East Side Beat – Ride Like The Wind (Whole Records)

East Side Beat - Ride Like The WindDel debutto discografico di Giovanni Cinaglia alias Cinols, avvenuto nel 1988 attraverso “Pig House” di House Force, abbiamo già parlato dettagliatamente qui. Quell’esperienza nata in seno alla house music, ancora nella fase iniziale nel nostro Paese, trova un seguito pochi anni più tardi quando la Fun Records e la X-Energy Records, entrambe del gruppo Energy Production, pubblicano rispettivamente “L.O.V.E.” di 3J Featuring MC Sabina (1990) e “You Make Me Feel” di Double Sense (1991, remixato dal belga Frank De Wulf) in cui Cinaglia dimostra di aver affinato le conoscenze tecniche sia per realizzare prodotti in linea con gli standard del mercato di allora, sia per fornire maggiore consistenza alle proprie idee.

«Dopo “Pig House” sentii l’esigenza di dare più personalità alle mie produzioni ma per fare ciò non potevo continuare a rivolgermi ad uno studio e a tecnici che di house music non ne avevano mai sentito parlare, perdipiù spendendo cifre stratosferiche» racconta oggi l’autore. «Così, nel 1988, pensai di allestire un mio personale studio casalingo o meglio, uno “studio scantinato”. Avevo già due giradischi Technics SL-1200 MK2 (che possiedo tuttora), un mixerino Tascam a quattro canali, un paio di registratori JVC ed Aiwa, due casse Cerwin Vega ed una batteria elettronica Roland TR-909, tutta roba acquistata a partire dal 1981 ma insufficiente per essere considerata l’equipment di un vero studio. Poi implementai il setup con varie macchine Roland (un sequencer MC-500 MKII, una tastiera D-50, un expander D-110, un campionatore S-330), un multieffetto Yamaha SPX 50, un mini mixer Boss-16, un registratore a quattro piste Tascam Portastudio e due casse monitor Yamaha NS-10M (ancora in mano mia!) alimentate da un amplificatore Onkyo. All’inizio non sapevo neanche dove fosse il pulsante d’accensione ma con pazienza, testardaggine e notti insonni imparai presto ad usare tutto e dopo un po’ di mesi di continuo smanettamento realizzai tre bootleg che nel 1989 feci stampare su un 12″ autoprodotto, “Bass Blaster” di Gold Coast Featuring The Cin. Una di quelle tracce venne suonata anche in varie discoteche di tendenza.

Cinols (estate 1988)

Giovanni Cinaglia in una foto dell’estate 1988, anno in cui incide “Pig House” di House Force

L’anno successivo creai la base di “L.O.V.E.” che inviai alla Energy Production di Roma. Uno dei manager, Alvaro Ugolini, mi propose di finalizzare il progetto collaborando con due DJ della capitale, Luca Cucchetti e Massimo Berardi, ed una rapper, MC Sabina, che avrebbe dato al tutto un’impronta hip house. Accettai e dopo circa un mese il mix uscì su etichetta Fun Records. L’anno seguente invece fu la volta di “You Make Me Feel” di Double Sense, sulla X-Energy Records». Il 1991 è anche l’anno in cui Cinaglia avvia una nuova collaborazione ancora più proficua rispetto a quella stretta con l’etichetta romana di Alvaro Ugolini e Dario Raimondi Cominesi, ovvero quella con la Media Records di Gianfranco Bortolotti che pubblica “Divin’ In The Beat”, singolo di debutto di un progetto totalmente nuovo, East Side Beat.

«Tutto iniziò nel 1990 quando cominciai a collaborare con un vecchio conoscente, Luca Capretti in arte Rollo, che faceva il DJ. Nello stesso anno entrarono a far parte del team il musicista Francesco Petrocchi e il cantante italoamericano Carl Fanini: erano nati gli East Side Beat. Il nome omaggiava la nostra provenienza geografica visto che io, Carl e Rollo vivevamo a San Benedetto Del Tronto mentre Francesco era di Ascoli Piceno, tutti nell’Italia dell’est insomma. Il primo lavoro realizzato insieme fu un brano intitolato “Don’t Leave Me Now” che mandammo alla Media Records. Dopo pochi giorni fummo contattati da una ragazza dello staff che ci portò i complimenti di Bortolotti per la qualità del pezzo, ma per una possibile pubblicazione era necessario diventare un po’ più pop. Il responso tutto sommato positivo ci diede carica e in un paio di mesi approntammo “Divin’ In The Beat”. Era la primavera del 1991, imperversava il cosiddetto “zanzarismo” e il punto di riferimento per produttori e DJ dance italiani era Albertino col suo DeeJay Time in onda su Radio DeeJay. Per distinguerci dalla massa però occorreva rischiare e fare qualcosa di diverso, così pensammo ad un brano downtempo dal sapore britannico e partorimmo “Divin’ In The Beat” che scalò diverse classifiche radiofoniche sia nostrane (Radio 105, Radio Kiss Kiss) che europee».

