Black Machine – How-Gee (PLM Records)

Black Machine - How-GeeSi è parlato più volte, su queste pagine e su quelle dei libri della trilogia di Decadance, del ruolo primario ricoperto dal campionatore tra la fine degli anni Ottanta e in buona parte dei Novanta. Un autentico motore creativo alimentato da un prodigioso carburante costituito da una serie, teoricamente infinita, di registrazioni rimaneggiate e ricontestualizzate in nuovi e fantasiosi ambiti. Seppur ciò susciti la disapprovazione dei titolari dei diritti che si sentono comprensibilmente defraudati e non faticano a sentenziare in modo pesante contro quel nuovo modo di comporre musica, le possibilità offerte dal campionatore paiono incredibili ed ispirano un’intera generazione affascinata dal fatto di poter usare porzioni di brani più o meno noti, magari appartenenti agli ascolti adolescenziali, in pezzi nuovi, destinati ad un pubblico che, per ovvi motivi anagrafici, non conosce proprio gli originali.

Tra le migliaia di act nati nei primissimi anni Novanta sul fenomeno dilagante del sampling c’è Black Machine che con “How-Gee” appiccica brandelli funk e soul su tessere ritmiche downtempo/hip hop, in quel periodo in grande risalto grazie a Snap!, Dimples D, Londonbeat o C+C Music Factory. «Un bel mattino in ufficio venne a trovarmi Ottorino Menardi, già noto in ambito discografico come Ottomix, dicendomi di aver realizzato un pezzo assai funkeggiante» ricorda oggi Pippo Landro, musicista nella formazione dei Gens e patron della New Music International che pubblica il brano nel 1991. «Ai tempi iniziò a diffondersi capillarmente la techno con la cassa marcata in quattro e quell’esperimento di matrice funky avrebbe rischiato seriamente di non trovare il giusto apprezzamento. A consigliare a Menardi di rivolgersi a me fu Ciso (Gianfranco Dolci, scomparso prematuramente nel marzo 2002, nda), DJ che proponeva black music molto conosciuto in Veneto, particolarmente al Palladium di Vicenza. A suo parere ero l’unico a poterlo valorizzare e così decise di portarmi la demo di quella che poi divenne “How-Gee”. Essendo un fan sfegatato del funk (per me James Brown era e resta il numero uno assoluto) impazzii letteralmente dopo averlo ascoltato la prima volta, era un sound troppo forte ed ero certo che avrebbe “spaccato”».

Non è difficile credere a Landro. “How-Gee” è un autentico puzzle di campionamenti di cui il principale è tratto da “Soul Power 74” di Maceo & The Macks del 1973 (già ripreso nel ’90, ma con poca fortuna, in “Do Your Dance” del britannico Maxi Jazz, futuro vocalist dei Faithless, e nel ’91 dagli italiani X-Sample in “Dreamin’ In Buristead Road”) a cui si aggiungono altri frammenti ed argute citazioni (“Sho Yuh Right” di Chuck Brown & The Soul Searchers, “Rock ‘N Roll Dude” di Chubb Rock And Domino, “Rich Man” di St. Paul). Per chi ha vissuto musicalmente gli anni Settanta, non limitandosi alle derive nazionalpopolari della discomusic de “La Febbre Del Sabato Sera”, quella “macedonia sonora” doveva essere una specie di toccasana perché combinava il suono umano degli strumenti a fiato e dei vocalizzi che già avevano stuzzicato l’interesse dei produttori hip hop d’oltreoceano, col suono ballabile destinato ai più giovani. «Il brano fu realizzato interamente da Menardi nel suo studio. Mario Percali diede un aiuto suonando vari strumenti ed io invece offrii consulenza per ciò che riguardava la stesura» prosegue Landro. «I molteplici campionamenti furono dosati alla perfezione e lavorati ad arte e quello fu, senza ombra di dubbio, il punto forte della produzione. I risultati non si fecero attendere: credo che nel mondo “How-Gee” abbia venduto oltre otto milioni di copie e vedere la gente, praticamente di tutte le nazioni, impazzire per quel pezzo mi faceva venire letteralmente i brividi. È ormai considerato un evergreen e dopo ventotto anni continua ad essere proposto con successo. Non c’è nessuno che non conosca quel riff di sax ed ho perso il conto dei dischi d’oro e di platino vinti. Il successo mondiale però ci colse di sorpresa e ci trovò piuttosto impreparati. A quegli otto milioni di copie infatti andrebbero aggiunte altre migliaia stampate a nostra insaputa come bootleg senza alcuna autorizzazione. Per non parlare poi delle compilation sparse in tutto il globo. Fummo molto ingenui a non cederlo in licenza per il mondo ad una grossa multinazionale, avremmo guadagnato almeno dieci volte di più. A fronte di ciò, comunque, posso tranquillamente annoverare “How-Gee” tra i bestseller della New Music International insieme a “Can’t Take My Eyes Off You” di Gloria Gaynor, “Restless” di Neja, “Inside To Outside” di Lady Violet, “The Colour Inside” dei Ti.Pi.Cal., “El Pam Pam” di Cecilia Gayle ed altri ancora».

Black Machine frontmen

I due ragazzi di colore diventati l’immagine pubblica del progetto Black Machine

Un successo di tale portata richiede una presenza fisica, un “corpo” a cui abbinare il pezzo in occasione delle apparizioni live. Black Machine si ritrova ad essere rappresentato pubblicamente da due ragazzi di colore che finiscono anche nel relativo videoclip, tutto secondo le regole consuetudinarie della discografia di allora a cui abbiamo dedicato un’ampia inchiesta qui. «Non ricordo più nemmeno i nomi di quei ragazzi e purtroppo, per una tragica fatalità, sono morti entrambi» spiega Landro a tal proposito. «Uno era una sorta di coreografo e inizialmente l’avevo interpellato proprio per occuparsi della coreografia del video ma alla fine decisi di tenerlo nel progetto insieme all’altro per le performance live. Non avevano alcuna voce in capitolo in studio ma sul palco erano forti e ci sapevano fare davvero. Con loro facemmo un tour mondiale che toccò tutti i continenti ad eccezione dell’Australia a causa di un infortunio che bloccò il ballerino».

Black Machine lp

Le copertine dei due album dei Black Machine, usciti nel 1992 e nel 1993, che consolidano il successo raccolto con “How-Gee”

“How-Gee” apre il catalogo della PLM Records, una delle etichette raccolte sotto l’ombrello della New Music International che in quel periodo continua a battere la strada del funk/downtempo con brani come “Sexo – Sexo” di Wendy Garcia, prodotto da Maurizio De Stefani e Sergio Datta prima di darsi alla progressive trance e di cui abbiamo parlato qui, “Jazz In Rapp” di Max Who, “Afrikan Rhythm” di Afrikan Style, “Funky City” di Tender By Now, “Jay Blow” di Corporation 2 e “I Want” dei Power Fun, un team dedito a commistioni black, funky e jazzy in cui figurano, tra gli altri, Daniele Tignino e Vincenzo Callea, futuri membri dei citati Ti.Pi.Cal. insieme a Riccardo Piparo. Il filone aurifero dei Black Machine, insomma, contagia altri produttori ma non genera interessi altrettanto forti. Il successo di “How-Gee” viene invece riverberato da due album incisi tra 1992 e 1993, “The Album” e “Love ‘N’ Peace”, in cui si rintracciano altri brani estratti in formato singolo come “Funky Funky People”, “Jazz Machine”, “Get Funky” e “Love ‘N’ Peace”, costruiti con la stessa metodologia compositiva. Due dischi che definiscono in pieno la dimensione stilistico-creativa dei Black Machine. In “Tell Me”, in particolare, figura la voce di Glen White, ex Kano e da lì a breve riciclatosi nell’eurodance dei Deadly Sins.

promo Discotec

Il 7″ promozionale del 1993 su cui è incisa “Listen To The Tumbal” la cui base verrà ripresa l’anno seguente da DJ Flash in “Un Lorenzo C’è Già”

Una curiosità riguarda pure “Listen To The Tumbal”, rimasto confinato ad un 7″ promozionale allegato al numero 4 della rivista Trend Discotec nel 1993. La base del brano viene ripresa l’anno dopo da DJ Flash nella sua “Un Lorenzo C’è Già”, edita dalla Crime Squad del gruppo Flying Records diretto da Flavio Rossi, portata a Sanremo Giovani ed oggetto di una contesa giudiziaria («secondo il direttore dell’etichetta napoletana, DJ Flash, inizialmente inserito all’interno della rosa dei finalisti fu declassato ed escluso […]; il produttore della Flying Records tirò in ballo alcune dichiarazioni di un membro della commissione esaminatrice, la DJ Antonella Condorelli, che avrebbe parlato di procedure non troppo chiare e di uno strapotere di Pippo Baudo», da “L’Enciclopedia Di Sanremo – 55 Anni Di Storia Del Festival Dalla A Alla Z” di Marcello Giannotti, Gremese Editore, 2005). Sembra che altri problemi siano sorti tra New Music International e Flying Records ma in relazione a ciò Landro dichiara di conservare solo un vago ricordo. Archiviato il successo di “How-Gee”, i Black Machine, interpellati come remixer per “Libera L’Anima” di Jovanotti, tornano nel ’95 con la reggaeggiante “U Make Me Come A Life” a cui seguono altri singoli, sempre in bilico tra hip hop e funk (“Jump Up”, “Thinkin’ About You” – sulla base di “Private Number” di Judy Clay & William Bell ed entrambi col featuring di Ronny Money, “Funky Banana”). Nonostante i gradevoli spunti, l’interesse cala vistosamente. «La magia di quel sound rimase ancorata ai due album, anzi, a dirla tutta direi più al primo, assolutamente micidiale» sostiene Landro. «”Jazz Machine” finì nella colonna sonora di “Dance With Me”, un film del 1998 diretto da Randa Haines con Vanessa L. Williams».

Nel 2005 esce “Get Right” di Jennifer Lopez che riprende lo stesso sample di Maceo & The Macks, ed anche i tedeschi M.A.N.D.Y. realizzano una reinterpretazione. La New Music International non resta a guardare e pubblica una nuova versione chiamata “One, Two, Three, Four (How Gee)”. Nel 2008 ci pensano i coreani Big Bang a riconfezionarlo, nel 2016 tocca a Graziano Fanelli e Paola Peroni e al britannico Vanilla Ace ma tenere traccia di tutte le cover uscite nel corso degli anni è praticamente impossibile. A differenza di quanto affinato da Menardi nel 1991 però, centellinando dischi del passato anche sconosciuti ai più, incastrandoli uno nell’altro e trovando il giusto modo per accordarli, gran parte dei produttori odierni, specialmente nel frangente della dance mainstream, rimpasta formule già ampiamente rodate, limitandosi a sostituire suoni e ritmiche ma senza fare leva su alcuna idea anzi, banalizzando quelle iniziali. Si assiste così ad un profluvio incontrollato di tracce che rispolverano indovinati campionamenti passati alla storia ma di cui i nuovi autori spesso ne ignorano la fonte originaria, prediligendo alle incognite di uno scampolo melodico o ritmico ancora sconosciuto la facile accessibilità di qualcosa già pronto e noto al grande pubblico. Il risultato finale potrebbe essere paragonato ad un disegno generato dalla carta copiativa, a cui vengono aggiunti solo colori per renderlo più sgargiante. Insomma, da essere un punto di forza, il sampling si è via via trasformato in un procedimento passivo che rivela totale assenza di idee e sensibilità. Conseguentemente il processo creativo è andato degradandosi sempre di più e per molti la colpa è da attribuire alla tecnologia diventata troppo semplificatrice.

«In tanti hanno cercato di ricostruire lo stile di “How-Gee” ma senza eclatanti risultati. Il più suonato rimane ancora l’originale» afferma con convinzione Landro. «Oggi i giovani credono di poter fare tutto, sono autori, musicisti, produttori, tecnici del suono, cantanti, fotografi, grafici, e quindi pare non ci sia più bisogno del produttore discografico, ossia il vecchio direttore artistico che seguiva l’artista fin dai primi passi e lo indirizzava dispensandogli consigli preziosi. È sufficiente ascoltare la musica in circolazione per trarre le conclusioni. Ormai nella discografia odierna non esiste più fatturato legato alla vendita del prodotto e le classifiche sono basate solo sugli ascolti. Basta essere seguito sui social per raggiungere le vette delle chart, pur senza generare alcun guadagno per le case discografiche, specialmente quelle indipendenti. Non invidio per nulla i nuovi imprenditori discografici: il futuro che li attende non pare così roseo, le forze lavorative si sono più che dimezzate e si va avanti tagliando sempre più le spese a scapito della qualità della musica stessa. Io ormai ho una certa età e proseguo solo per la grande passione che mi anima, lungi da me l’idea di fare soldi o arricchirmi ancora con questo lavoro. Una ventina di anni fa circa, per girare i video degli artisti della New Music International come Neja, Lady Violet o Cecilia Gayle, andavamo a Miami, in Marocco, a Los Angeles o a Cuba con una troupe di quindici/venti persone e con un budget di minimo cinquanta milioni di lire. Oggi invece per un video si spendono al massimo duemila o tremila euro. Il periodo che ricordo con maggior piacere resta quello a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, quando giravo il globo coi miei artisti e le classifiche mondiali “parlavano” eccome italiano». (Giosuè Impellizzeri)

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Rame – DJ chart ottobre 1998

Rame, Disco Mix ottobre 1998DJ: Rame
Fonte: Disco Mix
Data: ottobre 1998

1) Moby – Honey
Archiviato il periodo techno/house/breakbeat vissuto nei primi anni Novanta con album e singoli entrati nel cuore della generazione che vive quel fermento musicale e sociale (da “Go”, col sample di “Laura Palmer’s Theme” di Angelo Badalamenti – ispirato da “Ludus (Astral Voyage)” di Doris Norton? – a “Next Is The E”, da “Move” al primatista “Thousand” finito nel guinness per aver infranto il muro dei 1000 BPM passando per “Hymn”, “Feeling So Real”, “Into The Blue” ed “Everytime You Touch Me” che occhieggia all’eurobeat), Moby avvia una nuova fase della sua carriera. Attraverso “Animal Rights”, del ’96, rivela ancora un debole per il punk battuto oltre dieci anni prima con la band dei Vatican Commandos, ma la (fortunata) cifra stilistica si delinea compiutamente solo con “Play”, del ’99, da cui proviene il brano in questione. “Honey”, trainato dai sample vocali di “Sometimes” di Bessie Jones, si inserisce nel filone big beat che in quel periodo si trasforma in un fenomeno di dimensioni consistenti grazie ad artisti come Fatboy Slim, Prodigy, Chemical Brothers, Apollo 440, Propellerheads, Crystal Method o Fluke che dilatano i confini dell’elettronica lambendo il rock ed abbracciando un pubblico ben più numeroso. In airplay su tutte le radio e tv musicali anche grazie al divertente videoclip diretto da Roman Coppola, figlio del più noto Francis Ford, il pezzo, primo singolo estratto da “Play” ed anche il primo a sancire una seconda vita artistica dell’artista statunitense, viene remixato da Rollo & Sister Bliss dei Faithless e Sharam Jey. Da lì a breve l’album, facendo leva su altre hit milionarie come “Why Does My Heart Feel So Bad?”, “Run On”, “Bodyrock”, “Porcelain” e “Natural Blues”, traghetta Moby verso platee ben diverse da quelle delle discoteche. È il disco che determina il passaggio al di là del “muro” e con cui l’autore scopre un nuovo linguaggio artistico destinato ad incidere più del precedente. Per lui infatti si aprono porte un tempo probabilmente neanche immaginate, legate al cinema e alle sincronizzazioni di spot televisivi, porte che dimostra di saper tenere ben aperte attraverso nuovi album come “18” ed “Hotel” da cui emerge una figura legata al cantautorato e al polistrumentismo tipico da rock band (e il video di “Lift Me Up”, del 2005, è indicativo sotto questo profilo), decisamente agli antipodi rispetto a quanto avvenuto ad inizio carriera quando Moby è un affermato performer da rave (si veda qui o qui) ma per cui era letteralmente impronosticabile pensare di vendere oltre venti milioni di dischi nel mondo.

2) Fatboy Slim – Gangster Trippin
Norman Cook, ex bassista degli Housemartins e già artefice di diversi successi di Beats International, Freak Power, Pizzaman e Mighty Dub Katz, diventa Fatboy Slim nel 1995 col singolo dal titolo ironico “Everybody Needs A 303” estratto dall’album “Better Living Through Chemistry” con cui comincia a familiarizzare con la formula che lo renderà uno dei maggiori protagonisti negli anni a seguire. Perfezionandosi e scovando la giusta chiave per intrigare non più solo la scena delle discoteche, il britannico incide “You’ve Come A Long Way, Baby” che vende oltre tre milioni di copie e lancia nel mainstream il big beat come genere-contenitore di breakbeat, hip hop, techno, breaks e rock. “Gangster Trippin” è il secondo singolo estratto, dopo il fortunato “The Rockafeller Skank” che tiene banco durante l’estate del ’98, e mescola al suo interno elementi pressoché simili non rinunciando alla sampledelia (all’interno si rinvengono frammenti di “Entropy” di DJ Shadow e “Beatbox Wash [Rinse It]” dei Dust Junkys). In copertina invece finisce un dettaglio della foto scelta per l’artwork del citato album che, analogamente al quasi parallelo “Play” di cui si parla sopra, riserva almeno un altro paio di future hit, “Right Here, Right Now” e “Praise You”. Entrambe garantiranno a Cook, padre putativo (o reale?) del big beat, un lungo periodo di galvanizzante successo nonché centinaia di richieste come remixer.

3) Dub Pistols – Cyclone
Se da un lato il big beat si muove con numeri milionari (si legga quanto detto sopra su Moby e Fatboy Slim), dall’altro prosegue il suo iter attraverso nomi meno noti al grande pubblico proprio come quello dei Dub Pistols. “Cyclone”, tra i singoli estratti dal primo album “Point Blank” e finito nel videogame “Tony Hawk’s Pro Skater 2”, fa ancheggiare con l’irresistibile vibe a base di una mixture tra hip hop, breaks e ska. Diversi i remix approntati in più salse, big beat, house e drum n bass, rispettivamente realizzati da Stretch & Vern, Bushwacka! e DJ Red. Il gruppo capitanato da Barry Ashworth continua ad incidere album e singoli sempre sulla frontiera delle contaminazioni tra stili, riuscendo ad accattivarsi in più occasioni il favore dei produttori di videogiochi che vorranno annoverare molti altri brani in altrettanti game.

4) Malcolm McLaren & World’s Famous Supreme Team – Buffalo Gals Stampede
Trattasi del rifacimento di “Buffalo Gals”, coprodotto dal manager dei New York Dolls e Sex Pistols e Trevor Horn nel 1982 e a cui Eminem si ispira per una delle sue più importanti hit, “Without Me”. Questa nuova versione uscita nell’autunno del ’98 annovera l’intervento di un influente rapper tornato a far parlare di sé dopo qualche anno di pausa, Rakim, quello che dal 1986 fa coppia con Eric B. realizzando “I Know You Got Soul” da cui i M.A.R.R.S. prelevano il main sample di “Pump Up The Volume”, ma è legittimo pensare che Rame qui faccia riferimento al remix di Roger Sanchez, nonostante non venga esplicitato forse per problemi di spazio. Il DJ americano preserva l’attitudine hip hop originaria del brano, inclusi scratch e muscolature ritmiche breakkate, ma collocandola in una nuova cornice adatta ad essere ballata con frequenti ammiccamenti funky.

5) Bob Sinclar – ?
L’assenza del titolo impedisce di dare un’identità al brano di Sinclar, allora ben lontano dai riflettori e dal generalismo houseofilo da balera. Il successo raccolto con “Gym Tonic”, un brano funestato da beghe legali e forti contrasti con l’amico Thomas Bangalter dei Daft Punk come dettagliatamente descritto in Decadance Appendix e Decadance Extra, lo porta all’attenzione di un pubblico ben più nutrito rispetto a quello che lo segue ai tempi di Chris The French Kiss e The Mighty Bop e che a malapena conosce il suo volto, vista la scarsa propensione a mostrarsi in pubblico. Tuttavia il francese resta ancorato ancora per un po’ ad una house con forti dosi di funkytudine e referenze disco, secondo i dettami del french touch in rotta di collisione col pop. Il test pressing a cui si riferisce Rame può forse essere “Ultimate Funk”? O magari “The Ghetto (Uptown)”? O forse la più nota “My Only Love” col featuring di Lee Genesis? Nel corso del decennio successivo Le Friant sottoporrà la sua vena produttiva ad un lifting radicale che ingigantisce il fanbase ma sacrifica la classe e la ricercatezza di “Paradise” e di altre pubblicazioni edite tra ’94 e ’98, quando Bob Sinclar pare sia un progetto condiviso col socio Alain Ho alias DJ Yellow.

6) Ian Pooley – Meridian
Dopo “The Times” edito dalla Force Inc. Music Works di Achim Szepanski, Pooley sbarca su una multinazionale, la V2 di Richard Branson, che in quel periodo abbraccia più di qualche asso proveniente dal mondo dei club (Hell, Storm, Underworld, Moby). L’album del tedesco mostra una chiara ispirazione housey attorcigliata in più punti a divagazioni downtempo funky-jazzate (“What’s Your Number”, “Disco Love”, “Dawn”, “Floor Face Down”, “Relief Action”). Alcuni brani vengono poi affidati a sapienti remixer come Jazzanova, Bob Sinclar e Kevin Saunderson alias E-Dancer per valorizzare ulteriormente le tessiture sonore del DJ/producer nativo di Magonza, ricordato tra i principali fautori della club scene della vicina Francoforte sul Meno insieme all’amico Tonka col quale sperimenta la materia techno/breakbeat nei progetti T’N’I e Space Cube sin dal 1991.

7) Faze Action – Kariba
Dei fratelli Simon e Robin Lee si può solo dire un gran bene. Come Faze Action si fanno interpreti di un suono che trascina sui binari della house music la disco, il funk, il jazz e il soul, con digressioni latine ed afro. È proprio il caso di “Kariba”, pubblicato dalla Nuphonic, in cui si avvalgono del prezioso contributo di Raj Gupta alias Ray Mang e Zeke Manyika alle percussioni, insieme ad altri musicisti che eseguono parti alla tromba, sassofono e flauto. Uno di quei pezzi da far ascoltare agli accaniti detrattori che ancora oggi parlano di house music come “banale ripetizione di rumori senz’anima”.

8) Max Brennan – Old Codger And Remixes EP
L’extended play di Brennan, stampato dalla giapponese Sublime Records, è un crocevia di stili. Merito soprattutto dei remixer interpellati guidati da un evidente estro. Dal tribalismo singhiozzante di Josh Brent su “1300 Milliseconds Of Brass” al future jazz del compianto Rei Harakami che avvita la sua versione di “Alien To Whom?” su spirali di una psichedelia lisergica. Più dritto e splendidamente funkeggiante il trattamento di Susumu Yokota (un altro che purtroppo ci ha lasciati troppo presto) sulla menzionata “1300 Milliseconds Of Brass”, con uno spassoso metti e togli di brass, per l’appunto.

9) Scott Grooves – Mothership Reconnection
Con questo brano Patrick Scott, da Detroit, lascia un segno tangibile nella storia della club music di fine anni Novanta. L’idea di rileggere in chiave house “Mothership Connection (Star Child)” dei Parliament di George Clinton si rivela fortunata, ma decisivo per il successo risulta il remix realizzato dai Daft Punk. In scia alle ibridazioni post homeworkiane, i parigini flirtano con le sincopi dell’electro, vocoderizzano le voci e triturano il pfunk di partenza ricavandone un pazzesco mosaico le cui tessere vengono tenute insieme dall’incrocio di cutoff/resonance classico del french touch di quegli anni. A pubblicare il disco è la Soma, etichetta scozzese che può fregiarsi di aver pubblicato per prima la musica dei Daft Punk con “The New Wave” del 1994, licenziato nello stesso anno in Italia dalla napoletana UMM ma nel quasi completo anonimato.

10) Orb – Little Fluffy Clouds
Sebbene non specificato, è presumibile che qui Rame facesse riferimento ai remix usciti nell’autunno del ’98 di “Little Fluffy Clouds”, brano pubblicato originariamente nel 1990. Il nome più importante che spicca sul doppio mix edito dalla Island è quello di Danny Tenaglia che realizza due versioni, la rilassata Downtempo Groove, che fluttua su bolle ambientali, e la più technoide Detour Mix, che invece gravita intorno ad un ossessivo beat. Immobilizzata in un sognante break rallentato è la Tsunami One di Adam Freeland, leader della Marine Parade, mentre Pal Joey, tra le colonne della house newyorkese, sfodera un delizioso cupcake deep house lievitato dentro una nuvola. A chiudere è la rivisitazione drum n bass di One True Parker prodotta insieme ai Juttajaw.

(Giosuè Impellizzeri)

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Double Dee Featuring Dany – Found Love (Onizom Music)

Double Dee Featuring Dany - Found Love“Settembre 1990, gli scaffali dei negozi di dischi di tutta Europa sono invasi da una copertina, un vinile in 12” pubblicato dall’etichetta bolognese Irma Records, un disco mix, come si diceva allora, che ritrae un Marlon Brando inguainato in un completo da rigoroso “ribelle senza causa”: pantaloni in pelle, stivali, passo spedito ed oltraggioso (si vede solo quello, la foto è dalla vita in giù). Un’icona della prima autentica “rivolta dello stile” per celebrare la nuovissima ondata destinata a ridefinire, per sempre, i confini instabili, in movimento, del suono elettronico internazionale. […]. Il brano si chiama “Found Love” ed è la tappa decisiva dell’esplosione dell’italo sound ovvero l’Italia profonda della riviera e delle discoteche che non ama le chitarre elettriche del rock e cerca di conciliare la vibrante tradizione afroamericana del soul e del funk con la pista da ballo, con il consumo, muovendosi all’interno di piccole living room che diventano studi di registrazione immediatamente connessi col resto del pianeta”.

Inizia così l’appendice dell’edizione italiana di “Last Night A DJ Saved My Life” di Brewster e Broughton, scritta da Pierfrancesco Pacoda. Per raccontare quella emozionante fase creativa nostrana il giornalista rimanda ad uno dei pezzi che mettono l’Italia sulla mappa della house music internazionale insieme ad altri usciti nel 1989 come “Rich In Paradise” degli FPI Project, “Ride On Time” dei Black Box, “Touch Me” dei 49ers e “Sueño Latino” del progetto omonimo. Se il 1987/1988 è stato il biennio della scoperta e dell’avvicinamento attraverso banale spirito di emulazione (a tal proposito si rimanda a questo reportage), il periodo 1989/1990 viene ricordato come quello dell’affermazione, seppur ottenuta ancora con un approccio naïf e tradendo una certa approssimazione pure dal punto di vista organizzativo e manageriale. Quello dei Double Dee è uno dei nomi che fanno letteralmente il giro del mondo dimostrando che gli italiani non sono più solo quelli delle “canzonette” italodisco cantate in un inglese maccheronico e portate in scena da modelli ingaggiati come mimi. La “doppia D” deriva dai nomi degli autori, Davide Domenella, DJ, e Donato Losito, cantante, e non divide nulla con l’omonimo Double Dee statunitense emerso qualche anno prima (Douglas Di Franco, ricordato per i suoi collage sampledelici proto hip hop realizzati in coppia con Steve Stein alias Steinski).

Double Dee (1990)

Davide Domenella e Dany Losito nel 1990

«Il mio approccio alla composizione e alla produzione di musica nasce dal bisogno di modificare e fare mie versioni di brani che proponevo in discoteca come disc jockey» racconta oggi Domenella. «Non parlo di remix ma piuttosto di re-edit di pezzi che, a mio avviso, presentavano errori di struttura tali da renderli difficili da proporre al popolo che frequentava le discoteche in quegli anni. Iniziai quindi con l’amico e collega Giampi Malvatani col quale incisi il primo disco, nel 1988, il remix di una hit dei primi anni Ottanta, “Chinese Revenge” di Koto, destinato alla Memory Records. Questo precedette di poco l’uscita di “Watching Me” di Flexus Brothers, per la Technology del gruppo Discomagic di Severo Lombardoni, un disco hip house realizzato con uno dei primi campionatori Akai, l’X7000. Pochi mesi più tardi tornammo in studio per realizzare la cover di uno dei brani che amavo di più, “Aqua Marine” dei Santana (dall’album “Marathon” del 1979, nda). Nacque così “Aqua Marina” che firmammo come The Countach e che uscì sulla New Music International di Pippo Landro nel 1990».

Il 1990 è anche l’anno di debutto per i Double Dee, supportati della Irma Records che pubblica “Found Love” sulla neonata sublabel Onizom Music. «Il passo dai Flexus Brothers ai Double Dee fu piuttosto breve» prosegue Domenella. «Io e Losito lavoravamo rispettivamente come DJ e vocalist in uno dei più importanti club del centro Italia e ci esibivamo in consolle proponendo, durante la serata, anche nostre creazioni. Tra quelle c’erano “Found Love” e “Don’t You Feel”. Giungemmo alla Irma Records grazie a Claudio ‘Moz-Art’ Rispoli (prossimo ad unirsi ai Jestofunk, nda) ed Angelino Albanese che già collaboravano con l’etichetta bolognese di Massimo Benini ed Umbi Damiani, ma colgo l’occasione per precisare che entrambi non furono né produttori artistici né tantomeno esecutivi, contrariamente a quanto citato in modo erroneo sulla copertina del disco. Erano semplicemente intermediari e solo in seguito Rispoli entrò a far parte del team dei Double Dee.

disco di platino e disco d'oro

In alto il disco di platino di “Found Love” (500.000 copie), in basso invece il disco d’oro di “People Get Up!” (100.000 copie)

“Found Love” germogliò nel 1989 da un’idea nata nel mio home studio. La prima versione venne progettata con un campionatore Akai S900, gli expander Roland U-110, Yamaha TX802 e Roland D-550, una tastiera Roland D-10 ed un computer Atari col programma Steinberg Pro 24. Poi il tutto venne ultimato al Vallemania Recording Studios di Genga, in provincia di Ancona, con l’ausilio di superlativi musicisti come il compianto Giancarlo Ragni, Michele Chiavarini e il fonico Fabio Morbidelli. I risultati furono entusiasmanti ma non saprei quantificare con precisione. Di “Found Love” conservo il disco di platino per le prime 500.000 copie vendute mentre di “People Get Up!”, del ’92, ho il disco d’oro per la soglia raggiunta delle 100.000 copie. E pensare che non realizzammo neppure un video, quello in circolazione non ha supportato le vendite non essendo prodotto in modo professionale. Il primo videoclip ufficiale fu invece quello di “Don’t You Feel?” girato in pellicola».

Forti per il successo raccolto con “Found Love”, pubblicato anche negli States dove entra nelle ambite classifiche di Billboard (conquistando la vetta della Club Play a novembre del 1990) e dove viene remixato da due giovani ed ancora poco conosciuti Danny Tenaglia e Ralph Falcon su etichetta Epic, i Double Dee incidono un album, l’unico della loro discografia, seppur ai tempi le etichette indipendenti del settore dance preferissero puntare quasi esclusivamente sui singoli, per ragioni pratiche ed economiche. “Double Dee”, del 1991, da cui verranno estratti “Hey You” e “Don’t You Feel?”, è un percorso fatto di house, soul, funk, jazz e downtempo, ed offre i giusti appigli per stringere collaborazioni con vari musicisti (Gabriele Comeglio, Cico Cicognani, Marco Tamburini, Alberto Borsari), oltre al rapper Master Freez e al DJ/turntablist Cesare ‘DJ Trip’ Tripodo.

Album e Don't You Feel

Sopra la copertina dell’album dei Double Dee con l’inseparabile cappello di Losito, sotto quella del singolo “Don’t You Feel” in cui, oltre all’immancabile cappello, figura pure un cartello stradale di Via Rocchetta, lì dove si trova lo studio di registrazione in cui il team lavora. Rocchetta diventa anche il nome delle versioni di diversi singoli dei Double Dee

«L’LP ottenne riscontri positivi dalla critica ma non vendette molto» rammenta Domenella. «Fu un progetto interessante ma secondo me un po’ troppo ardito per i tempi. I fan che ci conobbero attraverso “Found Love” si aspettavano sicuramente qualcosa di più pop e commerciale. Impossibile non ricordare DJ Trip che stava collaborando con noi nella realizzazione di un brano, “Walden”, poco prima di morire tragicamente in un incidente stradale» (per approfondire si rimanda al documentario recensito qui, nda). Nel 1992 è tempo di un altro successo, “People Get Up!”, l’ultimo ascrivibile ad un quadro mainstream. Nessuno dei singoli che i Double Dee incideranno negli anni a seguire (“The More I Get, The More I Want”, cover dell’omonimo di Teddy Pendergrass del ’77 scritto da Gene McFadden e John Whitehead, “Body Music”, “Love Nobody”, “Come Into My Life” ed “I’m In Love”), riesce più ad incuriosire il pubblico generalista. Le tendenze pop si spostano su suoni totalmente scollegati dal soul, dal funk e dal jazz che rimangono invece gli stili di riferimento di Domenella e Losito (a cui si aggiunge, nel frattempo, Claudio Rispoli), per nulla disposti ed intenzionati a sacrificare le proprie inclinazioni per assecondare il gusto e le esigenze del mercato, delle radio e delle grandi masse. «Le produzioni che uscirono sino al 1996 non furono altrettanto fortunate e ciò derivò in primis dalla decisione di mantenere integro il nostro sound, nonostante le mode fossero repentinamente cambiate (ma a dirla tutta abbiamo sempre prodotto senza porci troppi riferimenti). Ad un certo punto inoltre ci accorgemmo di avere idee diverse e questo portò ad uno stop necessario quanto inevitabile».

Nel 1996 infatti Losito fonda, con Gianluca Mosole, i Kaigo, un duo pop/soul ricordato soprattutto per “Dove Sei”. Poi affianca i Datura nella loro deviazione house cantando “Voo-Doo Believe?”, “The Sign” ed “I Will Pray”, e collabora coi Sottotono per “Solo Lei Ha Quel Che Voglio”. Domenella invece si prende una pausa, lasciandosi alle spalle la citata esperienza The Countach con Giampiero Malvatani, replicata con “My Oasis” nel solco della dream house à la Sueño Latino e proseguita con “Dreamer” di The Real Countach sulla piccola City Sleeps Records. A questi si somma Asia Dee che con “Jingle Baby”, del 1991, coinvolge i bambini in una sorta di hip house prima che arrivasse, dalla Francia, il ciclone Jordy con “Dur Dur D’être Bébé!”. I Double Dee ritornano nel 2000 attraverso la Airplane! Records che pubblica il singolo “You”, oggetto di consensi in tutta Europa. Poi è tempo di “Can You Feel It” e del più fortunato “Shining”, tutti a base di una house che, sull’onda del cosiddetto french touch, preserva l’anima soul ed adopera elementi intrecciati al funk e alla disco. «”You” e “Shining” ottennero buoni risultati ma non paragonabili minimamente a quanto avvenne negli anni Novanta» ammette Domenella. «Da lì a breve Dany tornò alla musica in italiano, sbarcando al Festival di Sanremo col brano “Single”, nel 2004. Io invece ho proseguito prima con Andrea Tonici e Maurizio Alfieri, coi quali ho creato i Dam Sweet (quelli di “I Don’t Know” e “Say It Again”, nda) e poi con Samuele Sartini collaborando a singoli piuttosto fortunati come “Love Shine”“Love U Seek”, quest’ultimo ripreso da Tim Berg meglio noto come Avicii in “Seek Bromance”

Found Love in Billboard

Le classifiche di Billboard (novembre 1990): “Found Love” è in vetta alla Club Play mentre nella 12-Inch Singles Sales si piazza alla sedicesima posizione

Il mondo musicale e discografico stava cambiando in fretta e si avvertivano già i sintomi di una possibile crisi artistica ed economica che poi è giunta, pesantemente. L’arrivo del digitale è stato gestito molto male dai discografici e dagli addetti ai lavori, e la situazione è velocemente precipitata con cause note a tutti. Sia ben chiaro, sono un amante della tecnologia, mi piacciono le novità, non ho paura dei cambiamenti e la democratizzazione che ha dato a tutti la possibilità di esprimersi non la considero affatto negativa. Per me le colpe della musica orribile che ci accompagna in questi anni e della mancanza di idee vanno cercate altrove. I responsabili sono sempre gli stessi, etichette, radio e media, che creano e danno spazio a personaggi privi di talento e a produzioni scadenti. Non mi porto dietro particolari rimpianti ma la consapevolezza degli errori commessi dovuti a molteplici fattori. Sono felice di essere stato parte attiva nel momento in cui l’arrivo della house music rappresentò una vera boccata di ossigeno nel periodo buio della dance nostrana di fine anni Ottanta. “Found Love”, in fin dei conti, fu proprio uno dei brani che aprì la strada a quel genere musicale in Italia». (Giosuè Impellizzeri)

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Bruno Bolla, DJ dal vibe eclettico

Bruno BollaBruno Bolla vanta un ampio bagaglio culturale che attinge da un nugolo di generi musicali agli antipodi del mainstream. La sua prima passione è quella per il cosiddetto “afro”, un intricato filone-contenitore di materiale trasversale determinante per gli orientamenti stilistici futuri. Negli anni Novanta infatti si lascia conquistare dall’acid jazz che, analogamente a quanto avvenuto con l’afro, è simile ad un groviglio multisfaccettato di generi che collega il mondo degli strumenti acustici con quello degli elettronici. Tra i suoi interessi c’è anche la house, che interseca ecletticamente con disco, funk e soul. Attivo pure in ambito discografico ma prediligendo più intenti compilativi che produttivi, Bolla è oggi uno dei veterani italiani della consolle, con una passione quarantennale alle spalle che continua ad animarlo senza sosta.

Nell’intervista rilasciata qualche tempo fa ad Emanuele Treppiedi per Zero, racconti di aver frequentato i primi negozi di dischi d’importazione in Italia, come Goody Music di Jacques Fred Petrus o Il Bazaar di Pippo di Pippo Landro, ai quali abbiamo dedicato ampio spazio in Decadance Extra. Cosa significava, quarant’anni fa, comprare musica che conoscevano in pochi?
Alla fine degli anni Settanta i negozi in cui acquistare musica specializzata erano una marea. Ce n’erano moltissimi non legati alla dance music, dove trovavo jazz, funk, fusion, afro, brazil, new wave ed elettronica in genere. In realtà molti di questi erano librerie in cui vi era un reparto appositamente dedicato ai dischi. Se ripenso a cosa ho comprato in quei posti, peraltro a prezzi bassissimi, mi vengono i brividi! Adesso molti di quei dischi sono introvabili o disponibili, su internet, a prezzi incredibilmente alti. Nei primi anni Ottanta però, seppur i negozi fossero tantissimi, a suonare quelle cose a Milano eravamo davvero quattro gatti. Io compravo ovunque, da Pacha a Supporti Fonografici, da Mariposa a Tape Art, da Buscemi a Bonaparte Dischi passando per Stradivarius, Messaggerie Musicali, Iperdue in zona Brera e i magazzini sparsi in zona Mecenate dove era quasi impossibile accedere per un privato, senza dimenticare i minuscoli negozietti sparsi per la città con un ben di Dio incredibile.

Chi, come te, voleva intraprendere la carriera da DJ, era messo di fronte al bivio di scegliere se passare le musiche da hit parade o dedicarsi a cose più ricercate e quindi difficilmente proponibili al grande pubblico? Tale scelta implicava anche delle conseguenze a livello lavorativo?
In quegli anni, pur facendo il DJ ancora a livello hobbistico, desideravo prendere le distanze dai generi musicali mainstream che andavano per la maggiore a Milano. La musica commerciale più in voga era la disco, quella in stile Claudio Cecchetto che comunque era un “signor DJ”, tra i pochi che stimavo veramente in quel periodo in città. Io però stavo crescendo con altri gusti puntando ad un genere che non era popolarissimo nei club milanesi ma che palpitava nei cuori di molti “alternativi” e vantava migliaia di seguaci disposti a spostarsi persino in altre regioni, come il Veneto o l’Emilia Romagna, pur di seguirlo. Mi riferisco al filone “afro” nato in club come la Baia Degli Angeli, meno facile ed immediato rispetto alla disco proposta dai DJ importanti di Milano come Tony Carrasco, il menzionato Cecchetto o Moreno della discoteca Astrolabio (quest’ultimo, a mio avviso, una spanna sopra tutti), che erano la risposta italiana a David Mancuso, Nicky Siano o Larry Levan, e posso garantire che fossero tecnicamente persino migliori rispetto ai colleghi d’oltreoceano. Per il genere che piaceva a me però i modelli erano Moz-Art, Beppe Loda, Daniele Baldelli, TBC ed altri contraddistinti da scelte musicali coraggiose, cura nella selezione ed una certa apertura verso tutto quello che era meno scontato e scarsamente appetibile per il mondo radiofonico. Non certamente a caso questi DJ sono tuttora in attività e molti di loro stanno vivendo una seconda giovinezza, con un giusto tributo anche all’estero perché in quel periodo erano ben pochi i DJ in Europa a proporre musica simile. Nel Regno Unito, ad esempio, i DJ passavano bella musica ma il mixaggio non apparteneva alla loro cultura, davano priorità alla selezione più che alla tecnica. Io seguivo quindi gli input dei miei riferimenti ma avevo già una personalità e cercavo di metterci del mio. A causa della poca popolarità del genere però non fu facile approdare a consolle importanti e a livello lavorativo si faceva una grande fatica. C’era qualche party privato o serate tematiche nei circoli, che non erano molti e spesso legati troppo a livello politico. In linea di massima non si dedicava tempo ed attenzione al divertimento e al disimpegno. La discoteca poi non era ben vista, almeno tra le mie conoscenze. Io ero fortunato, mi capitava di finire dentro il locale trendy per qualche festa a tema organizzata da qualcuno che prediligeva i suoni strani ed affascinanti, e a tal proposito ricordo un bellissimo party dedicato ai fumetti che sonorizzai con musica afro/elettronica nel 1984. Il club si chiamava Primadonna e si trovava nei pressi di Via Monte Napoleone. Fu una festa fantastica, la gente ballava tutto ciò che mettevo e a Milano mi sembrò davvero un miracolo.

Bruno Bolla (1987)

Bruno Bolla in una foto risalente al 1987

Tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta l’arrivo di strumenti elettronici dal costo contenuto, in primis quelli della Roland, decretano la nascita di nuovi generi come new wave e synth pop che offuscano la popolarità del funk, del soul e specialmente della disco. Da appassionato proprio di questi generi, come vivesti quella fase?
Vissi quel periodo con poca sofferenza perché curiosità ed eclettismo mi avevano già portato a mischiare quei filoni. Alcune cose synth pop, ad esempio, si sovrapponevano bene ai suoni disco funk. Comunque iniziai a comprare molta meno disco, ma seppur si stessero manifestando i primi segni di stanchezza, artisti provenienti da Stati Uniti e Gran Bretagna continuarono a partorire grandi cose, lasciando emergere le prime contaminazioni.

Nel corso degli anni non hai mai fatto mistero della tua stima e devozione per il cosiddetto movimento “afro”, nato e sviluppato in locali come Baia degli Angeli, Cosmic, Ciak, Typhoon o Melody Mecca. Secondo te quelle sovrapposizioni stilistiche effettuate con maestria da DJ preparati tanto in tecnica quanto in cultura e background, sono state storicamente impattanti come house e techno? L’impressione è che sulla mappa mondiale della dance music culture, l’afro, inteso sia come stile che come attitudine, non sia finito forse proprio per la scarsa considerazione degli italiani.
Come hai giustamente detto, il cosiddetto “afro” era più un’attitudine che un genere, un po’ come avvenne per l’acid jazz negli anni Novanta. Effettivamente quello che si vedeva nei club italiani di allora non esisteva in molti locali europei. Eravamo avanti ma non siamo stati capaci di capitalizzare le nostre stesse intuizioni e questo, per noi italiani, purtroppo è un classico. La risposta a quanto mi chiedi l’abbiamo davanti agli occhi: i giovani adesso comprano ristampe e sono alla costante ricerca degli originali. Importanti label indipendenti di tutto il mondo dedicano gran parte dei loro budget per ristampare autentiche pietre miliari di questa “dance music” non proprio convenzionale, facendo scoprire cose di quel periodo rimaste nell’ombra per decenni. Le ristampe afro, disco, funk e boogie oggi vanno a ruba, ma l’impatto rispetto ad house e techno è stato minore, e credo non potesse essere diversamente. House e techno rientrano infatti nella categoria dei generi musicali ed hanno già una vita molto lunga, pluritrentennale. La loro collocazione è radicalmente legata alle evoluzioni tecnologiche al contrario dell’afro, un’attitudine ed un mix tra post punk, electro, industrial, new age, ethno, new wave, dark, funk, disco, prog rock…

Un flyer del Matmos (1991-1992)

Un flyer del Matmos (1991-1992)

Nei primi anni Novanta sei tra i DJ che animano una delle one night più note di Milano, Matmos, ideata dal compianto Marco Tini. Potresti descriverla?
Matmos fu, molto semplicemente, la prima one night milanese completamente dedicata all’house music. L’esordio fu al Beau Geste, tra 1990 e 1991, con tre DJ resident, Luca Colombo, Giorgio Matè e Ralf. Tra 1991 e 1992 la location si spostò al Linea, in Piazza San Babila. Ralf si alternava come guest a Ricky Montanari e Flavio Vecchi portando il suono della Riviera, e a Colombo e Matè si aggiunsero Jackmaster Pez ed Andrea Gemolotto. Io entrai come guest fisso, una volta al mese, esibendomi dopo aver suonato al Lizard dove ero resident. Insomma, ogni trenta giorni avevo una “doppia” in città, una vera rarità perché erano entrambe serate e non after hour, ma la cosa non dava fastidio a nessuno. Ricordo che si facevano serate sporadiche pure il giovedì, negli ultimi anni al Tainos in zona Piazza della Repubblica, dove si testavano anche giovani talenti in una specie di laboratorio, affiancati alternativamente da uno di noi resident. A Marco Tini piaceva cambiare quindi prenotò il Carisma di Piazzale Cordusio per la stagione 1992-1993 e lo inaugurò con un progetto fighissimo basato su due sale. In una c’erano i resident Luca Colombo, Jackmaster Pez e Giorgio Matè che suonavano house, nell’altra invece io e Steve Dub, ai tempi resident del Plastic con Nicola Guiducci, che invece proponevamo sonorità black, acid jazz, r&b ed hip hop. Visto il mio eclettismo, apprezzato senza riserve da Tini, mi chiesero di curare anche il set di chiusura in decompressione della sala house, col mio downbeat cosmico strumentale. Insomma, un progetto in cui risiedeva tutta la visione di Marco Tini relativa ad un locale perfetto e definitivo. Purtroppo Marco ci lasciò ancor prima di iniziare in seguito ad un tragico incidente stradale, e portare avanti il Matmos senza di lui non funzionò. Con Isa e Lucia, le sue assistenti che presero in mano le redini del progetto, approdammo al Lizard dove, come annunciato prima, ero resident col mio gruppo Les Fous De L’Île. Si trattava di un club fashion dove suonavo cose underground pur avendo a che fare con un pubblico modaiolo ed internazionale. Il sogno di Marco Tini, far convivere l’anima raver ed underground del Matmos col pubblico del jet set, più “fighetto” ma ricettivo, si realizzò ma purtroppo senza di lui. Mi emoziono ancora quando ci penso. Tempo fa un nostro vecchio cliente ed ormai grande amico mi disse: «Bruno, hai fatto una bellissima carriera ma con Marco accanto avresti raggiunto molti più obiettivi, ti adorava e credeva in te come pochi altri». Credo avesse ragione.

C’era una ragione dietro il nome Matmos, adottato in seguito dal duo americano di San Francisco formato da Drew Daniel e Martin Schmidt?
Il Matmos nostrano non ha davvero nulla da spartire con la band da te menzionata. Marco prese quel nome dal film “Barbarella” del 1968, con Jane Fonda come protagonista. Nella pellicola lei è una viaggiatrice dello spazio che ha tante avventure, fantastiche ed erotiche, e il Matmos è una sostanza energetica di cui vivevano gli abitanti di Sogo, la città dove approda. Sul perché Tini abbia optato per questo nome esistono varie versioni, ormai diventate quasi delle leggende. Per quanto ricordo io, c’erano connessioni con l’uso di sostanze stupefacenti e con la perversione, ma essendo un fanatico di quel film ed amandolo visceralmente, è probabile che la ragione si debba ricercare altrove. La serata incarnava in toto la sua visione cinematica e sotto questo aspetto Marco Tini fu un assoluto precursore di ciò che si fa oggi in molte one night.

riviste Bruno Bolla (1994-1996-2001)

Le rubriche musicali curate da Bruno Bolla sui magazine di settore

Nel 1996 inizi a scrivere per DiscoiD, freepress di informazione discografica particolarmente noto tra gli addetti ai lavori. La tua rubrica rimasta in vita per ben dieci anni, Eclectic Jazz, sembra raccogliere l’eredità sia dell’Hot From The Box curato qualche tempo prima sulle stesse pagine da Philippe Renault Jr., sia di Jazzy Vibes di cui ti occupavi personalmente nel 1994 su Trend Discotec e Tutto Discoteca. Eclectic Jazz bazzicava nei territori acid jazz, rare grooves, r&b, easy listening e jazz house/soul, con qualche incursione nel drum n bass e nel breakbeat. Come nacque la collaborazione con quella testata ideata da Vincenzo Viceversa (intervistato qui) e guidata da Gianni Zuffa del Discopiù di Rimini?
Effettivamente una rubrica simile esisteva già ed era curata da Philippe, con cui ho condiviso tantissime consolle ed è tuttora tra i miei amici più cari. Lui era molto impegnato sia come DJ che come imprenditore e quindi non riusciva più a seguire tutto come avrebbe voluto. Credo fu proprio lui a suggerire il mio nome a Gianni Zuffa, che tra l’altro conoscevo già perché ero cliente del suo negozio. È stato straordinario collaborare con DiscoiD e con tutti coloro che, come me, curavano le rubriche fisse. Senza presunzione, posso ammettere che fosse una guida sincera, appassionata ed imparziale, come poche altre in Italia. Un fantastico contributo di non professionisti, perché a quanto ricordo non c’erano giornalisti o aspiranti tali ad interessarsi a quelle musiche, che diede vita ad un magazine altamente professionale, costruito con pochi mezzi ma tanto entusiasmo. Ricevo tuttora attestati di stima per il mio lavoro e di questi tempi fa veramente piacere.

