Robert Miles – Children (DBX Records)

Robert Miles - ChildrenNato nel 1969 a Fleurier, vicino Neuchâtel, in Svizzera, Roberto Concina resta affascinato dalla musica sin da bambino. Il padre, Albino, lavora in una fabbrica per la produzione del cioccolato, la madre, Antonietta, è casalinga. Poi la famiglia si trasferisce in Italia, a Fagagna, in Friuli-Venezia Giulia. A dieci anni strimpella il pianoforte di una vicina ed ascolta Aaron Neville, da adolescente fa esperienza in una radio pirata e poi inizia a fare il DJ al Pick Up di San Daniele del Friuli, quando spopolano Leo Mas, Fabrice ed Andrea Gemolotto. «Iniziai in alcuni club dove prendevo trentamila lire a serata, sette ore di fila, da solo, senza interruzioni, curando anche gli effetti luce mentre suonavo» racconta l’artista in questa intervista realizzata da Dario De Marco e pubblicata il 21 gennaio 2011. «Spaziavo dal downtempo al funky e disco anni Settanta ma per finire la serata, quando tutti avevano oltrepassato la soglia della sobrietà, lanciavo cose più tendenti al rock. Nello stesso periodo feci amicizia con un ragazzo che mi invitò ad ascoltare musica a casa sua e lì entrai in contatto con artisti come Pink Floyd, Robert Fripp e i King Crimson, Kluster, Stockhausen, Terry Riley, Can, Brian Eno, David Sylvian e Bill Laswell. Poi nel 1988 alcuni amici mi portarono ad una festa a Jesolo dove suonavano musica che non avevo mai sentito prima, l’acid-house, e fui attratto immediatamente». Insomma, esperienze simili a quelle di tanti altri che iniziano in quel periodo, tra dischi, locali ed amici a fungere da connessioni con nuove realtà, alla stregua di link umani. Concina è ancora un ragazzo qualunque ma è solo questione di tempo. Pochi anni più tardi i giornali di tutto il mondo avrebbero scritto di lui e soprattutto della sua musica, nonostante gli esordi non dei più promettenti.

nel Sound Master Studio di Pordenone (1994)

Robert Miles nel suo Sound Master Studio a Pordenone (1994): lì dentro crea i brani di inizio carriera, incluso “Children”

«Nel ’90, con meno di due milioni di lire, mi autofinanziai la composizione del brano “Shake”» rivela in un’intervista di Riccardo Sada apparsa su Tutto Discoteca Dance a novembre del 1996. Il primo disco però, “Ghost”, riesce ad inciderlo solo nel 1994 col supporto della Metrotraxx (gruppo Discomagic di Severo Lombardoni), la stessa che poi pubblica “Oxygen EP Vol. 1” (un possibile omaggio/rimando all'”Oxygene” di Jean-Michel Jarre, considerato un mentore da chi, allora, si dedica al genere dream come JK Lloyd di cui abbiamo parlato quia cui segue “Outbreak” sulla Acetate, label della Zac Music. Ai tempi Concina si fa chiamare Roberto Milani, pare perché fosse un nome facile da memorizzare. Poi, quando altri DJ italiani cominciano ad usare pseudonimi simili, opta per l’inglesizzazione, una pratica consolidata per gli artisti nostrani che, complice l’innata esterofilia, ambiscono a fornire un’immagine più internazionale e meno provinciale, talvolta con intenzionale e malcelata ironia (Den Harrow, Joe Yellow, Jock Hattle, Kris Tallow). Il primo disco realizzato col nuovo pseudonimo, Robert Miles, è “Soundtracks”, pubblicato nei primi mesi del 1995 da una delle etichette della JT Company di Joe T. Vannelli, la DBX Records, guidata dall’A&R Nando Vannelli, fratello di Joe T. e nata come appendice della houseofila Dream Beat (DBX sta per Dream Beat eXtreme). Tre dei quattro brani (“Space”, “X-Plosion”, “Nation”) macinano techno e progressive trance davvero spaziali. Da un quarto invece, intitolato “Children” (ma storpiato da un errore tipografico, sia sulla copertina che sull’etichetta centrale, in “Childrtens”), spuntano melodie più terrene ed umane. Non accade nulla ma Concina continua fiduciosamente a scrivere musica nel suo Sound Master Studio, un garage di appena quattro metri quadri non distante dalla casa dei genitori che lui stesso ha insonorizzato per evitare di dar fastidio ai vicini. Lì dentro assembla le tre versioni sognanti di “Red Zone” a cui si aggiunge “Shake ’95”, rivisitazione (con l’apporto della voce di Stefania Noacco) della citata “Shake” del 1990 probabilmente rimasta nel cassetto. Gli spunti ci sono, sembra che “Red Zone” non sfugga al radar di Sasha, ma ancora insufficienti per uscire dal quasi anonimato dell’underground degli anni Novanta.

Robert Miles (1996)

Robert Miles in una foto del 1996, diffusa quando “Children” diventa una hit internazionale

Poi però accade qualcosa di totalmente inaspettato. La Platipus di Simon Berry (Art Of Trance, Union Jack) prende in licenza “Children” per il territorio britannico. Pare che Berry se ne fosse innamorato dopo averlo sentito suonare da Vannelli in un club di Miami, il Kimbo. All’etichetta d’oltremanica Concina destina anche un remix del brano in cui la vena melodica è implementata da un assolo di pianoforte che anni dopo si scoprirà essere parzialmente ispirato da “Napoi Menia Vodoi” del musicista russo Garik Sukachov, sembra col suo benestare. Ad onor del vero anche l’impostazione armonica di stampo new age, già presente nell’original, pare non essere farina del suo sacco: come si legge in questo articolo del 18 settembre 1997, il musicista Patrick O’Hearn accusa Concina di plagio ai danni del suo “At First Light”, contenuto nell’album “Ancient Dreams” del 1985, e chiede oltre dieci milioni di dollari come risarcimento. Comunque siano andate le cose, quel remix del brano, poi diventato la definitiva Dream Version, cambia la vita di Concina. BBC Radio 1 inizialmente si rifiuta di programmarlo perché strumentale, ma tornerà sui suoi passi qualche mese più tardi quando non potrà esimersi dal trasmetterlo, anche più volte al giorno. Sarà la Platipus, come riportato da Billboard ad aprile ’96, a sublicenziarlo alla Deconstruction del gruppo BMG anche se, nella citata intervista del novembre ’96, si legge che «Vannelli si accorse che la Platipus fosse in difficoltà e riacquistò i diritti cedendo “Children” alla Deconstruction». L’A&R di quest’ultima, James Barton, DJ e cofondatore del Cream di Liverpool, firma il contratto pochi giorni prima di Natale ma insiste che il pezzo non venga remixato, a suo dire è già perfetto nella versione originale. La Deconstruction si rivela ancora una volta determinante per cambiare le sorti di un brano partito in sordina, analogamente a quanto avvenuto pochi anni prima con “Don’t You Want Me” di Felix a cui abbiamo dedicato un articolo qui, ma non mancheranno spiacevoli sorprese per entrambi gli artisti che si accorgeranno, forse troppo tardi, che non è tutto oro quel che luccica.

Robert Miles e Joe T. Vannelli (1996)

Robert Miles e Joe T. Vannelli in una foto del 1996

Ristampato e ricopertinato anche dalla DBX, con l’aggiunta della Dream Version e della Message Version e senza più errori ortografici, “Children” conquista la vetta delle classifiche in ben diciotto Paesi del mondo e vende milioni di copie, dai tre e mezzo ai cinque, secondo diverse interviste. Un fenomeno, anzi, un “disco-evento” come lo definiscono più magazine nell’autunno/inverno 1995-1996. Vengono approntati ben due videoclip: il primo, diretto da Matt Amos, conta su riprese in bianco e nero e mostra vari paesaggi scorti da una bambina attraverso il finestrino di un’auto. Il secondo invece, di Elizabeth Bailey, è a colori ed alterna immagini dell’artista in discoteca a quelle di bambini che giocano. Due anche i concept alla base di “Children”: il primo, quello più acclarato, riporta ad una missione umanitaria a cui partecipa il padre di Concina nell’ex Jugoslavia nei primi anni Novanta, quando il Paese è martoriato dalla guerra civile. «Era lì per portare soccorsi e mi raccontò di bambini che soffrivano. Così una sera, in studio, mi misi a scrivere “Children”». Il secondo invece trova riscontro in alcune dichiarazioni di Concina, raccolte anche nel menzionato articolo di Billboard, che descrive “Children” come «antidoto ai beat brutali che prevalgono nei club techno italiani. È diventato l’ultimo disco delle serate, prima che il pubblico torni a casa». Insomma, un ipotetico contributo per ridurre le cosiddette “stragi del sabato sera” in cui ogni settimana perdono la vita decine di giovani, ed una risposta alle mamme antirock che, sin dai primissimi anni Novanta, demonizzano certi generi musicali, techno in primis, e sfidano i locali notturni chiedendo la loro chiusura anticipata. «Un disco paradisiaco, un genere che cercavo nei negozi ma che non trovavo mai, così me lo feci da solo, una specie di colonna sonora» dirà più avanti l’autore.

