, protocollo che per noi invece era un’assoluta novità. Sino a quel momento infatti lavoravamo ancora con CV/gate per controllare i nostri strumenti. Per le parti di basso e percussioni “umane” contattammo due nostri amici di Cervia, Cesare Collina e Massimo Sutera. Quest’ultimo aveva suonato con me in un gruppo formato ai tempi delle scuole medie, quando facevamo persino le serate di liscio negli alberghi, durante l’estate. In seguito è diventato un rinomato batterista professionista. A lavoro ultimato però non fummo soddisfatti del mixaggio fatto al T2 e così ci rivolgemmo al milanese Regson. A quel punto Rubini ci chiese di coinvolgere Tony Carrasco, col quale Davide aveva già collaborato per “Dirty Talk”. Per la realizzazione di “Night Is Made For Love”, invece, Oderso contattò delle coriste. Tra gli strumenti che usammo ricordo il Prophet-5 di Luca Orioli. Effettivamente il brano aveva un’impronta più funk rispetto a quello inciso sul lato opposto, ma secondo me era un carattere distintivo che traspariva un po’ dappertutto nei nostri pezzi, anche in quelli più rigorosamente elettronici. “The Rule To Survive (Looking For Love)” venne licenziato anche all’estero, tra Paesi Bassi, Germania e Stati Uniti. Se ben ricordo vendette 12.000 copie, ma non mi pare che l’etichetta attuò qualche strategia promozionale per raggiungere tale esito. Il follow-up, uscito qualche mese più tardi, era “Stranger In A Strange Land” e riprendeva lo stile del precedente ma questo non bastò a garantirci lo stesso risultato. Le vendite infatti furono un po’ più basse, e in linea generale ogni nuovo disco dei N.O.I.A. vendette sempre un po’ meno del precedente. Tuttavia ricordo “Stranger In A Strange Land” con molto piacere perché quella volta Luca Orioli portò in studio il Bass Line Roland TB-303, strumento che non conoscevamo nonostante fossimo fissati con la Roland. Fu amore a prima vista e lo utilizzammo subito, praticamente in tutto il pezzo. Per la ricerca di un suono più “pesante” invece, doppiammo il rullante della TR-808 con quello di una batteria vera».

N.O.I.A. (1)

Una foto estratta dal servizio fotografico realizzato nel 1984 per la promozione del singolo “Do You Wanna Dance?” La donna è una modella di cui non sono note le generalità, seduto è Giorgio Giannini, dietro di lui Bruno Magnani e a destra Davide Piatto.

Dopo “Do You Wanna Dance?”, ispirato nella parte rap da “The Message” di Grandmaster Flash & The Furious Five, nel 1984 i N.O.I.A. incidono sia il Mini-Album “The Sound Of Love”, aperto dal brano omonimo venato ancora di funk e contenente una parodistica citazione vocale di “I Got My Mind Made Made Up” degli Instant Funk, sia il 12″ “True Love”, proiettato su echi moroderiani. Il poco che esce tra 1985 e 1988, appena tre singoli, allontanerà progressivamente la band romagnola dalle atmosfere di partenza. “Try And See” del 1985, l’ultimo su Italian Records, risente in modo evidente del lato più cheesy dell’italo disco che ormai esplode a livello commerciale, “Umbaraumba” del 1987, su Rose Rosse Records, contribuisce ulteriormente a prendere le distanze con una formula synth pop, mentre “Summertime Blues” del 1988, su CBS, cover dell’omonimo di Eddie Cochran e prodotto da Jay Burnett, accantona i suoni elettronici a favore delle chitarre elettriche. L’attenzione di Piatto (che nel contempo inizia l’avventura Rebels Without A Cause con Luca Lonardo, Carlo Lastrucci e Filippo Lucchi, prodotti dal giornalista Claudio Sorge) e Magnani insomma pare spostarsi in direzione di lidi musicali differenti. «Muoverci verso pezzi più “commerciali” fu una scelta indotta un po’ dalla casa discografica ma anche da noi stessi» spiega Magnani. «Non ci sarebbe dispiaciuto guadagnare qualcosa, ma col senno di poi ammetto che quasi sicuramente avremmo incassato di più rimanendo fedeli al sound iniziale e magari proseguendo ad esibirci dal vivo. Le vendite, invece, continuarono a calare e ciò spiega la ragione per cui dedicammo sempre meno tempo ai N.O.I.A. ed alcuni di noi crearono nuovi gruppi».

