Firefly – Love Is Gonna Be On Your Side (Mr. Disc Organization)

Firefly - Love Is Gonna Be On Your SideAlla fine degli anni Settanta il fenomeno della disco music è all’apice. Come scrive Albert Goldman in “Disco”, «”La Febbre Del Sabato Sera” fissa un nuovo standard per il successo commerciale e la relativa colonna sonora vende il doppio di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles. La disco diventa un’industria da quattro miliardi di dollari l’anno, coi suoi privilegi, le pubblicazioni, le top 40, le regole di vendita, i cataloghi di accessori speciali e l’accesa competizione degli agenti di marketing che aspirano a trasformare ogni scantinato o tavernetta d’America in una minidiscoteca». Con un effetto stile tsunami, la proto club culture investe il mondo intero, Italia compresa dove le case discografiche si organizzano per cavalcare al meglio la moda del momento.

«All’epoca quasi tutte le formazioni disco, specialmente quelle europee, prevedevano l’uso di modelli – come illustrato in questo reportage, nda – e non di musicisti sulle copertine dei dischi» ricorda oggi Maurizio Sangineto, noto come Sangy. «Io però decisi di andare controcorrente e, ispirato dai mitici Earth, Wind & Fire, ci misi la faccia optando per un nome che “suonasse” bene e fosse internazionale. Assieme a me, inizialmente, comparve solo la cantante Manu Ometto a cui in seguito si aggiunse Rolando Zaniolo in arte Jay Rolandi».

Firefly (1981)

La formazione iniziale dei Firefly, nel 1981: insieme a Maurizio Sangineto (a sinistra) ci sono Manuela Ometto e Rolando Zaniolo alias Jay Rolandi

Sangineto è tra i fondatori di una delle prime band disco italiane, i Firefly, che debuttano nel 1979 col singolo “Do It Dancin'”. La sua prima esperienza discografica però risale all’anno prima quando incide l’album “Steps”, oggi particolarmente ambito dai collezionisti. «Il mio primo progetto musicale fu proprio quell’album strumentale, realizzato con un gruppo di (ottimi) musicisti fusion della mia città, Vicenza, e firmato col mio nome, seppur sintetizzato semplicemente in Sangi. Era frutto della mia passione per il jazz, per la musica di Morricone, di Santana e di George Benson, per il funky e il progressive rock, una strana mistura insomma. Si trattò di un’autoproduzione perché nessuna casa discografica di allora si mostrò interessata ma, nonostante la tiratura limitata ad appena poche centinaia di copie, fu un enorme apripista per la mia carriera musicale, oltre ad essersi trasformato in un cimelio per i collezionisti. Molto suonato in Rai in innumerevoli sigle radiofoniche e televisive, giunse all’orecchio di un regista lombardo, Giorgio Cavedon, che mi commissionò la colonna sonora del film “Ombre” con Monica Guerritore che all’epoca era una vera star. Nel film era prevista una scena ambientata in discoteca e il regista mi chiese se preferissi un brano di repertorio o se potessi scriverne uno ad hoc. Siccome le sfide mi sono sempre piaciute, decisi di provarci. Il pezzo che composi era l’embrione di quello che produssi subito dopo insieme all’amico Maurizio Cavalieri, “Do It Dancin'” dei Firefly».

Con quel brano, stilisticamente ubicato tra funk, disco e soul, Sangineto inizia a prendere le misure del mercato ma non scimmiottando banalmente le hit che giungono dall’estero. Il musicista ha le idee ben chiare e lo dimostra subito incidendo, nel 1980, l’album eponimo dei Firefly da cui viene estratto “Love Is Gonna Be On Your Side”, pietra miliare dell’italian disco e singolo di maggior successo della formazione veneta. Funk, soul e disco restano le coordinate entro cui la band si muove con indiscussa maestria, raccogliendo successo anche negli States dove il brano viene ripubblicato dalla Emergency Records di Sergio Cossa che, da lì a breve, stamperà il seminale “Feels Good (Carrots & Beets)” di Electra prodotto da un altro italiano, il fiorentino Franco Falsini intervistato qui. Insomma, disco “nera” fatta da bianchi, e sebbene i tempi non fossero più particolarmente propizi per la disco (si pensi alla Disco Demolition Night del luglio ’79 o alla chiusura dello Studio 54 nel 1980), i Firefly riescono ad imporsi sulla piazza internazionale in virtù di quella che Sangineto definisce «una totale uniformità di livello rispetto agli standard più sofisticati dell’epoca, pur essendo una produzione totalmente made in Italy. Nemmeno i Change, che all’epoca erano sulla cresta dell’onda e per i quali nutrivo grande rispetto e ammirazione, potevano considerarsi realmente italiani perché prodotti negli States con cantanti americani. Noi fummo dei veri outsider, scambiati a tutti gli effetti per una band internazionale. “Love Is Gonna Be On Your Side” faceva parte, ma col titolo “Love And Friendship”, del primo album dei Firefly realizzato in circa due mesi di lavoro. Le registrazioni le facemmo a Roma presso lo Studio TM di Toto Torquati, immenso musicista che suonò tutte le tastiere presenti nel disco. Ce lo stampammo da soli su Mr. Disco, etichetta creata da me e Maurizio Cavalieri, mio socio nell’intero progetto. In Italia, inizialmente, fu accolto con timidezza ma poi, quando arrivarono con stupore le notizie dei primi posti raggiunti nelle classifiche americane, cambiò tutto».

Billboard, 1981

“Love Is Gonna Be On Your Side” al terzo posto della classifica americana stilata da Billboard, nel 1981.

Come anticipato prima, quando il brano viene lanciato come singolo cambia titolo e da “Love And Friendship” diventa “Love Is Gonna Be On Your Side”. «Ci rendemmo conto di quanto fosse forte il ritornello e a quel punto preferimmo trasformarlo nel titolo stesso della canzone» spiega a tal proposito Sangineto. «Il “Love And Friendship” scelto quando uscì l’album rispondeva ad una sorta di concept, una riflessione musicale sulla differenza tra amicizia ed amore». A cambiare nome qualche tempo dopo è pure l’etichetta che da Mr. Disco diviene Mr. Disc Organization. Provvidenziale anche in questo caso è il chiarimento di Sangy, diventato uno specialista di naming (si veda http://www.thenamespecialist.com): «Decisi di ideare un nuovo nome per uscire dal gap della disco music che, nei primi anni Ottanta, iniziò ad essere vista con sospetto e scarsa considerazione. La parola “Disco” venne accorciata in “Disc”, divenendo così semplicemente il termine tecnico con cui si definisce internazionalmente il supporto fonografico e non più il genere musicale. La O finale invece si trasformò nella iniziale di Organization, a richiamare anche la mitica Chic Organization. Un piccolo “gioco di prestigio” che diede nuovo slancio e potenzialità all’etichetta, senza i limiti emersi dallo schierarsi dichiaratamente come “disco music”».

Sangy al Sandy's Recording Studio (1983)

Sangineto nel Sandy’s Recording Studio di Sandy Dian, nel 1983

I Firefly incidono quattro album ma Sangineto non prende parte all’ultimo, “Double Personality”, uscito nel 1984 e registrato presso il Sandy’s Recording Studio di Sandy Dian. «In quel periodo iniziò ad arrivare tanta musica britannica in stile pop elettronico con meno elementi funky, ma non intendevo affatto assecondare quel trend. Quando fu deciso di estrarre, da “Firefly 3”, il singolo “Don’t Be A Fool” che non condividevo affatto come gusto musicale e a cui peraltro non avevo neanche partecipato alla composizione, uscii dal gruppo. Sentivo l’esigenza di andare in un’altra direzione» spiega il musicista.

«Lasciati alle spalle i Firefly, decisi quindi di dare libero sfogo alla mia passione per la musica funky creando, insieme all’amico Flavio Botta alias Bottmann, The Armed Gang, un progetto ex novo, ma anche quello fu un caso limite. Mai nessuno, in Italia, aveva composto musica funky più black di così e nessuno infatti pensò che fosse una produzione italiana. A dire la verità i cantanti, Joe Beach, Kenny Claiborne e James Otis White Jr, erano tutti americani e di colore, conosciuti alla base NATO di Vicenza. Da noi il momento non era più favorevole per quel genere ma all’estero l’album divenne un autentico cult. In Brasile, ad esempio, raggiunse i primi posti delle classifiche scavalcando persino Michael Jackson e diventando la colonna sonora delle telenovelas più seguite.

Sangy & The Armed Gang

Sangineto insieme a Kenny Claiborne e Joe Beach del progetto The Armed Gang (1983)

Nel frattempo Firefly, passato nelle mani dell’etichetta romana Full Time, naufragò ed io ne raccolsi le ceneri acquistando l’intero catalogo. La Full Time guidata da Claudio Donato rilevò invece la proprietà della Mr. Disc Organization. Il singolo “Falling In Love”, uscito a metà anni Novanta, fu un mio timido tentativo di dare un seguito a quel progetto ancora con la voce di Jay Rolandi (che in quel periodo entra nella formazione dei Co.Ro. cantando brani come “4 Your Love”, “I Just Died In Your Arms Tonight”, “Temptation” e “Get Over It”, nda) ma non ero più realmente immerso nella musica perché nel contempo avevo aperto la mia casa di produzione video e non riuscii quindi a seguire l’iniziativa come avrei voluto».

Nonostante il synth pop e le sonorità più marcatamente elettroniche non rientrino nei suoi gusti, Sangineto finisce con cedere all’italodisco che prende il posto dell’italian disco intorno al 1983, proprio sul modello britannico. «In pochi lo sanno, ma il passaggio dalla disco, perlopiù americana e capitanata da grandi nomi come Chic, Earth, Wind & Fire o Commodores, all’italodisco avvenne per motivi economici e non musicali. Sino agli inizi degli anni Ottanta tutti i dischi di quel genere arrivavano d’importazione dagli States. Ad un certo punto però, nel giro di pochi mesi, il cambio del dollaro passò dalle 800 lire a 1600 lire. Risultato? Crollo verticale delle importazioni di dischi dagli USA ed apertura verso produzioni europee e possibilmente italiane. Posso tranquillamente affermare che nessun musicista italiano di allora, tranne i Change, avesse una preparazione musicale “tosta” come quella necessaria per fare musica dance al pari di quella americana. Allora si fecero spazio i primi DJ che, interpretando magistralmente l’onda del cambiamento, iniziarono a produrre i loro dischi con largo uso di campionatori e con un gusto musicale spesso elementare, seppur efficace per far ballare il pubblico».