Cinaglia e Fanini @ Emphasy Studio (primavera 1992)

Giovanni Cinaglia e Carl Fanini nell’Emphasy Studio (primavera 1992)

A cambiare in modo definitivo lo status quo del team marchigiano però sarà “Ride Like The Wind”, remake dell’omonimo di Christopher Cross del ’79, che lancia il fenomeno delle cover, esploso in modo definitivo tra ’92 e ’93, e che diventa un successo internazionale licenziato in tutta Europa e persino negli States. «L’idea di “Ride Like The Wind” giunse poco dopo aver inciso “Divin’ In The Beat”» spiega ancora Cinaglia. «Stavamo provando in studio e campionammo una base ritmica degli Snap! che mettemmo in loop. Con Petrocchi iniziammo a suonarci sopra un riff di organo simile a quello di “Gypsy Woman” di Crystal Waters ma in levare anziché in battere. Mentre il tutto “girava” mi avvicinai allo scaffale dei miei dischi pensando ad un brano con cui facevo saltare ed urlare la gente in pista quando facevo il DJ e lì spuntò fuori l’album di Christopher Cross. In pochi giorni terminammo la cover e quando la proponemmo a Bortolotti luì realizzò subito che si trattasse di una “bomba”. Ci chiese di consegnargli immediatamente il master e quindi contattammo di gran lena lo studio della Spray Records di Pescara: in tre giorni e tre notti le registrazioni erano completate. Oltre alle apparecchiature già descritte prima usammo anche un sintetizzatore Korg M1 per il pianoforte, una Yamaha DX7 per l’organo ed un Roland Juno-106 per il suono acid (ai tempi l’automazione era un lusso quindi il cambio di inviluppo del suono era totalmente manuale). Il disco uscì alla fine di giugno del 1991, durante l’estate esplose nelle isole Baleari (Maiorca ed Ibiza) e poi, in autunno, in tutta Europa. A licenziarlo furono etichette importantissime come FFRR, Blanco Y Negro ed Airplay Records. Arrivò al secondo posto della classifica in Gran Bretagna dove ci venne assegnato il disco d’argento, e rimase per ben quattro mesi primo in classifica in Francia dove un giovane David Guetta lo presentava in tv in uno dei programmi musicali più seguiti di allora. Con “Ride Like The Wind” decretammo la fine dello “zanzarismo” e l’inizio delle cover house, un trend che durò per almeno un biennio. È difficile stabilire con esattezza le copie vendute, ma in ogni caso penso oltre un milione.

East Side Beat (1992)

Una foto del 1992 che mostra l’immagine pubblica degli East Side Beat: Carl Fanini, cantante, e Francesco Petrocchi, tastierista. Saranno loro a portare il progetto in formato live in tutta Europa. Giovanni ‘Cinols’ Cinaglia e Luca ‘Rollo’ Capretti invece restano dietro le quinte ricoprendo ruolo di produttori