Come ti tenevi aggiornato negli anni Novanta? Oltre a frequentare i negozi di dischi, leggevi riviste specializzate?
Avevo dei giornali di riferimento ma quasi tutti stranieri, da Straight No Chaser a Blues & Soul e Wire. In Italia invece mi piaceva Blow Up e non disdegnavo Il Mucchio.

Ritieni che la stampa italiana relativa alla dance elettronica abbia educato il pubblico o gran parte delle riviste, come alcuni sostengono, erano riempite con recensioni accomodanti ed interviste simili a panegirici?
Entriamo in un argomento piuttosto delicato. Anche io, qualche volta, sono stato criticato per il lavoro su DiscoiD, accusato di parlare maggiormente di una certa etichetta o di un certo artista. A differenza di altri però non mi occupavo di un solo genere e in poche righe dovevo selezionare materiale eterogeneo, house, funk, jazz, broken beat, afro, trip hop, breakbeat, e non era facile. Da parte mia c’era molta ricerca ma nel contempo tentavo di avere un occhio di riguardo per i prodotti di “casa nostra” che le label mi mandavano in formato promozionale. La stampa italiana che si occupava di dance elettronica e in generale di musica mi è sempre sembrata discretamente imparziale, a parte qualche giornale in voga negli anni Novanta che puntava più al gossip e metteva l’aspetto musicale in secondo piano. In quel caso figuravano interviste “a comando” con l’intervistato che dettava le domande, sullo sfondo di celebrazioni gratuite a nastro che si sprecavano. Operazioni sostanzialmente commerciali basate sul triste scambio del dare-avere, che non hanno fatto bene al movimento abbassando terribilmente il livello. Ora credo ci sia più equilibro anche se purtroppo mi capita ancora di imbattermi in qualche intervista di quel tipo. Su internet però scrive pure gente molto più attenta ed appassionata, e questo dovrebbe onorare chi opera oggi.

Programmi radiofonici (vari su Italia Network, il tuo Dancefloor Jazz su Rai Radio 2 seguito da Cool Dance su Radio Montecarlo), programmi televisivi (Match Music, Crazy Dance, TSD, Videomusic ed altri minori diffusi in syndication), riviste: in passato era possibile percorrere tante strade con obiettivi di divulgazione, oggi invece pare che quei canali siano propensi a tutto fuorché dare voce a movimenti subculturali. Internet, che in teoria potrebbe condurre a riscontri ancora più forti, non sembra generare fidelizzazione o comunque un interesse pari a quello che avevano i giovani di qualche decennio fa. Possibile che a quasi vent’anni dal Duemila, data ideale di accesso al futuro, i vecchi mass media abbiano deciso di non puntare più su contenuti didattici preferendo l’intrattenimento leggero e molto spesso privo di alcuno spessore culturale? Perché avviene ciò?
Perché la musica non è più un motivo dominante. Le cose sono profondamente cambiate, i media se ne fregano della cultura musicale e cercano soluzioni facili ed immediate. Un vero peccato. Ormai se si cercano contenuti culturali relativi ad argomenti di nicchia, è necessario fiondarsi su internet o al massimo sui canali tematici televisivi, anche se lì ho visto più cose brutte del resto. I vecchi media sono oppressi dalla necessità di fare audience, non che prima non lo fossero ma ora chi rischia a parlare di argomenti che interessano a pochi? Vuoi sentire musica di un certo spessore? Vai sul web e lascia perdere le stazioni radiofoniche che non hanno più voglia, coraggio e competenze per investire sulla qualità. Il loro lavoro è mettere in rotazione venti brani, spesso pessimi. A questo punto, per me, possono diventare tutte radio di informazione, sul modello Radio 24. Fa eccezione, con buoni risultati, la Rai, forte del canone, dove c’è ancora voglia di far sentire musica seria, di raccontare una storia con calma e senza fretta. Spero possa durare. Sentire programmi liberi, senza significativi paletti editoriali come i miei Dancefloor Jazz e Cool Dance da te citati prima, ma anche come B Side di Alessio Bertallot o i mixati di Italia Network, è diventata pura utopia. Mi viene sempre in mente l’affermazione di uno che le radio private le aveva iniziate e alla grande, il compianto Leonardo Re Cecconi alias Leopardo, un genio assoluto. Nei primi anni Duemila, quando si iniziò a sentire aria di smobilitazione per i programmi radiofonici specializzati, mi disse: «Le radio private italiane, e quindi anche i network, sono sempre state fatte da tanti mediocri e pochi bravi». Mai come oggi quel concetto risulta veritiero. Leopardo stava anticipando ciò che sarebbe successo. Io, che in fondo nelle radio ho lavorato poco, solo cinque anni circa, ed essendo più un DJ da club, rimasi particolarmente colpito da quelle parole. Per quanto concerne la televisione e gli altri canali, l’analisi è molto più semplice: nei primi anni Novanta c’era un fermento incredibile intorno alla house music, risultò quasi logico creare televisioni e programmi dedicati, ma si trattò solo di un fenomeno passeggero. Io non ho mai creduto sino in fondo a quella vampata d’interesse, infatti declinai qualche proposta che sembrava interessante. Non mi rappresentava, non serviva e soprattutto non mi sentivo adatto. È un po’ come quello che è avvenuto ai club. Chi investe ancora in questo settore? Oggi non esiste più neanche un terzo delle discoteche che c’erano in Italia nel 1995. A fine anni Novanta è iniziato il declino ed è cambiato il sistema. Rimane internet ma, come dici tu, a dispetto del suo enorme potenziale non possiede la stessa forza di allora perché le nuove generazioni non hanno lo stesso interesse e rivolgono la loro attenzione altrove. Inoltre non c’è un fenomeno musicale dirompente come lo è stata l’house music. La trap? Non credo affatto. Assistiamo ad un calo vistoso dell’attenzione da parte dei giovani per la musica e le sue storie, ma anche per il clubbing. Questo argomento mi ha convinto a creare, con una crew di amici DJ, sia veterani che non, Brotherhood, un concept che non ha la pretesa di creare nulla di nuovo e fantastico ma solo di riportare al centro il valore della musica, come le one night degli anni Novanta tipo Matmos di cui parlavamo qualche riga fa. Insomma, prima la musica e poi il resto. È dura portare avanti un progetto del genere oggi ma qualche piccola soddisfazione ce la stiamo prendendo, ed abbiamo solo un anno di vita.

Discografia Bruno Bolla

Le copertine di alcune produzioni discografiche di Bruno Bolla

Il decennio 1990-1999 è stato l’ultimo a poter contare su un mercato regolato dall’economia pre-internet in cui le case discografiche incassavano denaro dalla vendita dei loro prodotti fisici (dischi, CD e cassette). Dal 2000 in poi le cose non sarebbero più state le stesse, e in tanti ci hanno rimesso le penne. Stranamente tu, a differenza di gran parte dei tuoi colleghi, non hai mai puntato a sviluppare il ruolo di produttore, seppur i tempi fossero ancora propizi, limitandoti perlopiù alla selezione di varie compilation tematiche (“Influencia Do Jazz”, “Break N’ Bossa”) a cui se ne aggiunsero altre nel nuovo millennio come i due volumi di “BlackTronic” su Cool D:vision. Perché hai preferito focalizzare la tua attività solo sul DJing?
Ho sempre avuto un rapporto particolare con la produzione di musica e soprattutto con la definizione di “produttore”. Quando sento qualcuno che si considera tale rimango sempre perplesso. Associo il fare musica all’essere musicista, ed io non lo sono. Ma cosa vuol dire realmente essere “produttori musicali”? Attribuirsi la paternità di un disco? Una buona parte dei nomi internazionali del DJing si avvale di ghost producer, musicisti con grande abilità nell’uso delle macchine, pagati per realizzare brani che escono a nomi di altri (a tal proposito si rimanda a questo reportage, nda). A metterci la firma è il DJ che grazie a questi dischi diventa famoso facendo più gig. In realtà più che essere un DJ, quello credo sia un imprenditore, label manager o qualcosa di simile. Qualora mettesse l’idea portante è giusto che gli vengano riconosciuti i meriti, ma se non lo fa? Questo succede abbastanza spesso, soprattutto oggi dove il marketing ha preso il sopravvento sul resto. Io sono molto rispettoso della mia attività da DJ ed anche di quella dei musicisti. Nel 1997 ho “prodotto” il mio primo disco, “Indefinita Atmosfera” di Neos, con Gerardo Frisina e musicisti straordinariamente importanti nel panorama jazz italiano come il sassofonista Gianni Bedori, scomparso nel 2005, e il pianista Luigi Bonafede. Il compito mio e di Gerardo, che poi ha intrapreso una strepitosa carriera solista, era dare degli input nu jazz con un’attitudine da club a dei musicisti tradizionali che della dance non sapevano nulla o quasi. Ecco perché sul disco c’è scritto “produzione artistica” accanto ai nostri nomi. Mi sembra una definizione corretta. Comunque il mio è un discorso generale, ovviamente esistono DJ che nel contempo possono essere anche musicisti e bravi producer, ma sono una minoranza contrariamente a quanto si possa credere. Si tratta di rispetto dei ruoli insomma. Io ad esempio realizzo e suono re-edit nelle mie serate, ma non le ho mai pubblicate, lungi da me appropriarmi di un brano su cui sono intervenuto facendo qualche cut, allungando delle parti ed aggiungendo beat e groove piu freschi. Nutro comunque rispetto per chi pubblica cose del genere, e devo dire che ci sono personaggi abili in questo, inclusi tanti amici DJ-producer, ma io non riesco proprio, almeno per il momento. Mi rifaccio a quella che è la mission del DJ sin dai tempi dei grandi maestri, Mancuso, Levan, Grasso, Hardy… ovvero selezionare, assemblare e mixare musica di altri dando ad essa l’energia necessaria per essere utilizzata in un club. Questo è il DJ, le altre funzioni sono accessorie, meno importanti. Per tale ragione non sono mai stato un “producer” prolifico, ho sempre lavorato sulla selezione e sul DJing piuttosto che sulla creazione. Quando sento un bel disco non penso quasi mai al groove da carpire per ricavarne un nuovo prodotto, bensì a quale possa essere il brano da accostare in un set. Ho questa attitudine, non c’è nulla da fare. Tuttavia in passato è capitato di collaborare in un team in cui il mio compito era rappresentare l’archivio storico e quindi tirare fuori l’idea da un disco che non conosceva nessuno. Un produttore artistico quindi, e non escludo che ciò possa accadere ancora in futuro. Gran parte dei miei sforzi, comunque, sono stati assorbiti dalle compilation: i tre volumi di “Influencia Do Jazz” raggiunsero, a metà anni Novanta, soglie di vendita impensabili per un progetto così specializzato, per di più made in Italy. Si parlava di ottomila/novemila copie a volume, forse anche di più, non ricordo bene. Stesso dicasi per i due volumi di “BlackTronic” usciti tra 2003 e 2005, tuttora un mio format da club.

Nel 2006 metti su, insieme a vari amici/colleghi, il team Love Supreme che debutta sulla Tirk di Sav Remzi, erede della Nuphonic citata spesso nei tuoi articoli e recensioni. L’ultima uscita però credo risalga al 2012, vi siete fermati?
Cause di forza maggiore ci hanno divisi. Io mi sono trasferito in Piemonte nel 2008, Roberto Di Movi ha mollato l’Italia per andarsene ad Ibiza più o meno nello stesso periodo. Nic Sarno invece ha iniziato con progetti solisti interessanti ma diversi. Luca Saponaro infine, musicista e perno del tutto, ha stretto varie collaborazioni con altri artisti della scena milanese, oltre ad aver fondato una propria etichetta, la Mad On The Moon, con risultati egregi anche se i dischi in quel periodo (2006-2010) si vendevano davvero poco e la riesplosione del vinile era piuttosto lontana. Era rimasto solo e noi, a differenza di tanti altri, non riuscivamo a scambiarci idee a distanza con Skype, avevamo bisogno del contatto fisico, di respirare la stessa aria, marijuana compresa (loro, io no) – ride. Molte incisioni dei Love Supreme erano jam improvvisate con una strumentazione quasi interamente analogica, nel pieno stile dei nostri eroi ed ispiratori come Can, Tangerine Dream, Klaus Schulze, Popol Vuh ed altre eminenze del krautrock tedesco. La spontaneità era la qualità primaria del nostro lavoro e riascoltando oggi quei brani mi accorgo che a guidarci era una grande creatività. Chissà, magari un giorno torneremo insieme.

Il mercato della musica è radicalmente cambiato ma si può dire altrettanto del DJing, spettacolarizzato come non mai e portato a livelli di popolarità esagerata, agli antipodi rispetto a quello che era il DJing degli albori. Tu, che hai avuto la possibilità di vivere almeno tre decenni in questo settore, come giudichi tale evoluzione o, come sostengono in tanti, involuzione?
La spettacolarizzazione e l’eccessiva popolarità di alcuni, cosiddetti, DJ, hanno ben poco da spartire con la mission per cui la figura del DJ stesso è nata. Negli anni d’oro il DJ era considerato importante quanto il barman del locale o poco più. Doveva solo caratterizzare il club con la sua musica. L’importanza attribuita ai DJ oggi è davvero eccessiva e lo dico anche se sono parte in causa. Non so se sia da considerare un’involuzione ma sono del parere che il DJ superstar odierno sia una figura ben diversa rispetto a quello che deve essere un DJ. Io lo chiamerei persino diversamente anche se non saprei come. Un DJ americano un giorno mi disse: «Un disc jockey non può valere più di cinquemila dollari, chiunque esso sia, è una questione di ruolo. Il DJ deve rimanere underground, anche sotto il profilo economico, è un concetto etico». Poi, come nel mondo del calcio, c’è la relazione tra domanda ed offerta ed è proprio lì che tutto diventa distorto. D’altra parte è un fenomeno strettamente connesso alla realtà contemporanea dove regnano eccessi incontrollati.

Oggi in discoteca pare si preferisca fare video con lo smartphone anziché ballare, e in relazione a ciò piovono costantemente critiche sulle nuove generazioni, accusate di non sapersi divertire e di frequentare locali (ma specialmente i grandi festival) per il solo gusto di far sapere agli altri di esserci stati. Come era il pubblico di venti o trent’anni fa invece? È vero che gli avventori dei club erano più appassionati rispetto a quelli odierni o è solo un luogo comune?
Esiste un pubblico appassionato anche ora, non tutto è negativo ed io non sono affatto un nostalgico. Sono però cambiati i numeri. Nei club ci andava più gente, questo è un aspetto non trascurabile, ora ci sono altre distrazioni proprio come lo smartphone. A questo proposito vorrei raccontare un aneddoto divertente e significativo. Nel 2008 sonorizzai l’apertura di un negozio di un brand italiano importante a Tokyo. Sentendo per caso un amico giapponese, un addetto ai lavori noto a Milano, mi venne in mente di allungare la permanenza in Giappone con un paio di gig in piccoli club dove normalmente si tenevano serate rare grooves. A rendere fattibile l’idea furono le mie raccolte “Influencia Do Jazz”, pare che grazie ad esse il mio nome fosse discretamente popolare da quelle parti. Portai solo CD per la performance nel negozio ed una quarantina di dischi rare grooves di tipo funk, brazil e jazz. Nel primo club, a Tokyo, la serata andò egregiamente, ricevetti tanti complimenti ed un ottimo riscontro. Il giorno dopo andai in un’altra località, fuori dal centro cittadino, praticamente in periferia, e lì ebbi quasi uno shock. C’erano tanti addetti ai lavori ma dopo un’ora mi resi conto che non ci fosse grande entusiasmo, ballavano in pochi e molti erano distratti, guardavano il telefonino ed io non capivo la ragione. Chiamai quindi il mio amico chiedendogli se fosse possibile farmi parlare con l’organizzatore che era a pochi metri da me. Gli domandai cosa non andasse, se stessi sbagliando qualcosa in quello che facevo e lui, dopo un paio di classici inchini, mi disse: «No amico, tutt’altro. Stai mettendo cose bellissime che non conoscono e quindi stanno cercando di capire cosa siano con l’aiuto di un’app installata sul cellulare». Caddi dalle nuvole, non sapevo neanche cosa fosse ma è risaputo, i giapponesi sono sempre stati avanti nella tecnologia. Rimasi talmente basito che il mio interlocutore capì l’imbarazzo e qualche minuto dopo, credo in seguito ad un robusto passaparola, tutti iniziarono magicamente a ballare e terminai il mio set in gloria. In quel caso ho dovuto ricorrere a tutta la mia sfacciataggine ed esperienza per non perdere la calma. Oggi quando vedo smartphone e video, invito la gente a godersi il momento ma purtroppo non ho l’antidoto a questo atteggiamento, credo sia una questione di cultura. Per quanto riguarda i festival invece, penso che abbiano accelerato il declino del clubbing. Come dicevo prima, in Italia il “decesso” è avvenuto da tempo, ma in Europa, soprattutto al nord, un certo modo di identificarsi nel club “di fiducia” resiste ancora e i frequentatori non sono certamente solo attempati nostalgici ma pure giovanissimi. Gli appassionati e i cultori restano ma sono meno. Personalmente mi piacciono alcuni piccoli festival a programmazione mista tra live e DJ set con un mix tra acustica ed elettronica, con act nuovi abbinati a show di figure storiche. Di questo tipo ce ne sono anche in Italia. Non mi piacciono invece i festival monocorde, quelli con trenta DJ di nome che fanno più o meno la stessa cosa, o coi tantissimi DJ che richiedono set lunghi per suonare la stessa minestra (e questo succede anche nei club). Li trovo noiosi ed inutili.

Bruno Bolla @ Country Club (Siziano, 1994)

Bruno Bolla in compagnia di un’amica al Country Club di Siziano (Pavia), nel 1994

Perché si parla sempre entusiasticamente degli anni Novanta?
Perché rappresentano la golden age del clubbing e forse anche la mia stessa “età dorata” soprattutto per i trascorsi più underground. Credo però che anche negli anni Novanta ci siano stati dei momenti d’ombra. Nel mio caso, intorno al 1996, vissi un’impasse perché la house sembrava aver esaurito la sua spinta delle origini. Quella “stasi creativa” mi portò ad esplorare altri mondi musicali come trip hop, breakbeat e le prime cose del french touch, correnti che però non mi convinsero appieno. Nel frattempo la scena rare grooves, altro mio volto sonoro, stava entrando nella fase nel cosiddetto “nuovo jazz da club” poi chiamato nu jazz, ma i tempi non erano ancora maturi. Fu un periodo di piccola confusione perché erano generi non molto popolari e quindi non era affatto facile acquisire gig ed avere sfoghi radiofonici. Ritrovai la giusta energia alla fine del decennio quando l’house prese nuovamente una piega a me congeniale, tingendosi di afro e jazz con bellissime pubblicazioni di artisti come Masters At Work, Joe Claussell, François Kevorkian ed Osunlade, solo per citarne alcuni. Iniziai quindi gli anni Duemila col piede giusto e con le idee molto chiare, infatti credo che il periodo 2000-2006 sia quello in cui il mio nome abbia conosciuto maggiore popolarità, anche grazie a Cool Dance a cui facevamo prima cenno, un radio show dal concept assolutamente innovativo per i tempi e veramente eclettico, che andava oltre i mix show, pur pregevoli, orientati ad house e dance commerciale sentiti fino ad allora. Mettere insieme ben cinquemila persone nei primi cinque anni della mia residenza decennale al Cafè Solaire con quel suono poteva sembrare solo un sogno eppure era realtà.

Hai più vissuto momenti di stanca come quello del 1996?
Sì, circa una decina di anni più tardi. Nel 2007 entrai nuovamente in una fase un po’ strana, le cose stavano cambiando sia professionalmente che umanamente. Il matrimonio, la nascita di mia figlia, il trasferimento in Piemonte in una casa con bed & breakfast e studio annessi: tutti eventi non certamente indifferenti per chi, come me, non avrebbe scommesso un centesimo sul creare una famiglia. Invece è successo, con tutto il coinvolgimento emotivo del caso. La ristrutturazione della casa, la totale devozione al mio orto, la costruzione di una nuova, seppur piccola, attività sono diventate la mia quotidianità. A dirla tutta, iniziai ad avere un certo senso di nausea del mondo del clubbing perché a mio avviso la scena stava cambiando in peggio e nelle discoteche italiane si cominciò a respirare un’altra aria. Milano, in particolare, toccò forse il suo momento più basso (non ricordo periodi peggiori del lustro 2006-2011), almeno per musica, arte e spettacolo. Trovavo molto più interessanti città come Torino che costruivano una visione differente di club culture. Inoltre terminai l’esperienza radiofonica, visto che importanti cambiamenti travolsero pure quel settore, e i locali in cui avevo lavorato come resident iniziarono un declino fisiologico. Sino al 2009 circa ebbi l’opportunità di fare un po’ di serate all’estero, soprattutto in Oriente, grazie ad amici sparsi per il mondo e solo talvolta tramite qualche agenzia, anche perché non ho mai avuto una booking agency che si occupasse di me. Poi seguì un po’ di consapevole isolamento. C’è stato un periodo in cui ho pensato di mollare del tutto la musica, anche a causa di cose che mi hanno profondamente amareggiato e deluso. Riflettere sull’età che avanza però è un errore, basti guardare al momento strepitoso che vivono tanti DJ old school che mi hanno ispirato, tutti ovviamente più grandi di me. Così, grazie ad amici e persone vicine, ho deciso di continuare a mettere dischi sino a novant’anni. Non sono mica un mediano del calcio, posso resistere!

Qualche riga fa hai fatto cenno ad una crisi della scena milanese avvenuta tra la seconda metà degli anni Zero e i primi Dieci. Cosa avvenne di preciso?
Cambiò tutto profondamente. Tolte rarissime eccezioni, il clubbing divenne assolutamente mediocre e la musica non era più l’elemento trainante. Pure i generi si rivelarono solo rimpasti privi di quella forza necessaria per generare e fidelizzare nuovi adepti entusiasti, e la gestione dei locali fu stravolta. Un tempo a scegliere gli ospiti stranieri erano gli art director, al massimo con qualche suggerimento di chi lavorava in consolle, in quegli anni invece capitava molto spesso che le decisioni venissero prese dagli stessi DJ che ambivano a mettersi in mostra e magari ottenere una gig nel Paese di provenienza dell’ospite come contraccambio. Per non parlare poi della valanga di newcomer che si sono avvicinati a questo settore solo grazie alla tecnologia ma con background pari a zero. Risultato? Confusione totale, nei club e tra gli addetti ai lavori, col marketing che ha preso il sopravvento e l’apparire diventato più importante dell’essere. Non nego che questo approccio esistesse già negli anni Novanta, ma era diverso perché la musica riusciva ancora a primeggiare su tutto. Le cose fortunatamente, dopo il 2012 circa, sono migliorate ma faccio ancora fatica a raccapezzarmi e credo che tanti altri si trovino nella mia stessa condizione. L’unico modo per rimanere a galla è adeguarsi, io ci sono arrivato negli ultimi anni ma a modo mio, mantenendo sempre una certa distanza da cose che non riesco proprio a concepire e tollerare. Ora ho una nuova consapevolezza ma non voglio appartenere alla schiera dei nostalgici. Ho ritrovato l’entusiasmo e la voglia di “esplorare”, cerco quindi di fare bene le cose in cui credo così come le facevo un tempo, che ci siano cinquanta o cinquemila persone davanti per me non cambia nulla.

Se da un lato viviamo costantemente immersi nelle tecnologie di asimoviana memoria, dall’altro fronteggiamo col costante recupero di cose passate, facilitato anche da internet che in alcuni casi può trasformarsi in una sorta di “macchina del tempo”. Si veda, ad esempio, l’attenzione che riguarda l’italo house, genere che forse sta ottenendo più consensi ora rispetto alla sua collocazione storica originaria. Cosa ne pensi in merito? Si tratta di fogge passeggere istigate da qualcuno o qualcosa?
Assolutamente sì. Alla fine internet fa anche qualcosa di buono. L’italo house ha partorito grandi dischi ed un sacco di micro etichette interessantissime. Alcuni produttori e label poco popolari all’epoca stanno finalmente raccogliendo riconoscimenti inaspettati. Grazie alla voglia di retrospettiva che adesso sta contagiando un po’ tutti, in Europa si sta facendo giustizia. Meglio tardi che mai! A Brotherhood, ad esempio, abbiamo dedicato un’intera rassegna chiamata “The Italo House 90s Heroes”, dedicata ai produttori e label manager più oscuri ed underground di quegli anni. In tutto questo un merito indiretto lo ha il ritorno del vinile. Io ero tra i tantissimi che avevano cantato il De Profundis dopo il 2004-2005 e sono davvero contento di essermi sbagliato. Non credo che questo recupero del passato durerà poco perché indubbiamente, parlando di dance music, i pezzi che hanno smosso le acque ed hanno lasciato il segno sono quelli usciti dagli anni Settanta a fine anni Novanta. In seguito sono apparse ancora cose interessanti ma a mio avviso generi come disco, funk, boogie, house e techno prima maniera sono irripetibili. Tuttavia le gemme da riscoprire sono sempre meno, ormai stanno setacciando tutto di tutto.

Continui a comprare dischi e musica in generale?
Non mi sono mai fermato ma sicuramente acquisto meno di prima. Dopo quasi quarant’anni e pesanti rinunce, soprattutto da giovanissimo, le priorità cambiano. Per la cosiddetta “musica di consumo”, ovvero quella che suono durante le serate, uso principalmente i file ma il mio set up ideale in consolle è un ibrido tra analogico e digitale, quindi prevede anche la presenza dei giradischi. In vinile compro ristampe di rare grooves di generi come afro, funk e soul, oltre a qualcosa contemporanea, sia in 12″ che LP.

Quanti dischi possiedi?
Ne ho davvero tanti, circa quarantacinquemila, a cui vanno sommati i CD. Inizio ad avere seri problemi di spazio e da qualche tempo a questa parte ho iniziato a vendere le doppie copie ed alcune cose che non mi interessano più. Nel complesso sono tutti catalogati ma qualche volta divento matto a ricercare qualcosa che non è al suo posto.

Bolla Studio (2018)

Una parte della collezione di dischi di Bruno Bolla, 2018

Ci sono artisti ed etichette che ti hanno colpito recentemente?
Mi piacciono molto le cose della nuova scena afro e neo soul, etichette come Freestyle, Soundway, BBE ed pure quelle più house oriented tipo la MoBlack Records, la Philpot, la Lumberjacks In Hell o la Local Talk. Seguo inoltre label elettroniche che definisco “sempreverdi”, come Warp e Ninja Tune, oltre ad una moltitudine di etichette dedite ai re-edit disco e funk, tantissime da menzionare.

Quali invece i nomi più rivoluzionari degli anni Novanta?
Tra i DJ/produttori Carl Craig, Laurent Garnier, Larry Heard, Romanthony, Little Louie Vega, Kenny Dope Gonzalez e François Kevorkian, tra le etichette invece le già citate Warp e Ninja Tune, Nu Groove, F Communications, Soul Jazz Records ma l’elenco potrebbe andare avanti a lungo.

Solitamente i DJ hanno sempre nel flight case qualche “secret weapon” che usano in momenti particolari delle proprie serate. Quali sono i tuoi?
Ne ho tanti. In questo momento citerei “Renegade” di David Camacho, un caro amico DJ scomparso qualche anno fa, una delle anime più soulful che abbia mai conosciuto.

C’è almeno un disco che ti faceva impazzire ma che suonandolo in pubblico rischiava di svuotare la pista?
Solitamente non metto dischi che possano svuotare ma se succede dipende dal fatto di non aver indovinato la giusta sequenza, una qualità basilare per un disc jockey. Puoi passare anche un disco “difficile” ma se ci arrivi con la sequenza giusta lo fai diventare “facile”. In fin dei conti è proprio questa l’essenza dell’essere DJ.

(Giosuè Impellizzeri)

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Fidelfatti With Ronnette – Just Wanna Touch Me (Magic Service)

Fidelfatti With Ronnette - Just Wanna Touch MeGli ultimi anni Ottanta sono stati decisivi per l’evoluzione della musica dance, in tutto il mondo ed anche in Italia dove l’imperante italo disco termina la sua egemonia. La grande novità, la house music, giunge dall’altra parte dell’Atlantico anche se da noi la percezione che va diffondendosi per la maggiore è che quel nuovo genere musicale fosse britannico, convinzione che forse si insinua per via dei mega successi d’oltremanica di M.A.R.R.S., Bomb The Bass, Coldcut o S’Express.

Ad aderire presto alla house è Piero Fidelfatti, DJ di lungo corso e pioniere dell’italo disco in primis per Time e Video (“Can’t You Feel It”, “Shaker Shake” e “Somebody” sono ormai considerati dei classici senza tempo) e che non mostra esitazione ad abbracciare le nuove sonorità. Nel 1988 esce il suo “Baila Chico (Acid Version)” registrato nel Palace Recording Studio di Andrea Gemolotto, ad Udine, che rivela apertamente un legame con la house riconvertita in chiave sampledelica, tipica espressione creativa dei produttori del Regno Unito.

Piero Fidelfatti 2

Uno scorcio dell’Executive Studio di Piero Fidelfatti (1981)

«Musicalmente gli anni Ottanta sono stati un autentico melting pot» racconta oggi Fidelfatti. «Mentre in Italia furoreggiava la italo disco, in Gran Bretagna funzionava la new wave e i primi dischi creati sul sampling, in Belgio ed Olanda la new beat e in America la disco e il soul. Il pubblico delle discoteche iniziò ad apprezzare nuove sonorità soprattutto attraverso la house di Chicago sviluppata dal 1985 in poi, ma la hit mondiale che sconvolse i canoni creando un nuovo stile è da attribuire ai M.A.R.R.S. che con “Pump Up The Volume” consolidarono l’house e la samplemania. Nell’estate del 1987 incisi un megamix bootleg intitolato “Baila Chico Mix” facendolo stampare come se fosse un mix americano. Copiai persino il colore e il nome dell’etichetta, Easy Street, e fu subito un successo ma a causa di ciò fummo obbligati a cambiare il nome della label ed optammo per Easy Dance. Il caso volle che in quello stesso periodo vennero bloccate le importazioni del mix di “Pump Up The Volume” visto che la CGD licenziò il brano in esclusiva da noi. Questo si rivelò un colpo di fortuna perché c’era maggior spazio per “Baila Chico Mix” che vendette migliaia di copie, e non solo in Italia. Anni dopo la segretaria di Severo Lombardoni mi confidò che ai tempi anziché pagare le fatture dei fornitori esteri, la Discomagic pareggiava i conti inviando scatoloni contenenti il “Baila Chico Mix”».

Nel 1989 è la volta di “Just Wanna Touch Me”, sulla Magic Service del gruppo Discomagic, con cui Fidelfatti sovrappone le pianate tipiche della italo house in voga ai tempi a più rilassate atmosfere downtempo sdoganate da “The Power” degli Snap!. A fare da collante è l’acappella soul tratta da “Touch And Go” di Ecstasy, Passion & Pain Featuring Barbara Roy, del 1976, la stessa ad essere setacciata da altri artisti negli anni seguenti (The End per “You Got Me Burning” nel 1993, JX per “Son Of A Gun” nel 1994, Big Time Charlie per “On The Run” nel 1999 e Houzecrushers per “Touch Me” nel 2006, giusto per citarne alcuni). «Prestando sempre particolare attenzione a mode e cambiamenti musicali in atto, realizzai un brano con quelle caratteristiche affiancato dal fidato musicista Franco Storchi (che è anche un apprezzato disegnatore, sue le copertine di Time, Video, The Creatures, Fake e molte altre, nda) nello studio di Sandy Dian. “Just Wanna Touch Me” venne tecnicamente assemblato con un sequencer installato sul Commodore 64. Trovai la parte vocale su un disco intitolato “Acapella Anonymous Vol. #1”, lo stesso da cui i Black Box trassero la voce di “Love Sensation” di Loleatta Holloway per “Ride On Time”. Registrammo “Just Wanna Touch Me” come se fosse un live, sincronizzando la voce presa dal disco sulla base. Visto il successo, interpellai Barbara Roy per un eventuale follow-up ma l’età avanzata l’aveva ormai allontanata dalle scene. La sua casa discografica invece approfittò dell’occasione per pubblicare una raccolta/best of».

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Piero Fidelfatti e Gladys Dartril, la ragazza immagine che porta “Just Wanna Touch Me” nelle discoteche nelle vesti di Ronnette

Per giustificare la voce femminile in copertina viene indicata una presunta cantante, Ronnette, presenza fittizia visto che non c’è mai stata nessuna interprete con quel nome ad aver ricantato il brano degli Ecstasy, Passion & Pain, analogamente a quanto avviene in decine di altri casi anche a distanza di molti anni (come Liza in “You Break My Heart” dei DV 8, 1998). Per le esibizioni nelle discoteche invece la figura di Ronnette viene impersonata fisicamente dalla francese Gladys Dartril, ragazza immagine che qualche tempo dopo canta “Je Le Fais Express (Satisfy)” dei Fishbone Beat e che più recentemente si esibisce nei live revival di Paraje prendendo il posto di Meybing Quintana.

Sul disco e sulla copertina di “Just Wanna Touch Me” si fa pure riferimento ad un album di futura pubblicazione intitolato “Experience”, omonimo del brano inciso sul lato b, un suadente trip deep house. Quell’LP però non viene mai pubblicato. «In quel frenetico momento ricevetti la telefonata di Pippo Landro della New Music International che mi invitò a prendere parte alla compilation “Italian D.J.” che avrebbe raccolto solo brani inediti. L’occasione era unica ma avevo già preso l’impegno con la Discomagic e la Polydor britannica, a fronte peraltro di un anticipo particolarmente sostanzioso con cui acquistai un appartamento. Furbescamente feci ascoltare a Lombardoni dei brani mediocri e, di comune accordo, la realizzazione dell’album venne sospesa. Tenni quindi “Listen To My Music” per la compilation di Landro che lo pubblicò anche come singolo su New Music International nel 1991». Il successo di “Just Wanna Touch Me” non si esaurisce velocemente e il brano viene licenziato in diversi Paesi europei e nel Regno Unito, nello specifico, è remixato da Norman Cook, il futuro Fatboy Slim, che dopo l’esperienza negli Housemartins si reinventa nei Beats International. «L’iniziativa fu proprio di Cook giacché il pezzo, strasuonato da Pete Tong ed una hit ad Ibiza, gli piacque tantissimo. Ci incontrammo a Milano per definire i dettagli del contratto e successivamente avemmo modo di rivederci in occasione di una puntata del Festivalbar dove si esibì con la sua band, i Beats International».

La collaborazione tra Fidelfatti e la Magic Service prosegue per qualche tempo ed escono “Ocean” (dedicato all’omonima discoteca di Sottomarina nata dalle ceneri del Cichito, dove lo stesso Fidelfatti si esibisce svariate volte sin dagli anni Settanta – si veda qui e qui -), “Step By Step” e “D.J. Blues”, realizzato ancora con Storchi ed interpretato dal vocalist dei Kano, Glen White, e coi background vocal di Susanna Dal Gesso, voce della citata “Listen To My Music”. Nel ’92 il DJ veneto approda alla Media Records di Gianfranco Bortolotti incidendo prima “Love Is God” (su Signal) e poi tutta una serie di produzioni sotto pseudonimo (Carl Roberts, Eventide, Global Hypercolor Of Music, Pimienta Negra). Alla Dance And Waves del gruppo Expanded Music invece offre “Free” di Deborah Wilson, un discreto successo europeo house/funk che trae ancora spunto da un brano del passato, “Mr. Right” di Eleanore Mills. Non contento, tra ’93 e ’94 Fidelfatti si cimenta in alcune esperienze ai confini con l’eurodance/italodance come “El Ritmo Del Universo” e “La Magia De Mi Musica” di Amparo, entrambi su Italian Style Production del gruppo Time Records di Giacomo Maiolini a cui precedentemente destina la house dei due volumi di “Tribal Underground” su Line Music. La voglia di rinnovarsi e confrontarsi con nuovi stili è una prerogativa dell’artista che in quel periodo incide davvero tantissimi brani.

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Piero Fidelfatti e il fonico Carlo Montagner nello studio di Sandy Dian, nei primi anni Novanta

«Bortolotti lo incontrai a Londra, durante una serata dedicata alle gare del DMC» rammenta. «Si avvicinò e mi propose una collaborazione invitandomi a Roncadelle. Iniziò quindi il rapporto con i musicisti della Media Records che sin da subito dimostrarono di apprezzare il mio arrivo nel loro team. Ricordo anche un discorso che un giorno mi fece Bortolotti mentre eravamo a pranzo. Prese due coltelli, li poggiò formando una V e disse che le mie produzioni si trovavano sempre sul filo esterno di quella lettera. Il pezzo che mi avrebbe portato all’interno di quella V invece si sarebbe rivelata una hit. Maiolini, un altro bresciano con cui ho collaborato, invece lo conoscevo sin dai tempi in cui lavorava come commercialista alla Discomagic. Lui aveva una piccola scrivania all’angolo in cui ci si imbatteva dopo aver salito le scale. Era una postazione tattica giacché ogni volta che andavo lì mi fermava e mi ricordava che avevo delle fatture pendenti del mio negozio di dischi, il Disco Club (di cui abbiamo dettagliatamente parlato in Decadance Extra, nda). Puntualmente gli rispondevo di attendere poco prima di entrare in ufficio da Severo proponendogli nuovi pezzi da stampare. Dopo aver ottenuto l’ok e un anticipo in denaro, cosa che avveniva per ogni disco, mi mandava al piano inferiore dove c’era la sorella Anna che curava i contratti. Alla fine tornavo da Giacomo che mi attendeva impaziente per battere cassa ma ogni volta, stranamente, era lui a pareggiare i conti con gli anticipi di Severo mentre io continuavo ad avanzare royalties».

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Piero Fidelfatti alla consolle del Teatriz nel 1996. Il DJ indossa la t-shirt della Synthetic Records, etichetta progressive trance gestita insieme a Sandy Dian sulla quale viene pubblicato il primo singolo di Saccoman.

Tra 1995 e 1996 il DJ di Sottomarina sposta la sua attenzione verso trance, progressive e techno – seppur in passato avesse già marginalmente toccato questi lidi, si senta “Can You God” di XT 1 del 1992 – generi sviluppati in progetti come Sharp Nerve, The Konk e White Moth condivisi con Saccoman, sino a sancire ufficialmente la rinascita stilistica con “The Rebirth”, su Outta nel 1996. Ai tempi qualcuno lo accusa di essere un voltagabbana e di aver rinunciato alla house solo per interessi economici. «La decisione di dedicarmi con più stabilità alle produzioni techno/trance fu principalmente dettata dalla mia presenza al Teatriz. Inizialmente suonavo house nel privée, il Maison Moliere, ma una sera Bruno Cristofori, uno dei gestori del locale, chiese a noi DJ se ci fosse qualcuno disposto a suonare nella sala principale poiché un problema aveva impedito all’ospite straniero di arrivare in tempo. Serviva urgentemente dare il cambio al resident ma tutti declinarono l’invito dicendo di non avere i dischi adatti e di non voler rischiare. Cristofori allora affermò che solo io avrei potuto salvarlo da quell’inghippo e così, con l’aiuto di Gianni Agrey, riuscii a portare a termine la serata. Non fu facile, fui costretto ad ingegnarmi suonando parte dei dischi che avevo in valigetta col pitch accelerato, ma andò talmente bene che mi promossero come resident nella stagione successiva insieme ad Agrey e Moka, proprio nella main room. Suonare musica techno con quattromila persone che intonavano in coro le mie canzoni fu un’emozione unica.

Altrettanto elettrizzante fu l’esperienza con la School Of DJ, nata quando ricevetti una chiamata da Marco Mazzi che mi disse, testualmente, che quella telefonata mi avrebbe cambiato la vita. Ci incontrammo a cena a Milano, con Eugenio Tovini e Lucio Da Ru, e in breve partì il progetto. Un’esperienza unica che si sviluppò nei primi anni Duemila attraverso cinquanta date in tutta Italia, isole comprese. In seguito mi sono dedicato, con la mia associazione The Art Of DJing, ad eventi come il primo Pioneer DJ Contest e in collaborazione col Ministero della Pubblica Istruzione di Roma, abbiamo dato vita a vari incontri per qualificare la professione del DJ». (Giosuè Impellizzeri)

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DJ Hell – DJ chart gennaio 1996

Hell chart (Frontpage, gennaio 1996)

DJ: Hell
Fonte: Frontpage
Data: gennaio 1996

1) Surgeon – Pet 2000
Pubblicato dalla Downwards di Regis e Female, “Pet 2000” è uno degli EP che Anthony Child incide ad inizio carriera. Tre i brani racchiusi al suo interno, “Badger Bite”, “Reptile Mess” ed “Electric Chicken”. Dura come granito, è techno che induce all’ipnosi, deumanizzata e paragonabile ai tool che lo sloveno Umek produce a raffica tra la seconda metà degli anni Novanta e i primissimi Duemila.

2) Neil Landstrumm – Brown By August
La musica che Landstrumm convoglia nel suo primo album su Peacefrog Records è abrasiva e brutale, pare una versione techno della ghetto house che ai tempi esce a ripetizione sulla Dance Mania di Chicago. I beat sono sghembi e saltellanti (“Shuttlecock”, “DX Serve”, “Custard Traxx”), i suoni messi sul saliscendi (“Shake The Hog”, “Finnish Deception”), e non manca nemmeno qualche occhiata all’acid più ruvida (“Home Delivery”, “Squeeze”). Il titolo che appare su Frontpage è “Bounty Hunter” ma, come chiarisce oggi lo stesso autore, fu quello provvisorio poi sostituito dal definitivo “Brown By August”. Qualche tempo dopo Landstrumm ed Hell avranno un battibecco i cui dettagli sono racchiusi in Gigolography.

3) DJ Rok – Fuck The Crowd
Un acetato con un brano mai pubblicato: potrebbe essere questa la spiegazione per cui nella discografia di Rok non si rintracci nessuna “Fuck The Crowd”. In alternativa potrebbe trattarsi di un pezzo edito ma con un titolo diverso. DJ Rok (il tedesco Jürgen Rokitta, particolarmente noto nelle discoteche della capitale tedesca tra la fine degli anni Ottanta e i primi Duemila) approda all’International Deejay Gigolo di Hell incidendo il terzo 12″ del catalogo insieme ad un’altra vecchia conoscenza del clubbing berlinese, Jonzon. Poi passa dalla Low Spirit Recordings di WestBam alla Müller Records di Beroshima sino a fondare la propria Defender Records. Una decina di anni fa circa pone fine alla carriera musicale ma non prima di tornare su Gigolo con “Jack Your Ass”, questa volta insieme a Mijk Van Dijk.

4) Sluts’n’Strings & 909 – Carrera
In questo album Erdem Tunakan e Patrick Pulsinger generano un suono ai tempi incasellato dai media come “chemical beat”, fatto di forsennati campionamenti e cervellotici cut-up. Nella seconda metà dei Novanta, complice l’esplosione mediatica dei Chemical Brothers e di altri artisti ascrivibili al segmento breaks/big beat (Propellerheads, The Wiseguys, Fluke, Midfield General, Crystal Method, Fatboy Slim), il “beat chimico” conosce un momento dorato ma il successo però non bacia gli Sluts’n’Strings & 909, forse perché i loro pezzi sono privi di qualsiasi slancio pop adottabile dalle radio. Il disco centrifuga elementi funk ed hip hop (“Intro (Go Back In The Time With Your Mind)”, “Dig This?”, “It’s A Blast!”, “Crunchy Custom (Live Cut)”) ma è con le movenze big beat che i due della Cheap riescono a fulminare l’ascoltatore attratto da soluzioni alchemiche (“Put Me On!”, “Puta”, “Civilized”, “Dear Trevor…”). Nel menù c’è pure una portata condita da ritmiche technoidi, “Past The Gates”, che proprio Hell remixerà nel 1998. Nella classifica viene indicato sommariamente come do12″ (dove “do” sta per double”). Pulsinger, contattato pochi giorni fa, spiega: «Ai tempi stampammo un po’ di promo white label ed Hell fu tra i primissimi a ricevere il disco e supportarlo. Poiché completamente privo di ogni indicazione sui titoli, lo segnalò semplicemente come “doppio 12”. La pubblicazione ufficiale avvenne soltanto parecchi mesi più tardi».

5) Equinox – Pulzar (Jeff Mills Remix)
Pubblicato nel 1992 dalla newyorkese Vortex Records, “Pulzar” degli Equinox (Damon Wild e Peter ‘DJ Repete’ Demarco) è un violento uragano di rave techno, affidato l’anno successivo a Jeff Mills che ne realizza due remix, uno dei quali viene ristampato nel 1996 dalla Synewave del citato Wild. Mills tutela le selvaggerie dell’original mantenendo sostenuta la velocità di crociera. Vale la pena segnalare che la re-release su Synewave menzionata nella chart viene ulteriormente impreziosita da un nuovo remix firmato proprio da Hell, intento ad arroventare il beat con spazi ritmici pieni e vuoti (flangerati?) su cui insiste la linea pseudo acida.

6) Richard Bartz – ?
La chart è nuovamente poco chiara: in assenza del titolo non si capisce se Hell intendesse il secondo disco che Bartz incide sulla sua Kurbel, ovvero “The Endless Tales Of Saug 27”, oppure il secondo 12″ della stessa Kurbel che però Bartz firma con uno pseudonimo, Ghetto Blaster. Comunque sia andata, in entrambi i casi il produttore tedesco cavalca con perizia una techno solida, grintosa e che risente di dettami millsiani. La Kurbel continua a pubblicare musica intrigante (sia di Bartz, sia di altri artisti come Savas Pascalidis, Christian Morgenstern, Heiko Laux, Lab Insect e Mannix) sino al 2002, anno in cui è costretta a fermarsi per problemi legati alla distribuzione. Torna nel 2005 terminando in modo definitivo la sua corsa due anni più tardi.

7) Dave Clarke – The Storm (Surgeon Dub)
Il remix che il menzionato Anthony Child realizza per “The Storm” (l’originale è in “Red Three”) è un siluro a lunga gittata che lascia dietro una scia di hihat liquefatti. Impetuosa anche la stesura che scorre con pochi break. Il brano si trova su “Southside”, pubblicato in tandem da Deconstruction e Bush, che però è house-oriented con riferimenti filter disco ulteriormente enfatizzati dalla versione di DJ Sneak. Sia “The Storm” che “Southside” figurano nella tracklist del primo album di Clarke, “Archive One”, ricco di accortezze formali e in cui l’artista dimostra di avere le carte in regola per oltrepassare, in tempi non sospetti, i confini di techno ed house, ricavandone sviluppi incrociati tra downtempo, ambient e breakbeat (“Splendour”, “Rhapsody In Red”, “No One’s Driving”).

8) Electric Indigo – Work The Future
Così come avvenuto qualche riga più sopra per DJ Rok, nella discografia di Electric Indigo non si rinviene alcun brano con questo titolo. Contattata poche settimane fa, l’artista viennese, che tra 1995 e 1996 appare quasi del tutto inattiva sul fronte produzioni, dichiara di non sapere proprio a cosa potesse fare riferimento Hell nella classifica. Hell stesso, prevedibilmente, ammette di non ricordare. Il mistero resta insoluto. Per ora.

9) Naughty – Boing Bum Tschag
Inizialmente destinato alla Disko B, “Boing Bum Tschag” è un pezzo techno trainato da un giro circolare di basso ed un breve sample vocale preso da “Boing Boom Tschak” dei Kraftwerk. Ai tempi Hell lo propone attraverso una registrazione su DAT e se ne innamora al punto da sceglierlo per il debutto della sua International Deejay Gigolo, insieme ad “Innerwood” di David Carretta. Il 12″ arriva circa un anno più tardi ma sul disco non figura il nome di Tolis, artista con cui Filippo “Naughty” Moscatello incide un paio di EP sulla Ferox Records nel 1995 e col quale poi forma i Decksharks remixando “This Is For You” proprio di Hell.

10) Robert Armani – Blow That Shit Out
Nella tracklist di “Blow It Out”, il quinto album che Robert Armani pubblica sulla romana ACV, “Blow That Shit Out” esprime il suo potenziale attraverso un numero ridotto di elementi: una cassa quasi distorta, poche coloriture di hihat, un clap ed un breve frammento di suono che si ripete lungo la stesura. Più nota è la versione remix realizzata da Joey Beltram che, pur mantenendo intatta l’espressione minimalista, riesce ad ottenere un risultato più convincente.