Sangy e James Otis White, 1983

Sangineto e James Otis White Jr. (1983)

Valery Allington, The Creatures, Vivien Vee, Amanda Lear e Passengers sono solo alcuni dei tanti progetti artistici a cui Sangy partecipa in un periodo in cui la “disco dance” italiana, così come viene gergalmente chiamata, si impone a livello nazionale e, in alcuni casi, anche all’estero. Etichette/distributori indipendenti come Discomagic e Il Discotto creano un vero impero economico che riesce a tenere testa persino alle multinazionali. «Mentre era in atto quel cambio epocale, dovetti giocoforza dividermi in due. Da una parte, sull’onda del successo internazionale di Armed Gang, continuai a sfornare produzioni funky come “Stop” di Valery Allington e “Baby Come On” di James Otis White Jr., diventate cult, ma dall’altra, in quanto professionista, dovetti accettare di mettermi in gioco anche sul nuovo fronte. Nacquero così una valanga di produzioni strette con DJ e discoteche, come ad esempio il progetto Cosmic o The Creatures. Per effetto del cambio favorevolissimo tra dollaro e lira, alcune etichette italiane che seppero cavalcare quel momento storico irripetibile fecero una valanga di denaro. Meritatamente dal punto di vista imprenditoriale, un po’ meno sotto l’aspetto prettamente musicale perché diedero spazio a progetti che di artistico avevano spesso molto poco. Nella stragrande maggioranza dei casi infatti i dischi giravano su quattro sequencer in croce e voci finte o persino stonate. Mi rendo conto che queste mie considerazioni possano far crollare qualche visione nostalgica del periodo ma la realtà, secondo me, è questa».

M&G

La copertina di “When I Let You Down” di M&G (Sensation Records, 1986)

Per una delle tantissime etichette della Discomagic di Severo Lombardoni, la Sensation Records, nel 1986 Sangineto realizza “When I Let You Down” di M&G, un brano oggi considerato tra i migliori di quell’enorme eredità/patrimonio lasciato dall’italodisco. Ristampato a più riprese nel corso degli anni, sfruttato melodicamente da Hyena Featuring Ricky Trauma per “I’ve Got To Dance” nel ’92, coverizzato da Fred Ventura nel 2007 e recentemente campionato da Tiger & Woods nell’album “A.O.D.” di cui abbiamo parlato qui, la versione originale del 12″ è stata oggetto di contese aste online. «A dimostrazione di quanto abbia appena raccontato, del progetto M&G non ricordo quasi nulla. Credo che l’artista, Mirko Galli, fosse un giovane DJ riminese, bisognoso di un supporto musicale di qualità. Per me fu una produzione di routine per cui non venne girato neanche un video ufficiale ma, contrariamente alla mia personale impressione, quel pezzo è diventato un mito e considerato uno dei più belli dell’italodisco, o almeno così leggo nelle migliaia di commenti che i fan di ogni parte del mondo scrivono su YouTube».

Dal passato al presente: nel 2018 Sangineto prende parte alla produzione di “Love 4 Love”, l’album che riporta in vita i Change del compianto Jacques Fred Petrus e Mauro Malavasi, dopo oltre trent’anni di silenzio. «Per me è stato un grande onore aver contribuito con un cameo al nuovo progetto Change, prodotto dall’amico Stefano Colombo. Mauro Malavasi e Davide Romani restano i migliori musicisti italiani di sempre. Mi dicono che il mio piccolo contributo di chitarra in stile Firefly abbia dato al brano “Hit Or Miss” quel qualcosa in più che lo ha reso una hit internazionale nel suo genere, e di questo non posso che esserne felice. E non è detto che la collaborazione si fermi qui». (Giosuè Impellizzeri)

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Alexander Robotnick – Problèmes D’Amour (Fuzz Dance)

Alexander Robotnick - Problèmes D'Amour“Nei primi anni Ottanta, quando la new wave e la disco generavano imprevedibili scontri/incontri culturali in cui geni solitari e spesso incompresi come Dieter Maier disegnavano il futuro e i Suicide inventavano il punk elettronico, Maurizio Dami, toscano, con una formazione musicale tipicamente jazzistica, si innamora di Kraftwerk e Tuxedomoon e con una Roland TR-808 (ma più avanti si scoprirà essere una TR-606, nda), due TB-303 e poco altro incide “Problèmes D’Amour”, una delle rare e stupende anomalie dell’industria discografica italiana. Tutto accade però senza rendersi conto di quanto quel brano influenzerà il corso della musica futura e senza avere la soddisfazione di raccoglierne i frutti, se non dopo anni e in modo parziale quando grandi musicisti testimoniano i loro debiti storici verso la sua musica”.

Con queste parole nel 2003 Andrea Benedetti descrive Alexander Robotnick, uno degli artisti che avrebbero preso parte al Distorsonie di quell’anno, al Link di Bologna. Il 2003 segna il ventennale di quel pezzo che, riprendendo ancora i concetti esposti da Benedetti nella brochure dell’evento, “gli vale un posto ad aeternum in qualsiasi agiografia della musica elettronica”. Dami torna a calcare le scene della dance proprio in quegli anni ripresentandosi come DJ, e il pubblico lo accoglie a braccia aperte come uno dei protagonisti ritrovati dell’italodisco. È curioso però constatare che lo stesso artista dichiari, in più di qualche sporadica occasione, che non si sia mai interessato a quel genere e a dire il vero la stessa “Problèmes D’Amour” non include affatto alcuno stereotipo dell’italodisco. «La mia musica non era ascrivibile a quel filone, nei testi che scrivevo mancavano cose tipo “in the night” o “all the night oh oh oh” e, in tutta franchezza, per me quella roba era pura spazzatura ma poiché tutti continuavano a ripetermi che il business fosse proprio lì, cercavo di documentarmi» spiega oggi l’artista. «Anche dopo l’uscita di “Problèmes D’Amour” i negozianti di dischi, come ad esempio il compianto Roberto Bianchi di Disco Mastelloni a Firenze (intervistato in Decadance Extra, nda), quando mi vedevano mi davano un pacco di dischi da sentire spingendomi a fare cose simili. Io ascoltavo, rabbrividivo, ringraziavo cortesemente e me ne andavo un po’ più depresso rispetto a quando ero entrato. Arrivai persino a pensare che l’unico modo per continuare ad alimentare la voglia di fare musica fosse evitare di proposito i negozi di dischi.

Una volta ne comprai un paio, proprio da Mastelloni. Uno era “Survivor” dello scomparso Mike Francis, che comunque non era propriamente italodisco ma era arrangiato molto bene, con un timbro vocale accattivante e cantato in un inglese più che buono, l’altro invece era smaccatamente italo, “Don’t Cry Tonight” di Savage che, nonostante la pronuncia della italo standard, mi colpì per quella soluzione elegante che connetteva strofa e ritornello, originale ed inaspettata. Piuttosto triste ma piena di speranza, italo al suo top e in effetti Zanetti continuò a farsi sentire anche dopo, era uno che sapeva il fatto suo. Il “tonight” nel pezzo c’era ma, per bontà sua, senza “oh oh”. A tal proposito apro una piccola digressione: l’unico “oh oh” che mi sia piaciuto è quello di “Tarzan Boy” di Baltimora, perché davvero buffo e carino al punto da far impazzire il Regno Unito. L’italodisco bella ed innovativa era altrove ma io allora non la conoscevo e i negozianti non me la proponevano. Di quel genere non erano solo i vocal ad essere troppo lontani dai miei gusti ma anche i suoni. Le drum machine dal timbro pesante non legavano col mio stile, ero più affascinato (e lo resto tuttora) dal suono elettronico analogico, quello che mi aveva fatto amare i Kraftwerk e il primo electro pop britannico come “Dreaming Of Me” che mi fece scoprire i Depeche Mode. A mio avviso il resto della loro produzione non ebbe più quel fascino, rimanevano certamente belle canzoni con bellissimi vocal e suoni sempre innovativi ma poco elettronici e con troppa sintesi FM per i miei gusti dell’epoca. Con la TR-808 e la TB-303 non si faceva mica l’italodisco, non “pompavano” abbastanza, ma sintetizzatori come il Prophet-5 o l’Emulator erano totalmente al di là delle mie possibilità economiche, non provenendo da una famiglia ricca ed agiata. In quegli anni anche i bolognesi transfughi della new wave italiana si cimentarono ma raggiungendo un risultato, a mio modo di vedere, che perse il prestigio riscosso tra i “darkettoni” come me, senza riuscire neanche ad avvicinarsi a successi tipo “I Like Chopin” di Gazebo (inascoltabile, mi tappavo le orecchie ogni volta che lo sentivo!).

Robotnick (1980)

Maurizio Dami nel 1980

Comunque tra ’84 e ’85 l’italodisco era già finita, si era trasformata in una musica ancora più banale e “rumorosa” che iniziarono a chiamare hi NRG, ormai totalmente internazionalizzata. Per me lì non c’era niente da segnalare se non il Patrick Cowley di qualche tempo prima insieme a pochi altri, ammesso che si possano davvero includere in quel genere. Anche le vendite dei dischi calarono velocemente e cominciò la crisi del vinile. Non bastava più avere cattivo gusto e mettere la “cassa dritta”, era necessario lottare e sgomitare per avere successo. In alternativa ci si poteva rivolgere a Severo Lombardoni della Discomagic che ti dava un milione di lire come anticipo sulle vendite del disco ma il tutto finiva lì. Insomma, persi ogni interesse. Però non vorrei che qualcuno, leggendo queste righe, possa pensare che l’italodisco sia stata tutta spazzatura. Personalmente non la conoscevo sino in fondo e, ad essere onesto, nutrivo un pregiudizio grosso come una casa che mi impediva di esplorare quel genere al netto del mainstream. Solo tanti anni dopo, attraverso DJ come l’olandese I-f, ho scoperto autentiche ed inaspettate perle, “Spacer Woman” di Charlie su tutte, e poi “Life With You ….” di Expansives, “Hypnotic Tango” di My Mine, “Robot Is Systematic” di ‘Lectric Workers ed ancora, “Happy Station” di Fun Fun, “Jabdah” di Koto, “Space Warriors” di Space Invaders, “Passion” di The Flirts, “Magic Fly” degli Space e “Disco Train” dei Dance Reaction. Ancora più tardi incontrai, in occasione delle varie edizioni del Reverso Festival, a Milano, Franco Rago e Gigi Farina, produttori di molti brani che ho scoperto ed amato nell’ultimo quindicennio. A posteriori posso quindi affermare che dal 2003 la mia opinione sull’italodisco sia mutata, almeno in virtù di quei trenta/quaranta brani che suono durante le mie serate. Il resto continua ad essere spazzatura. Devo la scoperta di molti pezzi anche a Fred Ventura che una volta mi disse “ma come, sei il re dell’italo e non la conosci?” e mi spedì un po’ di CD coi pezzi più significativi.

