MAT101 – Goodbye Mum! (Balance)

MAT101 - Goodbye Mum!Roma, negli anni Novanta, è stata un crocevia per la musica elettronica, soprattutto quella dai tagli più avanguardistici. Il periodo dorato dei rave di inizio decennio (si legga l’articolo su Automatic Sound Unlimited con contributi di Max Durante) dà le giuste spinte per generare un fitto reticolo di realtà discografiche che rivelano grande intraprendenza e voglia di rompere gli stereotipi. I DJ/produttori della capitale hanno le idee chiare e materializzano le propensioni al nuovo attraverso numerose pubblicazioni (Sounds Never Seen, Plasmek, Mystic Records, Sysmo, X-Forces, Elex Records, Habitat, Eclectic, la più popolare ACV con le sublabel Hot Trax o Out Of Orbit, giusto per citarne alcune), snobbate dai circuiti generalisti ma meritevoli di essere ricordate per aver raggiunto particolari obiettivi.

In questo contesto si inseriscono i MAT101 (Mario Pierro, Francesco De Bellis ed Emiliano Tortora) che debuttano discograficamente nel 1997 con “eNiAc”, un EP dichiaratamente electro. «Circa un anno prima incontrai Emiliano in università e scoprendo il comune interesse per la musica elettronica decidemmo di vederci per suonare a casa sua, a Roma, usando la sua collezione di sintetizzatori vintage, il mio campionatore Akai ed un computer. Proprio durante queste session conobbi Francesco De Bellis e, attraverso lui, Marco Passarani a cui portò le registrazioni fatte a casa di Emiliano». A raccontare è Mario Pierro, che prosegue: «Dopo diversi rifiuti, la prima traccia ad essere pubblicata fu “Entereg”, racchiusa nella compilation “The Dark Side Of The Sword” sulla Plasmek di Andrea Benedetti. Ai tempi Andrea lavorava con Marco nella distribuzione discografica Finalfrontier, e fu proprio Marco a decidere di pubblicare il nostro EP su Nature, “eNiAc”. Scegliemmo di chiamarci MAT101 in modo abbastanza casuale e senza alcun particolare significato, se non un vago riferimento al Roland SH-101 che usavamo parecchio. Solo in seguito scoprii che MAT101 è il codice internazionale dell’esame di analisi matematica, corso grazie al quale incontrai Emiliano».

MAT101 - zilofvideo

Mario Pierro in un frame del video di “Zilof”, diretto da Cosimo Alemà nel 1997

La passione dei tre romani per un certo tipo di suono è autentica, viscerale e mai dettata da velleità commerciali, e ciò spiega il motivo per cui la loro attività discografica prosegua in modo piuttosto discontinuo. Nel 1999, anticipato dal singolo “Goblin 101”, esce l’album “Goodbye Mum!”, ancora saldamente ancorato all’electro (si sentano brani come “Danni Morali E Fisici”, “Level One” e “Crash Hero”) a cui ora si aggiungono melodie chiptune (“Zilof”, per cui viene realizzato un divertente videoclip diretto da Cosimo Alemà, “Arcade”) ed ambientazioni new wave (“Mennen”). «Dopo aver inciso “eNiAc” cominciammo ad usare in maniera stabile il mio “bedroom studio” allestito a casa dei miei genitori. Ci vedevamo un paio di volte alla settimana ed Emiliano portò parecchie delle sue macchine (tra le tante Korg MS-20, Roland TR-808 e Roland MC-202). Vivendo letteralmente nello studio avevo parecchio tempo a disposizione per poter sistemare il materiale registrato ma continuavo comunque a suonare come tastierista in diversi gruppi jazz-funk non collegati a MAT101 ed usando le mie macchine “professionali” anni Novanta come la Roland XP-50 e l’Akai S-950. Per registrare “Goodbye Mum!” attrezzammo uno studio nei locali della distribuzione Finalfrontier: disponevamo davvero di un mare di roba, Emiliano aveva per le mani addirittura uno Yamaha CS-80! C’erano così tante macchine che un giorno, tornando dalla pausa pranzo, trovammo tutti i synth bloccati su una singola nota generata forse da qualche contatto difettoso. Il pad che ne usciva fuori era bello e scurissimo, e fu così che nacque “Tecnologia Casuale” inclusa nel disco. Musicalmente eravamo parecchio influenzati da Warp e Rephlex, la vetta assoluta in quegli anni. Lavorando sulle tracce però cominciammo a riscoprire aspetti più personali, legati alla nostra infanzia e ai videogiochi – qualcosa che in un modo ci influenzava inconsapevolmente da sempre e che cercammo di rendere esplicito in “Goodbye Mum!” – dalla musica alla copertina su cui Infidel costruì un intero mondo. Credo che vendette circa 1000/1500 copie, anche se i numeri esatti li ricorda sicuramente meglio Marco Passarani. “Goodbye Mum” fu pubblicato addirittura da un’etichetta creata per l’occasione, la Balance, essendo una co-produzione tra la Plasmek di Andrea Benedetti e la Nature Records di Marco».