(Giosuè Impellizzeri)

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I documentari sulla musica elettronica

documentariPer sopperire all’assenza di un database specificamente dedicato ai documentari sulla musica elettronica, ad ottobre 2012 Giosuè Impellizzeri inizia a raccoglierne alcuni in una Nota sul proprio profilo Facebook, segnalandone il link, analizzandone il contenuto ed aggiornando la lista ogni qualvolta fossero disponibili nuove fonti.
Nel corso del tempo lo spazio “Nota” messo a disposizione dal social di Mark Zuckerberg diventa insufficiente ma è anche la voglia di rendere il lavoro più facilmente rintracciabile, fruibile e condivisibile a creare i presupposti per trasferirlo sulle pagine del blog di Decadance.
Naturalmente il database sarà oggetto di periodici aggiornamenti.

Kraftwerk And The Electronic Revolution
In questo video del 2008, di ben due ore e mezza e disponibile anche in DVD, si approfondisce la “rivoluzione elettronica” che prende piede nel Paese che, forse più di ogni altro, esce martoriato dal secondo conflitto mondiale, la Germania. L’età buia non è ancora giunta al termine (la nazione verrà riunificata solo nel 1990), e la musica americana ed inglese rappresenta, per la generazione degli anni Cinquanta e Sessanta, un nuovo modello da seguire. Tra i primi sperimentatori c’è Conrad Schnitzler dei Tangerine Dream (passato a miglior vita nel 2011), che qui racconta il suo approccio inedito alla materia musicale, nato dal rifiuto della melodia. «Solo se non sai suonare uno strumento potrai creare musica davvero libera e svincolata da ogni regola» afferma provocatoriamente il compositore tedesco. Anche gli Amon Düül e i Can ricoprono un ruolo assai importante in questa fase storica, miscelando svariate influenze tratte dalle culture estere e fondendole con le proprie. Il risultato non è un surrogato del Rock n Roll, bensì qualcosa di nuovo, che la stampa e la critica angloamericana ribattezza, in senso denigratorio, Krautrock (nota anche come Kosmische Musik). La rinascita industriale registrata nelle città della Germania Ovest rappresenta uno stimolo maggiore e, non certamente a caso, si forma a Düsseldorf la band considerata antesignana ed ispiratrice della musica elettronica contemporanea, i Kraftwerk. Partendo da basi classiche, i tedeschi sviluppano un suono che bypassa le orchestre e cerca di aprire e chiudere un cerchio in modo del tutto autonomo. Evolvendo i concetti della musique concrète francese di Pierre Schaeffer nell’approccio teutonico, i Kraftwerk creano il loro genere, così come qui descrive Karl Bartos. La letteratura fantascientifica e i progressi scientifico-industriali fanno il resto, alimentando il focus sul “mondo del futuro”. Interessante anche il contributo di Klaus Röder, nei Kraftwerk tra ’74 e ’75: «I Kraftwerk sono stati Ralf Hütter e Florian Schneider: il resto è solo componente addizionale. Negli anni vari musicisti, come me, hanno preso parte al progetto, ma si limitavano ad eseguire delle parti che loro due chiedevano espressamente». Dal Klingklang Studio, al 16 della Mintropstraße, pieno di strumenti autocostruiti, escono album-manifesto come “Trans-Europe Express”, “The Man Machine”, “Autobahn”, “Electric Cafe”, “Computerwelt” e “Radio-Activity”, che sdoganano nel mondo il nome dei Kraftwerk, ma sarebbe un errore non citare elaborati precedenti incisi tra ’70 e ’73, “Krafwerk”, “Kraftwerk 2” e “Ralf & Florian” (a cui partecipa l’ingegnere del suono Conny Plank), in cui si assiste alla fusione tra formazione accademica classicista ed impeto sperimentale. Quella dei Kraftwerk, allora, non è solo sperimentazione musicale ma anche (e soprattutto) sperimentazione mentale e concettuale, relazionata al suono quanto alla meccanizzazione della figura umana, una delle sequenze creative del Futurismo.

Pump Up The Volume: The History Of House Music
Trasmesso nel 2001 dalla tv britannica Channel 4 e sinora mai diffuso su DVD, traccia la storia della House, dai primordi legati ai club e ai produttori di Chicago, ai Rave inglesi. Davvero tanti gli ospiti, tra cui Vince Lawrence, Farley ‘Jackmaster’ Funk, Jesse Saunders, Chip E, Steve ‘Silk’ Hurley, Joe Smooth, Larry Sherman & Rachel Cain (Trax Records), Marshall Jefferson, DJ Pierre, Jamie Principle, Masters At Work, Byron Stingily, Armand Van Helden, Derrick May, Mark Moore, Morgan Khan, Adamski, Paul Oakenfold, Carl Cox, Terry Farley, A Guy Called Gerald, Orbital, Pete Tong, Leftfield, Happy Mondays, Artful Dodger e l’italiano Daniele Davoli.

When I Sold My Soul To The Machine
L’ormai raro DVD, realizzato nel 2004 e pubblicato l’anno dopo in soli 300 esemplari numerati a mano, racconta la genesi della scena underground de L’Aia. Un viaggio negli studi e club ricavati negli squat insieme ad I-f (Viewlexx), Guy Tavares (Bunker Records/Motorwolf) ed artisti come Pametex, DJ Overdose, Syncom Data, Orgue Electronique, Legowelt, Alden Tyrell, DJ Technician ed Intergalactic Gary. Tutti insieme rappresentano la realtà musicale e culturale legata all’etica do it yourself, scevra di intenti economici e per questo accreditata come la risposta europea più vera e coerente all’americana Underground Resistance. Sottotitolato in inglese.

I Dream Of Wires (Hardcore Edition)
Scritto e diretto da Robert Fantinatto e Jason Amm, “I Dream Of Wires” è un appassionatissimo viaggio in compagnia dei sintetizzatori modulari. Sebbene la tecnologia ci metta quotidianamente di fronte a nuove scoperte e realtà, aziende come Modcan e Doepfer si sono ritrovate a crescere in modo rilevante, creando un vero substrato di appassionati difficilmente convertibili alla maneggevolezza del suono digitale. Matasse inestricabili di cavi, centinaia di led colorati, tasti, leve, manopole: ben quattro ore (!!) in compagnia di nomi di ieri e di oggi, tra cui Vince Clarke, Daniel Miller, Carl Craig, James Holden, Richard Devine, Trent Reznor, Dieter Doepfer, John Tejada, Drumcell, Legowelt, John Foxx, Deadmau5, Chris Carter e Gary Numan. Quando la passione si mischia col desiderio di scavare sino alle origini del suono, rovistare nei suoi componenti e poi approdare al suo sviluppo. La soundtrack reca la firma del citato Amm in arte Solvent, che elabora il tutto, ovviamente, mettendo mano solo a sintetizzatori modulari. Disponibile in CD Blu Ray o in doppio DVD in edizione limitata. Ps: su YouTube c’è solo un preview di 12 minuti, ma è possibile vedere alcuni estratti cercando “IDOW + interview”.

SubBerlin – The Story Of Tresor
«Mentre si sgretolava la parete del mondo, Berlino Ovest diventava, in poche ore, una sorta di gigantesco bazar dove tutti correvano a divertirsi, a far compere, a soddisfare una curiosità compressa da una generazione»: così Salvatore Veca commenta la notizia sul Corriere Della Sera il 10 Novembre 1989. Quello che storici e storiografi hanno più volte definito “il giovedì passato alla storia” cambiò tutto. Il 1989 fu l’anno zero, la rinascita, la ripartenza, l’avvio della riunificazione statuale e sociale. E pure musicale. Complice lo sbarco in Europa di Techno ed House, che già avevano registrato da qualche anno la comparsa oltremanica decretando la stagione degli smile gialli, la neocapitale tedesca viene ora investita da un clima euforico e, quasi magicamente, conosce i colori dopo anni di bianco e nero. Già, i colori, come quelli delle luci psichedeliche alternate al bianco intermittente dei flash delle strobo che accompagnano il turbinio ritmico della musica. Se l’apertura del Muro segna nel modo più spettacolare la fine del dopoguerra, la Love Parade di Dr. Motte fa assaporare, peraltro con qualche mese di anticipo rispetto alla vicenda storica, quel meraviglioso senso di libertà che innesca una sorta di estasi collettiva. Alla ricerca di una nuova identità, i berlinesi si rialzano e, in ambito musicale, hanno voglia di riscatto. Nato dalle ceneri dell’Ufo, fondato nel 1988 da Achim Kohlenberger, Dimitri Hegemann, Johnny Stiehler e Carola Stoiber (quest’ultima oggi al lavoro con la sua agenzia di promozione discografica Pull Proxy), il Tresor resta un nome iconico per il clubbing, ma non solo per l’apporto musicale. Ricavato nei sotterranei ormai in disuso dei magazzini Wertheim, nel Mitte, a due passi da Potsdamer Platz, il techno bunker diventa in breve il crocevia di un numero incredibile di artisti provenienti da ogni parte del mondo, ma anche di attivisti culturali che tra il 1990 e il 1993 affollano la città e la (ri)animano. Tresor è il primo club di Berlino in cui non conta più nulla essere di Est o di Ovest, in cui non esiste dresscode e nessun vincolo che possa interferire. Così, inconsapevolmente, si ritrova a rappresentare la libertà dei giovani berlinesi, ora animati da una rinnovata fiducia nel futuro. L’epopea finisce il 16 Aprile del 2005: lo stabile viene acquistato da un gruppo di investitori intenti a demolirlo per erigere nuovi uffici, ma la storia ricomincia circa due anni dopo (il 24 Maggio del 2007), nella nuova location sulla Köpenicker Straße, sempre nel Mitte. Il DVD, pubblicato nel 2012 insieme ad un CD riepilogativo con brani ovviamente tratti dal catalogo Tresor, include interviste esclusive a molti degli artisti che hanno generato la “soundtrack” di quel tornado emozionale: da Rok a Marusha, da Sven Väth a Dr. Motte, da Blake Baxter a Jeff Mills passando per Juan Atkins, Tanith, Chris Liebing ed ovviamente Dimitri Hegemann. Se cercate la versione sottotitolata in inglese, optate per quella su Vimeo ma si tratta di un edit della durata di poco più di 20 minuti contro i circa 90 dell’originale.

Breakin’ ‘N’ Enterin’
In tempi recenti il termine Electro è finito con l’essere appioppato ad uno stile musicale che ben poco divide con quello per cui fu coniato inizialmente. Causa il pressapochismo diffuso via web e la scarsa voglia di approfondire da parte dei più giovani, che spesso non mostrano il benché minimo interesse per ciò che è stato in passato e che ha gettato le basi dell’attuale scena. Questo documentario, diretto da Topper Carew nel 1983, punta l’obiettivo su una precisa fase storica in cui la musica Electro di derivazione kraftwerkiana entra in contatto con l’Hip Hop, creando un fantasioso ibrido che fu identificato come Electro Funk (giacché di mezzo c’erano anche referenze di George Clinton e dei suoi Parliament). Supportato da artisti come Hashim, Afrika Bambaataa (nella sua “Planet Rock”, del 1982, trova alloggio un sample di “Trans Europe Express” dei Kraftwerk), Captain Jack, Newcleus, The Jonzun Crew, Egyptian Lover, Man Parrish, Jamie Jupitor, Kid Frost, Captain Rock, Maggotron, Kosmic Light Force, MC Flex & The FBI Crew, The Empyre, Imperial Brothers, Twilight 22 e Planet Detroit, questo ceppo musicale passa alla storia anche grazie ai b-boy e alla breakdance che improvvisano agli angoli delle strade statunitensi con radio portatili (i cosiddetti ghettoblaster), che diventano, insieme ai murales e a vari strumenti come la Roland TR-808 e il vocoder, tra i simboli iconici del movimento. Il docu-film, purtroppo con qualità audio e video non eccelsa (è tratto da un VHS), mostra quanto sia stato incisivo quel momento che fece da ponte tra le sperimentazioni degli anni Settanta e la Techno degli Ottanta. Tra i protagonisti della pellicola alcuni nomi leggendari come Ice-T, Chris “The Glove” Taylor, Egyptian Lover e Super A J che per l’occasione, unendosi nel progetto The Radio Crew, incidono cinque brani racchiusi nell’EP “Breaking And Entering”, a quanto pare pubblicato in appena 25 copie e per questo diventato un vero cimelio per gli appassionati (alcuni di loro si sono dovuti accontentare di un repress realizzato in Germania nel 2005). La parabola dell’Electro Funk va pian piano eclissandosi, anche per la nascita e la diffusione di nuovi generi musicali che fanno passare l’Hip Hop in secondo piano. Tuttavia in Florida nasce il Miami Bass che, sotto la guida di virtuosi del turntablism come Dynamix II, Maggotron e l’italiano trapiantato in America Claudio ‘DJ Debonaire’ Barrella, contribuisce nel tenere vivo, ancora oggi, il ricordo dell’Electro Funk a cui è dedicato per intero il VHS.

Last Shop Standing
Ispirato dall’omonimo libro di Graham Jones e diretto da Pip Piper, Last Shop Standing racconta, come indica il sottotitolo, l’ascesa, la caduta e la rinascita dei negozi di dischi indipendenti (con predilezione per la musica Rock) nel Regno Unito. Realizzato col fondamentale apporto di Blue Hippo Media, il documentario, della durata di circa 50 minuti, esalta il ruolo dei negozi di dischi come luoghi di incontro tra appassionati e centri di diffusione di cultura musicale. L’indagine viene sviluppata visitando numerosi shop in Inghilterra, Scozia e Galles, e determina numeri su cui val davvero la pena riflettere, visto che nell’ultimo decennio sono circa 1540 i negozi di dischi che hanno chiuso battenti oltre la Manica. I “sopravvissuti” sono poco più di 300, e si adoperano per supportare nel migliore dei modi la scena locale, i gruppi (vendendo i biglietti dei loro live) e le etichette indie, preservando il concetto del punto di incontro e scambio di cultura. È da inquadrare in tal contesto quindi la “rinascita” a cui adduce Last Shop Standing, una marginale riaffermazione destinata ad una stretta cerchia di utenza, fatta in primis da cultori, appassionati e collezionisti che non si sono lasciati ammaliare dai nuovi dispositivi e formati digitali. Per tali motivi è necessario interpretare il termine “rinascita”come “nuova genesi” e non “resurrezione”, visto che i parametri caratteristici (come la stretta relazione con l’ubicazione geografica) e di sviluppo dei “nuovi negozi di dischi” sono completamente differenti rispetto a quelli del passato, in cui il vinile apparteneva alla volgare popolarizzazione e all’ordinario consumismo quotidiano di chi, per la musica, non nutriva affatto particolari attrattive. Tra i tanti intervistati anche Norman Cook.

Vinylmania – When Life Runs At 33 Revolutions Per Minute
In 75 minuti il DJ Paolo Campana conduce per mano, anche facendo appello ad esperienze personali, nella storia di un oggetto leggendario per gli amanti della musica, difficilmente rimpiazzabile dai formati “liquidi”: il vinile. Girato a Tokyo, New York, Londra, Parigi e Praga, si avvale dei contributi di musicisti (Philippe Cohen Solal dei Gotan Project), DJ (Kentaro, campione DMC), Jerome Sydenham ed ovviamente collezionisti e negozi che continuano a confidare in tale supporto. Vinyl is still alive. In rete è disponibile solo il trailer.

Tunza Tunza
Girato nel 2002 dal leccese Paolo Pisanelli, Tunza Tunza viene trasmesso da La7 nel 2007, quando ospite in studio è l’allora direttore di Rolling Stone, Carlo Antonelli. Il documentario tratta la musica elettronica italiana, intesa in ogni sua variante e diramazione, attraverso la voce di DJ e produttori sparsi per lo stivale tricolore, da Nord a Sud. A Milano con Lele Sacchi ed Alessio Bertallot, a Reggio Emilia con DJ Rocca, a Roma con Alex Marenga alias Amptek, Andrea Benedetti, Max Durante, Ice One/Sensei e Jollymusic, a Napoli con Rino Cerrone, Danilo Vigorito, Random Noize e Stefano ‘Madox’ Miele (ancora molto lontano dal vestire i panni di Riva Starr), sino a Frosinone con Santos e in Puglia con Nicola Conte e Daniele De Rossi alias Science Force. Tra i vari ed interessanti contributi, segnalo in particolare quello di Benedetti, che definisce la musica elettronica come «Ponte fra diversi modi di approcciare alla composizione creando suoni inesistenti, musica senza connotazioni razziali e di identità» e quello di DJ Rocca, secondo il quale «A volte conoscere e seguire la teoria musicale è un ostacolo per comporre musica elettronica». Non meno importante il pensiero di Bertallot: «L’Italia fa riferimento ad una cultura estera egemone, gran parte della musica che ascoltiamo e che detta le regole del gioco arriva dall’estero». Tutte esternazioni che potrebbero generare interessanti dibattiti.

Strange Wax
Ben Meech affronta la tematica che, ormai da qualche anno a questa parte, tiene banco nelle più fomentate discussioni online: il vinile e il suo ruolo preponderante nella cultura musicale. Nel mini documentario le opinioni si rincorrono, dalla staticità attribuita al CD alle infinite manipolazioni ottenute grazie ai moderni CDJ, che hanno di fatto trasformato la modalità di lavoro del DJ. Nel discorso rientra pure la tecnologia digitale (Serato, Traktor) che ha ulteriormente variato i parametri espressivi a cui si era abituati nel parlare del DJing nelle decadi passate. Si aprono così nuove ed inedite “vie” di mixaggio, che riescono ad interfacciare musica ed immagini e che racchiudono persino l’intera consolle nel palmo di una mano (il Pacemaker, inventato da Jonas Norberg, che lo descrive come «una PlayStation portatile per la musica»). Di sicuro gli amanti del vinile non spariranno del tutto, ma lo standard nella fruizione della musica sembra essere cambiato in modo radicale. Tra i brani in sottofondo, “Strange Wax” del francese I:Cube (tratto dal suo primo album del 1997, “Picnic Attack”), da cui Meech prende il titolo per la sua indagine.

Before The Music Dies
Nonostante non tratti nel dettaglio la musica elettronica, questo documentario del 2006 diretto da Andrew Shapter torna particolarmente utile a chi voglia approfondire tematiche correlate alla transizione fisico-digitale. Il nocciolo dei 95 minuti risiede nella critica all’industria musicale americana rea di aver trasformato la musica, nell’arco dell’ultimo trentennio, in oggetto di mero consumismo, assoggettandola a regole ben precise che davvero ben poco dividono coi nobili intenti artistici. La percezione è quella di una musica deumanizzata e schiava del marketing, troppo spesso preconfezionata, ripetitiva o nulla nella sua declinazione ispirativa, e lontana dalle avvincenti innovazioni del passato. Al topic, che continua a far discutere animosamente, prendono parte, tra gli altri, artisti come Erykah Badu, Eric Clapton ed Elvis Costello, ma il rischio che si corre, sottolineando marcatamente la presunta pochezza dei contenuti odierni, è quello di sostenere l’idea della musica come forma d’arte elitarista, finendo col dare vita ad un parametro di giudizio incapace di leggere con la dovuta razionalità e lucidità i cambiamenti inevitabili che hanno interessato sia musica che artisti, soprattutto nell’ultimo decennio.

Tech Stuff
Realizzati tra 2006 e 2007 per QOOB, piattaforma multimediale di MTV Italia, i dieci mini documentari di Tech Stuff hanno il pregio di condensare ed approfondire, in pochi minuti ma con la massima competenza, tecniche, strumenti ed artisti che hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia della musica elettronica. Dal theremin, uno dei primi strumenti elettronici che poteva essere suonato senza il contatto fisico, alla nascita del vinile (lo sapevate che la sua fabbricazione venne perfezionata da un’industria dolciaria statunitense che iniziò ad incidere musica su supporti di cioccolata?), dalla genesi del Moog, considerato il padre dei sintetizzatori, al filtro analogico Sherman Filterbank, dalle drum machine e sintetizzatori Jomox alla teoria della sintesi del suono, dal glaciale Minimal dei finlandesi Pan Sonic (ex Panasonic) alla musica generativa, passando per il centro di ricerca musicale parigino IRCAM e l’istituto di fonologia della RAI fondato da Bruno Maderna e Luciano Berio. Last but not least, l’intervista al compositore Karlheinz Stockhausen, realizzata a Colonia quattro mesi prima della sua scomparsa. Insomma, un vero vademecum che gli appassionati di musica elettronica dovrebbero visionare con molta attenzione. Un plauso è rivolto all’autore, Giorgio Sancristoforo, sound designer, tecnico del suono e docente di Sintesi al SAE, noto nel campo della produzione discografica come Tobor Experiment. Il tutto è disponibile anche su DVD a cui è allegato sia Tech Stuff Insider, un libro di 192 pagine che approfondisce ed integra gli argomenti trattati, sia un software, ideato dallo stesso Sancristoforo, per approcciare alla sintesi del suono. Un must insomma.

Maestro
Diretto e prodotto nel 2001 da Josell Ramos dopo quattro lunghi anni di estenuanti ricerche, Maestro traccia la nascita sia della House a New York, sia del DJ che sostituisce il jukebox. Ad essere descritta minuziosamente è la figura di Larry Levan, morto prematuramente nel 1992, e quella di altri capisaldi e pionieri come Nicky Siano, Frankie Knuckles, David Mancuso, Tony Humphries, Francis Grasso e Steve D’Acquisto (scomparsi entrambi poco tempo dopo aver rilasciato le loro interviste), Boyd Jarvis, John ‘Jellybean’ Benitez, Little Louie Vega, Danny Tenaglia, Robert Clivillés, Derrick May, Danny Krivit, Frankie Bones e François Kevorkian. La figura del DJ viene trattata storicamente, con immagini di repertorio (The Gallery, The Loft) che aiutano a ripercorrere il periodo in cui davvero ogni cosa, anche la più insignificante come l’utilizzo della cuffia, la disposizione degli altoparlanti o il mix tra due brani, rappresentava una novità assoluta. La House appare anche come lo start di rivoluzione sociale a cui partecipano personaggi assai noti, come il pittore Keith Haring ripreso a ballare al Paradise Garage come un semplice clubber, in mezzo ad altre centinaia di ragazzi che si muovono a ritmo di musica.

Mezzanottemezzogiorno
Andrea Bertini racconta l’epopea della cosiddetta Progressive italiana, che conosce il suo maggior splendore alla metà degli anni Novanta grazie alle discoteche toscane, come l’Imperiale di Tirrenia, l’Insomnia di Ponsacco, il Duplè di Aulla, il Jaiss di Empoli e il Tartana di Follonica. Coinvolgendo tantissimi dei nomi che contribuirono alla creazione e sviluppo del movimento in questione (dai vocalist Franchino, Zicky Il Giullare, Luca Pechino e Roberto Francesconi ai DJ Ricky Le Roy, Francesco Zappalà, Roby J, Miki Il Delfino, Mario Più, Gabry Fasano ed Alessandro Tognetti), Mezzanottemezzogiorno ricostruisce il profilo di un particolare momento della scena nostrana, indimenticabile per un grosso numero di nostalgici che lo reputa insuperabile ed ancora imparagonabile a nulla che sia venuto negli anni a seguire. Al DVD, prodotto dalla 3nero ed acquistabile online, è possibile aggiungere un inserto cartaceo a cura dello stesso Bertini e corredato dalle fotografie di Alessandro Bianchi.

Universal Techno
Realizzato in Francia nel 1996 da Dominique Deluze e girato tra Berlino, Sheffield, Tokyo, Barcellona, Londra e Detroit, raccoglie le testimonianze di Aphex Twin, Sven Väth, Dimitri Hegemann (Tresor), Blake Baxter, Juan Atkins, Derrick May, Kevin Saunderson, Mark Bell (LFO), Steve Beckett (Warp Records), Ken Ishii, Autechre, Mike Banks (che, come di consueto, cela il suo volto), Kenny Larkin e Karl Hyde (Underworld). A ciò si sommano immagini di repertorio di Kraftwerk, Tangerine Dream e quelle della Love Parade, del Sonar, del Tresor (ancora nei sotterranei del vecchi magazzini Wertheim), di un affollato Hard Wax e del mitico Submerge. Alla fine anche voi esclamerete a gran voce «Techno is the music of the future!».

Paris/Berlin – 20 Years Of Underground Techno
Diretto da Amélie Ravalec e prodotto da Le Films Du Garage nel 2012, racconta un ventennio di Techno prediligendo quanto nasce e si sviluppa lontano dalle classifiche di vendita, con particolare attenzione su Parigi e Berlino. Per fare ciò si serve delle testimonianze di chi ha tenuto lontano il genere dagli influssi Pop, come Regis, Adam X, Ancient Methods, Milton Bradley, Laurent Garnier, Terence Fixmer, Tama Sumo e l’italiano Luca Mortellaro alias Lucy, fondatore della Stroboscopic Artefacts. In rete c’è solo il trailer ma è possibile acquistare il DVD, la cui edizione è limitata alle 500 copie, per 19.99 €.

Modulations – Cinema For The Ear
Diretto da Iara Lee e prodotto da George Gund, esce nel 1998 in formato VHS e coglie il momento in cui l’uomo entra in simbiosi con le macchine, creando un nuovo genere musicale. Dalle avanguardie di Luigi Russolo e Pierre Henry ai Kraftwerk (che affermano lapidariamente «We are not entertainers, we are sound scientists»), dalla Disco elettronica di Giorgio Moroder all’Electro Funk di Afrika Bambaataa e alla Techno Punk dei Prodigy di Liam Howlett, coi preziosi contributi di alcuni degli artisti più rivoluzionari dell’ultimo trentennio, come Autechre, Squarepusher, Stacey Pullen, Derrick May, Juan Atkins, Kevin Saunderson, Eddie Fowlkes, Coldcut, WestBam, Marshall Jefferson, Arthur Baker, Orbital, Carl Cox, DJ Sneak, Frankie Bones, Moby, Alec Empire, Carl Craig, Derrick Carter, Mike Dearborn, Hardfloor e Future Sound Of London. Da citare anche le interviste all’indimenticato Robert Moog e ai cosmici Can, e le suggestive riprese effettuate nella catena di montaggio della Roland.

High Tech Soul – The Creation Of Techno Music
Nel 2006 Gary Bredow produce questo incredibile film che narra la creazione della musica Techno a Detroit e il suo fortissimo impatto emozionale, attraverso la voce di praticamente tutti i principali “attori” della scena: Derrick May, Juan Atkins, Carl Craig, The Electrifying Mojo, Eddie Fowlkes, Richie Hawtin, Kenny Larkin, Anthony ‘Shake’ Shakir, Jeff Mills, Stacey Pullen, Derrick Thompson, Scan 7, John Acquaviva, Blake Baxter, Kevin Saunderson, Thomas Barnett, Carl Cox e Keith Tucker. Immancabili i ritratti sulla triade (Juan Atkins – The Originator, Derrick May – The Innovator, Kevin Saunderson – The Elevator) a cui si aggiunge Eddie ‘Flashin’ Fowlkes – The Godfather Of Techsoul, forse ingiustamente escluso da quella triade a cui convenzionalmente si attribuiscono i meriti dell’ideazione e primo sviluppo della Techno. Altro ruolo importante messo in risalto è quello dell’Europa, che supporta (e favorisce la diffusione) della Techno offrendo elementi che Detroit non aveva, come una più solida organizzazione dei party resa possibile da sponsor di rilievo e condizioni socio-culturali differenti. Fu comunque la “città dei motori”, con la sua cultura industriale, ad offrire gli spunti necessari affinché fossero mossi i primi passi nell’ideazione della musica del futuro. Completano il tutto i contributi di altri rispettabili nomi, come Sam Valenti della Ghostly International, Matthew Dear, Claus Bachor e Delano Smith, ma forse sarebbe valsa la pena parlare in modo più approfondito di Underground Resistance e dei Drexciya, stranamente neanche nominati.

Synth Britannia
È BBC Four a trasmettere, nel 2009, questo documentario che analizza il momento in cui gli strumenti elettronici iniziano seriamente a mutare il corso della musica. Dalla colonna sonora di A Orange Clockwork – Arancia Meccanica da noi- ad opera di Wendy Carlos commentata da Richard H. Kirk (Cabaret Voltaire), Bernard Sumner (Joy Division/New Order) e Philip Oakey (The Human League), ai Kraftwerk (i Beatles dell’elettronica!) che parlano attraverso la voce di Wolfgang Flür. A seguire altre monumentali presenze della “musica sintetica”, come Andy McCluskey (Orchestral Manoeuvres In The Dark), John Foxx e Midge Ure (Ultravox), Throbbing Gristle, Gary Numan, Depeche Mode, Dave Ball (Soft Cell), Pet Shop Boys, Alison Moyet (Yazoo) e Daniel Miller, che nel 1978 incide una pietra miliare come The Normal e che fonda la Mute Records, una fucina per artisti con idee avanguardiste. È il momento in cui i musicisti del post Punk, affascinati anche dalla fantascienza e dai racconti sul mondo del futuro, decidono di deporre le chitarre elettriche e le classiche batterie per intraprendere un nuovo percorso con sintetizzatori e drum machine elettroniche. La musica inizia ad essere “sequenziata” ed allora la scena europea viene percorsa da un intenso fremito innovatore, un “nuovo vento”, che partorisce uno dei fenomeni più rilevanti nella storia musicale, la New Wave.

Italo Disco – The Sound Of Spaghetti Dance
È la retrospettiva accurata sull’Italo Disco curata da Pierpaolo De Iulis (autore dell’altrettanto minuzioso Crollo Nervoso – La New Wave Italiana Degli Anni 80), che indaga sul passato con cognizione di causa coinvolgendo molti di quelli che alimentarono lo sviluppo e l’affermazione della Dance nostrana nel mondo. Da produttori come Roberto Turatti, Oderso Rubini, Claudio Cecchetto e il compianto Severo Lombardoni ad artisti come Alexander Robotnick, Albert One, Den Harrow, Fred Ventura, Savage, Stylóo, Gazebo e P. Lion: tutti insieme per raccontare la nascita e il tramonto di un fenomeno musicale oggi ancora (molto) attrattivo per chi vive oltre le Alpi. Dall’euforia dei primi anni all’indifferenza degli ultimi, con interventi di Carlo Antonelli (Rolling Stone).

MFS Berliner Trance
Prodotto da Ben Hardyment nel 1993 e della durata di circa mezz’ora, riassume la genesi della Trance attraverso la MFS (acronimo di Masterminded For Success), l’etichetta fondata a Berlino nel Dicembre 1990 da Mark Reeder e tra le prime a pubblicare musica di quel tipo. Dai party underground della Berlino Est (1986) alla caduta del Muro (1989) di cui scorrono epocali immagini, per comprendere a fondo quali siano state le ragioni di una mutazione sociale e musicale talmente radicale da non conoscere precedenti. Fu la mezzanotte della Germania, lo zero da cui ripartire, e la Trance, nella sua fase più psichedelica, sembrò uno dei generi più adatti a fare da colonna sonora di quel momento storico. Ad esporre le ragioni di tutto ciò sono personaggi-chiave del movimento, non solo tedeschi, come Paul van Dyk, Dr. Motte, Laurent Garnier, Mijk Van Dijk e Paul Browse (Clock DVA), “incorniciati” da immagini di repertorio dell’E-Werk e della Love Parade. Il finale rende perfettamente omaggio al concetto di “rinascita”.

Pioneers Of Electronic Music: Richie Hawtin
2006: la tedesca Electronic Beats, già artefice della saga Slices, lancia il primo (e sinora l’unico) documentario dedicato ai pionieri della musica elettronica e realizzato da Holger Wick (fondatore della Labworks Germany) e Maren Sextro. La scelta cade sull’inglese trapiantato in Canada Richie Hawtin, descritto dai genitori Brenda e Mick, e da personaggi d’eccezione come Daniel Miller della Mute, Derrick May, John Acquaviva, Kevin Saunderson, Mike Banks e Sven Väth. Tra i video anche la registrazione di un live tenuto a Detroit dai Cybersonik nel 1990.

We Call It Techno!
Sono i sopracitati Wick e Sextro a produrre, nel 2008, questo documentario, con lo scopo di raccontare il fiorire della Techno in terra tedesca. Al suo interno c’è praticamente tutto quello da sapere, dalla Love Parade di Dr. Motte in poi. Tanti i nomi coinvolti, come Mijk Van Dijk, Peter ‘Upstart’ Wacha (Disko B), Sven Väth, Triple R, Ata, Hell, Wolfgang Voigt, Tanith, Cosmic Baby, Dimitri Hegemann, Marc Acardipane, Talla 2XLC, Tobias Lampe e molti altri. In rete trovate solo il trailer, ma in circolazione c’è il DVD.

Summer Of Rave
La BBC lo manda in onda nel 2006 per approfondire quanto accadde nell’estate del 1989, anno in cui i Rave sbarcano ufficialmente nel Regno Unito. La stagione degli smiley gialli mina la tranquillità costruita dalla “lady di ferro” Margaret Thatcher, seppur il suo mandato fosse ormai agli sgoccioli. A raccontare come andarono i fatti sono, tra gli altri, i DJ Dave Haslam, Fabio e Lisa Loud, Tintin Chambers e Jeremy Taylor (tra i primi promoter degli acid party), l’imprenditore discografico Pete Waterman, e il proprietario dell’Haçienda di Manchester, Anthony Wilson. Il 1989 è un anno cruciale per gli equilibri politici europei e mondiali: cade il Muro di Berlino, si conclude la Guerra Fredda, il sindacato polacco Solidarnosc viene riconosciuto legalmente e partecipa alle elezioni governative, a Pechino si consumano le proteste in piazza Tienanmen. Si prospetta una nuova età, e sia la House che la Techno sembrano cavalcare il concetto di novità assoluta, quindi calzano a pennello per accompagnare la generazione nel nuovo decennio, gli attesi anni Novanta, in cui si ripongono grandi speranze. Band come The Stone Roses indicano i confini del nuovo Pop elettronico, che fa ingresso anche nei club. I Rave, allora, sembrano cambiare il volto del mondo, ma le problematiche a loro annesse relative all’uso di nuove droghe e all’ordine pubblico contribuiscono ad ingigantire la netta opposizione dei benpensanti.

Documentaires Sur La Techno
Messo in onda nel 1999 dal canale televisivo culturale franco-tedesco Arte (Association Relative à la Télévision Européenne), documenta la nascita della Techno mediante la voce di DJ Spooky e DJ Hell. Doppiato in francese.

Techno Story (Parte 1 / Parte 2 / Parte 3 / Parte 4 )
La storia della Techno redatta nel 2004 da Pascal Signolet in cinque atti: a raccontarla lo storico/antropologo Sylvain Desmille, il musicologo/critico Daniel Caux (RIP), l’organizzatore Manu Casana, i produttori Sebastian ’69db’ Vaughan, Pompon Finkelstein, Teknokrates ed Heretik, il giornalista Vincent Borel, il label manager Arnaud Friche ed ovviamente i DJ, come Laurent Garnier, Jérôme Pacman, Manu Le Malin e l’ospite Jeff Mills. In sottofondo passano in rassegna molti brani che hanno decretato l’avvento della musica “spaziale e futuristica”, e questo aiuta a focalizzare meglio il tutto. Solo in lingua francese.

Detroit – Blueprint For Techno
Risale al 2000 questo (raro) filmato in cui Derrick May, Richie Hawtin, Mike Huckaby, Juan Atkins, Kevin Saunderson, Terrence Parker e Carl Craig raccontano come a Detroit si passa dal Soul, Funk ed R’n’B della Motown alla Techno di Metroplex, Axis, Transmat ed Underground Resistance.

196 BPM
196 BPM (2003) è il primo dei film-documentari appartenenti alla Club Land Trilogy di Romuald Karmakar, insieme a Between The Devil And The Wide Blue Sea (2005) e Villalobos (2009), che rivolgono l’attenzione al mondo della musica elettronica sottolineando preferenze ed esperienze di una nuova generazione di DJ, musicisti e performer. Seppur girato durante la Love Parade del 2002, evita di evidenziare il numero dei partecipanti e la loro frenesia, preferendo il focus sulla musica. Dall’intro di 3 minuti (girato di fronte alla discoteca Linientreu) al Gabba di 7 (registrato in Breitscheidplatz, nel caratteristico quartiere di Charlottenburg dove il DJ Lamagra si esibisce nei pressi di un chiosco di kebab), si giunge al fulcro del film, i 50 minuti di Hell At Work, in cui il veterano Hell, tra i capostipiti della DJ culture tedesca, è in azione presso il WMF durante una Gigolo Night mentre suona la musica che ha reso popolare la sua International Deejay Gigolo in quegli anni, un mix tra Techno, House, Electro, Punk e Pop dalle venature retrò. Karmakar ed Hell avevano già collaborato in passato: il DJ infatti, nel 1996, compone “Totmacher” e “Music For Films” (entrambi finiti nel catalogo Disko B) per il drammatico Der Totmacher. Ps: in rete è disponibile solo un estratto di una manciata di minuti.

Between The Devil And The Wide Blue Sea
Between The Devil And The Wide Blue Sea (2005) è il secondo film-documentario di Romuald Karmakar appartenente alla Club Land Trilogy, insieme a 196 BPM (2003) e Villalobos (2009), tutti caratterizzati dall’utilizzo di una videocamera a mano, con registrazioni quasi amatoriali, anche per il montaggio realizzato in tempi e luoghi diversi. La scelta è dettata dalla voglia di riuscire a penetrare con più forza ed intensità nel mondo della musica elettronica contemporanea, senza edulcorarlo con effetti tipici del cinema. Tra i protagonisti, Alter Ego, Captain Comatose, Fixmer/McCarthy, Tarwater, Cobra Killer, T. Raumschmiere, Lotterboys ed XLover, tutti ripresi durante le loro inebrianti live performance.

Villalobos
Villalobos è indubbiamente il più chiacchierato film-documentario della Club Land Trilogy di Romuald Karmakar. Presentato e proiettato nel 2009 durante la 66esima edizione del Festival del Cinema di Venezia (nella categoria Orizzonti), racconta la vita dell’artista cileno trapiantato in Germania, snocciolando aneddoti, curiosità e scene tratte dalla vita quotidiana divisa tra lo studio e le serate tenute nei club di tutto il mondo. Nonostante il grande interesse suscitato, a quattro anni dalla sua realizzazione il film non è ancora stato ancora distribuito in alcun formato (cinema, tv, DVD) ma solo proiettato in alcuni festival in differenti Paesi. Pare che il motivo risieda nella mancata autorizzazione di alcune scene e brani sotto copyright. La casa di produzione berlinese Pantera Film ha recentemente dichiarato che non ci sono ancora novità in merito alla possibile diffusione di Villalobos, che appartiene alla schiera di quei film “indie” la cui vita viene talvolta martoriata da problemi di natura burocratica.

Fraktus – Das Letzte Kapitel Der Musikgeschichte
Nelle sale a novembre 2012, il film diretto da Lars Jessen è in realtà un falso documentario (un mockumentary, come si dice in gergo) che rivede la storia della Techno portando alla ribalta una (fittizia) band tedesca, i Fraktus per l’appunto, a cui secondo più autorevoli fonti andrebbe attribuito il merito di precursori del genere. Nonostante la breve parabola operativa, interrotta bruscamente da un incendio in un locale di Amburgo che nel 1983 distrugge tutti i loro strumenti autocostruiti, molti DJ e musicisti riconoscono ai Fraktus lo status di precursori della Techno-elettronica: da WestBam ad H.P. Baxxter (Scooter), da Alex Christensen (U96) a Dieter Meier degli Yello e Blixa Bargeld degli Einstürzende Neubauten. Sebbene sia tutto ironicamente falso, la pellicola stimola un dibattito importante in merito alla geolocalizzazione della nascita di un genere multiverso come la Techno.

TSOB – The Sound Of Belgium
Il Belgio ricopre nella storia della musica elettronica un ruolo non meno importante rispetto a Paesi come Inghilterra, America e Germania, che spesso esercitano un’egemonia culturale. TSOB parte, anche con l’ausilio di immagini storiche, dalle balere e dancing degli anni Sessanta dove si ballava al ritmo del cosiddetto Popcorn, un misto tra Soul, Ska, RnB e ritmi di origine latina (ascoltate “Comin’ Home Baby” di Mel Tormé, del ’62, per farvi un’idea), per giungere alle avanguardie di taglio elettronico dei Telex descritte da Dan Lacksman, alla New Beat dell’iperprolifico Herman ‘Sherman’ Gillis e alla Techno di CJ Bolland, inglese di nascita ma trapiantato ad Anversa sin da tenerissima età. Negli anni Ottanta alcuni compositori belgi decidono di seguire la personalizzazione dell’indirizzo New Wave/Synth Pop di band britanniche come Depeche Mode, Human League o Visage, che sfocia nell’EBM, l’Electronic Body Music, che vede i ritmi irrigiditi da referenze Industrial e Punk e le atmosfere oscurate. La paternità del genere viene divisa tra i tedeschi Liaisons Dangereuses e i Deutsch-Amerikanische Freundschaft (meglio noti con l’acronimo D.A.F.), gli inglesi Nitzer Ebb e i belgi Front 242, ispirati a loro volta da Cabaret Voltaire e Throbbing Gristle. Poi, a metà decennio, quando la Guerra Fredda vede un pericoloso inasprimento, in Belgio viene sviluppata una nuova corrente detta New Beat, che mischia ancora i generi (EBM, New Wave, Punk). “Flesh” di A Split – Second, del 1986, diventa un disco-manifesto. La Antler Records e la sublabel Subway (dal 1989 unite nel marchio Antler-Subway) contribuiscono alla diffusione del genere a cui aderiscono anche vari DJ, musicisti e produttori (come Jo Casters) attratti dalle nuove possibilità creative offerte dai sequencer che girano sull’Atari ST (Notator) e dai campionatori (Akai S-1000). Locale simbolo è il Boccaccio di Destelbergen, poco distante da Ghent. Nel 1988 iniziano a scalpitare la House e la Techno, giunte dall’America e riconfezionate in varie località europee. A fare da collante tra New Beat, Techno, Acid ed House, sono i Confetti’s di Serge Ramaekers, i Technotronic di Jo Bogaert, i Lords Of Acid e i 101 di Nikkie Van Lierop, e Frank De Wulf coi suoi numerosissimi alias. Menzione a parte per la R&S Records di Renaat Vandepapeliere e Sabine Maes, e per la Music Man Records, che diventano veri e propri baluardi pubblicando brani leggendari. Nei Novanta, quando sia Techno che House vedono la consacrazione anche sotto il profilo commerciale, il Belgio non manca di offrire novità che però, per ovvi motivi, tendono a seppellire la New Beat. È tempo allora della Techno dei Quadrophonia e dei T99 ma pure della Trance più imperiosa firmata dai Cherry Moon Trax e da altri alfieri messi sotto contratto dalla Bonzai Records tra cui Yves Deruyter, Franky Jones, M.I.K.E. e Marco Bailey. È belga anche la DiKi Records, etichetta che nel 1990 pubblica “The Age Of Love” degli italiani Age Of Love, considerato uno dei primi dischi di genere Trance. TSOB, diretto da Jozef Devillé, raccoglie numerosi contributi (Sven Van Hees, Eddy De Clercq, Renaat Vandepapeliere, José Pascual, Lou Deprijck, Eric Beysens, Rocco Granata) a cui vanno sommate le visioni giunte dall’estero di Cisco Ferreira, Joey Beltram e Ken Ishii. Attualmente viene proiettato in diversi cinema europei. Per ulteriori informazioni cliccate su www.tsob.be

TB-303 Documentary – Bassline Baseline
Nel 2005 Nate Harrison racconta la storia di uno degli strumenti più popolari fabbricati dalla giapponese Roland, la TB-303 Bass Line. Inventata da Tadao Kikumoto, che mette a punto anche un’altra pietra miliare, la TR-909, la TB (Transistor Bass) doveva servire ai chitarristi in cerca di un accompagnamento al basso in caso di performance soliste. L’azienda di Ikutaro Kakehashi la produce per circa 18 mesi (1982-1984), vendendone intorno alle 10.000 unità al prezzo di 400 dollari. L’idea dei tempi era quella di automatizzare alcune operazioni sino a quel momento eseguibili solo dai musicisti, ed infatti in quello stesso periodo sul mercato giunge la TR-606 Drumatix, simile alla 303 anche nell’aspetto. Una sola persona, quindi, era messa nella condizione di programmare autonomamente ritmi e sequenze di basso, inaugurando il concetto di “band virtuale”. La TB-303 però è destinata a raccogliere consensi solo nella seconda metà del decennio e ormai fuori produzione, quando alcuni DJ e produttori di Chicago la ricollocano in un nuovo genere musicale, la House. Utilizzando i filtri di cui è dotata come cutoff, resonance, decay, accent e tuning, dalla TB-303 si sviluppa un nuovo filone, l’Acid, che convenzionalmente nasce nel 1987 con “Acid Tracks” dei Phuture, seppur negli anni precedenti ci siano state intuizioni molto simili (come quelle dell’indiano Charanjit Singh, nel 1983). Harrison passa in rassegna alcuni dei brani che utilizzano la TB-303 nel modo in cui fu pensato da Kikumoto (Imagination, Paul Haig, Newcleus) ma arriva a parlare dell’Acid House e del ruolo che questa ebbe sulla cultura Rave europea a partire dal 1988, grazie ad 808 State, KLF e Plastikman sino a giungere a Massive Attack, The Black Dog, Aux 88, Prodigy e Madonna. Nonostante le pressanti richieste, la Roland decide di non produrre più la TB-303, di cui riadopera parzialmente lo schema di alcuni circuiti per la Groovebox MC-303, nel 1996. I prezzi sul mercato dell’usato subiscono quindi un’impennata vertiginosa, e c’è pure chi studia modifiche aggiungendo nuovi dispositivi (il più celebre custom model resta il Devil Fish realizzato dall’australiano Robin Whittle). Nel contempo altre aziende approntano prodotti simili, sia in formato hardware che software. Tra i più utilizzati ReBirth, MAM MB 33, x0xb0x, Doepfer MS-404, Technosaurus Microcon, BassLine di AcidLab e la recentissima TT-303 di Cyclone Analogic, identica all’originale nell’aspetto esterno.

Rotterdam Electric City
Realizzato nel 2006 in occasione del REMF (Rotterdam Electronic Music Festival), Rotterdam Electric City è il DVD, distribuito gratuitamente, con cui ci si può fare un’idea generale su quanto accade nella città olandese. In circa tredici minuti passano in rassegna molti volti noti, da Speedy J a Michel de Hey, da Secret Cinema a Joris Voorn, da Serge Verschuur della Clone a Gert Jan Bijl, Alden Tyrell ed altri. Non mancano le visite nei negozi di dischi, visto che Rotterdam resta una delle (poche) città europee maggiormente legate alla cultura del vinile. Il package contiene anche un CD con 15 tracce.

Slices
Partita nel 2005, la saga Slices analizza costantemente la scena elettronica mondiale senza porsi alcuna barriera stilistica. Pubblicati con cadenza trimestrale, i DVD offrono davvero un repertorio invidiabile, che con disinvoltura passa dai Funkstörung ad Acid Maria, dai Nightmares On Wax a Matthew Dear, da A Guy Called Gerald a Richie Hawtin & Ricardo Villalobos, da Anthony Rother a DJ Rush sino a Dakar & Grinser, Like A Tim, Hell, Loco Dice, Alexander Robotnick, Underground Resistance, Patrick Pulsinger, Luke Slater, Octave One, Mr. Velcro Fastener, Sven Väth e davvero tantissimi altri. Sebbene gli Slices siano disponibili gratuitamente, la professionalità con cui vengono realizzati, sia tecnicamente che artisticamente, è notevole.

What The Future Sounded Like
A Matthew Bate bastano meno di trenta minuti per descrivere la nascita della musica elettronica in Inghilterra. Per farlo tira in ballo esperti come il sociologo Trevor Pinch, autore del libro “Analog Days: The Invention And Impact Of The Moog Synthesizer”, Peter Zinovieff, David Cockerell e il compianto Tristam Cary, fondatori della Electronic Music Studios che inizia a fabbricare sintetizzatori nel 1969 col mitico VCS3, e il compositore Mark Ayres, quello della serie televisiva Doctor Who. Immagini di archivio ci mostrano come un tempo gli studi di registrazione fossero paragonabili alle cabine di pilotaggio di astronavi, e come le stesse composizioni fossero più simili ad esperimenti che a brani musicali come siamo abituati ad intenderli oggi, con una struttura definita ed omologata. Interessante anche il contributo di Dave Brock degli Hawkwind che mostra il suo studio-museo, e di Andy Meecham alias The Emperor Machine, in azione sui titoli di coda.

Inside House
Firmato dalla Carl H Productions, racconta la House attraverso la voce di Kerri Chandler, Dimitri From Paris, Mr. V, DJ Gregory, Franck Roger, Frankie Feliciano ed altri, ma il livello di narrazione appare sconnesso e penalizzato da un montaggio tutto fuorché egregio. Pare comunque che si tratti di una versione test.

Technocity Berlin
Girato nel 1993, inizia tra le mura di uno dei negozi di dischi più celebri della città, Hard Wax. In quegli anni Berlino vive la rivoluzione del post-Muro, sia sul piano sociale che musicale. È emozionante entrare nello studio di Mijk Van Dijk ed osservarlo mentre armeggia con un floppy disk su cui sono incisi dei sample. Sullo sfondo, invece, il classico “armamentario” dei tempi, costituito in prevalenza da macchine Roland. Non meno importanti le testimonianze di due tra i principali agitatori della nightlife berlinese dei tempi, Rok e Marusha.