La Media Records comunque, approfittando dell’ingenuità di novellini che eravamo, registrò a nostra insaputa il marchio East Side Beat e ci divise in due team: da un lato Carl Fanini e Francesco Petrocchi come artisti ed immagine pubblica (live performance, copertine dei dischi), dall’altro Rollo ed io come produttori artistici. Per oltre un anno gli East Side Beat girarono l’Europa in lungo e in largo riscuotendo successo ovunque (si veda qui per un’esibizione presso la spagnola Telecinco, o qui a Top Of The Pops, in Gran Bretagna, nda) ma non mancò il rovescio della medaglia visto che divenne quasi impossibile ritrovarsi tutti e quattro insieme». Nel 1992 il gruppo torna sul mercato discografico col terzo singolo a cui collabora anche un giovane Mauro Picotto, entrato a far parte della Media Records poco tempo prima. Trattasi di “I Didn’t Know”, cover dell’omonimo dei Ph.D. uscito quasi dieci anni prima (1983). «Il lato a del disco fu registrato negli studi della Media Records, il lato b invece usciva dal mio Emphasy Studio e venne realizzato con le medesime macchine di “Ride Like The Wind” a cui si aggiunse un campionatore Akai S1000, i multieffetto Yamaha SPX 90 e Lexicon LX1 ed un mixer professionale della Ecler. Le vendite andarono benissimo però noi ambivamo ad incidere brani inediti e non cover ma la London Records, proprietaria della FFRR, che ormai aveva potere decisionale sulle produzioni East Side Beat, non ne voleva proprio sapere anzi, arrivò persino a mandarci un elenco di cover da realizzare per il futuro album. Vista l’inflessibilità dei “poteri forti”, Rollo ed io decidemmo di lasciare. Per noi quella era una strada senza via d’uscita, gli East Side Beat sarebbero stati etichettati come cover band (peraltro di brani scontatissimi!) e a guadagnarci, in virtù dei diritti connessi, sarebbero state solo le case discografiche e gli autori originali. Credemmo, a ragion veduta, che fosse stata decretata la fine del nostro sogno, quello di quattro semplici ragazzi di provincia, e firmammo la liberatoria».

L’abbandono di Cinaglia e Capretti non ferma comunque la corsa degli East Side Beat che nel ’92 transitano dalla Whole Records alla main label del gruppo di Bortolotti, l’omonima Media Records, con un’altra cover, “Alive & Kicking” dei Simple Minds. Il brano, prodotto tra Italia (Mauro Picotto, Paola Peroni, Roby Arduini) e Gran Bretagna (Phil Kelsey alias PKA, quello di “Let Me Hear You (Say Yeah)” di cui abbiamo parlato qui) figura nella tracklist del primo ed unico album del gruppo, l’eponimo “East Side Beat”, rilevato dalla RCA e contenitore dei singoli editi nel 1993, “You Are My Everything”, remake di “You’re My Everything” di Lee Garrett e che tra i remix annovera le prestigiose firme dei Murk e di Ian levine, e la ballata romantica “My Girl”. Entrambi sono interpretati vocalmente ancora da Carl Fanini che contemporaneamente diventa la voce e l’immagine di un altro progetto di punta della Media Records, Club House, come raccontato qui. Nel ’94 è tempo dell’inedito “So Good”, interamente prodotto negli studi di Roncadelle da Bruno Guerrini e Tiziano Pagani e l’ultimo cantato da Fanini. Stilisticamente è parecchio distante dai precedenti, con un tiro nettamente più eurodance che però pare non giovare affatto. Gli ultimi due singoli escono nel ’95 sulla Team Records di Sandy Dian, affiliata alla Media Records, ed entrambi si rituffano nel mondo delle cover probabilmente con l’ambizione di replicare i fasti di “Ride Like The Wind”, ma sia “Back For Good” che “I Want To Know What Love Is”, rispettivamente remake degli omonimi dei Take That e dei Foreigner, non raccolgono consensi. Il marchio East Side Beat cade nell’oblio. Riappare solo nel 2016 sulla Distar Records di Pagany e Roby Arduini con nuove versioni di “Ride Like The Wind”, brano che più recentemente viene rimesso in circolazione per mano degli Iklektrik di Belfast con una versione (a conti fatti una cover della cover!) pubblicata dalla EDMedia del gruppo Media Records EVO.

«Come spiegato prima, tutto quello che avvenne dopo “I Didn’t Know” non mi appartiene, ma nonostante la defezione dal progetto East Side Beat continuai, con Rollo, a collaborare con Fanini e Petrocchi nonché a lavorare con la Media Records ed altre etichette italiane» prosegue Cinaglia. «Incidemmo svariate produzioni cercando di mantenere sempre una leggera distanza dalle mode e dai generi che imperversavano al momento, e questo fu un fattore che ci permise di ottenere recensioni positive dalle riviste specializzate europee e, in alcuni casi, anche d’oltreoceano». Per la Media Records Cinols e Rollo realizzano, tra 1992 e 1994, “Congo Bongo” e “Matynisa” di The African Juice, il rockeggiante “Rock House Party” di Theorema, “The Only One” (cantata da Marco Scainetti) ed “I Believe” di Base Of Dreams. Poi, a distanza di quattro anni, tornano su Signal con “Don’t Stop” in cui incastrano un sample vocale di “Reach Up” di Toney Lee. «Per la bolognese Irma invece incidemmo sia “Hypno Party” di Still Crash, su Calypso Records, in cui vi era il brano “Love Is A Mystery” cantato da Fanini e finito in un set di Paul Oakenfold, sia “Lost Inside Your Love” di 4 Ever, su Absolut Joy, cantato da Barbara Carassi» aggiunge Cinaglia. «Alla belga Dance Scene Recordings demmo “Ovation” di Hot Weaks (1992), all’italiana Koma Records “Let The Music Play” di JCJ & Rollo Feat. Jenny J. (1996) ed infine alla Jeda Records “Mon Cheri” di The Bumps (2002).