Sotto il profilo strettamente tecnico, “Children” è frutto di un equipment ridotto veramente all’osso. Pianoforte e chitarra provengono da una workstation Kurzweil K2000, il resto da un campionatore Akai S3200 e da un sintetizzatore Korg 01/W. L’effettistica invece è di un Lexicon. Il tutto mixato su un banco a 32 canali della Tascam. Tuttavia sul palco del Festivalbar, per un’esibizione rigorosamente in playback, l’autore finge di suonare per esigenze sceniche due tastiere che non figurano affatto nel descritto setup, una Korg M1 ed una Roland JD-800. Con gli stessi ingredienti Concina appronta il follow-up, “Fable”, uscito nella primavera del 1996 quando il successo di “Children” non si è ancora esaurito. Entrambi finiscono nella tracklist dell’album “Dreamland” con cui l’autore si aggiudica sedici dischi di platino e dodici dischi d’oro in ben ventuno Paesi del mondo. Tra i trofei anche un Brit Award come “rivelazione internazionale” e un World Music Award. Un trionfo globale che però è tutto fuorché pianificato a tavolino. Nell’intervista di Sada del ’96 si legge infatti che inizialmente nessun discografico si offre di pubblicare l’album. «Concina e Vannelli fanno il giro di tutte le major che, attraverso la bocca dei rispettivi A&R, rispondono che un prodotto simile non possa fare più di diecimila copie. Eppure dopo dieci giorni ne vende ben quarantamila, conquistando il disco d’oro in Germania».

premiazioni (sopra 1996, sotto Brit Award 1997)

Due dei tanti premi ricevuti da Concina. In basso, in particolare, viene immortalata la consegna del Brit Award come “rivelazione internazionale” nel 1997. Dietro di lui c’è Gary Barlow dei Take That

Da quel momento è un effetto domino. Spagna, Francia, Belgio, Gran Bretagna, Danimarca, tutti si innamorano della dream music di Robert Miles. Alla fine cedono pure i Paesi Bassi dove inizialmente “Children” pare un fiasco colossale. «Ad un mese dalla pubblicazione, avvenuta l’8 gennaio ’96, vendette appena sessantasette copie» dice nel menzionato articolo di Billboard Joost Walter, product manager della BMG olandese. «Adesso però ha raggiunto quota cinquantamila!». Nell’autunno dello stesso anno Concina pubblica un nuovo singolo, non incluso nella prima edizione di “Dreamland”. Si intitola “One And One”, vanta un remix di David Morales ed è cantato da Maria Nayler. Il testo invece è scritto da Billy Steinberg, Rick Nowels e Marie-Claire D’Ubaldo (proprio quella di “The Rhythm Is Magic”) per la cantante polacca Edyta Górniak, ma curiosamente il brano di quest’ultima viene pubblicato solo nel 1997, dopo l’uscita della cover di Miles. Parallelamente trapelano indiscrezioni sulla proposta avanzata da Clive Davis della Arista di lavorare col citato Steinberg, ex autore di Madonna e di Whitney Houston, oltre all’offerta di remixare brani della colonna sonora di “Evita” e collaborare con Trevor Horn, ma nulla va in porto, pare per mancanza di tempo.

Seppur il suono portante di “One And One” resti quello del pianoforte, la formula inizia a cambiare rispetto a “Children” e “Fable”. È il primo segnale con cui l’autore, nel frattempo trasferitosi a Londra, lascia intendere di non voler affatto vivere di rendita cavalcando passivamente l’onda del successo sino a quando il mercato sarà saturo. Lasciare la provincia italiana in favore della capitale britannica inoltre, cambia radicalmente le prospettive future dell’artista. «Da quando sono a Londra ho iniziato ad ascoltare musica diversa rispetto a quella che sentivo abitualmente in Italia» racconta a Joe Guzman su Trend, a giugno 2001. «È cambiato anche il mio modo di comporre ed arrangiare, ora utilizzo strumenti reali oltre a quelli elettronici». Ad ottobre del 2002 Concina torna sull’argomento sulle pagine di Jocks Mag nell’intervista a cura di Gianni Bragante: «Sono andato a vivere a Londra perché a mio avviso la scena musicale italiana è a dir poco scarsa e l’industria discografica continua a dare poco spazio ai giovani e a riproporre artisti che non hanno più nulla da dire. Londra invece è la città dove nascono le nuove tendenze e dove puoi trovare influenze multirazziali. La musica è sempre “fresca” e riproporre vecchi cliché non è visto di buon occhio. Credo inoltre che da quando sono qui la mia musica sia migliorata tantissimo. Errori da non rifare? Mi sono pentito di aver dato piena fiducia alle persone che avevo intorno quando ho iniziato la carriera da produttore/artista. Se mio figlio un giorno decidesse di intraprendere la mia stessa strada gli direi di stare in guardia da tutti gli squali che ci sono nell’industria discografica». Non è l’unica occasione in cui Concina parla in termini non entusiastici dei suoi inizi. A tal proposito, su Tuttodance a marzo 1997, rivela: «La mia prima esperienza discografica fu un flop totale, mi bidonarono come avviene a quasi tutti quelli che portano un provino per la prima volta. Non faccio nomi perché non serve, tanto sono famosi per i loro “pacchi” in tutto il mondo». A giudicare da come sono andate le cose però, viene da pensare che talvolta tra le indipendenti e le major non corrano molte differenze. In una biografia diffusa nel 2006 si legge infatti che «nel 1997, a causa della sua inesperienza nel business discografico, l’artista finisce col sentirsi alienato dalle persone che lo circondano, e decide di non concedere più interviste contrariamente a quanto avvenuto l’anno prima, quando ne rilascia almeno quindici/venti al giorno. Inoltre chiede alla casa discografica di utilizzare, per la copertina del nuovo album, una sua silhouette nera al posto di nuove fotografie. Questo per prendere le distanze dal sistema delle pop star, alludendo a quanto sia insignificante il ruolo dell’immagine rispetto alla musica a cui dovrebbe essere prestata invece la massima attenzione».

Robert Miles - 23am

La copertina di “23am”, il secondo album pubblicato nel 1997 e considerato il disco con cui Robert Miles inizia a “rompere” col suo passato e la musica dream

Effettivamente sulla copertina di “23am” (ma anche su quelle di successivi dischi nonché sul sito web) finisce proprio una silhouette a marchiare il nuovo corso artistico di Miles, quel post dream ripagato meno in termini commerciali ma testimonianza di quanto Concina volesse essere un artista vero, svincolato dalla necessità di soddisfare il grande pubblico e i dirigenti discografici per fini meramente economici. Essere libero di dare sfogo a ciò che sente dentro insomma, senza alcun impedimento o costrizione di sorta. “Freedom”, primo singolo estratto da “23am” ed interpretato da Kathy Sledge, testimonia l’intento, rimarcandolo anche col titolo e calandosi in una dimensione sonora del tutto scollegata dagli ambienti dance. A fornire l’accesso ai 4/4 è il remix di un guru della house, Frankie Knuckles. “23am” però non riesce a ripetere i risultati del predecessore. Singoli commercialmente inappetibili (“Full Moon”, “Everyday Life”) ed un suono più sofisticato e radicalmente dissimile da quello di “Dreamland” tradiscono le aspettative dei fan che scoprono Miles nel ’96 eleggendolo loro beniamino. Come se non bastasse a ciò si somma il rifiuto di prendere parte a programmi televisivi e concedere interviste radiofoniche. Anziché consacrare il nome di Miles, “23am” finisce col mettere in crisi il rapporto tra l’artista e la casa discografica, la stessa che lo accoglie a braccia aperte poco più di un anno prima. «Bloccato da un contratto con cui l’etichetta e il management», si legge ancora nella biografia, «lo considerano una sorta di slot machine in grado di produrre solo lucrativi cloni di “Dreamland” indipendentemente dalle proprie esigenze artistiche», Miles si ritrova insoddisfatto e qualcuno inizia ad annoverarlo ingenerosamente tra le meteore, una delle tantissime nel firmamento della musica. Per uscire da quella situazione è necessario liberarsi dalle “catene” della multinazionale, seppur si tratti di un processo lungo ed estenuante con notevoli costi legali, ma pare l’unico modo per riottenere l’indipendenza artistica.

«”23am” è stato manipolato dalla casa discografica e non è venuto fuori come lo volevo io» racconta Concina in questo articolo del 30 aprile 2001. «Doveva essere un disco strumentale ma la Deconstruction mi impose di inserire delle tracce cantate. Furono i dirigenti della stessa a suggerire il nome di Kathy Sledge, artista che rispetto ma che non era in sintonia coi miei orientamenti artistici di quel periodo». Ad incrinarsi sono pure le relazioni tra Concina e la JT Company/Jeity Music, rispettivamente casa discografica e società di edizioni musicali di Vannelli a cui l’artista riserva parole poco tenere, come si legge in questo articolo del 20 luglio 2000. «Se divorzio c’è stato, ribattono i portavoce delle due aziende milanesi, si tratta di una decisione unilaterale contro cui le stesse intendono far valere le loro ragioni. Con Concina JT Company e Jeity Music sono arrivate ad un accordo di fatto dopo due anni di trattative, formulando due distinte convenzioni, una delle quali riguardante la produzione passata dell’artista ed una relativa alle sue attività future, spiega il legale delle due società Fulvio Fiore, aggiungendo che a monte esiste anche una scrittura privata sottoscritta a Londra, in base a cui l’artista si impegna a consegnare altri quattro album ai miei assistiti. Miles però all’ultimo momento sembra averci ripensato, rifiutando di apporre la firma sui due documenti. La situazione è ulteriormente ingarbugliata dal fatto che i contratti coinvolgono una terza parte, il licenziatario BMG Ricordi, con cui ora Miles starebbe trattando direttamente cercando di scavalcare la sua ex casa discografica la quale, richiesta l’esecuzione degli impegni concordati, promette di non stare a guardare. Sui diritti di BMG Ricordi di pubblicare l’album in Italia non abbiamo nulla da contestare, dice Fiore, ma se Miles vuole negoziare per conto suo la pubblicazione all’estero delle sue prossime produzioni, allora ci vedremo costretti a bloccarne la circolazione».