STREETrave
Il video, realizzato nel 2009, è dedicato a STREETrave, team/brand che organizza i rave party in Scozia dal 1989 al 1995. Quasi d’obbligo il materiale d’archivio, girato in location come Ayr Pavilion, Prestwick International Airport e The Arches, a cui si sommano i contributi di alcuni DJ che, ai tempi, presero parte agli eventi (Carl Cox, Jeremy Healy, John Digweed, Graeme Park, K-Klass, Hooligan X, Jon Mancini, Iain ‘Boney’ Clark) e di vari clubber che ricordano quegli straordinari momenti passati alla storia.

The UnUsual Suspects: Once Upon A Time In House Music
È il DJ americano Irwin Larry Eberhart, in arte Chip E., ad ideare il film che racconta la nascita della House di Chicago e di come questa abbia radicalmente cambiato l’atmosfera nei locali da ballo di tutto il mondo. Precursore anche in ambito discografico (la sua “Like This” esce nel 1985 sulla D.J. International Records di Rocky Jones), Eberhart, affiancato per l’occasione da Kimmie D, mette su un cast di tutto rispetto, dalla compianta Loleatta Holloway a Steve ‘Silk’ Hurley, da Marshall Jefferson a Frankie Knuckles, da Jesse Saunders a Larry Heard passando per Joe Smooth, Robert Owens, Glenn Underground, Victor Simonelli, Vince Lawrence, Terry Hunter, Ralphi Rosario, Farley “Jackmaster” Funk ed altri ancora che hanno dedicato la propria vita alla musica House, trasformandola in vero e proprio fenomeno culturale.

Italo House Story
Ideato da Maurizio Clemente, narra la storia della House in Italia tirando in ballo praticamente tutti coloro che, nel nostro Paese, hanno avuto (ed hanno ancora) voce in capitolo. Da Claudio Coccoluto a Daniele Davoli, da Flavio Vecchi a Franco Moiraghi, da Gianni Morri a Joe T. Vannelli, da Luca Trevisi a Massimino Lippoli passando per Ralf, Paolo Martini, Ricky Montanari, Sandro Russo, Vincenzo Viceversa e davvero molti altri.

Hip House Documentary
Girato nel 1989 e messo a disposizione da Martin Luna (Mix Masters), mette a fuoco il particolare momento dell’Hip House, ibrido nato dalla sovrapposizione tra ritmi House e liriche Hip Hop. La fortuna di questo stile è decretata da artisti come Fast Eddie e Tyree Cooper, supportati da Rocky Jones che convoglia le loro produzioni su D.J. International Records ed Underground. Quel connubio, detto anche Rap House, fece bene sia alla House che all’Hip Hop, perché portò ulteriori novità nell’ambito della musica dance che in quegli anni subiva una radicale trasformazione. La spiccata caratterizzazione però non consente all’Hip House di durare molto, anche se in Europa ci sono gruppi ed artisti come Snap!, Twenty 4 Seven e Dr. Alban che ne raccolgono l’ispirazione per traghettare il tutto in contesti Eurodance. Oltre ai citati Fast Eddie, Tyree Cooper e Rocky Jones, il video offre le testimonianze di altri mentori di quel periodo, come KC Flightt, Bill Coleman, Precious e Sundance.

Krautrock – The Rebirth Of Germany
Germania, 1945. Possiamo considerarlo il primo dei due anni zero (il secondo sarà il 1989), giacché la Seconda Guerra Mondiale ha trasformato la nazione in un cumulo di macerie. Probabilmente fu proprio quella radicale distruzione ad innescare un’altrettanto radicale trasformazione in ambito musicale. Tra il 1968 e il 1977 band come Amon Düül, Can, Neu!, Faust, Tangerine Dream, Ton Steine Scherben, Kluster, Kraftwerk ed altre ancora oltrepassano la soglia del Rock n Roll, creando uno dei generi più originali che si siano mai potuti ascoltare. Tutti avevano un obiettivo comune, archiviare il raccapricciante passato della loro nazione anche se la stampa angloamericana sembrò non aver affatto voglia di fare ciò con la stessa velocità. Le novità teutoniche, che come raccontano John Weinzierl e Renate Knaup degli Amon Düül, non intendevano affatto replicare lo stile inglese ed americano, vennero presto bollate. Dall’estero giunse la definizione denigratoria Krautrock, che ignorava quanto stesse accadendo nelle partiture scritte da quei gruppi. La voce usata come strumento, le stesure prolungate, i suoni esoterici e psichedelici. Per i più, però, restava una “non musica”, oppure il “Rock di chi mangiava crauti”. Il Krautrock era animato da ideologie politiche e da un assoluto senso di libertà, come descrive Daniel Fichelscher dei Popol Vuh: probabilmente fu l’improvvisazione e l’estemporaneità ad alimentare in modo significativo le ispirazioni di quella fase storica. Rilevante la testimonianza di Wolfgang Flür dei Kraftwerk che, dopo essere tornato dove un tempo c’era il Kling Klang Studio, a Düsseldorf, descrive l’approccio che riservavano alla musica in quegli anni: «Si andava in autostrada anche senza averne reale necessità, solo per divertimento, per provare l’ebbrezza della velocità su una strada grande e sempre diritta. Aprendo il finestrino si ascoltavano tanti suoni nuovi, il vento, il rombo delle auto, le fronde degli alberi che si muovevano per lo spostamento d’aria. Noi portammo tutto ciò in musica» (“Autobahn”, 1974). Una visione del tutto nuova, che metteva in comunicazione e relazione l’avvento tecnologico, le emozioni da esso scaturite, e la musica. I contributi di Klaus Schulze, Edgar Froese, Wolfgang Seidel, Hans-Joachim Roedelius, Dieter Moebius, Holger Czukay, Jaki Liebezeit, Damo Suzuki, Ralf Hütter, Michael Rother, Iggy Pop, Werner Diermaier e Jean-Hervé Peron contribuiscono a dare ulteriore autorevolezza al documentario trasmesso da BBC Four. Krautrock: un suono utopico, una rivoluzionaria avventura sonica libera nello spazio-tempo che probabilmente cercava la sua essenza nell’inconscio.

Rise Of The Bedroom Producer
Una delle parole-chiave dei tempi che viviamo è sicuramente accessibilità. Oggi praticamente tutto è raggiungibile grazie al web: dalle informazioni su qualsiasi cosa all’acquisto di un qualsiasi oggetto, anche raro. Ma l’accessibilità interessa anche la sfera musicale. Gli studi multimilionari delle decadi passate sono stati soppiantati dagli home studio da poche migliaia di euro, con cui è possibile davvero fare di tutto. Certo, non bisogna cadere nell’errore di pensare all’accessibilità come porta automatica per il successo. Un conto è tentare di comporre un brano, un conto è realizzarlo coi sacri crismi, tecnicamente ed artisticamente. Le macchine non hanno mai fatto miracoli da sole. Il video, diretto e prodotto da Mo Taha nel 2011, racconta in quindici minuti attraverso la voce di Lynx, Macca e Foreign Concept, la dimensione dei cosiddetti ‘bedroom producer’, coloro che trasformano la propria cameretta in uno studio di registrazione e tentano la carriera, adoperando un computer, un sintetizzatore o una tastiera muta per pilotare il suono di innumerevoli VST, un mixer, due casse ed una cuffia. Arduo stabilire se ciò sia un pro o un contro, perché il risultato è relazionato all’approccio che la persona riserva alla materia, e non al mezzo o alle formule tecnologiche di cui si avvale.

The History Of Electronic Music (Parte 1 / Parte 2 / Parte 3 / Parte 4 / Parte 5 / Parte 6 / Parte 7 / Parte 8 / Parte 9 / Parte 10 / Parte 11 )
Prodotto nel 2005 da Picture Puzzle Medien e dalla Adam & Eve Records, narra, come suggerisce il titolo stesso, la storia della musica elettronica prediligendo, per ovvie ragioni, le testimonianze di artisti tedeschi. Tantissimi i nomi coinvolti: Hans Nieswandt, Talla 2XLC, Mousse T., Little Louie Vega, Afrika Islam, Joey Beltram, WestBam, Phats & Small, Sven Väth, Tyree Cooper, Boris Dlugosch, Phil Fuldner, Alex Gopher, Paul Van Dyk, Milk & Sugar, DJ Dag, Tom Novy, Richie Hawtin, Moguai ed Etienne De Crécy. In linea di massima non aggiunge grandi contenuti a quanto già espresso in altri documentari, e la disponibilità nella sola lingua tedesca rappresenta un ulteriore limite nella condivisione su scala globale.

Discovering Electronic Music
Corre il 1983 quando la Barr Films produce e Bernard Wilets dirige questo documentario. Sono gli anni in cui il computer proietta nell’immaginario collettivo il concetto di futuro. L’intro recita: «Viviamo un’epoca in cui le macchine entrano a far parte della nostra vita. Non è sorprendente quindi che la musica venga influenzata anche dalla tecnologia». Ogni suono di quella musica è prodotto elettronicamente e non più dalle vibrazioni di un corpo in oscillazione. Il compositore si ritrova quindi ad agire in una dimensione completamente nuova, non più legato all’atto di scrivere manualmente le note sul pentagramma bensì a quello di programmare macchine con l’ausilio di pulsanti, leve, manopole e penne elettroniche da usare sul monitor. Tutto ciò apre scenari inimmaginabili, e le potenzialità compositive subiscono un radicale ampliamento anche grazie all’oscillatore dei sintetizzatori che produce forme d’onda diverse, e quindi aumenta le combinazioni sonore. Gli strumenti tradizionali generano un suono distintivo, quelli elettronici invece sono soggetti a modifiche con filtri come envelope o decay, che permettono ogni tipo di personalizzazione. È persino possibile utilizzare il rumore di un jet, la propria voce o quello di un qualsiasi altro strumento immagazzinato nella memoria del computer per eseguire una melodia. E un uomo solo può far suonare contemporaneamente gli strumenti di un’intera orchestra. I tradizionalisti e i conservatori, ovviamente, restano sbigottiti.

Rave Culture 1991
Nonostante duri meno di cinque minuti, è un interessante flash sull’esplosione europea della Techno, avvalorato dall’intervista ad uno dei responsabili di ciò, Liam Howlett dei Prodigy, e ad uno che giunge invece dall’altra parte dell’Atlantico, Kevin Saunderson. Altri scorci sul mondo dei Prodigy e dei Rave dei primi anni Novanta sono qui.

Spun Out
Diretto e prodotto da Bahar Canca Barrett, coadiuvata nella ricerca da Evy Magoulas, Spun Out narra il mondo dei DJ: dai brani da inserire nella selezione (importantissimi, perché conferiscono identità, caratteristica che invece troppo spesso fa sentire la sua assenza) al tipo di sequenza da applicare al proprio set per far si che questo risulti sempre coinvolgente, dalla stretta relazione tra clubber e consumo di sostanze stupefacenti al divismo dei top DJ di oggi, con popolarità paragonabile a quella delle Rock e Pop star. Il tutto discusso da personaggi più e meno noti della scena britannica: tra i tanti David Piccioni, Matt Williams, Chad Jackson (vincitore del campionato DMC nel 1987), Bill Brewster, Anne Savage, Judge Jules, Mike Koglin, Simon Patterson, Tom Neville, BK, Mr. C. e il compianto Martin Dawson.

The Show Business
Le nuove tecnologie hanno creato molte professioni (basti pensare a ruoli come channel manager, all-line advertiser, web analyst, e-reputation manager, search engine optimizer, transmedia web editor, community manager e content curator) e nel contempo hanno contribuito a modificarne alcune di quelle passate. Tra queste il DJing, oggetto di sostanziali mutazioni. Non più defilato come negli anni Settanta, Ottanta e parzialmente nei Novanta, oggi il DJ è un trascinatore di folle (anche immense), e in certi casi è comparabile ad un vero e proprio brand che genera introiti economici a molti zeri e popolarità da jet set. In tal contesto rientrano elementi una volta completamente ignorati, come il logo ideato da un designer, la cura del look e il marketing in generale, andando a ribaltare radicalmente la convinzione che il successo possa essere decretato da un mix di casualità e fortuna. Il documentario di Carlo Toto aka Replayman indaga in tale direzione, analizzando la tematica su vari fronti e con diversi personaggi italiani: dal rapper Livio Cori al DJ Marco Corvino, dal produttore Luca De Gregorio alla DJ/speaker radiofonica Renèe La Bulgara passando per i compositori e live performer Alien Cut. Certo, di alcuni luoghi comuni ne avremmo potuto tranquillamente fare a meno (il “vero DJ” è solo quello che usa i vinili, la tecnologia semplificatrice che sostituirebbe con altrettanta facilità le qualità artistiche, attribuire in modo approssimativo delle virtù a chi c’era in passato solo in riferimento alla dimensione temporale), ma The Show Business pone l’accento su un aspetto importante: spesso, per trasformare la passione in business, non basta la determinazione ma si è costretti ad accantonare gli stimoli e le ispirazioni iniziali al fine di seguire le regole del mercato, che poi alla fine è proprio quello che incorona i vincitori.

Moog
Il musicista e filmmaker Hans Jorgen Fjellestad dirige il documentario dedicato ad uno degli uomini che hanno mutato il corso della musica, Robert Arthur Moog, detto Bob. L’idea di Fjellestad è quella di unire le testimonianze di Moog a quelle di vari artisti che lo ritengono una figure-chiave, come Charlie Clouser (Nine Inch Nails), Keith Emerson, Mix Master Mike (Beastie Boys), Luke Vibert, Rick Wakeman (Yes), Gershon Kingsley e Bernie Worrell (Parliament-Funkadelic). Al continuum storico tipico del documentario, il regista preferisce un collage indipendente dalla successione cronologica degli eventi. Tra i passaggi clou, sicuramente le performance di Mix Master Mike (intorno al minuto 22), un vero virtuoso del turntablism, e quelle di Clouser e dello stesso Moog, mentre suonano il theremin. Realizzato nel 2004, in occasione del cinquantesimo anniversario d’attività della Moog Music Inc, “Moog” vince, quello stesso anno, il Barcelona Inedit Film Festival come miglior documentario. Giusto in tempo per essere visto da Bob Moog, spentosi il 21 Agosto 2005 a 71 anni, stroncato da un tumore cerebrale.

Direct 2 Dance
Corrono i primi mesi del 1997 quando la bresciana Media Records, in collaborazione con Impulse Multimedia, commercializza al costo di 35.000 lire il CD-Rom “Direct 2 Dance”. Internet non ha ancora conosciuto il suo exploit ma l’etichetta di Gianfranco Bortolotti, che ha sempre precorso i tempi in ogni sua declinazione artistica e comunicativa – val davvero la pena ricordare che la Media Records inizia a legare la sua immagine ad internet nel 1994 e già nel 2000 vara le prime campagne promozionali attraverso file MP3 ed applicazioni per i telefonini-, offre la possibilità di esplorare i propri studi di registrazione scoprendo come funzionano gli strumenti allora in mano ancora a pochi. La chiamavano “realtà virtuale”, e rappresentava una finestra sul mondo del domani. Nei cinque brevi estratti disponibili su YouTube passano in rassegna tematiche legate alla registrazione digitale, al protocollo M.I.D.I., agli FX, al DAT e al mixaggio di un brano. Argomenti e tecniche ormai obsolete e che potrebbero persino suscitare qualche grassa risata per i più giovani, ma che testimoniano quanto sia radicalmente mutato il mondo della produzione della musica elettronica.

Crollo Nervoso – La New Wave Italiana Degli Anni Ottanta (Parte 1 / Parte 2 / Parte 3 )
Ideato da Pierpaolo De Iulis, che all’attivo vanta pure Italo Disco – The Sound Of Spaghetti Dance, Crollo Nervoso racconta l’avvento della New Wave nel nostro Paese. La prima delle tre puntate (da 50 minuti cadauna) è Onde Emiliane ed è dedicata a Bologna, città dove gruppi come Gaznevada, Stupid Set e Confusional Quartet combinano il linguaggio Rock e Post Punk con la sintesi elettronica. Come illustra Red Ronnie, nel capoluogo emiliano c’era un’etichetta importante come l’Italian Records, che credeva pienamente in questo nuovo stile, e due altrettanto noti negozi di dischi, Nannucci e Disco D’Oro. Pochi anni prima (1977) proprio Red Ronnie fonda la Harpo’s Music con Oderso Rubini, che con metodo pionieristico pubblica musica solo su cassetta. Analogamente a quanto accade con l’Italo Disco, pure chi si dedica alla New Wave desidera reinterpretare a suo modo un genere proveniente dall’estero ma non emulandolo passivamente: nei brani c’è, nonostante la componente ludica ed un po’ dadaistica, spessore artistico di pregio, arricchito da riflessi italianizzati, probabilmente derivati da un naturale orgoglio nazionalistico. La voglia di celebrare la musica angloamericana viene affiancata da innovazione ed intersecazione con arti parallele come il disegno, la grafica e le video installazioni. Insomma, non si tratta affatto di un banale scimmiottamento ma qualcosa di più vero e serio, con cui molti artisti italiani intendevano produrre originalità ma sempre con istintività, senza badare troppo al marketing, alle copie vendute dei dischi o ai passaggi radiofonici che potevano sancire il successo su larga scala. De Iulis sembra non dimenticare proprio nessuno: a Bologna incontra Giorgio Lavagna e Ciro Pagano dei Gaznevada, Fabio Sabbioni degli Hi.Fi Bros (che dichiara che non era tanto importante essere tecnicamente perfetti quanto avere idee originali), il regista Renato De Maria, Marco Bertoni dei Confusional Quartet, Ulderico Zanni dei Rats, Angelo Bergamini dei Kirlian Camera, Bruno Magnani e Davide Piatto dei N.O.I.A., Roberto Caramelli ed Enrico Giuliani dei Central Unit e Massimo Zamboni dei CCCP – Fedeli Alla Linea; pure a Firenze (la puntata si intitola Firenze Sogna) la scena è florida, con locali importanti come Manila, Tenax e Rokkoteca Brighton che sostengono il fermento artistico e culturale del “nuovo Rock”, anche qui oggetto di collaborazioni transartistiche e transmediali (artwork, teatro). Etichette come la Materiali Sonori di Giampiero Bigazzi, la Contempo Records di Giampiero Barlotti (che era anche un negozio di dischi e poi distributore) e la Ira di Alberto Pirelli (che lancia i Litfiba), appaiono come linee guida in un panorama che, ancora oggi, suscita più di qualche emozione. Da Piero Pelù che racconta la nascita dei Litfiba al giornalista e promoter Bruno Casini, da Steven Brown dei Tuxedomoon a Federico Fiumani dei Diaframma, da Nicola Vannini (Diaframma, Soul Hunter) a Marcello Michelotti ed Adriano Primadei dei Neon, da Maurizio Fasolo dei Pankow ad Andrea Chimenti dei Moda, da Marco Monfardini e Mirco Magnani dei Minox a Gianluca Becuzzi dei Limbo, sino a Roberto Toccafondi e Michele Santini dei Rinf, Francesco Cosi dei Karnak, Massimo Rabassini dei No Fun e i Giovanotti Mondani Meccanici (ma solo citati), tra cui armeggia pure Maurizio Dami alias Alexander Robotnick. La terza parte, Italia Wiva, completa il quadro estendendo l’analisi al Triveneto, Liguria, Lombardia, Campania ed Umbria e coinvolgendo un’altra flotta di nomi: Ado Scaini (Tampax, Great Complotto), Massimo Giacon (Spirocheta Pergoli), Roberto ‘Pivio’ Pischiutta (Scortilla), Johnny Grieco (Dirty Actions), il regista Paolo Ricagno, Augusto Ferrari (Art Fleury), Giancarlo Onorato (Underground Life), Stefano Tirone e Fred Ventura (State Of Art), Giacomo Spazio (2+2=5), Maurizio Arcieri (Krisma), Luigi Riganti (Dark Tales), Luca Collivasone e Giorgio Rimini (Aus Decline), Paolo Taballione (Carillon Del Dolore), Sergio Maglietta ed Elio Manzo (Bisca), Augusto Croce (Aidons La Norvege) e Fabrizio Croce (Militia). Tutto termina nella seconda metà degli anni Ottanta, quando le spontaneità iniziali si esauriscono e il mutato gusto del mercato convince chi è determinato a non lasciare il mondo della musica a cercare nuove strade, ma scendendo a compromessi. Altri invece, non disposti a nessun tipo di forzatura stilistica, abbandonano. Eccezionale il lavoro di De Iulis, che si avvale degli interventi del giornalista Federico Guglielmi per fare, di volta in volta, il punto della situazione e rendere la narrazione sempre fluida. Il package edito dalla mitica Spittle Records, oltre ai tre DVD, contiene pure il CD Tracce Magnetiche, con sedici brani che alimentano il mito della New Wave made in Italy.

Underground Nation
Non si tratta proprio di un documentario ma sotto certi aspetti potrebbe essere considerato tale, vista la vastità di materiale storico che annovera al suo interno. “Underground Nation” è il DVD pubblicato nel 2009 dall’etichetta olandese Djax Records per celebrare il ventennale d’attività, e che riassume l’epopea di un marchio che ha ricoperto un ruolo importante nella diffusione europea della Techno. La fondatrice, la bella Saskia ‘Miss Djax’ Slegers, è considerata tra le DJ più preparate del pianeta, capace di creare un punto di contatto, oltre venti anni fa, tra i creativi americani e quelli europei. Mai scesa a nessun tipo di compromesso commerciale, la bionda di Eindhoven ha dato alla Techno (e in particolare all’Acid) una forte spinta a livello internazionale, sia attraverso la partecipazione ai Rave più clamorosi degli anni Novanta (MayDay, Love Parade, Dance Valley), sia mediante le innumerevoli pubblicazioni sulla label più nota del gruppo Djax Records, la Djax-Up-Beats. Fedele al credo della Techno completamente sganciata dalla fenomenologia Pop, Miss Djax è una guerriera che confida ciecamente nell’arte generata dalla passione e non da strategie commerciali. Per questo motivo nella sua discografia non ci sono esempi di successo trasversale, e lo stesso si può dire della sua etichetta, diventata approdo di artisti come Like A Tim, Acid Junkies, Mike Dearborn, Steve Poindexter, K-Alexi, Ron Trent, Mike Dunn, Glenn Underground, Paul Johnson, Claude Young, DJ Skull, Rude 66, Mark Hawkins, DJ Rush, Justin Berkovi, Mark Verbos, Sbles3plex, Steve Stoll e davvero molti altri, pure relazionati a mondi sonori diversi (Hip Hop, Breakbeat). In 90 minuti, “Underground Nation” offre lo spaccato di un’ammirevole realtà olandese, sconosciuta dalle giovani generazioni solo perché non appartenente al reticolo dei cosiddetti trendsetter, ma in assoluto pregna di storia, spesso messa in parallelo con etichette ed artisti d’oltreoceano. Nel 1992 la Slegers visita Detroit e Chicago, ed incontra praticamente tutti coloro che contribuirono alla nascita di Techno ed House: Carl Craig, Juan Atkins, Kevin Sauderson, Alan Oldham (autore anche delle illustrazioni che contraddistinguono il catalogo Djax-Up-Beats), Underground Resistance, Octave One, Kelli Hand, Mike Dearborn, Terry Hunter, Armando, Phuture, Trax Records, Dance Mania e D.J. International. Qui vediamo scorci di quelle realtà, alternate ad eventi speciali, come il decennale al Club Gloria di Colonia, il 20 Agosto 1999, le presenze a varie edizioni della berlinese Love Parade, con consolle allestite su tir in stile carnevalesco, o ancora ospitate speciali come al Gottschalk Late Night, programma televisivo di Thomas Gottschalk, o nel 1993 a New York insieme a Marusha, altra DJ con cui Miss Djax si fa largo in un mondo professionale fatto quasi esclusivamente da soli uomini, sino alle più recenti performance presso Q-Base ed Awakenings. Una finestra aperta verso un sound rude, inselvaggito, rozzo nella struttura fatta spesso di elementi ridotti (una TR-909, una TB-303 e poco altro), spregiudicato, ma sempre e solo inequivocabilmente Techno.

I negozi di dischi indipendenti (Parte 1 /  Parte 2 / Parte 3 / Parte 4 )
Sulla scia di “Last Shop Standing”, YouGlobTV e Roberto Calabrò realizzano tre mini documentari che riguardano la realtà in varie nazioni dei negozi di dischi indipendenti, in prevalenza legati a Rock, Punk, Ska, Reggae, Country, Blues, Soul, Funk e Metal. Si comincia da Roma con Radiation Records di Marco Sannino, Hellnation di Roberto Gagliardi (nato dalle ceneri del Banda Bonnot) e Soul Food di Pierluigi Bella, si passa da Londra con Out On The Floor di Jake Travis e Mick Marshall, Sounds That Swing di Neil Scott, Flashback di Mark Burgess ed Haggle Vinyl dell’attempato Lynn Alexander, per finire a Madrid con Escridiscos di José Escribano, il primo negozio madrileno a dedicarsi a Punk e New Wave, e Bangla Desh di Antonio Pérez Martìnez. Dalle interviste emergono importanti osservazioni che aiutano a capire meglio la dimensione in cui versa questo tipo di attività, al di là delle statistiche che con molta frequenza appaiono su internet e generano immotivato sensazionalismo. Crisi è la parola comune a tutti: Sannino parla di taglio del superfluo, come la cultura, che impedisce alla musica di essere considerata un bene primario, Bella indica la mancanza di un ricambio generazionale nell’acquisto dei dischi e di un settore considerato ormai in decadenza. Non dissimili le opinioni provenienti dall’estero: Travis dice che il tempo giusto per aprire un negozio di dischi è passato, Marshall non punta il dito contro la massificazione digitale bensì ai proprietari dei locali commerciali londinesi particolarmente avidi, e dello stesso avviso è Scott, impensierito dalle richieste degli affittuari. Burgess afferma che si vendono meno CD e DVD e più vinili perché è un supporto tornato di moda, anche grazie ai film di Hollywood che hanno reintrodotto l’immagine-culto di questo formato, e che quindi appartiene ad un mercato in espansione che tocca anche giovani e giovanissimi. Il settantenne Lynn Alexander, invece, afferma: «La buona musica si venderà sempre, quella di moda invece passerà di moda». E a Madrid? Escribano rivela che negli anni Ottanta, quando esplosero Punk e New Wave, comprava persino 1000 copie a disco di alcune band. Il vinile è ancora il suo principale sostentamento, ma il target degli acquirenti va dai 35 ai 60 anni e passa, anche se esiste una piccola percentuale di giovani che sta scoprendo la sua magia. Nonostante ciò preferisce comunque non esprimersi sul futuro. Infine Martìnez, che lamenta l’assenza del pubblico giovane, e che ricorda una crisi del disco quando sul mercato giunse il CD, formato che la gente preferiva per varie ragioni. Sebbene nessuno di questi negozi sia vicino alla musica elettronica, è comunque illuminante comprendere come la realtà dei negozi di dischi sia radicalmente mutata rispetto al passato. Ora la geolocalizzazione appare un concetto imprescindibile: la presenza nelle capitali europee, posti centrali e frequentatissimi anche da turisti di tutto il mondo, è sicuramente un sostegno fondamentale che verrebbe a mancare invece nei centri più piccoli dove la nicchia degli utenti del vinile si assottiglia ulteriormente sino a sparire del tutto.

Darkbeat – An Electro World Voyage
Esce nel 2005 il DVD, diretto da Iris B Cegarra, dedicato alla musica Electro, punto di connessione e scambio tra diversi generi come Funk, Hip Hop, P-Funk, Synth Pop ed elettronica. Nata nei primi anni Ottanta negli Stati Uniti, l’Electro, abbreviativo di Electronic, diventa il simbolo dell’innovazione sonora e il risultato della tecnologia applicata alla disciplina musicale. Chi, in quel periodo, si dedica a tale stile lo fa soprattutto perché ispirato sia dalle macchine con cui fu possibile forgiare nuovi suoni, sia perché fortemente attratto dalla percezione del futuro a cui si giungeva mediante l’immaginario legato alla fantascienza. Sono tanti gli spunti forniti da svariati artisti, tra cui Dexorcist, Cisco Ferreira, Scape One, Cosmic Force, Bass Junkie, Radioactiveman, Exzakt, Si Begg, Boris Divider, Andrew Weatherall, Ectomorph, Dark Vektor, Mr. Velcro Fastener, DJ Godfather, Billy Nasty, Keith Tucker ed Andrew Price della Satamile, ma Darkbeat è da considerarsi un focus sull’Electro contemporanea, giacché non riesce a creare un’altrettanto ricca parata relativa al periodo iniziale. Accanto ad Egyptian Lover, infatti, sarebbe stato bello vedere altri mentori come Afrika Bambaataa, Hashim o i Cybotron. Altri grandi assenti, per quanto riguarda la fase moderna e contemporanea, sono Gerald Donald ed I-f, a cui spetta indubbiamente il merito di essersi battuti per non far cadere nell’oblio lo stile in questione. In cambio, però, Darkbeat ci offre la possibilità di scrutare in mezzo a molti cimeli, tipo Fairlight CMI, Linn 9000, Akai MPC60 e Roland TR-33, tra le prime drum machine della storia, oltre a classici di Sequential Circuits, Korg ed Oberheim.

Children Of BerlinParte 1 / Parte 2)
Prodotto nel 2010 da W0RKT34M, gruppo spagnolo attivo nell’ambito della comunicazione video e del marketing per festival musicali, Children Of Berlin punta i riflettori sulla capitale tedesca ed enfatizza l’importante connessione tra la caduta del Muro e lo sviluppo (e la conseguente esplosione) della club culture. Da un lato passano in rassegna posti iconici, come l’East Side Gallery sulla Mühlenstraße, la Fernsehturm o la Siegessäule, dall’altro una serie di testimonianze di chi, quella città, l’ha vista cambiare giorno dopo giorno, anno dopo anno. Ad essere coinvolti sono sia i DJ, come Prosumer, Sascha Funke, Kiki, Alexander Kowalski, Dirty Doering, T.Raumschmiere ed Oliver Koletzki, sia addetti ai lavori rimasti dietro le quinte (Carola Stoiber di Tresor/Tresor Records, Markus Nisch, booker di Monika Kruse e Paul Van Dyk, ed Ulrike Schönfeld, booker di Pier Bucci e Chicks On Speed). Così, dalla Berlino monocromatica degli anni della divisione, si passa a quel fatidico 9 Novembre 1989 (di cui scorrono anche immagini di repertorio) che cambiò la storia, innescando una febbrile ricerca del nuovo, una febbricitante voglia, facilitata dall’assenza di burocrazia, di appropriarsi di spazi abbandonati nel settore est, di un impeto creativo che forse non conoscerà mai eguali. La Berlino, allora, torna a colorarsi, sino a diventare una sorta di “città dei balocchi”, capitalizzando l’attenzione dei giovani europei non solo dediti alla musica ma ad ogni tipo di disciplina artistica.

Tekno – Il Respiro Del Mostro
Il documentario di Andrea Zambelli comincia con una citazione che da qualche anno gira con insistenza sul web, quella di Kristian Wilson, presunto CEO della Nintendo, in riferimento all’influenza di Pac-Man sulle giovani generazioni (una ricerca più approfondita rivela che in realtà si tratta di una battuta del ’89 del comico inglese Marcus Brigstocke). Il falso storico serve comunque ad introdurre un’approfondita panoramica su quello che è stato definito il nuovo tipo di cultura underground degli anni Duemila, seppur parlare di underground nell’era digitale e globalizzata risulti sempre piuttosto arduo e controverso, vista l’esplosione informatica che rende possibile l’accesso di tutto a tutti. Ma cosa sono esattamente i teknival e i free party della Tekno? Lo spiega con pregnanza Anna Bolena della Idroscalo Dischi, tra i contributor coinvolti: «Si occupano spazi dismessi in periferia per provare a creare una nuova socialità». L’appropriazione di uno spazio abbandonato serve quindi a dare ad esso una nuova connotazione e ciò genera le TAZ, le zone temporaneamente autonome (dall’inglese Temporary Autonomous Zone). Si ricicla un luogo dove magari prima sorgeva una fabbrica, delocalizzata in Oriente da classiche strategie commerciali, e si pareggiano le energie attraverso una folla danzante altrettanto numerosa come lo era una volta quella degli operai. La TAZ, quindi, diventa una forza di resistenza che contrasta la logica di produzione capitalistica e il sistema su cui questa stessa si basa: decade il concetto della festa sottesa al bar che deve produrre introito con le consumazioni, non esiste la brandizzazione del clubbing, non si nutre alcun interesse per le ambite sponsorizzazioni delle multinazionali. Insieme a ciò evapora pure la recente mitizzazione del DJ, figura soppressa da impressionanti e potentissimi sound system. Le pareti di casse, allora, si trasformano in demoni evocatori di energia. La droga, in tutto questo, ha certamente un ruolo, è una chiave per aprire porte dell’inconscio e forse agisce, insieme alla musica, sull’interconnessione tra menti e corpi. La musica invece è un vettore inteso come sfogo e non lavoro, un allontanamento dalla routine quotidiana, una sorta di rito liberatorio. La chiamano Tekno, con la k al posto della classica ch, proprio per differenziarla da quella che viene proposta in altre location. Stilisticamente mette insieme Techno, Industrial, Hardcore, Gabber, Goa, Psy Trance e Breakbeat, e diventa voce di messaggi non politicizzati, che si rifanno ai concetti base della prima Love Parade di Berlino, delle feste negli squat, nei capannoni abbandonati occupati dagli Spiral Tribe, ed elementi della Beat Generation. Correlato da immagini di repertorio di eventi esteri (Ungheria, Repubblica Ceca, Spagna, Bulgaria), in Tekno – Il Respiro Del Mostro c’è anche la Street Parade di Bologna del 2006, col compianto Don Andrea Gallo, tra teste rasate, dreadlock, piercing, nomadismo e musica che assume una valenza ideologica. Forse oggi è proprio ciò a rappresentare la genuinità dell’essere “sotterraneo”, concetto banalizzato e massificato col termine underground: l’ideologia schierata contro la morbosa mercificazione della musica.

La storia della musica elettronica by Traffic
Non si tratta esattamente di un documentario bensì di una puntata che il programma televisivo Traffic dedica alla musica elettronica, alla sua nascita, evoluzione ed alcuni protagonisti. La prima parte (detta “scheda storica”) è una veloce carrellata di informazioni, utili per inquadrare la tematica ma incapaci di aggiungere sostanziali dettagli a quanto possa emergere da una veloce surfata sul web. Il gancio col presente lo si trova parlando di Moby, ma anche qui per sommi capi. La seconda parte offre invece le incursioni in due eventi umbri tenuti nel 2011, il Dancity di Foligno e il Groovin’ di Pieve Di Collemancio. Del Dancity, introdotto da fantasiose prospettive fantascientifiche, ne parla uno degli organizzatori, Giampiero Stramaccia, a cui seguono le interviste del perugino Tommaso Pandolfi alias Furtherset (nonostante gli appena 16 anni dimostra di essere già tenacemente attratto da musica non esattamente da teenager), e del leccese Andrea Mangia in arte Populous. Per il Groovin’, invece, intervengono gli organizzatori David Leoni e Leonardo, che lamentano il mancato appoggio dell’amministrazione e la poca tutela delle forze dell’ordine che preferiscono ostacolare questo tipo di eventi. Si tratta di argomenti datati ma purtroppo sempre attuali. Tra gli altri fa capolino il poliedrico Master Enjoy. Poco più di 28 minuti, tra informazioni in stile “wikipediano” e servizi che strizzano l’occhio a quelli del Match Music degli anni Novanta: la conduttrice, Arianna Fiandrini, è una sorta di Isa B, armata di microfono tra consolle e dancefloor affollati di pubblico festante ma non sempre pronto ad offrire risposte meritevoli di attenzione.

Cerrone
È un mini documentario (di appena 17 minuti) diretto da Dimitri Pailhe, dedicato al batterista (figlio di un emigrato italiano fuggito in Francia durante il fascismo) che ha influenzato in modo massiccio sia la Disco che la House, ma anche l’Hip Hop. Il racconto di Cerrone tocca i momenti più importanti della sua carriera, dall’incontro con Eddie Barclay che mette sotto contratto la band di cui fa parte, i Kongas, al singolare caso di “Love In C Minor”, rifiutato dalle etichette francesi e che poi, per uno strano scherzo del destino, finisce col diventare una hit negli Stati Uniti. Non meno importante l’incontro con Ahmet Ertegun, il boss dell’Atlantic, che gli fa firmare un contratto e lo porta in televisione, insieme a Quincy Jones e i Jackson 5. La clip annovera pure gli interventi di Nile Rodgers (che lo mette sullo stesso piano di Giorgio Moroder e Kraftwerk), di Dimitri From Paris (che parla dei Kongas come primordio della Tribal House e pone l’accento sull’originalità delle copertine), del DJ-giornalista Dave Haslam e del popolare Bob Sinclar. Quest’ultimo, in particolare, parla del French Touch di fine anni Novanta come una riproposizione moderna della Disco di Cerrone e della forte infatuazione che, in quel periodo, aveva per le copertine di album come “Cerrone’s Paradise”, “Love In C Minor” e “Supernature”, con le nudità femminili opportunamente trasposte nei suoi “Space Funk Project Vol 2”, “Ultimate Funk” e “Paradise”. Non da meno il collettivo Africanism, messo su da Sinclar nel 2000 ed omonimo del secondo album dei Kongas uscito nel 1977.

Portrait Of An Electronic Band: Aux 88
Chi ha avuto il privilegio di vederlo in anteprima il 17 giugno 2015 presso il Louise Booth Auditorium nel Detroit Historical Museum lo ha descritto come il “documentario dell’anno”: trattasi della monografia degli Aux 88, gruppo nato a Detroit nei primi Novanta con l’obiettivo di dare il giusto continuum all’Electro/Hip Hop del decennio precedente ma arricchendola con suggestioni e declinazioni stilistiche moderne che finiscono col prendere il nome di Techno Bass. Keith ‘DJ K-1’ Tucker e Tommy ‘TomTom’ Hamilton (i quali tirano dentro, giustamente, pure gli ex componenti del progetto, Anthony ‘Blak Tony’ Horton e William ‘Posatronix’ Smith) ripercorrono la loro storia, avvalendosi dei contributi di colleghi più o meno illustri (Legowelt, Ellen Allien, Detroit Techno Militia, Cosmic Force, Scape One, Dr. Motte, Boris Divider, Dave Clarke, DMX Krew, Blastromen, Anthony Shakir, Mike Banks, Anthony Rother, DJ Di’jital, Egyptian Lover, Juan Atkins, DJ Godfather, Mike Huckaby e davvero molti altri). Pare che le prime copie siano state messe in vendita la sera stessa della première in un box set in edizione limitata.

Machine Soul
Diretto da Tero Vuorinen, “Machine Soul” racconta la scena elettronica finlandese attraverso alcuni dei protagonisti più importanti di un Paese che l’italiano medio nomina solo durante il periodo natalizio. La “triade” che apre il film è composta da Mika Vainio, Jimi Tenor e Jori Hulkkonen, pionieri di un “mondo” che appare subito ricco e multisfaccettato. A loro si aggiungono Hannu Ikola, Orkidea, Lil Tony, Irwin Berg, Samuli Kemppi e gli Acid Kings (con e senza maschera). Menzione a parte per Perttu Eino Häkkinen alias Randy Barracuda, in passato nei V.U.L.V.A. ed Imatran Voima ed oggi alfiere del genere skweee, e Lupu Pitkänen, metà del duo Ural 13 Diktators (considerato tra gli iniziatori dell’electroclash) ed oggi impegnato ad aggiornare gli stilemi french touch in Luputoni, con Toni Aalto. Non manca la panoramica sul passato con immagini di repertorio di Erkki Kurenniemi e i suoi DIMI autocostruiti. I 65 minuti di “Machine Soul”, sottotitolato in inglese, rappresentano l’occasione migliore per approfondire le conoscenze musicali di un Paese che l’europeo medio conosce e ricorda ingiustamente solo per Darude, Bomfunk MC’s e The Rasmus.

Machine A Tops: Media Records
Non è esattamente un documentario ma un reportage che viene realizzato nella primavera del 1995 per il programma Capital trasmesso dalla francese M6. Poco più di venti minuti per raccontare un fenomeno che da Brescia interessa tutta l’Europa ma anche Stati Uniti e Giappone, quello della Media Records. Autentica fucina di hit planetarie, la casa discografica fondata da Gianfranco Bortolotti è già reduce dal successo ottenuto tra la fine degli anni Ottanta e i primissimi Novanta con “Bauhaus” di Cappella (1987), “Touch Me” e “Move Your Feet” dei 49ers (rispettivamente del 1989 e del 1990) “Deep In My Heart” dei Club House, (1990) e “We Need Freedom” di Antico (1991). Esauritosi il filone della italo house (che la stampa estera ribattezza, talvolta in senso denigratorio, spaghetti house, in modo non così dissimile da quanto avvenuto anni prima col krautrock), la Media Records si lancia nell’eurodance, un segmento che conquista presto con Cappella, progetto attivo dal 1987 ma rimodellato, sia nel suono che nell’immagine, per adattarsi alle nuove tendenze. Il successo è clamoroso con milioni di dischi venduti. La squadra di Capital si reca dove tutto viene pianificato con la massima cura, nel quartier generale della Media Records, a Roncadelle, e mostra un po’ di tutto, dalle stanze dell’amministrazione e promozione agli studi di registrazione. Tra i tanti ad essere inquadrati Paolo Sandrini, Roberto Cipro, Carl Fanini (ai tempi cantante e frontman del progetto Club House) e Mauro Picotto, futura star internazionale. Dagli interventi di Bortolotti si evince come la Media Records studiasse un elevato numero di versioni delle proprie hit al fine di soddisfare le diverse inclinazioni stilistiche di nazioni diverse: la dance più gioiosa ed allegra per Spagna, Italia e Francia, quella coi suoni più rigidi e meccanici per Germania e Giappone, quella con soluzioni dub e d’atmosfera per Inghilterra ed America. Tra le curiosità che passano in rassegna, i provini per entrare a far parte dei Cappella e l’atteggiamento autoritario di Bortolotti che spinge la sua squadra a curare in modo meticoloso anche i dettagli apparentemente inutili, in un periodo in cui la classica casa discografica dance tende perlopiù ad accontentarsi del denaro ottenuto per un’eventuale hit. Nicola Pollastri della Impulse Promotion, in un frame, lo indica ironicamente come “generale Schwarzkopf”: a suo modo Bortolotti, proprio come il militare statunitense, è stato un grande stratega. Dall’anno successivo la Media Records si trasforma nella “casa discografica dei DJ” lanciando la BXR e nuovi personaggi destinati a diventare popolarissimi a cavallo del nuovo millennio, come Gigi D’Agostino, Mauro Picotto e Mario Più. La proto EDM, allora, pare essere nata a Brescia.

Dirty Talk: A Journey Into Italo Disco
Patrocinato da Boiler Room e diretto da Easton West, questo mini documentario racconta, in circa tredici minuti, cosa è stata l’italo disco e come questa abbia influenzato la nascita della house music a Chicago. Fondamentalmente si tratta di un genere inventato in modo abbastanza fortuito in Italia nei primi anni Ottanta, non da Giorgio Moroder come molti erroneamente pensano, seppur la sua musica poi fosse uno dei modelli da prendere come esempio, che preleva ispirazioni dalla disco statunitense ma sostituendo le laboriose orchestralizzazioni umane coi suoni dei sintetizzatori e coi ritmi delle batterie elettroniche. I tipici assoli del philly sound si trasformano in melodie orecchiabili (catchy, in inglese), mentre le parti cantate vengono spesso affidate a cantanti non madrelingua che rivelano fin troppe lacune sul piano linguistico e che in più di qualche occasione faranno letteralmente sghignazzare i discografici esteri. Per questo motivo talvolta si preferisce ricorrere al vocoder per mascherare limiti e carenze. Ad inventare il termine “italo disco” però non furono gli italiani bensì un polacco emigrato in Germania, il compianto Bernhard Mikulski, patron della ZYX Records, che importando molto di quel materiale pensò a come poterlo incasellare più facilmente. Insomma, un’invenzione commerciale, forse non così tanto diversa rispetto a quella ideata nel 1988 dalla Virgin per promuovere la compilation “Techno! The New Dance Sound Of Detroit”. Per gli italiani comunque quella restava più semplicemente “disco dance” da vendere spesso al kilo, invogliando l’acquisto con copertine che spesso ritraevano belle donne in pose sexy. L’italo disco comunque mostra il suo lato migliore prima di diventare puro mainstream pop, proprio quando se ne accorgono gli americani che la usano come piattaforma per la futura house. A conti fatti, l’italo disco può essere tranquillamente considerato l’anello di congiunzione e passaggio tra la disco degli anni Settanta e la house di metà/fine Ottanta, una fase transitoria che esalta l’uso di strumenti-icone come Prophet-5, LinnDrum e TR-808 e in cui i 4/4 diventano punto di appoggio su cui edificare qualsiasi cosa. Il documentario, che prende il titolo da uno dei grandi classici di quel periodo, “Dirty Talk” di Klein & MBO, ospita appena un paio di italiani, i fratelli La Bionda (che ad un’analisi più attenta apparterrebbero più all’italian disco che all’italo disco) e Fred Ventura. Seguono Chip E., tra i decani della house di Chicago, Charlie Grappone di Vinylmania Records, uno degli storici negozi di dischi di New York, e Tony Carrasco che partecipò al progetto Klein & MBO. Certo, realizzare un documentario sull’italo disco coinvolgendo quasi più personaggi esteri che italiani fa un po’ sorridere, ed è scandaloso che per parlare di “Dirty Talk” non sia stato coinvolto chi quella hit la costruì per davvero, Davide Piatto (i dettagli della storia sono qui). Un lavoro abbastanza superficiale (a meno che quello su YouTube non sia solo un frammento dell’intero video), che non aggiunge granché a quanto affrontato con più consapevolezza qualche anno fa da Pierpaolo De Iulis in “Italo Disco – The Sound Of Spaghetti Dance”, recensito su questa stessa pagina.

Dutch electro scene
Mandato in onda da MTV Nordic nei primi anni Duemila (presumibilmente tra 2002 e 2004) nel programma “This Is Our Music” presentato da Andres Lokko e Lars Beckung, questo special punta l’attenzione sull’electro disco dei Paesi Bassi tirando in ballo alcuni dei nomi più rappresentativi della scena. Da Legowelt, in uno studio già pieno di vintagisticherie e con qualche riferimento all’Italia (una piantina della città di Roma, la locandina di un film di Lucio Fulci) ai Comtron, da Serge Verschuur della Clone ad Alden Tyrell sino ad I-F, che non perde occasione per rimarcare l’assenza di qualsiasi legame tra la sua Viewlexx e il movimento electroclash. Poco più di venti minuti che raccontano un’Olanda ben diversa da quella dell’intrattenimento generalista della fase EDM.

Yazoo – A Short Film – Documentary
Con due album e pochi singoli incisi in soli due anni, gli Yazoo conquistano di diritto una posizione fondamentale nella storia del synth pop britannico. Creati nel 1981 dall’ex componente dei Depeche Mode Vince Clarke e dalla cantante Alison Moyet, vengono messi sotto contratto dalla Mute di Daniel Miller che li porta al successo internazionale, Stati Uniti compresi dove però la Sire li presenta come Yaz. I poco più di 30 minuti del documentario servono ad approfondire le figure dei due artisti, e ciò avviene anche grazie al contributo di guest d’eccezione come il citato Miller ed Andrew Fletcher della band di Basildon. Attratto dalle nuove tecnologie, Clarke armeggia con vari strumenti elettronici tra cui il Fairlight CMI, considerato il primo sintetizzatore/campionatore digitale, e crea basi costituite da un numero limitato di piste. Suoni chiari, stesura minimale, arpeggi ed accordi spezzati in sequenze di note, dettati anche dai limiti tecnologici, fanno la fortuna degli Yazoo. Il successo coglie del tutto impreparata la Moyet che si ritrova catapultata a Top Of The Pops (ai tempi seguito da un pubblico immenso di circa venti milioni di persone) e su dischi che vendono migliaia di copie al giorno. Numeri che, a pensare ai clic su YouTube o allo streaming odierno, sembrano solo frutto della più fervida delle immaginazioni. “Don’t Go”, “Only You” e “Situation”, tutti del 1982, sono gli inni di una generazione. In particolare quest’ultimo diventa una hit nei locali underground newyorkesi negli anni della pre-house al punto che François Kevorkian chiede di poterlo remixare ma suscitando più di qualche perplessità visto che il concetto di remix non fosse ancora diffuso nel Vecchio Continente. Nonostante avessero tutti i requisiti per continuare, la carriera degli Yazoo si interrompe nel 1983, ma probabilmente è stata proprio tale brevità a tutelare ed immortalare il loro ricordo.