Cinols (febbraio 2009)

Cinols nel suo studio (febbraio 2009)

Non posso negare che il mondo discografico sia affascinante e divertente, ti dà facoltà di conoscere tante persone di ogni genere, di frequentare discoteche, studi di registrazione e radiofonici e ti fa sentire al settimo cielo, ma nel contempo è pure un ambiente infestato da iene pronte ad accoltellarti alla schiena. Comunque rifarei tutto ciò che ho fatto con la stessa passione, umiltà e riservatezza ma con delle differenze di carattere tecnico e contrattuale. Per tecnico intendo che investirei di più su apparecchiature e corsi da fonico perché proporre un progetto musicale con una buona qualità sonora ti introduce agli addetti ai lavori in modo più professionale; per contrattuale invece non permetterei mai a nessuno di fare scelte editoriali o di appropriarsi senza il mio consenso di marchi, artisti e progetti che mi appartengono. Per il resto, riformerei i “fantastici quattro” e tornerei volentieri a pranzo con Gianfranco Bortolotti e Diego Leoni, anche domani, perché da loro ho appreso molte cose, mi sono divertito e li considero tra i più grandi produttori di musica dance in Europa. Qualche anno fa io e Carl siamo rientrati in possesso del marchio East Side Beat pubblicando varie cose come “Your Eyes Don’t Lie” e “Never Give Up”. Abbiamo anche vari inediti rimasti nel cassetto come “Ain’t Nobody”, “This Is My Life”, “The Way You Are” e “Lost And Found”. Tra 2012 e 2013 Rollo ha abbandonato definitivamente l’attività di produttore. Io invece mi diletto ancora a comporre, non come prima anche perché non è più redditizio, ma va bene ugualmente così, sono felice e soddisfatto di quanto abbia fatto» conclude Cinaglia. (Giosuè Impellizzeri)

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Diego Leoni, dalla Baia Degli Angeli alla Media Records

Diego LeoniDi solito le interviste sul mondo della musica da discoteca riguardano DJ e produttori ma spesso dietro il successo degli artisti si cela il lavoro congiunto di più figure professionali che vengono ignorate dal grande pubblico perché non finiscono col proprio volto in copertina o nelle consolle dei locali. Diego Leoni è tra queste. Un manager che negli anni Settanta si occupa di una discoteca epocale per la scena nostrana, la Baia Degli Angeli, e che nel decennio successivo affianca Gianfranco Bortolotti nella Media Records. Il suo è un racconto appassionato, che non lesina sui particolari e che aiuta ad aggiungere altri tasselli per comprendere meglio come era organizzata la scena musicale italiana nel passato.


Quali brani ed artisti ascoltavi con più piacere da ragazzo?

Da adolescente ho vissuto i migliori anni della musica italiana, Battisti e Mina erano tra i miei preferiti, oltre naturalmente alle band Inglesi emergenti di quel periodo. L’approccio con la musica da discoteca avvenne solo in un secondo momento.

Come diventasti il direttore della Baia Degli Angeli?
Nel 1976 gestivo un piccolo locale di un amico che mi propose di acquistare, insieme a lui ed altri soci, la Baia Degli Angeli. Poi mi chiesero di assumermi l’onere della gestione ed io raccolsi l’invito con grande entusiasmo e, ahimè, spensieratezza.

