Phenomania – Who Is Elvis? (No Respect Records)

Phenomania - Who Is ElvisI primi anni Novanta vedono la diffusione e popolarizzazione della techno in Europa. Gran parte dei produttori del Vecchio Continente però non proseguono sul modello dei creatori di Detroit ma ne forgiano un altro che attinge prevalentemente dalla new beat e che punta ad essere immediatamente riconoscibile per l’utilizzo di suoni artificiali (ossia non riconducibili a strumenti tradizionali) e ritmiche incalzanti, spesso contraddistinte da una cassa marcata. Questo mix, che in Italia degenera in un fiume di pubblicazioni messe sul mercato da case discografiche che si appropriano di tale “nomenclatura” con fini meramente speculativi e che quindi davvero poco e nulla spartiscono con la techno, diventa un filone battuto per un paio d’anni circa e da cui provengono diversi impressionanti successi.

È il caso di “Who Is Elvis?” realizzato dai tedeschi Ramon Zenker (dietro agli Hardfloor e a dozzine di altri act come Bellini, Fragma o Perplexer) e Jens Lissat che per l’occasione coniano il progetto Phenomania, uno dei tanti “brand” utilizzati per marchiare la loro attività produttiva in quel decennio. «Facevo il DJ già da molto tempo» racconta oggi Lissat. «Nel 1978 acquistai il mio primo 12″, “Chase” di Giorgio Moroder. Poi, durante l’estate del ’79, vidi un DJ mixare al Trinity, famosa discoteca della mia città natale, Amburgo: quella notte fu determinante per la mia vita! Dopo pochi giorni comprai due giradischi Technics SL-B3 e un mixer ed iniziai a prendere dimestichezza con la strumentazione, senza alcun aiuto esterno. Ai tempi non esistevano mica i tutorial. Ad ottobre di quell’anno sapevo già mixare in modo professionale ed avevo appena quindici anni».

Jens Lissat @ Trinity (Hamburg Germany 1981)

Un giovanissimo Jens Lissat in consolle al Trinity di Amburgo, nel 1981, la discoteca dove solo un paio di anni prima scocca la scintilla per il DJing

Lo step successivo è la composizione, nonostante ai tempi non sia affatto facile procurarsi il necessario per produrre musica visti i costi ancora proibitivi degli strumenti. «La mia prima esperienza professionale in studio di registrazione risale al 1984 quando realizzai il remix di “Dancing In The Dark” di Mike Mareen» ricorda ancora Lissat. «Lo feci allo Star Studio, ad Amburgo, lì dove vennero registrati anche alcuni brani dei Modern Talking. Negli anni precedenti però ero già considerato il “re tedesco dei bootleg”. Realizzavo quelli che venivano chiamati medley e successivamente mash-up (pratica a cui abbiamo dedicato un ampio reportage qui, nda), stampandoli e vendendoli con successo. Ero particolarmente noto in Germania per questo tipo di attività e in virtù delle mie capacità nel 1986 mi offrirono la possibilità di realizzare un megamix ufficiale per Phil Collins che venne pubblicato dalla WEA. Lo realizzai nel Try Harder, lo studio di Peter Harder con cui avrei collaborato a lungo negli anni a seguire. Fu lui ad insegnarmi ad usare l’Atari 1040ST e il programma Creator per produrre musica. Sottolineo però di non aver mai studiato alcuno strumento classico anche se so suonare il pianoforte».

Work The Housesound

La copertina di “Work The Housesound”, il brano che Lissat realizza con Peter Harder nel 1987 come chiara imitazione dei pezzi provenienti da Chicago

Proprio con Harder, nel 1987, Lissat incide “Work The Housesound”, uno dei primi brani house realizzati in Germania. La copertina contiene chiare citazioni grafiche di “The House Sound Of Chicago”, la celebre serie della D.J. International Records, mentre la traccia suona come una sorta di rework di “Love Can’t Turn Around” di Farley Jackmaster Funk & Jesse Saunders sequenzata sul disegno ritmico di “Blue Monday” dei New Order. Pure i nomi degli autori, J.M. Jay ed Hardy, ammiccano a quelli che ai tempi giungono dalla discografia house d’oltreoceano. «”Work The Housesound” fu una delle mie prime produzioni in assoluto» spiega a tal proposito l’artista tedesco. «Nel 1986, durante un viaggio a New York, comprai un mucchio di dischi di un nuovo genere che stava iniziando a prendere piede, la house music, e proposi quel sound al Voilà, discoteca di Amburgo dove ero resident. Poco tempo dopo conobbi Harder e gli dissi che avrei voluto incidere un pezzo simile a “Love Can’t Turn Around”. Non sapevo davvero nulla sulle Roland TR-808, TR-909 e TB-303 ma cercai ugualmente di fare del mio meglio. Il risultato fu “Work The Housesound”, il primo disco house prodotto in Germania. Per l’occasione decisi di darmi un nome simile a quello dei ragazzi di Chicago, J.M. Jay, acronimo di Jack Master Jens. Vendemmo circa diecimila copie, mica male per un disco di debutto».

La house da lì a breve esplode in Europa e pochi anni più tardi, come anticipato, tocca anche alla techno, riconcepita su nuove basi ideologiche, più schiettamente connesse al ballo. «In realtà la techno di Detroit era più vicina alla house» sostiene Lissat, «mentre la techno europea nata ad inizio degli anni Novanta attingeva dalla new beat belga e dalla EBM tedesca. Techno, per me, è una “cosa” europea, mentre house ed acid invece sono riconducibili agli Stati Uniti e Gran Bretagna». Nel 1991 quindi, sull’onda crescente della europeizzazione della techno, esce “Who Is Elvis?”, contraddistinto da una costruzione tipicamente ravey ed un sample vocale di Elvis Presley che chiarisce la ragione del titolo. «Ero in tour oltremanica col progetto Off-Shore (quello di “I Can’t Take The Power”, nda) che era entrato nella top ten, e a Londra acquistai un sintetizzatore Roland SH-101» ricorda Lissat. «Tornato a casa andai in studio, insieme a Ramon Zenker, per provare questa nuova macchina ed iniziai a strimpellare una linea di basso con due dita, scegliendo un saw bass. A quel punto creammo un loop ritmico ispirato da “The House Of God” di D.H.S. e una drum part con la TR-909. Nella prima versione approntata c’era la mia voce ma alla fine optammo per quella campionata di Presley. In appena quattro ore il pezzo, diventato uno dei più grandi inni della techno di prima generazione, era pronto».