Crisalide, I Miei Primi Passi
In appena 22 minuti viene raccontato 1/3 della carriera di Francesco Casaburi alias Francesco Farfa. Il periodo preso in considerazione è il decennio 1984-1994, dagli esordi all’affermazione extra regionale/nazionale, e viene descritto da vari personaggi entrati nella vita del DJ per diverse ragioni. Colleghi disc jockey (Moravio Ghizzani, Carlo Magni, Beppe de Nora, Enrico Delaiti, Miki, il compianto Roby J), art director dei locali dove ha lavorato in quegli anni (Andrea Cordaro del Katinka, Mario Provinciali de La Barcaccina, Silvio, Stefania e Marcello Passini del Tartana, Raulo Giovannoni dell’evento The West), semplici amici (Silvano Ballini, Lucia Barnini, Cristina Tarchi, Marcello Matteucci e il barman Luca Fiaschi): ognuno di loro racconta dettagli che aiutano ad inquadrare meglio la figura dell’artista toscano. Incuriosito dagli impianti stereo visti a casa di conoscenti, Casaburi allestisce una consolle in garage dove inizia ad esercitarsi, attratto dal fare tecnico di quella professione. Alla metà degli anni Ottanta approda alla discoteca Ypsilon di Certaldo, un ambiente fatto prevalentemente di volontariato e passione e in cui si inserisce con tenacia ed una certa dose di timidezza. Casaburi non è il classico “DJ anni Ottanta” che incita gli avventori del locale parlando al microfono, preferisce «far palpitare la pista» non solo grazie al tecnicismo ma pure in virtù di un feeling che instaura col pubblico, pur senza proferire parola. Il 1990 è un anno cruciale: la collaborazione con locali come Tartana, La Barcaccina ed Imperiale determina un sensibile aumento di popolarità e Francesco Casaburi si trasforma in Francesco Farfa. Le ragioni, per nulla studiate a tavolino o connesse all’artista futurista Vittorio Tommasini come invece qualcuno potrebbe ipotizzare, vengono spiegate nel filmato. Per il suo debutto all’Imperiale, come rivela Miki, inizia col mash up antidiluviano di John Truelove che mette insieme “Your Love” di Jamie Principle/Frankie Knuckles e “You Got The Love” di The Source Featuring Candi Staton. A dicembre di quell’anno il giornalista de L’Express Luc Bertagnol, colpito dalla sua preparazione tecnica e scelta musicale, lo invita ad una festa nella capitale francese. Il progetto si concretizza nei primi mesi del 1991 quando Farfa suona all’Hôpital Éphémère di Parigi, occasione in cui, come rimarca lo stesso Bertagnol, «si apprezza una reale progressione musicale». Inconsapevolmente Farfa (con Miki e Roby J al seguito) getta le basi di un movimento musicale che qualche anno più tardi sarebbe prima diventato un trademark per il clubbing toscano (profetizzato dal citato Miki come “The Sound Of Tirreno”, si veda il 12″ omonimo uscito nel ’93 sulla sua Major Ipnotic Key Institute) e poi finito nelle fauci del mainstream che lo cannibalizza spogliandolo del tutto dalle sue matrici originarie. Il pubblico di Farfa diventa sempre più consistente, a settembre del 1992 è nella Divine Stage dell’Insomnia di Ponsacco, insieme all’inseparabile Miki, e i ragazzi iniziano a chiedere dischi “alla Farfa”. Casaburi, in poco meno di dieci anni, è tra i DJ italiani che vantano un seguito più vasto e soprattutto tra i primi ad anticipare la globalizzazione stilistica che prenderà piede nel nuovo millennio, mettendo in difficoltà le riviste di settore che ai tempi non sanno se inserirlo tra i DJ house o quelli techno. Farfa è nel mezzo, rappresenta entrambe ma senza aderire ad un credo che possa escluderne una a favore dell’altra. A testimonianza di ciò diverse produzioni discografiche sparse su Area Records (che fonda con Joy Kitikonti), Interactive Test e UMM. Ad impreziosire il documentario sono frammenti di videointerviste e brevi clip di serate in discoteca (Tartana, Exogroove, Tenax, The West, The Gallery, Insomnia, Mozinor, Hôpital Éphémère, Torquemada). Diretto da Marco Allegri, “Crisalide, I Miei Primi Passi” viene girato nel 2010 ma appare sul canale YouTube Farfa Tv solo il 14 febbraio 2017. Sembra solamente l’inizio di un lavoro che meriterebbe davvero di proseguire per abbracciare il periodo che va dal 1995 ad oggi, in cui Farfa intensifica la produzione discografica (ma senza mai cercare il successo commerciale) fondando la Audio Esperanto in collaborazione con la bresciana Media Records, mixa varie compilation di successo come “Trance Nation”, remixa svariati brani (tra cui quelli di Caspar Pound, Prism e Robert Armani), prende posto in nuovi club come il Taotec di Figline Valdarno, collabora con l’etichetta spagnola Serial Killer Vinyl e finisce nel radar di DJ del calibro di Sasha, Tiësto e José Padilla.

DJ’s Trip
Corre il 2003 quando Alberto D’Onofrio gira, tra Italia, Ibiza e Londra, i dieci documentari della collana “DJ’s Trip”. YouTube non esiste, il web si è lasciato alle spalle lo stadio primitivo degli anni Novanta ma non offre ancora l’infinità di contenuti come oggi, soprattutto in relazione a tematiche “di nicchia” come possono essere quelle dei DJ e della nightlife in genere. I “DJ’s Trip” di D’Onofrio vanno così a rifocillare quel segmento di utenza alla costante ricerca di materiale audiovisivo difficilmente rintracciabile se non mediante programmi televisivi specializzati (ma poco diffusi nel nostro Paese), DVD e qualche polveroso VHS. Ampio spazio è stato concesso al DJ, figura che ad inizio del nuovo millennio va incrementando la popolarità accumulata nel decennio precedente. Ed ecco quindi Claudio Coccoluto che tra racconti di vita adolescenziale e squarci di realtà domestica con figli e moglie, narra il suo attaccamento alla musica. Dal primo campionatore (un Emulator II?) alle esperienze in studio di registrazione (con una panoramica di quello che parrebbe proprio l’HWW Studio), passando per l’esperienza radiofonica su Radio DeeJay (nella puntata di C.O.C.C.O. il DJ rivendica l’importanza della notte come quella del giorno, scagliandosi contro l’allora ministro Carlo Giovanardi e la crociata sulla chiusura anticipata delle discoteche). Coccoluto è un manipolatore di suoni, un DJ che prende le distanze dal mettidischi stereotipato de “La Febbre Del Sabato Sera” o quello radiofonico che limita gli interventi alla menzione di artista e titolo. Gli piace «interpretare la musica come materiale sonoro», dando vita ad una forma d’arte artigianale spiccatamente passionale. Gli segue Ralf, nato Antonio Ferrari, che spiega le ragioni dell’essere così defilato dallo studio di incisione e del forte attaccamento al territorio natio, l’Umbria. A ricorrere con frequenza nel discorso è la parola “terra”, e ciò chiarisce il motivo per cui abbia chiamato la sua etichetta Laterra Recordings. Ralf cerca di tutelare l’emozione della musica da ballo a dispetto degli amanti del rock, del jazz e della musica “colta” che invece fanno distinzioni tra “musica” e “musica” giudicandola in base all’uso che se ne fa. Una parte del film è stata girata nello studio di Alex Neri mentre viene bozzata “I’ve Done It” che inaugura il catalogo della citata Laterra Recordings nel 2006. Acclamato dal pubblico e rivelatosi pure una penna arguta attraverso la rubrica Touch & Go curata per anni sulle pagine del magazine DiscoiD, Ralf resta tra i pochi DJ italiani che, pur investendo poco nella carriera da produttore, riesce a mantenere alta l’attenzione nei suoi confronti in modo costante. Un altro gradito ospite è Francesco Farfa: tra aneddoti ed esperienze in studio, definisce il DJ «un mediatore, un cavo di corrente che si attacca tra la gente e la musica, un induttore che serve per comunicare un tipo di messaggio», accennando anche al concetto di “DJ rock star” che sarebbe stato sdoganato in modo definitivo qualche anno più tardi. Il toscano affronta pure l’argomento della colonizzazione ibizenca e, importante, rimarca il concetto della moderazione come tutela della professionalità e del buon esempio che va dato a chi segue (ed imita) i DJ, un messaggio per se stesso ma anche per gli altri. Interessante l’intervento di Principe Maurice che lega la sua attività di cantante alla musica selezionata da Farfa, tra i DJ italiani più versatili che non ha mai avuto timore di mettersi alla prova, reinventandosi nel corso degli anni. Spazio anche a Stefano ‘Stylophonic’ Fontana ed Alessio Bertallot: il primo nasce in una famiglia di sportivi (il nonno Mario era portiere per l’Inter con Giuseppe Meazza, il padre era portiere del Milan, il fratello Robert, tragicamente scomparso in un incidente stradale in moto il 19 maggio 2006, è stato campione di baseball) ma la “gerarchia agonistica” viene interrotta proprio da Stefano che imbocca la strada della musica. Inizia a produrre a metà anni Novanta come Fontana Mood ma si fa notare a livello internazionale solo nel 2002 quando incide per la Prolifica (gruppo EMI) “Man Music Technology” come Stylophonic, trainato da singoli dall’appeal pop come “Soulreplay”, “If Everybody In The World Loved Everybody In The World” e “Way Of Life”. Interessante sentire anche la “campana” di un musicista con cui Fontana ha collaborato in alcune occasioni, Saturnino. Alessio Bertallot invece, ai tempi ancora al timone di B Side, rivela un concetto su cui vale la pena riflettere: «in radio ho sempre pensato che fosse importante spiegare la musica perché sono consapevole del fatto che la gente ne sappia davvero poco e che non viviamo in un ambiente culturale che aiuta ad esercitare la sensibilità, anzi è il contrario. Più insensibile ed ignorante sei, più sei funzionale al sistema». Bertallot, che assume un ruolo di vero divulgatore in una emittente radiofonica ormai sempre più rivolta ad un pubblico generalista, contribuisce attivamente alla diffusione in Italia di generi alternativi come trip hop, jungle e drum n bass. Poi, tra le altre cose, chiarisce il ruolo del musicista e del DJ e prevede la “poppizzazione” della dance con conseguente svuotamento dei contenuti, cosa che è avvenuta per davvero. Probabilmente mai come oggi la dance come sfondo sonoro quotidiano ha necessitato di una rifondazione. Il lavoro di D’Onofrio prosegue con altri video dedicati a José Padilla & Luca Baldini, DJ Ter, DJ Lottie, Mike Manumission e Ibiza per completare un quadro trasmesso da Cult Network (su Sky) e venduto anche in DVD. Il regista torna ad occuparsi di musica elettronica e vita notturna con “Party People Ibiza”, nuova serie di documentari trasmessa da Rai 2 nel 2014.

Storia Della Musica Techno Italiana Nel Mondo
Il titolo è particolarmente allettante quanto pretenzioso, il desiderio di vedere raccolte testimonianze e storie nostrane su un genere come la techno è sempre molto alto vista l’assoluta scarsità di materiale documentaristico a disposizione. Peccato però che questo tentativo, seppur apprezzabile, tradisca abbastanza le aspettative, non certamente per i nomi coinvolti, tutti rispettabilissimi protagonisti della scena, ma piuttosto per la modalità con cui il documentario stesso è stato pensato ed assemblato. Il primo episodio, seppur non esplicitato, è dedicato a Roma, a ragion veduta perché la techno trova nella capitale un terreno particolarmente fertile prima di ogni altra zona dello Stivale. Si susseguono gli interventi di Francesco Zappalà, Vortex, Bismark, Paolo ‘Zerla’ Zerletti e Ricky Diciotto, inframmezzati da video d’archivio del DMC, dell’Ombrellaro Rave ’92 e dell’Happy Rave ad Ostia nel ’91, incluso un reportage di Rai Tre che forse sarebbe stato opportuno evitare perché facilmente strumentalizzabile. Il secondo episodio invece racconta, ma davvero troppo frettolosamente, quanto avvenuto in Toscana attraverso le testimonianze di Raulo Giovannoni, ideatore dell’evento itinerante The West, e del vocalist Roberto Francesconi. Anche qui non mancano filmati di repertorio (Imperiale, Jaiss, il citato The West) ma nel complesso la narrazione non segue un iter ben strutturato e finisce col somigliare più ad una raccolta di video con sparuti commenti a fare da corollario che ad un documentario vero e proprio. I guest interpellati da Stefano Di Carlo (che alle spalle ha una carriera di tutto rispetto, si veda la sua pagina su Discogs per avere una visione d’insieme) e Flavio Costa avrebbero potuto aggiungere molto di più rispetto a quanto già trapelato attraverso innumerevoli interviste rilasciate nel corso degli anni, ma alla fine è anche il timing a fugare ogni dubbio: 13 minuti nel primo, meno di nove nel secondo sono nettamente insufficienti per raccontare un fenomeno complesso ed avvincente come quello della techno approdata nel nostro Paese.

Early Documentary About Sampling
Pare che questo servizio televisivo sia stato trasmesso nel 1988, anno in cui il campionamento inizia a diventare una pratica sempre più consolidata soprattutto nella house music riconfezionata dai produttori del Regno Unito. I primi ad apparire nel video sono i Coldcut (Jonathan More e Matt Black, da lì a breve fondatori della Ninja Tune) che con “Beats + Pieces”, del 1987, mostrano quanto fossero attrattive le potenzialità derivate dalla manipolazione di sorgenti sonore prelevate da vecchie incisioni di generi disparati. Il botto lo fanno tra 1988 e 1989, quando pubblicano “Doctorin’ The House” (col featuring di Yazz), “Stop This Crazy Thing” e “People Hold On” (coi vocal di Lisa Stansfield), che insieme ad altre produzioni britanniche come “Pump Up The Volume” dei M.A.R.R.S., “Beat Dis” di Bomb The Bass e “Theme From S-Express” degli S’Express sdoganano una nuova concezione di produrre musica. Ai tempi house ed hip hop viaggiano parallele e talvolta finiscono con l’intersecarsi per modalità compositive (si veda, ad esempio, “The Power” degli Snap!, “Gonna Make You Sweat (Everybody Dance Now)” di C+C Music Factory e i dischi dei belgi Benny B prodotti da Vito Lucente, il futuro Junior Jack). Non certamente a caso nel video compaiono molti nomi emblematici del rap, il DJ Prince Paul degli Stetsasonic (e produttore dei De La Soul), DJ Jazzy Jeff & The Fresh Prince, Ice-T ed LL Cool J. Se da un lato il sampling indica la strada di nuove tecniche e forme compositive del tutto inedite («quando sono intervenuti i campionatori si è creato una sorta di muro di suono, e molti produttori hip hop hanno cercato di stratificare il loro suono per creare qualcosa di nuovo», come spiega Andrea Benedetti in questa interessante lecture, dall’altro implica tutta una serie di problematiche legali connesse ai diritti di copyright che il campionamento, di fatto, infrange. Per tale ragione si ritrovano testimonianze di artisti come la compianta Ofra Haza (la cui voce viene campionata dai Coldcut nel remix di “Paid In Full” di Eric B. & Rakim), Debbie Gibson, Tom Petty, Steve Stevens, Steve Winwood, Lou Reed, ma anche dei produttori Bob Clearmountain e Russell Simmons della Def Jam e persino di due avvocati: Philip M. Cowan, che allora si occupa del caso che vede imputati i Beastie Boys per aver attinto da “The Return Of Leroy” della Jimmy Castor Bunch per la loro “Hold It Now, Hit It”, e Lawrence Stanley della Tommy Boy, che difende i De La Soul per aver “prelevato” un frammento di “You Showed Me” dei Turtles per la loro “Transmitting Live From Mars”. Insomma, in poco più di otto minuti la clip mostra pro e contro di una metodologia compositiva da sempre in bilico tra geniale creatività e riprovevole furto. Il campionatore, come scrive Simon Reynolds in “Retromania”, «non era una semplice “macchina da citazioni” ma poteva funzionare in modo altrettanto efficace come strumento di pura sintesi sonora che non si limitava a decontestualizzare le fonti ma le rendeva astratte». L’abilità del cosiddetto “crate digger” di classe (ossia colui che setaccia aste di beneficienza, mercatini dell’usato e scantinati di negozi alla ricerca di dischi sconosciuti da campionare) si riconduce, come spiega il noto giornalista/scrittore, «a quella sensibilità che gli permette di individuare un potenziale sample che sfugge agli altri, il minimo svolazzo orchestrale o lo scampolo di chitarra ritmica che può funzionare come loop, il momento casuale di una traccia jazz-funk in cui la strumentazione tace, isolando una manciata di note trasformabili nel riff melodico centrale di un pezzo nuovo». Non tutti però sono crate digger, e per tale ragione il sampling continuerà a battere una zona grigia in cui arte e furto viaggiano costamente insieme. Per approfondire ulteriormente questa tematica si segnala il libro “Controversies Of The Music Industry” di Richard D. Barnet e Larry L. Burriss, in cui si rinviene uno dei primi casi che vede il campionamento come “copyright infringement”, quello in cui Boyd Jarvis cita in giudizio Robert Clivillés e David Cole (i sopramenzionati C+C Music Factory) per aver illegalmente tratto dei sample dalla sua “The Music Got Me” di Visual per trapiantarli in “Get Dumb! (Free Your Body)” di The Crew Featuring Freedom Williams. Tutti i dettagli sulla causa disputata in tribunale il 27 aprile del 1993 sono qui.

808
L’evoluzione della musica elettronica è stata decretata sia da intuizioni artistiche che dall’avvento di nuove tecnologie. Non bisogna dunque meravigliarsi se qualcuno abbia voluto dedicare un intero documentario ad uno strumento. Era già avvenuto con Nate Harrison che approfondì sulla Roland TB-303 (leggi recensione su questa stessa pagina) ed ora tocca alla Roland TR-808, un’altra di quelle macchine che hanno rivoluzionato lo scenario in maniera globale. Basti pensare che i beat generati da questo rhythm composer abbracciano uno spettro tanto ampio che va da “Sexual Healing” di Marvin Gaye a “Brass Monkey” dei Beastie Boys, passando per “One More Night” di Phil Collins, tutta l’electro newyorkese connessa alla breakdance capitanata da “Planet Rock” di Afrika Bambaataa, la proto techno dei Cybotron (“Clear”), la house grezza di Chicago (“No Way Back” di Adonis) sino alla techno lambiccante dei 90s (“Spastik” di Plastikman). Insomma, non un prodotto finito nelle mani di un target ben preciso ma una macchina in grado di mettere d’accordo un numero abissale di compositori, tanto grande da persuadere Alex Dunn a mettersi all’opera su quello che sembrava un lavoro infinito. Il documentario si avvale di un cast stellare, così vasto da mettere in seria difficoltà chi pensava alla TR-808 come una “diavoleria destinata a musicisti da strapazzo”. Damon Albarn, Arthur Baker, Jellybean Benitez, Diplo, Phil Collins, Goldie, Felix Da Housecat, 2 Many DJ’s, Fatboy Slim, MC G.L.O.B.E., David Guetta, Richie Hawtin, Jori Hulkkonen, Lil’ Jon, François Kevorkian, David Noller, Man Parrish, Tom Silverman, Armand Van Helden, Pretty Tony, Gerald Simpson, Tiga, Bernard Sumner, Todd Terry e Pharrell Williams sono solo alcuni di coloro che hanno raccontato l’epopea di uno strumento-icona in grado di resistere all’incedere degli anni. Dunn è riuscito a coinvolgere anche Ikutaro Kakehashi, fondatore della Roland spentosi giusto pochi mesi fa, che ha svelato un aneddoto davvero significativo: i transistor utilizzati nella TR-808 erano difettosi, pare persino scartati da aziende concorrenti, ma capaci di produrre un suono unico, che non somigliava a nulla in circolazione ai tempi. Tale peculiarità, comunque, non decretò la fortuna dello strumento, anzi, avvenne esattamente il contrario perché i suoni che generava erano diversi da quelli delle batterie reali, e sfigurava se messa a confronto con la LM-1 della Linn Electronics. L’unico punto a favore fu il costo assai contenuto, poco più di mille dollari, circa quattromila in meno rispetto alla più blasonata LM-1. “808”, prevedibilmente, è stato accolto con favore dalla critica e dal pubblico, tanto da stuzzicare l’interesse dei media generalisti, come La Repubblica, seppur con qualche leggerezza («il primo a usarla fu Afrika Bambaataa, nel 1982», inesattezza imperdonabile se si pensa agli Yellow Magic Orchestra, stranamente esclusi dal documentario, che la adoperarono in “1000 Knives” del 1980 inserita nell’album “BGM” l’anno dopo, alla nostra Doris Norton in “Raptus” del 1981, o al compianto Mandré che sembra iniziò a testare un prototipo della TR-808 già nel ’79, quando registrò “M3000” per la Motown). Comunque, a conti fatti, è rincuorante constatare che il divario tra strumenti tradizionali ed elettronici oggi si sia ridotto quasi a zero. Per il momento è distribuito solo su Apple Music ma se siete alla ricerca di qualcosa di “tattile” qui è possibile ordinare la tshirt e la soundtrack incisa su CD e vinile in cui figurano, tra gli altri, Man Parrish, Planet Patrol, Shannon e Strafe ma che, stranamente, oltre agli 808 State (nomen omen), e Felix Da Housecat non si avvale di nient’altro legato alla house o alla techno, i due generi che probabilmente più di altri hanno trasformato la TR-808 in una macchina mitologica.

Italo Disco Legacy
Ci avevano già pensato Pierpaolo De Iulis con “The Sound Of Spaghetti Dance” (segnalato su questa stessa pagina) e Francesco Cataldo Verrina nel libro “Italo Disco Story” a tratteggiare il controverso mondo della dance italiana degli anni Ottanta, ma è positivo che qualcun’altro sia tornato sull’argomento, ampliandone le prospettive e i punti di vista. Pietro Anton, regista di “Italo Disco Legacy”, pone l’attenzione soprattutto sul raffronto, costante, tra il racconto di chi ha vissuto il fenomeno dell’italo disco in Italia e chi invece lo ha conosciuto ed apprezzato vivendo oltre le Alpi. Ad emergere è uno spaccato interessante e significativo perché offre allo spettatore una valida chiave di lettura per inquadrare la tematica in modo ancora più accurato e profondo. Se l’italiano medio è abituato a parlare dell’italo disco come un filone sospeso tra trascurabile cineseria e banale paccottiglia rifilata ad immense platee dalla televisione berlusconiana o dalla radio/mente cecchettiana, all’estero questo genere gode di ben altra credibilità. Basti ascoltare i racconti di alcuni dei personaggi coinvolti, come il francese The Hacker e l’olandese I-f, per capire quanto sia radicalmente diversa la percezione per un genere che non va liquidato semplicisticamente come l’enorme calderone di canzonette montate su basi ritmiche realizzate con LinnDrum, Roland TR-808, Oberheim DMX, E-mu Drumulator e Simmons SDS 8, trainate dal basso in ottava e date in pasto, a seconda della stagione, al pubblico dei cinepanettoni o a quello dei Festivalbar. Dal 1981 al 1984 circa l’italo disco si rivela seminale per futuri generi rivoluzionari ed epocali come house e techno pur nascendo in maniera piacevolmente ed innocentemente naïf, e diventa anello di congiunzione tra la disco americana, ormai sul viale del tramonto, l’eurodisco moroderiana e correnti nascenti come new wave e synth pop che legittimano ritmiche e suoni prodotti ed eseguiti elettronicamente. Certo, quelle che a posteriori verranno riconosciute come affascinanti intuizioni in realtà sono espedienti trovati per ovviare a problemi di varia natura (vocoder che maschera l’inglese maccheronico, scrosci di batteria che simulano i virtuosismi del batterista virtualizzato dalle drum machine, apparati melodico-armonici particolarmente elaborati che sopperiscono all’assenza delle grandi orchestrazioni), ma nonostante tutto l’italo disco riesce a smarcarsi dalla banale imitazione da tarocchificio cinese acquisendo una propria identità. Quando quella formula raggiunge le grandi platee in tanti(ssimi) si buttano a capofitto nell’affare, disperdendo l’apporto creativo sul quale hanno le meglio scopi meramente economici da parte sia di imprenditori discografici, sia di compositori allettati dal guadagno facile, che finiscono con l’affossare il genere sino a renderlo pacchiano e, per anni, alla stregua di uno scheletro nell’armadio. Tra i personaggi coinvolti Flemming Dalum, Intergalactic Gary, DJ Hell, Linda Jo Rizzo, David Vunk, Alden Tyrell, DJ Overdose, Otto Kraanen, Fancy, Marcel van den Belt e Mark Du Mosch ma ovviamente anche tanti italiani come Fred Ventura, Alexander Robotnick, Albert One, P. Lion, Roberto Turatti, Daniele Baldelli, Anfrando Maiola (Koto), Brian Ice, Marcello Catalano, Franco Rago & Gigi Farina, Vince Lancini degli Scotch, Ken Laszlo, Aldo Martinelli, Simona Zanini, Stefano Brignoli e Beppe Loda a cui si aggiunge anche qualche contemporaneo come Sandro Codazzi e Francesco ‘Francisco’ De Bellis. Alcuni guest fanno poco più di fugaci comparsate e chiaramente mancano dei nomi che sarebbe stato interessante annoverare, ma nel complesso tutto torna utile per raccontare un genere che, come afferma Hell negli ultimi frame, non avrà mai fine. Ad implementare il DVD è una compilation edita su doppio vinile dalla berlinese Private Records in cui si alternano brani del passato, del presente e qualche inedito.

10 Jahre Zyx
Non si tratta di un documentario bensì di un servizio trasmesso nel 1989 nel programma Backstage dalla Tele 5, uno dei canali televisivi stranieri posseduti allora da Silvio Berlusconi. Ventisei minuti non sono tantissimi ma sufficienti per capire cosa fosse la Zyx, tra gli imperi discografici tedeschi indipendenti più importanti e longevi della storia musicale contemporanea. Fondata nel 1971 da Bernhard Mikulski, ex manager della CBS Schallplatten negli anni Sessanta, è un colosso di dimensioni esagerate con sede principale a Merenberg, in Assia, ma con filiali dislocate negli Stati Uniti, Paesi Bassi, Svizzera, Francia, Regno Unito e Polonia. Nata inizialmente come distribuzione chiamata Pop Import, nel corso degli anni si trasforma in una casa discografica a tutti gli effetti e cambia nome in Zyx Music prendendo spunto da Zzyzx, località californiana nella contea di San Bernardino, situata tra Los Angeles e Las Vegas. Come spiega il direttore degli A&R Reinhard Piel, pur trattando generi come rock, jazz o colonne sonore, Zyx Music è in primis un’etichetta di musica pop dance e il suo successo risiede nell’essere riuscita a cavalcare trionfalmente gli anni Ottanta per intero, diventando promotrice di nuovi generi come synth pop, eurodisco e new beat ma soprattutto la dance esportata dall’Italia a cui Mikulski affibbia il nome italo disco per poterla lanciare meglio sul mercato attraverso una serie di compilation. L’attrazione che il discografico prova nei confronti della musica per le discoteche è forte. Inizia col supportare gli esperimenti del compositore/arrangiatore Pit Löw che nel 1982, celato dalla sigla P.L., incide “Space Dreams”, un album di cover (Pete Shelley, Kraftwerk, Poussez!) in chiave electro disco (modalità ripresa nel 1983 in “Sounds Of Humanoid Kind” di E.T.M.S.). Nello stesso anno licenzia “Girl On Me” degli italiani Amin-Peck seguito da “Dance On The Groove And Do The Funk” dei campani Funk Machine ed “Hookey” del lombardo Sylvi Foster (il futuro Joe Yellow). Continuando a pubblicare musica schlager e pop rock, Mikulski intuisce che la dance è un filone aurifero. L’anno della svolta è il 1983: importando decine di altri pezzi italiani (“Bad Passion” di Steel Mind, “Let’s Dance” di Kex, “Take A Chance” di Mr. Flagio, “Pulstar” di Hipnosis, “Tubular Affair” di Samoa Park, “I.C. Love Affair” di Gaznevada, “Voices In The Dark” di Mike Cannon, “Japanese War Game” di Koto, “Are You Loving?” di Brand Image, “Pretty Face” di Stylóo, “Rainy Day” di Brando, “Watch Out!” di Doctor’s Cat, ” Witch” di Helen, “Sexiness” di Travel Sex, “The Hustle” di Talko, “Give Me A Break” di Joe Maran, “Plastic Doll” di Dharma, “The Rule To Survive (Looking For Love)” dei N.O.I.A., “Love Theme From Flexxy-Ball” di Flexx, “Penguins’ Invasion” di Scotch, “Somebody” di Video ma la lista andrebbe avanti per parecchio), la Zyx diventa portabandiera di un suono inizialmente un po’ grezzo e che in tanti giudicano poco più che amatoriale ma destinato a trasformarsi nel pop adottato da quasi tutto il Vecchio Continente, adorato e glorificato da milioni di persone. Dall’Italia giungono, tra gli altri, “To Meet Me”, primo singolo di Den Harrow, “Talk About” di Phaeax e la struggente “Don’t Cry Tonight” di Savage, e per Mikulski è un tripudio visto che quella musica riesce a distribuirla quasi ovunque. Inizialmente snobbati dalle multinazionali, adesso quei brani raccolgono grande successo e la Zyx si ritrova al centro dell’attenzione internazionale. Alternando classica italo disco (Miko Mission, Valerie Dore, Camaro’s Gang, Paul Sharada) al synth pop dei Pet Shop Boys e di Paul Hardcastle e passando per l’electro di Egyptian Lover, il funk di Tullio De Piscopo, la new wave dei Kirlian Camera e nuovi remake ai confini col plagio (come “Stop – Watch” di Hypnotic Samba, con chiari riferimenti a “Passion” delle Flirts prodotte da Bobby Orlando) l’etichetta tedesca conquista una fetta sempre più consistente di mercato. Nel 1986 Mikulski mette sotto contratto gli OFF, un gruppo composto da due compositori, Michael Münzing e Luca Anzilotti, ed un frontman-cantante, Sven Väth. All’attivo hanno un solo singolo, “Bad News”, pubblicato l’anno prima dalla Bellaphon e passato inosservato, ma tutto cambia con “Electrica Salsa (Baba Baba)” che diventa una hit europea ed è comprensibile la ragione per cui il manager, nel video, snoccioli fieramente i risultati ottenuti. Meno fortunato si rivela il follow-up, “Step By Step” (di cui scorre il videoclip), a cui non seguirà alcuna inversione di tendenza ma i tedeschi verranno ripagati alla grande in altro modo visto che Münzing ed Anzilotti si trasformeranno in Snap! mentre Väth, che nei primi video ed apparizioni pubbliche serba movenze che lo fanno paragonare al nostro Lorenzo Cherubini ai tempi di Gino Latino o del Jovanotti col cappello Yo, diventerà uno dei più importanti DJ planetari. In chiusura giunge Chanelle, sbarcata su Zyx nel 1989 con “One Man” remixata da due pesi massimi della house come David Morales e Frankie Knuckles, e il trio dei Noname, emuli dei Depeche Mode e nati da una costola dei Dark Distant Spaces, che eseguono “Fashion”, prodotto dai citati Münzing ed Anzilotti. Per la Zyx gli anni Novanta trascorrono sotto il segno dell’eurodance e dell’italodance. Il rapporto con l’Italia è forte, tanto che prima Discomagic e poi Media Records cedono ad essa i propri cataloghi. Bernhard Mikulski passa a miglior vita il 9 ottobre del 1997, a 68 anni. Le redini della società, che include anche una stamperia interna, le prende la moglie Christa oggi a capo di un gruppo discografico con oltre 250 dipendenti.

Road To Trip
C’è stato un periodo, circa trent’anni fa, in cui il turntablism era considerato un autentico faro dalla generazione che approcciava alle “musiche nuove” (hip hop, house, techno). L’abilità manuale pari a quella di un prestigiatore, la velocità delle dita, gli incroci acrobatici tra arti (mani, piedi), l’uso di parti inconsuete del corpo (bocca, naso, mento): tutto coordinato alla perfezione per creare rumori artistici, “graffi musicali” che lasciano letteralmente increduli gli astanti e suscitano rispetto per quella professione, oggettivamente non alla portata di tutti. Parafrasando quanto scrivono Bill Brewster e Frank Broughton in “Last Night A DJ Saved My Life”, «le abilità tecniche dei DJ hip hop erano abbastanza appariscenti da essere cercate come obiettivo tanto che gli elementi essenziali di quel tipo di DJing furono distillati fino ad essere trasformati in una forma artistica quasi completamente estranea a quella che era stata la funzione originaria, ovvero far ballare la gente». In effetti il turntablism è una disciplina squisitamente tecnica, un esercizio olimpionico fondato su creatività, rapidità e manualità, che trascende dal classico beatmatching tra due brani, una vera banalità messa al confronto. In Italia c’è più di qualcuno che, tra la fine degli Ottanta e i primi Novanta, dà prova di essere un vero virtuoso dei giradischi, come Cesare Tripodo, da Bari, in arte DJ Trip. Impegnato già da tempo nella consolle del Rainbow Club, nota discoteca del capoluogo pugliese, Tripodo affina costantemente la tecnica che gli consente di approdare al DMC dove dimostra le proprie qualità. Il documentario diretto da Claudio D’Elia e prodotto da Apulia Film Commission in esclusiva per Repubblica.it, mette in risalto la sua figura attraverso i ricordi di chi condivise con lui quei magici ed irripetibili momenti, come Francesco Zappalà che lo definisce “un pozzo di fantasia”, Danny Losito, voce e frontman dei Double Dee, che ne parla come un “musicista che suonava coi dischi”, e Claudio Coccoluto che invece rammenta quanto quel talento fosse temuto all’estero. Altre testimonianze sono offerte dai famigliari (la madre Assunta Misceo, la sorella Marta Tiziana Tripodo, la fidanzata Antonella Serini, l’amico Enzo Abbrescia), tutte utili per comprendere quanto Cesare fosse poco attratto dalla gloria ed animato da una incontenibile passione, indiscusso leitmotiv della sua purtroppo breve carriera artistica. Tra gli spezzoni di vecchie registrazioni raccolte se ne rinviene una, tratta da un’ospitata su Odeon Tv/Antenna Sud, in cui Tripodo afferma che «c’è chi sta già pensando al business» (anzi, al “bisnìss”, con inconfondibile accento barese) riferendosi a chi iniziò a lucrare sul movimento rave. Poi lancia anche una frecciata a chi chiedeva la chiusura anticipata delle discoteche per arginare le cosiddette “stragi del sabato sera”. Tematiche, per certi versi, ancora attuali, specialmente sul fronte della mercificazione del settore, in contrapposizione con la spontaneità di quando la house music emetteva i primi vagiti, periodo in cui «la generazione era meno disposta a farsi propinare cose ma più a toccare con mano», come sostiene Zappalà, e in cui «c’era un contraltare rispetto alla cultura di massa», come rimarca invece Nicola Conte. La figura del “DJ produttore” stava nascendo, anche in virtù della diffusione di nuovi equipment tecnologici che di fatto non relegavano più l’attività in studio esclusivamente ai musicisti. Trip, in tal senso, è da considerarsi un assoluto pioniere visto che già nel 1983 contribuisce al mix di “Can We Go” di Electric Mind, edito dalla Full Time. Come si legge in un’intervista pubblicata su Discotec nel 1991, all’indomani della vittoria del DMC Italia, il DJ pugliese intendeva mettere da parte i virtuosismi per dedicarsi con impegno alla produzione discografica. «Faccio ancora serate in discoteca in cui prima mi esibisco al mixer per una decina di minuti e poi comincio a mettere dischi per far ballare il pubblico. Il discorso dello scratch è legato al DMC ma io non voglio essere etichettato come scratcher, trovo sia riduttivo. Ben venga lo scratch se ha una collocazione giusta, ma io ho iniziato come disc jockey e la mia passione rimane quella» spiega. Proprio nel 1991 il DMC Italia, coordinato da Fabio Carniel del Disco Inn di Modena, pubblica la sua “Original Version From Demotape” su un sampler promozionale di appena 500 copie. Trattasi di un brano, voluto da D’Elia come sottofondo nella clip, in cui il DJ sintetizza in poco più di tre minuti l’amore per il jazz e il funk e mette in mostra l’estrosità nel trattare i sample. Sempre nel ’91 Tripodo partecipa al primo album dei citati Double Dee, in particolare a “Walden” a cui avrebbero dovuto far seguito altre cose tra cui il remix (mai pubblicato) di un brano di Eumir Deodato consegnato da Nicola Conte alla londinese Acid Jazz, come racconta qui Pasquale 33. In quell’intervista su Discotec l’artista parla inoltre di nuove collaborazioni coi Double Dee e col rapper Master Freez per il quale preparava il primo album insieme a Claudio “Moz-Art” Rispoli. Un disco, pure questo, a quanto pare mai pubblicato. «Sto lavorando anche al mio primo mix che uscirà prima in Inghilterra e poi in Italia, si tratta di un pezzo strumentale costruito su virtuosismi jazz. Mi piacerebbe creare un’etichetta simile alla Talkin’ Loud anche se per me è ancora prematuro pensare ad un progetto simile» afferma. Tripodo proviene da un mondo in cui fare il DJ non significa ancora fama e denaro, una dimensione in cui alberga una sana dose di pionierismo, gusto per l’avventura e spirito di sacrificio. Proprio negli anni in cui il suo nome sale alla ribalta nazionale ed internazionale il DJing inizia ad essere una professione riconosciuta, dopo essere stata ingratamente ridotta alla stregua di banale hobby dopolavorista. Il barese ha tutte le carte in regola per diventare uno dei protagonisti della fase aurea novantiana in cui in tanti, anche i meno meritevoli che ebbero però la prontezza di salire sul carro dei vincitori, raccolsero i frutti. Il sogno di Trip, ventisettenne, si spegne ad ottobre del 1991 in seguito ad un incidente stradale avvenuto nei pressi dello Stadio San Nicola, la “grande astronave” progettata da Renzo Piano proprio nella sua Bari. Il 1991, anno in cui vince il campionato italiano del DMC e vola alle finali londinesi avrebbe dovuto rappresentare il punto d’inizio di una nuova e promettente avventura ma il destino è infausto. Pochi mesi dopo la sua prematura dipartita, Coccoluto gli dedica “Don’t Hold Back The Feeling” di U-N-I, su Heartbeat, «un disco che avremmo dovuto realizzare insieme dopo aver isolato dei campioni a casa sua», come ricorda nel video, «ma che purtroppo ho dovuto finire da solo». U-N-I, ovvero You And I come specificato sul centrino, implicita un chiaro intento tributativo. Nel 1993 gli amici concittadini Michele Lamparelli, Renato Costarella e il citato Pasquale 33 fanno altrettanto con due dischi dei F.L.U.X. 33 sulla Marcon Music. Ulteriori dediche si rinvengono sul primo album degli Stato Brado (alter ego dei Jestofunk) e sulla compilation “Italian Rap Attack”, mentre Mister Max & Loris M incidono, nel 1998, l’esplicativo “Tribute To DJ Trip”. Proprio Mister Max, in collaborazione col negozio gestito dal padre, il Mariotti DJ Point di Porto San Giorgio, dal 1994 organizza “DJ Trip”, una gara per DJ (divisa in tre categorie, tecnico, animatore e scratch ovviamente) per tenere vivo il suo ricordo. Nel ’95 tra i vincitori della competizione marchigiana c’è Aldino Di Chiano, futuro membro dei Men In Skratch, che farà strada come DJ Aladyn. Nel corso degli anni riaffiorano altre registrazioni, come questa al DJ Trophy organizzato dal negozio Stereo Mondo e con interventi vocali del rapper Master Freez, o questa dove Tripodo è in Tam Tam Village su Raiuno, condotto da Carlo Massarini, programma in cui figurano altri nomi destinati a lasciare il segno come il citato Zappalà, Giorgio Prezioso, Lory D e un altro accomunato da un triste destino, Mauro Tannino, scomparso prematuramente in seguito ad un incidente paracadustistico nel 2000. Non sapremo mai come si sarebbe evoluta la carriera di Tripodo, se la sua discografia avrebbe raccolto risultati pari a quelli ottenuti nel turntablism o ancora più rilevanti, o se la sua attività da DJ avrebbe preso il volo come quella di tanti amici con cui condivise l’esperienza al DMC, o magari se col tempo sarebbe riuscito davvero a metter su una sorta di Talkin’ Loud italiana. Restano però i ricordi di una persona animata dalla passione, vera e genuina, e le prodezze artistiche nel «creare suoni nella forma più spettacolare possibile», come lui stesso descrisse la propria performance in quella trasmissione televisiva su Antenna Sud nel 1991. Ps: ulteriori testimonianze (audio, video, fotografiche) sono sulla tribute page su Facebook e su questo canale Mixcloud.

Distant Planet: The Six Chapters Of Simona
La “seconda vita” dell’italo disco inizia circa venti anni fa ma solo in tempi recenti nasce l’esigenza di storicizzare quel particolare e controverso fenomeno stilistico nostrano attraverso libri, ristampe viniliche sempre più serrate e un numero altrettanto congruo di documentari. Alla lista va doverosamente aggiunto “Distant Planet: The Six Chapters Of Simona”, scritto e diretto da Josh Blaaberg e frutto della collaborazione tra il luxury brand Gucci e la rivista d’arte Frieze che nel 2018 hanno celebrato il trentennale della seconda “Summer Of Love”. In meno di mezz’ora il regista londinese descrive cosa è stata l’italo disco avventurandosi, seppur mai con piglio enciclopedico, nei meandri del suo codice genetico che la ha resa unica al mondo. Per farlo conta sull’aiuto di quattro pilastri del movimento, Simona Zanini, Fred Ventura, Alberto Signorini e Franco Rago, coinvolti alla stregua di attori sul set di un film ipoteticamente girato nella New York del 1985 o giù di lì, espediente che forse intende evidenziare il perno attorno a cui gravita gran parte di quel movimento musicale, la “simulazione”, di cui si parlerà più avanti. Giunta dopo gli anni di piombo tragicamente segnati dal terrorismo e dalle Brigate Rosse, l’italo disco appare subito come la porta d’accesso di un nuovo mondo in cui divertirsi e sbirciare nel futuro attraverso i tipici stereotipi di quello che oggi ormai si guarda con prospettiva retrofuturista. Nato per colmare il vuoto lasciato nella dance dopo il declino della disco statunitense e capace di intercettare presto lo smarrimento di chi cerca ancora musica da ballo, questo genere germoglia su intenti emulativi ma qualcosa lo rende più di una banale e raffazzonata imitazione da tarocchificio asiatico. Certo, le occhiate al mondo new wave e synth pop, specialmente quello britannico che allora rappresenta l’ago della bilancia delle tendenze europee, non si contano, e ciò lo si evince dai testi dei brani (troppo spesso in un inglese maccheronico), dai nomi degli artisti e dal loro look, ma l’italo, tuttavia, riesce ad originare qualcosa di diverso. Le melodie ideate in Italia non sono né quelle della new wave dei Visage, degli Ultravox o dei Depeche Mode ma nemmeno quelle della disco à la Bee Gees o Gloria Gaynor. È vero che i compositori italiani scopiazzano a destra e a manca, talvolta con esagerata evidenza, ma è altrettanto vero che lo fanno con una creatività artigianale disarmante al punto da riuscire a concepire una forma ibrida di neo dance, prototipo seminale per le future house e techno. Per i nordici che trascorrono le vacanze estive presso la riviera romagnola nella prima metà degli anni Ottanta – come il danese Flemming Dalum, intervistato qui -, le discoteche italiane rappresentano autentici paradisi in cui trovare riparo prima di tornare alla routine quotidiana immersa nel grigiume piovoso delle loro città. In posti come L’Altro Mondo Studios o il Cellophane il tempo si ferma e per qualche ora si entra in un universo parallelo, magico, in un sogno con una colonna sonora perfetta, l’italo disco appunto. C’è un rovescio della medaglia però. L’italo disco è anche quel genere sdoganato da molti artisti “di facciata” che scaltri produttori e smaliziati discografici arruolano per le canoniche foto sulle copertine dei dischi o per portare il brano in formato live in discoteca o negli spettacoli televisivi. Aitanti giovanotti e procaci ragazze diventano una sorta di frontman e frontwoman, pur non avendo un gruppo alle spalle che suona. Offrono volto e presenza scenica perché quella è una formula commercialmente appetibile. A distanza di anni si riveleranno essere mimi esperti in lip-sync, attori, ballerini ma quasi mai cantanti o musicisti. Persino alcune biografie fatte circolare allora su rotocalchi e riviste sono il frutto della più ferrea immaginazione. Insomma, la parola-chiave di quel movimento improvvisato, che simula (a volte ironicamente e goffamente) il capitalismo d’oltremanica, che cavalca l’edonismo più sfrenato e che punta quasi tutto sull’apparenza, è “finzione”. Decine di personaggi-immagine diventano protagonisti, nonostante il loro ruolo sia solo quello di rappresentare pubblicamente quanto avviene in fumosi studi di registrazione, lì dove nascono progetti-Frankenstein che fanno ballare milioni di giovani. Realtà e finzione, dunque, si mischiano vicendevolmente e talvolta diventa difficile se non impossibile capire dove termina una cosa ed inizia l’altra. È plausibile che Blaaberg, come detto prima, abbia scelto di girare un film più che un documentario proprio per evidenziare tale aspetto, colto peraltro in modo diretto in una scena che vede dialogare in merito Ventura e la Zanini: «Questo viaggio mi sembra una presa in giro» dice il primo. E lei risponde: «Può essere doloroso pensare al passato, a volte vorrei essere stata io su quel palco, la mia voce, il mio volto, essere vista». La presenza di questi “artisti non artisti” finisce col procurare all’italo disco una equivoca nomea che alimenterà polemiche e il giudizio impietoso da parte di ambienti musicali paralleli, in primis quello rock e cantautorale. Non a caso quando il movimento collassa, intorno al 1988 sotto la spinta dell’house music che prende piede in Europa, l’italo disco diventa quasi un tabù anche se in Italia, è giusto ricordarlo, si continuerà a fare leva sulla figura del personaggio-immagine nella fase italodance (corrente che raccoglie l’eredità della stessa italo disco) ancora per buona parte dei Novanta, e a tal proposito si rimanda a questo reportage. Quello che per diversi anni è stato un sogno si trasforma in un incubo nonostante milioni di copie vendute, folle oceaniche di adolescenti in visibilio, fama e successo che paiono infiniti. Ma è solo questione di tempo affinché l’italo disco, un mix bizzarro quanto unico di felicità, euforia, tristezza e malinconia, riconquisti adepti e vigore e torni a pulsare di nuova vita, abbracciando questa volta anche chi, allora, non ebbe la forza per uscire dall’anonimato. Nel docufilm, realizzato tra Regno Unito ed Italia e a cui hanno collaborato, tra gli altri, Sasha Crnobrnja degli In Flagranti, il giornalista Piers Martin e Lorenzo Cibrario che qualche anno fa curò la mostra fotografica “Spaghetti Disco”, passano in rassegna tante copertine, spezzoni di vecchie registrazioni video e svariati brani ma per fortuna non le solite hit da balera trite e ritrite che hanno ingiustamente relegato e banalmente sintetizzato il movimento italo al successo nazionalpopolare che da un lato lo elevava alla massima potenza ma dall’altro lo svuotava dai contenuti primari con cui il genere, oggetto di una rivalutazione ormai su scala planetaria, nasce intorno al 1982.

(Giosuè Impellizzeri)

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La dance degli insospettabili

La dance degli insospettabili È capitato che nel mondo della dance siano apparsi personaggi poco vicini alle discoteche e ai DJ. Episodi isolati di carriere proseguite in ambiti diversi, tentativi di entrare o ri-entrare a far parte dello showbiz dopo esperienze televisive o cinematografiche, speculazioni di case discografiche che cercano di monetizzare la popolarità di personaggi già noti al grande pubblico (un do ut des strategico che, contrariamente a quanto in molti pensano, nasce ben prima dei reality show). Prendendo in considerazione il periodo che va dalla fine degli anni Settanta ai primi Duemila è nata una gallery cronologicamente ordinata che fruga nei cataloghi di etichette indipendenti e non, e rivela storie dimenticate di personaggi apparentemente lontanissimi dalla musica da discoteca. Su quei 7″, poi diventati sempre più spesso 12″ dalla seconda metà degli anni Ottanta, di tanto in tanto compaiono brani (solitamente incisi sui lati b) destinati alle discoteche e con un piglio diverso dal solito, che pare una sorta di valvola di sfogo per i musicisti lasciati liberi di comporre senza dover necessariamente puntare a soddisfare i gusti del pubblico generalista. A distanza di qualche decennio più di qualcuno si è trasformato in cult ed è stato riscoperto da DJ ed etichette estere, come l’olandese Bordello A Parigi o l’australiana Mothball Record.

Non intendiamo però fare concorrenza ad Orrore A 33 Giri che svolge con criterio e perizia il suo lavoro di ricerca. Oltre a prendere in esame unicamente la sfera dance (o pseudo tale), la nostra indagine mira a raccontare dettagli e retroscena di questi brani, in alcuni casi anche grazie alle testimonianze raccolte dagli autori o da chi, in qualche modo, ne fu coinvolto. Non è stato semplice visto che più di qualcuno, tra interpreti e musicisti, ha declinato l’invito lasciando intendere o ammettendo candidamente di provare vergogna per essersi lasciato coinvolgere in alcuni dei titoli analizzati.

Nel corso degli anni Novanta e nei Duemila il fenomeno assume una piega diversa, riducendosi a tentativi cartooneschi e carnevaleschi che flirtano con gli elementi più banali e stereotipati della pop dance (“Ti Spacco La Faccia” e “Ma Sei Scemo!?” del Gabibbo, “Saltellare” e “Tutti Al Mare” di Amadeus o ancora “Bucatini Disco Dance” di Bonolis & Laurenti e “Nando” di Teo Mammucari). A volte il confine tra cult e trash è molto sottile.