“23am” apre un periodo burrascoso ma inaugura altresì un nuovo percorso per Concina, confermato nel 2001 da “Organik”, ormai distante galassie da “Children”. Rockol lo definisce «un disco fuori dal mainstream, intessuto di complesse trame acustico-elettroniche, ricco di suggestioni ambient ed etniche e di ospiti illustri» (Nitin Sawhney, Bill Laswell, Nina Miranda degli Smoke City, Trilok Gurtu ed altri come la London Session Orchestra, non nuova a sinergie trasversali di questo tipo, si veda quella coi tedeschi Dune di cui abbiamo parlato qui, nda). «Un album nato come una soundtrack immaginaria scaturita dalle suggestioni suscitate dalla visione di innumerevoli documentari televisivi a sfondo naturalistico, scientifico e storico-sociale». Rilevante il passaggio in cui l’artista spiega la scelta di gestirsi in totale autonomia: «Ho subito reinvestito i soldi guadagnati con l’obiettivo di conseguire il pieno controllo della mia produzione artistica e di essere libero dalle pressioni del business musicale. Oggi ho una mia etichetta, la S:alt Records, che pubblica il disco in tutto il mondo, Stati Uniti ed Italia esclusi, una società di edizioni musicali e due studi di registrazione a Londra, dove vivo ormai da cinque anni. Proprio in studio ho conosciuto Nitin Sawhney che a sua volta mi ha messo in contatto con musicisti come Laswell. Ho fatto ascoltare loro i provini che avevo buttato giù durante sette mesi di lavoro e di isolamento ad Ibiza, e hanno accettato di collaborare. Nina Miranda invece la frequentavo da tempo, avevamo lavorato insieme alla realizzazione di spot pubblicitari per la Martini».

album (2001-2011)

Gli album che Miles pubblica dal 2001 al 2011

La struttura messa in piedi da Concina gli permette quindi di fare la musica che desidera senza compromessi. Oltre all’etichetta discografica apre una casa editrice in Gran Bretagna, la Hardmonic Music, ed una negli Stati Uniti, la Hardmonic Music USA, oltre a varare MMM Management che si occupa di tutta la parte manageriale dei suoi progetti e delle attività come DJ. Infine acquista un capannone industriale dove allestisce due studi di registrazione (al piano terra) e posiziona gli uffici (al primo piano). Lasciati alle spalle i contrastati rapporti con le case discografiche, Miles si autofinanzia la produzione di “Organik” e il video del primo singolo estratto, “Paths”, costato pare quattrocentocinquanta milioni di lire e remixato, tra gli altri, dai Future Sound Of London. La S:alt, acronimo di Suitably Alternative, diventa la piattaforma su cui Concina convoglierà i restanti due album, “Miles_Gurtu” del 2003, in tandem con l’indiano Trilok Gurtu, e “Th1rt3en” del 2011, che segnano il progressivo e definitivo allontanamento dal mondo della discoteca e della dance. «Non voglio rinnegare le mie origini, sia chiaro […]. La mia strada artistica è passata per la dance ed è arrivata fino a qui dove sono ora con la mia musica» spiega in questa intervista del 2 maggio 2011. «”Th1rt3en” è molto sperimentale e sicuramente ha un’impronta rock. Ho osato nuovi suoni già nei due album precedenti ma in questo ho introdotto il genere che ha più caratterizzato i miei ascolti adolescenziali, quando seguivo il punk, l’alternative rock e il prog rock, bagaglio che mi sono portato dietro e che oggi potete ascoltare nei miei nuovi brani».

La dream degli anni Novanta, a conti fatti, rappresenta solo una breve parentesi della carriera di Miles, sebbene il grande pubblico di lui conosca e ricordi solo quella. «Gli anni Novanta sono stati davvero importanti per me. Ai tempi l’Italia era un Paese al passo col resto d’Europa, con la Germania ad esempio. Poi tutto sembra essersi perso per strada. Ora gli anni Novanta sono tornati alla grande, un po’ come i cicli della moda, anche la musica dance procede per fasi. Ricordo che quando avevo quattordici anni e cominciai a suonare nei locali, i dischi più ballati risalivano al periodo fine Sessanta/inizio Settanta, insomma esisteva già il classico revival». Del revivalismo però Concina non ne ha mai sentito bisogno, sono stati altri a riprendere la sua maggiore hit, da Gian Piero ai Tilt, da Tatana & Tyas ai 4 Clubbers, giusto per citarne alcuni dei tantissimi a cui si sono aggiunti, giusto poche settimane fa, anche MATTN, Klaas e Roland Clark con l’ennesimo remake. L’overdose di popolarità gli stava stretta come del resto la definizione “re della dream” affibbiatagli dalla stampa ma mai cercata anzi, se c’è qualcosa che non gli andava proprio giù era proprio il ritrovarsi etichettato come un banale prodotto di fabbrica destinato alla GDO. La vocazione, a giudicare da come sono andate le cose dopo il 1996, annus mirabilis della sua carriera, era ben altra, connessa in modo particolare agli ambienti cinematografici. I suoi brani infatti entrano in oltre cento film e spot pubblicitari e probabilmente i punti più alti li tocca quando “Trance Shapes” ed “Improvisations Part 2” finiscono rispettivamente nella colonna sonora di “The Bourne Identity”, con Matt Damon, e nel documentario “Derrida”, insieme alle composizioni di Ryuichi Sakamoto. La vita stessa di Concina è stata un po’ come lo storyboard di un film, di quelli emozionanti, avvincenti e ricchi di colpi di scena ma purtroppo con un triste finale che davvero nessuno si aspettava. Tuttavia la sua musica è riuscita ad oltrepassare il limite della vita terrena ed essere consegnata alle generazioni future, a dispetto della morte sopraggiunta troppo presto che non ci ha tolto solo un grande artista ma anche e soprattutto un grande uomo. (Giosuè Impellizzeri)

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JK Lloyd & Valoy – Divina Commedia (Dream Records)

JK Lloyd - Valoy - Divina CommediaNell’autunno del 1995 il successo della Dream Version di “Children” di Robert Miles (un disco passato del tutto inosservato nella versione originale del ’94) porta all’attenzione del grande pubblico un genere musicale noto in Italia come dream. Figlia della progressive trance, la dream trova riscontro soprattutto nel Nord-Ovest (Toscana, Liguria e Piemonte) dove discoteche come Duplè o Ultimo Impero la rendono un filone aurifero per un corposo pubblico. Tra i maggiori interpreti di tale corrente stilistica c’è Giancarlo Loi meglio noto come JK Lloyd, nato nel 1968 a Cagliari, in Sardegna, una regione ai tempi piuttosto inadeguata – analogamente ad altre come Sicilia o Calabria – per intraprendere attività discografiche perché priva del know-how necessario per quel tipo di lavoro.

«Iniziai a suonare il pianoforte a circa sei anni e in breve tempo mi accorsi di non volermi limitare a leggere ciò che era scritto sullo spartito ma ad inventare cose mie» racconta oggi l’artista. «Insieme al telescopio, il pianoforte è stato l’elemento che mi ha fornito più emozioni parallelamente alla fotografia, altra passione da me coltivata. Sviluppavo in modo autonomo foto in bianco e nero delle esposizioni scattate col telescopio. Amavo sperimentare parecchio e col tempo ho maturato una buona manualità. Per quanto riguarda il settore musicale invece, proposi le prime demo alla EMI nel 1989, durante un soggiorno nel Regno Unito. Riuscii però ad incidere i primi dischi solo qualche anno più tardi, quando nel 1994 Severo Lombardoni pubblicò “Hardbeat” e “Space Kaddozza”, che realizzai con vari sintetizzatori Roland ed una tastiera Gem, oltre ad un mixer Soundcraft ed una discreta scatola effetti. Solitamente evitavo di usare sample, preferivo creare suoni elaborando e sperimentando i timbri che trovavo più accattivanti. Non possedendo un mixer con automazioni, per il missaggio finale dei primi pezzi fui costretto a silenziare manualmente alcune tracce che però lasciavano un fruscio di sottofondo, un classico per chi lavorava in analogico. Trovare un’etichetta disposta a pubblicare la mia musica fu una vera impresa giacché la maggior parte delle case discografiche erano gestite da A&R incapaci di vedere oltre il proprio naso e senza alcuna predisposizione a scovare talenti se non dopo che questi avessero già riscosso un discreto successo. A testimonianza di ciò è lo stesso fenomeno della dream music, che non fu scoperto da nessun talent scout ma autoprodotto da chi creò lo stesso genere. Solo successivamente i produttori di varie label si accodarono raccattando produzioni a destra e a manca. La mia regione poi era veramente lontana dai quartieri generali delle aziende discografiche che solitamente avevano le sedi in Lazio o in Lombardia».

JK Lloyd durante un live nel 1992

JK Lloyd durante una live performance nel 1992

Come già detto, il pubblico mainstream si accorge della musica dream solo dopo il successo di Robert Miles, ma quel filone stilistico, una sorta di versione ballabile del synth pop/new age cinematografico di artisti come Jean-Michel Jarre, Vangelis, Kitaro, Ryuichi Sakamoto o Giorgio Moroder (coverizzato, tra i tanti, da DJ Dado in “Metropolis”) esiste già da almeno un paio di anni in alcuni club. Si potrebbe quindi attribuire a qualcuno il ruolo di “padrino” della dream nostrana? «A mio avviso il primo brano definibile dream venne prodotto da Roland Brant nel 1993, “Nuclear Sun”, autentica pietra miliare di questo genere» sostiene Loi. «Ai tempi avevo già realizzato parecchi brani in quello stile, nutrendo una predilezione per i suoni degli strumenti classici ma con un tocco di elettronica, formula a cui mi dedicai dal 1993 in poi. Proprio grazie alla collaborazione con Roland Brant, personaggio a cui giunsi attraverso la DJ Babayaga, produssi “Over Me”, un brano che mischiava timbri house e dream ma che, nel ’94, vendette solo poche centinaia di copie. Tuttavia proprio grazie a quel pezzo Brant mi propose di lavorare insieme a lui nel DB One Studio a Dalmine, di proprietà del maestro Bruno Santori».