Sempre nel 1991 “Who Is Elvis?” viene ripubblicata ma utilizzando il nome Interactive, progetto che Zenker e Lissat fondano l’anno prima col brano “The Techno Wave”. Una maggiore spinta promozionale è garantita dal video che ne favorisce la diffusione nel mainstream. «Vendemmo all’incirca 15.000 copie di Phenomania (preso in licenza per l’Italia dalla Flying Records, nda) ma poi decidemmo di sospendere la stampa e cambiare nome optando per Interactive, un altro nostro progetto che aveva già raccolto particolari consensi» spiega Lissat. «Come Interactive infatti finimmo col raggiungere la soglia di circa 180.000 copie vendute, entrammo nella top 20 tedesca e le compilation in cui il brano fu inserito superarono persino il milione di copie. Rammento pure una cover prodotta in Italia firmata Feno-Mania (sulla fittizia Unrespect Records del gruppo Discomagic, che parodiava ironicamente l’originaria No Respect Records, nda), del tutto illegale e che ebbe ovviamente meno successo della nostra traccia».

Jens Lissat e Ramon Zenker @ Studio Bolkerstrasse Düsseldorf 1993

Ramon Zenker e Jens Lissat nello studio in Bolkerstraße, a Düsseldorf, nel 1993

“Who Is Elvis?” è il brano che taglia il nastro inaugurale della No Respect Records, fondata ad ottobre del 1991 da Zenker e Lissat, rimasta in attività sino al 2000 per poi essere rilanciata, nella dimensione digitale, nel 2008. Nel catalogo annovera artisti come DJ Hooligan (il futuro Da Hool), Jürgen Driessen alias Exit EEE e i Mega ‘Lo Mania di “Close Your Eyes”, coverizzata dal nostro Moka DJ nel 1996. «La No Respect Records nacque proprio con “Who Is Elvis?”» chiarisce Lissat. «Ai tempi collaboravamo con diverse etichette a cui però avevamo già dato altri progetti quindi proposi a Ramon di crearne una nostra per pubblicare Phenomania. Lui annuì e in breve propose il nome, contrariamente a quanto accadeva di solito visto che ero io a creare pseudonimi. Insomma, fu proprio l’uscita di “Who Is Elvis?” a sancire la nascita della No Respect Records con la quale abbiamo lanciato un sacco di nuovi artisti destinati a diventare grandi nomi della scena. Ai tempi gestire un’etichetta discografica era piuttosto complesso ed impegnativo, bisognava continuamente far arrivare le white label ai DJ e soprattutto poter contare su un distributore efficiente. Per fortuna il nostro (Discomania, nda) lavorava benissimo».

Tra 1992 e 1993 i Phenomania remixano vari brani tra cui “Poing!” dei Rotterdam Termination Source, che di quella invasione rave techno è un inno insieme ad altri come “James Brown Is Dead” di L.A. Style, “Dominator” degli Human Resource, “Anasthasia” dei T99 e “Pullover” di Speedy J, ed incidono nuovi singoli come “Caramelle”, “Strings Of Love” (una sorta di mash-up tra “Strings Of Life” di Rhythim Is Rhythim e “All You Need Is Love” dei Beatles), “He Chilled Out” ed “Amazonas”, ma il successo pop sembra ormai essere sfumato. Non a caso la storia dei Phenomania si interrompe, anche se a tal proposito Lissat dice che la ragione fu legata a ragioni private. La coppia di dioscuri teutonici prosegue comunque la collaborazione puntando su progetti paralleli, in primis il menzionato Interactive, che inanella una serie di hit europee, da “Dildo”, per cui viene girato un ironico videoclip ad “Elevator Up And Down”, da “Amok” a “Can You Hear Me Calling” passando per l’happy hardcore di “Forever Young”, cover dell’omonimo degli Alphaville, “Living Without Your Love”, “Tell Me When” e “Sun Always Shines On TV”, rilettura del classico degli a-ha trainata da un video in cui viene coinvolto, come modello/attore, un giovane Tobias Lützenkirchen, poco tempo dopo finito anche nella line up di Paffendorf, ennesimo act curato da Zenker.

Interactive (premiazione nel 1994)

Gli Interactive, nella loro lineup completa, premiati nel 1994 per le 500.000 copie vendute di “Forever Young”: da sinistra Marc Innocent, Ramon Zenker, Andreas Schneider e Jens Lissat

«Interactive fu una mia idea e Ramon divenne immediatamente partner nell’avventura» rammenta ancora Lissat. «Dietro il brano d’esordio, “The Techno Wave”, c’è una storia che mi riguarda in prima persona: facevo il DJ in un locale di Dortmund ma desideravo tornare nella discoteca in cui lavoravo prima, il Königsburg Krefeld, a Krefeld. Così chiesi al proprietario se potessi essere nuovamente il resident il sabato sera e per convincerlo gli offrii una produzione discografica, ovvero “The Techno Wave” con cui nacquero gli Interactive (sul retro della copertina, infatti, c’è uno speciale ringraziamento abbinato alle foto della discoteca dove peraltro viene girato un video, nda). Nel nostro repertorio vantiamo numerose hit ma nonostante ciò sono salito sul palco con la band davvero poche volte essendo un DJ e non un performer. A portare il progetto nella dimensione live furono invece Ramon e il cantante Marc Innocent. Il successo più clamoroso resta “Forever Young” che raggiunse la soglia delle circa 500.000 copie vendute. Erano gli anni in cui nasceva quella che mi piace definire “business techno” che però non rientra esattamente nei miei gusti. Cedemmo l’album “Touché” alla Blow Up del gruppo Intercord incassando un ottimo anticipo economico. Il mio preferito resta “Dildo”, del 1992».