N.O.I.A. - Unreleased Classics '78-'82

La copertina di “Unreleased Classics ’78-’82”, il disco edito dalla Ersatz Audio che nel 2003 riporta in attività i N.O.I.A. dopo quindici anni di silenzio

Dopo “Summertime Blues”, infatti, dei N.O.I.A. si perdono le tracce. Il silenzio è rotto solo quindici anni più tardi, nel 2003, quando la Ersatz Audio, etichetta fondata e gestita dagli ADULT., pubblica “Unreleased Classics ’78-’82”, una raccolta di inediti rimasti nel cassetto per un arco lunghissimo di tempo. «Praticamente tutta la parte iniziale della nostra produzione, che andava dal 1978 al 1982, non era mai stata pubblicata, ed era davvero molto differente da ciò che invece emerse poi dalla discografia» racconta ancora Magnani. «Con l’Italian Records avevamo sempre pubblicato pezzi nuovi senza mai attingere dall’archivio. A me invece sarebbe piaciuto molto vedere stampate quelle vecchie tracce esattamente com’erano state concepite, utilizzando gli stessi strumenti e il medesimo hardware. Principalmente l’equipment era composto da drum machine Roland CR-78, Boss DR-55 e Korg KR-33, sintetizzatori Roland SH-1 e Korg M500 SP, una chitarra elettrica filtrata da un Electro Harmonix Micro Synth (quest’ultimo citato nel testo di “Korova Milk Bar”, nda) e davvero poco altro. Registrammo e mixammo i pezzi nel nostro studio con l’intento di autoprodurci il disco ma alla fine accantonammo tutto». Quando la Ersatz Audio di Detroit riabilita il nome e la musica dei N.O.I.A., nel progetto figura anche il fratello minore di Davide Piatto, Alessandro, che aggiunge: «Nel 2000 spedii una decina di CD ad altrettante etichette che mi sembravano stilisticamente in linea con quanto avevamo approntato. L’unico a rispondere, ma solo molti mesi dopo, fu Adam Lee Miller degli ADULT., che conosceva già i N.O.I.A. e ci propose subito di pubblicare l’album, ma escludendo dalla tracklist due brani, “Europe”, forse per questioni politiche legate al testo, ed “Italian Robots”. Non esitammo. Tutti i pezzi finiti in “Unreleased Classics ’78-’82”, come diceva Bruno, furono composti prima di firmare il contratto con l’Italian Records. L’unico ad essere stato già pubblicato era “Hunger In The East” che finì, insieme all’esclusa “Europe”, nella compilation “Rocker ’80” edita dalla EMI nel 1980 per l’appunto. Era il premio per aver vinto il 1º Festival Rock Italiano, svoltosi a Roma».

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I N.O.I.A. (da sinistra Jacopo Bianchetti, Bruno Magnani, la ballerina Sara e Davide Piatto) sul palco della prima edizione del Festival Rock, a Roma, tra 1979 e 1980.

Nel 2006, quando l’interesse per la musica del passato continua ad intensificarsi, la Irma Records realizza la raccolta “Confuzed Disco” per celebrare l’epopea dell’Italian Records. Dentro finiscono, ovviamente, pure i N.O.I.A., riportati in superficie anche attraverso nuove versioni commissionate a produttori contemporanei come Fabrizio Mammarella e Franz & Shape che mettono rispettivamente le mani su “Do You Wanna Dance” e “Stranger In A Strange Land”. Sono gli anni in cui, dopo l’esplosione massiva dell’electroclash, cresce l’attenzione per tutto ciò che è retrò o suona intenzionalmente tale. Centinaia di curatori animati dalla voglia di riscoprire (o scoprire per la prima volta) suoni del passato danno avvio alla stagione, tuttora in corso, delle ristampe. Per i N.O.I.A. ciò porta, oltre al citato best of della Spittle Depandance, “A.I.O.N.”, edito nel 2016 da J.A.M. Traxx e fondato su una serie di rework e remix (tra cui quelli di The Hacker ed Hard Ton) di tracce precedentemente su Ersatz Audio. L’attenzione per il passato è continua ed incessante, alimentata da una storia ormai pluriquarantennale che pare aver messo all’angolo la musica contemporanea che vende sempre meno delle ristampe. «Credo che in circolazione ci sia molta musica nuova interessante ma ad essere cambiato (in peggio) è il rapporto col pubblico, e questo disorienta e non incoraggia gli artisti ad esprimere le loro potenzialità, se non replicando qualcosa che abbia già funzionato, alla ricerca di una gratificazione immediata» dice a tal proposito Alessandro Piatto. «In merito alla “Confuzed Disco” invece, non fummo coinvolti se non per una sorta di party di lancio a Bologna. Cercai di mettermi in contatto con l’A&R della Mantra Vibes (Marco ‘Peedoo’ Gallerani, nda) ma non fu interessato a collaborare con noi. In genere tutte le volte che ho proposto a varie label di pubblicare cose nuove non c’è stato alcun interesse, e questo si ripete dal 2000 ad oggi. Probabilmente ciò dipende dal feticismo del passato e dall’idea che i brani di quel periodo siano una sorta di evergreen e non usa e getta come gran parte delle produzioni contemporanee».