Che tipo di locale era la Baia Degli Angeli? È vero che, così come scrive Stephen Titmus in questo articolo del dicembre 2013, era una sorta di Studio 54 italiano? Perché ancora oggi se ne parla in termini così lusinghieri?
Era sicuramente il locale più all’avanguardia che io conoscessi. Era bellissimo, ancora poco conosciuto ma dalle possibilità enormi, molto più grande dello Studio 54, con due piscine (una interna ed una esterna) e ben tre piste da ballo. La cabina del DJ con la consolle era posizionata dentro un ascensore di vetro perché avevamo una pista al piano terra ed una sul terrazzo al primo piano. Se ne parla ancora oggi perché è diventata un mito, frequentata da ragazzi che venivano da tutta l’Italia. Era interamente bianca, con lettini al posto delle poltrone, due sale interne oltre al mega terrazzo estivo. C’era persino un negozio, la boutique Happy Fashion nella quale vendevamo capi d’abbigliamento della ditta Ball, adesivi ed oggettistica varia del locale. Dalla precedente gestione tenemmo i disc jockey, Claudio ‘Mozart’ Rispoli e Daniele Baldelli. Fummo noi a portare per primi nelle discoteche italiane l’effetto laser, adoperato a mo’ di stella cometa, e le cubiste. La musica era all’avanguardia così come l’impianto luci. La clientela era giovanissima e molto aperta alle innovazioni che furono parecchie durante la mia gestione.

In quell’articolo di Titmus si racconta anche della tua disavventura che ti costò quindici giorni di carcere. A quanto pare la Baia Degli Angeli fu massacrata dai giornali che la dipinsero solo come luogo dove si consumavano stupefacenti.
Il nostro era l’unico locale che si riempiva ma venivamo da fuori ed eravamo politicamente inesperti, senza santi in paradiso. Gabicce Mare è una località turistica piena di alberghi, praticamente tutti (dal sindaco all’ultimo consigliere comunale) gestivano un hotel o una pensione, e noi davamo chiaramente fastidio. Il locale chiudeva alle tre del mattino e migliaia di ragazzi dopo quell’ora andavano a fare casino sulla spiaggia o attraversavano il paese disturbando i clienti di quegli hotel. Così iniziarono a farci la guerra con campagne denigratorie (ricordo articoli in grassetto in prima pagina, magari per uno spinello). Chiedemmo più volte una collaborazione sia col Comune che con le forze di polizia ma i “papaveri” volevano solo una cosa, la chiusura del locale. Infatti alla fine della terza stagione ci revocarono la licenza. La cosa sarebbe finita lì se nel frattempo un mio nuovo socio di Torino non mi avesse convinto a riaprire sotto forma di club privato. Fu proprio durante la prima serata di apertura come club privato che intervennero le forze dell’ordine imponendoci la chiusura del locale. Ovviamente, non potendo più operare in regime amministrativo, agirono penalmente. L’accusa non fu, come si pensa, quella di aver trovato droga nel locale ma che la gestione non avesse operato a sufficienza per evitare l’uso degli stupefacenti. La mia colpa fu quella di essere il titolare di licenza e l’unica persona penalmente perseguibile. Non mi è stata mai addossata nessuna accusa personale, i quindici giorni di detenzione furono necessari da un punto di vista tecnico, la condanna fu di due anni con concessione della condizionale. Non interessavo io ma la chiusura del locale e quella fu la loro unica possibilità. Se avessimo accettato la sospensione della licenza tutto il seguito non ci sarebbe mai stato.

Da quel 21 ottobre 1978, giorno in cui la Baia Degli Angeli chiude definitivamente i battenti, sono trascorsi quasi quarant’anni ma la situazione italiana dei club non sembra essere cambiata molto (vedi recente caso del Cocoricò, chiuso per ragioni analoghe). Cosa pensi in merito al clubbing nostrano? Necessiterebbe di regolamentazioni diverse?
La droga non esiste perché esistono i locali. Certo, all’epoca faceva scalpore il ragazzo che si fumava lo spinello o peggio che facesse uso di droghe pesanti, ma a Rimini girava molta più droga che alla Baia Degli Angeli, però culturalmente la autorità lì erano molto più aperte che a Pesaro. Rimane comunque un fatto al di là di tutte le argomentazioni. È più facile colpire un gestore di locali piuttosto che una scuola, una caserma, un ospedale o i grandi spacciatori. Molte delle nostre leggi sono da tempo obsolete, occorrerebbe cambiarle insieme alla mentalità di alcuni tra i nostri legiferatori.