Lo stile dei MAT101, pur stazionando nelle classiche propulsioni meccaniche e cibernetiche dell’electro, si arricchisce di nuove sfumature e suggestioni che lo personalizzano. Nel 2000 è tempo dei remix di “Arcade” a firma ADULT., D’Arcangelo e De Lisio, nel 2002 “Haunted House” finisce in “Tangent 2002: Disco Nouveau” su Ghostly International, mentre “The Ambush” viene adottata dalla Viewlexx, ma del nuovo album si perdono le tracce. «In realtà non abbiamo mai smesso di produrre pezzi per MAT101. Quello che è uscito nel 2015 su Cyber Dance Records, “Archives 1999-2001”, è il famoso secondo disco che non avevamo mai avuto l’occasione di terminare. “Haunted House” fu realizzata per suonare intenzionalmente come un pezzo “cheap disco” italiano dei primi anni Ottanta, compresa la risata, mentre “The Ambush” lo firmammo MAT101 anche se praticamente era un pezzo dei Jollymusic ma non sapevamo ancora cosa sarebbe avvenuto da lì a breve. Dopo aver pubblicato “Goodbye Mum!” io e Francesco, insieme a Gianmarco Jandolo, cominciammo a lavorare in radio ogni sabato notte per il programma “Frequency” su Radio Città Futura. Fu un’esperienza bellissima, avevamo libertà pressoché totale di decidere la scaletta e fu così che tra i consueti mix electro/techno Francesco propose la rubrica “Il giro del mondo a 33 giri”, utilizzando delle cassette preparate a casa con dei blob di dischi di ogni genere provenienti dal mercatino di Porta Portese. Presto capimmo che quello, in combinazione con gli strumenti acustici ed elettronici, poteva essere l’inizio di qualcosa di musicalmente unico, e le allora nuove possibilità di fare “hard disk recording” direttamente nel sequencer ci aprirono le porte di un mondo totalmente nuovo. Così nacque il primo disco dei Jollymusic su Nature, che annoverava collaborazioni con tutti gli amici che al tempo passavano a trovarci durante le trasmissioni. Tra questi ricordo Luciano e Valerio Raimondi che ora escono come Odeon su Edizioni Mondo: la storia, insomma, continua ancora oggi».

A portare avanti Jollymusic però sono i soli Pierro e De Bellis. «Giá dal 1998 Emiliano iniziò a lavorare su quella che poi sarebbe diventata la sua agenzia di promozione concerti, la Grinding Halt, e dunque era interessato a cose diverse da quello che io e Francesco stavamo facendo. Dopo un breve ritorno con MAT101 nel 2009, quando facemmo una singola data al Dancity Festival in Umbria, oggi Emiliano suona con un gruppo chiamato The Hand».