The Rule To Survive (31th Anniversary)

La copertina del 12″ pubblicato dalla N.O.I.A. Records che nel 2014 celebra i trentuno anni di “The Rule To Survive” attraverso inedite versioni remix

Nel 2008 nasce la N.O.I.A. Records che, dopo qualche anno trascorso in balia di sole pubblicazioni digitali, si reinventa iniziando un nuovo corso con inedite versioni di “The Rule To Survive”. Per celebrare i trentuno anni dall’uscita, nel 2014 sul mercato giungono i remix di Prins Thomas, Baldelli & Dionigi e Kirk Degiorgio. Seguono una manciata di release di Francesco Farias dei Jestofunk, quelle dei TenGrams (nuovo progetto-tandem dei fratelli Piatto) ed ovviamente dei N.O.I.A. che tornano nel 2018 con “Forbidden Planet” contenente i remix di Francisco ed Ali Renault. «La N.O.I.A. Records, purtroppo, ha subito una serie di diverse problematiche» spiega Piatto. «La prima, in ordine di importanza, è stata causata dalla mia incapacità di renderla “hype” o comunque sufficientemente interessante per conquistare una base di fan che garantisca un minimo di vendite per la gestione ordinaria del catalogo. Dal punto di vista economico, la pubblicazione in vinile è stata piuttosto fallimentare e i rapporti coi distributori si sono rivelati complessi e svantaggiosi. In questo contesto il tempo che riesco a dedicare ad essa è poco e non riuscendo a promuoverla con performance tipo DJ set o live, la label rimane ai margini. Ad oggi comunque sono programmate delle nuove uscite di artisti reclutati recentemente. Usciranno in digitale su Bandcamp e forse qualche vinile di TenGrams. Anche in questo caso, comunque, non mi reputo un buon A&R e fare marketing non è proprio il mio mestiere. Per quanto riguarda invece i nuovi brani dei N.O.I.A., il materiale c’è ma il tempo per finalizzarlo è poco e, per eccesso di autocritica, facciamo fatica a dire “ok, questo è buono, partiamo!”. Personalmente per certi versi sento la mancanza di una figura nella produzione, come era quella di Oderso Rubini negli anni Ottanta. L’ultimo pezzo dei N.O.I.A. è stato “Morning Bells”, una vecchia traccia persa nel tempo realizzata in collaborazione col fantomatico Rubicon, della quale si è ritrovata solo la versione dell’olandese Rude 66. Proprio Rubicon la ha proposta a Timothy J. Fairplay che ha ritenuto fosse idonea per la pubblicazione sulla Crimes Of The Future. Oggi i N.O.I.A. sono quelli di ieri ma con trentacinque anni in più».

Non è mistero che adesso la scena indipendente soffra un periodo di magra forse senza precedenti. Se da un lato un certo mainstream che cavalca la moda dei “DJ star” nuota letteralmente nel denaro, dall’altro piccoli artisti ed altrettanto piccole etichette, legate ancora ad una sorta di artigianato, arrancano non poco. Le piattaforme di streaming come Spotify, a cui alcuni attribuiscono forse immeritatamente il ruolo di “salvatrici della musica” dopo la disintegrazione dei supporti fisici, in realtà sembrano più palliativi, specialmente per coloro che non contano su fanbase di una certa consistenza. Visti i presupposti, è lecito domandarsi se i tempi che verranno riusciranno a creare e forgiare personalità forti almeno quanto quelle delle decadi trascorse. «Alle condizioni attuali credo che quel che è successo nel passato non possa più essere replicato» afferma sentenzioso Alessandro Piatto. «Ciò che succederà in futuro invece è davvero un mistero vista la continua evoluzione del modo di percepire e fruire la musica. Adesso convivono artisti a me sconosciuti, che collezionano milioni di visualizzazioni e streaming, con altri, in teoria molto popolari, che però non riescono a superare poche centinaia di play sul web. Ogni volta che affronto il discorso mi viene puntualmente ricordato che è necessario creare il cosiddetto “engagement”, ossia coltivare relazioni e collaborazioni strategiche. Insomma, un sacco di roba che divide ben poco con la musica e molto col peggio della vecchia industria discografica. Qualche settimana fa, girovagando su YouTube, sono finito su canali di artisti synthwave e retrowave con numerosissime visualizzazioni e musica assolutamente dozzinale seppur molto ben confezionata. Un altro mondo che sembra essere più funzionale rispetto alle trecento copie in vinile che tanti oggi consacrano come successo. Chi ne capisce qualcosa è davvero bravo! Personalmente ho compreso che vale tutto e non ci sono più regole certe. I miei video, ad esempio, non superano le poche centinaia di visualizzazioni nonostante abbia almeno un paio di migliaia di fan sui social. Da qualche parte sbaglio, dove non l’ho ancora capito o forse sì, magari anche troppo».(Giosuè Impellizzeri)

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La discollezione di Lele Sacchi

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Lele Sacchi e la cassetta promozionale di “Introducing…..Endtroducing” di DJ Shadow

Qual è stato il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
Escludendo i 7″ di cartoni animati e quelli de “Le Fiabe Sonore” che sono stati sicuramente i primi che ho ascoltato, il primo fu “Misfits”, la raccolta degli statunitensi Misfits uscita nel 1986.

L’ultimo invece?
L’album “The Mauskovic Dance Band” della band omonima.