In studio nel 1993

JK Lloyd nel suo studio nel 1993

Diverso il riscontro riservato all’EP “Divina Commedia”, uscito nel 1995 sulla Dream Records del gruppo Discomagic e contenente quattro versioni codificate con nomi di ispirazione dantesca, Inferno, In Purgatorio, In Paradiso e In Limbo. All’interno Loi alterna classici stilemi dream con chiari riferimenti new age e trance. «La melodia di “Divina Commedia” la immaginai una sera mentre rientravo a casa, a Cagliari. Si rifaceva ad un’aria di un brano dei Cure intitolato “Trust” che continuava a tornarmi in mente ma con evoluzioni melodiche diverse. Feci in tempo a scendere nella cantina dove tuttora c’è parte dello studio e trascrissi subito le note sul sequencer, non avevo nulla con me che mi permettesse di “immobilizzare” quelle intuizioni, il rischio che le idee sparissero era piuttosto elevato. Poi nelle quattro notti consecutive realizzai e finalizzai le altre versioni. Sapevo già cosa avrei dovuto mettere sul nastro e lavorare stabilmente in discoteca mi diede la possibilità di proporre i miei nuovi pezzi in anteprima, testando dal vivo le reazioni di chi ascoltava e ballava. Era un periodo in cui non c’erano grandi punti di riferimento o tendenze imperanti e ciò permise una maggiore sperimentazione. L’EP stesso fu un vero esperimento in cui non riposi alcuna aspettativa. Non ho idea di quante copie abbia venduto, anche perché venne licenziato in tantissime compilation edite in tutto il mondo. Non essendo direttamente al corrente degli accordi che la casa discografica stringeva, per me era praticamente impossibile quantificare con precisione. Solo dopo aver ricevuto i rendiconti SIAE potevo farmi un’idea più chiara, ma il conteggio dei diritti maturati resta comunque un argomento abbastanza delicato e complesso. Capitava spesso, ad esempio, di dover attendere qualche anno prima di avere dati certi sugli introiti esteri. Comunque Lombardoni non batté ciglio quando gli feci ascoltare i pezzi in quanto aveva già precedentemente pubblicato alcuni miei brani ed intuì che non avrebbe sicuramente perso del denaro. Realizzai “Divina Commedia” con tanta emozione ma sono del parere che non bisogna mai scambiare la propria emozione con l’aspettativa dei gusti altrui. Frequentemente accade infatti che ciò che piace a chi produce non venga recepito dal pubblico in egual maniera. Il successo poi è questione di fortuna, casualità ed altre imprevedibili variabili».

Quasi contemporaneamente a “Divina Commedia” JK Lloyd pubblica “Onirika” in cui figura un brano intitolato “Tribute To Jean Michel Jarre”, modo per tributare in modo chiaro e netto uno dei maggiori ispiratori della dream music. A tal proposito Loi spiega: «I pezzi di “Onirika” nacquero, ancora una volta, senza alcuna aspettativa ma semplicemente combinando suoni ed emozioni non filtrate da nient’altro. Il pezzo-tributo a Jarre, in particolare, lo composi dopo aver ascoltato un suo live da cui presi un campione. Le mie influenze maggiori risiedono nelle discografie di Genesis, Deep Purple, Vangelis, Kitaro, Pink Floyd, Beatles, Rolling Stones ed ovviamente lo stesso Jarre, oltre ad un vastissimo repertorio di musica classica. La radio e i dischi dei miei zii furono determinanti per il mio orientamento stilistico. Il tutto senza un ordine preciso ma guidato semplicemente dal gusto e dalla mia curiosità».

Onirika catalogo

Alcune delle pubblicazioni più note tratte dal catalogo Onirika, una delle etichette create e gestite da JK Lloyd

Nel 1996 Onirika diventa anche l’etichetta personale di Loi, gestita ancora dalla Discomagic del compianto Lombardoni. Tolte pochissime eccezioni, come “Legenda” di Franzoso, il catalogo è occupato dalle produzioni dello stesso autore. «Il rapporto con la Discomagic fu da subito molto redditizio. Una delle prime persone che incontrai in Via Mecenate fu Claudio Diva, all’apparenza distaccato ma in realtà molto sensibile. Mi diede ottimi consigli e mise una buona parola con Severo per produrre i miei primi brani. In Discomagic allora lavorava pure Max Moroldo, che in seguito ha fondato la Do It Yourself. Fu lui a credere di più in Onirika, etichetta nata a dicembre ’95, subito dopo aver firmato il contratto per la distribuzione di “Divina Commedia”, “Pyramids Of Giza” e qualche altro 12″, oltre alle due compilation “Pura Dream” e “Pura Progressive”. Fondamentalmente Onirika si sviluppò per il mio personale desiderio di creare una piattaforma apposita per brani composti ed arrangiati completamente da me. Insomma, volevo fornire una maggiore identità alle cose che avrei realizzato da quel momento in poi. In passato avevo scartato tante idee e brani a causa dell’incompetenza e scarsa lungimiranza di discografici inetti, ma Onirika mi fornì finalmente la conferma che il mio percorso musicale, intrapreso sin da piccolo, fosse giusto. Moroldo proponeva i miei brani alle radio in maniera eccellente, senza che io neanche venissi a conoscenza. Fece bene il suo lavoro, credo con una buona dose di sano entusiasmo. Una buona intesa la strinsi anche con Lombardoni, tanto che iniziammo a frequentarci anche al di fuori della Discomagic dove però non parlavamo mai di musica. Era una persona rara ma altrettanto rare erano le occasioni di trovarlo fuori dal suo ufficio. Parallelamente alla Onirika, curai anche altre etichette, la Excalibur, la Loi Records e la Virtual Vision attraverso le quali produssi altri brani con diversi pseudonimi».

Nel catalogo Onirika si rintracciano pezzi come “Piramids Of Giza” di Gravity One, allineato al minimalismo di Emmanuel Top, “Nephertity” di Alex Remark, sorretto da una struggente melodia, e “Virus” di Gravity Of Force, contraddistinto da arpeggi ipnotici, tutti supportati da Molella nel suo programma “Molly 4 DeeJay” ai tempi particolarmente rilevante, secondo quanto dichiarato da più artisti nel corso degli anni, sulle vendite dei dischi. «Le radio, tra cui Radio DeeJay, accentuarono l’interesse nei confronti di questi brani ma credo che il vantaggio sia stato reciproco. Tengo però a precisare che i maggiori introiti derivavano dalle licenze all’estero e non dal mercato interno che invece manteneva un livello praticamente costante. Ad incidere positivamente erano soprattutto le compilation.

 

Live @ Le Cinemà, Milano (1995) A

JK Lloyd durante un live al Le Cinemà di Milano, nel 1995

“Piramids Of Giza”, nello specifico, fu il risultato di esperienze maturate nei locali in cui mi esibivo come live performer. Lo registrai durante il periodo delle feste natalizie del ’95 ma durante la prova master, mentre registravo sul nastro digitale, mancò improvvisamente la corrente elettrica e tutti gli strumenti si bloccarono. Alcuni erano provvisti di lettore floppy disk che si bucarono proprio sul pezzo, rendendo praticamente impossibile ogni possibilità di recupero. Secondo me fu un segno che il pezzo dovesse essere prodotto così, senza ulteriori modifiche, ed infatti optammo per il formato 10″ inciso su un solo lato. Il resto lo fecero le vendite all’estero dove, tra 12″ e compilation, oltrepassò la soglia delle centomila copie».

La lista di pseudonimi utilizzati da Loi è lunghissima e curiosamente molti di questi appaiono abbinati simulando la collaborazione tra due (o più) presunti artisti (si veda JK Lloyd – Valoy Family Groove per “Hardbeat” e “Space Kaddozza”, JK Lloyd & Alex Floor per “Return To Flyd”, JK Lloyd – Valoy per “Onirika” e “Divina Commedia”, JK Lloyd & Alex Remark per “The Event”, giusto per citarne alcuni). «Realizzavo così tanti brani (ad oggi ho superato la soglia dei trecento!) che fu necessario inventare più alias per pubblicarli contemporaneamente. Nel contempo ebbi anche bisogno di persone che potessero impersonare il relativo nome. Valoy, ad esempio, è lo pseudonimo di mio fratello Valentino. Mi capitò spesso di trovarmi in studio con altri artisti ma non ho mai desiderato realmente condividere quello spazio, la musica era la proiezione del mio ego. Non nascondo che sono stato anche un ghost producer (tematica a cui abbiamo dedicato un reportage qui, nda) ma preferisco non rivelare i dettagli. Credo che i pezzi commissionati da terzi, pagati e ceduti, debbano essere dimenticati. È meglio quindi pensare e valutare ciò che si sta facendo affinché quella scelta non comporti rimpianti. Nel mio caso l’ho fatto perché avevo bisogno di soldi per vivere fuori dalla mia città. Una volta consolidata la mia posizione da produttore però, avevo abbastanza denaro per andare avanti per anni e quindi non vendetti (o regalai) più brani a nessuno».

Live @ Le Cinemà, Milano (1995) B

Un’altra foto del live di JK Lloyd al Le Cinemà di Milano, nel 1995

Nel 2006, in piena rivoluzione digitale, Onirika si trasforma in Onirikalab. Anche Loi, come chiunque altro abbia operato nel mondo musicale pre-internet, potrebbe indicare pro e contro della digitalizzazione. «Internet ha offerto gratuitamente servizi per i quali prima era previsto un compenso. Dopo il 2002 il mercato discografico ha cominciato a soffrire la crisi delle vendite ed io iniziai ad incontrare parecchie difficoltà nel trovare un distributore. Il vistoso calo economico non deponeva a favore di un possibile rientro dell’investimento. A partire dal 2004 ho realizzato una serie di brani che ricalcavano i generi da me proposti negli anni precedenti. Ne terminai dieci in qualche mese e, riascoltandoli, decisi di creare altrettante versioni eliminando la sezione ritmica. Commissionai il mastering ad uno studio londinese e proposi il doppio album intitolato “H.O.D. (History Of Dream)” a vari produttori discografici sparsi per il mondo ma purtroppo nessuno si mostrò interessato alla produzione o coproduzione. Il caso volle che in quel periodo mi imbattei in una delle prime società aggregatrici di etichette destinate agli e-store negli Stati Uniti come iTunes, Napster o Rhapsody. Registrai negli States la Onirikalab e il 31 agosto 2006 “H.O.D. (History Of Dream)” venne distribuito in tutto il mondo, col supporto editoriale del sopraccitato Moroldo della Do It Yourself. Il 16 settembre era già in molte classifiche di vendita in tanti Paesi, compresa l’Italia, dove risultò uno dei cento album più downloadati dell’anno. Alla luce di ciò, la mia esperienza nel mondo digitale è positiva.