Phenomania tour Italia 1992

Flyer del 1992: i Phenomania sono tra gli ospiti di rave romani

Molti singoli degli Interactive arrivano anche in Italia dove, inizialmente, il gruppo può contare sul supporto di Albertino che peraltro firma un remix, con Giorgio Prezioso, di “Dildo” (il Wighida Remix realizzato nello studio di David X, di cui abbiamo parlato qui). Lo stesso Prezioso si occupa di “Elevator Up And Down”. I tedeschi ripagano con la loro versione di “Je Le Fais Express (Satisfy)” dei Fishbone Beat, recensiti qui. Quasi contemporaneamente Lissat sbarca nel nostro Paese col brano “Energy Flow”, edito da R&S e preso in licenza dalla Time Records che nel 1993 lo convoglia su una delle sue sublabel, la Downtown. «L’Italia è stata fondamentale nella scena techno» dichiara Lissat, «ho tantissimi ricordi dei rave romani dei primi anni Novanta ma soprattutto del Cocoricò, la mia discoteca preferita in assoluto di quel periodo. Inoltre sono particolarmente legato ad “Energy Flow” perché fu il primo brano che firmai col mio nome anagrafico. Proprio l’anno scorso ho realizzato un remix con Ramon. Lo considero un pezzo senza tempo. Nel 2020 festeggio il quarantennale nel mondo dei club e non mi sono ancora stufato anzi, ho ancora tanta voglia di produrre buona musica» conclude il DJ tedesco. (Giosuè Impellizzeri)

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Zenith – DJ chart maggio 1997

Zenith, DiscoiD maggio 1997DJ: Zenith
Fonte: DiscoiD
Data: maggio 1997

1) Aphex Twin – Alberto Balsalm
Nella tracklist di “…I Care Because You Do” pubblicato dalla Warp nella primavera del 1995, “Alberto Balsalm” è uno dei brani che mettono meglio in risalto il genio creativo di Richard David James. L’artista disegna malinconiche traiettorie melodiche su un foglio ritmico ottenuto, pare, con rumori registrati sul campo tra cui un lambiccante sferruzzare di forbici da parrucchiere. Da qui partono le teorie formulate dai fan che spiegherebbero la ragione del titolo, gioco fonetico di una nota marca di shampoo, Alberto Balsam.

2) Zenith – A Journey Into My Hallucination
Uscito dopo “The Flowers Of Intelligence”, “A Journey Into My Hallucination” è il secondo dei due dischi che Zenith realizza per la IST Records, sublabel della nota Industrial Strength Records di Lenny Dee, e prosegue l’incredibile trip che Federico Franchi effettua in quegli anni tirandosi dietro elementi dell’hard trance, della techno, dell’ambient/IDM e dell’hardcore, raccolti poi nell’album del ’99 “Flowers Of Intelligence”, prodotto ancora da Lenny Dee su The Music Cartel e contenente un ipotizzato terzo singolo, “A Tear In Heart”. Pezzo trainante è “Black Alienation” (ai tempi programmato spesso da Tony H in “From Disco To Disco”, in onda il sabato notte su Radio DeeJay), una specie di acid trance ad alto voltaggio percorsa da scariche elettriche e da un retrogusto cinematico rivelato prima dallo spoken word dell’intro e poi dal lungo break intriso di atmosfere tenebrose e a tratti orrorifiche.

Zenith (1997)

Zenith in una foto del 1997

«Credo mi abbia contattato Franchi quando IST Records stava diventando un’etichetta piuttosto popolare nel circuito underground techno» rammenta oggi Lenny Dee. «Ricordo sorprendenti dettagli nella produzione, e lo spirito della sua musica resta notevole anche a distanza di tanti anni. Fu un assoluto pioniere oltre ad essere un amico, ed è dannatamente triste che non sia più tra noi a realizzare musica ispiratrice come allora. Ricordo bene quando venne a trovarmi, fu un piacere portarlo per le vie di Brooklyn e New York, ci divertimmo un sacco».

Sia “The Flowers Of Intelligence” che “A Journey Into My Hallucination” sono tra i 12″ più richiesti (e quotati sul mercato dell’usato) della discografia di Franchi ma ad oggi la IST Records ha ristampato solo il primo, nel 2008, per placare la “sete” dei collezionisti. «Non sono convinto di poter effettuare nuovi reissue su vinile, chiederò alla francese Toolbox Records che si occupa della stampa dei nostri dischi per capire se ci sia la possibilità. Giusto qualche mese fa abbiamo commercializzato in digitale lo stupendo album “Flowers Of Intelligence”, con una potente rimasterizzazione. Ci consideriamo fortunati ad averlo pubblicato su CD anni fa. All’Awakenings del 2018 Nina Kraviz ha suonato “Black Alienation” ed è stato fantastico. La DJ siberiana ci ha contattati per avere la versione digitale poiché aveva solo quella incisa su vinile e a quel punto abbiamo deciso di rimettere in circolazione l’intero LP in formato liquido. È rincuorante sapere che anche le nuove generazioni possano scoprire la straordinaria musica di Zenith» conclude Lenny Dee. Alcuni brani di “Flowers Of Intelligence” riappariranno nel 2007 attraverso “Ambient Works ’89-’95”, una raccolta diffusa esclusivamente in digitale contraddistinta da un titolo che ammicca chiaramente a “Selected Ambient Works 85-92” di Aphex Twin, punto di riferimento e di ispirazione per Franchi nei suoi primi anni di carriera.

3) Steve Reich – The Cave
“The Cave” viene dato alle stampe solo nel 1995, due anni dopo rispetto a quando la composizione viene eseguita pubblicamente con la Steve Reich Ensemble. Divisa in tre atti, West Jerusalem (May – June 1989), East Jerusalem (June 1989 And June 1991) e New York City / Austin (April – May 1992), “The Cave” è, come descrive Enzo Restagno in “Reich. Con Un Saggio: La Svolta Americana”, «un progetto drammaturgico con cui l’autore approda ufficialmente al mondo del teatro». L’idea di partenza è un luogo che l’illustre esponente del movimento minimalista definisce “un’incarnazione della storia”, la grotta di Machpelah a Ebron, lì dove il musicista si reca, insieme a Beryl Korot, con telecamere e registratori per iniziare il meticoloso lavoro di raccolta di immagini e materiali sonori. «Il ricorso alle tecniche della speech melody, gli strumenti che raddoppiano e avviluppano ritmicamente le voci, la flessibilità dei ritmi e delle situazioni armoniche, l’uso quanto mai sofisticato della tecnologia video e delle registrazioni sembrano trovare in “The Cave” un grandioso compendio» scrive ancora Restagno nel citato libro.