Quanti dischi puoi contare nella tua collezione? Riusciresti a quantificare il denaro speso per essa?
Intorno ai diecimila pezzi, tra LP, mix e CD. È difficile però fare un calcolo di spesa perché purtroppo non sono ancora riuscito a caricare la discografia su Discogs che comunque fornirebbe un valore di mercato medio del momento e non quello equivalente alla spesa iniziale. Alcuni anni fa ho subito l’allagamento di una cantina che fortunatamente ha intaccato solo una parte dei miei dischi lì depositata temporaneamente ma che mi ha comunque costretto a buttarne duecento/trecento con copertine distrutte e “mutande” interne ormai fuse col vinile. Poi, durante un trasloco, ho venduto un migliaio di 12″ che reputavo solo ingombranti (di qualcuno, probabilmente, un giorno me ne pentirò). Qualche altro centinaio di 12″ di dance elettronica varia non l’ho pagata sia poiché, tra 1998 e 2004, lavoravo come import label manager presso White & Black, sia in virtù della carriera da DJ nei club e in radio che mi garantiva copie promozionali. Ad ogni modo ho speso una cifra assolutamente considerevole. Da adolescente investivo in dischi praticamente tutti i soldi che mi capitavano tra le mani e quando iniziai a lavorare nel settore musicale mi sembrò normale avere dei conti mensili aperti nei negozi e presso gli importatori, visto che da lì mi guadagnavo da vivere.

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Una parte della collezione di Sacchi. In evidenza si scorgono le copertine di “Discomusic” di The Soundwork-Shoppers, “Headz Ain’t Ready” di DJ Vadim e la compilation “Italo Funk”

Come è organizzata la tua raccolta?
Secondo una suddivisione sommaria. Gli LP sono riposti abbastanza ordinatamente per genere, cercando di tenere vicini gli autori (cosa che però, periodicamente, viene scombinata), i 12″ invece vanno per macroaree tendenzialmente regionali (tedeschi, americani, britannici etc). Di tanto in tanto tento di accostare anche i cataloghi delle etichette. Sotto questo profilo non sono molto ordinato. Poi, quando ripesco singoli che non ascolto da tempo, faccio una piccola selezione di quelli risuonabili tenendoli in un unico posto. I “classic” che mi capita spesso di usare invece sono tutti assieme.

Segui particolari procedure per la conservazione?
Non ho mai ricorso ai lavaggi e solo una parte di dischi è racchiusa in copertine plastificate. Un collezionista purista non faticherebbe molto a considerarmi un punkabbestia.

Ti hanno mai rubato un disco?
Una volta mi hanno rubato due flightcase su un’auto. Dormii a casa di un amico, non lontano dal club dove avevo appena finito di lavorare, e stupidamente ed incautamente li lasciai nel bagagliaio. La mattina seguente trovai l’auto aperta, avevano ripulito tutto ciò che era dentro, incluse le borse dei dischi. Penso siano stati dei ladri casuali attratti da una giacca e da un sacchetto che si trovavano sul sedile posteriore, ma a quel punto presero anche i dischi. Il 90% del contenuto era fatto di 12″ di musica house. Quelli che reputavo fondamentali li ho ricomprati dopo aver fatto il giro dei mercatini dell’usato nelle settimane successive, purtroppo senza esito. Un’altra volta invece, tornando da una serata fuori città, avevo aperto il bagagliaio a notte fonda ad un incrocio in centro a Milano per ridare la borsa ad un’amica che aveva viaggiato con me. Mentre eravamo fermi a chiacchierare e comprare le sigarette al distributore automatico lì di fianco, si fermò un’auto di giovani completamente fatti. Scesero dal veicolo e, approfittando della nostra poca attenzione, tentarono di rubare due dei miei flightcase. Mi girai saltando sul cofano della macchina e fortunatamente la scena da pazzo li fece ridere. Mi ridiedero tutto dopo che spiegai che lì dentro ci fossero solo dischi e non materiale di valore. Ebbi mezzo infarto e mi resi conto di aver rischiato quantomeno una rissa in cui le avrei anche prese.

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Lele Sacchi con due dei dischi a cui è legato per particolari ragioni: a sinistra l’EP dei Fugazi, a destra “Dubnobasswithmyheadman” degli Underworld

Qual è il disco a cui tieni di più?
Il primo EP dei Fugazi, “Fugazi”, del 1988. Ne ho tre copie ma nella prima che comprai un paio di anni dopo la pubblicazione continuo a conservare il foglio A4 da cui fotocopiavo la locandina della mia primissima trasmissione radiofonica che riprendeva proprio quella copertina. La considero musicalmente una delle migliori pubblicazioni post punk e di musica in generale, oltre a ricoprire un significato affettivo che non svanirà mai.