I miei primi anni Ottanta li vissi con gli Avida, la prima band che misi su con Stefano Fuochi, Daniele Trambusti e Stefania Talini. Erano anni dissacranti/dissacrati, con tanta voglia di ridere e scherzare dopo la lugubre violenza dei Settanta. Riuscimmo a far stampare a Materiali Sonori un 7″ autoprodotto (quello con “A Fumme Mariuà” e “La Bustina”, nda) ma risultammo troppo “diversi” rispetto alle cose che circolavano allora. Eravamo convinti che la gente avrebbe apprezzato la nostra ironia e rimanemmo di sasso quando ci dissero che la redazione di Radio Popolare venne sommersa da un oceano di telefonate mentre andava in onda “La Bustina”: erano tutte proteste per il nostro “incitamento alla droga”. Mi dispiace che i restanti brani siano stati pubblicati dopo oltre venti anni da una label olandese, la Crème Organization, che li ha immessi nel mercato internazionale (ne “Il Grillo E La Formica”, 2006, nda) ovviamente incapace di capire i testi in lingua italiana e perdendo di conseguenza lo spirito anarchico e dissacrante, la parte più importante di quella musica. Il periodo d’oro degli Avida andò dal 1981 al 1983. Poi, per una scelta sbagliata, ossia suonare in un locale piuttosto che in un altro, fummo banditi dall’ARCI che all’epoca controllava il mercato opposto al mainstream. Quell’esperienza mi convinse a mandare al diavolo l’ambiente musicale italiano e da lì nacque Alexander Robotnick».

Robotnick nella Krypta nel 1982

Dami nel 1982 mentre compone musica nella Krypta, un buco in un sotterraneo che usa all’inizio della carriera, prima dello studio in cui nasce Problèmes D’Amour”. Proprio a quel posto dedicherà una compilation di inediti edita dall’olandese Crème Organization nel 2005, “Krypta 1982”

Nel 1983, così, Dami inizia un nuovo corso artistico, continuando a collaborare con la Materiali Sonori per cui incide il 7″ “Forza Viola!” in formato picture disc, dedicato alla squadra di calcio della Fiorentina. Pare che a spronarlo a realizzare un disco ballabile sia stato il cofondatore dell’etichetta, Giampiero Bigazzi, convinto che bastasse un ritmo in 4/4 per vendere migliaia di copie ed incassare denaro. «Fu proprio così» continua Dami. «Bigazzi mi spinse a cimentarmi con la disco con la “cassa in quattro” per provare a piazzare almeno diecimila copie e così feci. Realizzai un brano con quelle caratteristiche, “Problèmes D’Amour”, che effettivamente vendette diecimila copie. Tutto regolare, niente di veramente eccitante, almeno all’inizio. Solo dopo un po’ arrivarono le sorprese. Composi “Problèmes D’Amour” a dicembre ’82, “Dance Boy Dance” (compresa nel futuro album) poco prima, e di questo ne sono certo perché conservo ancora la cassetta coi demo che ha la sua bella data scritta sopra. Per quella nuova avventura inventai Alexander Robotnick ovvero Alessandro Il Lavoratore, in russo, connettendo quella identità ad una storiella, sempre da me ideata, che lo presentava al pubblico come un personaggio nato in Kamchatka (un nome popolare anche in Italia per via del Risiko) che, perseguitato da Stalin, approdò a Parigi dove cantava in francese. Ai tempi tutti si davano pseudonimi in inglese facendosi passare per americani (uno su tutti Den Harrow, per me veramente geniale!), ma per fare il bastian contrario cercai qualcosa di diverso. Inizialmente fui tentato da Pat Tume ma poi optai per il franco-russo Alexander Robotnick, spacciandomi per sovietico. In quel periodo composi brani come “Les Grands Voyages De L’Amour”, che resta il mio preferito, “I Remember Kamchaka” e “Soundtrack”».

“Problèmes D’Amour” esce nell’annus mirabilis dell’italodisco, il 1983. A pubblicarlo è la Materiali Sonori che però lo convoglia su una sublabel lanciata da pochi mesi, la Fuzz Dance, ricordata per altri piccoli cult come “Plastic Love” di Zed, “Whola Lotta Love” di Massimo Barsotti e “Don’t Go” di San Giovanni Bassista. Di propriamente italodisco in quei sette minuti e quattro secondi però non c’è praticamente nulla. Il cantato in lingua francese, realizzato da Dami, si alterna a parti vocali femminili di Martine Michellod su un trascinante impianto ritmico animato da un ingegnoso disegno di bassline ottenuto con una Roland TB-303, programmata nel modo in cui l’azienda nipponica di Ikutaro Kakehashi concepisce quel generatore di basso e non come poi avviene nella parentesi acid aperta a Chicago tempo dopo. «All’epoca di “Problèmes D’Amour” il mio studio era allestito in uno stanzino, quasi quello delle scope per intenderci, e comprendeva due improbabili speaker Philips, un mixerino autocostruito da un amico, il mitico “portastudio” (ossia un registratore quattro piste a cassette), due Roland TB-303, una Roland TR-606 modificata con uscite separate, un Korg Mono/Poly, una tastierina Casiotone con cui suonavo gli accordi, una chitarra Gibson “Diavoletto” e un amplificatore combo di cui non ricordo più la marca e che in seguito scambiai con una Roland TR-808. Ai tempi si incideva il demo su cassetta e se ai discografici piaceva ci si recava in studio per svilupparlo e registrare la versione finale. Nel mio caso lo studio si trovava a Calenzano, in provincia di Firenze, precisamente lo Studio Emme di Marzio Benelli il quale contribuì non poco alla produzione dei miei brani. Non c’era il computer ma i pezzi, in qualche modo, erano “programmati” ugualmente da me, a casa. L’intera sequenza di basso e delle frasi in stile stabs furono scritte sui due TB-303. Uno di essi pilotava il Korg Mono/Poly tramite CV/gate. I budget disponibili nella cosiddetta “musica alternativa” non prevedevano più di tre giorni di studio, forse per completare il tutto noi ne impiegammo solo due. Marzio aveva ancora un sedici piste Teac con relativo mixer. Collegammo semplicemente la TR-606, i due TB-303 e il Korg Mono/Poly, schiacciammo record e start e registrammo la parte di batteria, il basso e una voce degli stabs. Si prospettò però il problema di sincronizzare la seconda voce del Mono/Poly, pilotata dal TB-303. Solo un anno dopo circa Marzio si sarebbe procurato l’attrezzatura professionale con cui poter registrare un segnale di sync su una pista, in modo da poter fare tutte le sovraincisioni desiderate. Per ovviare a quel problema escogitammo quindi una soluzione: senza mai toccare la rotella del tempo sulla TR-606, la facevo partire al volo e in due/tre tentativi riuscimmo a registrare gli stabs del Mono/Poly a sincrono. Ad ispirarmi fu, come sempre, la vita. Anni dopo mi resi conto che forse l'”aua” era venuto dai Tom Tom Club ma in modo totalmente inconscio.

Martine Michellod, che cantò con me, era la fidanzata di un amico, Fabrizio Federighi, un bravissimo bassista e produttore. Forse sorse un po’ di gelosia quando il brano riscosse successo, ma niente di veramente serio. Martine, che tutti chiamavamo Dadù, era svizzera-francese. Mi aiutò anche coi testi della strofa. Il francese lo masticavo ancora bene, mia madre era professoressa proprio di lingua francese e lo avevo studiato a scuola ma comunque la mia padronanza non era tale da permettermi di gestire il testo in totale autonomia. La terza strofa ad esempio, “Ancore si tu veux connaitre mès parents…”, è un’idea tutta sua. Quando Bigazzi lo sentì la prima volta si limitò a dire “bellino!” ma dopo un po’ di tempo cambiò parere ed esclamò “eccezionale!”. Un altro punto importante di quel disco è rappresentato dalla grafica anzi, secondo me la copertina fu uno dei fattori a decretarne il successo. Venne realizzata da Giancarlo ‘Arlo’ Bigazzi, fratello di Giampiero, da non confondere col Giancarlo Bigazzi nazionalpopolare ed autore di centinaia di brani tra cui “Ti Amo” di Umberto Tozzi. Ad un distributore indipendente di Chicago quel disegno piacque talmente tanto da spingerlo ad ascoltare il disco. Ci credette e cominciò a fare ordini sempre più consistenti (analogamente a quanto avvenne, pochi anni prima, a “Love In C Minor” di Cerrone, nda). Urge però fare una importante precisazione sul ruolo dei fratelli Bigazzi, perché sono circolati molti equivoci in proposito nel corso del tempo: loro ricoprirono esclusivamente ruolo di produttori esecutivi, in altri termini stanziarono il denaro necessario per la realizzazione fisica del disco, ma non furono assolutamente produttori della musica. Tutti i brani di Robotnick degli anni Ottanta furono prodotti solo da me, con l’importante aiuto di Marzio Benelli che però, paradossalmente, non figura neanche su “Problèmes D’Amour”.