Ambra OrfeiAmbra Orfei
Figlia di Nando Orfei ed Anita Gambarutti e nipote di Moira Orfei, Ambra Orfei debutta nel mondo del circo ad appena undici anni. Appena dodicenne incide il primo disco, “Chiamami Amore” del 1979, una ballata lenta, a cui segue “Compagno Di Scuola” del 1982 che firma come Ambra (vedi nota sotto *). Da lì a breve anche il fratello Paride realizza un 45 giri, “Ho Un Immenso Bisogno Di Te”. Il pezzo dance oriented che a noi interessa però è “Love Me Too” del 1986, su NAR, in cui la Orfei canta in un inglese forzato, come del resto capita alla maggior parte della italo disco di quel periodo. Ad occuparsi della produzione sono Bruno Tavernese, vecchia conoscenza della musica italiana, ed Alberto Nicorelli. Sul lato b c’è “The Dream” in coppia con un tale Luke che interpreta con la Orfei un pezzo dal retrogusto pop/rock che comunque mantiene intatta la griglia ritmica dance. Entrambi i brani vengono mixati al Rimini Studio di Mario Flores e il 7″ è stato recentemente venduto per 150 euro.

* Sin dagli anni Sessanta nel mondo della musica vi è l’abitudine di usare come alias artistico il solo nome: da Al Bano (Carrisi) a Dino (Zambelli), da Michele (Maisano) a Robertino (Loretti), da Adamo (Salvatore Adamo) alla coppia Cochi (Ponzoni) & Renato (Pozzetto) e al futuro mito della synth music Giorgio (Moroder). Tante anche le donne, da Mina (Mazzini) a Nada (Malanima), da Valentina (Gautier) a Giorgia (Fiorio), da Fiammetta (Tombolato) a Sandra (Lauer), da Sabrina (Salerno) a Celeste (Johnson) e Carmen (Russo) sino alle più recenti Ambra (Angiolini) – il suo album “T’Appartengo”, pubblicato su cassetta e CD nel 1994, è stato ristampato su vinile nel 2016 -, Giorgia (Todrani), Elisa (Toffoli) e Pamela (Petrarolo). Un trend che non si è ancora esaurito viste le contemporanee Emma (Marrone), Annalisa (Scarrone), Adele (Adkins) o Noemi (Veronica Scopelliti). Il fenomeno, forse nato per esigenze di marketing (un nome corto è facilmente memorizzabile) diventa una moda, un po’ come è stato il The davanti ai nomi delle band estere (The Beatles, The Rolling Stones, The Doors, The Clash o The Smiths, giusto per fare qualche esempio).

Milli MouMilly D’Abbraccio
Nel 1979 di dischi se ne stampano a iosa, soprattutto i 7″ che costa meno sia fabbricarli che acquistarli. Sono tantissime le case discografiche che, tra una hit e l’altra, provano ad aumentare i propri fatturati anche con produzioni sciocche o comunque senza velleità di ottenere il consenso della critica. È il caso di “Superman Supergalattico”, arrangiato da Renato Serio, scritto da Franco Miseria e pubblicato dalla CGD. Il singolo si piazza in posizione mediana tra la funk/disco di retaggio statunitense e le canzonette dei bambini, accostamento sfruttato con più fortuna in quel periodo da Pippo Franco (con “Mi Scappa La Pipì, Papà”, “La Puntura” o “Chi’ Chi’ Chi’ Co’ Co’ Co'”). Sul lato b c’è “Zip”, remake di “Fatti Più In Là” de Le Sorelle Bandiera uscito l’anno prima ed ora riletto con un testo sessualmente ammiccante che suona come presagio sulla carriera della cantante. Dietro Milli Mou, che ai tempi partecipa ad alcuni programmi della Rai, c’è infatti Emilia Cucciniello, la futura pornostar Milly D’Abbraccio.

Ilona StallerIlona Staller
Nata a Budapest nel 1951, a poco più di venti anni si trasferisce in Italia dove incontra Riccardo Schicchi: insieme conducono la trasmissione radiofonica Voulez Vous Coucher Avec Moi? per l’emittente romana Radio Luna (lì dove lavora anche un giovanissimo Claudio Coccoluto), in cui si parla di sesso anche attraverso contributi in diretta degli ascoltatori. Alcuni di quei dialoghi finiscono su un 7″ allegato al giornale Nuovo Playore. Il nome d’arte Cicciolina nasce proprio durante tale programma, anche se per gli esordi cinematografici l’ungherese opta per Elena Mercuri e per l’inglesizzato Elena Mercury. Nel 1979 partecipa al programma televisivo C’era Due Volte che la Rai però manda in onda l’anno dopo in seconda serata, per evitare scandali. Il ’79 è anche l’anno in cui la Staller viene messa sotto contratto dalla RCA. L’album di debutto, intitolato “Ilona Staller”, si pone musicalmente tra le slow ballad e la tipica funk/soul di derivazione disco, con liriche in italiano e inglese. “I Was Made For Dancing”, cover dell’omonimo di Leif Garrett, e “Più Su Sempre Più Su” sono tratte dalla soundtrack del film erotico “Cicciolina Amore Mio”. Anche “Pane Marmellata E Me” è una sorta di cover, riadattamento di “Uptown Top Ranking” di Althea & Donna, come del resto “Benihana” (dell’omonimo di Marilyn Chambers), “It’s All Up To You” (dell’omonimo di Andrea True Connection), e “Lascia L’Ultimo Ballo Per Me” (dell’omonimo dei Rokes ed italianizzazione di “Save The Last Dance For Me” dei Drifters realizzata con l’apporto di Mogol). Tra i musicisti che curano gli arrangiamenti ci sono Gianni Mazza, Alessandro Centofanti ed Ennio Morricone: quest’ultimo si occupa di “Cavallina Cavallo”, rielaborazione di “Cavallina A Cavallo” composta per la colonna sonora del film Dedicato Al Mare Egeo coi vocal di Edda Sabatini alias Edda Dell’Orso. Il singolo 7″ viene pubblicato in Giappone. Spunti moroderiani frammisti a chitarre rock si rintracciano in “Professor Of Percussions” mentre i doppi sensi si sprecano in “Labbra”. Schicchi viene creditato come “produttore promozionale”. Nel 1980 esce “Buone Vacanze”, vocal disco arrangiata da Angelo Valsiglio e prodotta da Olimpio Petrossi, storico nome della RCA. Il 7″ è a nome Ilona Staller ma in copertina appare già Cicciolina, scelta replicata l’anno dopo per “Ska Skatenati” sulla Lupus co-fondata da Franco Califano, distribuito dalla Ricordi. Sul lato b la più ballabile “Disco Smack”. Negli anni Ottanta la Staller si afferma nell’industria del porno ma continua ad occuparsi di politica. Nel 1979 era candidata nella Lista Del Sole, nel 1985 passa al Partito Radicale e nel 1987 viene eletta deputato con oltre ventimila preferenze. L’anno è propizio per tornare ad incidere musica ma come Cicciolina, nome con cui nel frattempo ha raggiunto una vastissima popolarità a livello internazionale diventando un autentico fenomeno mediatico. Il singolo “Muscolo Rosso”, italo disco con un testo dai contenuti esplicitamente pornografici, viene pubblicato in Francia (dove approda anche in tv) e Spagna. In copertina campeggia il simbolo del Partito Radicale. Pare che il pezzo fu composto circa dieci anni prima in chiave funk/disco ma non viene mai dato alle stampe. “Muscolo Rosso” è anche il titolo dell’album che esce nel 1988 solo per il mercato iberico. In tracklist, tra le altre, “Satisfaction”, remake dell’omonimo dei Rolling Stones, e “Russians”, cover dell’omonimo di Sting (a sua volta ispirato da “Lieutenant Kije Suite, Op. 60” di Prokof’ev) con un testo che si scaglia contro la guerra atomica che si temeva scoppiasse tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. A produrre è il musicista Paolo Rustichelli, che in quello stesso periodo si occupa dei dischi di Moana Pozzi. Sarà proprio Rustichelli a curare i successivi tre album della Staller, “Sonhos Eroticos” destinato al Brasile (su dodici brani ben dieci sono cover – “Emmanuelle” e “Histoire D’O” di Pierre Bachelet, “Bilitis” di Francis Lai, “Le Rêve” di Ricky King, “La Prima Volta” di Alberto E Michelle, “I Feel Love” e “Love To Love You Baby” di Donna Summer, “Je T’aime… Moi Non Plus” di Serge Gainsbourg, “Les Femmes” di Nathalie Et Christine, e “Black Emanuelle” di Nico Fidenco), “San Francisco Dance”, pubblicato su CD dalla Run For Cover Records, e “Diamante” edito solo su CD destinato ad uso promozionale. Il 12″ picture disc di “San Francisco Dance” viene invece pubblicato nel 1989 dalla romana ACV Sound ma sembra che le copie stampate fossero meno di cento. Nel 1990 i Sol Niger campionano i gemiti della pornostar per la loro “Carnal Desire” mentre la band inglese Pop Will Eat Itself incide “Touched By The Hand Of Cicciolina” come ideale inno dei Mondiali di Calcio ospitati proprio dall’Italia. Nel corso degli anni alcuni dischi della Staller diventano cult raggiungendo discrete quotazioni sino a sfiorare i 200 euro. Qualche brano viene ristampato in maniera ufficiosa sin dagli anni Novanta e pare esistano ancora numerosi inediti e demo legati al periodo trascorso in RCA che suscitano l’interesse dei collezionisti più incalliti.

David ZedDavid Kirk Traylor
Nato ad Indianapolis, l’attore e cantante David Kirk Traylor alias David Zed arriva in Italia nel 1979 e diventa presto noto al grande pubblico partecipando a Pronto, Raffaella?, il programma di Raffaella Carrà, nelle vesti di un robot. Robot è proprio la parola che contraddistingue per intero la sua carriera discografica: nel 1980 esce “I’m A Robot” sulla Banana Records, prodotto da Claudio Simonetti e Giancarlo Meo in chiave funk / disco. Qualche anno dopo gli stessi si occupano di “Balla Robot” (tra gli autori del testo anche Giancarlo Magalli), col cantato vocoderizzato per accrescere il senso di futurismo. Nel 1980 Traylor partecipa fuori concorso al Festival Di Sanremo con “R.O.B.O.T.”, pubblicato dalla EMI. I suoi movimenti a scatti lasciano imbambolati i più piccoli. L’ultimo in ordine cronologico è “Witch Doctor”, del 1986, prodotto dai fratelli Toni e Ciro Verde sulla G & G Records. Una versione più accessibile e meno teorizzata dei contenuti offerti dai Kraftwerk sul calare degli anni Settanta? Probabilmente si.

Sandy SamuelSandy Samuel
Nel 1980 i fratelli Piergiovanni (Luigi e il compianto Stefano) diventano soci di Pino Cassia nella gestione della Interbeat, nota nel decennio precedente per l’etichetta Picci. A Luigi viene affidato il compito di arrangiare il brano di una certa Sandy Samuel, una ragazza che inizia a lavorare nel cinema pornografico nei tardi anni Settanta e che all’anagrafe si chiama Daniela Samueli «ma secondo alcuni il vero nome sarebbe Clara Colosimo, omonima di una brava attrice dalla lunga carriera», dal quinto volume del “Dizionario Del Cinema Italiano” di Roberto Poppi, Gremese Editore, 2000. Una seconda interpretazione le attribuisce invece il nome Ornella Picozzi. Su di lei non si sa nient’altro. Il pezzo inciso su 7″ si intitola “(I Like) Sado-Music” e mette in tavola funk e disco. L’apporto vocale della Samuel viene abbinato a voci (maschili o forse solo effettate in modo da essere “ingrossate”) che giocano come controcanto. In copertina si piazza una foto di Antonello Assenza, presumibilmente tratta dal set di qualche film a cui stava partecipando l’artista. Il disco, ben quotato in ambito collezionistico, viene pubblicato sulla sublabel Blitz il cui catalogo viene ricordato per altri cult come “Musicavaria” di Palo Alto Ensemble, “Taste Me” di Louis’ Band ed “Un Po’ Gay” di Melissa ossia la cantante italo-eritrea Maria Rosa Chimenti che affianca Giampiero Scalamogna nel progetto Gepy & Gepy (è la mora sulla copertina di “Body To Body”, 1979). Il sadomasochismo torna nella musica dance anche nei tardi anni Novanta con Susi Medusa Gottardi e vari brani tra cui “Dominatin Fever Sucker” e “Sex Dictator”.

Carmen RussoCarmen Russo
Genovese, classe ’59: a metà anni Settanta, neanche maggiorenne, inizia a recitare in horror, noir, soft-porno (in cui appare con lo pseudonimo Carmen Bizet), polizieschi e commedie erotiche ma senza sacrificare il parallelo amore per la danza. Debutta in discografia nel 1981 con un 7″ su Fontana, “Notte Senza Luna / Stiamo Insieme Stasera”, ma si vocifera che non l’abbia cantato lei ma una turnista rimasta nell’ombra. Le due foto in copertina sono tratte da un servizio destinato a Playmen, rivista erotica su cui appaiono moltissimi volti noti della scena musicale e cinematografica, da Brigitte Bardot a Mara Venier, da Ilona Staller ad Ornella Muti, da Corinne Clery a Dalila Di Lazzaro, da Amanda Lear a Pamela Prati passando per Ornella Vanoni, Lory Del Santo, Nadia Cassini, Marina Ripa di Meana, Edwige Fenech, Maria Giovanna Elmi, Barbara Bouchet, Laura Antonelli, Patty Pravo, Serena Grandi, Barbara D’Urso, Karina Huff, Patrizia Pellegrino, Dalila Di Lazzaro, Heather Parisi, Eva Grimaldi, Moana Pozzi, Francesca Dellera, Eleonora Brigliadori, Brigitta Boccoli e Valeria Golino. Davvero difficile trovare chi non abbia posato senza veli. Nel 1983 la romana Monkey Music di Al Festa pubblica l’album “Stars On Donna” (firmato Carmen) basato su reinterpretazioni di classici disco di Donna Summer come “Love To Love You Baby”, “Hot Stuff” e “I Feel Love”. La copertina stessa è un tributo parodistico di quella di “Four Seasons Of Love” della Summer, del 1976. L’ascesa televisiva dell’attrice/ballerina non conosce soste e ciò le fornisce le giuste occasioni per incidere un nuovo album, “Le Canzoni Di Drive In …”, dall’omonimo programma, del 1984. In quell’anno, ormai popolarissima, è protagonista dello spot delle caramelle Morositas, in cui gioca sui doppi sensi. Considerata una bomba sexy e presa a modello per future maggiorate della musica e dello spettacolo come Sabrina Salerno, Angela Cavagna o Fanny Cadeo, interpreta diversi singoli legati alle trasmissioni a cui prende parte. “Si”, del 1985, è italo disco usata come sigla di Grand Hotel in onda su Canale 5, “Camomillati Venerdì” del 1986 invece apre Un Fantastico Tragico Venerdì su Rete 4. Entrambi, ovviamente, vengono pubblicati dalla berlusconiana Five. Altre apparizioni (“Mai, Mai, Mai / L’Odalisca”, “Bravi, Settepiù / Questa Notte Chi Mi Tiene”, “Io Jane Tu Tarzan / Oh! Jumbo Buana”) chiudono gli anni Ottanta, periodo in cui la Russo sposa il ballerino Enzo Paolo Turchi, conosciuto a Drive In e che peraltro produce alcuni dei suoi dischi. Dopo aver trascorso un periodo in Spagna dove lavora per l’emittente Telecinco, altra “creatura” di Berlusconi, torna in Italia ed incide l’album “Una Notte Italiana”, quasi omonimo della trasmissione Notte Italiana che conduce su La7 e che raccoglie l’eredità di Colpo Grosso. Da tale album viene estratto il singolo “Ciù Ciù Dance”. Lo scarso successo li rende rari e questo spiega il motivo delle considerevoli quotazioni sul mercato dell’usato.

Andy LuottoAndy Luotto
Nato a New York e naturalizzato italiano, André Paul Luotto noto come Andy Luotto viene scoperto da Renzo Arbore che lo invita a partecipare a programmi televisivi di successo come L’Altra Domenica e Quelli Della Notte. Nel 1979 intraprende la carriera di cantante debuttando con “He’s, Too Young To Fly”, in coppia con Silvia Annicchiarico e colonna sonora del film SuperAndy – Il Fratello Brutto Di Superman. Dopo un singolo su Cinevox, incide il primo album intitolato semplicemente “L.P.”, pubblicato nel 1985 dalla Discomposer Records ed oggi quotato circa 100 euro sul mercato dell’usato. A produrlo sono i fratelli Toni e Ciro Verde che qualche anno più tardi creano la ACV, nota in ambito techno/house. «Il contatto con la Discomposer Records nacque per la mia popolarità televisiva e la predisposizione al canto. Era una cosa che avrei sempre voluto fare. Mi sentirono cantare con un gruppo ad una serata e mi proposero di incidere il disco. C’era anche una ragazza, la moglie di uno dei due fratelli Verde, Penny Brown, cantante americana molto brava, protagonista di “Jesus Christ Superstar” in Italia, e così mettemmo su il progetto» racconta oggi Luotto. «Una volta realizzati i brani iniziammo a scegliere quelli più adatti, mi divertii moltissimo. Alla fine il produttore (Antonio Giganti, nda) disse che mancava un pezzo e noi gli rispondemmo che avremmo rimediato al più presto. Andammo in pizzeria e mentre preparavano la pizza, nel più completo cazzeggio, iniziai a dire: “eh mangia la pizza, la pizza eh mangia. È buona, è buona la pizza pie. E mangiala qua, e mangiala là, e mangiala su e mangiala giù. E basta che mangi! Perché? Perché è buona, è buona, eat la pizza pie, basta che mangi, hello e ciao, goodbye!”. Mi dissero che era una tarantella ma che poteva diventare una tarantella rock. Il brano andò a finire in tutte le Little Italy del mondo, non solo quella di New York ma anche quella di Chicago e del Sud America. Insomma, dai matrimoni delle Little Italy mi arrivavano gli assegni della SIAE per questo pezzo nato per sbaglio dentro una pizzeria». Dall’album vengono estratti due singoli, “Everybody’s Breakin'” e proprio “Eat La Pizza Pie”. A risvegliare l’interesse in tempi recenti però è l’ultimo brano inciso sul lato B, “Astronuts”, inserito dal danese Flemming Dalum (tra i più grandi conoscitori e collezionisti di italo disco a livello internazionale), in un suo mix set realizzato per l’australiana Mothball Record. Lo stile ricorda un cult dell’italo di qualche anno prima, “Every Sunday” di Crazy Gang, prodotto da Claudio Simonetti nel 1983. «Agli inizi ricevetti i rendiconti dalla casa discografica, ma soprattutto diritti d’autore. Il disco vendette intorno alle 20.000 copie, cifra inimmaginabile per uno come me. A funzionare fu particolarmente il singolo “Eat La Pizza Pie”. Di questo pezzo esiste anche una versione inclusa in “Quelli Della Notte N. 2” di Renzo Arbore, che cantai live durante una puntata. Forse conservo ancora una copia di quell’album ma provo un po’ di vergogna. Prima ripetevo a me stesso che come cantante avrei potuto fare qualcosa ma negli anni ho capito che non dovevo fare assolutamente il cantante» conclude Luotto, oggi impegnato come chef nella sua Luotto Factory. Valore collezionistico ridotto invece per “To Be Tubi” (su Golden Sound, 1989) in cui si rintracciano incursioni vocali di GeGè Telesforo, Francesca Alotta e Marisa Laurito ma non più legato alla dance.

Pamela PratiPamela Prati
Una delle icone del Bagaglino di Pier Francesco Pingitore, Pamela Prati è tra le attrici e soubrette italiane più note degli ultimi decenni. Nel 1980, anno in cui appare come modella sulla copertina di “Un Po’ Artista Un Po’ No” di Adriano Celentano, incide “E.A.O.” per la Rifi, sigla di chiusura del programma televisivo Playboy Di Mezzanotte, una specie di Colpo Grosso ante litteram. Il brano, arrangiato da Ninni Carucci, è saldamente ancorato al mondo della funk disco più commerciale degli anni Settanta, in scia a Patrick Hernandez per intenderci. Diverse le prospettive stilistiche dei due brani che la Prati incide su un 7″ nel 1984 per la Jumbo Records di Claudio Casalini: la slow ballad “Mare” e la più danzereccia “Un Nodo All’Anima”, abbracciata da un lato alla canzone italiana e dall’altro a slanci italo disco. Proprio di recente vengono rimasterizzati da Marco Salvatori e ristampati su 12″ colore rosa. Un inglese improbabile invece scandisce “Love Is A Holiday” del 1989, prodotto dai fratelli Paul e Peter Micioni e dove appare come Pamela. Nel 1994 la sarda si ripropone con “Menealo” scritta da Donatella Rettore ed usata come sigla di Scherzi A Parte nell’edizione 1992-1993. Musica latino-americana in stile Los Locos ma con prevalente carica sensuale/sessuale e questo lo si capisce già dalla copertina. Il 12″ è pubblicato dalla Dig It International. Non dissimile “Que Te La Pongo” del 1994, remake del classico ballo di gruppo da villaggio vacanze.

isabella-ferrariIsabella Ferrari
Nel 1979, ad appena quindici anni, Isabella Ferrari vince Miss Teenager, un concorso da cui escono diversi volti noti nell’ambito del cinema e della televisione come Mita Medici, Gloria Guida, Milly Carlucci, Barbara De Rossi, Gabriella Golia, Milly D’Abbraccio, Claudia Gerini, Laura Chiatti e Bianca Guaccero. Il premio consiste in un contratto discografico con la WEA che nel 1981 pubblica il 45 giri “Canto Una Canzone (To Be Or Not To Be)”. Il brano è la cover in lingua italiana di “To Be Or Not To Be” di B. A. Robertson uscito nel 1980, e viene usato come sigla del programma televisivo della Rai 3, 2, 1… Contatto!, condotto, tra gli altri, da un Paolo Bonolis appena ventenne. Sul lato b c’è “Un Uomo”, tra canzone italiana e reminiscenze funk/disco. Forse al fine di creare curiosità, per il cognome dell’artista si sceglie di utilizzare in copertina un lettering molto simile a quello della casa automobilistica di Maranello, ma l’espediente grafico si rivela insufficiente per aiutare le vendite del disco. Dopo essere stata notata da Carlo Vanzina nel varietà di Gianni Boncompagni Sotto Le Stelle, la Ferrari inizia la carriera di attrice lasciando definitivamente il settore musicale.

Patrizia PellegrinoPatrizia Pellegrino
Della Pellegrino, attrice, conduttrice televisiva e showgirl, si ricorda anche l’esperienza nel mondo discografico. Il singolo di debutto pubblicato dalla CGD è del 1981, “Beng!!!”, sigla del programma televisivo della Rai Gran Canal orchestrata dal maestro Pino Calvi. Più vicino al mondo della dance è il brano inciso sul lato b, “Automaticamore”, dove Claudio Gizzi bilancia perfettamente funk, disco ed inserti di sintetizzatore. Il follow-up arriva l’anno dopo, “Matta-Ta”, una sorta di risposta italiana ad “Amoureux Solitaires” di Lio uscita nel 1980. Anche in questo caso ad attrarre il mondo delle discoteche è la b side, “Musica Spaziale”, recuperata recentemente dal DJ Flemming Dalum in alcuni suoi mix set e ripubblicata in vinile tra 2013 e 2014 da Bordello A Parigi e Mothball Record. Entrambi i brani vengono arrangiati dal citato Gizzi mentre i testi recano la firma di Stefano Jürgens, noto paroliere ed autore di programmi televisivi. La sinergia con Gizzi prosegue con “Scusa Ma Ti Amo” del 1983 (su Fonit Cetra). Ancora una volta i suoni elettronici finiscono sul lato b con “Il Mondo Da Una Nuvola”. Team di lavoro diverso invece per “Chiamami Patrizia” del 1986, contenente quattro brani a cui collaborano, tra gli altri, Alberto Radius e Cristiano Malgioglio. Diversa anche l’etichetta, l’indipendente romana Interbeat. È Stefano Previsti ad arrangiare “New Magic”, su Pipol nel 1987, con movenze synth pop. Presa da altri impegni, la Pellegrino torna nel 1991 su Ricordi con “Sophia” in lingua italiana con inflessioni napoletane e con una base trascurabile. Si ricorda infine il re-edit di “Automaticamore” realizzato nel 2011 da Marcello Giordani su Italo Deviance ed intitolato “Automatic”, quello di KBE reintitolato “Great Times” sulla Balearic Blah Blah nel 2015, ed una recentissima versione degli olandesi Elitechnique su Disques Panoramiques.

Marco MasiniMarco Masini
Dalla biografia ufficiale si evince che la carriera di Masini sia iniziata nel 1986, anno in cui «grazie a Roberto Rosati conosce prima Beppe Dati e poi Giancarlo Bigazzi e con questi comincia a lavorare ad alcune colonne sonore, esegue la voce guida di “Si Può Dare Di Più” (del trio Morandi, Ruggeri e Tozzi), è concertista dal vivo nella tournée di Tozzi e in quella di Raf». Esiste però una fase precedente di cui si parla assai scarsamente nei canali ufficiali, quella che vede il musicista fiorentino attivo nel frangente della musica da discoteca, seppur mai come artista-interprete. È Masini infatti a suonare il Roland Promars e il Korg PolySix in “The Adventure” del compianto Marzio Dance, nel 1982, a cui segue l’anno seguente “Rap-O-Hush”. Sarà sempre Masini, neppure ventenne, ad occuparsi dei sintetizzatori in “Galaxi” di Xenon, un altro inno dell’omonimo locale toscano: il brano, ristampato dalla belga Radius Records nel 2007, è un mix tra italo disco e space disco con una spruzzata di space rock à la Rockets. Oltre a mettere le mani su altri pezzi degli Xenon (“Symphony”, “Xenon Opera”) Masini continua a figurare ufficialmente in una corposa lista di produzioni di estrazione italo come “It’s Okay It’s All Right” di Carlo Conti (di cui si parlerà nel dettaglio più avanti), “Marinero” di Marzio Dance, “Crazy Toy” di DJ Ricky Play & Marco DJ, “Superman” di Texas Johnny, “In Your Eyes” di Reeds, “My Emotion” di Klaus, “Maraja” di Luca’s, “Angel You” di Primadonna, “Gigolo”, “Until The Morning”, “Forever Lovers” e “Midnight Girl” di Italian Boys, “Arabian Go Go” di Man, “Ghedaffi” e “Smile” di The Why Not, “Marilyn… I Love You” di Fontanelli, “Little Russian” di Mr. Zivago, “You / Chinese Bang” di The Caesar’s Dancers, “Moovin’ On” di Robby Hood And The Much More, “Sons Of Plastic” di Vince Palermo e “You Are The One” di Dr. Martini, senza omettere la cooperazione col DJ Mario Mangiarano in una manciata di singoli editi come Grecos (“Living In The Sky” del 1984 e “We Are Magic” del 1986). Insomma, non si tratta proprio di una toccata e fuga come si potrebbe (o vorrebbe far) credere ma un’attività continuativa che abbraccia un lasso di tempo di circa cinque anni (1982-1987). Nel 1988, quando l’italo disco è ormai a fine corsa, Masini debutta come artista col singolo “Uomini”, prodotto da Giancarlo Bigazzi per la CGD. La popolarità come cantautore giungerà nei primi anni Novanta, dopo la partecipazione al Festival Di Sanremo.

Alessandra MussoliniAlessandra Mussolini
Giovanissima recita in un film di Scola e tenta la carriera cinematografica ispirata dalla zia Sophia Loren, ma con risultati ben diversi. Nel 1982 incide l’album “Amore” sulla Alfa Records, prodotto dall’attore/cantante Miki Curtis per il solo territorio nipponico. Il lavoro, l’unico che vede l’attuale europarlamentare coinvolta nel mondo musicale, mette in relazione elementi funk e disco (“Amai Kiouku”, “Tokyo Fantasy”, “Love Is Love”), a slow ballad romantiche (“L’Ultima Notte D’Amore”, “E Stasera Mi Manchi”, “Tears”, “Insieme Insieme”, “Carta Vincente”). Nel 1983 vengono estratti due singoli in formato 7″, “Tokyo Fantasy”, con “Amai Kioku” sul lato b, e “Love Is Love”, con “Tears” sul lato b. Nel disco la Mussolini alterna testi in tre lingue, italiano, inglese e giapponese. “Amore” è stata più volte definita una rarità introvabile in riferimento a questo articolo apparso il 3 maggio 2000 sul Corriere della Sera. Cristiano Malgioglio, autore dei testi di “Insieme Insieme”, “E Stasera Mi Manchi” e “L’Ultima Notte D’Amore”, riferisce che il disco viene venduto per 10 milioni di lire a Londra in un mercatino di collezionisti da uno studente italiano, Marcello Mangano, a Michael Redgrave, un fan inglese della musica italiana. Ben diverse le recenti quotazioni rinvenibili su Discogs: sinora la somma più alta sborsata per il vinile in questione è di 134.25 euro, il 18 gennaio 2016. Si assesta tra i 30 e i 50 euro invece il valore dei singoli.

Marco LucchinelliMarco Lucchinelli
Esordisce nel Motomondiale del 1975 in classe 350, cavalcando una Laverda 1000. La sua guida è tanto spericolata da fargli guadagnare il soprannome “cavallo pazzo”. Lucchinelli però viene ricordato anche per essere stato il primo motociclista a cantare al Festival Di Sanremo, nel 1982, dove porta il brano “Stella Fortuna”. A supportarlo è la EMI, che pubblica il 7″ con “Ognuno Di Voi” inciso sul lato b. Segue un altro 45 giri, “La Volevo…”, sigla della trasmissione televisiva Sport In Concerto. Scaduto il contratto con la EMI, Lucchinelli viene interpellato per cantare alcuni brani della colonna sonora di Turbo Time, documentario del 1983 diretto da James Davis incentrato su corse automobilistiche e motociclistiche e corredato da interviste a diversi campioni. La CAM pubblica il 7″ con “Lucky Rock And Roll” ed “Anche Un Po’ Per Te”. La copertina è la stessa dell’album con l’intera soundtrack composta da Daniele Patucchi, oggi un potenziale modello per i compositori di musica synthwave. Di Lucchinelli resta anche un 7″ sulla misconosciuta Lucky, presumibilmente da lui stesso creata ed omonima del nick name che compare sulle sue moto ai tempi delle corse. Il pezzo principale è “Lei Cagiva, Lui Ducati”, mix tra rock ballabile e synth pop ottenuto con sintetizzatori Yamaha DX7, Roland Juno-106, Ensoniq Mirage ed una drum machine Yamaha RX5 ma tra i credit in copertina figura pure l’indimenticato Commodore 64. È l’ultimo segno dell’attività artistica di Lucchinelli. Negli anni seguenti si ritrova invischiato in una triste storia di droga. Si fa rivedere nel nuovo millennio nella veste di commentatore televisivo.

Marco OngaroMarco Ongaro
Oggi il pubblico lo conosce come cantautore, poeta, scrittore, autore teatrale e librettista d’opera ma prima di diventare un artista impegnato Marco Ongaro dedica del tempo anche alla dance. Il debutto risale al 1983 quando incide “Playback Fantasy” per la veronese Magic Circus Productions utilizzando l’alias O’Gar, nato come inglesizzazione del suo cognome, come si usa fare ai tempi per dare un’impronta internazionale al prodotto. È italo disco della più classica in cui crede anche la CGD che ristampa il brano su 7″. Produttore esecutivo è Rolando Zaniolo meglio noto come Jay Rolandi, lead vocalist dei Firefly (quelli di “Love Is Gonna Be On Your Side”) e nei primi anni Novanta coinvolto dai Co.Ro. per vari brani del loro album. Nel 1984 è tempo di “New Rider”, questa volta sulla Five del gruppo Fininvest, che risente di influssi synth pop e new wave britannici. Ongaro incide anche un album, “Gimmick”, stampato nel 1985 dalla spagnola Victoria e destinato al solo mercato iberico sebbene la produzione recasse la firma italiana della coppia Mauro Farina e Giuliano Crivellente, ai tempi soci di Giacomo Maiolini nella Time Records. Il disco, da cui vengono estratti i brani “Drunken Peter” e “1,2,3, Bye Bye”, ha recentemente raggiunto un considerevole valore sul mercato del collezionismo. A chiudere la parentesi dance di Ongaro è “Tonguetwisters” del 1986, sulla citata Time Records. «Quale direzione prendere? E quando? La scelta è chiara: entrambe, sempre» scrive Ongaro nel suo libro “Psicovita di Niki de Saint Phalle”. Coerente con quanto fatto oltre trent’anni fa.

solangeSolange
Attore e sensitivo esperto in lettura della mano, Paolo Bucinelli alias Solange si fa conoscere in tv tra gli anni Ottanta e i Novanta ma in pochi ricordano i suoi trascorsi da cantante. Il primo 45 giri lo incide nel 1983 per la Moon Records di Jean Bernard Edwige, etichetta che in catalogo vanta cose che meriterebbero di essere riascoltate come “You Name It, You’ll Get It” di Karoll, “Hush” di Meidi And Patti e “Stop Darling” di Mineral Water. Per Solange il debutto avviene con due brani, “Angela Angelo” sul lato a, una ballata lenta su testo in formato simil-poesia, e “Palline Colorate”, sul lato b in compagnia de I Contrasti, dove il disegno ritmico e la struttura melodica si rifà in modo piuttosto chiaro al synth pop britannico in auge ai tempi. Ci riprova tre anni dopo attraverso la Durium/Disco In: il 7″ è nuovamente diviso in due parti, “Ma Che Bandiera È Questa Qua” sul lato a, “Il Mio Treno La Mia Ferrovia” sul b. In particolare quest’ultimo rivela suoni ed arrangiamenti vicini a certa synth(ethic) disco reintegrata nella scena discografica e valorizzata a pieno titolo da nuove generazioni di compositori tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila (soprattutto olandesi devoti alla cosiddetta ‘obscure disco’, tra cui Legowelt, I-F o Alden Tyrell). Una versione strumentale probabilmente avrebbe aiutato un’eventuale resurrezione del brano. Per riascoltare Bucinelli cantare bisogna attendere esattamente un ventennio: nel 2006 esce “Sole Sole …Solange” che su YouTube totalizza, sinora, oltre 70.000 visualizzazioni. Sorprende però il fatto che non abbia inciso nulla negli anni Novanta, proprio quando raggiunge l’apice della popolarità grazie alle partecipazioni a Buona Domenica dove tra l’altro è protagonista di un’accesa discussione con l’astrologa Sirio finita anche sulle pagine di Repubblica.

Viola SimoncioniViola Simoncioni
Nata a Milano nel ’76, la Simoncioni approda in tv a Fantastico 4 (nel 1983) e al Festival Di Sanremo (nel 1984) presentato da Pippo Baudo, come “damigella” insieme alla coetanea Isabella Rocchetta. Per sfruttare la notorietà acquisita, nel 1983 la Polydor pubblica il 7″ “Uffa Uffa Richicò”, firmato Viola ed arrangiato da Davide Romani (quello dei Change) e Fio Zanotti. Il brano sfrutta gli stilemi della musica funk e disco con qualche richiamo alle sinfonie dei Rondò Veneziano, ma annovera anche chiare aderenze all’italo disco che inizia a guadagnare una certa popolarità all’estero. Ci riprova nel 1984 con “A, B, C, D ET”, destinato alla raccolta Bimbomix della Baby Records. La Simoncioni abbandona la musica per dedicarsi prima alla danza (con risultati che la portano a diventare testimonial per la Kickers nel 1988) e poi al cinema, recitando in pellicole come Musica Per Vecchi Animali di Stefano Benni e Il Gioko di Lamberto Bava.

Carlo ContiCarlo Conti
Ormai è noto che, prima di diventare un presentatore televisivo, Carlo Conti facesse il disc jockey nelle discoteche e nelle radio private toscane. Il 7″ d’esordio esce nel 1984, si intitola “It’s Okay It’s All Right” e presumibilmente fu un’autoproduzione. In copertina piazza una sua foto con le cuffie e il nome scritto coi caratteri della Coca-Cola. Ad aiutarlo nella realizzazione sono i musicisti Danilo Ciarchi e Marco Masini, che già da un paio d’anni bazzicava gli ambienti delle discoteche (a suonare il Korg PolySix in “The Adventure” e “Rap-O-Hush” del compianto Marzio Dance era proprio lui, ed è sempre il Masini di “Vaffanculo” a suonare il synth in “Galaxi” di Xenon, “Superman” di Texas Johnny, “Living In The Sky” di Grecos, “El Chinoto” di Los Cucombros e in molti altri brani di cui si è già detto più sopra). “It’s Okay It’s All Right” viene adoperato come sigla della trasmissione radiofonica Aloha Disco Show. In quello stesso anno Conti realizza con gli speaker di Radio Fantasy di Firenze il brano “Radio Rap” di Radio Band, che mette insieme rap ed italo disco. Qui c’è la registrazione della clip promozionale. Il 12″ ha raggiunto considerevoli quotazioni sul mercato dell’usato e il 14 gennaio del 2013 una copia è stata venduta su Discogs per ben 500 euro. Ci pensa la Archeo Recordings a ristamparlo, nel 2015. Nel 1985 Conti incide un secondo singolo, “Introught The Night”, questa volta per la Discomagic Records di Severo Lombardoni ed inglesizzando il suo nome in Konty, espediente nato per sprovincializzare la musica nostrana. Ad affiancarlo è ancora Ciarchi a cui si aggiunge Fabrizio Federighi e Riccardo Cioni in veste di remixer. Nel 1986 è tempo di “Radio”, il meno quotato collezionisticamente parlando, prodotto per la Durium dal musicista Hanno Rinne e con un inciso che ricorda vagamente quello di “Tarzan Boy” di Baltimora uscito due anni prima. Nel 1987 Conti fonda la Zeus con Mario ‘DJ Grecos’ Mangiarano e produce vari dischi come “Dancing On Illusion” degli Esprit Nouveau, “5 O’Clock In The Morning” degli Indianapolis e “Take Me Home (Tonight)” di Good Fear. Successivamente, quando gli impegni televisivi aumentano, incide “Animali Di Città” con Leonardo Pieraccioni, “Carnevalestro” con gli Interno 31 ed “Aria Fresca” con le musiche del programma omonimo ma non più relazionati alla musica per le discoteche.

Dalila Di LazzaroDalila Di Lazzaro
Nata ad Udine nel 1953, Dalila Di Lazzaro inizia a recitare giovanissima prendendo parte a pellicole di registi del calibro di Luigi Comencini, Alberto Sordi, Dario Argento, Alberto Lattuada, Steno e Paul Morrissey. Negli anni Ottanta, quando si dedica anche alla televisione recitando in diversi film e serie, incide un singolo, l’unico della sua brevissima carriera da cantante. “Extra Love”, edito dalla Fonit Cetra su 7″, esce nel 1984 ed è scritto da Marco Tansini e (la moglie?) Simona Zanini, che da lì a breve produrranno l’album “The Legend” di Valerie Dore, trainato dal successo di “Lancelot”. Alla Di Lazzaro però non va altrettanto bene: il brano, un meticciato tra italo disco e synth pop, non sortisce grandi riscontri nonostante l’apparizione sulla Rai e a nulla serve la ballad sul lato b, “Cry Baby Cry”. Un paio di anni più tardi affianca Scialpi in “Je Suis L’Amour”, l’ultima prova della sua fugace esperienza discografica.

Antonello FassariAntonello Fassari
Diplomatosi all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico nel 1975, Antonello Fassari si dedica al teatro, al cinema, alla televisione e alla radio. Nel 1984 firma il suo primo ed unico singolo, “Romadinotte”, in cui convergono elementi italo disco, funk ed hip hop. A pubblicare il 12″ è la Jumbo Records, una delle tantissime etichette fondate dal DJ Claudio Casalini e raccolte sotto l’ombrello della Best Record, nel cui catalogo si rinvengono altri dischi firmati da personaggi diventati noti come Gegè Telesforo, Pamela Prati (con “Mare/Un Nodo All’Anima”, recentemente ristampato) e Luca De Gennaro, “camuffato” da DJ Look e prodotto dai fratelli Fabrizio e Fabio Frizzi. Il testo di “Romadinotte” è dello stesso Fassari mentre all’arrangiamento e alla produzione ci pensa Daniele Marchitelli, affiancato da Danilo Rea e Pasquale Minieri che però non sono citati sul disco. Sul lato b è incisa la Scratched Re-Mix che si avvale degli scratch di Faber Cucchetti. Il brano non riscuote particolari consensi e proprio per questo diventa un piccolo cult per gli appassionati e cultori del sound italiano di quegli anni, come il danese Flemming Dalum che nel 2006 lo inserisce nella compilation “Flowing Through My Veins Of Steel” sull’olandese Panama Racing di I-f. Fassari raccoglie successo e popolarità a partire dalla fine degli anni Ottanta quando è nel cast di pellicole come “Montecarlo Gran Casinò” dei Vanzina e “Casa Mia, Casa Mia…” di Neri Parenti e serie come “I Ragazzi Della 3a C”. L’escalation prosegue nei Novanta quando figura in altri noti film, come “Il Muro Di Gomma” di Marco Risi, e quando partecipa al programma di Rai 3 “Avanzi” per cui incide la sigla insieme a Corrado Guzzanti, Pier Francesco Loche e Stefano Masciarelli (insieme creano il gruppo Rokko E I Suoi Fratelli). Il picco nazionalpopolare lo tocca dopo il 2006 quando è tra i protagonisti de “I Cesaroni”, la fiction in cui proprio “Romadinotte” viene ironicamente riesumata (nell’episodio “Tu Musica Divina”).

Alba PariettiAlba Parietti
Debutta a teatro nel ’77, nel ’78 partecipa a Miss Italia, nei primi Ottanta fa la comparsa in alcune pellicole ed inizia a lavorare in Rai. Nel 1985 si apre la parentesi musicale. Omettendo il cognome, la Parietti incide “Only Music Survives” per la Merak Music, italo disco prodotta da Roberto Gasperini e i fratelli Lino e Pino Nicolosi dei Novecento. Il brano piace anche all’estero e viene pubblicato in Germania, Francia e Belgio, col supporto della Polydor. La formula non viene alterata per i successivi due singoli, ancora editi dalla milanese Merak: “Jump And Do It” del 1986, a cui prendono parte Maurizio ‘Sangy’ Sangineto dei Firefly e Sandy Dian come sound engineer, e “Dangerous” del 1987, scritto da Miki Chieregato, Roberto Turatti e Tom Hooker sulla falsariga di un loro successo di un paio di anni prima, “Future Brain” di Den Harrow. Engineer è invece Silvio ‘Prinz’ Melloni. In quegli anni la Parietti firma anche i backing vocal per “Destination” di Johnny Parker ed affianca la non meglio identificata Amy in “Look Into My Eyes”, una specie di riproposizione di “Do You Really Want To Hurt Me” dei Culture Club con tanto di risposta italica a Boy George. La parentesi dance si chiude. Lei torna nel 1993 con un CD (promozionale) prodotto da Shel Shapiro e nel 1996 con l’album intitolato “Alba”, forse in tributo al nome con cui inizia la carriera musicale undici anni prima.

Lara OrfeiLara Orfei
Figlia di Moira Orfei e Walter Nones e cugina della già citata Ambra, Lara si afferma giovanissima nell’ambiente circense come equilibrista, trapezista, giocoliera, acrobata e cavallerizza. Nel 1983 approda in tv nel programma di Rai Uno Al Paradise insieme ad Oreste Lionello, Milva ed Heather Parisi. Il periodo è propizio per entrare in discografia e la possibilità le viene offerta dalla LGO Music del compianto Lanfranco Gambini che pubblica (presumibilmente tra 1984 e 1985) il 7″ “Se Mi Rompi Non Ci Sto”. Scritto da Valerio Liboni ed arrangiato da Marco Bonino su chiari schemi italo disco, il brano si presenta anche in versione strumentale con assolo di chitarra in sostituzione della parte vocale ridotta a pochi vocalizzi. «Per me Lanfranco era come un fratello», ricorda oggi Valerio Liboni. «Era molto amico di Moira e Walter, mi invitarono al circo dove conobbi anche Lara. Presentammo il brano proprio al circo, ed io e Lanfranco fummo invitati sul palco d’onore per poi essere ospitati da Moira nella sua splendida casa viaggiante». Le quotazioni sul mercato dell’usato sono al rialzo e toccano i 100 euro nel 2015. Nel catalogo dell’etichetta di Gambini figurano altre rarità contese dai collezionisti, come “Sombrero” di L.S. Manera, “Init-Voice” di Midi Duo e “L’Ultima Notte” di Moana Pozzi.

MalMal
Mal dei Primitives non è estraneo alla musica ma è lontanissimo dalla dance. Nel 1985 tenta di inserirsi nel mondo delle discoteche sotto mentite spoglie, mascherando il suo nome con una sigla simile a quelle dei giochi de La Pagina Della Sfinge sulla Settimana Enigmistica. M=P.B. La soluzione? Mal è Paul Bradley (il suo nome anagrafico). «Fu un espediente ideato dal mio discografico dei tempi, Freddy Naggiar della Baby Records, per evitare che i DJ boicottassero il pezzo sapendo che dietro ci fosse il cantante di “Furia”» racconta oggi il cantante. «”Furia” fu un grande successo ma finì col condizionare parecchio la mia carriera. Il pubblico continuava ad associarmi alle canzoni per bambini. Così nacque l’idea di usare il mio vero nome, già apparso sull’album “Silhouette” del 1980, ma in una formula misteriosa che lasciava spazio all’immaginazione». “Co-Operation” raccoglie tutti gli elementi dell’italo disco più classica del periodo e a distanza di oltre trent’anni si riascolta ancora con piacere. Ad occuparsi della musica sono Miki Chieregato e Roberto Turatti mentre Tom Hooker ricopre ruolo di paroliere. Ciò non basta però a reggere il confronto col progetto Den Harrow, curato dagli stessi per la Baby Records. Il 12″, col volto dell’autore parzialmente oscurato dai caratteri grafici, viene pubblicato dalla Tycoon Records (altra invenzione di Naggiar) e distribuito dalla Merak Music. La EMI lo licenzia in Grecia. Il 7″ invece, uscito successivamente, esplicita sia il nome Mal che il volto dell’artista. «Era inutile continuare ad alimentare il mistero una volta che nell’ambiente si seppe che dietro M=P.B. c’ero io, così fu deciso di “ufficializzare” la paternità del progetto in copertina. Non ho mai saputo quante copie vennero vendute ma non credo molte. Volevo dimostrare la versatilità di adattarmi ad uno stile musicale completamente diverso da quello per cui il grande pubblico mi conosceva sin dagli anni Sessanta. In quel periodo peraltro Naggiar mi mise in tasca una decina di milioni di lire e mi mandò da un produttore (forse Larry Butler, nda) negli Stati Uniti che avrebbe confezionato un nuovo brano dance per me. Quando tornai in Italia col master però a lui non piacque per nulla e decise di non pubblicarlo. Forse fu un po’ azzardato pagare prima di ascoltare il prodotto finito. Comunque sia ricordo con molto piacere l’esperienza di “Co-Operation”, magari qualche remix potrebbe attualizzarlo per le nuove generazioni. Ne conservo ancora due/tre copie».

Daniela PoggiDaniela Poggi
Nel ’77 partecipa al Festival di Sanremo come ballerina durante l’esibizione dei Matia Bazar che cantano “Ma Perché” e nello stesso periodo inizia a lavorare come attrice per il teatro e il cinema. Nel 1985 è su Raidue nel programma Shaker che conduce con Renzo Montagnani e il mago Silvan. Sigla del programma è il brano “Cielo”, italo disco arrangiata da Vince Tempera e cantata in lingua italiana. Sul lato b del 7″ pubblicato dalla Polydor però c’è spazio anche per la versione in lingua inglese, “Break Up”. Il disco diventa un vero e proprio cimelio conteso dai collezionisti: uno di loro, il 14 dicembre 2014, spende 199 euro per accaparrarsene una copia. Il buzz è innescato nel 2013 dall’operazione congiunta tra l’olandese Bordello A Parigi e l’australiana Mothball Record che ristampano “Break Up” (ed un’altra rarità dei tempi, la citata “Musica Spaziale” di Patrizia Pellegrino) in una edizione limitata di appena 150 copie su vinile rosa con poster annesso che ritrae la Poggi in versione osé (probabile che la foto risalga a quando posa nuda per Playboy nel gennaio 1980). Il disco va letteralmente a ruba e le richieste sono talmente tante da spingere a ripubblicarlo nel 2014 su vinile nero. «Quando incisi “Cielo” non sapevo proprio cosa sarebbe successo e sono molto felice che sia diventato un cult. Ho saputo che alcuni sono arrivati a chiedere persino 2000 euro per cederne una copia» racconta oggi la Poggi. Di lei resta anche l’album “Donna Speciale” edito dalla Videostar (pare in appena 500 copie) e prodotto da Beppe Aleo e Franco Delfino, entrambi membri de I Signori Della Galassia, cult band che tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta mischia sapientemente prog rock, pop italiano e synth music. «Quello fu un piccolo divertimento e francamente non ricordo molto della produzione ma solo tanta gioia nello scrivere e cantare. All’interno c’era il brano intitolato “Miope” e l’idea partì proprio da me, in quanto sono miope per davvero. Non proseguii la strada della musica perché ero impegnata in altri ambiti, come quello cinematografico e televisivo, ma credo che l’importante sia lasciare un segno del nostro passaggio terreno. Se ciò che facciamo resta, nel bene sia chiaro, è un regalo grandissimo».