4) Björk – Violently Happy (Remix)
È complicato risalire a quale versione qui faccia riferimento Zenith: di remix di “Violently Happy”, brano incluso nel primo album dell’artista islandese uscito nel 1993, ne sono usciti diversi, tutti a firma di nomi blasonati come Masters At Work, Graham Massey degli 808 State e Nellee Hooper. Considerando i gusti di allora di Franchi però, potrebbe trattarsi di una delle due versioni – Well Tempered (Non Vocal) o Even Tempered (Vocal) – realizzate dai Fluke, team britannico attivo sin dal 1988 ma balzato agli onori della cronaca proprio nel 1997 con l’album “Risotto” e i singoli “Absurd” e soprattutto “Atom Bomb”, quest’ultimo finito in popolari videogame come “Wipeout 2097” e “Gran Turismo”.

5) Zenith – Elektronic Death
Inciso sul lato b di “Fantasy” di Fabietto DJ (cover dell’omonimo di Taucher scritto insieme a Torsten Stenzel), “Elektronic Death” incarna tutte le caratteristiche con cui Zenith “disegna” la sua hard trance in quel periodo. Velocità di crociera sostenuta, beat di costruzione minimalista, riff corti e ripetitivi, insomma pochi elementi ma dosati in modo perfetto da non far sentire l’assenza di altro. La formula magica è la medesima utilizzata nel progetto Shadow Dancers messo a punto con Biagio Lana e di cui abbiamo parlato nel dettaglio qui. Proprio Lana, tra pochi giorni, pubblicherà sulla sua iElektronix “The Voyager”, un brano inedito che riporterà in superficie il nome Shadow Dancers in memoria dell’amico prematuramente scomparso il 18 marzo 2018. Chissà se in futuro anche Elvio Moratto possa decidere di “resuscitare” Sonar Impulse, progetto nato con Franchi nel ’97 attraverso “The Door To Eternity”.

6) Leo Anibaldi – Void
“Void”, uscito nel ’96, porta il DJ/produttore capitolino sull’ambita Rephlex di Aphex Twin e Grant Wilson-Claridge. Messi da parte i ritmi brutali e le scorribande acide di “Cannibald – The Virtual Language”, Anibaldi continua ad intingere i pennelli in colori lividi e spappola quasi del tutto i canonici 4/4 ottenendo broken beat astratti, anticipati da una bolla ambientale e via via agghindati con rumori industriali. Una summa che raduna le intuizioni e le visioni messe a segno durante il primo lustro dei Novanta su ACV nel citato “Cannibald – The Virtual Language” (1992) e in “Muta” (1993), e che chiude l’ideale trilogia facendo di Anibaldi uno dei più intriganti artisti techno italiani negli anni in cui techno vuole essenzialmente dire saper scrutare nel futuro.

7) Caustic Window – ?
La poca attenzione nel riportare la dicitura esatta di un altro cimelio della discografia di Richard D. James mette nuovamente di fronte ad un dubbio amletico impossibile da sciogliere: si tratta del “Joyrex J9” o del “Joyrex J9 EP”? Entrambi risalgono al 1993 ma, nonostante il titolo praticamente identico, tra i due corrono sostanziali differenze. Il primo, stampato in trecento copie su un vinile shaped particolarmente ricercato sul mercato del collezionismo che da un lato riproduce un Roland Bass Line TB-303 e dall’altro un Roland Drumatix TR-606, include “Humanoid Must Not Escape” e “Fantasia”. Il secondo, con la tiratura estesa alle novecento copie (a cui se ne sommano altre cento della Disco Assault Kit con allegati un sacchetto di caramelle ed una t-shirt), conta invece quattro tracce di cui solo una presente nel precedente, “Fantasia”, a cui si aggiungono “Clayhill Dub”, “We Are The Music Makers (Hardcore Mix)” e la più nota “The Garden Of Linmiri”, scelta qualche anno più tardi dalla Pirelli per lo spot televisivo col velocista Carl Lewis.

8) Prezioso – Raise Your Power (Zenith Remix)
Nel suo lungo peregrinare da una label all’altra, Giorgio Prezioso approda anche alla Trance Communications Records (il cui catalogo, è bene ricordarlo, annovera i primi dischi di Bochum Welt prima che approdasse alla Rephlex), creando con Zenith e il socio Mario Di Giacomo il progetto The Alternative Creators sviluppato attraverso “Sound Creation”, “The Beast” e “Rave Invention” usciti tra 1996 e 1998 e di cui abbiamo parlato dettagliatamente in Decadance contando sull’intervista esclusiva dello stesso Franchi. In quell’arco di tempo esce pure un suo singolo prodotto dai citati Zenith e Di Giacomo, “Raise Your Power”, non tra i più noti nel circuito generalista italiano ma forse quello che gli fa conquistare più credibilità nel settore dell’hard trance internazionale. Con una miscellanea sonora molto simile a quella usata per The Alternative Creators, il brano si aggiudica le licenze sulla britannica TeC, appartenente al gruppo Truelove Label Collective, e sulla tedesca Tetsuo di Talla 2XLC che decide, peraltro, di realizzarne un remix. La versione presa qui in esame è però la Hardhypno di Zenith, calata in atmosfere tetre (parecchio simili a quelle dei citati brani finiti sulla IST Records di Lenny Dee) e sorretta da un pulsante ritmo a cui l’autore associa la sua classica marcetta ipnotica. Tra gli altri remix si segnalano infine quello hardcore degli Stunned Guys e quello hard house dei Knuckleheadz.

9) Lory D – ?
Non è possibile identificare a quale disco della Sounds Never Seen si riferisse Zenith. Se fosse stato quello uscito nell’anno della chart si tratterebbe allora di “Friski”, l’unico edito nel ’97, che al suo interno contiene “Fludoiscki” e “Sotodiscki”, entrambi contraddistinti da grovigli ritmici coi quali il DJ romano spinge ancora la techno nei meandri della IDM più cervellotica. Ma questa è solo una supposizione perché l’artista avrebbe potuto indicare pubblicazioni antecedenti al 1997, così come testimoniano altri brani sparsi nella sua top ten.