Jollybar

La copertina di “Jollybar” dei Jollymusic. L’album viene pubblicato oltremanica dalla Illustrious (gruppo Sony)

Jollymusic è dunque una specie di sentiero parallelo a MAT101 che Pierro e De Bellis percorrono dal 2000, anno in cui il loro album “Jollybar” viene pubblicato nel Regno Unito dalla Illustrious, etichetta del gruppo Sony. Per il duo romano sembra prospettarsi un exploit mainstream, dopo gli inizi nell’underground più defilato. «In “Radio Jolly” usammo un vecchissimo apparecchio anni Cinquanta che è sempre stato a casa dei miei e che registrammo per fare l’intro. La Sony si accollò le spese del video ufficiale e all’inizio della clip compariva proprio quella radio. Grazie alla Sony abbiamo avuto la possibilità di aprire lo studio al Pigneto, che poi fu la base di tutto quello che successe dopo. Secondo me fummo davvero fortunati ad essere pagati visto che pochi anni più tardi avremmo assistito al crollo verticale della maggior parte delle major stesse».

Scandito da vari brani estratti in formato singolo come il citato “Radio Jolly”, remixato da ADULT., The Parallax Corporation & Alden Tyrell, Agent Sumo e West London Deep, e “Talco Uno”, interpretato da Erlend Øye dei Kings Of Convenience e in high rotation su MTV, “Jollybar” resta, ad oggi, l’unico album dei Jollymusic, proprio come avviene coi MAT101. «Nel 2013 Francesco ha fondato l’etichetta Edizioni Mondo che è la realizzazione definitiva della visione iniziale dei Jollymusic. L’album intitolato “I Semi Del Futuro” che ha firmato come L.U.C.A. è assolutamente incredibile ed unico, e a mio avviso definisce Jollymusic oggi. Ogni tanto abbiamo lavorato insieme su qualche pezzo, come ad esempio “Blue Marine” incluso in “Precipizio”, il primo del catalogo Edizioni Mondo».

Dall’estero gli apprezzamenti per la musica di Pierro e De Bellis non si fanno attendere, in Italia invece, almeno inizialmente, molti addetti ai lavori non sapevano nemmeno chi fossero, scoprendoli solo dopo la licenza inglese della Sony. Snobismo, poca attenzione nei riguardi della produzione interna e forti dosi di esterofilia non sono certamente gli ingredienti adatti per crescere. «Con Jollymusic facemmo promozione nel Regno Unito ottenendo riscontri molto buoni. Ricevemmo ottime reazioni, fin da subito, anche da una parte della stampa indipendente italiana. Oggi mi pare sia tutto così frammentato e low budget da non poter più parlare di “esterofilia”, ognuno ha il suo orto e lo coltiva, o forse in realtà è sempre stato così. Degli anni Novanta mi manca l’opera di filtro fatta dalle etichette discografiche indipendenti. Eri costretto ad accettare un rifiuto e riflettere sulla tua musica e su quello che volevi comunicare. Questo processo portava gli artisti a crescere prima di pubblicare qualcosa. Oggi il numero di like o la feature su qualche blog conosciuto non riescono a svolgere la stessa funzione. La quantità prima della qualità sposta inevitabilmente l’attenzione sulle macchine e il processo anziché sugli artisti e l’immaginazione. L’attenzione maniacale per il processo produttivo e per la catalogazione del passato secondo me nascondono in realtà il desiderio di riappropriarsi della spinta innovativa e libera dei grandi classici, il che è una contraddizione, ma in cambio ci sono possibilità tecniche impensabili venti anni fa. Per affrontare alcuni di questi problemi ho fondato, insieme ad alcuni amici, un collettivo artistico, Distant Future attraverso cui promuovere le nostre cose. Nel frattempo continuo a lavorare ad un album di ROTLA (acronimo di Raiders Of The Lost ARP) che uscirà prossimamente su Edizioni Mondo». (Giosuè Impellizzeri)

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Claudio Coccoluto – DJ chart marzo 1996