Simona DonalisioSimona Donalisio
«Una diciassettenne di Torino dagli impressionanti capelli color platino corti un centimetro e tutti incollati, che studia e colleziona bambole antiche, aiutata dal padre che ha un’impresa di paramenti sacri»: così Laura Lorenzi descrive Simona Donalisio nel suo articolo apparso su La Repubblica il 4 settembre 1988. Nata a Torino il 14 aprile del 1971, nel 1988 partecipa a Miss Italia. A vincere quell’anno è Nadia Bengala mentre lei si aggiudica il titolo di Miss Eleganza. Il debutto nel mondo dello spettacolo però risale al 1986 quando la Donalisio incide per la CDF il 45 giri “Teen Agers Dance”, tra richiami funk e ganci disco. Particolarmente ricercato dai collezionisti, ha toccato i 150 euro di quotazione su Discogs dove si rinviene anche la seconda edizione con una copertina che ritrae l’interprete accanto ad una rombante Honda VF500, probabilmente scelta per dare risalto al pezzo inciso sul lato b, “Acciaio Cromato”. Nel 2014 “Teen Agers Dance” è stato ristampato da Bordello A Parigi e Mothball Record (istigatrici di svariati “recuperi archeologici” di questo tipo) su un 12″ insieme ad altre rarità di Flavia Fortunato, Deca, Quadro D’Autore e Taigher. Dopo l’esperienza a Miss Italia, la Donalisio continua a gravitare negli ambienti televisivi per qualche anno partecipando a programmi come Partita Doppia, condotto da Pippo Baudo ed andato in onda su Raiuno tra 1992 e 1993.

Brian & GarrisonBrian & Garrison
I ballerini statunitensi Brian Bullard e Garrison Rochelle diventano noti in Italia nel 1983 quando partecipano a Fantastico 4, esibendosi sulle coreografie di Franco Miseria. Segue una fitta serie di collaborazioni con programmi di grande successo tra cui Risatissima e Festivalbar. Non stupisce quindi che qualcuno abbia proposto al duo di incidere un disco, operazione di prammatica nella decadi passate quando si diventava particolarmente conosciuti. Nel 1986 esce così il 45 giri “Till The Morning Comes”, prodotto dai genovesi Aldo De Scalzi e Claudio Guidetti. A pubblicarlo è la My Record di Mauro Malavasi, nata l’anno prima con l’album “Stone” dei My Mine e che in catalogo vanta, tra gli altri, “Be Electric” degli Antennas capitanati da Franco Falsini. I poco meno di quattro minuti di synth pop sullo stile anglosassone con testi scritti da Gwen Aäntti ed interpretati vocalmente da Bullard e Rochelle vengono prevedibilmente promossi dalla tv del biscione, come si può vedere in questa clip. I ballerini si trasformano in cantanti. Ci riprovano nel 1989, ma con scarsi risultati, sulla Green Line Records incidendo “Don’t Break My Heart” insieme a Rodeo Drive.

Teodosio LositoTeodosio Losito
Come sottolinea Silvia Fumarola in questo articolo apparso su La Repubblica il 29 settembre 2010, «Teodosio Losito sembra un nome inventato. Non ha mai concesso un’intervista al punto che girava voce che non esistesse e fosse un nom de plume di qualche sceneggiatore deciso a non esporsi. Invece è un bel quarantacinquenne, ragioniere, ex muratore, ex ortolano, ex modello, piccole parti come attore (nel thriller erotico Sul Filo Del Rasoio di Joe D’Amato, nda), famiglia pugliese emigrata a Milano». Appassionato di cinema sin da ragazzino, nel 1982 è tra i ragazzi di Popcorn, contenitore musicale in onda su Canale 5 che gli dà la possibilità di entrare in contatto con Ivan Cattaneo. Pare sia proprio Cattaneo a produrre il suo primo singolo nel 1986, “Formica D’Estate”, arrangiato da Alberto Radius e Stefano Previsti in chiave synth pop virato in canzone italiana. Il lato b ospita “Boys & Boys”. Entrambi sono cover di brani dello stesso Cattaneo, presenti nella tracklist dell’album “Superivan” del 1979. Il rapporto con la milanese Panarecord prosegue e nel 1987 esce “Ma Che Bella Storia…” con cui partecipa al Festival Di Sanremo e che viene ricordato per il “ma chi gatto ce l’ha fatto fare” del ritornello. Segue “Direttamente Al Cuore”, italianizzazione di “In The Pouring Rain” di Bob Geldof uscita lo stesso anno. Sul lato b “E La Luna Resta Là”, col testo di Cristiano Malgioglio. Ci riprova nel 1991 incidendo un album, “Pathos”, che contiene una manciata di cover, “Be My Baby” delle Ronettes e “Love Letters In The Sand” di Pat Boone. È l’ultimo tentativo prima di allontanarsi dai circuiti discografici in cui si è fatto conoscere come Teo. La strada di Losito è quella dello sceneggiatore: firma fiction come Il Bello Delle Donne, L’Onore E Il Rispetto, Il Peccato E La Vergogna, Mogli A Pezzi, Furore – Il Vento Della Speranza ed Io Ti Assolvo che hanno frantumato diversi record di ascolto negli ultimi anni.

Galyn & SteveGalyn Görg & Steve La Chance
Pubblicata nel 1987 solo su 7″ dalla Kangaroo Team Records, “Je T’Aime, Je T’Aime” è la sigla finale della trasmissione televisiva SandraRaimondo Show presentata da Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Parte del programma è occupata da balletti portati in scena da vari ballerini tra cui gli statunitensi Galyn Görg e Steve La Chance, già “rodati” un paio di anni prima in Fantastico 6 condotto da Pippo Baudo. Il brano, una romanticheria sdolcinata a base di liriche tipo “mi fai impazzire”, “neanche un altro giorno senza te”, è affiancato sul lato b dall’altrettanto mieloso “Friends In Love” in lingua inglese ma con meno riferimenti italo. In tempi recenti, quando La Chance riappare in tv come insegnante di danza in Amici di Maria De Filippi, “Je T’Aime, Je T’Aime” viene riesumato da Flemming Dalum ed I. Marcello per un paio di mix set a base di italo disco obsoleta e misconosciuta ma ricercatissima dai collezionisti.

Maria Teresa RutaMaria Teresa Ruta
Showgirl e conduttrice televisiva, è nipote dell’omonima annunciatrice attiva nei Cinquanta. Ad appena sedici anni comincia a lavorare come fotomodella e comparsa in alcuni film, nei primi Ottanta inizia a fare la soubrette in varietà televisivi. Nel 1987 sposa il giornalista sportivo Amedeo Goria e nello stesso anno incide il suo primo (ed ultimo?) 45 giri, “Avessi Un Istante / La Focaccia”. Il lato a mostra arrangiamenti della italo disco in stile Spagna, usata e sfruttata a ciclo continuo dalla televisione per sigle di programmi, il b invece gira su una (trascurabile) ballata pop dalle venature latine. Ad arrangiare entrambi i brani è Franco Delfino de I Signori Della Galassia, lo stesso che in quegli anni lavora al singolo della modella Isabel Russinova, a quello della misteriosa Mary ‘O e all’album di un altro futuro volto noto della tv, Daniela Poggi. Il disco non ha ancora raccolto valore collezionistico ma non si può escludere che accada in un prossimo futuro come avvenuto ad altri brani sfortunati dal punto di vista commerciale (come “Walking In The Night” di Giusy Dej, “Like A Rainy Day” di Luciana, “Atomic Girl” di Marco, “Trinidad” di Laura Bitto, “Elisan’s Song” di Franco Del Moro, “Mister X” di Dee Jay Roby, “Perchè Dovrei” di Patrizia Saronni, “Rondò Dance” di Fabio Battistelli, “Io Senza Di Te” di Katia, “Taci” di Giorgia Lauda ed “Occhi Occhi Occhi” di Manuel) diventati oggetto di costanti attenzioni quanto di spudorate speculazioni.

Brigitte NielsenBrigitte Nielsen
Negli anni Ottanta la Nielsen lavora come modella e prende parte ad alcuni film tra cui Yado, al fianco di Schwarzenegger. Durante la promozione della pellicola conosce Sylvester Stallone che la vuole in Rocky IV e Cobra. I due si sposano dopo soli nove mesi di fidanzamento. Nel 1987 debutta come conduttrice televisiva in Italia accanto a Pippo Baudo e Lorella Cuccarini: per l’occasione si presenta come cantante interpretando il singolo “Every Body Tells A Story” estratto dall’album omonimo. A funzionare di più però è un brano non incluso nell’LP, “Body Next To Body”, realizzato in coppia col compianto Falco e prodotto da Giorgio Moroder. Impegnata sul fronte televisivo e cinematografico (si consacra grazie a Beverly Hills Cop II – Un Piedipiatti A Beverly Hills II, con Eddie Murphy) incide un secondo album nel 1991, ” I Am The One… Nobody Else”, da cui vengono estratti singoli di scarso successo. La danese torna alla musica nel 2000 col nome Gitta con cui firma “No More Turning Back”, fortunata euro pop trance prodotta da Christian De Walden che la affianca sin dagli esordi. Tra gli autori anche l’italiano Vanni Giorgilli. Visto il successo viene realizzato un mash-up con “Everybody’s Free” di Rozalla che piace particolarmente in Spagna, raggiunto nel 2001 da una sorta di remake intitolato “Tic Toc”. L’ultimo e trascurabile atto è del 2002, “You’re No Lady”, accanto alla drag queen RuPaul.

Jean Paul GaultierJean Paul Gaultier
Tra 1988 e 1989 la house prende piede in Europa. Ad incidere un brano seguendo le nuove sonorità è anche Jean Paul Gaultier, che firma “How To Do That”, contraddistinto dall’evidente uso del campionatore, “motore” di gran parte della house dei tempi soprattutto dopo l’affermazione di “Pump Up The Volume” dei M.A.R.R.S. del 1987. Il pezzo dello stilista francese è prodotto da Tony Mansfield, remixato in diverse versioni (tra cui quelle di Kurtis Mantronik, Tony Moran e Norman Cook, il futuro Fatboy Slim) e licenziato un po’ ovunque, Giappone e Stati Uniti compresi. Viene realizzato anche un videoclip pare diretto da Jean Baptiste Mondino, in cui i bozzetti e le forbici di Gaultier prendono magicamente vita. Nei frame si intravedono l’attrice Ann Magnuson ed una giovane Naomi Campbell. L’occasione è propizia per pubblicare un album, “Aow Tou Dou Zat”, in cui raccogliere oltre ai citati remix anche altre tracce come “Noisy”, una specie di reprise di “Catwalk” degli Art Of Noise, “It’s Crazy With An Accordeon”, “What Will I Do With That” e “Jacques Lacan – Deconstruction Mix”, quest’ultima prodotta da Dave Dorrell e CJ Mackintosh provenienti proprio dai M.A.R.R.S. citati qualche riga sopra. Nel 2003 il DJ Derrick Carter inserisce “How To Do That” nella raccolta Choice – A Collection Of Classics su Azuli Records.

Francesco SalviFrancesco Salvi
Inizia come cabarettista al Derby di Milano: qui conosce Antonio Ricci che qualche anno più tardi lo porta nel suo Drive In dove interpreta un camionista, Totano 2, ed un giovane metallaro a capo della band Budiny Molly. Dal programma usciranno futuri volti della tv e del cinema che si cimenteranno pure in attività musicali come Cristina Moffa (col suo caschetto biondo sembra una sorta di risposta a Raffaella Carrà) che interpreta la sigla iniziale. Nel 1988 gli viene affidata la conduzione di un programma tutto suo, il MegaSalviShow, trasmesso in seconda serata su Italia 1. La sigla dello stesso programma gli apre le porte della discografia: “C’è Da Spostare Una Macchina” pubblicato dalla Five nel 1988, sfrutta i ritmi della house music che va diffondendosi in Europa, con una base carpita da “The Party” di Kraze (parallelamente “italianizzato” da Rubix) ed una frase tratta da “Dancer” di Gino Soccio del 1979. Il brano viene licenziato in mezza Europa, Francia, Germania, Danimarca, Spagna, Paesi Bassi, ed è tratto dal primo album, “Megasalvi”, prodotto dagli N.T.M. (Mario Natale, Roberto Turatti e Silvio Melloni). Al suo interno altri brani successivamente estratti come singoli, “Esatto!” (portata al Festival di Sanremo e sesto singolo più venduto in Italia nel 1989, “Son Contento” e “Taxiii!”, quest’ultimo prodotto da Matteo Bonsanto ed arrangiato da Stefano Pulga e Maurizio Preti, contraddistinto da una citazione presa da “Jesus Loves The Acid” di Ecstasy Club o da “We Call It Acieed” di D-Mob Featuring Gary Haisman usciti praticamente nello stesso periodo. L’urlo “taxiii” è infatti la parodia dell’ “aciiiid” foneticamente simile. Il resto è un surrogato di brani come “Beat Dis” di Bomb The Bass, “Ride On Time” dei Black Box e “Theme From S-Express” di S-Express. Sono sempre gli N.T.M. a prendersi carico della produzione del secondo album “Limitiamo I Danni” pubblicato nel 1990 e trainato dal singolo “A” che Salvi canta al Festival Di Sanremo di quell’anno. Sul lato b il brano “B”, piano house pensata per le discoteche ad imitazione dei brani più forti del periodo. La house scimmiottata su testi ironici e demenziali continua a trovare spazio negli album successivi, “Se Lo Sapevo” del 1991, “In Gita Col Salvi” (con la copertina disegnata dal fumettista Silver, autore di Lupo Alberto, che si occupa anche di quella della compilation “La Bella E Il Best” e di altre future) e “Staténto!” del 1994 (omonimo del brano in gara a Sanremo) ma tendendo a dileguarsi per lasciare posto al pop che prende definitivamente il sopravvento in “Testine Disabitate” del 1995 e “Tutti Salvi x Natale”, una raccolta di canzoni natalizie stampata ma mai distribuita pare per problemi sorti con la casa discografica. Salvi si aggiudica cinque volte il Disco di Platino e ben sette il Disco D’Oro con la sua “house” ironizzata, tra i primi esempi con cui il mainstream italiano inizia a saccheggiare ed appropriarsi di temi culturalmente molto distanti, “demitizzandoli dalla loro sacralità produttiva” come scrive Gino Castaldo in questo articolo su La Repubblica il 10 gennaio 1989. Se da un lato la house e la techno vengono sfruttate e depredate per meri fini lucrativi, dall’altro i mass media (carta stampata e televisione, istigate dalla crociata delle mamme anti-rock) le demonizzano liquidandole presto come musiche di una generazione bruciata dall’uso di sostanze stupefacenti, si vedano articoli come questo o questo.

Giorgio PanarielloGiorgio Panariello
Attore comico e showman televisivo, Panariello comincia come cabarettista alla fine degli anni Settanta. Negli Ottanta mette su con Carlo Conti (suo vecchio compagno di scuola) e Leonardo Pieraccioni il trio comico Fratelli D’Italia. Nel 1988, quando è ancora sconosciuto al grande pubblico, il DJ Marco Bresciani lo coinvolge nel progetto Mod N.4, lasciandogli realizzare dei brevi inserti vocali in “Judicta”. Il brano è un collage di sample tratti da pezzi noti a cui segue l’anno dopo “Judicta II”, costruito nella stessa maniera. Nell’intro Panariello imita Papa Giovanni Paolo II mentre in copertina finisce travestito da Renato Zero, imitazione che lo rende particolarmente noto in quel di Viareggio. La parodia è senza dubbio il fil rouge di Mod N.4, che lega i seguenti “Mussolini Disco Dance” (il tema mussoliniano viene ripreso in seguito dal DJ Aniceto), “Zobi La Mouche”, remake dell’omonimo dei Les Negresses Vertes in cui Bresciani trova modo di inserire una citazione di “Giddyap A Gogo” di Ad Visser & Daniel Sahuleka, e “Il Ballo Di Simone”, cover di “Simon Says” dei 1910 Fruitgum Company. Il 1989 è pure l’anno dell’album, “Judicta E Le Altre”. L’ultimo atto è del 1993, “Ahi Maria”, sulla 21st Century Records del gruppo veronese Saifam, ma di Panariello restano anche un singolo firmato a proprio nome, “Il Cielo”, remake dell’omonimo di Renato Zero edito dalla Èviva Records, sublabel della Irma, il featuring per “Il Panettone” di Santa House (1988), ed un CD promozionale del 1996 su GDM che ha inspiegabilmente sforato i 100 euro di quotazione su Discogs.

Moana PozziMoana Pozzi
Inizia la carriera cinematografica e televisiva nei primi anni Ottanta quando per Rai Due (ai tempi Rete 2) conduce il programma per bambini Tip Tap Club da cui viene presto allontanata perché coinvolta nell’hard, seppur comparendo con vari pseudonimi come Linda Heveret e Margaux Jobert. Entrata nell’entourage di Riccardo Schicchi, autentico patron del porno in Italia, diventa popolarissima anche in tv per qualità intellettuali che la riportano nel circolo generalista (nel 1988 è nel cast de L’Araba Fenice, su Italia 1). Nel 1991 scrive un libro, La Filosofia Di Moana, autoprodotto pare per sessanta milioni di lire, in cui racconta di personaggi famosi con cui avrebbe avuto rapporti sessuali occasionali. Oggi è una rarità introvabile, venduta a caro prezzo. Altrettanto costose le sue apparizioni discografiche. Nel 1989 Lanfranco Gambini la convince ad incidere un 7″ sulla sua LGO Music: su un lato c’è la ballad “L’Ultima Notte”, sull’altro “Let’s Dance” cantata in inglese, tra retaggi italo disco (ai tempi sulla via del tramonto) e spinte spaghetti house che vanno affermandosi su scala internazionale grazie a Black Box, FPI Project, 49ers, Sueño Latino e, poco dopo, Double Dee. Nello stesso anno la ACV Sound (la futura ACV) pubblica “Supermacho”: escludendo il cognome ed optando per il formato picture disc, viene fuori un brano per cui vale quanto detto sopra per “Let’s Dance”. Con un piede nell’italo disco e l’altro nella house, Paolo ‘Jay Horus’ Rustichelli, che cura la produzione, ottiene un discreto risultato. Pare comunque che il 12″ non sia mai stato distribuito e probabilmente per tale ragione le quotazioni ora si stanziano tra i 500 e i 1000 euro. Rustichelli realizza anche un album su CD per la Pozzi, “Impulsi Di Sesso”, ma anche questo non viene immesso in commercio. In tracklist ci sono quindici brani tra cui il citato “L’Ultima Notte”, recuperato da Leo Mas nel primo volume di “Mediterraneo – Rare Balearica” uscito nel 2015.

Angela CavagnaAngela Cavagna
Showgirl genovese nata nel ’66, la Cavagna si fa notare tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta ma inizia qualche tempo prima facendo la corista e ballerina per gli show di Sabrina Salerno. Nel 1989 debutta in discografia sulla Five del gruppo Fininvest col singolo “Dynamite” prodotto da Matteo Bonsanto. Il brano imita in modo piuttosto evidente lo stile che decreta la fortuna della citata Salerno, a cui la Cavagna viene peraltro paragonata per le generose forme. Si batte la stessa strada anche per il suo alias artistico optando per Angela. Nel 1990 esce “Easy Life” scandito da un fraseggio di chitarra latineggiante e da una base che strizza l’occhio alla piano house che imperversa ai tempi. A curare gli arrangiamenti è il team N.T.M. (Natale, Turatti, Melloni, ai tempi impegnato con gli album “dance oriented” di Francesco Salvi) affiancato dall’italoamericana Emanuela Gubinelli, la futura Taleesa. “Easy Life” è racchiuso nel primo album della Cavagna intitolato “Sex Is Movin'”, ancora su Five e prodotto da Pierfrancesco Di Stolfo, che nello stesso anno firma come autore la mega hit di Stefano Secchi, “I Say Yeah”. In tracklist anche diverse cover come “Quinn The Eskimo (Mighty Quinn)” di Bob Dylan e “We Belong Together” di Jimmy Velvet. Il disco viene ripubblicato per mera strategia di marketing due anni più tardi ma col nuovo titolo “Io Vi Curo”, quando la Cavagna diventa popolarissima al grande pubblico rivestendo il ruolo di infermiera sexy a Striscia La Notizia. Non a caso in copertina campeggia il logo della trasmissione di successo di Antonio Ricci.

Giannina FacioGiannina Facio
La costaricana, attuale compagna del regista Ridley Scott, inizia l’attività di attrice negli anni Ottanta. In Italia diventa popolare nel 1989 partecipando al programma Emilio. L’anno dopo la Virgin pubblica il suo primo ed unico singolo, “One, Two, Three, Four”, prodotto ed arrangiato da Fabio Logli e Flavio Premoli. È house, come la moda del periodo vuole, col groove che ricorda i successi dei Technotronic, Black Box, Inner City e C&C Music Factory, ma all’interno c’è pure qualche elemento riconducibile alla musica latina, forse scelto dai produttori per creare un continuum con l’esperienza che la Facio fa l’anno prima al fianco di Gerio Schubach per “Ela Dançava A Lambada”.

Nina SoldanoNina Soldano
Prodotto nel 1991 da Claudio Donato sulla Full Time Records (proprio quella che oltre dieci anni prima pubblica i dischi dei Kano), “El Amor Està” è la cover in una sorta di pseudo piano house di “Love Is In The Air”, il classico dell’australiano John Paul Young uscito nel 1978. Interprete è Nina Soldano, attrice che raggiunge grande popolarità vestendo i panni di Marina Giordano nella soap opera della Rai Un Posto Al Sole. Sulla copia promozionale appare anche il cognome ma nella versione ufficiale si opta solo per Nina. La Soldano incide un brano già nel 1989, sempre prodotto da Donato: trattasi di “Be My Baby”, remake dell’omonimo delle Ronettes, destinato al solo mercato giapponese.

Clarissa BurtClarissa Burt
Attrice e modella statunitense naturalizzata italiana, Clarissa Burt diventa un volto noto in Italia tra gli anni Ottanta e i Novanta. Nel 1991 incide per la Fonit Cetra il 7″ “Missing You”. Sul lato b c’è il brano “Psychedelic Vision” che viene ripubblicato, questa volta su 12″ (con tanto di Club Mix e Dub Mix), dalla Sodapop, etichetta appartenente al gruppo della campana Flying Records a quando pare usata solo ed esclusivamente per l’occasione. «In quel periodo lavoravo nella moda e in televisione con Raffaella Carrà e Pippo Baudo. Paolo Casa, compositore e produttore discografico, mi sentì cantare e mi propose di incidere un disco» racconta oggi la Burt. E continua: «Facemmo un provino e decidemmo di andare avanti. I pezzi furono scritti da Orlando Johnson ed Elvio Moratto. Non fu però possibile fare una normale promozione perché avrebbe portato via troppo tempo, ma la casa discografica, la Flying Records, che pubblicò e distribuì ambedue le canzoni, si occupò comunque di spingere il disco in radio. Cantai i due brani durante le mie serate e ricordo che il pubblico apprezzava molto. Non fu sicuramente un successo di vendite ma fu bello mettermi alla prova anche come cantante. In seguito, ancora con Paolo Casa, lavorammo alla realizzazione di un album ma la cosa non andò avanti per tutta una serie di ragioni pratiche». Ad attrarre in modo particolare i DJ sono i suoni tipici della progressive house britannica abbinati a ritmi breakbeat. A quanto si narra online, pare che il brano viene intercettato nel 1991 in alcuni set tenuti da Sasha presso l’Oz, a Blackpool, nel Regno Unito. «Mi fa piacere sapere che le mie canzoni siano state apprezzate e suonate anche in Inghilterra» conclude la Burt.

Claudio BisioClaudio Bisio
«All’inizio, quando Claudio Bisio lo canta sul palcoscenico dello Zelig, il cabaret milanese dove si è fatto le ossa, il pezzo si intitola “Senza Fiato” ed è un omaggio sui generis alle più logorroiche ballate cantautoriali, una canzone strappalacrime ma non troppo, accompagnata da un unico accordo di chitarra e cantata senza paura dall’inizio alla fine» (da un articolo di Paolo Scarpellini pubblicato su Panorama l’11 agosto 1991). Secondo quel che si legge nel pezzo giornalistico di 25 anni fa, è l’incontro col musicista Sergio Conforti (Rocco Tanica, ex componente degli Elio E Le Storie Tese, il cui nome appare anche in copertina seppur con caratteri molto più piccoli) a decretare la concretizzazione del progetto discografico di Bisio. “Rapput” è proto rap all’italiana scandito da un testo demenziale con qualche parolaccia incastonata all’interno, costruito su una base piena zeppa di cut-up (“I Watussi” di Edoardo Vianello, “Pensieri E Parole” di Lucio Battisti), citazioni e sample che vanno e vengono confondendosi col resto (“Shine On You Crazy Diamond” dei Pink Floyd, la gregoriana “Sadeness Part I” degli Enigma). Grazie a questo brano Bisio approda al Maurizio Costanzo Show e, come rimarca Scarpellini nel citato articolo, conquista il vertice della hitparade italiana e diventa il tormentone estivo nelle balere e discoteche grazie allo stile downtempo che segue il ben collaudato modello di “The Power” degli Snap! o “Gonna Make You Sweat (Everybody Dance Now)” di C&C Music Factory. In una recentissima intervista radiofonica, Tanica racconta che il brano nasce come una specie di bonaria presa per i fondelli ai danni dei testi di Roberto Vecchioni, un rap “involontario” che prende forma anche grazie al contributo di Marco Guarnerio e del compianto Paolo ‘Feiez’ Panigada. Il 12″ è pubblicato dalla Epic, ironicamente (visto il testo) anche in Grecia. “Rapput” figura inoltre nella tracklist dell’unico album di Bisio, “Paté D’Animo”, prodotto da Rocco Tanica sulla Hukapan degli Elio E Le Storie Tese e da cui viene estratto un secondo singolo, “Alfonso 2000”, altro folle mosaico frankenstein-esco di cut-up e sample apparentemente inconciliabili come “Viva La Pappa Col Pomodoro” di Rita Pavone e “Stayin’ Alive” dei Bee Gees. «Fummo colti di sorpresa da una compilation ed una cover orrenda (probabile che si tratti della “Rapput Compilation” pubblicata dalla Discomagic, contenente il remake di “Rapput” a firma Nisio, nda), che ai tempi andò fin troppo bene. Noi invece ci fermammo tra le trentamila e le quarantamila copie, e purtroppo non riuscimmo a cavalcare l’onda perché l’album non era ancora pronto» aggiunge Tanica.

Carmen Di PietroCarmen Di Pietro
Dal libro “Italo Disco Story” di Francesco Cataldo Verrina: «Nei primi anni Novanta la Discomagic Records era una sorta di Mecca della musica dove si recavano in pellegrinaggio personaggi di ogni risma: cantautori di dubbia fama in vena di riscatto, musicisti da balera con velleità internazionali e produttori di provincia decisi a fare il salto della quaglia. Non era difficile imbattersi per le scale, in prossimità degli uffici, in un colorato e stravagante Cristiano Malgioglio non ancora “pop-olarizzato” dalle apparizioni in televisione degli anni a venire». Da quelle scale transita anche Carmela Tonto alias Carmen Di Pietro che nel 1993 vede pubblicare dall’etichetta di Severo Lombardoni “Take Me Away”, remake in chiave euro house di “Take Me Away (Paradise)” di Mix Factory, uscito l’anno prima. Pare che la voce adoperata fosse quella del brano originale della vocalist Alison Williamson. Non si sa quindi cosa abbia fatto esattamente la Di Pietro in quel 12″, ma di sicuro mette qualcosa sulla voyeuristica copertina. La Discomagic, ai tempi un’autentica “macchina da guerra” in area compilation, inserisce nella “N°3 Summer” un altro suo brano intitolato “Imagination”, cover dell’omonimo di Belouis Some che la potentina porta in tv in abiti succinti. Come sottolinea Verrina nel citato libro, «l’elemento creativo ed artistico poteva essere anche un optional per Lombardoni» che forse intravede nella Di Pietro una potenziale starlette in grado di seguire le orme di altre maggiorate dei tempi come Angela Cavagna, Debora Caprioglio, Simona Tagli, Fanny Cadeo ed Anna Falchi. Così nel 1994 le concede il bis, “Remember The Time”, ma i vocalizzi erotici da hot line telefonica non sono sufficienti per garantirle la visibilità auspicata, anche se il disco viene pubblicato, come il precedente, pure in Spagna. Lo scarso successo discografico comunque non impedisce alla Di Pietro di conquistare spazio in televisione come soubrette, tenendo banco per la sua storia sentimentale col giornalista Sandro Paternostro, più grande di lei di ben 43 anni e che sposa nel 1998. Nel 1995 c’è la virata latina con “Tocalo Tocalo” su Nuova Yep Record (col testo scritto da Cristiano Malgioglio) a cui segue “Maracaibo” nel 1997, anno in cui i giornali e le televisioni le dedicano attenzione dopo avere dichiarato che una delle sue protesi del seno era esplosa in un viaggio aereo.

Amy CharlesAmy Charles
Showgirl e cantante gallese, prende parte a diverse edizioni del programma Colpo Grosso condotto da Umberto Smaila, dove già mostra le sue capacità canore. Una volta chiusa la parentesi televisiva tenta la carriera musicale approdando nel 1992 alla Whole Records (sublabel della bresciana Media Records di Gianfranco Bortolotti) che prima pubblica “Weekend” e poi “No More Tears (Enough Is Enough)”, cover rispettivamente degli omonimi di Class Action e Barbra Streisand e Donna Summer. «Cantavo già da piccola tenendo concertini a scuola con alcune band di Cardiff, la mia città natale. Nel periodo in cui Samantha Fox e Sabrina Salerno erano in vetta alle classifiche anch’io volevo a tutti i costi incidere dischi. La mia agenzia mi segnalò dei casting per la partecipazione ad alcune trasmissioni televisive ed accettai di andare in Italia nella squadra di Colpo Grosso, fortunato programma all’epoca molto seguito. La decisione fu strategica, sapevo che avrei avuto la possibilità di cantare e quindi di farmi notare» racconta oggi la Charles. E continua: «Fui presto contattata dal compianto Giampiero Menzione, noto produttore genovese e talent scout che in quel periodo aveva nella propria scuderia Sabrina Salerno, Carmen Russo, Pamela Prati e tante altre. Fu lui a mettermi in contatto con Giorgio Tramacere, produttore di musica house. Iniziai quindi a frequentare costantemente gli studi di registrazione conoscendo e lavorando al fianco di tanti professionisti. Poi registrai il primo singolo come cantante solista, “Weekend”, una cover di un pezzo del 1988 (che mi imposero) e con cui entrai a far parte della famiglia Media Records. Il disco fu subito licenziato in molti Paesi, in Europa e in Canada, ma una cosa che non mi piacque affatto fu la scelta di Gianfranco Bortolotti, boss della Media Records, e di Tramacere, di mettere Lou tra Amy e Charles. Lou stava per Louise, il mio secondo nome. Il debutto è quindi legato ad Amy-Lou Charles. Al di là di questo trascurabile dettaglio, sia “Weekend” che “No More Tears (Enough Is Enough)” andarono molto bene e quell’estate iniziai a fare le prime serate. Ai tempi c’era un po’ la mania di fare cover, ecco perché i miei primi singoli furono remake, ma ciò non mi impedì comunque di scrivere pezzi sia per me che per altri artisti. Nel 1992 ad esempio, sempre per la Media Records, incisi “Stand Up (And Shout It)” di Ginger, un brano fantastico con uno spettacolare lavoro di cori a quattro voci» (coverizzato dagli inglesi The Wickermen nel 1996, nda). Nel 1994 la Charles abbandona la Media Records e passa alla B.I.G. Music, per poi migrare alla Dance Pool (gruppo Sony) e Zac Music. «In verità sono sempre stata legata editorialmente alla bresciana B.I.G. Music e ai produttori Giorgio Tramacere e Rolando Alberti, al quale poi subentrò Thomas Della Plata. La Sony si mostrò interessata ad alcuni miei brani e così dopo il secondo singolo con la Media Records risolvemmo consensualmente il contratto per firmare con la major. Successe tutto in un attimo e posso dire con orgoglio di essere stata la prima artista in assoluto nel mondo ad uscire su Dance Pool. Il brano era “Gimme Some”, scritto da me e dai miei produttori. Facemmo cinque versioni ed una di queste ebbe una buona risposta negli States e in Scandinavia, territorio quest’ultimo per cui la Sony commissionò anche due nuovi remix ad una coppia di DJ. In occasione dell’uscita del singolo, la Sony mi presentò in un video al Midem di Cannes come la prima artista Dance Pool. Per questioni contrattuali però mi imposero di cambiare nome ed optai per quello di mia nonna, Louise Hamilton, pseudonimo con cui registrai altri dischi tra cui “Iko Iko” coi Cut Patrol (un gruppo di DJ di RTL 102.5 capitanato dall’amico Massimo Alberti), licenziato in mezzo mondo. A poco meno di un mese dall’uscita entrò nella classifica francese e nelle chart di alcuni Paesi del sud-est asiatico ottenendo il disco d’oro. Si trattava di un medley ma alcune parti le scrissi anche io. Per poterlo pubblicare fu necessaria una montagna di permessi! Poi fu la volta del remix, altrettanto fortunato, per il quale ho potuto usare il nome Amy Charles. Tornai da un viaggio in Thailandia coi dischi stampati lì e persino con una cover del brano interpretato da una cantante che mi imitava perfettamente. Sempre coi Cut Patrol realizzai il remake di “Save A Prayer” dei Duran Duran, che erano i miei idoli e che dopo alcuni anni ebbi il piacere di conoscere (sono ancora in contatto con Simon Le Bon!). Ottimi riscontri giunsero pure da “Love Of The Common People” del 1997. Tantissimi gli aneddoti legati a quel periodo. Le sessioni in studio ad esempio, anche se impegnative, erano sempre divertenti. All’inizio i miei produttori, soprattutto Tramacere, mi dicevano di recitare quando cantavo, quindi oltre all’intonazione, all’intenzione e all’espressione, dovevo recitare proprio come se fossi a teatro. Questa cosa mi faceva ridere ma poi capii che era fondamentale. Giorgio mi ricordava sempre che chi ascoltava il disco mi “vedeva” comunque capendo lo stato d’animo assunto durante la registrazione. Ovviamente durante queste “recite” c’era da morir dal ridere. Non ho mai ricoperto ruolo di turnista, anche quando realizzavo backing vocal ero citata tra i credit, o almeno credo. Purtroppo non riuscivo a recuperare le copie di tutti i singoli stampati in ogni Paese. Tra le altre mie cose, segnalo pure “M.U.S.I.C.” e “Welcome To The Party” di B.B.M. (disco d’oro in Francia), “Feel The Fire” di Blaze, per cui scrissi le parole e cantai i cori (il brano fu realizzato appositamente per la compilation “Italian Dance” del 1996, nda) e “What A Happy Day” di Frisbie & The Football Stars, progetto internazionale nato come supporto all’UNICEF». Nonostante i buoni risultati ottenuti, Amy Charles sparisce dalle scene intorno al 1997. «Tornai in Galles nel 1993 per laurearmi in giurisprudenza, e dopo aver concluso gli studi ho continuato a scrivere, a cantare e a lavorare con la musica. Facevo la spola tra il Galles e l’Italia ed ogni volta che andavo in studio mi divertivo come una matta. Ho anche avuto la fortuna di lavorare con grandi professionisti e validi produttori ma una cosa che non dimenticherò mai riguarda i Metropolis Studios di Londra, dove sono passati Queen, Genesis, Michael Jackson, Rolling Stones e tanti altri. Registrare in quei mega studi ricavati nella vecchia stazione dei tram fu veramente il massimo. Nel 1997 rimasi incinta e a dicembre di quell’anno divenni mamma. Il mio ultimo lavoro fu “Love Of The Common People/Heart’ N’ Soul”, disco d’oro in Germania. In Italia fu presentato per la prima volta al Roxy Bar di Red Ronnie, e quella sera ero già incinta ma non lo sapeva nessuno. Negli anni successivi continuai comunque a scrivere e lavorare ma soltanto per le cose che mi piacevano veramente. Più che serate e concerti, oggi mi manca il lavoro in studio, l’attività creativa. Però, se dovessi tornare, preferirei restare dietro le quinte lasciando “recitare” altre cantanti».

Simona TagliSimona Tagli
Attiva in tv sin dalla fine degli anni Ottanta, Simona Tagli conquista ruoli più ampi quando diventa valletta a Domenica In, nel 1991, ed entra nel cast di Piacere Raiuno, nel 1992. Proprio nel 1992 l’etichetta Pull pubblica il suo singolo “Uhmm Bellissimo” in cui piano (hip) house imitativa di hit italiane come Double You o Stefano Secchi ed un riff di tastiere che strizza l’occhio ad “Happy Children” di P. Lion, fa da contorno a liriche in lingua italiana con qualche sprazzo di inglese buttato lì a caso (il “jack your body” che pare più un check your body, “move your body”, e l’immancabile “hey, come on”). Il brano, pare nato come riadattamento di “You Got Me” di Iribe Kossa prodotta l’anno prima da Miki Chieregato, finisce nella “Fiky-Fiky Compilation” stampata anche su vinile e che vende, secondo quanto riportato da un articolo su Discotec dell’ottobre 1992, oltre 100.000 copie. La Tagli torna alla musica nel 2002 incidendo per l’Azzurra Music l’album “Ti Amo” in cui presenziano varie cover di classiche canzoni d’amore.

Robbie AnicetoRobbie Aniceto
Coinvolto in numerose trasmissioni televisive come opinionista nella crociata anti droga, il DJ Robbie Aniceto debutta in discografia nel 1992 col singolo “Skin 1938” pubblicato dalla Technology (gruppo Discomagic). Il pezzo appartiene al “filone demenziale” a cui il giornalista Roberto Piccinelli dedica un articolo durante l’autunno di quell’anno facendo riferimento alla neo figura del “comic DJ”, «che deve far impazzire il pubblico intervallando musiche con battute al fulmicotone, come fanno Enzo Persueder, Umberto Benotto, Mandrillo e il salernitano Robbie Aniceto, che dopo aver movimentato l’estate con la sua chiacchieratissima versione techno (!?, nda) di “Faccetta Nera” di mussoliniana memoria, lancia un incredibile remix di “Bandiera Rossa” dando vita al nuovo genere politico-demenziale». A “Skin 1938” segue “Avanti Italia & Uniti Per Un’ Italia Sola”, sempre su Technology, mentre “No-Naja-No”, del 1994, viene descritto come “primo Inno ufficiale contro il servizio militare”. Al disco viene allegata addirittura una cartolina per istituire un referendum sull’abrogazione della leva. Del 1999 è invece “Ave Maria Dance” col featuring della pornostar Jessica Rizzo, ironicamente definita nelle note di copertina “la vera Vergine del 2000”. Come descritto in questo articolo del 22 luglio ’99, «il videoclip della disco-version dell’Ave Maria di Schubert vede Aniceto nelle vesti di un Gesù coatto e proletario, col piccone al posto della croce, e la Rizzo in nudo integrale per impersonare una Madonna anticonvenzionale». La collaborazione con la pornodiva prosegue nel 2003 con “Sex! No War!”.

Felice CaccamoTeo Teocoli
Felice Caccamo è il personaggio inventato da Teo Teocoli, un giornalista sportivo napoletano che diventa presenza consueta in Mai Dire Gol della Gialappa’s Band. Nel 1993 il suo tormentone ‘gira la palla, gira la palla’ viene trasformato in un pezzo “dance demenziale” da Molella, Phil Jay ed Albertino per la milanese Bull & Butcher Recordings (gruppo F.M.A.). Sound engineer è invece Miki Chieregato.

Fanny CadeoFanny Cadeo
All’anagrafe è Stefania ma il mondo dello spettacolo la conosce come Fanny. Dal 1992 al 1994 è velina per Striscia La Notizia e conquista presto il pubblico maschile col fisico da maggiorata. Debutta discograficamente nel 1993 sulla Out (gruppo Discomagic di Severo Lombardoni) con “Mambo Italiano”, cover dell’omonimo di Rosemary Clooney uscito nel lontano 1954. Il doppio mix è racchiuso in una copertina che si sofferma sulle forme della cantante. Diverse le versioni, realizzate da Joe T. Vannelli e Mr. Marvin. La collaborazione con Lombardoni prosegue con “Mia Bocca” ed “Another Chance”, entrambi del 1993 e firmati rispettivamente Fanni Connection e Fanny. Su alcune compilation finisce “Everybody Move”. Si presume sia sempre lei la Fanny che affianca MC & Co (ossia Cristiano Malgioglio) nelle cover di “What Is Love” e “Je T’aime ..Moi Non Plus”. Nel 1994 è tempo di un altro doppio mix, quello di “Pècame”. Musica da luna park con vocalizzi sensuali in stile “Animalaction”, una hit di quell’anno firmata dai Paraje, e qualche evidente assonanza con “You Got Me Burnin’ Up” di Mephisto. Le versioni per i club sono curate ancora da Vannelli e Mr. Marvin, e in una c’è lo zampino di Philippe Renault Jr., volto noto di Match Music. Esce anche un picture disc per la gioia di chi vuole guardare e non solo ascoltare, come accade già anni prima con Samantha Fox o Sabrina Salerno. Finisce su Do It Yourself invece “I Want Your Love” del 1994, cover eurodance del brano omonimo di Lee Marrow Feat. Charme uscito nel 1992. Produttori sono gli M2 ossia Max Moroldo e Gianluca Mensi, che l’anno dopo ripresentano il brano attraverso il Summer Mix che insegue senza mezze misure lo stile dei tedeschi Jam & Spoon. Ispirata dalla dance teutonica dei tempi è anche la Love Train R-Mix di Bruno Guerrini, mentre la versione house destinata ai club è realizzata dai Kamasutra (Alex Neri e Marco Baroni). Nel 1995 la Cadeo inizia a lavorare nel mondo del cinema ed accantona la musica. Ritorna nel 2000 su Nitelite Records ed ancora prodotta da Moroldo con “Living In The Night”, mix tra i Soundlovers e Gigi D’Agostino che passa inosservato.

GhislandiPietro Ghislandi
Emerso come ventriloquo in Fantastico 7 (1986/1987), Ghislandi lavora come attore in vari film e spot pubblicitari. Reduce dalle partecipazioni in Mutande Pazze di Roberto D’Agostino ed Anni 90 di Enrico Oldoini, nel 1993 incide “Tangent Dance” per la Mega Records, la stessa che in quel periodo pubblica i dischi dei Niu’ Tennici come “Affitta Una Ferrari” ed “Italia Nice”. Il singolo, che ironizza sulla maxi inchiesta Mani Pulite, viene promosso dal Tangent Tour e vince il Festival Della Satira In Note di Ascoli Piceno. Come si legge in questo articolo apparso su La Repubblica il 29 luglio 1993, «il brano, molto orecchiabile, è stato eseguito dall’autore vestito con la casacca a strisce dei detenuti e con una palla al piede, proprio come nelle migliori tradizioni carcerarie». Di Ghislandi resta anche un album intitolato “Pota Dance” edito nel 2003.

Pino CampagnaPino Campagna
Tangentopoli ispira ancora: oltre a “Tangent Dance” di Pietro Ghislandi, il 1993 vede l’uscita di un altro brano di “dance satirica” dedicato allo squallore emerso con Mani Pulite. Trattasi di “Di Pietro Let’s Go”, pubblicato dalla Dig It International, arrangiato da Riccardo Gnerucci e mixato da David Sabiu e dal compianto Elvio Pieri. Autore? Pino Campagna, comico e cabarettista foggiano diventato noto nei primi anni Duemila partecipando a Zelig Circus col personaggio Papy Ultras. Per ovvi motivi il pezzo non ha pretese stilistiche, e tra liriche da stadio tipo “chi non salta un inquisito è”, “scusi senatore per andare a San Vittore”, ed incitamenti nei confronti di Antonio Di Pietro, protagonista nel pool Mani Pulite, “Antonio fai presto, mettili tutti al fresco”, si scopre anche la voce di un bambino che fa il verso a “Dur Dur D’être Bébé!” di Jordy. Sullo sfondo, per creare la giusta atmosfera, le sirene della polizia.

Giorgio BracardiGiorgio Bracardi
Fratello del musicista e attore Franco Bracardi, Giorgio Bracardi viene ricordato anche per Lucio Smentisco, uno degli innumerevoli personaggi creati dalla sua fantasia, inviato speciale di Striscia la Notizia e portavoce immaginario di Silvio Berlusconi. Nel 1993 la X-Energy Records pubblica “In Galera!”, riadattamento di “No Limit” dei 2 Unlimited a cura di Michele Violante e contenente il tormentone dello sketch. Sul lato b invece “Levate I Jeans”. Nel 1994 incide “Beccate Questa” per la Out, etichetta della Discomagic Records di Severo Lombardoni. Il disco viene prodotto da Miki Chieregato che oggi ricorda così quell’esperienza: «Negli anni Novanta il mio studio divenne famoso per il microfono “modello Bracardi”. Il grande Giorgio venne a registrare “Beccate Questa” spernacchiando nel brano in modo esilarante. Fu una delle mie registrazioni più difficili perché era veramente arduo non rimanere piegati dalle risate. Quando poi si seppe in giro, chi veniva in studio per registrare parti vocali mi chiedeva ragguagli sul microfono temendo che fosse proprio quello usato da Bracardi. Per molto tempo dovetti spiegare che per la registrazione della “voce” di Giorgio il microfono fu coperto con due paia di calzini. Puliti ovviamente!».

Naomi CampbellNaomi Campbell
Diventata famosissima negli anni Novanta, la “Venere nera” è stata una delle top model più pagate. Registra qualche apparizione in tv ne I Robinson e in Willy, Il Principe Di Bel Air accanto a Willy Smith, e debutta al cinema nel 1991 col film Cool As Ice in cui figura il brano “Cool As Ice (Everybody Get Loose)” che interpreta insieme al rapper Vanilla Ice. Il suo primo singolo da solista è comunque “Love And Tears” del 1994, pubblicato dalla Epic. A produrlo Gavin Friday e il DJ Tim Simenon (quello di “Beat Dis” di Bomb The Bass). Il brano è estratto dall’album “Babywoman” (inciso su CD e Minidisc ma stranamente non su vinile) da cui viene prelevato il seguente “I Want To Live” che entra nelle discoteche grazie ai remix di Ben Liebrand, The Beatmasters e Junior Vasquez.

Justine MatteraJustine Mattera
Nasce a New York da una famiglia di origini italiane e nel 1994 si trasferisce a Firenze. Quell’anno il debutto discografico sulla UMM del gruppo Flying Records, “Want Me, Love Me”, prodotta dai Fathers Of Sound (Gianni Bini e Fulvio Perniola). È un disco pensato per i club, fatto di house scura, con suoni dub e ritmiche in evidenza, con la voce usata a mo’ di ricamo per unire le parti. Il cognome dell’interprete, come tradizione vuole, viene omesso. La collaborazione con Bini e Perniola e la UMM prosegue e nel 1995 esce “Be Sexy”, sulla falsariga del primo. Impegnata come cubista in discoteca, viene notata da Joe T. Vannelli che la scrittura per il video di “Feel It (In The Air)” di JT Company, suo progetto di taglio pop dance. La bionda però presta solo l’immagine visto che i vocal femminili del brano sono della procace Barbara ‘Barby G.’ Glorioso. Va diversamente invece nel (meno fortunato) follow-up, “Baby Hold On”, pubblicato nell’autunno del 1995, dove la Mattera si divide il lavoro canoro e la copertina col compianto Greg Girigorie. Il debutto come solista, patrocinato da Vannelli, è quindi “All You Want Is Sex” su Dream Beat, nel 1996. I Fathers Of Sound vengono interpellati come remixer e le loro due versioni si sommano a quelle dello stesso Vannelli e dello svedese StoneBridge, ai tempi richiestissimo e all’apice della carriera. Daniele Gas dei Nylon Moon appronta ulteriori remix convogliati su DBX Records (la stessa di Robert Miles) perché stilisticamente affini al filone dream/progressive. Il follow-up è “Marilyn 2000”: l’italoamericana pare davvero la sosia di Marilyn Monroe. È sempre sua la voce che si sente nel remix che Vannelli realizza sia per la “La Bella Vita Baby” (colonna sonora dello spot del Martini), sia per “Assassin” (ancora su UMM). Dopo aver notato la somiglianza con la Monroe, Paolo Limiti la vuole come showgirl nel programma televisivo Ci Vediamo In Tv. I due convolano a nozze nel 2000 ma si separano appena due anni più tardi. Proprio nel 2000 la Mattera torna con “Bidibodi”, sempre prodotto da Vannelli ma in chiave italodance. Ormai inserita a tutti gli effetti nel mondo televisivo, dirada l’attività musicale pur trovando il tempo di affiancare Vannelli nella conduzione di Slave To The Rhythm su Radio DeeJay (dal 2003). “Take Me Baby” del 2004 e “It’s Gotta Be Big” (come featuring per l’onnipresente Vannelli) del 2011 sono le sue ultime apparizioni discografiche.