10) Lenny Dee – ?
Nella discografia di Lenny Dee il part II di “Emotional Response” non esiste. “Emotional Response”, costruito su un intreccio tra hard trance ed hardcore, esce nel ’96 sulla LD Records. L’anno dopo, quando questa chart viene pubblicata, è la volta di “Forgotten Moments”, costruito su elementi simili e l’ultimo edito dalla LD Records. È forse questo il disco a cui si riferisce Zenith? Contattato pochi giorni fa, Lenny Dee spiega che inizialmente Emotional Response fu pensato come un nuovo pseudonimo: «Il primo 12″ che uscì su LD Records, contenente il brano omonimo realizzato con Marcos Salon, doveva essere commercializzato proprio come Emotional Response (cosa che avviene solo per le licenze tedesche su ZYX Music, nda), ma poi cambiai idea e decisi di firmarlo come Lenny Dee, analogamente a quanto avvenne col seguente “Forgotten Moments”». Alla luce di queste dichiarazioni è plausibile dunque supporre che Zenith intendesse proprio “Forgotten Moments”, coprodotto con Mike Marolla e Steve Gibbs ed oggi piuttosto ambito dai collezionisti.

(Giosuè Impellizzeri)

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Precious X Project – A New Kind Of Sound Generated From Our Nevrotic Mind Vol. 1 (X-Energy Records)

Precious X Project - A New Kind Of Sound Generated From Our Nevrotic Mind Vol. 1La “Roma caput (rave) mundi” dei primissimi anni Novanta genera un mucchio di intuizioni e segna in modo indelebile un’epoca. C’è chi fa tesoro della lezione impartita dagli americani (Detroit, Chicago) ed elabora le proprie idee su tali dettami, ma anche chi innesta gli impeti creativi sulle deviazioni europeizzate filtrate attraverso quanto proviene in primis da Paesi come Olanda, Belgio e Germania.

La techno (soprattutto quella rinata nel Vecchio Continente, concepita quasi esclusivamente per essere ballata) è musica brutale, di rottura, che abbatte ogni stereotipo e vuole disegnare il futuro mediante suoni nuovi e ritmiche mai sentite prima d’ora. La missione è questa pure per Precious X Project, un progetto per l’appunto che si fa sentire nel 1992 con un EP dal titolo chiarificatore. «Fu il frutto della collaborazione che instaurai all’inizio di quell’anno con Davide Calzamatta alias David X, uno dei programmatori e produttori più innovativi dei tempi» racconta oggi Andrea Prezioso. Calzamatta, reduce dalla collaborazione con la Media Records, è un esperto in ambito campionatori ed infatti da lì a breve l’AID – Associazione Italiana Disc Jockey -, gli chiede di realizzare una serie di articoli per il proprio magazine ed un tutorial dedicato al Roland DJ-70, diffuso su VHS. Con Precious X Project i due siglano la sinergia ricorrendo all’inglesizzazione che, sin dai tempi dell’italodisco, serve soprattutto per conferire credibilità al prodotto e renderlo appetibile per il mercato internazionale.

L’EP contiene quattro brani con titoli ispirati dal Dylan Dog bonelliano e tutti “figli” della rave age: “Do Do Xabaras”, “Dukkha”, “Freaks” ed “Acid Cagliostro”. In ognuno di essi Prezioso e Calzamatta spingono martelli industrial, arpeggi lisergici a volte dissonanti, scorribande acid, frammenti bleepy e ritmi a trazione anteriore. «Elaborammo le idee nello studio di Davide, a Roma, con strumenti classici dei tempi (Roland TB-303, TR-909 etc), e poi assemblammo il tutto con sequencer hardware visto che non disponevamo ancora di un computer». Sui quattro pezzi ne svetta uno, a cui partecipa il compianto Walter One, finito presto nel circuito mainstream, ovvero “Dukkha” che in sanscrito indica “la condizione di sofferenza”. A contraddistinguerlo è l’ipnotismo e l’effetto “marcetta”. «Il riff del brano, ottenuto con un Roland Alpha Juno-1, lo portò in studio Walter e poi lo elaborammo insieme, mentre la partenza coi BPM rallentati fu del tutto casuale. Davide suonò il synth e poi lo fermò bruscamente e l’effetto mi fece venire l’idea della velocizzazione (Lil’ Louis docet). Le altre tre, meno note rispetto a “Dukkha”, seguivano lo stile della techno di Detroit o quella promossa dalla Plus 8 di Richie Hawtin e John Acquaviva, coi clap della TR-909 effettati col riverbero. Ultimammo tutto in appena due giorni ma “Dukkha” fu registrata di getto, proprio il secondo giorno. Pensammo di proporci alla X-Energy Records giacché conoscevo già Alvaro Ugolini (amavo Advance e Fun Fun) che, insieme al socio Dario Raimondi, era da sempre molto attento alle produzioni internazionali. Credo che il buzz intorno a “Dukkha” nacque sia quando la suonammo ai rave con Walter, sia quando Luca Cucchetti, personaggio a mio avviso fondamentale per il movimento techno della Capitale, la propose nel suo programma su Radio Centro Suono. Poi il disco arrivò nelle mani di Albertino che ne consacrò il successo in tutta Italia nei circuiti più popolari, in modo non diverso da quanto avvenne con “James Brown Is Dead” di L.A. Style, promuovendolo ironicamente come “disco citofono” (per via del suono iniziale che, effettivamente, somiglia a quello di un citofono, nda). A proposito di “James Brown Is Dead”, vorrei svelare un aneddoto: ero a New York con Lory D per suonare all’Italian Rave presso il Building Club, e facemmo un salto da Vinylmania, tempio della musica dance/black underground diventato un luogo di culto visto che era tappa obbligata per chi usciva dal Paradise Garage dopo aver sentito un set di Larry Levan. Ricordo bene la faccia schifata del DJ del negozio quando ce lo fece ascoltare, mentre al contrario io e Lorenzo impazzimmo al suono di quel disco, completamente diverso da tutto ciò che avevamo ascoltato sino a quel momento. Chiaramente lo comprammo».