Disco Mix marzo 1996
DJ: Claudio Coccoluto

Fonte: Disco Mix
Data: marzo 1996

1) Rosie Gaines – Closer Than Close
È presumibile che Coccoluto facesse riferimento all’album della cantante californiana, pubblicato nel 1995 dalla Motown e costruito su itinerari funk, soul, hip hop ed r&b. In tracklist c’è pure un contributo di Prince (per “My Tender Heart”), artista con cui la Gaines collabora anni prima figurando nella formazione dei New Power Generation. Il brano che dà il titolo al disco, “Closer Than Close”, viene estratto come singolo solamente nel 1997 quando diventa una hit nel Regno Unito e vende, almeno stando a quanto si legge qui, oltre otto milioni di copie grazie al remix dei Mentor (Hippie Torrales e Mark Mendoza), a cui si aggiungono pure quelli dei Tuff Jam e di Frankie Knuckles. La versione house garage dei Mentor, in circolazione in formato white label sin dall’autunno del 1996, garantisce a Rosie Gaines una visibilità inaspettata nel mondo dei DJ e delle discoteche, tanto da finire pure nei circuiti generalisti ed essere ripresa più volte negli anni a seguire in svariati nuovi remix.

Precisazione: dopo aver letto l’articolo, Claudio Coccoluto ci fa sapere che suonava un acetato col remix realizzato dai Mentor per “Closer Than Close”, proponendolo pertanto con circa un anno di anticipo rispetto all’uscita ufficiale. «Sono orgoglioso di aver contribuito al successo del brano» scrive su Facebook il 19 aprile.

2) Century Falls Feat. Philip Ramirez – It’s Music
Erroneamente attribuita al solo Crispin J. Glover che comunque produce il tutto per la Sound Proof Recordings, “It’s Music” è la cover dell’omonimo di Damon Harris risalente al 1978. Il brano lascia rivivere suoni funk/disco all’interno della house/garage tipica di metà anni Novanta, non dimenticando neanche influssi jazz. Sul doppio vinile trovano spazio pure i remix di 95 North, Idjut Boys & Laj e Black Science Orchestra, che sviluppano ulteriori diramazioni tangenti la house e la disco.

3) Groove Collective – I Want You (She’s So Heavy)
I Groove Collective sono un ensemble di musica acid jazz/funk fondato nel 1992. Il brano della chart viene estratto dal secondo album, “We The People”, e dato in pasto a Jazz Moses ed Eric Kupper che lo rileggono in chiave deep house. Sul doppio mix edito dalla Giant Step Records c’è anche la versione originale in cui la band di musicisti mette ampiamente in mostra stile e capacità artistiche.

4) Yellow Sox – Flim Flam
Prodotto da Darren House per la Nuphonic di David Hill e Sav Remzi, “Flim Flam” mette insieme house e referenze disco in una modalità che sarà abilmente commercializzata qualche tempo dopo sotto forma di french touch ma che, è bene ricordarlo, viaggia nell’oscurità del clubbing (soprattutto britannico) già da diversi anni. A riverberare la componente funk in tre reinterpretazioni ci pensano i Faze Action (i fratelli Simon & Robin Lee, tra i primi a ricollegare disco ed house). Il brano viene ripresentato nel 2000 attraverso la Yoshitoshi Recordings dei Deep Dish che pubblica un doppio mix con nuove versioni di Christian Smith & John Selway, Olav Basoski ed David Alvarado alle quali si aggiunge pure l’inedita Unreleased Mix con sprazzi di philly sound, probabilmente esclusa dalla stampa su Nuphonic quattro anni prima.

5) Davidson Ospina – The Chronicles
È la newyorkese Henry Street Music di Johnny “D” De Mairo a pubblicare il progetto “The Chronicles”. L’EP consta di quattro brani, “Strings”, “Get On Up”, “Key Of D’s” e “Shadow” attraverso cui il DJ/remixer mostra deep house dai riflessi jazzati sino a toccare ritmi più marcati decorati con brevi campioni vocali tra cui uno forse tratto da “Reach Up” di Toney Lee. Nel corso del 1996 la Henry Street Music pubblica pure “Chronicles II” e “Chronicles III” con cui Ospina continua a battere percorsi sonori analoghi contraddistinti da una particolare predilezione per gli strumenti a fiato.