Marco MilanoMarco Milano
Attore e cabarettista, Marco Milano diventa popolare negli anni Novanta partecipando ai programmi televisivi Mai dire… della Gialappa’s Band dove approda interpretando il personaggio Elenio Mandi, giornalista friulano pioniere delle interviste d’assalto. Nel 1994 Fulvio Zafret, Sergio Portaluri e Claudio Zennaro lo conducono nella dance con “Mandi Mandi (Sei Bellissima, Simpaticissima)” edito dalla Plastika (gruppo Expanded Music), riciclando i suoni di una hit di quell’estate prodotta proprio da Zafret e Portaluri per la stessa etichetta, “Pupunanny” di Afrika Bambaataa. Ci riprova l’anno seguente con “I-Taglia-Nissimi” in cui ha il sopravvento il tocco di Zennaro che si rifà alle sue maggiori hit del periodo (Einstein Doctor DJ, Mo-Do).

Anna FalchiAnna Falchi
Attrice, modella e showgirl nata in Finlandia e naturalizzata italiana, nel 1995 la Falchi conduce il Festival Di Sanremo al fianco di Pippo Baudo e Claudia Koll. L’occasione è ghiotta per farle incidere un brano e così quell’anno la milanese Dig It International pubblica “Pium Paum (Vipula Vapula)” in cui la Falchi recita una filastrocca finlandese su una base scopiazzata da “Sing, Oh!” di Marvellous Melodicos uscita nel 1994. A produrre sono Roberto Baldi, Pierpaolo Peroni e Nicola Savino, quest’ultimo ricordato per aver realizzato la cover (in Italia vergognosamente spacciata per techno) di “Pinocchio” di Fiorenzo Carpi un paio di anni prima.

enzo iacchettiEnzo Iacchetti
Consolidato volto di Striscia La Notizia, Enzo Iacchetti è tra i personaggi più popolari del piccolo schermo nostrano. Il primo singolo lo incide nel 1971 insieme ad Alberto Girardi ed Antonio Albertini coi quali forma il trio cabarettistico dei Tuicc. Il primo album a suo nome invece, “Quando C’è La Salute”, risale al 1983, ma il pezzo che lo fa entrare di diritto in questa gallery è “Pippa Di Meno”, originariamente incluso nell’LP “Canzoni Bonsai” del 1991 ma estratto come singolo solo nel 1995, quando la WEA pubblica una versione dance che il comico porta sul palco del Festivalbar. Artefice del riadattamento è Albertino, ai tempi autentico faro del maranzismo danzereccio italiano.

roberto-da-cremaRoberto Da Crema
Pioniere delle televendite in Italia, Roberto Da Crema detto “Il Baffo” diventa simbolo di una conduzione personalizzata fatta di voce alta, respirazione affannosa, pugni sui tavoli e, come ricorda Wikipedia, maltrattamento degli oggetti reclamizzati per provarne la (presunta) indistruttibilità. Nel 1995 la Extreme Records del gruppo Energy Production pubblica il suo disco, un mix 12″ intitolato “Vendo (Parola Di Baffo)”. Nel team di produzione c’è Ugo Bolzoni che oggi racconta: «Ai tempi collaboravo in studio col produttore Matteo Bonsanto che aveva già maturato molte esperienze nel mondo della musica dance. Per l’occasione intendeva realizzare una sigla per Roberto da utilizzare in televisione nei suoi spazi pubblicitari, intuendo un buon business derivabile dai diritti d’autore. In quel periodo ero preso, insieme a Giovanni Bianchi, dal disco di una cantante dance messa sotto contratto dalla Sony, Donna J, ma Bonsanto ci propose di dedicarci al progetto di Roberto la domenica, giorno in cui eravamo liberi dagli altri impegni. Il brano non spiccava certamente per idee innovative, suoni e riff ricercati, non aveva alcuna ambizione stilistica. Così una domenica Bonsanto venne in studio insieme a Roberto che si rivelò subito simpatico e modesto. Ci divertimmo tantissimo a registrare la sua voce, dal vivo è esattamente come appare nelle televendite, e così decidemmo di esaltare tale caratteristica facendogli fare quanti più respiri possibili. Una volta terminato, proponemmo il progetto alla Energy Production che forse intravide un possibile business. Per sommi capi l’idea poteva assomigliare ad un successo di qualche anno prima, “C’è Da Spostare Una Macchina” di Francesco Salvi (o “Faccia Da Pirla” di Charlie, nda). Roberto era un personaggio molto popolare che, col suo respiro affannoso ed esagerato, avrebbe potuto far sorridere anche in discoteca. Conservo ancora una copia del 12″, come del resto avviene per tutte le mie produzioni. Lo registrammo con un 24 piste analogico ed un banco della Amek nel retro di uno storico negozio di strumenti musicali, il Music Store di Gorlago, che insieme a Lucky Music di Milano era tra i più grossi del nord Italia. Quella zona, tra Bergamo e Brescia, era particolarmente ricca di studi di registrazione e di etichette, basti pensare alla Time o alla Media Records giusto per citarne due tra le più famose. Sono particolarmente legato al Music Store visto che rappresentò il mio primo ingaggio come tecnico del suono in uno studio. Purtroppo il negozio oggi non esiste più perché Mauro, il proprietario nonché mio grande amico, è morto e la moglie Silvia non se l’è sentita di portare avanti l’attività. Economicamente parlando, il disco di Roberto non fruttò niente a nessuno. Pur essendo depositato correttamente in SIAE, a noi autori non è mai arrivato nulla, neanche un centesimo, ed infatti ci siamo sempre chiesti dove siano andati a finire i soldi pagati dalle televisioni. Pertanto non ho proprio idea di quante copie abbia venduto. Guardando il disco però ci si accorge che c’è qualcosa che non va: sotto il titolo del brano non compaiono, come solitamente avviene, i nomi degli autori. Ai tempi ci fidavamo del produttore che faceva da tramite con l’etichetta e, forse, intervenne qualcosa non chiara che non ha reso possibile la rendicontazione. Insomma, la classica ingenuità dei principianti. Comunque sia andata fu un’esperienza che oggi ricordo con molto piacere».
In quegli anni Bolzoni è attivo su svariate etichette tra cui la Italian Style Production del gruppo Time con progetti come Andromeda, Rock House (“Let Me Down” gira sul sample di “Money For Nothing” dei Dire Straits), X-Ray ed Hyppocampus: «Nel 1990 vinsi un concorso nazionale indetto dalla Stile Libero in collaborazione con la Virgin, stamparono un CD di musica new age che includeva anche una mia canzone e pensai a come trasformare quello che era un semplice hobby in un lavoro. Ai tempi scrivevo musica ma senza seguire particolari correnti stilistiche, ma per guadagnare velocemente del denaro e restare nel settore c’era una sola cosa da fare, la musica dance. Disponevo di un computer Atari ST-1040, molto diffuso negli studi di registrazione, un campionatore Akai S3200, un E-mu Proteus, una batteria Roland a rack ed un mixer giocattolo, un Boss a 16 canali. Buttavo giù le idee, riversavo su DAT e rompevo le scatole alle etichette. La prima che contattai fu la Time, perché ai tempi aveva uno studio-succursale a Padova gestito da Valter Cremonini. Presi appuntamento e gli feci ascoltare alcuni pezzi. Mi disse che avevo buone idee ma che erano strutturate male, e lì mi cadde il mondo addosso perché, dopo aver vinto quel fatidico concorso, ero convinto di sapere già come funzionasse la dance. Cremonini mi diede quindi un pacco di dischi (della Time) da ascoltare e mi consigliò di seguire il DeeJay Time di Albertino. Con quelle basi avrei dovuto creare brani nuovi. Tornai dopo un mese con pezzi inediti e ricevetti i primi assensi. Giacomo Maiolini era tra i discografici più generosi dei tempi, usava dare un anticipo in contanti prima della vendita del disco, e così con Time incisi circa una decina di mix. Uno di quelli era Rock House, nato in un periodo in cui in circolazione c’erano molti brani dance col sample di una canzone rock famosa, uno su tutti “Open Your Mind” degli U.S.U.R.A. (pubblicato proprio dalla Time) che rileggeva “New Gold Dream” dei Simple Minds. A loro andò veramente bene, raggiunsero la settima posizione nel Regno Unito e vendettero una marea di dischi. In Time conobbi Claudio Varola, che faceva parte del team degli U.S.U.R.A.: era un DJ che fu piazzato nello studio per inventare canzoni e a quanto sapessi io non conosceva praticamente nulla della teoria musicale ma era un istintivo ed aveva molte idee. Una di quelle, qualche mese dopo, si trasformò in “Open Your Mind”. Inizialmente arrivava in studio cavalcando una bicicletta ma poi, coi soldi guadagnati da quel disco, veniva a bordo di una Harley-Davidson. Ricordo pure che si comprò un aereo o un elicottero telecomandato, e che dotò lo studio di una serie di attrezzi ginnici per il tempo libero. Ai tempi una hit poteva per davvero cambiare economicamente la tua vita, e Claudio fu bravo perché riuscì a gestire molte altre produzioni. Quando portai Rock House a Maiolini la sua reazione fu molto forte, più incisiva rispetto alle altre volte. Pur essendo un brano semplice e senza particolari velleità artistiche, dopo due minuti che suonava nell’ufficio piombarono altri DJ che chiesero se fosse già uscito o una proposta. Lui allora, senza batter ciglio, firmò il contratto ma il mixaggio finale fu realizzato negli studi Time. Il brano quindi fu firmato anche da Cremonini e da un’altro collaboratore, Alex Gilardi. Quella era una prassi consolidata: quando si accorgevano che nel brano c’erano potenzialità più elevate, firmavano pure loro. Tutto sommato fornivano qualche dritta ed aggiungevano qualche suono che poteva fare la differenza, rendendo il prodotto più forte, e ciò portava ad optare per la “condivisione” dei punti autoriali. In Italia Rock House vendette tra le 5000 e le 6000 copie, non moltissimo. Una sera mi chiamò Cremonini dicendomi che era in ballo una licenza all’estero che avrebbe potuto trasformarlo in una hit ma purtroppo alla fine non se ne fece niente perché una label inglese aveva già avuto un’idea molto simile. Nella musica bisogna avere anche tanta fortuna, quella che ebbero i citati U.S.U.R.A. qualche mese prima. Furono invitati a Top Of The Pops, a Londra, e Varola mi disse che una volta scesi dall’aereo ad attenderli c’era una folla incredibile di fan ad attenderli. Insomma, gli inglesi impazzirono per la loro versione di “New Gold Dream” ma bisogna riconoscere che pure il sound era davvero particolare. Vivevo a Rovigo e nel mio micro studio realizzavo circa 4/5 brani al mese in almeno 3 versioni diverse, per accontentare le esigenze del mercato dei mix. Una volta pronte facevo il giro delle etichette, dando priorità alla Time e poi recandomi a Milano. Talvolta capitava che qualcuno bocciasse un pezzo dopo appena cinque secondi mentre ad altri andava a genio. Alla Dig It International offrivo quelli “da domenica pomeriggio”, alla Energy Production i più particolari, magari con un tema vocale o con accordi studiati che alla Dig It non avrebbero neppure ascoltato. È comunque difficile stabilire esattamente quanto abbiano venduto perché i rendiconti arrivavano sempre a singhiozzo. “Don’t Stop The Motion” di Andromeda (su Italian Style Production della Time) vendette circa 6000 copie, “Morpheus” di Morpheus (sulla Domino Record della Dig It International) venne licenziato in Spagna. Non si trattò di successi ma dischi che comunque mi permisero di comprare nuovi strumenti ed implementare lo studio».
Nel 1996 Bolzoni mette mano anche a vecchi successi di Sabrina Salerno destinati alla RTI Music di Silvio Berlusconi: «Fu sempre Bonsanto a proporci il lavoro. Ci mandarono le tracce originali su bobina che passammo in digitale. Sabrina era una bomba sexy, credo si fosse ispirata ad un’altra star prosperosa della musica degli anni Ottanta, Samantha Fox. Una consuetudine tipica delle label italiane era cercare di replicare ciò che funzionava all’estero per adattarlo ai gusti nazionali».
Tra 1996 e 1997 Bolzoni lavora anche ai primi due album di Mikimix, il futuro Caparezza, ma non ottenendo gli stessi responsi dei lavori che il rapper pugliese incide nel nuovo millennio. «Ricordo Michele come un ragazzo di grande intelligenza e caparbietà. Poco più che ventenne lasciò Molfetta per trasferirsi a Milano e bussava tutti i giorni alle porte di etichette ed editori sino a trovare un simpatizzante, la Sony, che prese in considerazione i suoi provini, molto elementari e realizzati in maniera davvero casalinga. Tra le righe dei suoi pezzi sentii immediatamente il sound a cui si ispirava ai tempi, quello dei De La Soul. La Sony chiese dunque a Bonsanto di trovare un team e realizzare l’album. Le idee c’erano ma non erano state sviluppate a dovere. Noi cercammo di ordinarle e dare un taglio ma pilotati dalla casa discografica, e la Sony allora si ispirava ad Articolo 31, Jovanotti e B-Nario, rap patinato tipicamente italiano, non certamente l’hip hop/R&B americano. Michele provò la strada di Sanremo Giovani ma il primo anno fu bocciato. Andò meglio il seguente ed io fui particolarmente entusiasta perché in giuria c’era Giorgio Moroder. Però Salvemini era osteggiato e nessuno di noi capiva bene il perché. Pare che i rapper italiani nutrissero rancore nei suoi confronti perché andò a Sanremo senza fare la tipica gavetta, ed inoltre faceva rap senza mai aver frequentato i locali o le posse. Credo che, comprensibilmente, lui soffrisse per tutto questo. Voleva appartenere a quel mondo, era giovane, aveva trovato supporto nella Sony, perché avrebbe dovuto rinunciare a partecipare a Sanremo? C’è anche da dire che l’etichetta lo volle “cambiare” un po’ troppo, a partire dalla voce che doveva assomigliare a quella di un cantante e non di un rapper, al look studiato a tavolino, coi capelli rasati ed abbigliamento oversize. In altre parole fu snaturato. Tuttavia nel 1997 in Francia vendemmo ben 120.000 copie del singolo “E La Notte Se Ne Va”, ed eravamo secondi in classifica. In Italia invece non avvenne nulla. La Sony francese ci chiese un nuovo album ma incomprensioni con la Sony italiana non resero possibile la realizzazione. Poi Michele riuscì a rescindere il contratto trovando una nuova etichetta, la romana Extra legata ai tempi alla Virgin, che nel 2000 gli permise di incidere un nuovo album, intitolato “?!” e il primo firmato come Caparezza, esattamente come lo desiderava lui, cosa che purtroppo a noi fu impedita. Ora è maturato tantissimo, è più personale e profondo e si merita tutto il successo perché è un grande talento completamente dedito alla musica. Ritengo che la sua esplosione a livello nazionale avvenne più o meno contemporaneamente all’affermazione di Eminem, con l’album “The Marshall Mathers”. La somiglianza con la voce nasale del rapper americano lo aiutò a farsi spazio qui in Italia dove invece quella caratteristica, anni prima, venne volutamente mascherata. Ma in Sony c’erano tante cose che non funzionavano. Per “La Mia Buona Stella”, secondo album di Mikimix, la Sony mise a disposizione venti milioni di lire mentre lo stesso anno stanziò ben altro budget solo per la partitura di violini destinata a “Ci Chiamano Bambine”, l’album di debutto di Paola & Chiara. Inoltre correva voce che non seguì una promozione adeguata e non furono gestiti bene neppure i passaggi radiofonici. Andò male anche alla Oxa che, fortemente irritata, citò la Sony in causa proprio per la negligenza che vanificò il suo lavoro».

Carla LiottoCarla Liotto
Dopo qualche concorso di bellezza e le solite foto osè, dal 1994 la ventenne Carla Liotto inizia a frequentare il Maurizio Costanzo Show dichiarando di essere in cerca di un miliardario da sposare. Anni dopo convolerà a nozze con Marco Simone, calciatore del Milan. La casa discografica bresciana Farm di Gabriele Del Barba tenta di sfruttare la sua crescente popolarità televisiva e le offre un contratto discografico che si concretizza nel 1995 col singolo “Freddo”, posizionato tra europop e movenze reggae. A produrre sono Francesco Terrana e Marco Maccari alias Simon & Ciccio, già su Whole Records per “How Deep Is Your Love” ed “I Say A Little Prayer” di David Michael Johnson. In quello stesso periodo Terrana e Maccari si occupano di un altro volto della televisione italiana, Terry Schiavo, col brano “Portami Lontano”.

SelenSelen
Delle varie pornostar prese in considerazione su questa pagina, Luce Caponegro alias Selen è forse quella che musicalmente raggiunge l’impatto mediatico minore. Il debutto discografico risale al 1996 quando la OnGoing, etichetta del gruppo modenese Ala Bianca, pubblica il singolo “Lady Of The Night”. Tra gli autori ci sono Enrico Galli e Luca Belloni (qualche anno dopo nel team dei Mash) e Roberto ‘Long Leg’ Sartarelli, DJ che incide parecchia musica tra cui la hit “Move Me Up” di X-Static, insieme ai fratelli Visnadi. «Mi contattò il compianto Jean Luc Dorn, al tempo manager di Ala Bianca e con cui ebbi un ottimo rapporto professionale. Mi chiese di remixare il brano di Selen ma non svelandomi da chi fosse partita l’idea o chi avesse sviluppato la prima versione del pezzo» racconta oggi Sartarelli. «Aggiunse anche che l’aveva cantato proprio lei e quindi la voce doveva rimanere la sua. A disposizione avevo solo un ritornello ma per un pezzo dance poteva essere sufficiente».”Lady Of The Night” risente dell’influenza dream, quell’anno sdoganata a livello internazionale da Robert Miles. A differenza di “Children” o “Fable” però qui c’è anche una parte cantata, forse pensata per attecchire maggiormente nel pop, sommata a citazioni melodiche à la DJ Panda o Rexanthony. Il 12″ ha oltrepassato i 100 euro di quotazione aiutato dal formato picture disc, particolarmente amato dai collezionisti. «Non ho mai saputo quante copie vendette ma il fatto che oggi valga così tanto qualche indicazione potrebbe darla» conclude Sartarelli. Abbandonato il mondo dell’hard, per un periodo la Caponegro si reinventa come DJ (incidendo il brano “The Star Of The Night” nel 2009), attività che poi lascia per dedicarsi, come lei stessa dichiara in un post del 26 agosto 2013, ad un centro benessere, estetico ed olistico.

Rebecca ReamRebecca Ream
Accanto a Walter Nudo nella conduzione del programma di Italia 1 Colpo Di Fulmine nella stagione 1998/1999, Rececca Ream è una modella americana (nata a Los Angeles) naturalizzata italiana. Proprio nel 1998 incide il brano “Imagination” per la milanese Nitelite Records (gruppo Do It Yourself), fatto di italodance scandita da un refrain eseguito con la fisarmonica ed una parte vocale che mostra più di qualche incertezza ed imperfezione. A produrre il brano è la coppia Molella-Phil Jay che ricicla i suoni adoperati per i Soundlovers esplosi anche in Italia nell’autunno di quell’anno con “Surrender”. A causa del calo di ascolti Colpo Di Fulmine chiude i battenti. Della Ream restano altri due brani intitolati “Feels Like Gonna Rain” e “Put A Smile On Your Lips” che la Do It Yourself inserisce in un cd sampler ad inizio 1998 e che, da quanto si evince dalle note in copertina, pensava di pubblicare a marzo pronosticando pure un album.

Alessandro PreziosiAlessandro Preziosi
Estate 1998: la DJ Way, etichetta discografica legata all’azienda napoletana di componentistica elettronica Lampitelli, pubblica il 12″ (distribuito dall’allora giovanissima Global Net) di un certo Alex Preziosi (El Tongoneo II), apparso due anni prima nel programma tv di Paolo Bonolis Beato Tra Le Donne. È musica latino americana pensata per i villaggi turistici, con qualche spunto house portato da vari collaboratori che prendono parte alla produzione come il venezuelano DJ Gordo, Luis Tineo e Norty Cotto. Dopo la laurea in giurisprudenza ed esperienze nel mondo teatrale e televisivo, Preziosi si lancia quindi in un mondo totalmente nuovo incoraggiato da Francesco Lampitelli. Da quanto si apprende leggendo un articolo apparso allora su un magazine, il mix avrebbe dovuto anticipare l’uscita di un CD. «Ci fu chiesto di spingere questo disco ma la perplessità dei negozi era davvero tanta» racconta oggi Daniele Tramontano, ai tempi addetto alle vendite della citata Global Net. «I resi di quel mix furono davvero svariati, ed anche se Preziosi fosse stato più famoso non credo avrebbe fatto la differenza a livello di vendite. A decretare il bello e il cattivo tempo nel mercato discografico erano i negozi di dischi e Radio DeeJay. Oggi invece un tronista può vendere tanto in virtù della sola popolarità». Il disco passa del tutto inosservato ma l’autore si rifà con gli interessi già l’anno successivo quando entra nel cast della soap di Canale 5 Vivere, raggiungendo poi la massima popolarità nei primi anni Duemila interpretando Fabrizio Ristori in Elisa di Rivombrosa.

Luca E PaoloLuca E Paolo
Il personaggio di Mimmo Amerelli, un DJ coinvolto in operazioni illecite, nasce dalla fantasia dei cabarettisti Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu ai tempi impegnati nel programma televisivo Ciro, il Figlio di Target, trasmesso da Italia 1. “Alla Consolle”, dell’estate 1999, porta nelle discoteche i loro sketch facendo leva su una base italodance (di quelle più cheesy in assoluto) in cui fa capolino il kick distorto tipico della musica hardcore. La produzione reca la firma di Maurizio Molella e Filippo ‘Phil Jay’ Carmeni e si inserisce in scia ai successi da loro realizzati in quel periodo per i Soundlovers. Secondo un articolo pubblicato ai tempi pare furono proprio Molella e Carmeni a contattare i due comici “per trasformare la spiritosa gag televisiva in un disco altrettanto divertente”. Qualche anno prima Carmeni si fa notare con brani eccentricamente dissacratori in lingua italiana come “Sopportare…”, “Arrivarriva” e “E Non Finisce Qui”, firmati con lo pseudonimo Z100 e che per stile potrebbero essere considerati un’anticipazione di quel che poi viene sviluppato nel progetto Mimmo Amerelli, un filone oggi riportato in vita da Fabio Rovazzi e dalla sua “nonsense dance 2.0” legata pure alla danza gestuale così come avvenne con “Saturday Night” di Whigfield o ancora prima con “Gioca Jouer” di Claudio Cecchetto. Il “brand” Luca E Paolo viene rispolverato nel 2002 col singolo “Buonasera Dottore”, cover dell’omonimo scritto da Paolo Limiti, musicato da Shel Shapiro ed interpretato da Claudia Mori nel 1974. Ad arrangiare la nuova versione, scelta per lo spot Telecom e con un video in cui presenzia Alessia Marcuzzi, sono Stefano Mattara e Ricky Stecca.

Nina MoricNina Moric
Modella e showgirl croata ricordata dai rotocalchi più per essere stata la moglie di Fabrizio Corona che per suoi i trascorsi lavorativi nel campo della moda, nel 1999 partecipa al video di “Livin’ La Vida Loca” di Ricky Martin che le fa guadagnare notorietà a livello internazionale. L’anno dopo incide “Star”, italodance ispirata ad “Hablame Luna” di Basic Connection del 1997. A produrre il disco è Joe T. Vannelli sulla sua Muzic Without Control Records, forse speranzoso di fare della Moric una nuova Justine Mattera. A tirar su qualche soldo sono oggi i seller attivi su Discogs, che fissano il prezzo del vinile sino a 50 euro.

I Fichi D'IndiaI Fichi D’India
Duo comico formato da Bruno Arena e Massimiliano Cavallari nel 1989, i Fichi D’India diventano noti al grande pubblico grazie a trasmissioni radiofoniche e televisive. Nel 2000 uno dei loro sketch più noti viene riadattato per il mondo delle discoteche in “Tichitic & Ahrarara!”: a curare il progetto è Mario Fargetta.


Maurizio MoscaMaurizio Mosca

Il giornalista e conduttore televisivo / radiofonico, che nel 1983 suscita clamore per una presunta falsa intervista al brasiliano Zico pubblicata da La Gazzetta Dello Sport, finisce nel mondo della dance nel 2001. Ideato da Pietro Franchioli e Marco Pugno e musicato da Giorgio Vanni, Massimo Longhi e dallo stesso Franchioli, “Superbomba” nasce in versione latina e poi viene convertito all’italodance più pacchiana e rozza tipica delle prime annate del Duemila. Mosca, per l’occasione usato come featuring col fantomatico progetto The Fly, snocciola una serie di previsioni “bomba” ovviamente legate al mondo calcistico, del tipo “Shevchenko al Bordighera”, “Del Piero all’Alghero” o “l’Italia vincitrice dei Mondiali del 2002”. Il suo sbandierato ottimismo però si rivela infausto visto che da quel Campionato del Mondo gli Azzurri escono di scena ben presto, in coda alle mille polemiche per il discutibile arbitraggio di Byron Moreno. Non manca citazione del famoso “pendolino”, autentico tormentone del simpatico giornalista scomparso nel 2010. A pubblicare il disco in formato 12″ è l’italiana Fuse Records.

(Giosuè Impellizzeri)

Post scriptum: non è escluso che in futuro nuovi artisti ed inedite testimonianze possano aggiungersi all’indagine. Sarà nostra premura aggiornarla di volta in volta.

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Ivan Iusco e la Minus Habens Records: una rara anomalia italiana

Ivan_Iusco“Il Paese della pizza, pasta e mandolino” recita uno dei più vecchi luoghi comuni sull’Italia. Per certi versi è vero ma non bisogna dimenticare che più di qualcuno si è dato attivamente da fare per azzerare o almeno ridurre i soliti pregiudizi. Tra questi Ivan Iusco che alla fine degli anni Ottanta, appena diciassettenne, diventa produttore discografico e crea un’etichetta per musica completamente diversa da quella che il nostro mercato interno prediligeva. Un ribollire di elettronica intellettualista, ambient, dark, industrial, quella che qualche tempo dopo sarebbe stata raccolta sotto la dicitura IDM (acronimo di Intelligent Dance Music) o braindance. Questa era la Minus Habens dei primi anni di intrepida sperimentazione, di registrazioni su cassetta vendute per corrispondenza ed effettuate da artisti che quasi certamente qui da noi non avrebbero trovato molti discografici disposti ad incoraggiare e supportare la propria creatività. Se oltralpe l’IDM viene consacrato da realtà come Warp Records, Apollo, Rephlex e Planet Mu, in Italia la Minus Habens pare non temere rivali. Dalla sua sede a Bari, tra le città probabilmente meno adatte ad alimentare il mito della musica sperimentale, irradia a ritmo serrato la musica di un foltissimo roster artistico che annovera anche band statuarie come Front 242 e Front Line Assembly. Iusco poi nel 1992 vara una sublabel destinata ad incidere a fondo nel sottobosco produttivo dei tempi, la Disturbance, approdo per italiani “molto poco italiani” sul fronte stilistico (Doris Norton, X4U, The Kosmik Twins, Baby B, Monomorph, Astral Body, The Frustrated, Xyrex, Dynamic Wave, T.E.W., Iusco stesso nascosto dietro la sigla It) e lido altrettanto felice per esteri destinati a lasciare il segno, su tutti Aphex Twin, Speedy J ed Uwe Schmidt. I Minus Habens e i Disturbance di quegli anni rappresentano il lato oscuro dell’Italia elettronica, quella adorata e rispettata dagli appassionati e che si presta più che bene per la locuzione latina “nemo propheta in patria”. Nel corso del tempo nascono altri marchi (QBic Records, Lingua, Casaluna Productions, Noseless Records, Betaform Records) che servono a rimarcare nuove traiettorie inclini a trip hop, nu jazz, funk, downtempo e lounge in senso più ampio destinato alla cinematografia anche con episodi cantautorali a cui Minus Habens Records, ormai vicina al trentennale d’attività, ha legato stabilmente la sua immagine. Al contrario di quanto suggerisce il nome (i latini indicavano sarcasticamente minus habens chi fosse dotato di scarsa intelligenza), la label di Ivan Iusco «è rimasta in piedi per un arco di tempo incredibilmente lungo, in cui numerose altre esperienze discografiche indipendenti, anche prestigiose, sono nate, cresciute e decedute», come si legge nel libro “Minus Habens eXperYenZ” del 2012 curato da Alessandro Ludovico, co-fondatore insieme allo stesso Iusco della rivista Neural, magazine pubblicato per la prima volta a novembre 1993 e dedicato a realtà virtuali, tecnologia, fantascienza e musica elettronica. Un’altra di quelle atipiche quanto meravigliose anomalie italiane.

Come e quando scopri la musica elettronica?
La musica elettronica iniziò a sedurmi verso la metà degli anni Ottanta in un percorso che mi portò rapidamente dai Depeche Mode ai Kraftwerk verso i Tangerine Dream, mentre esploravo parallelamente territori più oscuri con l’ascolto di gruppi come Virgin Prunes, Christian Death e Bauhaus per arrivare alle sperimentazioni dei Current 93, Nurse With Wound, Coil, Laibach, Diamanda Galás, Einstürzende Neubauten, Steve Reich, Arvo Pärt, Salvatore Sciarrino e tantissimi altri. Galassie musicali che ho scandagliato a fondo ascoltando migliaia di produzioni sotterranee. Acquistai il mio primo synth all’età di sedici anni.

Come ti sei trasformato da appassionato in compositore?
Non ho mai considerato la musica una passione o un amore ma una ragione di vita, un’entità magica, indispensabile e salvifica. Quando da bambino ascoltai per la prima volta il tema della colonna sonora “Indagine Su Un Cittadino Al Di Sopra Di Ogni Sospetto” di Ennio Morricone rimasi letteralmente ipnotizzato. Avevo sei anni e quella musica scatenò un terremoto nella mia testa, infatti ricordo ancora con chiarezza dov’ero in quel momento e cosa indossavo. Sono anche certo che aver avuto una nonna pianista e compositrice, oggi 94enne, contribuì a porre la musica al centro di tutto.

La tua prima produzione fu “Big Mother In The Strain” dei Nightmare Lodge, inciso su cassetta nel 1987. Come fu realizzato quell’album?
Considero quel lavoro un’eruzione di idee nebulose, frutto della collaborazione con due amici: Beppe Mazzilli (voce) e Gianni Mantelli (basso elettrico). Non eravamo ancora maggiorenni ma intendevamo valicare barriere innanzitutto culturali. Il nostro approccio era piuttosto anarchico, pur essendo seriamente intenzionati a produrre qualcosa di concreto. Registrammo il nastro nell’estate del 1987 in un piccolissimo studio in una via malfamata di Bari. In quel locale c’era un registratore a quattro tracce, un microfono, due casse, un amplificatore e nient’altro, se non la foto della fidanzata tettona del fonico. Le registrazioni durarono una settimana. Noi portammo un sintetizzatore, un basso elettrico ed una serie di nostre sperimentazioni sonore su nastro effettuate nei mesi precedenti. Gli interventi vocali di Beppe furono registrati nella toilette dello studio, unico ambiente al riparo dal caos proveniente dalla strada. Pubblicai la cassetta nel dicembre del 1987, utilizzando per la prima volta il marchio Minus Habens, in una micro-edizione di cento copie vendute attraverso il passaparola ed una serie di annunci su fanzine specializzate, la via di mezzo fra gli attuali blog e i web magazine.

L’album dei Nightmare Lodge segna anche la nascita della Minus Habens Records, inizialmente una “ghost label” come tu stesso la definisci in questa intervista del marzo 1998. Come ti venne in mente di fondare un’etichetta discografica? Il nome si ispirava a qualcosa in particolare?
In primis l’obiettivo fu diffondere la mia musica ma subito dopo intuii la possibilità di far luce su alcuni artisti italiani e stranieri che meritavano decisamente più attenzione, così cominciai a pubblicare lavori inediti di Sigillum S, Gerstein e i primi album di Teho Teardo. I budget erano molto limitati: 500.000 lire per ogni pubblicazione su cassetta e circa 3.000.000 di lire per il vinile, denaro che agli inizi mi procurai attraverso piccoli prestiti e lavorando nello showroom di una nota clothing company europea. Ero così giovane da non potermi permettere una sede indipendente quindi trasformai una camera della casa dei miei genitori in “quartier generale”. Il nome Minus Habens per me rappresenta la condizione dell’uomo rispetto alla conoscenza: un orizzonte inarrivabile che lo rende eternamente affamato e che svela al tempo stesso l’immensità e forse l’irrilevanza di un percorso senza meta. Lo spazio incolmabile che separa l’uomo dalla conoscenza.

Minus Habens nasce a Bari, città che non compare su nessuna “mappa” quando si parla di un certo tipo di musica elettronica, e che non è neppure alimentata dal mito come Detroit, Chicago, Berlino o Londra. Come organizzasti il tuo lavoro lontano dai canonici punti nevralgici della discografia italiana, in un periodo in cui internet non esisteva ancora? Risiedere in Italia, e in particolare nel meridione, ha mai costituito un problema o impedimento?
Non saprei dire in che misura la mia città natale abbia contribuito al concepimento della Minus Habens. Sono quasi certo che il grande vuoto nell’ambito della musica elettronica offerto da Bari e più in generale dal meridione negli anni Ottanta mi aiutò a covare un sogno e ad avvertire fin da subito un senso di responsabilità, ponendomi davanti ad una missione molto ambiziosa: cambiare le cose. A quei tempi tutto era più lento e macchinoso, i rapporti di corrispondenza avvenivano solo e soltanto attraverso le poste. Giorni e giorni di attesa per il viaggio di lettere scritte a mano o a macchina e pacchi da e verso l’Italia e il mondo. Ma ne valeva la pena: tutto questo alimentava inconsapevolmente il desiderio. Scoprivo di volta in volta le musiche e l’identità di gruppi e musicisti da produrre attraverso cassette, DAT, minidisc, foto, flyer e fanzine che arrivavano con quei pacchi. Era una cultura che si consumava a fuoco lento. Ricordo però che già nei primi anni Novanta una rivista intitolò uno dei suoi articoli sulla nostra attività “Bari capitale cyberpunk!”. E comunque non sono stato il solo a muovermi con costanza e caparbietà da queste parti. Bari vanta infatti da trent’anni la presenza di uno dei più interessanti festival al mondo di musiche d’avanguardia, parlo di Time Zones che ha portato nella città nomi come David Sylvian, Philip Glass, Brian Eno, Steve Reich, Einstürzende Neubauten ed alcuni dei nostri: Paolo F. Bragaglia, Synusonde, Dati aka Elastic Society e i Gone di Ugo De Crescenzo e Leziero Rescigno (La Crus).

Le primissime pubblicazioni di Minus Habens erano solo su cassetta. Chi curò la distribuzione?
Nei primi due anni di attività mi affidai alla storica ADN di Milano, alla tedesca Cthulhu Records e ad alcuni store specializzati statunitensi. All’epoca occorreva avere dei radar al posto delle orecchie. Internet era agli albori mentre oggi siamo sommersi da dispositivi che ci permettono di accedere a qualsiasi informazione in tempo reale ed ovunque ci troviamo.

Nel 1989 inizi a pubblicare musica anche su vinile. Quante copie stampavi mediamente per ogni uscita? Quale era il target di riferimento?
Le prime pubblicazioni uscirono in tirature di 500/1000 copie, distribuite in Italia e nel mondo soprattutto da Contempo International, nota label e distribuzione di Firenze che vantava nel suo roster gruppi come Clock DVA e Pankow. Non ho mai avuto un’idea definitiva del nostro pubblico ma nel tempo ho constatato con piacere che i nostri clienti e sostenitori abbracciano fasce d’età e gruppi sociali sorprendentemente eterogenei.

Il catalogo di Minus Habens cresce con la musica di molti italiani (Sigillum S, Iugula-Thor, Red Sector A, Kebabträume, Pankow, Capricorni Pneumatici, Tam Quam Tabula Rasa, Brain Discipline, DsorDNE, Ultima Rota Carri) ma anche di esteri come Lagowski, Principia Audiomatica e persino miti dell’industrial e dell’EBM come Clock DVA, Front 242 e Front Line Assembly. Come riuscisti a metter su una squadra di questo tipo? Insomma, se tutto ciò fosse accaduto all’estero probabilmente Minus Habens oggi verrebbe paragonata a Warp, Rephlex o Apollo.
È avvenuto tutto molto gradualmente. Piccoli passi, giorno dopo giorno, fino ad arrivare a pubblicare album come quelli di Dive (Dirk Ivens) in 15/20mila copie o compilation come “Fractured Reality” con ospiti illustri tra cui Brian Eno, Depeche Mode, William Orbit, Laurent Garnier, Susumu Yokota e molti altri. Se la Minus Habens ti ha portato alla mente etichette come Warp, Rephlex o Apollo è perché in Italia non sono esistiti altri riferimenti di quel tipo, così la mia etichetta è diventata l’unico modello vagamente assimilabile a quelle realtà. È un’associazione ricorrente ma ci siamo distinti in modo inedito anche per aver raggiunto il cinema con numerose colonne sonore originali e pubblicazioni di artisti di rilievo come Angelo Badalamenti. Negli ultimi anni inoltre abbiamo avviato importanti collaborazioni nell’ambito dell’arte contemporanea tra le quali spiccano quelle con Cassandra Cronenberg e Miazbrothers.

Con quali finalità, nel 1992, crei la Disturbance?
L’idea seminale fu ibridare i suoni e le soluzioni concepite dai musicisti del circuito Minus Habens coi ritmi ipnotici della techno. Negli anni Novanta abbiamo pubblicato su Disturbance alcune decine di singoli in vinile con una discreta distribuzione internazionale in Germania, Francia, Benelux, Stati Uniti e Giappone.

Così come per Minus Habens, anche Disturbance vanta in catalogo gemme che meriterebbero di essere riscoperte, da Atomu Shinzo (Uwe Schmidt!) ai The Kosmik Twins (Francesco Zappalà e Biagio Lana), da Monomorph (i fratelli D’Arcangelo) ad altri estrosi italiani come Astral Body, Xyrex e Dynamic Wave. In termini di vendite, come funzionava questa musica? La costanza delle pubblicazioni mi lascia pensare che il mercato fosse vivo.
Significava insediarsi in un mercato fortemente influenzato da mode e tendenze. Ciononostante abbiamo raggiunto buoni risultati anche in quell’ambito. Ricordo che Mr. C degli Shamen e Miss Kittin suonavano spesso le nostre produzioni, mentre per una festa a Milano in occasione del Fornarina Urban Beauty Show coinvolgemmo Timo Maas ed Ellen Allen. Col marchio Disturbance abbiamo creato un repertorio davvero interessante con un’attenzione particolare al made in Italy.

Chi, tra i DJ, giornalisti e critici italiani, seguiva con più attenzione le tue etichette?
I giornalisti storici della stampa musicale italiana ci hanno sempre seguito con molto interesse: Vittore Baroni, Aldo Chimenti, Nicola Catalano, Luca De Gennaro, Paolo Bertoni e tanti altri. Fortunatamente negli anni abbiamo goduto della stessa attenzione anche da parte di numerosi giornalisti stranieri.

Hai mai investito del denaro in promozione?
Investiamo in promozione fin dagli esordi, anche se dal 1987 ad oggi abbiamo adeguato le nostre strategie al mutare dei media. Non ho mai pagato recensioni però, e dubito che esistano riviste che operano in questo modo e comunque lo troverei eticamente scorretto.

A proposito di riviste, nel 1993 hai fondato Neural con Alessandro Ludovico. Come nacque l’idea di creare un magazine con quel taglio avanguardista?
Anche nel caso di Neural cercammo di creare una pubblicazione che potesse rompere il silenzio editoriale in territori culturali che ci interessavano da vicino: tecnologie innovative come la realtà virtuale, hacktivism, new media art e musica d’avanguardia naturalmente. I primi numeri di Neural furono pubblicati in poche migliaia di copie diffuse da un distributore torinese, successivamente la rivista svegliò l’interesse dell’editore dello storico mensile Rockerilla e così, in seguito ad un accordo di licenza, Neural uscì in una tiratura di 15.000 copie distribuite nelle edicole italiane. Questa diffusione capillare catturò un pubblico ben più vasto ma dopo due anni la crisi dell’intero settore ci costrinse a scegliere un distributore alternativo. Atterrammo così nella catena Feltrinelli. Neural da allora, grazie all’impegno di Alessandro, non si è mai fermata. Esce tutt’oggi in versione cartacea ma si avvale anche di un sito costantemente aggiornato che offre ulteriori contenuti.

Recentemente ho letto questo articolo in cui si parla della scomparsa del pubblico delle recensioni. La diffusione e la democratizzazione di internet ha, in un certo senso, tolto valore ed autorevolezza a chi parla criticamente di musica? Insomma, così come proliferano i “produttori” pare nascano come funghi anche i “giornalisti”. Cosa pensi in merito?
Come per la musica e l’arte in genere, anche il giornalismo si manifesta attraverso la voce di autori che possono essere più o meno dotati di talento e capacità. Quando si leggono articoli deboli, senza fondamenta, noiosi e a volte dannosi, diventa difficile arrivare fino in fondo. Penso semplicemente che la curiosità culturale dei fruitori crei nel tempo gli strumenti necessari per scremare il meglio in ogni ambito.

Tra il 1993 e il 1997 su Disturbance compaiono i quattro volumi di “Outer Space Communications”, compilation che annoverano nomi come Nervous Project (Holger Wick, artefice della serie in dvd Slices per Electronic Beats), il citato Uwe Schmidt (come Atomu Shinzo e Coeur Atomique), la prodigiosa Doris Norton, Pro-Pulse (Cirillo e Pierluigi Melato), i QMen (i futuri Retina.it) Speedy J, Planet Love (Marco Repetto, ex Grauzone), Exquisite Corpse (Robbert Heynen dei Psychick Warriors Ov Gaia), i romani T.E.W., Le Forbici Di Manitù e persino Richard D. James travestito da Caustic Window (con “The Garden Of Linmiri”, finito nello spot della Pirelli con Carl Lewis) e da Polygon Window. Insomma, una manna per chi ama l’elettronica ad ampio raggio.
Fu l’apice di un enorme lavoro di relazioni e networking. In quel periodo nacque anche un bel rapporto di collaborazione e stima reciproca con Rob Mitchell (RIP), co-fondatore della Warp Records. Vista la mole dei brani contenuti e l’importanza degli artisti che vi presero parte, i quattro volumi della serie diventarono immediatamente oggetti da collezione. Le compilation includevano uno spaccato del roster Disturbance affiancato da grandi artisti della scena elettronica internazionale. All’interno dei booklet inserivamo anche piccoli riferimenti a culture nascenti o comunque underground come la realtà virtuale, la robotica, il cybersex, i rituali, le brain-machines e la crionica.

Come entrasti in contatto con gli artisti sopraccitati? Usavi già le comunicazioni via internet?
Il primo indirizzo email di Minus Habens risale al 1993, in quegli anni eravamo in pochissimi ad utilizzare internet mentre il fax raggiunse la sua massima diffusione. Abbiamo sempre adoperato qualsiasi mezzo di comunicazione pur di raggiungere i nostri interlocutori.

Nell’advertising di Minus Habens apparso sul primo numero di Neural si anticipavano alcuni nomi del secondo volume di “Outer Space Communications” tra cui Biosphere che però in tracklist non c’era. Cosa accadde? La presenza di Geir Jenssen era prevista ma qualcosa non andò per il verso giusto?
Quando richiesi la licenza di pubblicazione del brano “Novelty Waves” di Biosphere l’etichetta mi rispose che era stato appena dato in esclusiva ad una nota agenzia pubblicitaria internazionale per essere utilizzato come colonna sonora dello spot dei jeans Levi’s (in Italia il pezzo verrà poi licenziato dalla Downtown, etichetta della bresciana Time Records, nda).

A metà degli anni Novanta Disturbance accoglie Nebula (Elvio Trampus), che si piazza in posizione intermedia tra techno e trance, connubio che viene battuto pure dalla QBic Records, rimasta in attività per soli tre anni, dal 1996 al 1999. Come ricordi quel periodo in cui un certo tipo di musica iniziò il processo di “mainstreamizzazione”?
Non essendo il mainstream uno dei nostri obiettivi, non abbiamo mai inseguito il fantasma del successo. I risultati sono giunti soprattutto grazie alla costanza, alla continua ricerca ed alla qualità delle pubblicazioni. Più di una volta i brani del catalogo Disturbance sono arrivati ai primi posti di classifiche dance italiane (come quella della storica Radio Italia Network) e straniere, mentre le produzioni Minus Habens hanno trovato terreno fertile in ambito cinematografico (in numerosi film con distribuzione nazionale) e televisivo (in trasmissioni come Le Iene, Report, Target e tante altre). Inoltre abbiamo partecipato a decine di festival e proprio quest’anno il trio Il Guaio, del nostro marchio Lingua, è stato candidato alle selezioni ufficiali di Sanremo.

Nei primi anni Duemila, proprio dopo gli ultimi lavori di Nebula, Disturbance vira radicalmente direzione e registro, passando al downtempo, al trip hop e al future jazz, facendo l’occhiolino alla Compost Records di Michael Reinboth. Forse l’elettronica con derive dance o sperimentali ti aveva stancato?
Come ben sai credo profondamente nell’evoluzione e nella diversità della musica e dei suoni. All’inizio del nuovo millennio la techno e la drum’n’bass raggiunsero il loro picco evolutivo terminando in un cul-de-sac. Successivamente sono emerse nuove declinazioni come la minimal techno o il dubstep ma nulla di radicalmente innovativo. Ecco il motivo per cui ho sentito la necessità di proseguire verso altre direzioni creando un incubatore in cui abbiamo sviluppato progetti musicali come Pilot Jazou, Gone, Dati, Appetizer o la più recente collaborazione fra il producer Andrea Rucci e il pianista jazz Alessandro Galati. Le produzioni musicali più interessanti emerse in questi primi quindici del nuovo millennio sono il frutto di incontri e collaborazioni di musicisti con esperienze negli ambiti più diversi, e pare che l’elettronica sia diventata il tessuto connettivo privilegiato.

La tua collaborazione con Sergio Rubini comincia proprio in quel periodo, lavorando alle colonne sonore di suoi film come “L’Anima Gemella” e “L’Amore Ritorna”. Come nacquero tali sinergie?
Incontrai Sergio una sera in un bar. Grazie a quell’incontro casuale nacque il nostro rapporto lavorativo che si concretizzò prima con la composizione del tema principale del film “L’Anima Gemella” e successivamente con la colonna sonora del film “L’Amore Ritorna”, le musiche addizionali di “Colpo D’Occhio”, fino al suo progetto filmico “6 Sull’Autobus” in collaborazione con sei giovani registi e prodotto dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Facendo qualche passo indietro, prima della collaborazione con Rubini, fui chiamato dal regista Alessandro Piva che mi commissionò le musiche dei film “LaCapaGira” (1999) e “Mio Cognato” (2003) con cui iniziai a raggiungere un pubblico più ampio anche grazie all’ottenimento di alcuni premi in Italia e all’estero.

Qualche sprazzo di dance elettronica torna a farsi sentire su Minus Habens tra 2005 e 2007, quando pubblichi anche una compilation di Alex Neri. Si rivelò solo una toccata e fuga però. Avevi già preso la decisione di dedicarti ad altro?
In quel periodo Minus Habens fu scelta dal festival Elettrowave (sezione elettronica di Arezzowave) per pubblicare le loro compilation ufficiali. Mi occupai personalmente della selezione degli artisti presenti nei diversi album. Considerando gli ospiti del festival, ebbi il piacere di ospitare grandi nomi fra cui Cassius, Modeselektor, Kalabrese, Stereo Total, Cassy, Mike Shannon, Zombie Zombie e molti altri. La musica elettronica è sempre stato il filo rosso della mia ricerca. È un universo dalle infinite possibilità e la missione della Minus Habens è quella di esplorarlo.

Il 2017 segnerà il trentennale di attività per Minus Habens Records. Avresti mai immaginato, nel 1987, di poter tagliare un così ambizioso traguardo?
È un sogno che si avvera, pur non avendolo mai immaginato come un traguardo.

Nel corso degli anni hai mai pensato di mollare tutto e dedicarti ad altro?
No, immagino da sempre le evoluzioni possibili della nostra attività cercando di incarnare soltanto le più ambiziose.

La sede è ancora in via Giustino Fortunato, nel capoluogo pugliese?
La sede e lo studio sono ancora a Bari anche se rispettivamente in zone diverse della città, ma proprio quest’anno abbiamo posto le basi per alcuni grandi cambiamenti.

Stai pensando già a qualcosa per festeggiare e celebrare i trent’anni di Minus Habens?
Stiamo lavorando ad un progetto che sta prendendo forma in queste settimane di cui però sarebbe prematuro parlarne adesso. Ci sono ancora troppi aspetti da sviscerare. Sarà una forma di condivisione celebrativa volta ad amplificare il concetto di collaborazione e di network. Naturalmente coinvolgeremo anche i musicisti che si sono uniti all’etichetta negli ultimi tempi come Andrea Senatore, Christian Rainer e Il Guaio.

Come vorresti che fosse ricordata la tua etichetta e la tua attività artistica, tra qualche decennio?
Sarebbe già davvero tanto se tutto questo fosse ricordato nel tempo. In fondo il libro Minus Habens eXperYenZ di 224 pagine pubblicato nel 2012 in occasione del venticinquesimo anniversario dell’etichetta ambiva proprio a questo: documentare, o come afferma nello stesso libro Dino Lupelli – fondatore di Elettrowave ed Elita Festival – “produrre per non dimenticare” le esperienze multiformi di un laboratorio che ha portato alla luce inusuali sperimentatori. Un’avventura alla ricerca di territori musicali inesplorati.

(Giosuè Impellizzeri)

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