L’EP di Precious X Project viene licenziato in Belgio dalla prestigiosa Music Man Records ed include pure due nuove versioni di “Dukkha”, il Citofono Remix prodotto dal fratello minore di Andrea, Giorgio Prezioso, già in forze a Radio DeeJay, e il Rome Remix realizzato dai citati Walter One e Luca Cucchetti. Contemporaneamente la X-Energy provvede a pubblicare le rivisitazioni pure in Italia. «Tra mix e remix vendemmo intorno alle 30.000 copie. “Dukkha” fu suonato in tutta Europa e mi diede la possibilità di uscire per la prima volta dall’Italia per un paio di rave in Svizzera».

Tetris

“Tetris” di Game Boys, fortunato rifacimento del tema del noto videogioco realizzato da Andrea Prezioso ed Eugenio Passalacqua

Nonostante il successo però la collaborazione tra Prezioso e Calzamatta termina e cala il sipario su Precious X Project, non soddisfacendo chi attendeva un ipotizzabile secondo volume di “A New Kind Of Sound Generated From Our Nevrotic Mind”. «In quel periodo cominciai a collaborare in studio con l’amico Eugenio Passalacqua dando avvio a nuovi progetti come Game Boys, Solid State, Corporation Of Three e Trauma. Quest’ultimo ottenne ottimi consensi nei club underground e fu pubblicato dalla mitica etichetta olandese Djax-Up-Beats di Miss Djax. Su “Tetris” di Game Boys invece, vorrei raccontare un altro aneddoto. Al rave Ombrellaro, svoltosi al Quasar, Lory D suonò un promo, probabilmente comprato a Londra dove andavamo ogni settimana in negozi tipo Vinyl Zone o Black Market, che all’interno conteneva la frase di Tetris, il gioco del Game Boy. Non era niente di speciale, il classico pezzo pieno di riff campionati che si sentiva spesso nei club londinesi, ma qualcosa scattò nella testa di Eugenio che mi guardò e mi invitò a lavorare su quell’idea nel Dump Studio. Lo approntammo in breve tempo e lo stampò Claudio Donato su Daily Music, sublabel della Full Time. Tra mix e remix (tra cui quello di mio fratello Giorgio) vendette oltre 40.000 copie dando vita ad una serie di parodie di pinocchi, polke, sigle di cartoni animati ed inni vari rifatti in chiave techno commerciale, che a mio avviso finirono col banalizzare il tutto. All’epoca produrre musica elettronica voleva dire trapiantare su vinile quello che vivevi quando suonavi in discoteca. Avevi un’idea durante il set e il giorno dopo provavi ad inventare un giro di bassline ed una ritmica con la TR-909, tutto in forma molto artigianale ma immediato, proprio come avvenne con Game Boy. Il primo impatto con quel mondo lo ebbi nel 1988 quando a Londra, con mio fratello Giorgio, assistetti alla finale del DMC vinta da Cash Money. In quel momento Londra era in pieno fermento, acid, new jack swing e rap esplodevano. Tornammo a Roma e cominciammo a suonare quei dischi al Veleno e i pomeriggi diventarono un riferimento per centinaia di ragazzi che riempivano la pista indossando le magliette con lo smile giallo. Poi fu il turno dell’Hysteria, storico locale romano in cui aveva lavorato Marco Trani. Anche lì proponevo parte della musica che compravo nei negozi di Londra insieme a Giorgio, Lory D, Max Lantieri (il mitico Supermax del Veleno), Eugenio Passalacqua, Paolo “Zerla” Zerletti e l’indimenticato Mauro Tannino. A mio avviso però l’evento che mutò radicalmente la percezione di tutto quello che stavamo vivendo fu la serata Rage all’Heaven di Londra, che si svolgeva il giovedì. Lì ascoltammo Colin Faver, che nel suo programma su Kiss FM suonò “Dukkha”, e la coppia Fabio & Grooverider (personaggi che, insieme a Derrick May ed altri, vengono menzionati tra i crediti di “A New Kind Of Sound Generated From Our Nevrotic Mind Vol. 1”, nda). Era un misto tra techno, hardcore britannica, i suoni di Frankie Bones e Tommy Musto e quello che emergeva dai primi vinili della Warp ed R&S. L’impatto fu micidiale. Lory D e Mauro Tannino, insieme a Chicco Furlotti, organizzarono presto una festa, il The Rose Rave, forse il primo rave romano. Da lì scoppiò il movimento con Adamski, Frank De Wulf, Richie Hawtin, Cybersonik, Joey Beltram… venivano tutti a Roma per suonare e per circa un anno e mezzo fu davvero il massimo».

Prezioso Feat Marvin

La copertina di “Tell Me Why”, il singolo che nel 1999 dà avvio al progetto pop Prezioso Feat. Marvin

Dal 1996, archiviato il periodo rave e il successo “nintendiano”, Andrea Prezioso inizia a collaborare con la Active Bass Music, etichetta varata all’inizio di quell’anno dal gruppo Antibemusic del citato Claudio Donato, sfoderando nuovi progetti di taglio progressive (Entity, K.S., Ramset 1, Omega). È una sorta di “palestra” che gli permette di affinare il tiro per approdare, nel 1998, alla Media Records attraverso “Burning Like Fire” di Stop Talking, a cui farà seguito l’anno seguente “Tell Me Why”, il primo tassello di Prezioso Feat. Marvin. «Lasciato alle spalle il periodo dei rave conobbi, tramite Fab Fab, altro DJ della old school romana, Alessandro Moschini alias Marvin. L’intesa musicale fu immediata e cominciammo a produrre molti brani. Alcuni di questi li portammo, attraverso Giorgio, alla Media Records che in quegli anni era come la Spinnin’ Records oggi. L’atmosfera a Roncadelle era impareggiabile, Mauro Picotto, Gigi D’Agostino, Mario Più, Riccardo Ferri, tutto ciò ci diede una carica non indifferente. A casa di Alessandro componemmo “Tell Me Why”, la facemmo ascoltare a Giorgio che ci propose di portarla alla Media Records. Lì, insieme a Paolo Sandrini, la mixammo. Avvenne lo stesso per il follow-up, “Let Me Stay”, nata nello studio casalingo di Alessandro, il Monte Cucco’s Studio, e poi finita con Andrea Remondini e Sandy Dian alla Media Records. All’inizio l’inciso era un altro ma non ci convinceva del tutto e così, con Giorgio, decidemmo di cambiarlo poco prima che il disco andasse in stampa. Il resto del primo album invece lo facemmo a Solero, in provincia di Alessandria, insieme a Steven Zucchini. Forse, a parte l’episodio di Benny Benassi, quello fu l’ultimo periodo in cui in Italia riuscì a nascere un suono dance “originale”, senza badare a cosa succedeva oltre i confini. Alla Media Records c’erano individualità molto forti coadiuvate da validi produttori, Gianfranco Bortolotti in primis, che scommettevano nel pubblicare prodotti privi di riferimenti preesistenti».