6) Lectroluv Feat. Stephanie McKay – Oo La La
Frederick Jorio alias Lectroluv, ai tempi impegnato su etichette di tutto rispetto come Tribal America ed Eightball Records, incide sulla britannica Produce Records un brano garage in formato “canzone” interpretato dalla vellutata voce della cantante newyorkese Stephanie McKay che dona al tutto un tocco r&b. House lontana anni luce dalle tante pacchianerie odierne a base di striminziti loop, suoni precotti e voci tratte da librerie da una manciata di euro.

Coccoluto su DJ Mag (1997)7) Lo-Tech – It’s Clear To Me
Quella di “It’s Clear To Me” è house riscaldata da una voce femminile, dotata di un groove “rotondo” e qualche frammento funk sullo sfondo. A produrre, per l’italiana D:vision, è lo stesso Coccoluto affiancato dall’amico Savino Martinez. I due collaborano già da tempo (senti “Bandit” di Mimi’ E Coco’ su UMM, 1995) e da lì a breve creano The Dub Duo approdando su NRK Sound Division e sulla Pronto Recordings di Leo Young ma soprattutto The Heartists che con “Belo Horizonti”, reinterpretazione di “Celebration Suite” di Airto Moreira, sbanca oltremanica dove viene licenziato dalla Virgin e remixato da David Morales e Basement Jaxx. Forte di questi risultati, nel 1997 Coccoluto conquista la copertina della rivista britannica DJ Mag e si piazza all’88esimo posto della Top 100 DJs. Nel frattempo la house latina à la The Heartists viene traghettata nel mainstream da brani come “2 The Night” di La Fuertezza, “Samba De Janeiro” dei tedeschi Bellini (che riprendono il medesimo pezzo di Moreira), “Spiller From Rio” di Laguna ed “Another Star” di Coimbra (remake dell’omonimo di Stevie Wonder) che consta peraltro di un remix a firma degli stessi Coccoluto e Martinez. La coppia è in azione pure su alcune versioni di “King Of Snake” degli Underworld pubblicate nel 1999 dalla Junior Boy’s Own e registrate presso l’HWW Studio di Cassino, omonimo del progetto HWW (House Without Windows) apparso sulla citata UMM nel 1993 con “Friend”. L’HWS riportato nella classifica è quindi da considerarsi un refuso.

8) The O’Jays – I Love Music (Disco-Tex Remix)
Il brano targato 1975 del gruppo americano di musica soul, r&b e disco viene trascinato nel mondo house attraverso un remix dei Disco-Tex, meglio noti come Full Intention. Preservando le atmosfere originali ma contestualizzandole in una nuova dimensione, emerge una versione perfettamente calata tra disco, funk ed house. Il brano è inciso sul doppio “Remix Culture 158″ edito dalla DMC insieme ad altri interessanti remix per Gusto, Babylon Zoo, Inner City e Deborah Cox ma viene inserito pure su un 12” della Disco-Tex Records, un altro di quei prodotti che testimoniano come la disco house non sia stata il frutto di un’intuizione esclusiva dei francesi seppur questi ultimi abbiano dato ad essa un’impronta personalizzata ed adatta(bile) al mercato mainstream.

9) Nu Colours – Desire
Estratto dall’album “Nu Colours” trainato dal singolo “Special Kind Of Lover”, “Desire” mette in forte evidenza inclinazioni soul, funk ed r&b. Seppur non sia scritto, è plausibile che Coccoluto suonasse uno dei ben quattro remix firmati dai Masters At Work, pubblicati in Italia dalla Impulse, etichetta della bresciana Media Records. Sul doppio mix c’è spazio per due ulteriori versioni, quella dei Mindspell e di Nutopia.