Esistono due versioni del disco: la prima, quella stampata da Fuzz Dance/Materiali Sonori e distribuita da Gianfranco ‘Skizzo’ Barbetta, vendette diecimila copie (soglia per nulla rilevante all’epoca) ma quasi tutte negli Stati Uniti e nel Regno Unito e ciò mi portò un certo prestigio visto che il grosso solitamente veniva esportato in Giappone, ai tempi considerato “il terzo mondo” della musica; la seconda versione invece, finita nel Maxi-Single “Fuzz Dance”, fu quella mixata (e non remixata, come alcuni erroneamente sostengono) da François Kevorkian in un importante studio newyorkese, il Sigma Sound Studios. Al Midem di Cannes del 1984 tutti cercavano “Problèmes D’Amour” ma in quegli anni sia io che i fratelli Bigazzi eravamo piuttosto provinciali, non parlavamo inglese (ho cominciato solo a cinquanta anni!) ed eravamo degli outsider del mercato discografico. Dopo mille offerte approdammo a Seymour Stein della Sire e ci sentimmo al top ma proprio in quel momento cominciarono i guai. Stein, intento a lanciare Madonna, vendette la sua label alla WEA e dopo un periodo interminabile la nuova proprietà ci presentò un contratto che pareva la Treccani in inglese e che i Bigazzi, comprensibilmente, impiegarono mesi per tradurre. Ciò fece slittare l’uscita del singolo al 1985, ormai più di due anni dopo rispetto a quando l’avevo composto. Entrò per qualche settimana nelle classifiche dance americane ma io ero già da un’altra parte. Non credevo più ai dischi, facevo colonne sonore, scoprii la world music ed iniziai a riaccostarmi al jazz. Insomma, mi sentivo lontanissimo rispetto a “Problèmes D’Amour” e al mondo intorno a cui gravitava. Ai tempi considerai la menzionata versione di Kevorkian di gran lunga superiore rispetto a quella che realizzai con Marzio ma venti anni più tardi, quando ho cominciato a fare il DJ, tornai sui miei passi preferendo la nostra, meno “rumorosa” di quella riconfezionata a New York, pericolosamente hi NRG e col balance poco curato delle voci del coro. Una volta il proprietario di un club di New York mi disse che lui ed altri usavano l’original di “Problèmes D’Amour” per testare il suono degli ambienti, era considerato il brano più “dry” esistente allora».

Alexander Robotnick - Ce N'est Q'un Début

La copertina di “Ce N’est Q’un Début”, primo album di Alexander Robotnick pubblicato da Materiali Sonori nel 1984 e recentemente ripubblicato a più riprese dalla Medical Records di Seattle

Nel 1984 Materiali Sonori pubblica, in Italia, anche il primo album di Robotnick, “Ce N’est Q’un Début”, che tra i vari brani annovera la citata “Dance Boy Dance”, un altro di quei pezzi riscoperti e rivalutati a distanza di molti anni. Nel 2003 ci pensa la Yellow Productions di DJ Yellow e Bob Sinclar a ripubblicarlo nella versione remix. L’anno dopo la stessa etichetta commissiona a Dami uno dei volumi della serie mixata “The Disco-Tech Of…” in cui il toscano assembla classici del passato a contemporaneità, da Yello a New Order, da Scotch a Dopplereffekt, da Visage a Casco passando per John Foxx, Miss Kittin & The Hacker, FPU, Bangkok Impact, OMD e New York City Survivors, giusto per citarne alcuni. «Considero “Dance Boy Dance” uno dei migliori brani che abbia realizzato nella mia carriera. Quando all’inizio del nuovo millennio ero a terra e senza un soldo, decisi di provare a fare il DJ ed arrivò un colpo di fortuna totalmente inaspettato. Miss Kittin piazzò “Dance Boy Dance” in una sua compilation mixata (“Radio Caroline”, Mental Groove Records, 2002, nda) e in quel momento il mondo seppe due cose: Alexander Robotnick era una persona in carne ed ossa e non un nome di fantasia affibbiato da un team ad una produzione estemporanea, così come si usava fare tra anni Ottanta e Novanta; Robotnick non aveva scritto un solo brano, il popolare “Problèmes D’Amour”. La francese Yellow Productions mi chiese di assemblare quella compilation di cui si faceva prima cenno, ma all’inizio non mi parlarono affatto di italodisco, magari lo davano per scontato. La prima versione che gli mandai era incentrata interamente su new wave ed electroclash e a quel punto mi chiesero esplicitamente di inserire anche certi brani italo che qualcuno aveva sentito durante le mie performance live. Seguii le loro indicazioni ma poi avvenne un intoppo che rischiò seriamente di mandare tutto a monte. Consegnai il master e partii tranquillo per l’India quando ricevetti una telefonata. Mi chiedevano di eliminare un drum loop che aggiunsi su “Myon Neutrino” di Dopplereffekt, pare che l’artista non l’avesse gradito. Risposi, un po’ seccato, che trattandosi di un DJ Mix il disc jockey avrebbe potuto fare quello che riteneva più opportuno, senza interferenze o pressioni di terzi. Poi, per fortuna, Gerald Donald diede il benestare ma dovetti sottostare comunque ad un compromesso. Il CD sarebbe stato un continuum mix mentre il vinile (supporto su cui non finisce “Myon Neutrino” di Dopplereffekt, pubblicato invece da International Deejay Gigolo, nda) avrebbe contenuto i brani separati. Del vinile, francamente, non mi importava nulla quindi acconsentii. Le vendite generarono pochi spiccioli, ormai eravamo già nell’epoca in cui il mercato della musica era in declino, ma quell’operazione dette un sensibile impulso alla mia carriera da DJ».

Torniamo nel passato: dopo l’uscita di “Problèmes D’Amour” e “Ce N’est Q’un Début”, nati insieme seppur pubblicati a distanza di circa un anno l’uno dall’altro, Dami incide anche il primo album dei Giovanotti Mondani Meccanici, un collettivo nato in seno alle video installazioni e alla computer grafica. «Come accennavo prima, a metà degli anni Ottanta ero piuttosto scoraggiato sul fronte discografico, ero più interessato a “lavorare con la musica” piuttosto che a produrre dischi. Quella dei Giovanotti Mondani Meccanici fu per me un’esperienza davvero importante. Si trattava del primo gruppo multimediale in Italia guidato da una assoluta libertà creativa che si rifletteva nell’originalità delle nostre opere. Parlare in modo compiuto dei Giovanotti Mondani Meccanici richiederebbe uno spazio sproporzionato per questa chiacchierata ed andrebbero debitamente coinvolti anche gli altri componenti, Antonio Glessi, Andrea Zingoni e Loretta Mugnai. Giusto pochi mesi fa ho pubblicato sulla mia Hot Elephant Music la colonna sonora di “Movimenti Sul Fondo”, una delle nostre video installazioni più riuscite. I Giovanotti Mondani Meccanici erano avanti un secolo, si guardi ad esempio “GMM Contro Dracula” del 1984, col fantastico recitato di Sandro Benvenuti sul testo di Andrea Zingoni. Tra l’altro proprio lì apparve per la prima volta “Dance Boy Dance”. L’album “GMM” del 1985 e il singolo “Don’t Ask Me Why / Love Supreme” del 1986, a cui partecipò il sassofonista Stefano Cantini, volevano essere il completamento della nostra attività multimediale. Anche qui la totale libertà creativa rende i pezzi validi ed interessanti ancora adesso. L’attività nei Giovanotti Mondani Meccanici però non equivaleva alla discontinuità di Robotnick anzi, vissi quel primo temporaneo abbandono con un senso di colpa, pensando di aver buttato via un’occasione d’oro, non per diventare una pop star ma almeno per arginare e ridurre i miei problemi economici. Come è successo spesso nella vita, entrai nella sindrome della competizione con me stesso. Non mi reputo però ossessionato dalla competizione che ho sempre vissuto come gioco e non come paura. Se qualcuno che conoscevo aveva successo provavo contentezza ma nel contempo cresceva in me la voglia di fare altrettanto. Il “gioco” si ruppe quando mi trovai a competere con un mio stesso brano. Lì emerse il blocco creativo. Inoltre “Problèmes D’Amour” era talmente particolare da non essere “serializzabile”. Ogni volta che provavo a fare qualcosa di simile mi ritrovavo irrimediabilmente in un cul-de-sac».

Dami torna a vestire i panni di Alexander Robotnick solo nel 1987 con “C’est La Vie” per cui viene realizzato anche un videoclip ma l’attività appare comunque discontinua rispetto ai canonici ritmi della discografia. Per il singolo seguente, “Les Vacances”, edito dalla bolognese Expanded Music e realizzato con Claudio Collino ed Elvio Moratto, bisognerà aspettare sino al 1991. «Puntavo molto su “C’est La Vie”, realizzato sempre con l’aiuto di Benelli all’Emme Studio. Ancora oggi mi sembra un brano veramente carino ma ebbe la sfortuna di battersi con un pezzo omonimo piuttosto banale, pubblicato però da una major e “pompato” da tutte le radio (quello di Robbie Nevil, edito dalla Capitol Records, nda). Noi puntavamo a stringere un accordo con la WEA francese ma, come ho già spiegato prima, l’internazionalismo non era la vocazione delle multinazionali della musica. Per assorbire quell’ennesima delusione ci volle un bel po’ di tempo. Mi dedicai ad altre cose, tutte belle ed interessanti, feci una capatina a Cinecittà e nei teatri coi Giovanotti Mondani Meccanici. La musica come lavoro insomma, da sempre mia aspirazione. Poi il solito senso di colpa per Robotnick mi riportò nell’area dance e un’altra, ennesima delusione, mi spinse a seppellire quel personaggio franco-russo sino al 2003. “Les Vacances”, che avevo composto nel lontano 1984, mi sembrò perfetto per rientrare in pista. All’epoca avevo abbassato molto la cresta rispetto agli anni Ottanta quando era piuttosto alta. Giovanni Natale della Expanded Music rimase affascinato dal provino e volle il pezzo (pubblicato su etichetta Los Cuarenta con un errore tipografico che priva erroneamente il nome dell’artista della k finale, trasformandolo in Alexander Robotnic, nda). Dopo aver realizzato un demo più professionale col compianto Marco Lamioni, Natale mi affidò ai migliori produttori che aveva a disposizione. Tuttavia fu un disastro. Come dice l’amico Bottin, a riascoltare oggi quel pezzo pare di sentire il Gabibbo, senza offesa per il pupazzo di Striscia La Notizia ovviamente. Il testo, ancora in francese, era passabile, decisamente ecologista ma condito di humor nero. “Comprate, comprate i biglietti per le vacanze, per andare nell’ultimo paradiso” recitava il refrain. Collino e Moratto, campioni di ironia involontaria (si senta “Ultimo Imperio” di Atahualpa) non ci capirono nulla. Avevo scritto un basso in levare, in stile disco, e un pianoforte house a creare un contrasto elegante, tutto su una ritmica esplosiva, ma mi dissero che un basso di quel tipo sarebbe stato improponibile. Eppure l’anno dopo si ricominciò a sentire proprio quello, un po’ dappertutto. Cancellarono pure la sezione di pianoforte ed usarono la ritmica per il basso. Risultato? Una base “sciacquina” come si dice a Firenze, con la mia voce che pareva essere calata da Marte. Non ricordo chi operasse al banco per il missaggio, ma rammento che disse “se togliamo la voce diventa un brano dance!”. Lì mi incazzai per davvero e non ho mai più voluto avere a che fare con produttori italiani».