Dalla Baia Degli Angeli alla Media Records: come e quando iniziò l’avventura al fianco di Gianfranco Bortolotti?
Alla Baia Degli Angeli veniva a trovarmi un grande imprenditore che aveva due locali nel bresciano. Quando seppe della chiusura mi offrì di lavorare per lui come direttore al Number One, e un anno dopo mi propose di aprire un nuovo locale, il Paradiso di San Polo. Lì conobbi Gianfranco, veniva a “testare” i suoi dischi.

Com’era lavorare in veste di manager discografico negli anni Novanta? Quali erano le mete che ci si prefissava di raggiungere? Come si lavorava (soprattutto con l’estero) quando internet non c’era ancora?
È stata un’avventura entusiasmante. In Italia avevamo ben pochi concorrenti e di produttori esecutivi al livello di Bortolotti non c’era nessuno. Gli obiettivi erano Inghilterra ed America. Sin dall’inizio Gianfranco volle dare un taglio internazionale alla struttura, interpellando cantanti madrelingua e producendo sound europeo. Credo di essere stato un buon venditore, sempre consapevole di viaggiare per il mondo con brani di grande spessore.

Tra le innumerevoli sublabel della Media Records c’era anche la Baia Degli Angeli, partita nel 1990 con “Sucker DJ” di Dimples D ma diventata nota soprattutto per “We Need Freedom” di Antico. Come nacque l’idea di riprendere il nome e il logo del club che avevi diretto oltre dieci anni prima?
Ai tempi avevamo circa dodici studi di registrazione ed ogni etichetta rappresentava un sound specifico. Proposi a Gianfranco l’uso di quel marchio che aveva già una sua popolarità. Lui inventò un sound adatto.

Il tuo nome figura nei crediti di molte produzioni discografiche, dai 49ers (“Don’t You Love Me” – riadattamento di “You Make Me Funky” di MC Magic Max pubblicata su Underground nel 1989 – , “I Need You”, “How Longer”, “Move Your Feet”, “Rockin’ My Body”, “Baby, I’m Yours”) a Club House (“Deep In My Heart”, “I’m Falling Too”), da Sharada House Gang (“Passion”, “It’s Gonna Be Alright”, “Real Love”) a Cappella (“Everybody”, “Move It Up”, “U & Me”, “Move On Baby”, “Tell Me The Way”, “I Need Your Love”) passando per Fargetta (“The Music Is Movin'”), Mars Plastic (“Find The Way”, “Wonderland”, “Model With Me”), Anticappella (“Move Your Body”, “Express Your Freedom”), Mario Più (“All I Need”, “Runaway”), Prezioso Feat. Marvin (“Tell Me Why”, “Let Me Stay”), Gigi D’Agostino (“Elisir”, “L’Amour Toujours”, “Another Way”) ma la lista potrebbe andare avanti a lungo. Di cosa ti occupavi precisamente?
Ero l’autore dei testi. Mia moglie è inglese e mi ha aiutato moltissimo: io pensavo alle “licenze poetiche” e lei correggeva gli errori grammaticali. Abbiamo trascorso diverse notti con le cuffie in testa a discutere sull’utilizzo di una parola anziché un’altra meno adatta. Bortolotti mi spiegò che le caratteristiche di un testo dance sono un riff orecchiabile, un ponte facile da canticchiare e le strofe con certe dinamiche. Sull’onda di tali indicazioni scrissi oltre 150 testi tra cui, fortunatamente, quasi tutti i migliori successi della Media Records.

Cosa ricordi con più piacere dell’avventura nella Media Records? Cosa vi rese così forti in ambito internazionale? Forse essere costantemente più avanti rispetto ai competitor? (a tal proposito mi torna in mente l’avveniristico stand “La Donna In Scatola” con le fibre ottiche presentato al Primo Salone della Musica di Torino ad ottobre 1996).
I ricordi piacevoli sono veramente innumerevoli. Ero nuovo dell’ambiente, non ero un musicista ed entrai in un mondo che mi era praticamente sconosciuto, ma fu una scoperta entusiasmante. Ricordo, forse per affetto, il primo contratto di una certa rilevanza che firmai con Gianfranco a Benidorm, in Spagna. La cifra era notevole per quel periodo, brindammo e ci augurammo un buon Natale. Fu un brindisi premonitore e fortunato visto che di Natali buoni ne abbiamo festeggiati davvero molti altri.