10) Daniel Wang – The Morning Kids
«La house è la rivincita della disco» diceva Frankie Knuckles nel 1990, e un parere molto simile è quello di Daniel Wang, californiano di origini cinesi che nel 1993 riavvicina la disco e il funk alla house attraverso la sua Balihu Records. “The Morning Kids” è il quarto 12″ di un catalogo cresciuto con netta discontinuità ma con altrettanta vitalità espressiva. Quattro i brani racchiusi al suo interno, “In A Golden Haze”, “Rooftop Boogie”, “Baby Powder Dementia” e “Free Lovin’ (Housedream)”, tutti straripanti di sample e citazioni che rimandano al repertorio Salsoul Records e alla disco anti nazionalpopolare. Wang e la sua Balihu Records, di cui abbiamo già parlato dettagliatamente qui, restano tra i primi nomi da menzionare quando si parla della genesi di un filone oggi fatto confluire nell’immenso calderone chiamato nu disco.

(Giosuè Impellizzeri)

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Timo Maas, dalle tenebre dell’underground ai riflettori del pop

Timo MaasPrima di conoscere la notorietà internazionale Timo Maas fa il DJ nelle discoteche tedesche (come il Tunnel di Amburgo, dove viene registrato questo set) selezionando techno, acid, hard trance ed hardcore. Nel 1995 incide il primo disco, “The Final XS”, e da lì a breve stringe un sodalizio con Martin Buttrich ed Andy Bolleshon che si rivela ben più che fortunato. Insieme producono brani come “M.A.A.S.M.E.L.L.O.W.”, “Achtung!”“Twin Town” e “Der Schieber” che conquistano i DJ e i frequentatori delle discoteche, ma dal 2000 cambia tutto. Il remix realizzato per “Dooms Night” di Azzido Da Bass inaugura una nuova fase della carriera del tedesco, non più legata solo ai club. Messo sotto contratto dalla Perfecto di Paul Oakenfold, Maas inanella una serie di hit (racchiuse negli album “Loud” e “Pictures”) che lo consacrano su scala planetaria: da “Ubik” a “To Get Down”, da “Help Me”, col featuring di Kelis, a “Shifter”, in coppia con MC Chickaboo, sino a “First Day” interpretata da Brian Molko dei Placebo, che segna il picco di popolarità. Dopo la sbornia di successo pop però Timo Maas torna alla sua dimensione originaria, il club, a cui sono destinati i brani che incide dal 2008, a partire da “Subtellite” edito dalla Cocoon Recordings di Sven Väth.

La tua carriera da DJ inizia nei primi anni Novanta, in piena rave age. Cosa ricordi di quel periodo?
I primi rave/party house iniziarono già alla fine degli anni Ottanta, fu un’epoca incredibile. Credo si sia trattato di qualcosa in più di semplice amore per la musica a spingermi verso quel mondo, era un vero e proprio stile di vita.

La prima discoteca che ti “arruolò” come resident fu il Tunnel?
No, ma allora era uno dei club più importanti di tutta la Germania, piuttosto dark, underground e con un sound system potentissimo. Ai tempi selezionavo techno, trance (quando era ancora un genere interessante) ed hardcore.

Inizi a produrre musica nel 1995 sotto il segno dell’hard trance con brani come “The Final XS” o “Die Herdplatte” firmato col compianto Gary D. Com’era il mondo della discografia prima della globalizzazione?
Fu un momento favoloso. Mi divertii tantissimo ad Amburgo con Gary ed altri amici, ma nel contempo fu una fase importante perché in quegli anni riuscii ad approfondire le conoscenze sul DJing e sul clubbing. Ci sentivamo differenti dalla massa ed amavamo profondamente quel senso di novità.

In che modo entravi in contatto con le etichette discografiche?
Spedivo cassette con le registrazioni dei miei demo, recuperando l’indirizzo postale dai crediti sui dischi. Ogni tanto qualcuno mi ricontattava perché interessato, ed era davvero emozionante.