Alexander Robotnick - Oh No.... Robotnick!

La copertina di “Oh No….Robotnick!”, l’album con cui Maurizio Dami torna ad impersonare Alexander Robotnick nel 2003

Tra gli anni Novanta e i primi Duemila, sull’onda della passione per l’India, Dami si dedica alla world music e all’ambient attraverso nuovi progetti come Masala, Alkemya, E.A.S.Y. e The Third Planet, ma poi succede qualcosa che lo riporta verso il mondo delle discoteche. Il primo impulso viene dato dalla Riot City di Colonia che, tra 1999 e 2000, pubblica “Les Grands Voyages De L’Amour” e “Uh-Uh”. Quando poi esplode l’electroclash e il revivalismo 80s e l’autore ha ormai superato la fatidica soglia dei cinquant’anni, esce un nuovo album dal titolo ironico “Oh No…. Robotnick!” autoprodotto sulla propria Hot Elephant Music il cui logo rimarca ancora legami con l’India. Da lì una ricca serie di collaborazioni con etichette come la Hot Banana di Kiko, le citate Yellow Productions e Crème Organization (che nel 2005 pubblica “Krypta 1982”, una raccolta di inediti prodotti tra ’82 e ’83 tra cui si segnalano la proto acid di “Base Dance”, l’ispiratissima “The Dark Side Of The Spoon” con un feeling quasi dream house, e “Via Del Salviatino”, una sorta di variazione dello schema di “Problèmes D’Amour” ma privata di testo) e la Scatalogics Records di Ulysses, oltre all’attività serrata come remixer. Insomma, l’artista sembra finalmente raccogliere i meritati i frutti di quello che ha seminato venti (e passa) anni prima. «Una volta la figlia di una mia amica disse che il significato del video di “Why All This Time?” del 2008 fosse racchiuso nel concetto “perché tutto questo tempo prima di avere successo?”. In realtà quella sua interpretazione era sbagliatissima. Non ho mai pensato al successo come qualcosa di dovuto. Nella clip mi lamentavo (ironicamente) che la vita fosse inutilmente troppo lunga. Quella del tempo, del resto, è una mia ossessione, si veda la più recente “You Have Time”. Qualche volta è troppo ma poi manca sempre. Talvolta penso che tutti gli artisti, sia piccolissimi come me, sia grandissimi come Fellini, muoiano col rimpianto di non essere riusciti a realizzare qualche progetto a cui tenevano molto. Considero comunque il periodo trascorso nella composizione di world music quello in cui mi sono espresso al meglio come musicista ed arrangiatore. Masala prima di tutto, con quel mix tra raga, fusion e jazz modale, molto innovativo ed ancora fresco da ascoltare, e The Third Planet che, in mezzo a tutta quella fuffa da Buddha Bar, suonava come un miracolo. Ed anche Alkemya con l’ex Neon Ranieri Cerelli e Lapo Lombardi, che oggi collabora con me con lo pseudonimo Ludus Pinsky al progetto The Analog Session (altresì all’ironico Italcimenti, nda). Aggiungerei pure gli inediti di Data From Africa con Niba Boniface e i Govinda coi quali nel ’95 realizzai “Devotion” e “Transcendental Ecstasy”.

Robotnick e i Masala nel 1996

Maurizio Dami e i Masala nel 1996

All’inizio del nuovo millennio però la world music non era più di moda, i concerti diminuivano e mi ritrovai cinquantenne senza il becco di un quattrino. Una situazione piuttosto paurosa insomma. Nell’aria sentivo dei suoni che mi riportavano al mio studiolo degli anni Ottanta e mi venne l’idea di provare a fare il DJ e rimaterializzare Robotnick. Scelsi il momento buono per tornare in pista, bastava suonare la mia musica preferita degli anni Ottanta per stare dentro. Poi mi appassionai perché per me era una cosa nuova, eccitante e soprattutto divertente. Mi dedicai con passione esplorando terreni per me inediti, senza pregiudizio e senza spocchia, che poi è la vera palla al piede degli artisti diventati “mitici” per qualche ragione. Il tutto accompagnato dall’ironia, senza quella la dance diventa una noia mostruosa. Ecco perché scelsi “Oh No…. Robotnick!” come titolo dell’album. La cosa che mi è piaciuta di più di quella nuova esperienza è stata la grande quantità di amici che mi sono fatto in tutto il mondo. Ho apprezzato l’atmosfera di rispetto e di amicizia tra i DJ, una vera sorpresa per me abituato a quella non proprio idilliaca del rock e della world music».

Quando Robotnick ritorna in gioco anche il mondo della musica generalista, agevolato da un alleato come internet che connette persone ed informazioni di tutto il pianeta, scopre che la sua “Problèmes D’Amour” è tra i brani che ispirano la generazione di produttori di Detroit e Chicago, quelli a dare il via ad un nuovo corso di dance music. Una chiara citazione è di Carl Craig che nel 2000 realizza una versione, “Problemz”, firmandola come Designer Music su Planet E. «Ogni riconoscimento è lusinghiero ma direi che nello specifico l’episodio di Craig sia tutto fuorché tale. “Problemz”, prima di tutto, mi sembrò quasi un insulto. “C’est le crie, c’est le crie, c’est le crie”, insomma ma che roba era? Per fortuna il multitraccia è andato perduto così nessuno potrà straziarlo ancora o pubblicare qualunque cagata ornandosi col mio nome. In più Craig non ci dette un soldo. Anni dopo mi sono vendicato: quando ho pubblicato tutte le versioni di “Problèmes D’Amour” (“Problèmes D’Amour – All Versions”, Materiali Sonori, 2007, nda) ho inserito anche la sua ma non riconoscendogli un solo centesimo. Relativamente a Chicago, vorrei raccontare un episodio buffo. Avevo appena suonato in un club ed uscii fuori per fumare una sigaretta. Una macchina della polizia inchiodò proprio davanti a me, pensai che volessero farmi una multa perché fumavo a meno di venti metri dall’entrata, ma mi sbagliavo. Dall’auto scese un poliziotto col poster della serata chiedendomi di autografarlo. Poi tornò una seconda volta chiedendomene un altro per il suo collega. Mi spiegarono che “Problèmes D’Amour” era veramente popolare a Chicago perché, per anni, venne usato come jingle da una radio molto apprezzata dalla comunità nera e dai poliziotti».

Robotnick nel 2003 (photo by Stefania Talini)

Alexander Robotnick immortalato da Stefania Talini nel 2003

In un’intervista di Massimiliano Sfregola pubblicata su DJ Mag Italia a maggio 2011 Dami dichiara: «Sono stato fortunato a cominciare nei primi anni Ottanta, c’era molto più entusiasmo intorno alla musica che oggi non vedo più tanto, c’era fermento e ricerca continua oltre ad una richiesta incredibile da parte dei giovani. Anche iniziare era più semplice perché la stessa industria discografica aveva respiro e riuscire a fare un disco non era difficile come adesso. Il successo dell’italo disco poi aveva dato la spinta a molti distributori, come Lombardoni, di piazzare dischi in tutto il mondo. Oggi sei in competizione con un miliardo di persone che fanno il loro upload su Juno Download e se ti va bene entri in classifica e ci resti per qualche ora». A distanza di ormai quasi otto anni quanto e come è cambiata la situazione? «Ma dissi davvero quelle cose? In genere non celebro così il passato, migliore per certi versi e peggiore per altri. I costi di produzione e soprattutto di promozione, ad esempio, erano altissimi, e questo determinava una selezione. Bene si direbbe oggi, con migliaia di nuove uscite quotidiane, ma questa selezione, è giusto dirlo, spesso non era basata sul merito e la bontà del lavoro. Ai vertici delle case discografiche, si diceva allora, ci fossero frequentemente persone stupide che optavano sempre per scelte banali e in definitiva perdenti. Il sistema musica era abbondantemente “corrotto”, seppur non mi piaccia usare questo termine perché evoca immediatamente bombardieri americani che scaricano bombe su regimi prima definiti corrotti dalla propaganda. Riuscire ad arrivare in rotazione sulle radio FM, vera chiave del successo, era un’impresa piuttosto difficile per un’etichetta indipendente. Le major quindi la facevano da padrone e poiché avevano i soldi, arrivavano addirittura a metterti sotto contratto per lasciarti marcire lì, senza farti fare dischi, con l’unico fine di evitare la concorrenza con artisti sui quali avevano magari investito già una fortuna. Inoltre, e questa era la cosa più perfida, le multinazionali americane e britanniche che dominavano il mercato mondiale favorivano la musica locale e boicottavano tutte le produzioni con aspirazioni internazionali per non farle entrare in concorrenza con la casa madre. Un numero inimmaginabile di talenti rimase al palo senza che si rendesse neanche conto della vera ragione di ciò. Poi però arrivò Severo Lombardoni ed altri che, come lui, riuscirono a mettere i bastoni tra le ruote a quel sistema malato. Bravi! Li ho sempre ammirati per questo più che per la musica che producevano e distribuivano.