Oggi gran parte della musica viene prodotta per aspettative redditizie e per un consumo immediato, motivo per cui assistiamo al successo e al declino di molti personaggi in tempi assai rapidi. Con questi presupposti non credo ci siano grandi probabilità che brani attuali restino nella storia così come avvenuto sino al 2000. Esistono naturalmente delle eccezioni ma i tempi sono cambiati insieme agli interessi delle giovani generazioni. Trent’anni fa vivevamo di musica, adesso si vive invece di tecnologia e la musica è diventata solo un contorno poco considerato. È impensabile ambire o avvicinarsi alle soglie di vendita di appena venti anni fa e questo lo capiamo dai continui cambiamenti che interessano i riconoscimenti attribuiti: oggi un disco di platino lo si ottiene con “appena” cinquantamila copie, prima bisognava superare il milione»(Giosuè Impellizzeri)

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Voyager – Hypnotribe (Discomagic Records)

Voyager - HypnotribeLe carriere di numerosi personaggi legati agli anni Novanta iniziano già nel decennio precedente, quando in Italia la musica dance è praticamente tutta ascrivibile ad un unico genere, l’italodisco. Il discorso vale anche per Sergio Datta, DJ dal 1981 ed artista discografico dal 1984, anno in cui debutta con “You Must Dance” di System Band, a cui l’anno dopo segue “El Gringo” di Anticamera. «Quando “You Must Dance” venne pubblicato in Italia dalla Babalú Records il nome era S.S. Band, la doppia S stava per Sandro e Sergio, ma i nostri discografici sostennero che qualcuno avrebbe potuto equivocare attribuendo ad esso un significato nazista e quindi ostacolare le vendite (migliaia di copie ai tempi). Così, quando il disco fu ripubblicato all’estero, optammo per System Band» oggi chiarisce Datta.

«Sia S.S. Band che Anticamera nacquero da idee mie e di Sandro Pitzalis, col contributo di un musicista, Maurizio Leone, che tra l’altro venne immortalato con noi su entrambe le copertine, e di Stefano Roletti, il nostro tecnico e factotum, che non figurava nell’artistico ma che era a tutti gli effetti il quarto componente di S.S. Band ed Anticamera, anche sul piano finanziario. Inoltre nella pubblicazione di S.S. Band furono coinvolti pure Mario Bernardi, fonico dello studio A dei G7 Recordings Studios di Torino, e Gualtiero Gatto, proprietario di quegli studi nonché editore del brano. In Anticamera invece presero parte diverse ragazze immagine. Il mio approdo alla discografia fu una naturale evoluzione all’attività del DJ, nonostante le difficoltà e i rilevanti costi che la tecnologia di allora imponeva, tra affitto degli studi di registrazione, fonici, turnisti, nastri, trasferte ed altro. Dai primi anni Novanta in poi, con la rivoluzione digitale, tutto divenne più semplice e soprattutto economico».

Dopo qualche anno di pausa, Datta si riaffaccia quindi sul mercato discografico attraverso nuovi progetti come Niño Nero ed Orkestra ma soprattutto Voyager, del 1993, connesso alla progressive trance. «Facevo già coppia in studio con Maurizio De Stefani ed attraverso Voyager ampliammo la collaborazione facendo entrare un nuovo elemento nel team, Gigi D’Agostino, conosciuto qualche mese prima in occasione del remix di una nostra produzione, “Sexo Sexo” di Wendy Garcia. A Gigi, che all’epoca era un promettente DJ con cui condividevamo la consolle del Due di Cigliano ed instaurammo un rapporto di amicizia anche al di fuori dell’attività in discoteca, piaceva molto la versione originale, quella che ebbe parecchio successo nel Regno Unito e che rimase per diversi mesi nella classifica di Italia Network, subito dietro a “Yerba Del Diablo” dei Datura. Ci chiese di poter fare un remix ed accettammo. La sua versione, firmata Noisemaker, finì su PLM Records insieme a quelle di Mr. Marvin e di Le.B alias Lello B., oltre ad una nostra rivisitazione. Per Gigi e Lello fu l’esordio discografico. Successivamente creammo Voyager che gravitava intorno a quattro presenze. Oltre a me, Maurizio e Gigi c’era anche Michele Generale, musicista e proprietario del Mik Studio, a San Giorgio Canavese, dove videro luce tutte le nostre produzioni uscite dal 1991 al 2002. Non ricordo esattamente le ragioni che ci spinsero ad optare per Voyager ma credo che ad ispirarci fu la passione comune per la fantascienza. In studio Michele metteva in pratica ciò che noi DJ cercavamo di trasmettergli. Certo, era un po’ una “lotta” perché la formazione musicale di un DJ è radicalmente differente da quella di un musicista, ma comunque il nostro era un vero lavoro di team, a partire dalla scelta dei campioni da usare sino all’immagine da apporre in copertina. Trascorrevamo giorni interi (e soprattutto notti) sull’elaborazione di un suono, di un loop, di una melodia. Poi talvolta capitava di perdere tutto il lavoro svolto a causa di un black out improvviso (lo studio era in aperta campagna) o di una distrazione per la stanchezza».

Il lato a ospita “Hypnotribe” rivista in due versioni: la Noisemaker Mix realizzata da Gigi D’Agostino punta a soluzioni minimaliste, analoghe a quelle che avrebbe battuto da lì a breve il citato Lello B. ma con totale assenza di melodia, e la Batucante, prevedibilmente connessa a percussioni batucada che l’anno prima sono protagoniste in pezzi di successo come “Give It Up” di The Good Men e “Batucada” di DJ Dero. Il lato b invece, con le due versioni (Extended Mix e Progressive Mix) di “Baseball Furies”, guarda in modo diretto verso la dream progressive che sarebbe scoppiata commercialmente un paio di anni più tardi. Entrambe anticipano quanto D’Agostino promuove su BXR nel biennio 1996-1997 e suonano come prodromi della futura mediterranean progressive. «Volevamo pubblicare un disco che contenesse due idee distinte in linea con le tendenze di allora. “Hypnotribe” era più essenziale e “dritta”, “Baseball Furies” tipicamente progressive. Sul disco i pezzi li firmò solo D’Agostino perché, molto intelligentemente, si era già iscritto alla SIAE contrariamente a noi, ma i pezzi furono creati in modo corale. La cosiddetta “mediterranean progressive” ha radici profondissime a San Giorgio Canavese. Dallo studio di Generale passarono davvero in tanti, da Gianni Parrini a Giacomo Orlando, dal sopracitato Lello B. a Daniele Gas e molti altri. Anche Luca Noise è nato discograficamente al Mik Studio, qualche anno dopo. Gli strumenti che adoperavamo erano essenzialmente una tastiera collegata in MIDI con banchi di suoni, una drum machine Roland TR-808, una Roland Bassline TB-303 ed un campionatore Akai S1000 con cui capitava di “catturare” suoni dall’ambiente reale e poi fonderli nella ritmica. Una volta, ad esempio, usammo il rumore delle forbici come elemento percussivo. Registravamo su nastro multipista e poi realizzavamo il master su DAT. Tempistiche? A volte “partorivamo” la traccia in appena una notte, in altre occorrevano quindici giorni o un mese. Le ispirazioni erano diverse ma non essendo un musicista non era nel mio DNA creare melodie dal nulla. Il DJ, in consolle e in studio, rielabora, trasforma, unisce, taglia, mischia, rivolta e stravolge cose già sentite creando dell’altro, magari inedito. Proprio in questo risiede l’arte del DJ. “Baseball Furies” si intitola così perché contiene un campione vocale femminile tratto dal film “I Guerreri Della Notte” estrapolato dalla versione originale in lingua inglese che si chiamava “The Warriors”. Il frame ritraeva la bocca della speaker radiofonica mentre esclamava “baseball furies dropped the ball, made an error, our friends are on second base and tryin’ to make it all the way home”. Adesso la si può trovare in un secondo su YouTube ma ai tempi non era così facile, ed infatti campionammo la frase da una mia videocassetta originale del film. In quel momento la progressive era molto diversa dalla house classica, dall’acid, dalla new beat, dalla techno, dall’hip house e dall’eurodance tradizionale, rappresentava un movimento avanguardista, una club culture, e la suonavano solo nei locali “di tendenza” e nelle serate “più avanti”. Diede vita a concetti e figure professionali che avrebbero segnato profondamente il mondo delle discoteche da lì in poi. I PR ed art director nacquero proprio con queste serate, le grafiche promozionali iniziarono ad essere sempre più curate ed emersero grandi coreografie con imponenti e spettacolari scenografie. Partirono eventi che riuscivano a muovere migliaia di persone da ogni parte d’Italia, con orari prolungati e line up importanti. Basta guardare qui, qui, qui e qui per farsi un’idea di cosa intendo. Tornando a parlare del disco di Voyager, non ricordo esattamente quante copie vendette ma siamo nell’ordine di qualche migliaio. In assenza di internet potevi ipotizzare qualcosa, relativamente al mercato italiano, in base alle ristampe o ai passaggi radiofonici ma non conoscemmo mai il numero esatto di copie vendute, né dei singoli e né tantomeno delle compilation in cui quei pezzi finirono. Su licenze e vendita all’estero poi il buio più totale. Di buono c’era che al momento della stipula del contratto, Lombardoni pagava sempre un cospicuo acconto». La Discomagic Records ripubblica “Baseball Furies” annoverando alcune nuove versioni tra cui i remix di Gianni Parrini e di Gigi D’Agostino. Marginali variazioni riguardano la copertina. «A realizzarla fu il grafico che lavorava alla Discomagic, a Milano, ma l’immagine fu fornita personalmente da me».