Da qualche tempo la Media Records è resuscitata: che pensi del ritorno in musica di Bortolotti?
Gianfranco vede avanti come pochi e per questo trova difficoltà nel reperire collaboratori di un certo livello, ma se vuole fa la differenza anche nel mondo digitale.

Torneresti ad affiancarlo come nella decadi trascorse?
No, in primis per ragioni anagrafiche ma anche perché non penso di potergli essergli utile come credo di esserlo stato in passato.

Restiamo proprio nel passato: c’è qualcosa di spiacevole, accaduto nella sfera discografica in quegli anni, che vorresti raccontare? Insomma, vuoi toglierti un sassolino dalla scarpa?
Non amo sputare nel piatto dove ho mangiato ma se ho un rimpianto è la fine del mio/nostro rapporto con Gigi D’Agostino. Una cocente delusione sia umana che artistica.

Chi stimavi particolarmente?
Su tutti Gianfranco Bortolotti perché mi ha insegnato molto della vita e mi auguro che anche lui serbi buoni ricordi di me. Poi Gigi D’Agostino per la sua unicità dei suoni.

Credi ci fossero sostanziali differenze tra scena italiana ed estera? Non intendo solo in termini creativi ma anche (e soprattutto) organizzativi e manageriali.
C’era un abisso, soprattutto nel settore manageriale. Le etichette italiane non si confrontavano, non c’era collaborazione ma solo invidia per il successo altrui. Insomma, non esisteva la volontà di guardare fuori dal proprio guscio. Bortolotti, da sempre contraddistinto da una mentalità europea e non italiana, spesso non veniva capito e persino ostacolato.

Perché ad un certo punto (nei primi anni Duemila) la discografia italiana legata alla dance è implosa? Incapacità di confrontarsi su una piazza infinitamente più ampia e complessa?
Nel caso della Media Records avvenne per l’ego artistico di alcuni nostri produttori che dopo un grande successo si consideravano dei padreterni non riconoscendo più il ruolo di leader a chi li aveva portati al successo. L’esempio più evidente riguarda Gigi D’Agostino che dopo il grande exploit ottenuto con “L’Amour Toujours” non volle più la supervisione di Bortolotti. I risultati si sono visti. Purtroppo è un fenomeno comune ed oggi ne paghiamo le conseguenze.

La democratizzazione tecnologica ha innescato la proliferazione incontrollata di presunti artisti ma anche di presunti manager discografici. Quali sono le qualità che dovrebbe avere oggi un buon manager che opera nel settore musicale?
La prima è quella di essere appunto un buon manager. Oggi il mercato è in mano ai DJ che sono tutto tranne che manager, ma hanno la presunzione di esserlo.

La mitizzazione/divinizzazione del DJ e la spettacolarizzazione della sua attività hanno favorito l’industria discografica oppure per certi versi ne stanno decretando il tramonto?
Prima hanno aiutato l’industria, ora la stanno affossando.

Serve ancora partecipare ad eventi tipo Winter Music Conference o Midem?
Può essere utile per consolidare i rapporti o per mantenere vive le amicizie ma non certo per far conoscere i propri prodotti.

Segui ancora la scena discografica e musicale? Credi ci sia ancora spazio per un exploit italiano come quello della piano house di fine anni Ottanta?
Non seguo molto la scena discografica ma come in tutte le cose ogni periodo porta qualità e difetti. Lo spazio c’è sicuramente, se accompagnato da un po’ di umiltà.

C’è qualcosa che ti sei pentito di aver (o di non aver) fatto? Una licenza scappata, un successo cestinato per sbaglio…
Per fortuna le licenze non licenziate o i successi cestinati per sbaglio non erano di mia competenza, quello era un peso che sosteneva in toto Bortolotti. Col senno di poi avrei potuto sicuramente siglare qualche contratto migliore.

Qual è il primo brano che ti viene in mente pensando agli anni trascorsi in Media Records?
“Bauhaus” di Cappella, perché fu il primo brano che vendemmo agli inglesi. A seguire “L’Amour Toujours” di Gigi D’Agostino perché è stato il nostro più grande successo.

Se potessi rivivere un anno tra il 1990 e il 1999 per quale opteresti?
Non saprei davvero scegliere, vorrei riviverli tutti.

(Giosuè Impellizzeri)

* si ringrazia Daniele Baldelli per aver fornito le foto della Baia Degli Angeli

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