Per mia fortuna cominciai a fare il musicista piuttosto tardi, ero già defilato da quel mondo e alle multinazionali non mi ci sono neanche avvicinato. Nei primi anni Ottanta a provocare un po’ di terremoto nell’industria discografica furono essenzialmente tre cose: le radio indipendenti (Controradio a Firenze, Radio Popolare a Milano etc), le etichette indipendenti e i distributori indipendenti. Grazie alla sinergie di queste tre realtà alcuni artisti, come me, riuscirono a raggiungere una audience internazionale. Ma veniamo ai giorni nostri. Il sistema del “pay for download”, che ha fatto così tanta fatica ad affermarsi per via dell’ideologia idiota e fintamente anarchica del “tutto gratis su internet”, sembra già tramontato dopo così pochi anni. Il sistema di ascolto tramite abbonamento, come Spotify ad esempio, è sicuramente molto più efficiente e razionale. Perché riempire il tuo hard disk con brani se questi stessi sono sempre disponibili online? Il downloading oggi quindi sopravvive essenzialmente sulla nicchia dei DJ che necessitano di conservare i file su USB, anche se ormai la maggior parte degli stessi disc jockey (me compreso) riceve così tanti promo ogni giorno che raramente va a comprare musica su webstore tipo Beatport o Juno Download. La verità è che ormai produrre musica ha il solo scopo di creare le condizioni per concerti (per cantanti e gruppi) e serate (per DJ), il business è tutto lì, non esiste altro.

Il 2019 è il mio ultimo anno di attività come DJ. L’ho detto tante volte ma questa volta garantisco che è vero. Ho preso questa decisione prima di tutto perché mi sembra immorale andare a suonare per dei ragazzini alla veneranda età di settant’anni, ma anche perché non sopporto più quegli orari, muovermi per giunta durante i weekend in cui viaggiare diventa una punizione, con aeroporti ed aerei zeppi come carri bestiame. Non escludo la possibilità di continuare a fare qualche live in festival o teatri o esibirmi come DJ a livello locale, a Firenze o in India e Sri Lanka, dove mi trovo adesso e dove ho intenzione di passare sempre più tempo in futuro. Una cosa però non smetterò mai di farla, produrre musica. Quella è la droga più potente e che crea maggiore dipendenza per me. Mi piacerebbe riprendere il discorso di Masala qui in India, ma purtroppo è difficile senza il mio amico Boliwar Miranda, impossibilitato da tempo a suonare a causa di una grave malattia. La mia passione per l’India (ed ora anche per lo Sri Lanka) non ha motivazioni religiose o mistiche di alcun tipo. Per tanti anni volavo in India per la musica, soprattutto quella carnatica. Me ne andavo in giro in moto per le campagne e mi fermavo nei templi indù dove compravo audiocassette di cosiddetta temple music, accumulandone a centinaia. Nelle città invece partecipavo a concerti. La mia seconda passione, inoltre, è il video. Conservo ore ed ore di riprese che metterò presto a disposizione attraverso un nuovo canale su YouTube. Poi, inaspettatamente, qualche anno fa ho cominciato a suonare come DJ anche in India. Adesso sono in contatto sia con DJ che promoter indiani e l’anno scorso ho fatto uscire su Hot Elephant Music una compilation intitolata “Indian TechXpress” con musica di giovani produttori indiani. In questo modo ho finalmente riunificato quelle parti di me che sembravano così lontane tra loro e quando mi trovo in India non ho più l’impressione di sentirmi “in un altro mondo”. Di una cosa, infine, sono veramente felice: non vivo più Alexander Robotnick come un alter ego». (Giosuè Impellizzeri)

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Time – Can’t You Feel It (Fly Music)

time - can't you feel it1982: nei cinema arrivano “E.T. l’extraterrestre” e “Blade Runner”, muoiono il pilota di Formula 1 Gilles Villeneuve e la principessa Grace Kelly, viene lanciato il Commodore 64, la nazionale di calcio italiana vince i Mondiali in Spagna, in una fabbrica della Philips viene prodotto il primo Compact Disc. In ambito musicale l’AIDS uccide Patrick Cowley, gli ABBA si sciolgono ed esce “Thriller” di Michael Jackson. Restringendo il campo alla sola Italia e alla “musica da ballo”, sul mercato giunge un disco destinato a lasciare il segno, “Dirty Talk” di Klein & M.B.O., che pur non sganciandosi del tutto dalla disco e dal funk, introduce l’ossatura di quella che a Chicago diventerà house music. Del 1982 è anche un altro brano che combina suoni elettronici a referenze funky, meno noto rispetto a “Dirty Talk” ma diventato un piccolo cult per gli appassionati, “Can’t You Feel It” dei Time.

Nell’intervista contenuta in Decadance Extra Piero Fidelfatti racconta che l’idea di realizzare questo disco nasce negli studi di un’emittente radiofonica dove incontra il suo futuro partner della produzione, Raffaello ‘Raff’ Todesco. «Effettivamente lavoravamo entrambi a Radio BCS, a Sottomarina di Chioggia, io come responsabile dei programmi dell’emittente che aveva una diffusione regionale in Veneto, Friuli, Slovenia e Croazia, e Piero come speaker» racconta oggi Todesco. «Già da qualche anno, dal ’78 circa, maturava in me la voglia di realizzare le idee musicali che mi frullavano in testa ed avevo deciso di lavorare in radio proprio per formarmi musicalmente nei vari generi. Venivo da esperienze con gruppi ed artisti anche piuttosto importanti (ero autore nello studio di Alberto Testa in Galleria del Corso a Milano, compositore di “Ti Accetto Come Sei” cantato da Mina ed avevo stretto amicizia con Lucio Battisti) ma con l’avanzare degli anni ambivo a diventare produttore e responsabile delle mie idee musicali. Ne parlai quindi con Fidelfatti che ai tempi aveva un negozio di dischi (il Disco Club a cui abbiamo dedicato spazio nel citato Decadance Extra, nda) ed era responsabile, in Veneto, dell’AID – Associazione Italiana Disc Jockey – di Renzo Arbore e Gianni Naso. Inoltre l’amicizia con Mario Percali e la frequentazione della sua casa a Lonigo, in provincia di Vicenza, in concomitanza con le esperienze nei gruppi di cui lui era il tastierista, risolveva il problema dello studio di registrazione. Il team che si venne a creare quindi era composto da me, ideatore della produzione e melodista, Percali, esecutore, strumentista ed arrangiatore, e Fidelfatti, responsabile delle forme ritmiche, pubblicazione e divulgazione del prodotto. Il mixaggio veniva effettuato alla presenza di tutti noi. I tempi erano maturi e quindi optammo per il nome Time, che peraltro coincideva esattamente col genere da noi scelto, la dance.

Incidere un disco nel 1982 però era un grosso problema. Le mie conoscenze a Milano, dove c’era il fulcro di quel mondo, erano limitate al pop italiano e quindi del tutto inutili per ciò che intendevamo fare. Cercavamo un distributore dal respiro internazionale ed io, inoltre, ero contrario a far ascoltare il brano alle etichette discografiche dance già attive, come la Full Time ad esempio, che avrebbero inglobato la produzione tra le loro finendo con l’annullare i nostri propositi iniziali ovvero totale indipendenza sia progettuale che economica. Non trovando ciò che cercavamo fummo costretti ad optare per l’autoproduzione. A distribuire il 12″ sarebbe stata la Gong Records di Salvatore Annunziata (che tra le label conta la Zanza Records su cui esce la citata “Dirty Talk”, nda), a cui riuscimmo ad arrivare attraverso i contatti di Fidelfatti. I costi che ci sobbarcammo per la realizzazione del disco, oltre a quelli dello studio, della copertina, del transfer ed altro, furono notevoli perché la Gong ci ordinò subito 3500 copie. Era un problema non facile da risolvere perché occorreva investire diversi milioni di lire ma credere in se stessi supera ogni cosa. Se avessimo cercato una label questi costi non sarebbero stati a nostro carico ma avremmo dovuto rinunciare al controllo della produzione e alla proprietà del master. Decidemmo quindi di aprire una società in accomandita semplice e fondare un’etichetta tutta nostra, la Fly Music».

I Time nello studio di Sandy Dian

I Time (da sinistra Mario Percali, Piero Fidelfatti e Raff Todesco) nello studio di Sandy Dian nel 1984

Come annunciato poche righe fa, “Can’t You Feel It” si colloca in posizione mediana tra musica eseguita con strumenti tradizionali e quella invece realizzata con macchine elettroniche. Ad alternarsi sono pure due voci, la maschile di Glen White dei Kano, la femminile di una certa Jennifer, corista degli Osibisa come ricorda Fidelfatti nella menzionata intervista. «Lo strumento principale per le mie creazioni era la chitarra, nonostante fossi un pessimo chitarrista» prosegue Todesco. «Componevo più mentalmente che attraverso lo strumento, ma la chitarra la trovavo più vicina al mondo dei cantautori che a quello della musica dance. Con Percali al pianoforte però riuscii ad entrare nella giusta dimensione creativa. Correva l’estate del 1981 e la radio era deserta durante le ore notturne. Ne approfittavo per sentire i lati b dei dischi che solitamente erano riempiti con versioni strumentali e proprio su quegli ascolti componevo melodie nella mia testa. I miei artisti preferiti erano Gino Soccio, Giorgio Moroder e Cerrone. Poi strimpellavo la chitarra riassumendo le melodie e correvo a casa di Percali dove gli facevo ascoltare le basi strumentali dei dischi per individuare il tipo di sintetizzatore e di basso da usare. I mesi passarono e giunse il 1982. Auspicavamo un appeal internazionale per la nostra produzione ed iniziammo a ricercare affannosamente una voce femminile. Alla fine fu Fidelfatti, grazie alle numerose amicizie che aveva, ad individuare quella giusta. La voce era di Jennifer, una entraîneuse di colore che lavorava in un night in quel di Verona, un po’ matura di età. Mi disse che aveva cantato, come turnista, “Shame, Shame, Shame” di Shirley & Company, e c’era da crederle visto che la voce, effettivamente, era uguale. Nello studio di Sandy Dian, a Gambellara, si comportò da vera professionista del microfono quindi non credo stesse bluffando. La parte rappata di “Can’t You Feel It” invece venne eseguita da Glen White, già nella scuderia Full Time e noto DJ che scrisse pure il testo.