Nel 1994, ancora sull’etichetta guidata dal compianto Severo Lombardoni, i Voyager pubblicano un nuovo 12″, “City Of Night”, cover dell’omonimo dei Rational Youth del 1982. «Fu una mia idea quella di riprendere quel pezzo perché, nel periodo “afro” nei primi anni Ottanta, lo suonavo spesso nei miei set». Successivamente il progetto Voyager viene portato avanti dai soli Datta e De Stefani che, tra 1995 e 1996, incidono altri due singoli, per la Metrotraxx e la Subway Records, entrambe etichette appartenenti al cosmo Discomagic. «C’era molto fermento e tante possibilità, si trattava essenzialmente di fare delle scelte. D’Agostino era artisticamente cresciuto, non aveva legami sentimentali ed essendo caratterialmente un “solista” poco incline alle collaborazioni, colse al volo l’opportunità che gli venne proposta ed entrò a far parte della Media Records. Io invece ero sposato, mia moglie era in dolce attesa e conducevo un’altra attività lavorativa di cui mi occupo tuttora. Fare il DJ a tempo pieno avrebbe significato stare lontano da casa e non poter vivere e curare gli affetti personali. Scelsi questi ultimi e in tutta franchezza non me ne sono mai pentito».

Nel 1996, anno di consacrazione mediatica della progressive, Datta, De Stefani e Generale incidono per la UMM il secondo volume di “Save The Planet” di Divine Dance Experience che contiene “To The Rhythm”, oggetto di un buon airplay radiofonico (entra persino nella DeeJay Parade). Per alcuni è un momento intramontabile ma per altri è più tristemente l’inizio della fine perché sancisce la disintegrazione di un movimento nato anni prima nell’oscurità delle discoteche specializzate e poi trascinato in contesti completamente diversi con una conseguente flessione creativa. «Senza dubbio quel periodo rappresentò l’apice del clubbing e dei festival italiani legati alla musica progressive. Il “Save The Planet ’95”, a cui prima facevo riferimento, fu un evento epocale. Poi, come sempre accade, iniziò un lento decadimento del fenomeno che si esaurì del tutto tra 2002 e 2003. Dal ’98 inoltre tornò in voga la house cantata, soprattutto quella americana e francese sulla spinta di Daft Punk, Martin Solveig e Bob Sinclar. Tuttavia, se anche le nuove generazioni continuano a ballare ed apprezzare la musica prodotta negli anni Novanta, significa che facemmo un buon lavoro. Personalmente resto legato a tutti i dischi che ho prodotto, anche perché non ci siamo mai fossilizzati solo su un genere. Con Maurizio De Stefani, tra l’altro, continuo a collaborare ancora oggi, e a noi si è unito il musicista Andrea Demarchi». (Giosuè Impellizzeri)

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Daniele Gas & Davide Calì – Cose Meravigliose (Subway Records)

Daniele Gas & Davide Calì - Cose MeraviglioseLa Subway Records ricopre un ruolo ben definito nell’immenso scenario marchiato (italo) progressive, sviluppatosi tra 1993 e 1997 circa. Nata tra le mura della milanese Discomagic e guidata da Claudio Diva, è tra quelle che genera la variante definita “dream” che funziona particolarmente tra Toscana, Piemonte e Liguria, e trasforma brani Lello B., Daniele Gas e Gigi D’Agostino in veri e propri classici intramontabili per gli appassionati. Ad approdare su Subway, nel 1995, è anche Davide Calì, in attività già da qualche anno e particolarmente attratto dai suoni della techno.

«Il mio primo disco fu “Xabrax” di D.G. Sound Project, realizzato in collaborazione con Alex Neri e Marco Baroni dei Planet Funk. Uscì nel 1992 su Oversky Records e proprio da quel mix partì tutto. Ad Alex piacque molto il demo inciso su cassetta e mi disse che l’avremmo finito insieme nel loro studio. Portai con me i miei strumenti e con la loro collaborazione realizzammo quell’EP di tre tracce a cui seguì “That Is All” di Software, pubblicata dalla S.O.B. (Sound Of The Bomb) del gruppo Dig It International a cui invece sottoposi un DAT». A raccontare è Calì, particolarmente attivo con vari pseudonimi. Alla Subway arriva con “Blue Dav”, in chiave dream, a cui segue “Cose Meravigliose”, realizzato a quattro mani con Daniele Gas, già reduce da una fortunata collaborazione con Gigi D’Agostino di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui.

«Incontrai Daniele in Discomagic dove entrambi portavamo le tracce alla mitica Subway. Claudio Diva ascoltava i brani e decideva se pubblicarli o meno. Ci piacevano reciprocamente le nostre produzioni e così decidemmo di provare a collaborare. Lo invitai nel mio studio e dopo un po’ di tempo mi chiamò. Aveva il weekend libero, era il momento giusto per concretizzare l’idea. Usammo strumenti analogici tirando dentro in più occasioni anche il pianoforte (che suonavo personalmente), soprattutto per “04 – 09 – 95 Sunset (Intro)”. Era il sound adatto alla Subway Records, tra ritmi da ballare e suoni che cullavano la mente, come violini e canti di uccelli in sottofondo registrati nelle campagne di Castelnuovo Magra. Realizzammo tutto in circa cinque giorni e nelle pause delle session andavamo verso il mare per raccogliere nuove ispirazioni. Non ricordo quante copie vendette il mix ma lo passarono parecchie radio, persino in Rai. La data che divenne il titolo del brano indicava il giorno in cui terminammo i lavori. Tra i credit c’era anche una piccola poesia che scrissi insieme a Daniele».

Ai quattro minuti e mezzo dell’intro segue “Cose Meravigliose “Theme””, diviso in due sezioni: la prima luminosa e ricca di melodie sognanti ottenute con archi che anticipa lo stile sviluppato dal 1996 da Gas e Michele Generale nel progetto Nylon Moon, la seconda più scura, infilata in mezzo a suoni increspati, quasi acidi, nettamente in contrasto coi precedenti. Seguono “Beautiful Silence (Blue Dav)” e “Green Light (Domina Dawn)”, aderenti alla progressive trance tipica di casa Subway. «Purtroppo dopo quella esperienza io e Daniele ci perdemmo di vista, anche se a me piaceva moltissimo collaborare con altri in studio, mescolare le idee voleva dire aumentare la creatività. In quegli anni infatti ho realizzato brani con molti colleghi tra cui Alessandro Tognetti, Fabio Kinky, Gianni Parrini e Francesco Zappalà, giusto per citarne alcuni».

Calì, come detto prima, si rivela particolarmente prolifico ed incide molta musica per altrettante etichette. Alla Subway destina altri 12″ tra cui “Acid Benz”, che strizza l’occhio allo stile di Emmanuel Top su Attack Records, mentre su In Lite, Whole Records (del gruppo Media Records) e Metrotraxx convergono cose dal taglio più progressive trance. «La Subway Records era la mia label di riferimento per le tracce un po’ più “facili” mentre la Mammut del gruppo Dancework, su cui uscivo prevalentemente come Karma, pubblicava i miei album (in formato doppio mix) o singoli dai suoni maggiormente ricercati. Comunque, al di là dei generi, considero ogni brano come un figlio, ogni pezzo ha una sua storia e fa parte di me».

Tra la fine degli anni Novanta e i primissimi Duemila Calì figura, con Francesco Passantino e Roberto “Robo” Bonini, nella formazione degli Air Kraft Vision che stuzzicano il pubblico con un curioso abbinamento tra strumenti hardware, solitamente relegati allo studio ed ora portati nelle consolle delle discoteche, ed una serie di oggettistica “casalinga” come tazzine da caffè, pentole, cucchiai e persino un asse da stiro. «L’idea di base era proprio traghettare drum machine e sintetizzatori nel contesto live delle discoteche, creando musica dal vivo e mixandola in diretta, senza ricorrere a pre-registrazioni. Poi, con l’aiuto di Francesco Zappalà a cui piacque molto il progetto, cominciammo a fare parecchie date in locali/eventi importanti come Insomnia, Imperiale e The West. Dopo qualche tempo tutto si interruppe e io fui il primo ad abbandonare il gruppo ma mi riservo di svelare la ragione».

Gli Air Kraft Vision vengono parzialmente rimpiazzati dagli SpostaMenti (Passantino, Calì e Zappalà) che si esibiscono live in occasione del Distorsonie 2003, a Bologna, figurando in una line-up che annovera anche Andrea Benedetti, Lory D, DJ Stingray e Derrick May. Negli anni a seguire Calì prosegue senza soste la carriera, fondando prima Equilibria Records nel 2006 e poi la Reiz Musik (nel 2009) e la Animus (nel 2014) attraverso le quali esplora, sia da solo che attraverso altri artisti, techno, tech house, minimal ed ambient. (Giosuè Impellizzeri)

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Gigi D’Agostino & Daniele Gas – Creative Nature Vol. 2 (Metrotraxx)

gigi-dagostino-daniele-gas-creative-nature-vol-2La cosiddetta “progressive” cresciuta in Italia nel triennio 1993-1996 e decaduta nel 1997 è tra i generi più amati dai nostalgici. Sviluppatasi nei club, soprattutto tra Toscana e Piemonte, e man mano diffusasi a macchia di leopardo in tutto il territorio nazionale, lascia un solco, anche molto profondo, nella storia della dance nostrana per merito di un’esposizione commerciale, la stessa che poi ne decreta impietosamente il declino. Uno dei dischi cardine (o “disco storia”, secondo un lessico andato diffondendosi su YouTube) è senza dubbio “Creative Nature”: il primo volume esce nel 1994 su Subway, una delle etichette di maggior spicco del gruppo Discomagic, ma è firmato solo da uno degli artisti che invece contraddistinguono il più noto secondo volume.