Quello di cui ti sei pentito di aver comprato?
Se parliamo di 12″ di dance elettronica ne ho davvero tantissimi. Quando entravi nei negozi di fiducia ti passavano cinquanta/sessanta dischi, li ascoltavi non sempre con la dovuta attenzione e spesso compravi più sulla fiducia del produttore o della label o perché ti sembrava buono un groove di una B2 che poi alla fine non suonavi neppure e il disco rimaneva lì a marcire. Lo stesso vale per i pomeriggi trascorsi nei magazzini dei distributori, tra montagne di dischi ed ascolti distratti. Ma in un modo o nell’altro non sento di essere davvero pentito. Quei dischi rappresentano comunque un momento di un sound che suonavo o che mi piaceva, seppur parzialmente. Per quanto riguarda gli album invece, credo di aver comprato sempre o per l’effettiva qualità sonora o per fanatismo, soprattutto quando ero molto giovane. Tuttavia ho sicuramente qualche LP ascoltato pochissimo e acquistato solo con l’idea che l’effettivo valore economico fosse maggiore di quello speso o che, più banalmente, facesse “discografia”.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
Forse “SXM” dei Sangue Misto, del 1994 (ristampato recentemente dalla veronese Tannen Records, nda). Per me e i miei amici fu un disco amatissimo e gran parte di quelli della mia “compa” dell’epoca lo comprarono ai tempi dell’uscita. Io acquistai il CD, che prestai allora e non mi fu restituito, ma non il vinile. Su 12″ ho i due singoli, “Senti Come Suona” del 1994 e “Cani Sciolti” del 1995, ma mi spiace che uno dei dischi più importanti della discografia indipendente italiana che ho vissuto in prima linea non sia presente nella mia collezione. Mi piacerebbe molto averlo ma non ho alcuna intenzione di pagarlo le cifre a cui si vende adesso.

Quello di cui potresti disfarti senza troppe remore?
Due dischi di Albert Ayler su stampa giapponese che comprai online ad un’asta. Il web talvolta porta ad acquisti compulsivi.

Quello con la copertina più bella?
È difficilissimo rispondere. I primi che mi vengono in mente sono molto banali, “Unknown Pleasures” dei Joy Division accompagnato dal cartone zigrinato, “Paul’s Boutique” dei Beastie Boys e il 7″ “Salad Days” dei Minor Threat, ma forse quella che ho tenuto in mano, studiato e vissuto di più è “Dubnobasswithmyheadman” degli Underworld. Il lavoro grafico di Tomato, collettivo artistico guidato dagli stessi Karl Hyde e Rick Smith, cosa che per me lo rese ancora più figo, era basato sul puro lettering in bianco e nero e mi lasciò a bocca aperta col suo minimalismo massimalista. Ascoltavo ininterrottamente il disco con la copertina in mano! Menzionerei anche le inner sleeve dei Public Enemy coi testi stampati, anche quelle generavano ascolti a ripetizione. Cercavo di stare dietro alle lettere battute in font piccolissimi mentre Chuck D sparava rime a cento all’ora.

Che negozi di dischi frequentavi da adolescente e all’inizio della carriera da DJ?
Abitavo a Pavia ed andavo da Maximum Records che era uno dei tanti negozi di provincia fornitissimi di dischi d’importazione. Pubblicava annunci pubblicitari anche su riviste nazionali come Rockerilla o Il Mucchio. Ovviamente ogni “bigiata” da scuola era buona per andare a Milano, distante soli venticinque minuti di treno, da Supporti Fonografici, New Zabriskie Point, Merak e Psycho. Quando iniziai a frequentare Milano in modo più assiduo, intorno ai diciotto/diciannove anni, cominciai a comprare direttamente anche dai vari distributori, importatori e grossisti come Venus, Dig It International, Family Affair e Flying Records. Da lì a breve ebbi l’opportunità di collaborare con riviste musicali e proporre DJ set nei locali e ciò rese possibile entrare sia negli uffici delle major, sia andare regolarmente a Londra, da dove tornavo con valigiate di dischi, promo recuperati direttamente dalle label e dai giri in negozi ormai scomparsi come Atlas, Black Market Records, Sister Ray, Mr. Bongo ed altri. Ai tempi, comunque, si trovava quasi tutto anche a Milano ma le visite londinesi mi permisero di essere continuamente aggiornato su generi più alternativi come breakbeat, drum n bass o trip hop, che poi furono quelli ad avermi fatto guadagnare le prime date come DJ professionista. Per avere le novità di questi filoni stilistici era necessario essere in contatto con Londra e di fatto quando iniziai a lavorare nella distribuzione discografica avevo già le strade aperte per importare materiale che in Italia non si trovava facilmente.

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Un’altra parte della collezione di Sacchi

Quando hai iniziato ad acquistare per corrispondenza o via internet invece?
Non ho mai cominciato “seriamente” a comprare via internet perché non mi piace. Lo trovo estremamente omologante o per i collezionisti “fissati”, una categoria che con lo studio, l’analisi della musica e l’amore per il suono non ha davvero niente a che fare. Online mi limito ad acquisti mirati, a volte ad alcune aste quando, ad esempio, trovo dei lotti che reputo convenienti. Una o due volte all’anno, inoltre, mi capita di ricevere qualche lista direttamente da rivenditori ed acquisto, al massimo, un collo.