Il brano lo realizzammo su un mixer Soundcraft, a sedici tracce se ben ricordo, una Korg Trident MKII per bassi e synth, una Yamaha DX7 per altre parti dell’arrangiamento ed un piano elettrico Wurlitzer. La cassa era umana: il batterista Matteo Baggio registrò quattro colpi su un nastro, poi creammo un “anello” e lo facemmo girare su un registratore Revox. I 4/4 vennero quindi incisi in sync per tutta la durata del pezzo. Anche il resto della sezione di batteria fu registrato in presa diretta. Se ne andò un’intera giornata solo per incidere quella parte, percussioni, lanci e rullate escluse. Insomma, eravamo davvero alle fondamenta della dance, puro artigianato. Non ricordo quanto tempo necessitammo per completare tutto ma almeno una settimana. Curammo ogni dettaglio, non potevamo sbagliare il colpo che avevamo in canna».

fildefatti, percali in studio, di spalle todesco e dian al taglio nastri

Piero Fidelfatti e Mario Percali in studio. Di spalle Sandy Dian e Raff Todesco, intenti a tagliare i nastri

Il 12″ esce dunque su Fly Music con la distribuzione della Gong Records ma per il 7″, formato ai tempi molto diffuso, i Time riescono a chiudere un accordo con la CGD. A tal proposito Todesco rivela che fondamentale, ancora una volta, si rivelano le amicizie di Fidelfatti. «Piero era in contatto da tempo col direttore artistico della CGD, Tino Silvestri, i cui genitori abitavano nei sobborghi di Chioggia, la sua città natale. Così andammo insieme in Via Quintiliano, a Milano, per stringere un accordo rapido ed amichevole che avrebbe previsto l’uscita del 7″ attraverso la distribuzione tradizionale. Oltre alle 3500 copie stampate da noi all’inizio, inoltre, la Gong volle ristampare il disco, stavolta a sue spese, infilandolo in una copertina generica di colore bianco. Quella ristampa, non più controllata da noi, contò 1500 copie e quindi alla fine ci pagarono per 5000 copie vendute. Il 7″ della CGD invece vendette intorno alle 15.000 copie. Eravamo all’inizio, ancora inesperti ma fiduciosi e super felici di quanto avessimo realizzato. Piccolo aneddoto: intorno al 2000, nel grande centro commerciale di Carugate, ora Carosello, si vendevano ancora dischi e lì trovai incredibilmente una copia 12″ nuova di “Can’t You Feel It” in una copertina bianca che acquistai immediatamente. Tengo a precisare un’altra cosa: prima di andare in stampa ci rendemmo conto che nei crediti in copertina e sul centrino mancasse il nome di Piero Fidelfatti, che non era autore del brano, ma con l’intento di riconoscergli gran parte dei meriti dell’operazione volli inserire il suo nome come produttore e responsabile del mixaggio».

La splendida copertina che contraddistingue il disco dei Time reca la firma di Franco Storchi. Al centro è piazzato un uomo armato che indossa un casco ma che per metà si rivela essere un androide, una sorta di anticipazione del RoboCop di Paul Verhoeven che, è bene ricordarlo, sarebbe giunto nelle sale cinematografiche cinque anni più tardi, nel 1987. È legittimo pensare ad una potenziale ispirazione o ad un messaggio celato in quell’illustrazione. «Porre l’accento su questo aspetto per me è importante perché mi offre finalmente la possibilità di spiegare la ragione di una copertina che non aveva davvero nulla da spartire col contenuto del brano» puntualizza Todesco. «Un giorno, in compagnia di Fidelfatti, andammo da Storchi per discutere dell’artwork. Franco, suo amico e peraltro pure musicista, abitava a Chioggia ed era un affermato illustratore di disegni di tipo fantascientifico realizzati con l’aerografo, una tecnica particolarmente difficile ed impegnativa. Ci mostrò dei lavori che aveva fatto e fui immediatamente folgorato da uno che ritraeva un individuo mezzo uomo e mezzo robot che puntava una pistola, con una verosimile somiglianza ad una delle classiche pose di Sean Connery. Trovavo quell’immagine meravigliosa per l’immediatezza e, seppur non c’entrasse un tubo col testo di “Can’t You Feel It”, aveva connessioni con la mia psiche. Nel mio immaginario quell’uomo ero io che dovendo sparare un unico colpo (la produzione del disco) non poteva sbagliare perché in tal caso sarebbe finito tutto. Quindi, per non fallire, doveva trasformarsi in un robot ed essere freddo nelle analisi. Un concetto difficile da comprendere per i non addetti ai lavori e molto personale insomma».

A posteriori il brano dei Time viene incasellato, probabilmente per convenzione e praticità, nell’italodisco ma nel 1982 di italodisco non se ne parla ancora e, a dirla tutta, tale denominazione non è stata ancora coniata dal patron della tedesca Zyx, Bernhard Mikulski. Todesco taglia corto: «Io lo definirei semplicemente “dance”. Mikulski non era ancora intervenuto definendo, secondo un criterio meramente geografico, tutte le produzioni nostrane col celebre “italodisco”. Se ben ricordo mentre usciva “Can’t You Feel It” una delle maggiori hit in circolazione era “She Has A Way” di Bobby Orlando, col remix di John “Jellybean” Benitez, il cui synth assomigliava molto al nostro. Questo mi diede certezza di aver centrato il bersaglio. Rispetto al pezzo di Orlando però, quello dei Time aveva una matrice più funk, tipo Gino Soccio».

radio ga ga

La copertina di “Radio Ga Ga” dei Queen (1984): l’ispirazione di Freddie Mercury e soci giunse davvero da “Can’t You Feel It” dei Time, uscita due anni prima?

In tempi più recenti su internet corre voce che “Can’t You Feel It” avrebbe ispirato Freddie Mercury nella composizione di “Radio Ga Ga”. Se così fosse, ciò costituirebbe ulteriore motivo di vanto per la dance made in Italy, bistrattata specialmente qui in patria dove veniva e viene tuttora considerata una parentesi trascurabile e di bassa lega. «Secondo me le assonanze col pezzo dei Queen ci sono eccome, al di là di ogni ragionevole dubbio» sostiene con sicurezza Todesco. «Quando uscì “Radio Ga Ga”, nel 1984, Freddie Mercury o più precisamente Roger Taylor, compositore del brano nonché batterista della band britannica, avevano senz’altro ascoltato “Can’t You Feel It”. Seguendo il mio fiuto da compositore, sento di poter fornire una possibile versione di quanto avvenuto: Taylor preparò la base sulla quale Freddie scrisse la melodia, completamente diversa dalla nostra. Quella base però rivela ben più di qualche similitudine anzi, direi che molte sequenze sono esattamente identiche (tecnicamente fino al ponte e all’inciso). Quali, più precisamente, le assonanze? È subito detto: il giro armonico con gli stessi accordi (solo l’ultimo ha un risvolto terminale diverso), l’appoggio del piano in coincidenza ad ogni cambio di accordo, lo stesso synth, l’atmosfera tipo elicottero creata dalle tastiere, lo stesso svolgimento dell’introduzione ed infine l’uguale filosofia del brano, dance con effettistica di contorno, come piace definirla a me. Aggiungerei anche che “Radio Ga Ga”, in pratica, fu l’unica canzone “dance” dei Queen ed ascoltandola sino a quando entra la voce di Mercury si ha veramente l’impressione di sentire “Can’t You Feel It”. I primi ad accorgersi di queste affinità su YouTube furono proprio gli inglesi, per i quali Queen e Mercury rappresentano il massimo dei massimi, accusandoci di aver copiato da “Radio Ga Ga”. Le date di pubblicazione però rivelano esattamente il contrario e per un paio di anni circa si generò un enorme putiferio tra appassionati e cultori. A me, in verità, la cosa fece molto piacere: essere copiati dai britannici rovesciava completamente la diceria secondo cui gli inglesi creano e gli italiani copiano».

i time, cesare mazzuccato e graziano bressan (nello studio di sandy dian, 1984)

Foto di gruppo nello studio di Sandy Dian, nel 1984: insieme ai Time, oltre al citato Dian, c’è Cesare Mazzuccato e, primo da sinistra, Graziano Bressan

I Time continuano ad incidere altri singoli: l’orlandiano “Shaker Shake” del 1983, “Selling Song” e “Don’t Stop” del 1984 – anno in cui esce anche il primo ed unico album, “Prime Time”, “Love Is The Reason” del 1985, “Holding On To Love” del 1986 ed “I Am” del 1988. «È vero che il nome Time continuò ad apparire a lungo sul mercato discografico ma è altrettanto vero che cambiò titolarità di produzione. Nel 1985, dopo la pubblicazione dell’album, la Fly Music si sciolse con l’uscita di Piero Fidelfatti. Io e Percali proseguimmo creando la Ram Productions sulla quale uscì “Love Is The Reason”. “Holding On To Love” ed “I Am” finirono invece sulla RA – RE Productions di mia proprietà. In merito a ciò colgo l’occasione per fornire una spiegazione logica di quanto avvenne nel corso degli anni sui cambiamenti di proprietà delle produzioni e dei relativi master. Ero l’unico del team di partenza a vivere con e per la discografia. Fidelfatti era un rinomato DJ e le serate in discoteca erano parte integrante della sua vita (seppur continuerà ad incidere dischi negli anni seguenti, come raccontiamo qui, nda), Percali aveva un negozio ben avviato da mandare avanti oltre ad uno studio personale per soddisfare le voglie musicali. Insomma, ero destinato a rimanere solo nelle produzioni. Facendo un consuntivo di tutto, credo che il pezzo più fortunato dei Time sia stato “Shaker Shake”, con vendite altissime sia per il 12″ che per il 7″, oltre a varie licenze e compilation. Ritengo fosse il classico brano italodisco, una delle nostre poche produzioni a rispettare i canoni del genere. Il più sfortunato senza dubbio fu l’ultimo, “I Am”. Sono del tutto estraneo invece a “Baby For Love” ed “All Night Long” (usciti nel 1989 rispettivamente per la Out di Severo Lombardoni e la ACV Sound dei fratelli Antonio e Ciro Verde, nda) ma preciso che dopo la chiusura di Fly Music e della Ram Productions sia io che Percali e Fidelfatti rimanemmo proprietari del nome di produzioni ed artisti, per cui Time poteva continuare ad essere liberamente usato da ognuno. Per i due dischi sopracitati del 1989 infatti Percali usò il nome Time, del resto come feci io con “I Am”, ma la cosa finì lì perché era inutile portare avanti un nome ormai obsoletoL’album “Prime Time” rappresentò invece, paradossalmente, la fine di tante cose: del team, dei lauti guadagni e di un sogno televisivo, seppur non per colpa nostra ma di questo preferirei non parlarne».