Nel 1997, anno in cui figuri nella line-up del Nature One, la Casseopaya Recordings pubblica “M.A.A.S.M.E.L.L.O.W.”, tra i primi brani della tua discografia a riscuotere un successo più rilevante. Ricordi come venne realizzato?
Ho prodotto la maggior parte delle tracce di quel periodo con Martin Buttrich nel suo studio ad Hannover, ma non sono in grado di rispondere a domande tecniche, era lui l’ingegnere del suono. Talvolta riuscivamo a completare tutto in appena un giorno, altre volte invece i lavori potevano protrarsi per diverse settimane. Nel caso specifico di “M.A.A.S.M.E.L.L.O.W.” non ricordo esattamente quanto tempo impiegammo.

Ricordi almeno quante copie vendette?
Includendo anche la ripubblicazione del 2001, dalle 20.000 alle 25.000 copie.

La sinergia con Andy Bolleshon e Martin Buttrich genera numerose produzioni tra cui “Mama Konda” di Orinoko del 1997, ai tempi programmata anche da alcune emittenti radiofoniche italiane, e la tua “Der Schieber” del 1999. Come ricordi questa proficua collaborazione?
Sono costretto a ripetermi, fu un grande momento. Sperimentammo per la prima volta molte soluzioni nuove e grazie ad Orinoko conoscemmo il successo mainstream, col primo contratto firmato con una major e le prime apparizioni in televisione. Ai tempi Martin era già un talentuoso programmatore, sound designer e produttore.

Dal 2000 emerge un nuovo “layout” del tuo sound: “Ubik” si apre a contaminazioni pop grazie alla struttura in formato “canzone”, “To Get Down”, inno ufficiale dei German Dance Awards del 2001, include elementi rock, ed “Help Me” del 2002, col featuring di Kelis, diventa una smash hit. Come arrivasti a quel particolare stile crossover?
Dal 1999 avvennero radicali cambiamenti. Partecipammo alla Winter Music Conference di Miami per la prima volta e tornammo in Germania fortemente motivati, ed infatti nelle settimane successive producemmo a raffica “Ubik”, “Der Schieber”, un paio di 12″ per la Bush (“Eclipse/Shadow Lounge”, “Riding On A Storm/Trichter Musik”), il remix di “Dooms Night” di Azzido Da Bass e molte altre cose ancora. Eravamo davvero iperattivi e in alcuni momenti ho avuto persino timore di non riuscire a reggere quel ritmo pazzesco di lavoro.

Come raggiungesti la Perfecto di Paul Oakenfold? Fu difficile gestire il successo pop?
Oakenfold fu semplicemente il primo a propormi un contratto, metteva il naso ovunque! Ammetto che fu particolarmente arduo confrontarmi col successo mainstream globale. Purtroppo non esiste una scuola dove si può imparare ad avere successo e a governarlo.

Hai realizzato centinaia di remix ma credo che il più popolare resti quello per “Dooms Night” di Azzido Da Bass. Come nacque?
Il primo remix che realizzammo di “Dooms Night” fu rifiutato dalla Edel perché all’interno non c’era nessun elemento tratto della traccia originale. Visto che stavamo facendo una specie di favore ad Azzido, che conoscevo dai tempi dei party ad Amburgo nei primi anni Novanta, provammo nuovamente ma l’original mix continuava a non convincerci, così ci limitammo ad usare solo il basso che peraltro era stato campionato dallo stesso Azzido da “Flat Beat” di Mr. Oizo. In una session pomeridiana abbastanza veloce aggiungemmo due nuovi bassi, lavorammo (ma senza soffermarci troppo) sui break e dopo circa quattro ore il secondo remix era pronto. Fu una delle cose che realizzammo nel più breve tempo possibile ed incredibilmente la più fortunata. Ho sentito dire che quella versione abbia venduto oltre 700.000 copie e sia stata inserita in circa 500 compilation, oltre ad essere stata utilizzata in spot pubblicitari, film ed altro ancora. Curiosità: il remix che la Edel declinò divenne “Ubik”.

Qualche anno fa lessi che il caratteristico “womp womp” del remix di “Dooms Night”, successivamente campionato da moltissimi altri produttori, fu tratto da un preset dell’Alesis Andromeda A6. È vero?
A quanto ricordo, ottenemmo quel suono col sintetizzatore Studio Electronics SE-1.