L’e-commerce ha, per ovvie ragioni, azzerato il rapporto che un tempo esisteva tra negoziante ed acquirente. Rimpiangi quindi quel filo comunicativo che poteva crearsi tra gestore e cliente?
È proprio il motivo per cui non apprezzo il commercio online di musica. Il negozio di dischi era anche una scuola: rapportarsi non solo col commerciante ma anche e soprattutto con altri clienti, rappresentava un elemento di confronto culturale costante. Anche la semplice emozione di studiare il catalogo di una label che si trovava all’interno degli album forniva più spunti rispetto alla ricerca attuale online. Certo spesso, soprattutto da giovane, rischiavi di essere raggirato. Non ho un aneddoto specifico in tal senso ma capitava, se non eri un cliente abituale, che il commerciante ti rifilasse una crosta invenduta da mesi, incensandoti quel qualcosa che non conoscevi e che ti sentivi costretto a comprare per non fare la figura dell’ignorante. Allo stesso tempo però non avrei scoperto incredibili dischi o artisti senza esserne forzato, a volte magari facendomi prendere per il culo (il nonnismo vigeva fortissimo nei negozi di dischi di una volta!). Lo studio si sta perdendo per la metodologia di comunicazione del web, non per le opportunità che invece il web dà a chi ha veramente voglia di andare a fondo nei fatti di musica. Non mi stancherò mai di ripeterlo ai miei studenti dello IED: non fermatevi alla superficialità che internet fornisce orizzontalmente, andate sotto, create collegamenti e studiate. Avete l’opportunità di ascoltare e trovare tutto, o quasi.

Nel 2000 hai fondato la Soundplant, etichetta che in catalogo annovera le presenze, tra gli altri, di Harley & Muscle, Ciudad Feliz, Freestyle Man e Julian Sanza. Le pubblicazioni, tutte su 12″ fatta eccezione per la compilation su CD “House Emotions” da te curata, però si interrompono nel 2007, periodo in cui molti distributori falliscono e vari pressing plant chiudono battenti per mancanza di lavoro. Quali ragioni portarono allo stop di Soundplant? C’era un nesso con la perdita di appeal e valenza economica del disco in quel particolare periodo storico? Hai mai valutato l’ipotesi di riportarla in vita?
Come dicevo all’inizio, per circa sei/sette anni ho lavorato da White & Black, un distributore di Alessandria che alla fine degli anni Novanta aprì a Milano ed esplose proprio grazie all’attenzione che i tanti dipendenti molto giovani davano all’import di prodotti di nicchia. Abbiamo trascorso degli anni fondamentali in cui il mercato di suoni elettronici particolari e nuovi, soprattutto quello su CD e compilation, si era espanso tantissimo. Firmai le esclusive per l’Italia dei Gotan Project (disco d’oro di vendite), delle raccolte “Café Del Mar” e “Buddha-Bar”, vendutissime all’epoca, ma anche di label come Versatile, Lo Recordings, Moving Shadow ed altre davvero all’avanguardia. Inoltre eravamo fra i pochissimi ad importare dozzine di titoli per DJ non devoti alla house, dal breakbeat in giù. Le cose andavano bene per la società e contemporaneamente per me come DJ (approdai nel ruolo di resident e booker ai Magazzini Generali e giravo i locali più interessanti d’Italia) perciò, dopo aver pubblicato una compilation mixata che vendette molto nel circuito internazionale, “The Next Tribes Of House Music”, grazie ad una sponsorizzazione di un marchio di vestiti, pensai di dare vita ad una piccola etichetta visto che ero già all’interno di un ufficio attrezzato di tutto ciò di cui c’era bisogno, oltre ad avere canali aperti con altri distributori e label estere. La prima uscita di Soundplant fu proprio la compilation su CD “House Emotions”, anche questa oggetto di ottimi riscontri di vendita e con licenze importanti, e il singolo “Oceano Tribale” di Polo Project. Seguirono nove 12″, sino al 2007. Prendevo in licenza brani di amici produttori che stimavo fatta eccezione per “Zardoz” di Boogie Drama, un mio progetto dell’epoca che condividevo con Diego Montinaro alias Sandiego. Non ho mai avuto abbastanza tempo per pubblicazioni più regolari e quando White & Black chiuse i battenti e il mercato iniziò ad arenarsi, pensai che avesse più senso concentrarsi a licenziare le nostre produzioni ad altre label. Non so se ricomincerei, discorsi su un’eventuale ritorno di Soundplant se ne sono fatti ma è più probabile che continui, come sto facendo, a registrare musica per altri o a dare una mano affinché si realizzino progetti importanti e di livello mondiale, come ad esempio la compilation “Italo Funk” pubblicata dall’americana Soul Clap Records ad inizio 2019.