Nel post Duemila invece tutte le intuizioni di un tempo si trasformano in riciclaggi e “Dukkha”, già remixato nel ’99 dai Klubbheads e Marco V & Benjamin, viene “riesumato” ancora sia tra 2006 e 2007 attraverso le nuove versioni di Giorgio Prezioso, Orazio Fatman e dei Pornocult, sia nel 2015 dai Lookback in un remix/remake per cui Disco Citofono diventa persino il sottotitolo. «La cosa che oggi mi rende più felice è che alle nostre serate anni Novanta, gestite dalla Willy Marano Management, partecipano pure ragazzi sedicenni che cantano e ballano i brani del repertorio trovandoli attuali e piacevoli seppur non li abbiano potuti ascoltare all’epoca dell’uscita perché non ancora nati» conclude Andrea Prezioso. (Giosuè Impellizzeri)

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Tiny Tot – Discoland (D-Boy Records)

tiny-tot-discolandIntorno alla metà degli anni Novanta, complice l’affermazione internazionale dei rave, alcuni generi (e sottogeneri) musicali solitamente relegati al clubbing e al DJing specializzato si impongono al grande pubblico. È il caso della musica happy hardcore, variante “felice” dell’hardcore contraddistinta ugualmente da velocità elevate ma addolcita da inserti melodici, come riff di pianoforte e parti cantate. Artisti come Paul Elstak (con “Luv U More”, cover di “Love U More” dei Sunscreem, o “Don’t Leave Me Alone”), Charly Lownoise & Mental Theo (con “Wonderfull Days”, col sample di “Help (Get Me Some Help)” di Tony Ronald ripreso successivamente in “Wonder” da Cerla & Moratto, o “Stars”), Scott Brown (con “Now Is The Time”), i Technohead (con “I Wanna Be A Hippy” nota per il remix di Flamman & Abraxas che da noi viene proposto a 33 giri), e DJ Hixxy & MC Sharkey (con “Toy Town”) fanno la fortuna del genere che attecchisce pure in Italia, seppur per un periodo piuttosto breve. L’effetto dinamo è creato anche dal programma radiofonico Molly 4 DeeJay (di cui potete leggere un ampio approfondimento qui) che, tra 1995 e 1996, sdogana un genere sino ad allora seguito dai soli appassionati e che viene battuto poco dai network, soprattutto nelle ore pomeridiane.

Di riflesso pure la più canonica pop dance tende a lasciarsi infatuare dalle alte velocità dell’hardcore e già nell’autunno del 1994 Luca Pretolesi alias Digital Boy fa centro con un pezzo come “The Mountain Of King” che, pur conservando le caratteristiche di un brano da airplay radiofonico, si spinge sino ai 160 bpm. Quella strana forma di eurodance “dopata” prende piede da noi in modo definitivo nel 1995 generando una vera e propria invasione di dance ad alta velocità (Ramirez, Bliss Team, Club House, Z100, Exit Way, Da Blitz, JT Company, Marvellous Melodicos, giusto per citarne alcuni). Alla lista va doverosamente aggiunto “Discoland” di Tiny Tot, pubblicato proprio dall’etichetta di Digital Boy, la D-Boy Records, nell’autunno del 1995. «Ai tempi si facevano prima i pezzi e poi nascevano i progetti» racconta oggi Bob Benozzo, uno dei produttori di Tiny Tot. «Avevamo quel pezzo in stile happy hardcore che doveva avere un cantato così Sharon Francis (Asia, interprete della citata “The Mountain Of King”, nda) scrisse il testo e la melodia. Però non volevamo che fosse riconoscibile quindi decidemmo di pitchare la sua voce col campionatore e il risultato fu quella strana e caratteristica vocina tipica dei bambini che ispirò il nome Tiny Tot (ossia bambino piccolo, marmocchio). Lo realizzammo nel Demo Studio Professional di Luca che era pieno zeppo di strumenti: un banco Amek Big con parecchi outboard, varie macchine Roland (TR-909, SH-101, TB-303, Alpha Juno-1, MKS-80, JV-1080), Minimoog, Korg MS-20 ed M3, Akai AX60, Waldorf Microwave, Novation Bass Station, un campionatore Akai S1100 ed uno E-mu. Ogni tanto qualche strumento nuovo si aggiungeva alla lista e per noi era motivo di nuovi spunti e grande entusiasmo. Per “Discoland” i lavori si svolsero in modo molto veloce, meno di una settimana, dall’idea al mixaggio. Non fummo ispirati da nessun brano in particolare ma ascoltavamo costantemente le novità per essere aggiornati anche se, ad onor del vero, quello era il sound che stava creando Luca in quel periodo.

Asia

Sharon Francis alias Asia, la cantante che, in incognito, interpreta “Discoland” di Tiny Tot

Arrivai a lui nel 1995, dopo aver frequentato un corso per tecnici del suono alla Scuola di Alto Perfezionamento Musicale di Saluzzo che prevedeva uno stage in uno studio di registrazione. Tramite amici comuni riuscii a farlo presso il Demo Studio. Poiché Luca era alla ricerca di un collaboratore per la sua struttura, al termine di quella esperienza mi chiese di restare a lavorare lì. Uno dei primi progetti della D-Boy Records a cui partecipai fu “Don’t You Know (The Devil’s Smiling)” di Ronny Money Featuring Jeffrey Jey. Anche in quella occasione le cose andarono piuttosto velocemente, Luca preparò la base, c’era il riff e dovevamo aggiungere il cantato, così pensammo di coinvolgere Jeffrey. In una giornata appena fu scritto il testo, la melodia e fu registrata la voce. Nei giorni successivi realizzammo le versioni. Poche settimane dopo il brano suonava già in radio».