Nell’infinita lista dei remix che recano la tua firma ci sono anche quelli per star pop e rock, come Depeche Mode, Jamiroquai, Madonna, Moby, Muse, Moloko, Tori Amos, Garbage e Placebo. C’è qualche aneddoto legato a qualcuno di essi che vorresti raccontare?
Di retroscena ce ne sono tantissimi, forse troppi, così tanti da poter riempire un libro intero che, chissà, magari scriverò un giorno.

Un’altra hit fu “First Day”, estratta dal tuo secondo album “Pictures”. Come nacque la collaborazione con Brian Molko?
Ci siamo conosciuti nel 2001 ad un festival in Turchia. Mentre suonavo lui e i componenti della band ballavano nel backstage. Ci piacemmo a vicenda e visto che avevo già remixato “Special K” l’anno prima, rimanemmo in contatto. Ho remixato i Placebo per quattro volte ed ho collaborato con loro in svariate occasioni.

Come andò invece per Kelis?
Amavo “Caught Out There (I Hate You So Much Right Now!)” ed espressi il desiderio di collaborare con lei per uno dei brani di “Loud”. L’etichetta mi invitò prima a remixare uno dei suoi brani (“Young, Fresh n’ New”, nda) per vedere come avrebbe reagito. Funzionò!

Dopo l’uscita di “Pictures” ti prendi un periodo di pausa e torni tre anni dopo sulla Cocoon Recordings di Sven Väth con “Subtellite”. A cosa fu dovuto quel break?
In primis al cambio di team di produzione, ma anche a ragioni personali e necessità improrogabili.

Nel 2008 fondi la tua etichetta personale, la Rockets & Ponies. Perché?
In realtà avevo già fondato, insieme ad altre persone, la Four:Twenty Recordings. Mi è sempre piaciuta l’idea di disporre di una piattaforma artistica per lanciare nuovi talenti.

Quanto è difficile oggi gestire una casa discografica? Vendere musica può essere ancora considerato un lavoro?
Se non compari nella top 20 delle label non guadagnerai nulla. È più una specie di biglietto da visita, un’attività da portare avanti solo per il gusto e il piacere di pubblicare musica interessante.

Nel catalogo di Rockets & Ponies ci sono alcuni nomi italiani, come Santos (già membro dei Mutant Clan) e Stefano Ritteri.
Ho collaborato più volte con Santos, un incredibile produttore ed ingegnere del suono, un personaggio davvero interessante. Suonavo molta della sua musica e gli proposi di provare a creare qualcosa insieme. Il resto è venuto da solo in maniera del tutto naturale.

Come mai non hai stampato su vinile il tuo terzo album, “Lifer”?
Perché non potevo permettermelo.

Tra i tuoi lavori più recenti c’è il remix, realizzato in coppia con James Teej, di “1985” di Paul McCartney & Wings.
Tutto è iniziato con appena 100 copie di un 7″ in formato white label vendute da Phonica. Il resto lo potete leggere qui.

Sei costantemente in giro per il mondo per le tue serate: dove e quando trovi tempo per creare musica? O forse la produzione discografica non rappresenta più una priorità per te?
Creo musica continuamente ma in modo differente rispetto al passato. Andrò avanti sino a quando avrò idee.

Dove compri solitamente i brani che proponi nei tuoi set?
Acquisto su differenti piattaforme ma ricevo anche dai 500 agli 800 promo settimanali via email. A ciò aggiungo anche i miei pezzi inediti.

Inserisci anche vecchi brani nelle tue selezioni?
Si sempre, ma evitando di ripetere quelli che ho già proposto in precedenza.

Quali sono i tuoi ricordi migliori degli anni Novanta?
La sensazione di essere “diverso” e di far parte di qualcosa di grosso che stava nascendo, anche se nessuno di noi si aspettava che la musica elettronica e il DJing potessero diventare talmente importanti.

Come immagini la musica dance dei prossimi anni?
Magari lo sapessi! Mi metterei subito al lavoro.

(Giosuè Impellizzeri)

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