«Ai tempi io e Gigi non ci conoscevamo ancora benissimo e quindi decisi di fare questo esperimento da solo» racconta oggi Daniele Maffei alias Daniele Gas. «Il primo volume di “Creative Nature” rappresentò l’avvio della mia sperimentazione con la musica techno/trance ma in quell’anno, il 1994, non ero ancora iscritto alla SIAE e peraltro ritardai molto a fare tale passo perché inizialmente lo ritenevo solo una sorta di gioco o poco più. Ecco perché i miei primi dischi (come “Tin Drums” di Tin Drums, “Dirty Work” di Groove Planet ed “Into The Bytes” di Neurone, nda) li firmarono come autori Gigi D’Agostino e Miki Generale. La collaborazione con Gigi poi nacque un po’ per caso. Ci incontravamo spesso in studio e lui non aveva ancora realizzato produzioni “vere e proprie” ma solo alcuni remix (per “Uipy” di Rave Tirolers, “Hypnotribe” e “Baseball Furies” di Voyager o “Sexo Sexo” di Wendy Garcia, nda). Diventammo molto amici e mi propose di affiancarlo in consolle in vari locali di Torino. Fu così che prese forma l’idea di lavorare insieme anche in studio dove però non eravamo molto organizzati. Prenotavamo la sala e solitamente ci restavamo sino al mattino successivo perché nella maggior parte dei casi le buone idee affioravano sempre e solo di notte. Non c’erano ruoli precisi, ad entrambi ci piacevano i “drittoni” con sopra le melodie. Solitamente io mi occupavo proprio delle melodie, suonandole, mentre lui curava la ritmica, ma poteva capitare che i ruoli fossero invertiti. Per eseguire quei riff non bisognava certamente essere diplomati al conservatorio o avere una preparazione musicale specifica, bastava solo un po’ di orecchio musicale».

Effettivamente gran parte della progressive (e della corrente parallela ribattezzata dream) non fa leva su particolari doti compositive degli autori. Molti brani giocano sull’epicità delle concatenazioni melodiche ma offrono ben poco nel disegno ritmico o nell’arrangiamento. Il minimalismo ottenuto con groove in 4/4, un basso in levare ed una melodia più o meno azzeccata (elementi che vengono premiati dal successo planetario di Robert Miles) non sempre porta a risultati memorabili. C’è però chi con pochissimi elementi riesce a fare la differenza, proprio come Gas e D’Agostino, che riportano in vita il brano “Creative Nature” attraverso un fortunato remix chiamato Giallone, anche se riascoltare la versione di partenza chiarisce come le idee ci fossero già tutte, e il noto remix (giunto dopo quello uscito su Subway) pare più una sorta di re-edit con variazione della stesura e non del banco suoni che rimane pressoché invariato.

La nuova versione, la terza, inclusa in un doppio mix intitolato “Creative Nature Volume 2”, è edita su Metrotraxx, un’altra etichetta dell’allora mastodontica Discomagic dell’impero Lombardoni su cui, tra l’altro, vengono pubblicati i primi lavori di Roberto Milani (Roberto Concina, il futuro Robert Miles). Il disco esce nel 1994 ma inizia a raccogliere consensi rilevanti solo a partire dall’autunno del 1995. «Probabilmente a decretare l’interesse furono i DJ e le radio che lo programmarono. Nando Vannelli, fratello del più noto Joe T. Vannelli, era il nostro A&R e lavorò molto bene sul progetto Metrotraxx anche se non ci fu nessun’altro a darci una mano per promuovere i nostri prodotti. Forse parte del merito dipese anche dalle serate che facevamo a Torino, il nostro “quartier generale”. Qualcuno mi disse che il pezzo finì anche nelle nottate ibizenche. Insomma, divenne un piccolo successo perché molti DJ famosi (come Molella in Molly 4 DeeJay, nda) iniziarono ad inserirlo con frequenza nei loro set. Tutto fu assolutamente casuale e per nulla programmato».

Sono quattro i brani incisi sul doppio mix: “Panic Mouse”, rivisto in due versioni, “Meravillia” e per l’appunto il “Giallone Remix” di “Creative Nature”, che sfrutta un sample di campana sincronizzato su un basso ottavato ed un micro riff d’atmosfera giocato anch’esso sulle ottave, elementi ulteriormente rimaneggiati da D’Agostino in una nuova reinterpretazione intitolata “Campane” pubblicata nel 2000. «Mediamente per realizzare un EP ai tempi impiegavamo un paio di settimane, missaggio compreso. Gli strumenti che utilizzavamo erano quasi tutti analogici: per i bassi la Roland TB-303 (midizzata) mentre per le melodie tastiere monofoniche e polifoniche tipo Roland Jupiter-80, Roland JD-800, Korg Poly-800 ed altri in rack. Partivamo programmando i primi pattern sul Notator installato su Atari, poi passammo a Cubase e Logic. Era tutto molto semplice ed intuitivo: entravamo in studio, accendevamo le macchine ed improvvisavamo giri melodici su groove campionati da dischi. Mettevamo in loop ed ascoltavamo. Se ci piacevano iniziavamo a ballare, proprio come se fossimo in discoteca. Ridevo a crepapelle quando Gigi imitava il passo di Celentano ed io rispondevo con la camminata del Totò in versione Pinocchio. Tra noi c’era davvero una forte intesa. Riuscivamo a mettere in pratica le idee con melodie e drittoni ma non aspiravamo alla classica produzione commerciale. Eravamo consapevoli che il “giretto tormentone” prima o poi sarebbe arrivato ma non volevamo che fosse una cosa scontata. Il successo di “Creative Nature Vol. 2” è innegabile ma non ricordo quante copie furono vendute, anche perché i rendiconti non arrivavano mai. Bisognerebbe domandare a Nando Vannelli per avere dati precisi. Comunque credo che in Italia oltrepassò le quattromila copie. In seguito fu licenziato anche all’estero (sulla spagnola Vendetta Records, nda). Andò indubbiamente meglio del primo volume, e di questo ne sono certo perché lo ristamparono più volte, ma nonostante tutto non vidi mai una lira fuorché quelle prese come anticipo. Purtroppo la Discomagic sotto quel profilo non fu mai molto affidabile».

Pare che gli RPM stampati sul mix fossero errati: tre tracce dovevano suonare a 45 giri e solo una, il Giallone Remix, a 33. Però, come fa notare Claudio Diva in un’intervista che abbiamo raccolto in Decadance Extra, non se ne accorse nessuno perché furono scambiati per brani dalla battuta rallentata, in stile afro. Una curiosità riguarda anche il nome “Giallone”: «Ero al Le Palace di Torino con Gigi, l’ospite era Francesco Farfa, dall’Insomnia di Ponsacco, e prima della serata chiacchierammo del più e del meno, anche di produzioni. Ci propose di fare una nuova versione del “giallone”, riferendosi al remix di “Creative Nature” pubblicato dalla Subway su un’etichetta di colore giallo per l’appunto. Da quel momento lo chiamammo amichevolmente Giallone Remix, proprio in ricordo del suggerimento di Farfa che fu tra i primi a ricevere il promo».

Daniele Gas continua ad incidere dischi per la Subway e torna al successo, tra 1996 e 1997, col progetto Nylon Moon condiviso con Miki Generale e prodotto da Joe T. Vannelli sulla DBX Records, nota per l’exploit di Robert Miles. «Grazie a YouTube mi capita di riascoltare i brani composti in quegli anni e le sensazioni sono sempre intense. Riaffiorano i ricordi dello studio, delle tante notti trascorse da solo, con Gigi e Michele. Quando finivamo il missaggio andavamo ad ascoltare i pezzi nello stereo dell’auto perché era quello il vero banco di prova. Poi chiaramente non mancavano i test durante le serate nei locali. Quando i vocalist presentavano i miei brani per me era sempre un momento emozionante. Sapere che alcuni miei pezzi fossero riempipista ovunque venissero trasmessi mi forniva una grande gioia. Per questo gli anni Novanta contengono sensazioni uniche ed irripetibili. La stanchezza non prendeva mai il sopravvento perché la voglia di farcela facendo questo lavoro forniva energia di continuo. C’era sempre la voglia di correre a Milano per far ascoltare le nuove produzioni all’etichetta. Quando vivi in quello stato d’animo per svariati anni e dai tutto te stesso, senti che prima o poi il successo arriverà. Da quel periodo sono trascorsi oltre venti anni: francamente mi aspettavo qualcosa in più ma mi accontento di quel che è stato, le emozioni restano immutate. Rifarei tranquillamente tutto quanto da capo, senza pensarci due volte».

Daniele Gas rientra nella schiera di fautori ed istigatori della corrente progressive prima che tutto degenerasse in una poltiglia di cloni dei cloni, nati dalla voglia di cannibalizzare idee e riadattarle per un mercato discografico ancora economicamente florido. «Forse parte del merito possiamo prenderlo io e Gigi per essere stati tra i primi produttori in Italia a generare il cosiddetto fenomeno della progressive, ma non ho mai creduto e pensato di realizzare progetti con l’ambizione di trasformarli in nuove correnti musicali, sarebbe stato molto presuntuoso. Non ho mai voluto fare tendenza con la mia musica, chi la ascoltava e ballava forse pensava che quella potesse essere una nuova forma di techno o trance, o magari si limitava solo a ballarla. Ai tempi di Nylon Moon, nel 1996, ero a Londra per girare il video di “Sky Plus” e lì qualcuno sostenne che io e Robert Miles avessimo inventato la dream house. Mi venne da sorridere. La cosiddetta “progressive” nacque per determinare un cambiamento, ma quando entrò nell’interesse delle case discografiche, major in primis, tutto si ridusse inevitabilmente a banale lavoro di copia-incolla. Ognuno voleva fare quella cosa lì per vendere e il mercato fu ben presto saturato. Credo che la colpa sia da imputare anche agli A&R delle etichette ed alle distribuzioni che pensavano più alle quantità di dischi da immettere sul mercato che alla qualità delle stesse».

Proprio mentre “Creative Nature Vol. 2” raccoglie successo, Gigi D’Agostino entra a far parte della Media Records e quindi il sodalizio con Daniele Gas si interrompe. «Era un periodo molto delicato per le nostre carriere da produttori, c’era bisogno di cambiamenti e soprattutto urgeva trovare una nuova etichetta perché la Discomagic non era per niente affidabile: promozione poca o inesistente, non si guadagnava nulla se non miseri anticipi con assegni postdatati a tre mesi e poi, cosa ancor più importante, gli artisti non erano affatto valorizzati. Lì dentro non c’era nessuno che si occupava di queste cose, credo non ci fosse nemmeno un ufficio stampa. Pertanto decidemmo di non stampare più musica per le etichette di Lombardoni e ci mettemmo alla ricerca di nuove label. Gigi fu contattato da Mauro Picotto che gli offrì di entrare nella Media Records mentre a me giunse l’offerta di Joe T. Vannelli per far parte della DBX. Due proposte allettanti che accettammo di buon grado. Gigi mi chiese se volessi seguirlo ed anche io feci lo stesso con lui ma non ci fu nulla da fare, entrambi avevamo scelto ciò che parve meglio, e così ognuno prese la sua strada. La Media Records di Gianfranco Bortolotti ha lavorato benissimo con Gigi ma altrettanto fece la DBX col mio Nylon Moon (e il progetto parallelo Wiper, nda), pertanto non ho grossi rimpianti sul sodalizio interrotto».