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La copertina dell’album “Prime Time”, uscito nel 1984: sul fronte il trio che rappresenta l’immagine pubblica dei Time, sul retro la foto degli autori in studio di registrazione

La copertina di quell’album spinge a fare una riflessione: sul fronte c’è un trio composto da Cesare Mazzuccato, Cristina Dori e Michela Bugarella, scelti come immagine pubblica dei Time, sul retro invece si rinviene la foto di un altro terzetto, Todesco, Percali e Fidelfatti, i “veri” Time che materialmente realizzano il tutto. In un solo colpo viene rivelata la consueta pratica, in uso nell’italodisco prima e nell’italodance poi, di affidare l’immagine di studio project a personaggi che talvolta prestano solo la propria presenza fisica e nient’altro. Alla lunga ciò finisce col creare qualche contraddizione dal punto di vista etico anche con serie ripercussioni (a tal proposito si legga questo reportage). “Riposizionare” la musica in ambienti diversi dalla radio, come in discoteca o in televisione, implica delle difficoltà che più di qualcuno pensa di risolvere assoldando affascinanti frontwomen ed altrettanto attraenti frontmen, per fidelizzare il pubblico. «Quella strana situazione si venne a creare nel momento in cui nacque la possibilità di fare serate o passaggi televisivi, apparizioni in pubblico sostanzialmente. Di conseguenza proliferarono gruppi o pseudo cantanti destinati alle sole apparizioni. I Time furono il nostro unico tentativo di “immagine”, per il resto altri artisti da me prodotti come George Aaron (Giorgio Aldighieri), Anthony’s Games (Antonio Biolcati), Hally & Kongo Band (Marco Galli), Jimmy Mc Foy, Barbara Sand o Arthur Miles, sono cantanti sia in studio che nelle esibizioni pubbliche. Ero profondamente contrario ad alimentare situazioni simili che creavano presupposti per diatribe, liti ed invidie, in definitiva spese inutili di vestiario e di immagine per una label che non avesse management e non lucrasse sulle apparizioni live. Ritornando ai Time, le richieste di un book fotografico giunsero quando stipulammo licenze internazionali, avere bei giovani da mostrare al grande pubblico era una prassi. Tuttavia ci tengo a ricordare che nelle foto dei Time apparve pure una cantante “vera”, la riccioluta Cristina Dori che cantò “Selling Song”, “The Wind Is Blowin'” e “Makin’ Love”, oltre ad aver fatto la corista in “Shaker Shake” e “Don’t Stop”. Cristina Dori (che negli anni Novanta interpreta un altro classico della dance prodotta in Veneto, “Move Me Up” degli X-Static di cui abbiamo parlato qui, nda) è ormai una colonna portante di Radio Company e del canale televisivo 7 Gold».

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In alto la copertina di “Somebody” dei Video, in basso quella di “Frenzy Flux” di Water Lilly che nel 2004 duplica (lecitamente?) l’illustrazione di Franco Storchi

Parallelamente a Time, Todesco e soci inventano un altro progetto destinato a restare nel cuore degli appassionati, Video, che debutta nel 1983 con “Somebody”, un piccolo cult venato di riferimenti synth pop. Anche questo esce su Fly Music e viene licenziato in diversi Paesi esteri. Autore della copertina, adoperata nel 2004 da un’etichetta tedesca per “Frenzy Flux” di Water Lilly, è ancora Franco Storchi. «La produzione più importante della Fly Music è stata, senza alcun dubbio, proprio quella dei Video, sotto il profilo economico, di diffusione ed immagine discografica. Basti pensare che gli Eurythmics, in un’apparizione televisiva del 1984, risposero che il loro gruppo italiano preferito fossero i Video, lasciando esterrefatto il cronista che non sapeva nemmeno di chi stessero parlando. Seppur diventato un cult dell’italodisco, credo che “Somebody” non abbia nulla da spartire con tale genere. Tra i miei riferimenti di allora c’erano gli Yazoo ed era mia intenzione comporre un brano di quel genere, dance elettro-rock. Ne parlai con Sandy Dian nel suo studio di registrazione chiedendogli se conoscesse qualcuno con la voce simile a quella di Alison Moyet. Mi suggerì un ragazzo molto giovane, un tale Giorgio Aldighieri alias George Aaron che cantava in stile Elvis Presley. Detto fatto, ad interpretare il brano sarebbe stato lui. Durante il primo giorno in studio si consumò un’amichevole discussione con Mario Percali perché non sentivo l’anima del brano con la tastiera Yamaha DX7. Io davo priorità proprio all’imponenza e all’efficacia di synth e tastiere prendendo Yazoo a modello, ma non eravamo neanche lontanamente simili. Il giorno seguente mi assentai per un motivo che non ricordo più ma l’indomani ad aspettarmi sull’uscio della porta c’erano Mario e il batterista/percussionista Matteo Baggio. Mi invitarono ad entrare e a sentire. Quando Sandy aprì le piste del mixer Sony fui letteralmente investito dai suoni e mi si spalancò il mondo, il mio mondo. Mario aveva cambiato tutto con l’uso di una tastiera a noi sconosciuta che era stata lasciata lì da un gruppo che ci aveva preceduto di qualche giorno. Si trattava di una Elka Synthex. L’impatto sonoro del suono elaborato da Percali fu micidiale e rappresentò la fortuna di “Somebody”. Ad assistere al missaggio, per pura curiosità, c’era anche Daniele Baldelli, noto DJ. Poi col demo inciso su cassetta ci recammo alla Discomagic, che aveva già stampato “Shaker Shake”, ai tempi in Via Friuli, a Milano. Io e Piero scendemmo per la famosa e fumosa scala a chiocciola in ferro e in quello scantinato tipo bunker fummo ricevuti da Severo Lombardoni che era in compagnia di un’altra persona. Durante l’ascolto vedevo Severo particolarmente dubbioso, si aspettava un pezzo simile a “Shaker Shake” ed invece si ritrovava con una specie di elettro-rock con cassa non dritta ma a doppio colpo, in stile rock appunto, con suoni più particolari. Era perplesso e la persona accanto a lui, vista la situazione, intervenne e in un italiano stentato gli disse: “Severo, è mio, è mio!”. Si trattava del direttore artistico della Dureco, grossa casa discografica dei Paesi Bassi, una delle più importanti d’Europa. Tre mesi dopo eravamo quarti nella classifica di vendita olandese ed entrammo nelle chart in Regno Unito, Germania e Scandinavia. A quel punto giunse la richiesta del nastro da due pollici a 24 tracce per un rifacimento vocale e strumentale destinato all’etichetta americana Sleeping Bag Records che pochi mesi dopo lo rimise in circolazione attraverso la versione rinominata “Somebody (Hey Boy)” ricantata da un certo Dyan Buckelew. A mio avviso sia l’operazione che il pezzo erano autentiche “ciofeche”. La Discomagic era alle prime armi nelle relazioni internazionali e gli Stati Uniti, come dimostra questa occasione, alle volte non sono proprio quelli che pensiamo noi. Per giunta ci rimettemmo anche il 24 piste, non più rientrato in nostro possesso. Quello che inviammo oltreoceano era l’originale e noi, stupidamente, non avevamo neanche pensato di farne una copia».

chart olandese (31-03-1984)

La top 40 olandese del 31 marzo 1984: alla sesta posizione c’è “Somebody” dei Video e, per una curiosa coincidenza, alla trentesima “Radio Ga Ga” dei Queen.

A distanza di ormai quasi trentasette anni “Can’t You Feel It” dei Time e “Somebody” dei Video restano brani seminali per la dance che si sarebbe sviluppata in Italia negli anni successivi. Gli autori, del tutto inconsciamente, stavano tracciando delle linee guida la cui rilevanza è stata riconosciuta, a posteriori, a partire dalle prime generazioni di artisti di Detroit e Chicago dove l’italodisco rientra tra gli ingredienti della creazione di techno ed house. Stranamente però, tra i meno riconoscenti e meno attenti alla storia ci sono proprio gli italiani, ancora pronti a denigrare l’italodisco, ricordata la maggior parte delle volte solo per una microscopica parte, quella nazionalpopolare. «Secondo la mia opinione i primi dischi di Time e Video erano piuttosto indefinibili ed imprevedibili, aggettivi che mi sono portato dietro per tutta la mia vita musicale. Cavalcammo l’italodisco specialmente con l’album “Prime Time” ed “Everybody” dei Visions ma nelle altre produzioni la contaminazioni con generi diversi è stata sempre piuttosto evidente. “Can’t You Feel It” penso possa piacere ancora oggi e continuerà a stuzzicare l’interesse in futuro, sia per i cultori che gli ignoranti musicali perché è uno di quei brani prodotti e costruiti in un modo artigianale che ha reso noi autori e produttori italiani unici al mondo nel sistema musicale.

Poco tempo fa, sentendo uno dei brani preferiti del mio repertorio, “Why Why” di Rare Band, YouTube mi ha suggerito l’ascolto di “Tell Me” di Saint Pepsi. Siccome avevo prodotto un pezzo con lo stesso titolo, decisi di pigiare play, anche perché aveva oltre due milioni di visualizzazioni e non era nemmeno provvisto di un video ma di un’immagine fissa. In quel momento ho scoperto che si trattava di una rielaborazione stranissima, rilassante e sognante proprio della mia “Why Why” in chiave vaporwave, moda musicale nata negli States e credo sviluppata soprattutto sul web. Ecco, questo mi piace, essere ricordato a distanza di tanti anni ed offrire ancora spunti creativi ad altri musicisti attraverso ciò che abbiamo artigianalmente costruito con le nostre produzioni decenni addietro. Quindi benvenuti i Sant Pepsi, Roger Taylor o chiunque altro che dà senso alla mia/nostra attività e mi fa capire di non essere esistito inutilmente. Quando iniziai questa professione odiavo molto i network radiofonici che non prestavano nessuna attenzione alle produzioni dance italiane. Provavo molto fastidio che la direzione artistica delle emittenti più importanti non riuscisse a distinguere l’oro dall’ottone e si lasciasse influenzare troppo spesso da aspetti finanziari più che da quelli artistici. Purtroppo il mondo, a distanza di anni, continua a girare in maniera molto diversa rispetto a come lo vorrei io». (Giosuè Impellizzeri)

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