Complice una serie di fattori, il disco si è riappropriato di una nicchia di mercato seppur infinitamente più piccola e risibile rispetto a quella di quattro/cinque decenni addietro. Per le piccole indipendenti si è creato un nuovo standard fatto in media di trecento/cinquecento copie ad uscita, ma si è risvegliato pure l’interesse delle multinazionali che si sono lanciate a capofitto nell’affare convinte di poter fare cassa col minimo sforzo, ossia ristampando a nastro classici dei propri cataloghi o solcando per la prima volta brani che si preferì convogliare solo su CD e cassetta ai tempi della pubblicazione originaria. Ciò ha innescato un autentico profluvio di uscite che però sembrano puntare principalmente a soddisfare il desiderio feticistico del possesso dell’oggetto. Come ti poni in merito a questa tendenza che ha finito con l’inglobare il disco in vinile tra gli oggetti di modernariato? Pensi sia destinata a ridimensionarsi o esaurirsi in un prossimo futuro?
Risulta sempre estremamente arduo prevedere il futuro di un mercato che si basa moltissimo su mode, amori e pulsioni impulsive. Il vinile resta e resterà per sempre il simbolo della musica. Continua, soprattutto visivamente, ad essere la rappresentazione stessa del prodotto musicale, analogamente a quanto avviene per identificare una fotografia usando il simbolo/emoji di una macchina fotografica seppur quasi nessuno ormai la usi più. Alla luce di ciò è indubbio che il disco rimarrà un oggetto immortale. Non ho idea su che numeri potrebbe stanziarsi il mercato di domani ma credo si arriverà ad un range stabile in cui cambieranno i generi a seconda delle mode del momento ma le vendite delle nuove produzioni rimarranno sostanzialmente dentro quelle cifre di cui si parlava prima. Per quanto riguarda invece le stampe di dischi usciti quando esisteva solo il vinile come supporto, non ho dubbi nell’affermare che il valore economico non crollerà mai perché non è possibile pensare ad un LP degli anni Sessanta o Settanta o ad un 12″ di house/techno degli anni Novanta se non in vinile. Un vero appassionato lo vorrà possedere in quel determinato formato, laddove se lo possa permettere. Anche in questo caso le mode di artisti o generi continueranno a fluttuare. In merito ai DJ set infine, penso che l’equilibrio definitivo sia stato già raggiunto, ovvero una nicchia molto ristretta. Io stesso propongo in vinile solo dischi vecchi ed esclusivamente in situazioni in cui sono certo di poter contare su un DJ booth perfettamente settato. Per le novità o i club/festival dove non sono certo della resa preferisco optare per sessioni in formato digitale.

Estrai dalla tua collezione dieci dischi a cui sei particolarmente legato per varie ragioni.

White LabelUn white label della Happy Records
Questo white label mi ricorda la mia prima volta a Detroit. Accompagnato nel quartier generale di Submerge dal carissimo amico Tim Baker e da Mike Grant, passai metà pomeriggio con Mike ‘Mad Mike’ Banks che, col suo entusiasmo unico, mi fece visitare la prima sede della casa/sede/ufficio/magazzino raccontandomi tutta la storia di Underground Resistance, partendo dal loro impegno per la comunità. Grazie all’introduzione da parte di personaggi così credibili nella scena, si creò un’atmosfera rilassata e per nulla scontata. Alla domanda «qual è il disco che ami di più del nostro catalogo?» risposi “Don’t You Want It” di Davina. E lui: «ah, sei un deep house head, aspetta qui!». Uscì dalla stanza e dopo qualche minuto tornò con un white label della Happy Records mai pubblicato. Un disco garage soulful (in verità non indimenticabile in quanto a qualità assoluta) che non poterono commercializzare per beghe contrattuali sorte col cantante che lo aveva inciso. «Se lo metti in una session che finisce in pubblico o se lo vendi ad un collezionista però mi incazzo seriamente» aggiunse Banks. Per questa ragione non lo ho mai suonato o rivelato il titolo. La promessa è mantenuta e lo conservo gelosamente.

DJ Q - Optimum ThinkingDJ Q – Optimum Thinking
Un disco che ho sempre considerato un “bullet”, ovvero uno di quelli che non sono veri e propri classici riconosciuti ma che ho suonato almeno un centinaio di volte. Disperato perché non trovavo più la copia originale, sulla britannica Filter, l’ho ricomprato immediatamente di seconda mano. In seguito l’ho ritrovato e così ora ne ho due copie di cui una, appunto, usata con una nota in copertina del DJ che lo aveva prima: c’è scritto “ok”.

Gotan Project - Vuelvo Al SurGotan Project – Vuelvo Al Sur
Lavoravo già da qualche tempo coi distributori francesi che avrebbero messo sotto contratto la label dei Gotan Project. Mi presentarono il giovane label manager della parigina ¡Ya Basta! che stava per pubblicare l’album della band e mi diede questo 10″ white label dicendomi di ascoltarlo e riferirgli se fossi interessato a distribuirlo in Italia. L’anno successivo, nel 2001, al Midem di Cannes ero sul palco del salone d’onore del Palais des Festivals a ritirare dalle loro mani il disco d’oro per le vendite in Italia dell’album “La Revancha Del Tango” con cui sfiorammo il platino. Difficile da dimenticare.