Dopo Nylon Moon e “Smoke” del progetto omonimo però l’attività produttiva di Maffei inizia a diradarsi. Riappare nel 2001 sulla DDE di Michele Generale e della moglie Dee D. Jackson (proprio quella di “Automatic Lover” e “Meteor Man”) per una fugace comparsata a cui seguono mezzi ritorni passati inosservati. In tempi recenti modifica il Gas in Gus per dedicarsi alla musica ambient. «Originariamente il mio alias era Gus e non Gas. Questo soprannome mi fu dato ai tempi dell’infanzia da un mio carissimo amico di nome Anthony che viveva negli Stati Uniti e che tutti gli anni veniva in vacanza nel mio paese dove aveva dei parenti. Un bel giorno lo rividi ed anziché chiamarmi Daniele mi salutò dicendo Gus, che in americano si pronuncia Gas. Gli chiesi il motivo e mi disse che Gus era un suo caro amico in America che aveva perso la vita in un incidente stradale, e che io gli assomigliavo molto. Da quel giorno mi chiamò sempre così in ricordo del suo amico. Dopo un po’ di anni ci perdemmo di vista ma nel mio paese ormai per tutti ero diventato Gas. Anche mia madre, scherzosamente, mi chiamava così pertanto accettai di usarlo anche nel mondo delle produzioni discografiche ma italianizzandolo. Divenni Daniele Gas per molto tempo. Recentemente però, in occasione della nuova produzione in stile ambient pop registrata a Berlino ed intitolata “Tutto In Questi Colori” mi sono impossessato nuovamente del soprannome originale, Gus. Cosa non si fa per gli amici!». (Giosuè Impellizzeri)

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DJ Panda – My Dimension (Outta Records)

DJPandaAttivo discograficamente dal 1993, Ermanno ‘DJ Panda’ Mainardi destina la sua musica alla Outta Records, etichetta del gruppo modenese Ala Bianca. Tra i suoi primi lavori si segnalano “It’s A Dream”, del 1994, che batte la strada della cosiddetta dream in stile Roland Brant, e “Dreaming Of Fantasy”, del 1995, che mantiene intatta la tipica impalcatura melodica eurotrance (Sunbeam, Rexanthony, RMB) ma si apre in modo più deciso al pop grazie al testo e alla voce di Annerley Gordon, la futura Ann Lee, seppur l’immagine fosse stata affidata alla misteriosa Aleexa, una cantante genovese. Entrambi i dischi vengono registrati all’Alby Studio di Alex Bagnoli, musicista che qualche anno più tardi ottiene successo producendo le hit di Neja. Per Mainardi invece il momento di gloria giunge nell’estate del 1996 quando “My Dimension” finisce col diventare un inno mainstream. Merito anche di Albertino che prima lo programma ripetutamente nel suo DeeJay Time e poi lo promuove nella DeeJay Parade dove resta per ben tre mesi (entra il 17 agosto, esce il 16 novembre e raggiunge la seconda posizione il 5 ottobre).

Come accade ai tempi, la popolarità si traduce attraverso le presenze nelle compilation e “My Dimension” ne macina parecchie, sia in Italia che all’estero. «Il brano nacque nel Road House Studio, ovvero tra le mura della mia camera da letto. Un pomeriggio un po’ uggioso di fine aprile mi misi a suonare la tastiera, la M1 della Korg, quando come per magia nacque tra le dita quel mitico giro di pianoforte. A quel punto registrai la melodia e dopo qualche giorno la portai in studio per dare il via alla nascita di “My Dimension”» racconta Mainardi, non lesinando su particolari, come quello riguardante l’autore citato tra i crediti, un tal Stefano Linari. «Non fu altro che un prestanome poiché in quel momento non ero ancora iscritto alla SIAE. Per la sequenza del bassline, ottenuta con una Roland TB-303, mi affidai ad MC Hair (Marco Capelli, noto in seguito come Andrea Doria, nda), conoscendolo sapevo già cosa sarebbe stato in grado di fare. La sequenza venne registrata live nel suo studio. Poi la assemblammo alla melodia della M1 e, a completamento, incisi la mia voce recitando ‘return in my dimension’. Tutto ciò avvenne nel Brainstorm Studio di Lorenzo Confetta e Riccardo Nanni, a Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, in compagnia di un cucciolo di pastore tedesco che, nei momenti di pausa, ci faceva le feste».

“My Dimension” è il pezzo di Mainardi più noto in Italia, probabilmente grazie al supporto di Albertino, cosa che invece manca ai precedenti singoli. «Il brano scalò le classifiche di quasi tutti i network nazionali che si occupavano di dance, raggiungendo in alcuni casi la vetta o dividendosi il podio con mostri sacri come Underworld, Tori Amos e B.B.E., oltre a piazzarsi terzo nella classifica ufficiale delle vendite AFI (Associazione Fonografici Italiani). Ignoro il motivo per cui Albertino non prese in considerazione i miei primi pezzi, forse li reputava troppo club e poco dance. Il follow-up di “My Dimension” intitolato “True Life”, cantato da Désirée Petrocchi alias Nadir, lo programmò per appena due settimane ma poi lo abbandonò definitivamente. Mi raccontarono che giunto all’Aquafan di Riccione per una delle prime serate dell’estate del 1996, Albertino ascoltò “My Dimension” nel set di un DJ che si esibì prima di lui ed incuriosito gli chiese il titolo. Persuaso anche dalla forte approvazione del pubblico, da quel momento iniziò a proporlo del DeeJay Time. In quello stesso periodo fui invitato da Mauro Miclini negli studi di via Massena per mixare la compilation “Ritmo Progressive” (pubblicata da S.O.B. – Sound Of The Bomb, nda), ma non ci fu occasione per conoscere personalmente Albertino. Comunque, nonostante tutto, le vendite in Italia non furono così rosee come invece facevano ipotizzare le classifiche. Il singolo in vinile vendette poco più di 12.000 copie mentre il picture disc coi remix raggiunse le 2500. Per fortuna “My Dimension” entrò in 18 compilation e fu licenziato in 10 Paesi. Tra i remix c’era anche quello di Molella, che invece conobbi di persona. La collaborazione nacque da un buon rapporto tra il mio discografico e Max Moroldo della Do It Yourself, ai tempi socio dello stesso Molella.

Pur non ispirandomi a nessuno in particolare, ero sempre molto attento alle tendenze musicali che influenzavano il mercato discografico di quegli anni, riuscendo a diventare un pioniere della progressive dance in Italia. Forse i ripetuti ascolti di Jean-Michel Jarre, Mike Oldfield o persino Renato Zero in chiave melodica mi hanno inconsapevolmente aiutato nella composizione dei riff. Tra le etichette a cui ero più affezionato, la belga Bonzai Records e la tedesca Suck Me Plasma, ma non da meno erano le tedesche Low Spirit, Dos Or Die ed Overdose su cui incideva il grande Scot Project che conobbi alla Street Parade di Zurigo. Mi sarebbe piaciuto incidere qualcosa con Yves Deruyter, Armin van Buuren o Paul van Dyk. Con Gary D. e DJ Dean invece sono riuscito a collaborare per vari remix, compilation e con la cover di “It’s A Dream” uscita nel 2004. Ho suonato con loro nel 2012 per il diciannovesimo compleanno del Tunnel Club di Amburgo.

La prima cosa che mi viene in mente ripensando ai miei anni Novanta comunque è la partecipazione alla Love Parade di Berlino, il 10 luglio del 1999: in tre giorni assaporai la città e capii cosa voleva dire vivere lì. Lo slogan di quella edizione fu Music Is The Key e si contarono ufficialmente oltre un milione e mezzo di persone, ma correva voce che le presenze fossero di ben 1.800.000 raver. Una folla oceanica di ragazzi così non l’ho più vista! Indimenticabile anche l’esperienza alla Street Parade di Zurigo che mi vide protagonista nelle edizioni 1997 e 1998. Altra parentesi meravigliosa fu quella di Italia Network. Ringrazio ancora Michele Menegon alias Michael Hammer che credette in me come nuova forza ed energia di Master Quick. In quel periodo arrivò anche “My Dimension” e il connubio con Italia Network mi portò una notorietà non indifferente. Feci il tour Swimming & Jumping, affiancando Andrea Pellizzari in molte spiagge italiane (Jesolo, Riccione, Lido delle Nazioni, Lignano Sabbiadoro) da dove veniva trasmesso Los Cuarenta. Io mi occupavo del Master Quick in formato live. Il 16 agosto del 1997, sul palco de Un Disco Per L’Estate, a Riccione, suonai “True Life”. La kermesse era presentata da Sabrina Salerno, con ospiti del calibro di Max Pezzali, Tullio De Piscopo, una giovanissima Serena Autieri, Claudio Cecchetto, Pitura Freska e molti altri. Fu un’esperienza fantastica. Nel 1995 invece partecipai al Rimini Festival, che si tenne all’Altromondo Studios e che fu presentato da Antonella Elia. In quell’occasione proposi la versione cantata di “Dreaming Of Fantasy”. Amavo alternare la techno/trance e progressive a cose più vicine alla classica dance, ed infatti “Nightmare” di Enface Feat. Kate Race, del 2002, era una mia produzione, ma lo sanno in pochi».

Gli anni Novanta di Mainardi proseguono con la rivisitazione di “It’s A Dream” e “Listen” (entrambi del 1998) e “Paradise Motel” (1999), rimasto ad oggi l’ultimo singolo della discografia di DJ Panda. (Giosuè Impellizzeri)

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