“Discoland” sfrutta i tipici elementi della happy hardcore, un riff di pianoforte ed una parte cantata. Viene fuori un discreto successo, sia per le radio che le discoteche. E per i negozi di dischi ovviamente. «Se ben ricordo in Italia vendemmo intorno alle 10.000 – 15.000 copie, ma il pezzo venne licenziato e venduto in tutta Europa quindi il totale fu di gran lunga maggiore. Tiny Tot piacque subito, alle radio ma anche a molti DJ e produttori, infatti vennero realizzati parecchi remix, come quelli di Giorgio Prezioso e di Z100 registrati nello studio di Luca e a cui partecipai, sia nella fase di realizzazione che di mixaggio. Di remix ne sono usciti molti pure negli anni a seguire, ogni tanto mi capita di scoprirne uno nuovo, fatto anche in anni recenti».

Discoland (remix)

La copertina del remix di “Discoland”: la ragazza che ora rappresenta l’immagine del progetto Tiny Tot è Alice Capelli

Inizialmente Tiny Tot è a tutti gli effetti uno studio project, ed infatti la D-Boy Records pubblica il mix in una sleeve generica. In occasione dei remix però in copertina figura una ragazza, la stessa che compare sull’edizione olandese della Samurai Records. «Visto il successo riscontrato si decise di dare forma al progetto e venne trovata un’immagine per poterlo promuovere adeguatamente, con gli spettacoli nelle discoteche e le interviste. La ragazza scelta come immagine era Alice Capelli, proprio quella che finì sulla copertina dei remix».

Oltre alle versioni di Sy & Unknown del 1997, la scozzese Q-Dup Records pubblica pure un secondo 12″ coi remix di Billy Reid, QFX e Paddy Frazer oggi particolarmente raro, tanto da raggiungere circa 250 euro di quotazione sul mercato dell’usato. «Francamente non ricordo tutte le versioni uscite nel corso degli anni ma credo che il successo fu decretato dal fatto che “Discoland” rappresentasse molto bene l’happy hardcore, con una melodia accattivante ed un’atmosfera divertente. Non a caso la D-Boy Records in quel periodo divenne un vero riferimento per l’happy hardcore ma anche per le più violente hardcore e gabber».

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Le D-Boy News, pubblicate tra novembre e dicembre 1996, che veicolano notizie relative al mondo hardcore, genere a cui si dedica la D-Boy Records

Tiny Tot torna nella primavera del 1996 con “La Bambolina”, cover di “La Poupée Qui Fait Non” di Michel Polnareff di trent’anni prima. Gli ingredienti sono i medesimi di “Discoland” ma non i risultati. «Non è mai facile bissare un successo. “La Bambolina” funzionò abbastanza bene ma non ai livelli di “Discoland”, probabilmente la moda dell’happy hardcore si stava già esaurendo e forse l’idea non era altrettanto forte come nel primo. Ad affiancare me e la Francis in quell’occasione fu Sergio Pretolesi, papà di Luca, grande musicista ed ottima persona. Tutta la famiglia Pretolesi partecipava alla gestione della D-Boy Records e Sergio, Gino per gli amici, ogni tanto tirava fuori dei giri di accordi o degli spunti che si sono trasformati in tracce di successo. Dal 1996 in poi il sound della D-Boy Records iniziò a diventare molto più “duro”, parallelamente all’irrobustirsi del movimento hardcore europeo (a tal proposito si vedano le D-Boy News, pubblicate tra novembre e dicembre 1996, nda). Visto che Tiny Tot era un progetto e non un artista decidemmo di andare avanti con altro e lo accantonammo».

Per Benozzo gli anni trascorsi alla D-Boy Records sono pieni di produzioni, come “Life Phase One” di Rebel Fiction, “Hallelujah” di Asia, “Fuck Macarena” di MC Rage, “Good Vibrations” di Oddness, “R.A.V.E.M.A.N. 2” di Raveman, “Jump Up You Bastard” di The Gabber Friends, “Talk About Me” di Vision (un cult per i collezionisti, oggi disposti a spendere anche oltre oltre cento euro per accaparrarsene una copia) e “The Summer Is My Life” di Davina. Insomma, il fatto che l’happy hardcore avesse esaurito il potenziale per il mainstream non lo ferma affatto. «Di quel periodo ricordo la creatività e la velocità con cui si facevano le cose. Lavorare con Luca è stata un’esperienza incredibile. All’epoca la dance aveva grande spazio nelle radio e rilievo nelle vendite e nel nostro caso, praticamente ogni cosa che facevamo funzionava ed aveva successo. “Fuck Macarena” di MC Rage, ad esempio, fu una hit clamorosa con oltre un milione di copie vendute in Europa. La mia avventura alla D-Boy Records finì nel 1997 quando Luca spostò l’attività da Melazzo a Milano e decisi di non seguirlo. Iniziavo ad interessarmi ad altri generi musicali e mi sembrò più logico iniziare una nuova avventura. Tuttavia siamo rimasti in ottimi rapporti di amicizia e stima, di tanto in tanto ci sentiamo compatibilmente con i nostri impegni. L’ultima volta che abbiamo parlato mi ha detto che noi facevamo l’EDM quando questa non aveva ancora un appellativo. Infatti l’EDM attuale ha molti punti in comune con la dance di venti anni fa.

Dopo aver prodotto ancora qualche pezzo dance (come “You Are The Dream” di Anette e “World Groove” di J. White, entrambi del 2001, e “2 Sides” di Andy J, 2002, poco prima che “Discoland” fosse coverizzata da Flip & Fill Feat. Karen Parry, nda) mi sono spostato verso generi molto più pop ma spesso contaminati con l’elettronica. Oggi sono un produttore artistico, arrangiatore, sound engineer e lavoro principalmente nel mercato spagnolo e latino, ma talvolta anche in Italia. Ho avuto dieci nomination ai Latin Grammy e gli album che ho prodotto, oltre cento, hanno venduto venti milioni di copie nel mondo ottenendo oltre cinquanta tra dischi d’oro e di platino. Ma, tra le altre cose, ho trovato il tempo per collaborare con un amico di vecchia data, Bottin, che di tanto in tanto mi coinvolge nei suoi progetti, come “Sage Comme Une Image” del 2012 e “Punica Fides” del 2014, a cui partecipo sempre molto volentieri». (Giosuè Impellizzeri)

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