Felix Da Housecat - Silver Screen Shower SceneFelix Da Housecat Feat. Miss Kittin – Silver Screen Shower Scene
Ero a Londra a casa di Damian Lazarus a bere e cazzeggiare prima di andare ad una serata. Mi raccontò di aver messo sotto contratto per la City Rockers, all’epoca sublabel di Sony per cui ricopriva ruolo di A&R e label manager, un nuovo disco di Felix Da Housecat che dovevo assolutamente ascoltare. Mentre gli dico di essere un grande fan delle produzioni di Felix uscite sotto i suoi svariati alias, lo suona ma resto molto perplesso. Quel revival un po’ wave ed un po’ electro non mi convinceva affatto, per me non poteva essere una hit. Mi regalò ugualmente il promo sostenendo che mi sbagliassi. “Silver Screen Shower Scene” divenne uno dei successi che in quel periodo cambiò il gusto dell’elettronica ed io fui uno stupido a non accorgermene. Ecco, quel disco resta lì a guardarmi e a ricordarmi di come a volte ci si può sbagliare alla grande.

The Soundwork-Shoppers - DiscomusicThe Soundwork-Shoppers – Discomusic
Nel 1997 ho lavorato per la Right Tempo e poi ho continuato a collaborarci. Ero part time in quegli uffici quando Rocco Pandiani ottenne i diritti di ristampa di parte del catalogo di Piero Umiliani. Più che altro davo una mano alla pubblicazione dei remix. In quell’occasione ebbi in regalo alcuni clamorosi album del suo catalogo di library music. Inoltre, quando il Maestro ritornò sul palco per alcuni concerti, mi fu concessa l’opportunità di fare un DJ set al suo show di Milano. Ho ri-editato “Discomania” due anni fa per XLR8R con l’approvazione delle figlie di Umiliani e giusto pochi giorni addietro gli ho dedicato uno speciale su NTS Radio.

Faze Action - In The TreesFaze Action – In The Trees
Un altro dei dischi che ho suonato di più nella mia carriera da DJ. Ricordo il momento in cui me lo passò Max, mitico importatore prima da Dig It International e poi a Family Affair, dicendomi che fosse una mina. Lo era e lo sarà sempre.

Blue Boy - Scattered Emotions EPBlue Boy – Scattered Emotions EP
Mi trovavo da Atlas Records a Soho, come avveniva puntualmente quando andavo a Londra negli anni Novanta. Keiron e Pete (Herbert) ricevettero una scatola di dischi ed aprendola tirarono fuori un EP della Guidance Recordings chiedendo a tutti i presenti di tacere ed ascoltare il pezzo, la A2 del disco per la precisione. Tutti ci aspettavamo un brano deep house vista l’etichetta ma invece partì uno stravolgente midtempo con un colossale sample preso da “Woman Of The Ghetto” di Marlena Shaw. Tutte le copie di quella scatola furono vendute in appena cinque minuti. Si trattava di “Remember Me” che nel giro di pochi mesi divenne una hit mondiale.

Trentemøller - Polar ShiftTrentemøller – Polar Shift
Steve Bug rimane uno dei DJ/producer che rispetto di più nella scena elettronica, per la sua integrità e visione indipendente. Siamo ancora amici e in quegli anni, tra la fine dei Novanta e i primi Duemila, quando la sua Poker Flat Recordings era all’apice, ci capitava spessissimo di dividere la consolle. Non dimenticherò mai il momento in cui ai Magazzini Generali mi disse: «Ho appena preso un nuovo brano di Trentemøller, senti qui!». Nel momento in cui cambiava la linea di basso, il locale (nel 2005 sempre murato con più di 1500 persone) esplose e mi venne la pelle d’oca per l’emozione. Un brano epocale che ho suonato in ogni mio DJ set nei successivi due anni.

Moodymann - Shades Of JaeMoodymann – Shades Of Jae
Uno di quei dischi spuntati nelle tonnellate che mi passavano settimanalmente tra le mani in White & Black e di cui mi accorsi immediatamente della portata devastante. I mix americani arrivavano il venerdì, la maggior parte di essi volava via direttamente nei carrelli dei preordini dei vari negozi anche perché erano altri i grandi venditori di house americana, per noi era solo un servizio aggiuntivo. Un ascolto approfondito (oltre a quello precedente, spesso solo telefonico per piazzare l’ordine) cercavamo però di darlo a tutto. Beh, conoscevamo già Moodymann ma questa canzone, incisa su KDJ, veniva veramente da un altro pianeta. La suonavo tutti i weekend ma la ascoltavamo a ripetizione anche in ufficio durante la settimana.

DJ Shadow - Introducing.....EndtroducingDJ Shadow – Introducing…..Endtroducing
Sono parecchio affezionato a questa cassetta perché mi ricorda un’epoca che è effettivamente ed aritmeticamente di un altro secolo. Nonostante fossi appena ventenne collaboravo con alcune riviste musicali, principalmente Rumore, e la Mo Wax mi inviò il promo su cassetta di questo album rivoluzionario. All’epoca si usava fare così perché costava molto meno che spedire un disco, ma in questo caso la cassetta non conteneva neanche i brani interi ma solo degli estratti di un paio di minuti ciascuno. Scrissi ugualmente la recensione, tutti noi appassionati aspettavamo “Endtroducing…..” con trepidazione e ricordo che nella prima bozza del pezzo scrissi il titolo proprio come appariva sulla cassetta, “Introducing…..Endtroducing”.

(Giosuè Impellizzeri)

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